domenica 30 settembre 2012

Van Morrison – Born to Sing: No Plan B (2012)

           
1. "Open the Door (To Your Heart)"  
2. "Going Down to Monte Carlo"  
3. "Born to Sing"  
4. "End of the Rainbow"  
5. "Close Enough for Jazz"  
6. "Mystic of the East"  
7. "Retreat and View"  
8. "If in Money We Trust"  
9. "Pagan Heart"  
10. "Educating Archie"  
                        Un  grandeVan Morrison in stile anni 70


sabato 29 settembre 2012

Prima Dell'Alba

 
L’indolenza da troppo tempo mi ha sopraffatto, tanto che ho imparato a mentire, a dire corbellerie solo per accontentare il mio interlocutore di turno e sono diventato bravo a recitare la mia parte con il mondo, ma sono solo un vigliacco in cerca di una scappatoia,  una nullità  nel niente assoluto. Cazzo! Dove sono finiti i miei tremolii, le mie vertigini che mi hanno salvato tante volte da quel vuoto? Dov’è quel morso che mi ha sempre spinto oltre senza guardare, senza pensare a ciò che sarebbe accaduto. Dove sono finite quelle notti in cui farfugliavo ubriaco il mio orgoglio a basso prezzo tenendomelo stretto sul cuore? Avevo gli occhi rivolti al cielo  in cerca di certezze. Avrei voluto un lavoro sicuro,  ma era come se chiedessi a quella luna a forma di panino di scendere giù per farci un picnic. Era veramente chiedere troppo ad un mondo che ti spezza le reni se solo provi a fermarti o ad uscire dal gioco. Lui con i suoi ingranaggi ti stritola, ti centrifuga e neanche ti guarda mentre muori, senza più rabbia, inebetito e disperato. 

Non c’è che dire, sono veramente messo male. Ci avrei bevuto volentieri su, ma dovevo risparmiare  anche in questo per tirare avanti.  In tasca tenevo  quel biglietto per il concerto di un emerito sconosciuto, un certo James Maddock, che mi era stato regalato da un altro emerito sconosciuto alla fermata della metropolitana. Il tipo se ne stava accanto a me, seduto ad aspettare, quando ad un tratto si girò e, allungandomi il ticket, mi disse: “Prendilo tu,  non posso proprio andarci a questo concerto, ma ne vale le pena ” . Senza che mi rendessi conto di cosa stesse capitando, lo afferrai al volo, proprio mentre giungeva il metrò. Fu un attimo e ci perdemmo nella calca. Disorientato da quel gesto, restai lì fermo e alzai le spalle guardando un uomo grassoccio e dalle gambe storte suonare l’organetto. Dato che avevo bisogno di quattrini provai a venderlo quel ticket, ma non mi fu possibile. Così  decisi di vederlo, quel concerto. In fin dei conti la musica era l’unica cosa che mi teneva vivo da quando ero sprofondato nel buio della mia non esistenza.

Il Rockwood Music Hall è un coffee house sito sulla Lowers East Side di Manhattan. Presi un vecchio tram che scrollava maledettamente, ma scesi molto prima. Avevo voglia di camminare a piedi per quelle sbiadite strade del rock che Lou Reed e Willie Nile avevano cantato  con amore e poesia e a cui Springsteen aveva dedicato una delle ballate più  belle e struggenti che abbia scritto, N.Y. City Serenade. La gente avanzava lentamente nelle luci della notte. Un tempo i miei sogni affioravano dall’ombra per scaldarmi l’anima,  l’inquietudine faceva posto all’ indulgenza, adesso invece  sono un animale ferito pronto a scagliarmi contro chiunque con inaudita violenza. E questo mi fa paura, molta paura. Quando arrivai al club notai subito che c’era una bella atmosfera, la gente  rilassata e ben disposta e la mia tristezza aumentata perché mi rendevo conto che ero io ad aver perso la mia battaglia per la sopravvivenza. Non è il mondo che andasse a rotoli, no, lui continuava imperterrito a ruotare come fa da millenni, ero io che con la bava alla bocca e senza accorgermene avevo saltato un giro di troppo.

