lunedì 25 aprile 2016

Bollettino Delle Emozioni 7 (al bar da Gino)

Da sotto il lenzuolo ho tirato fuori un braccio, e ho girato gli occhi per accertarmi dove mi trovavo. Volevo capire se ero sveglio, o se stavo ancora sognando. Ero sempre nello stesso posto, nella medesima stanza costatai guardando la luce che filtrava dall’imposta. Mi sono messo seduto sul bordo del letto stiracchiandomi, mentre con la mano sinistra mi sono aggiustato le palle dentro lo slip. All’idea di come si sarebbe svolta la mia giornata, mi sentivo già scoraggiato, ma non avevo altra scelta. Anche oggi tra un cumulo di falsità e secchiate di merda, me la dovevo cavare, resistere, tenere duro. Era come fare un secondo lavoro, oltre a quello che da precario voucherizzato (grazie Tito) facevo per una ditta di pulizie. Una fatica boia. Indossai l’accappatoio e andai in cucina, dove la zia Amalia aveva già preparato la moka. Mi versai il caffè rimasto dentro una tazza da latte, aggiungendoci un cucchiaino di zucchero. Anche mia madre beveva caffè in una tazza da latte. Guardai fuori dalla finestra, ma non c’era niente da guardare. Così posai la tazza nel lavandino pensando che mi sarei sdraiato nuovamente. Tanto i miei treni non sono mai passati, e mai transiteranno. Ma anche questa è acqua passata. Alle sei e un quarto del mattino, nel bel mezzo di quei pensieri la voce acuta della zia Amalia mi fece trasalire: Ehi Bart, non credi che siano tutti un po’ strani quelli che vivono di sogni. Non le risposi e corsi verso il bagno. Mentre mi lavavo, guardai la mia faccia allo specchio. Ho un viso bizzarro, lungo e squadrato. Ma non sono matto. O almeno credo. Cioè non sono come tutti immaginano che siano i matti. Sono solo sospeso nel vuoto, vacillo e mi sta sui coglioni un bel numero di genti, questo lo devo ammettere. Ultimamente ho anche l’umore di quelli che sono stati lasciati da soli in mezzo alla strada, a combattere la guerra infinita per la sopravvivenza. Ma in fondo in fondo sono un tenero di cuore, come Hank. Mi piacciano i vagabondi e le puttane, che sono molto meglio di certe femmine che incontro per la strada. I poeti e i musicisti. Non tutti ovviamente. Ma credetemi non ho mai fatto veramente nulla per arrivare, per avere successo. Voi lettori che avete arguzia e mestiere, fateci caso come il mondo continua a scannarsi per nulla, per le solite cazzate. I soliti conflitti che ci portiamo dietro da millenni. Si sa, l’ignoranza non va educata. Gli scapperebbe il mondo dalle mani, a questi politicanti da strapazzo. A questi business man. Ci sono guerre interminabili sparse per il pianeta, con la complicanza che c’è molta più gente disposta a uccidere, che a vivere in pace. Mettetevelo bene in testa una rivoluzione non scoppierà mai. Passeremo da un governo a un altro, da una troia di regime a un'altra, e niente muterà. I poveri resteranno poveri, gli emarginati creperanno in mezzo alla strada, e gli intellettuali continueranno a non capire una beata minchia. E’ assai buffo tutto questo, come il bimbo-strillo di Palazzo Chigi. Un tipo dotato solo di favella, tormentato dai foruncoli, ma che si crede rivoluzionario. Come Vauro. Siamo belli e fregati. Statene certi.

Nella mia stanza mentre mi vestivo, ho messo il disco di William Harries Graham, The Painted Redstarts un figlio d’arte, che suona un rock diretto e senza troppi fronzoli. Uno che in She’s Got canta in duetto con Alejandro Escovedo. Un altro sbandato di quel mondo musicale che se non indovini una hit, o ti prostituisci al meglio, ti relega in un angolo oscuro. Ho spento la sigaretta nel water e ho alzato il volume. La musica mi ha strappato un sorriso, e mi ha reso felice della mia modesta vita. Mi hanno ipnotizzato queste canzoni con il loro feedback, da bassifondi del rock. Un suono che mi riporta senza alcun vero motivo, a quel romanticismo della New York notturna di fine anni settanta. All’innocenza perduta, in un lembo di cielo. Ecco c’è un mondo sotto il mondo. Dalla porta della stanza la sagoma rinsecchita della zia Amalia come uno spettro, fa la sua comparsa. Grida di togliermi dai coglioni al più presto. C’è qualcosa di vero in quel che dice.

