domenica 28 febbraio 2016

Aggrappato Alla Notte

Quando nei primi anni ottanta fui ingaggiato in una radio libera, ero solo un ragazzo ingenuo e sognatore, cresciuto in un quartiere di periferia ai margini della città. Quell’occasione di poter trasportare altri nel mio volo sotto le stelle del rock, mi galvanizzò. Andavo in onda due volte la settimana, dalle ore ventidue alla mezzanotte. Il nome del programma lo rubai a Donal Fagen e al suo disco Nightfly. La copertina era bellissima con quel dj che sembrava Marlowe, anche se il contenuto sonoro non faceva troppo al caso mio. Dopo qualche tempo quel nome lo tramutai in Nightlights un disco di Elliott Murphy. Mi fece da sigla Roman Gods dei Fleshtones, un brano tratto dal loro omonimo esordio discografico. La prima trasmissione la dedicai a Ian Hunter e al suo doppio live Welcome To The Club. Era con quella musica che fuggivo dalla mia mediocrità in cerca di qualcosa che mi cambiasse la vita, per sempre. Fermo in mezzo alla strada stregato dagli occhi della notte, mi sentivo come un fantasma perso in quella giungla di cemento, con quell’odore di benzina bruciata, che mi sfondava i buchi del naso. C’erano uomini con occhi da pazzi, figli di puttana, criminali, e molestatori. Ma anche sognatori e vagabondi. Alle volte dietro i bidoni della spazzatura potevi sentire il click di una rivoltella, che ti faceva gelare il sangue. Vedevo il mio riflesso nelle ombre che si allungavano sul marciapiede. Con le mani alzate al cielo, percorrevo la mia strada solitaria. Il duo Ian Hunter, Mick Ronson, aveva pubblicato nel 1979 You’re Never Alone With A Schizophrenic, un disco che era stato acclamato dalla critica e dal pubblico, ancora oggi considerato tra i suoi lavori migliori. Il banco di prova per quelle canzoni fu il tour che scaturì da quell’inaspettato successo. Welcome To The Club fu registrato al Roxy di Los Angeles nello stesso anno, e mostra come non si è mai soli a stare con uno schizofrenico. Quando tutti dormono, lo sappiamo, è triste è brutto. Allora ci s’infila la giacca di pelle è il rock comincia a suonare, potente e vigoroso. È una festa questo disco che ti scaraventa nella notte, inciuchito e felice. Come dev’essere sempre il rock quando è schietto, è sincero. Poi arrivano anche quelle grandi ballate alla Blonde on Blonde che traboccano di emozione, e ti si annebbiano gli occhiVince sempre chi ti fa tremare le gambe e il cuore. Ecco tutto. 




giovedì 25 febbraio 2016

Perso Nel West

Ho lasciato le mie cose sparse per la strada, e sono venuto fin qui. Durante il cammino mi sono fermato nel deserto, solo per sentire l'odore dei fiori di cactus. Mi piace sempre vagabondare su quelle strade sterrate, piene di mistero e passione. La macchina l'ho lasciata ferma da qualche parte. Volevo sentire la terra scricchiolare sotto i piedi.

mercoledì 24 febbraio 2016

Due Cuori




Non so se sia mai esista la terra promessa, so che ci ho creduto sin da quando ragazzino ascoltai The Promised Land di Bruce Springsteen. Nelle mie notti migliori ho inseguito quel sogno, cadendo più volte a faccia in giù e masticando amaro. Ostinato come sono, mi sono sempre rialzato andando incontro al nuovo giorno che lentamente sbatacchiava gli occhi. Ho tenuto duro grazie alla musica, ai libri, alla poesia, a qualche film e ai pezzi generosi e sensibili che scriveva Zambo sul vecchio Mucchio Selvaggio. Sono state queste le cose che mi hanno fatto sentire ancorato al mondo, che mi hanno dato fede e speranza per resistere, insieme a tutti gli ultimi della fila dove anch’io silenziosamente mi ero accomodato. Il rock che ascoltavo era un impasto di poche e semplici ingredienti, ma aveva dalla sua un’anima che dopo ci ho trovato sempre più di rado. Mentre calava l’oscurità ed ero lì per naufragare, quel rock mi ha preso per i capelli, mi ha teso le mani offrendomi una seconda possibilità e, siccome ho sempre creduto nella sua forza, mi sono abbarbicato a lui. Non ebbi paura di affogare, ma c’è da dire che ero giovane e anche incosciente.