Presi posto vicino al palco e aspettai che iniziasse il concerto. James Maddock stava tra la sua gente, lo capivo dai discorsi che involontariamente ascoltavo tra gli astanti. Non attesi molto e il piccolo palco si riempì di musicisti. Le luci si spensero e un piano che mi riportò dritto alle atmosfere di Welcome To the Club di Ian Hunter mi  riempì la testa di melodia.  James cantava con una voce roca come un altro amato beautiful losers, Steve Forbert. Ed è cosi che, senza accorgermene, mi ritrovai  in sintonia con i musicisti e le canzoni. Quell’atmosfera  mi travolse e mi spinse nuovamente verso la vita ed ondeggiai dapprima esitante poi senza più remore, mi lasciai andare  per non stare almeno quella notte da solo come un cane che si era perso.

C’è sempre un limite a tutto, pensai mentre tornavo a casa, anche a compiangersi. Certo ero invecchiato e nulla era più come una volta, ma  mi sentivo a mio agio a stare per strada, mentre le ombre mi avvolgevano e la notte colloquiava pensosa con i suoi fantasmi. Il tempo mi aveva ricoperto di acciacchi e malinconia, ma quella sera l’angoscia che mi turbinava il cuore l’avevo messa  sotto i tacchi delle mie scarpe di camoscio nero stile inglese demodé. E vaffanculo se quelle stelle sulla mia testa  mi pareva che  fossero  come pertugi dell’anima di tutti quei sognatori che non avevano smesso di fare la rivoluzione! E pazienza se  certe canzoni avevano ancora il potere di ferirmi come un bambino privo di anticorpi o, cosa ben peggiore, come un innamorato privo di barriere protettive! No, io a quella notte gli avrei preso tutto il calore possibile, la sua smisurata dolcezza, la sua sensuale esaltazione, la sua ruvida sciatteria e lo avrei fatto camminando a suo fianco, in punta di piedi per non disturbare nessuno.

Bartolo Federico 

                                                                              

venerdì 28 settembre 2012

Mark Eitzel – Don’t Be a Stranger (2012)


01. I Love You But You’re Dead (4:36)
02. I Know the Bill Is Due (3:12)
03. All My Love (5:08)
04. Oh Mercy (4:04)
05. Costumed Characters Face Dangers While at the Workplace (2:31)
06. Why Are You with Me (3:20)
07. Lament for Bobo The Clow (4:57)
08. Break the Champagne (3:37)
09. We All Have to Find Our Own Way Out (4:20)
10. Your Waiting (4:48)
11. Nowhere to Run (3:12)
Nella la notte lui abbassò il tono per farmi le sue confidenze . e quel che mi raccontava mi sembrava enorme.volevo rubargli tutto di  quelle parole. fin dentro gli interstizi del cuore.

mercoledì 26 settembre 2012

Due Cuori.(la mia ragazza del Jersey)







Non so se sia mai esista la terra promessa, so che ci ho creduto sin da quando ragazzino ascoltai The Promised Land di Bruce Springsteen. Nelle mie notti migliori ho inseguito quel sogno, cadendo più volte a faccia in giù e masticando amaro. Ostinato come sono, mi sono sempre rialzato andando incontro al nuovo giorno che lentamente sbattecchiava gli occhi. Ho tenuto duro grazie alla musica, ai libri, alla poesia, a qualche film e ai pezzi generosi e sensibili che scriveva  Zambo sul vecchio Mucchio Selvaggio. Sono state queste le cose che mi hanno fatto sentire ancorato al mondo, che mi hanno dato fede e speranza per resistere, insieme a tutti gli ultimi della fila dove anch’io silenziosamente mi ero accomodato. Il rock che ascoltavo era un impasto di poche e semplici ingredienti, ma aveva dalla sua un’anima che dopo ci ho trovato sempre più di rado. Mentre calava l’oscurità ed ero lì per naufragare, quel rock mi ha preso per i capelli, mi ha teso le mani offrendomi una seconda possibilità e, siccome ho sempre creduto nella sua forza, mi sono abbarbicato a lui. Non ebbi paura di affogare, ma c’è da dire che ero giovane e anche incosciente.