Me ne sono andato a lavoro. Quando sono arrivato, ho messo i tappi nelle orecchie, perché non avevo nessuna voglia di ascoltare i lamenti dei miei colleghi. Ho pulito da cima a fondo tre condomini, canticchiando “Foreign Fields”. Sono vittima di me stesso, della mia immaginazione, della mia nostalgia. Non né uscirò mai, pensai. Un tipo grasso ha aperto la porta di casa e mi ha scrutato con circospezione. È uscito e ha richiuso la porta dietro le sue spalle, dando tutte le mandate alla serratura. Con indifferenza ha sceso le scale che avevo appena lavato. E’ tutto un fallimento. Pensano che si possa risolvere qualsiasi cosa con una legge, con la forza. Sistemando nelle patrie galere quanta più gente possibile. Forse dovrebbero pensare a costruire scuole, a formare nuovi maestri, a generare rispetto. A offrire delle possibilità. A rendere la vita piacevole per chiunque. Ma non fanno altro che cacciare i poveri nei ghetti, facendoli vivere di carità, abbrutendoli, lasciandoli soli e smarriti. È dannatamente piacevole il potere, che non abbassano mai gli occhi per la vergogna. Il resto sono Eresie come canta Alessandro Sipolo, un musicista cui piacciano le voci di Tom Waits e Eddie Vedder, e questo vi dovrebbe bastare per fare la sua conoscenza. Tra Respirare e Vivere, si muore di ciò che non si è stati. Ma forse non siamo veri. Siamo solo fantasmi che vagano per le strade. Ma se rinasco giuro che me ne starò con i piedi piantati per terra. Bevendo birra scura, farò scoregge a più non posso. In barba a chiunque.

La vita ci rende matti, alle volte anche stupidi. La sera dopo cena mi sono aperto una birra, e mi sono seduto ad ascoltare un po’ di musica. Quando il telefono inizia a squillare. Dopo un attimo di non so che fare, alzo la cornetta.

”Bart?”
“Si”
“Toni”
“Ciao Toni”
“Hai impegni sabato prossimo?”
“Pensavo di vederci da Gino.”
“E da un po’ che non si sta insieme”
“Si è da tanto”
“Allora che fai vieni?”
“Beh non so… certo”
“Ci vediamo al bar allora.”
“Va bene poeta”
“Notte.”
“Notte a te.”

 Mi sono finito la lattina, e ne ho aperta un’altra.

E’ di notte che accadono le cose più strane. È di notte che mi sento fragile, e ho il delirio e la febbre, e cerco una cura per la mia solitudine. Come chiunque altro che invecchi. Peter Wolf non è stato un Rolling Stones solo perché c’era già Mick Jagger. Ma se rinasce, lo diverrà di sicuro. Le canzoni di “A Cure for Loneliness” t’incantano e t’inquietano, strisciando come i blues nei sotterranei dell’esistenza. Uno di quelli Peter Wolf che ha attraversato tutto il rock’n’roll migliore, mandando in estasi una banda di falliti, che nella musica ha trovato il coraggio. Un’avventura alla volte paurosa la vita, specie quando sei giovane e inesperto. Ma dove puoi godere alla grande. Basta starci sopra, dargli uno spintone e ripartire zigzagando. Ho guardato la zia Amalia dormire davanti alla tivù. E’ tutto quello che ho mia zia. Anche per lei io sono tutto quello che ha. Che strano. Mi sono messo a scrivere nella penombra. Ascoltando una canzone di Elliott Smith. Bevi baby, guarda le stelle. Ti bacerò di nuovo tra le sbarre. Dove ti vedrò lì con le mani nell'aria. Aspettando di essere infine catturata. Bevi ancora una volta e ti farò mia. Ti terrò staccata, nel profondo del cuore. Separata da tutto il resto, dove mi piace vederti. E conserverò le cose che hai dimenticato.( Between The Bars-)

E’ morto Prince. Almeno lui ha goduto in questa vita. Come Bowie. L’altro giorno un geometra disoccupato è crepato come muoiono gli scarafaggi, nel chiuso di un garage affittato per cinquanta euro, dove viveva da circa un mese. Dormiva su un materasso messo in terra, senza luce e acqua. Ma l’Italia è ripartita, ripete in ogni occasione il bullo. Sarebbe il caso che qualcuno lo prendesse sottobraccio e gli dicesse: figliolo, scendi giù sulla terra. Qui ci sono persone senza soldi, derubati dalle banche che tu proteggi, dai petrolieri che tu aiuti. Dal Jobs Act che ha creato migliaia di nuovi precari. Buono solo per i Rondolini sparsi nelle varie testate giornalistiche, che mentendo possono gongolarsi nel circo mediatico che la tua azione governativa ha portato nuove assunzioni. Sarebbe ora che tu levassi le tende, e te ne tornassi a fare il boy scout. Mi sono messo a sognare un po’ di giustizia per chi non ha amici potenti, per chi ha il coraggio di non piegarsi alle logiche di quest’Italia di raccomandati leccaculi. Gli unici colpevoli del suo decadimento morale ed economico. Oggi è domenica e sto scrivendo ancora su questo foglio bianco, quando invece avrei solo voglia di ubriacarmi. Non provo rancore per alcuno. Neanche per tutte le occasioni che non sono mai arrivate. Desidero solo essere lasciato in pace. L’aria è ritornata fresca, la calura degli ultimi giorni è svanita. E anche le mie speranze. 