Non avendo nulla, ma proprio nulla, scappai nel vento correndo contromano con tutti quei figli e figliastri di Bruce e Tom Waits che, come fu per Dylan, proliferavano come funghi dopo la pioggia. Salii sul quel treno della sera pieno zeppo di spiantati che viaggiavano verso ipotetici sogni di gloria. A ogni fermata imbarcava cuori solitari, idealisti, romantici, buffoni, perdigiorno, tutti avevamo lasciato la città perché era dura essere santi e ci eravamo tuffati in quel fiume di parole ed emozioni. Tutti noi, perfetti sconosciuti alla ricerca di una strada alternativa. Insieme a loro sprofondavo nella malinconia del mattino quando, feroce e cinica, arrivava la realtà ed i sogni morivano trafitti dalla luce del sole. Era il tempo del vino e delle rose, di canzoni epocali come furono Burn e Merrittiville dei Dream Syndicate o The Pan Within dei Waterboys, di dischi romantici come The God Given Right di Lee Fardon e di canzoni e band di disperati, com’erano i Replacements di Tim e i Del Fuegos, di Boston Mass e di quel romanziere polpa e cuore di The Big Heat il mai troppo lodato Stan Ridgway, per finire rifugiati nelle stanze del Blue Hotel di Chris Isaak.

Non mi è mancato il coraggio allora, no, quello lo avevo in abbondanza. Aspettai paziente sulla riva del fiume il segnale per ripartire con nuovi fuggiaschi, ma questo arrivò dopo anni e giunse con i dischi di Will T. Massey, di Michael McDermott e del mio amatissimo Matthew Ryan. Confuso e bevuto, allontanai i dispiaceri, li infilai dentro una bottiglia verde smeraldo che gettai lontano insieme alle promesse di una rossa tutta curve, incontrata per caso lungo la via, ma dal cuore troppo piccolo per abitarci in due. Appeso alla luna mezza addormentata, urlai e spinsi sull’acceleratore, costretto, poi, a frenare bruscamente mentre il tempo passava inesorabile, lasciandomi solo con i miei patimenti, con i miei rancori che venivano direttamente dal cuore. Portai alla deriva con me le ferite aperte e mai rimarginate, come fossero una maledetta punizione.

A volte mi sembrò di sentirmi come un novello Eraclito e, accontentandomi di quel poco che avevo, mi inabissai nella mia solitudine, cercando di cogliere, estraneo a tutti, il senso profondo delle cose che mi circondavano. Non credo di esserci riuscito. Poi il miracolo avvenne inaspettato. All’improvviso la vidi sbucare dal fondo della strada, la mia ragazza del Jersey aveva i capelli riccioluti e occhi neri da cerbiatta che erano spenti proprio come i miei. Fu lei a fermarsi e a riconoscermi ed io, che nella malinconia della notte avevo conservato tutto il mio amore per lei, fui colto da un brivido lungo la schiena e la presi per mano. Fu così che il mio sogno divenne realtà e mi permise di sognare nuovamente. Scappammo a bordo di una vecchia e sconquassata 126 e ci dirigemmo verso l’autostrada, mentre il sangue mi scorreva veloce nelle vene ed il cuore mi pulsava come uno stantuffo. Adesso ne ero certo, potevo iniziare finalmente qualcosa di nuovo, qualcosa di vero. Mentre guidavo abbassai i finestrini e nel chiaroscuro della notte, con quella luna smilza che ci seguiva, sentii la banda di mezzanotte cantare ….. nient’altro è importante in questo mondo quando sei innamorato di una ragazza del Jersey e canti sha la la la la la, sha la la la la la, ripeti il suo nome la notte non riesci a dormire Sha la la la la la la.(Jersey Girl - Tom Waits -). Potete giurarci, non si può vincere da soli, alla fine due cuori sono meglio di uno. Due cuori risolvono il problema, specie se trovate una ragazza del Jersey.