Non avendo nulla, ma proprio nulla, scappai nel vento correndo contromano con tutti quei figli e figliastri di Bruce e Tom Waits che, come fu per Dylan, proliferavano come funghi dopo la pioggia. Salii sul quel treno della sera pieno zeppo di spiantati che viaggiavano verso ipotetici sogni di gloria. Ad ogni fermata imbarcava cuori solitari, idealisti, romantici, buffoni, perdigiorno, tutti avevamo lasciato la città perché era dura essere santi e ci eravamo tuffati in quel fiume di parole ed emozioni. Tutti noi, perfetti sconosciuti alla ricerca di una strada alternativa. Insieme a loro sprofondavo nella malinconia del mattino quando, feroce e cinica, arrivava la realtà ed i sogni morivano trafitti dalla luce del sole. Era il tempo del vino e delle rose, di canzoni epocali come furono Burn e Merrittiville dei Dream Syndicate o The Pan Within dei Waterboys, di dischi romantici come The God Given Right di Lee Fardon e di canzoni e band di disperati, com’erano i Replacements di Tim e i Del Fuegos, di Boston Mass e di quel romanziere polpa e cuore di The Big Heat il mai troppo lodato Stan Ridgway, per finire rifugiati nelle stanze del Blue Hotel di Chris Isaak.

Non mi è mancato il coraggio allora, no, quello lo avevo in abbondanza. Aspettai paziente sulla riva del fiume il segnale per ripartire con nuovi fuggiaschi, ma questo arrivò dopo anni e giunse con i dischi di Will T. Massey, di Michael McDermott e del mio amatissimo Matthew Ryan. Confuso e bevuto, allontanai i dispiaceri, li infilai dentro una bottiglia verde smeraldo che gettai lontano insieme alle promesse di una rossa tutta curve, incontrata per caso lungo la via, ma dal cuore troppo piccolo per abitarci in due. Appeso alla luna mezza addormentata, urlai e spinsi sull’acceleratore, costretto, poi, a frenare bruscamente mentre il tempo passava inesorabile, lasciandomi solo con i miei patimenti, con i miei rancori che venivano direttamente dal cuore. Portai alla deriva con me le ferite aperte e mai rimarginate, come fossero una maledetta punizione.

A volte mi sembrò di sentirmi come un novello Eraclito e, accontentandomi di quel poco che avevo, mi inabissai nella mia solitudine, cercando di cogliere, estraneo a tutti, il senso profondo delle cose che mi circondavano. Non credo di esserci riuscito. Poi il miracolo avvenne inaspettato. All’improvviso la vidi sbucare dal fondo della strada, la mia ragazza del Jersey aveva i capelli riccioluti e occhi neri da cerbiatta che erano spenti proprio come i miei. Fu lei a fermarsi e a riconoscermi ed io, che nella malinconia della notte avevo conservato tutto il mio amore per lei, fui colto da un brivido lungo la schiena e la presi per mano. Fu così che il mio sogno divenne realtà e mi permise di sognare nuovamente. Scappammo a bordo di una vecchia e sconquassata 126 e ci dirigemmo verso l’autostrada, mentre il sangue mi scorreva veloce nelle vene ed il cuore mi pulsava come uno stantuffo. Adesso ne ero certo, potevo iniziare finalmente qualcosa di nuovo, qualcosa di vero. Mentre guidavo abbassai i finestrini e nel chiaroscuro della notte, con quella luna smilza che ci seguiva, sentii la banda di mezzanotte cantare “….. nient’altro è importante in questo mondo quando sei innamorato di una ragazza del Jersey e canti sha la la la la la, sha la la la la la, ripeti il suo nome la notte non riesci a dormire Sha la la la la la la”.(Jersey Girl - Tom Waits -). Potete giurarci, non si può vincere da soli, alla fine due cuori sono meglio di uno. Due cuori risolvono il problema, specie se trovate una ragazza del Jersey.