Se avete voglia di farvi un giro nella musica americana che va da “The Band” a “Graham Parson” fino ai grandi suoni del sud di “Delaney & Bonnie & Friends” procuratevi il doppio cd dei Continental Drifters- Drifters: In The Beginning & Beyond. Un disco ricco d’immagini, di passione, d’amore. Ci scorgerete case abbandonate, pioggia e polvere, bottiglie di birra, slot machine, cassette postali, e anime semplici. Musica che vi porterà fino alla frontiera, giù nella valle solitaria. È come se raccattaste il vostro cuore, gli anni e le illusioni di quella fottuta giovinezza, che non c’è più. Ma queste canzoni non sono un territorio di sconfitte, servono solo per ricominciare ad andare. Ancora.

C’è buona gente sparsa nel mondo. Basta cercarla, annusarla, come i fanno i cani. Ci sono anche un mucchio di figli di puttana, cialtroni, e pezzi di merda. Io non ho ancora imparato molto cerco solo di non farmi fregare, non escludendo più niente a priori. Come facevo un tempo. Il mondo però è in mano a un pugno d’idioti. Ma voi non fate caso a quello che dico. Forse dentro di me c’è dello spirito di vendetta, e ho le idee confuse. Mi sono fermato un attimo e ho acceso un’altra sigaretta. Ho guardato la pagina e mi sono chiesto se era il caso di continuare. Mi sono alzato e ho preparato il caffè. Che ho bevuto in una tazza da latte. Come faceva mia madre.


Bartolo Federico.

domenica 3 aprile 2016

Cianfrusaglie Al Cheap Hotel



In questo teatro d’ombre, c’è un barbone che piscia sul marciapiede con una sigaretta accesa tra i denti. E altri che lentamente cercano di morire. Che poi è quello che facciamo tutti. Al Cheap Hotel stanno suonando dei blues di Blind Willie McTell, e Lemon Jefferson. Nella stanza 307 c’è un uomo in preda al panico, che si lacera, geme, ride e piange, imprecando alla luna. Uno che è andato in fallimento perché era troppo interessato alla sua bottiglia. Che è entrato nella pioggia, e non è venuto più via. Nei bassifondi della città ci sono un mucchio di sogni lasciati sull’asfalto, bruciati insieme ai gas di scarico di una Old 55. Un luogo perfetto per chi si è perduto per strada, su un treno della notte, o nelle braccia di Ruby. Non basta andare a tempo, se non hai di cosa cantare. Dead End Blues tirò un boccone dalla sigaretta, e gli arrivò anche un nugolo di polvere e aria viziata. Il mal di testa cominciò a serpeggiargli. Un grido lungo e solitario spezzò la notte, che se ne stava smorta e ingiallita, appesa nel cielo a dondolare. Anche John Campbell aveva le orbite degli occhi che gli divoravano il volto, e suonava come se avesse lui tutti i peccati del mondo. Ti strappava la pelle e l’anima, quando passava il ditale sulle corde. E se provavi a rannicchiarti in qualche rifugio segreto, sapeva scovarti e sbatterti con le mani dietro la schiena. Si accese un’altra sigaretta. Tutti deliriamo poca puttana, anche Abalone Earrings che sembra uscita dai solchi di Heartattack And Vine. Non c’è via d’uscita da queste canzoni. Guardò la bottiglia vuota e si alzò dalla poltrona. Ricadde sprofondandoci. Ovunque si vada il blues ti tiene intubato, intrappolato nella sua tela. Tormento e dolore. Ho il blues e sono troppo cattivo per piangere, ho il blues e non mi posso accontentare. All'area di servizio dove fece il pieno, l'orologio segnava le nove. Quando riandò il motore rombò convincente. Era tutto a posto adesso. Gettò la cicca dal finestrino, e gli sembrò di sentire nei brontolii dei tuoni, anche il crepitio del suo cuore. E quel boato finale gli parve come una botta di vita, un applauso. Lungo e maestoso. La luna sghemba che era spuntata all'incrocio del cielo, adesso faceva compagnia a una nuvola solitaria. E a tutti quei ragazzini malinconici, che non dicono mai le preghiere. Ci vuole sempre un uomo triste per cantare il blues. Al Cheap Hotel.

Bartolo Federico










sabato 2 aprile 2016

Uomo Del Silenzio


Che ti succede? Nulla. Avevo solo voglia di starmene sulla strada. Così' mi sono messo tranquillo sulla mia macchina, con quell'aria divina, da perfetto babbeo. Comunque sia è sempre una piacevole sensazione allontanarsi, essere trasportati in un sogno. Anche se alle tre del mattino,resto un solitario guidatore.