Bartolo Federico

domenica 21 febbraio 2016

Vita Sulla Strada



Ever since I was a child,
I loved to wander wild
Through the bright city lights,
And find myself a life I could call my own.
It was always my ambition
To see Piccadilly,
Ramble and roam around Soho
And Pimlico and Savile Row,
And walk down the Abbey Road.
So I saved all my money
And packed up my clothes,
And I said good-bye to my friends
And my folks back home.
And I left for a life of my own.
I left for a life on the road.

I'm a real hungry tyke,
And I know what I like.
And I know where I'm goin':
To those bright city lights.
Oh yeah, oh yeah,
This time I'm gonna get there.
I'm bound for a life on the road.
Give me life on the road.
I said life on the road.

When I arrived in Euston,
I was little more than a child.
And I didn't know then
That the dives and the dens
Would be so vulgar and wicked and wild.
Mama always told me
The city ladies were bawdy and bold.
And so I searched night and day
To catch a kissable lady,
But all that I caught was a cold,
'Cause those stuck-up city ladies
Didn't notice me walk by.
Now I've got holes in my shoes
'Cause I've been walkin' the streets all night.
And I'm livin' the life that I chose.
Livin' my life on the road.
I said life on the road.
I want life on the road.
Life on the road.

I was standing with the punks in Praed Street,
When a muscle man came my way.
He said, "Hey, are you gay?
Can you come out and play?"
And like a fool, I went and said, "O.K."
Ever since I was knee high,
I thought the city was paved with gold.
But I've seen so many losers
And down and out boozers
Who were tired of bein' bought and sold.
City women are a tease,
But I'd really love to please.
Now I've got blood shot eyes
'Cause I've been walkin' the streets all night.
And it sure knocks you out on the road.
And I'm livin' my life on the road.
I said life on the road.
Life on the road.
I want life on the road.

One of these days,
I wanna go home,
Visit my friends,
And see all the places that I used to know,
And say good-bye to a world that's too real;
Good-bye to a world that's forgotten how to feel.
And it's slowly usin' me,

And there's no security.
Sometimes I hate the road,
But it's the only life I know.
But I'm livin' the life that I chose,
So I'll live out my life on the road.



Disadattato

You've been sleeping in a field but you look real rested
You set out to outrage but you can't get arrested
You say your image is new, but it looks well tested
You're lost without a crowd yet you go your own way

You say your summer has gone
Now the winter is crawlin' in
They say that even in your day
Somehow you never could quite fit in
Though it's cold outside
I know the summer's gonna come again
Because you know what they say
Every dog has his day

You're a misfit, afraid of yourself so you run away and hide
You've been a misfit all your life
Why don't you join the crowd
And come inside
You wander round this town like you've lost your way
You had your chance in your day
Yet you threw it all away
But you know what they say
Every dog has his day

Look at all the losers and the mad eyed gazers
Look at all the loonies and the sad eyed failures
They've given up living 'cos they just don't care
So take a good look around
The misfits are everywhere
La la la la la la

This is your chance, this is your time
So don't throw it away
You can have your day
'Cause it's true what they say
Every dog has his day

You're a misfit
Afraid of yourself so you run away and hide
You've been a misfit all your life
But why don't you join the crowd and come inside
You wander round this town
Like you've lost your way
You had your chance in your day
Yet you threw it all away
Now you're lost in the crowd
Yet, still go your own way

 Una delle più' grandi, incredibili, band di rock'n'roll.
 The Kinks

venerdì 19 febbraio 2016

Verso Mezzanotte

Una pioggia calda arrivò tamburellando sulla carrozzeria delle macchine, appannandone i vetri. Tossii nel palmo della mano una boccata di fumo aspra come il veleno, restituendo un sorriso di compiacenza alla cameriera che mi aveva servito un caffè, bollente che quasi mi raschiò la gola. Fuori dalla pensilina del bar soffiava un vento di scirocco che rendeva l’aria umida e tiepida. I passanti per strada sgattaiolavano rapidi. Come il mondo, d’altronde. Accesi un altra sigaretta e osservai la fiammella gialla e guizzante spegnersi tra le dita. Con un mal di testa in sordina che non si decideva a deflagrare, eccomi di nuovo solitario. Ordinai sempre alla stessa cameriera un Bloody Mary, che mandai giù di un fiato. A furia di stare da soli si diventa cauti, tanto che quella paura fottuta d’innamorarmi, di lasciarmi andare, di aprirmi e raccontarmi, continuava puntualmente a presentarsi, maltrattandomi e rivoltandomi in maniera feroce l’anima. Mentre i pensieri se ne andavano alla deriva, mi ricordai di quei brividi che mi avevano scosso prima che tutto finisse. Sapevo bene che era troppo tardi per cambiare rotta.