Bartolo Federico

                                                   

domenica 23 settembre 2012

Il Tempo Non Aspetta Nessuno



Seduto in un bar qualsiasi bevo caffè e fumo di tanto in tanto qualche mozzicone. Me ne sto con le tempeste sonore di Bob Dylan nelle orecchie e sono davvero su di giri. Ho la stessa eccitazione che si prova quando si fa una cosa che non si può fare. O come quando cerchi delle risposte e non le trovi neanche a spremerti il cervello come un limone. “Dici che sono un giocatore d’azzardo, dici che sono un magnaccia. Ma non sono nessuno dei due. Ascolta il fischio di Duquesne che soffia” (Duquesne Whistle). Qualche giorno fa sono andato per l’ennesima volta all’ufficio di collocamento. Un nuovo impiegato, simpatico come un becchino delle pompe funebri, mi ha detto che non c’era trippa per gatti, per cui facevo meglio a ripassare tra qualche mese o tra qualche anno, tanto era lo stesso. Nel frattempo frusciai ad alta voce: “vengo a mangiare da lei”. Il tizio ha fatto finta di non capire. Mi incamminai a testa bassa rovistando nei pensieri più infimi verso i bassifondi della città, che poi non sono altro che il quartiere dove sono nato e cresciuto. Ho  molti amici da queste parti è un lavoretto più o meno lecito sarebbe venuto fuori.

http://1.bp.blogspot.com/_q__GybV75PQ/SpB4qw0bNLI/AAAAAAAAAak/4pCrkLfu0Vs/s400/Bob+Dylan+Graffiti.jpegAvevo sempre sognato di scivolare nel ventre della notte per perdermi nella sua anima. Ma anche di andarmene da qualche parte dove il sole splende sempre. Avrei voluto fare un sacco di cose, anche amare qualcuno, ma non facevo un cazzo di niente. Mi ero laureato in giurisprudenza con il massimo dei voti. I miei genitori avevano tirato la cinghia e anche qualcos’altro per farmi studiare perché sin da piccolo promettevo bene e il loro sogno era quello di avere un figlio da chiamare dottore. Quasi fossi una roulette, avevano puntato tutto su di me. Indubbiamente, avevo fatto la mia parte fino in fondo, se lo meritavano, ma a dire il vero anche allora alle volte avrei voluto dileguarmi come un fuggiasco nella notte. A cosa sono serviti tutti quei sacrifici, pensai ingoiando un sorso di caffè, se sono uno dei tanti che rimpingua la fila dei disoccupati? Mi do da fare, svolgo mille lavoretti, anche cose odiose come il venditore porta a porta. Però, in questo cazzo di paese, vendere è l’unica prospettiva che ti viene data. Alla fine qualcosa vendo e qualcosa riscuoto, ma sempre troppo poco per tirare avanti. Insomma, mi sento  bello e inguaiato e non ho un piano B. In fondo la questione è una sola: c’è chi ha le possibilità e chi no. In quale categoria rientro l’avrete capito da  soli, immagino.  Mi tocca ancora aspettare, pensai, tirando una lunga boccata di fumo velenoso. Mi alzai e andai via dal bar. Ero davvero stufo di tutto questo. Il tempo non aspetta nessuno, figuratevi uno come me.“il tempo non aspetta nessun uomo e non mi aspetta. si il tempo non aspetta nessuno e non aspetta me. sfrutta la tua estate, raccogli il grano. i sogni di una notte svaniranno all’alba. e il tempo non aspetta nessuno”(Time Waits For No One – The Rolling Stones).

A furia di prendere randellate, si diventa duri come il marmo. Così i minuti passano e anche le ore. E poi i giorni, i mesi e gli anni. Insomma, il resto del nostro tempo se ne va in un baleno, lasciandoci storditi e anche nauseati. Ma resistiamo ugualmente, con fatica teniamo duro di fronte a tutto. Siamo fatti così, noi uomini trascuriamo, però, che alla fine si diventa qualcun‘altro. E si è vecchi in un colpo solo.  Raggiungo  Cinzia al suo negozio di chincaglierie perché quando ho voglia di parlare con qualcuno lei è l’unica che ascolta con amore le mie peripezie. Non appena mi vede fermo sull’uscio della porta  del negozio, mi mostra un sorriso complice e avvicinandosi mi esclama schietta: “per essere qui suppongo che sei di nuovo nei guai, vieni dentro, dai” .”Abbiamo dei problemi questo è sicuro. abbiamo milioni di disoccupati. bambini che non sanno scrivere. bambini che non sanno leggere. ce ne sono di affamati e sovralimentati. il nostro capo alla TV baldanzosamente annuncia la parola di Cristo. cerca di pregare abbiamo bisogno di tener saldo il cammino. la forza dell’oscurità ancora è tra noi. deve essere un inferno vivere nel mondo. vivere nel mondo come fai tu.(It Must Be Hell – The Rolling Stones). Da ragazzi avevamo provato a stare insieme, dico come coppia. Non aveva funzionato, era finita che quasi ci odiavamo. Facevamo le cose pensando di compiacerci, ma in questo modo si combinano solo casini. In compenso, da allora non avevamo più segreti fra di noi. Scuoto la testa ed entro nel negozio. La guardo e stranamente non riesco a dire niente. Ero andato da lei pensando di raccontarle chissà cosa ma adesso non riesco più a parlare non mi viene niente. E per la prima volta mi sento a disagio. Le prendo la mano, lei sospira e si lascia andare:  “Bart quando esci dai sogni e vieni a vivere in questo mondo, quando lo farai?”. “il tempo può tirar giù un palazzo o distruggere il viso di una donna. le ore sono come diamanti non sciupatele. il tempo non aspetta nessuno non regala niente. il tempo non aspetta nessuno. e non vuole aspettarmi”. (Time Waits For No One – The Rolling Stones).

http://www.photoshopcreative.co.uk/users/11839/thm200/1343888136_Time%20waits%20for%20no%20one%20WEB.jpgMe ne torno nel mio stambugio, afflitto e più tenebroso che mai. Non me la sono sentita di speculare ancora sulla sua bontà, sul suo garbo. Adesso è tempo di mettere le cose in chiaro con me stesso. Nella solitudine il divino se ne va via e sparisce per sempre. Eccola, già pronta una nuova angoscia da accudire. “A Scarlet Town la fine è vicina. Le Sette Meraviglie del mondo sono qui. Il bene e il male convivono fianco a fianco. Tutte le forme umane paiono glorificate. Metti il tuo cuore su un vassoio e vediamo chi lo morderà. Vediamo chi ti stringerà e ti darà il bacio della buona notte.”(Scarlet Town - Bob Dylan). Incontrai Rickie Lee Jones per caso, mentre giù dal cielo i sogni piovevano a grappoli sulla mia testa. Camminavo sonnolento e anche un po’ brillo alle porte della notte, quando ad un tratto da una macchina ferma con l’autoradio accesa sentii quella canzone. It's your last chance To check under the hood Last chance She ain't  soundin' too good, Your last chance To trust the man with the star You've found the last chance Texaco Well, he tried to be Standard He tries to be Mobil He tried living in a world And in a shell There was this block-busted blonde He loved her - free parts and labor But she broke down and died And threw all the rods he gave her” (The Last Chance Texaco).

Mi fermai ad ascoltarla sotto gli occhi guardinghi della coppia che stava sull’auto. Avevo i brividi che facevano le capriole sulla pelle. Ancora oggi,  riascoltandola, provo la stessa sensazione. E’ come se ad un tratto fossi passato con una ramazza su quella nuvola di polvere che copre i ricordi. Dopo tanto tempo, finalmene mi sono riconosciuto nell’ombra. Capita di rado, ma capita, che alle volte le cose che nascondiamo dentro di noi non marciscono e di conseguenza non si mettono a puzzare insieme al tempo che passa.

Ma i sogni che attraversano troppe cose, lasciano sempre e comunque una scia di rimpianti e nuvole. I primi due album di Rickie Lee Jones, l’omonimo e Pirates, sono stati un toccasana per tutti gli innamorati della notte, per chi è annegato nei sentimenti. Rickie Lee Jones è stata la duchessa incontrastata di chi si è fatto fregare dalla luna e dal randagio di Pomona e ciondolava scompigliato nell’animo appresso a quelle canzoni, come se anch’esso si trovasse con i suoi esecutori in una discarica di oggetti usati che nessuno voleva più. Cicche di sigarette, gabbie e barattoli, poltrone di pelle coi sedili sfondati, riviste ingiallite, un ventilatore arrugginito, la canna del gas, veleno per topi in bustina, una tromba di plastica, la carcassa di un cane, libri strappati, bottiglie vuote, pezzi di ferro, un caminetto, una lampada ad olio ed ancora cicche di sigarette, una tenda bruciata, un trenino elettrico. Tre seggiole e un tavolino. 