Attraversai la città a piedi con le palpebre strette e considerai che non si ha mai ragione da soli. Il vento era calato e una pioggerella, sorda e triste come un dolore, mi sorprese. Mi alzai il bavero del sgualcito soprabito, come per difendermi. Maddalena aveva portato scompiglio nella mia esistenza. Una vita senza infamia e senza lode, la mia, ma non mi andava di farmene una colpa. Camminavo sotto la pioggia e, rimasticando pensieri, tirai un sorso di gin dalla bottiglia che mi penzolava tra le mani. Era quasi mezzanotte quando rientrai in casa. Osservai le pile di dischi, i libri accatastati alla rinfusa sugli scaffali, il caos totale sopra il tavolo e mi sdraiai sul divano, osservando la luce obliqua della notte che penetrava dalla finestra. Avevo fatto in tempo a mettere sul giradischi Autumn in New York di Charlie Parker che caddi in un sonno tumultuoso.

Charlie Parker fu l’uomo della pioggia. Quella pioggia che si schioda ad un tratto dal cielo e viene giù come un diluvio universale. Un visionario delle sette note, che solo quando era intento a suonare riusciva a liberarsi dall’eroina. Una tossicomania acquisita sin dall’adolescenza. Era in quei frangenti che il suo dialogo interiore si metteva in moto. Attraverso di lui la musica si esprimeva in tutta la sua naturale bellezza. Notturna, violenta, brutale e, alle volte, tenera e dolce, la sua arte lambiva i contorni incerti del bene e del male, emanando un’ondata scura e affamata d’amore. Una storia, quella di Charlie “Bird” Parker, di ordinaria solitudine. 

Un anima pesta, gettata tra le fauci di un mondo privo di delicatezza. Così come è capitato a tutti i dannati di questa terra, teneva più ai suoi veleni che a tutto il resto. Anche se, poi, lui trovava sempre uno spicchio di luce dentro i crepacci dove dimoravano i suoi mostri. Quegli scampoli d’innocenza e d’ingenuità, che gli restarono sempre attaccati dentro, lo preservarono dal cinismo del mondo. “e state a sentire vi prego, questo vecchio sax-tenore che suona come un dio”- alzò il volume  della radio fino a far vibrare la macchina - “e ascoltatelo mentre racconta la sua storia ed esprime il vero rilassamento e le vera conoscenza” (Jack Kerouac - Sulla Strada)

Avevo collezionato un gran bel numero di errori non c’è che dire, ed ero pure cresciuto con la testa piena di cazzate. Guardai la mia immagine accigliata nello specchietto retrovisore dell’auto mentre procedevo a trenta all’ora, ascoltando Monk, il santone pazzo del jazz, in Round Midnight. E’ risaputo che a furia di cercare si finisce sempre per trovare qualcosa. Ma lei era ormai un capitolo chiuso. Avevo avuto il mio momento di gloria, non potevo più accedere ai suoi pensieri, né al suo corpo, ma di questo potevo biasimare solo me stesso. Guidavo non sapendo dove andare, solo che quell’unghiata mi doleva come un ostinato mal di denti. Uno stuolo di nuvole grigie si addensò nel cielo, ascoltai i gemiti sordi del vento. Tra non molto, ci avrei scommesso, sarebbe venuta giù la maledetta pioggia.

Con una barba lunga di tre giorni mi ripresentai al lavoro. Linda la mia collega di stanza, che solitamente era una donna gentile, mi guardò con attenzione e poi esclamò ambigua: “la malinconia alle volte non serve a nulla, non trovi Ferdinando?” Feci finta di non voler capire, mostrandole un ghigno da lupo e inabissandomi nelle pratiche arretrate che inevitabilmente si erano accatastate sulla mia scrivania. La vita mi aveva allenato a temere sempre il peggio e, in quanto a innocenza, non sapevo più che sapore avesse, da molto tempo ormai. Lavorai senza staccare neanche per la pausa pranzo, anche perché non avevo nessuna voglia di incrociare gli sguardi curiosi dei colleghi, né di scambiare con loro alcuna parola. Quando uscii dall’ufficio erano le sei e un quarto del pomeriggio. Avevo completato il lavoro arretrato e mi sentivo con la coscienza a posto. Nessuno, oltre me, doveva pagare le conseguenze delle mie condanne. Quelle erano solo le mie. Prima di rientrare a casa feci un giro a piedi nel centro della città. Una ragazza in carne con una maglia a fiori e un viso grazioso mi diede un volantino che pubblicizzava una palestra. Gli uomini come al solito andavano di fretta. Mi fermai nelle vicinanze del porto ad osservare le navi che attraversavano lo Stretto. Sembrava che graffiassero l’acqua piatta senza lasciare alcuna traccia del loro andirivieni, quei giganti del mare, a differenza di noi uomini che, ad ogni movimento, segniamo  impronte profonde, persino dolorose, come quelle che Maddalena mi aveva impresso. 

Florence disse che desiderava che Neal la stringesse anziché masticare quel sigaro. Jack fece segno di si con la testa e sognò di trovarsi in un bar con Charlie Parker sul palco e nessuna preoccupazione (Jack&Neal - Tom Waits). 

Durante gli anni settanta Tom Waits se ne stava rintanato al Tropicana Motel di Los Angeles. Prima di lui in quelle camere erano stati ospiti Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix ed Alice Cooper. Al Tropicana le band di rock’n’roll si lasciavano andare ai piaceri più sfrenati, quelli che Ian Dury riassunse in una semplice e perfetta canzoncina “Sex & Drugs & Rock’n’roll”. Waits a quel tempo abbaiava alla luna e dormiva fino a mezzogiorno. Viveva da vero beat in compagnia di Rickie Lee Jones e dell’ amico Chuck E. Weiss. Un trio di randagi che usavano il Motel come base, per poi spostarsi ad esplorare i sogni in bianco e nero che Jack aveva raccontato e che Neal aveva percorso con la sua lucida follia. Prima di morire lungo i binari della ferrovia agli inizi del 1968, dopo anni di abusi di alcool e droghe. Lungo le arterie americane la magnifica macchina faceva  sibilare il vento; faceva sì che le pianure si svolgessero come un foglio di carta; staccava da sè l’asfalto bollente che la rispettava; una macchina da re. (Sulla Strada - Jack Kerouac). Nel 1975 insieme ad Allen Ginsberg, William Burroughs e Patty SmithWaits prese parte al pranzo per la presentazione del libro di Ed Sanders Tales Of Beatnik Glory. Barba caprina arruffata, capelli incatricchiati e la bombetta dei jazzmen in testa. Tom Waits fumava come una pentola le ansie di chi, come lui, transitava nei territori che stanno in fondo all’oscurità. 

Una sera Charlie Parker, mentre improvvisava con il suo sassofono suonando ripetutamente Cherokee, un brano di Ray Noble, si accorse che impiegando sulla linea melodica del pezzo gli intervalli  più alti degli accordi e mettendoci sotto delle nuove armonie abbastanza affini, il brano catturava un nuova percezione. Il bebop nacque da questa sua intuizione. Provavo un senso di benedizione dolce, travolgente, come un grosso getto di eroina nella vena principale; come un sorso di vino nel tardo pomeriggio che ti fa rabbrividire (JackKerouac - Sulla Strada)Prima di salire nell’appartamento mi fermai a parlare con il giardiniere della villetta di fronte casa. Un uomo acuto e affabile che mi illustrò alcune caratteristiche della forsizia, una pianta che mi attraeva e a cui teneva molto. Intanto che parlavamo, scrutai il palazzo dove abitavo e mi parve come un dipinto di Edward Hopper, per quell’ aria triste e solitaria che aveva. Al pari del sax di Charlie Parker in Out Of Nowhere. Salendo le scale rimuginai tra me e me che se pure l’avessi chiamata non avrei avuto più niente da perdere. Era inutile macerarsi nell’incertezza, al massimo mi sarei potuto afferrare un sonoro vaffanculo. Lo avevo letto da qualche parte che i dannati non piangono, ma era pur vero che avevo l’anima come mangiata dalla ruggine. Ed allora sarebbe stato meglio morire subito che in una lenta agonia.