Sin da quando nei primi anni settanta si esibiva nei bar, Rickie Lee Jones amava fare cover. Nella sua discografia sono state una costante. Dotata di una voce che sa scavare in profondità, le sue interpretazioni riescono a tirare fuori quella parte di sfumature che precedentemente ci era sfuggita, rivelando significati nascosti e trasformando la canzone in una sua creatura. Girl At Her Volcano, il mini lp uscito nel 1983,  ne è un esempio lampante. In questi giorni “Il Diavolo Che Tu Sai” è uscito e ci racconta del suo lungo viaggio attraverso la musica. E’ un album così intimo che si possono sentire i battiti del suo cuore e vedere le cicatrici che l’hanno segnata. C’è profondità ed emozione, c’è il blues dentro queste canzoni che rappresentano tutti i suoi amori musicali. Per citarne uno su tutti, il Van Morrison stellare di Astral Weeks. Una produzione attenta, affidata a Ben Harper, risulta essere perfetta, mai ingombrante, talmente delicata da farci percepire in pieno questa intimità. Rickie Lee Jones canta nella sua splendida solitudine canzoni musicalmente ridotte all’essenziale che sono già belle di loro ma che, attraverso la sua voce che li scortica fin dentro le ossa, sembrano essere tutte nuove. E come se lei ci facesse l’amore con questi pezzi, li accarezza senza violenza, senza cinismo, con una tenerezza e una sensibilità di cui tutti noi ci siamo dimenticati.


Guardo la foto appesa al muro, è una di quelle fotografie ingrandite e ritoccate in una cornice ovale dorata. Risale a quando ero bambino e stavo in braccio a mia madre. C’è anche mio padre con i baffi neri che sorride. E’proprio vero, non si ha mai abbastanza tempo se non per pensare a se stessi. Mi ha fatto bene incontrarla ancora, mi sono sentito addosso lo stesso rovescio di pioggia arrivato attraverso quel buco nel cielo dal quale una notte di tanto tempo fa sono fuggito insieme a lei per le strade del mondo. ”Si la stella passava dolcemente, la corrente continuava a scorrere. si eravamo tranquilli e rilassati. e la guardavamo volare. e il tempo non aspetta nessuno. e non vuole aspettarmi. e il tempo non aspetta nessuno. e non vuole aspettarmi.” (Time Waits For No One – The Rolling Stones).

Bartolo Federico - Settembre 2012

mercoledì 19 settembre 2012

Mumford & Sons – Babel [Deluxe Edition] (2012)

1. Babel [03:28]
2. Whispers in the Dark [03:15]
3. I Will Wait [04:36]
4. Holland Road [04:13]
5. Ghosts That We Knew [05:39]
6. Lover of the Light [05:14]
7. Lovers’ Eyes [05:21]
8. Reminder [02:04]
9. Hopeless Wanderer [05:07]
10. Broken Crown [04:16]
11. Below My Feet [04:52]
12. Not with Haste [04:09]
13. For Those Below [03:35]
14. The Boxer [04:05]
15. Where Are You Now [03:39]

martedì 18 settembre 2012

VA – Oh Michael, Look What You’ve Done: Friends Play Michael Chapman (2012)

1. Black Twig Pickers – Life on the Ceiling
2. D. Charles Speer – Expressway in the Rain
3. Lucinda Williams – That Time of Night
4. Thurston Moore – It Didn’t Work Out
5. Meg Baird – No Song To Sing
6. Maddy Prior – The Prospector
7. Hiss Golden Messenger – Fennario
8. Rick Kemp – Vanity and Pride
9. Two Wings – You Say
10. Nick Jonah Davis – Little Molly’s Dream
11. Bridget St. John – Rabbit Hills
12. William Tyler – Naked Ladies and Electric Ragtime

domenica 16 settembre 2012

Beautiful Loser--Steve Forbert – Over with You (2012)


1.  All I Asked Of You
2.  All I Need To Do
3.  In Love With You
4.  That'd Be Alright
5.  Baby, I Know
6.  Over With You
7.  Don't Look Down, Pollyanna
8.  Can't We Get Together
9.  Metal Marie
10.  Sugarcane Plum Fairy