Non appena rientrai in casa, accesi lo stereo e misi sul piatto Foreign Affair di Tom Waits.Un disco che porta con sè brandelli di pioggia, destinato a tutti quei pazzi di vita che hanno ricevuto un colpo da ko, ma che, pur traballando, riescono in qualche modo a non cadere. Vecchio figlio di puttana ti sei finalmente messo su questa benedetta strada (Jack Kerouac - Sulla Strada). Canzoni che sono come tante piccole lacrime tra le ciglia, narrate in notti spese alla ricerca di quella cosa che mai raggiungeremo. Ballate dolci e amare, perfette per coloro che si sentono in fuga dal mondo. Preparai delle uova fritte con prosciutto e formaggio e bevvi del vino. Un Nero d’Avola acquistato al supermercato. In Foreign Affairs Tom Waits è un vero vagabondo, in viaggio con la sua signora Fortuna. Ha un ombrello di malinconia aperto sulla testa e insegue a rotta di collo quei sogni selvaggi che crescono ai margini della strada dalle parti di Burma Shave. Ma è anche un bastardo pianista da luride bettole ”dove tutti hanno un piede nella fossa” mentre, avvolto dal fumo di una sigaretta che si consuma da sola nel posacenere, alticcio e stralunato, sussurra alla luna che: L’ossessione è nell’inseguire qualcosa non nell’apprenderla. Nel continuare a muoversi senza riposarsi mai. Presi il telefono e composi il numero di Maddalena.

Dall’altra parte del filo la suoneria squillò cinque, sei volte e poi entrò il bip della segreteria telefonica che mi invitò a lasciare un messaggio. Non mi persi d’animo e recitai: Piccola ti prego non andartene ti chiedo scusa cara. Ho scambiato una bottiglia per una tromba e una cappelliera per una batteria. Ti chiedo scusa cara. Sono dispiaciuto ho perso la testa. Non pensavo davvero le cose che ho detto. Tu sei l’essenza dei miei sogni. Cara ti chiedo scusa(*). Mi addormentai un pò brillo sulla sedia a dondolo, aspettando che mi richiamasse. La mattina dopo, appena sveglio, feci un caffè come si deve e mi affacciai sul balcone. Vagliai che mi sarei dovuto fermare, correvo il rischio di non ritrovarmi più. Ero già sotto la linea di galleggiamento. Udii i passeri cinguettare, sbattei le palpebre e guardai nel giardino di fronte la pioggia di fiori gialli delle forsizie. Me lo aveva spiegato il giardiniere. Queste piante fioriscono con l’approssimarsi della primavera, quando preannunciano l’allungarsi delle giornate e l’aumentare delle temperature. 

Il cielo era di un azzurro nuovo. Mi accesi una sigaretta, e pensai ad alta voce che questa volta sarebbe andata bene.

 Bartolo Federico 



(*) I beg your pardon (da One from the heart - Tom Waits)

martedì 16 febbraio 2016

Il Mio Nome E' Billy Austin



Mentre mi radono i capelli osservo il mio volto stanco e tirato, sono stati giorni duri questi per me. Ho ingoiato sangue e odio e tutti mi guardano come fossi merda secca. Ma sono un uomo, un semplice uomo, che ha cercato riparo mentre imperversava la tempesta. Sono cresciuto in Oklahoma ma sarei potuto nascere in qualsiasi altra parte del mondo. Quando ero piccolo, rannicchiato nel mio letto, mia madre mi accarezzava i capelli e pregavamo il Grande Spirito. Poi spegneva la luce e mi dava il bacio della buonanotte e non chiudeva mai la porta della mia stanzetta, perché sapeva che avevo paura del buio. Crescendo, sentivo tante cose nel mio cuore. Per questo in un diario segreto scrivevo tutto quello che mi passava per la mente. Me lo ricordo ancora, quel quaderno era a quadretti piccoli con la copertina verde ed è stato il mio migliore amico per tanto tempo. Non mi ha mai tradito. L’ultima volta scrissi che da grande volevo andare dove splende il sole, anche se è la pioggia che fa crescere i fiori.


Quando conobbi Esmeralda, fu subito amore. Lei era tutto per me ed io ero tutto per lei. Facemmo l’amore per la prima volta nel granaio in mezzo alle galline. Nessuno dei due sapeva che fare. Provammo vergogna come due bambini, ma ci arrangiammo e fu bellissimo. Avevo sedici anni è il mondo mi rideva, portavo collane e bracciali, avevo i capelli lunghi e scrivevo canzoni. Mio zio Tom, il mio vecchio zio, mi aveva regalato una chitarra Stella che un marines gli aveva venduto quando dovette partire per il Vietnam. Ora quell’uomo è tornato, non suona più la chitarra e abita sulla collina dove coltiva marijuana. Lo zio mi insegnò a suonare le canzoni di Hank Williams, il rock’n’roll e il blues di Mississippi John Hurt. Ma a me piaceva cantare le canzoni che scrivevo, anche se erano storte e sgangherate come diceva lui. Ogni tanto i miei mi permettevano di esibirmi davanti a loro nel cortile di casa. C’erano ancora i miei nonni, si beveva birra e mangiavamo lo stufato di montone. Bei tempi quelli, si proprio bei tempi.

L’amavo la mia Esmeralda, l’amavo con tutto me stesso. Tutti i giorni mi alzavo e andavo a lavorare in un officina meccanica. Avevo le unghie nere e puzzavo di benzina, ma mi piaceva aggiustare le moto, era il mio regno ed ero felice. Il capo mi trattava con dignità e anche i clienti avevano imparato a rispettare un indiano Cherokee. Il sabato, quando il buio calava sulla città, ce ne andavamo in giro abbracciati, lei si metteva il vestito rosso e si agghindava i capelli. Le luci al neon illuminavano i nostri sogni, ero un vero romantico con la mia ragazza di campagna. Le tenevo la mano e le compravo sempre una rosa rossa da Willy il fioraio che aveva i fiori più belli dell’Oklahoma. Non le promisi mai nulla perché le promesse di un uomo sono le menzogne di un altro. Avevo tutto scritto negli occhi. Ringrazio sempre la buona stella che mi ha dato lei. Ecco guarda ho le sue iniziali tatuate sul braccio.


Ero solo un ragazzo, un ragazzo normale che voleva vivere la sua vita. Volevo costruirmi una famiglia come mio papà aveva fatto con la mia mamma. Non m’interessava diventare ricco, ma avrei fatto del mio meglio per renderla felice, prendendomi cura di lei e dei nostri bambini. Quando ci sposammo, ci recammo in macchina in Nebraska a trovare dei suoi cugini. Sulla strada sognai molto e ci intendemmo meglio. Quel giorno le nuvole in città erano nere e gonfie d’acqua, ma in seguito il tempo fu bello che arrivammo d’un fiato. Fu in quel viaggio che lei restò incinta di nostro figlio. Se non ero troppo stanco, alle volte suonavo con il mio amico Steve a cui piacevano le mie canzoni. Tutte quelle che ho scritto quando mi hanno arrestato le ho regalate a lui. Durante un colloquio mi guardava e singhiozzava come un bambino. Non c’è giustizia in Oklahoma disse.


Una sera tornando da lavoro mi fermai in quella stazione di servizio come avevo fatto un centinaio di volte per prendere delle birre. Il ragazzo del banco giaceva a faccia in giù sul pavimento in una pozza di sangue. Invece di girarmi e scappare, feci quello che ogni buon cittadino americano avrebbe fatto: aspettai che arrivasse la polizia. Quando giunsero, mi guardarono e solo perché ero indiano, dissero che ero stato io a sparare e mi arrestarono. Al processo il giudice mi condannò a morte non avevo i soldi per difendermi. Il mio avvocato d’ufficio alzò le spalle, chiuse la valigetta, girò i tacchi e se né andò. Fu un gioco fin troppo facile gettarmi in questa cella per nove lunghi anni, dove ho incontrato solo poveri e negri e non tutti colpevoli. Questa è la mia ultima ora. Il prete è venuto a prendermi. La guardia mi ha legato i piedi e le mani con le catene e sta gridando, mentre apre la cancellata, che sono un “Uomo morto che cammina, un uomo morto che cammina”. Ma chi siete voi per giudicare con certezza che un uomo è colpevole.

Mi chiamo Billy Austin, ho 29 anni, sono nato in Oklahoma e vengo dal quartiere Cherokee.

Bartolo Federico