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L’indolenza da troppo tempo mi ha sopraffatto, tanto che ho imparato a mentire, a dire corbellerie solo per accontentare il mio interlocutore di turno e sono diventato bravo a recitare la mia parte con il mondo, ma sono solo un vigliacco in cerca di una scappatoia, una nullità nel niente assoluto. Cazzo! Dove sono finiti i miei tremolii, le mie vertigini che mi hanno salvato tante volte da quel vuoto? Dov’è quel morso che mi ha sempre spinto oltre senza guardare, senza pensare a ciò che sarebbe accaduto. Dove sono finite quelle notti in cui farfugliavo ubriaco il mio orgoglio a basso prezzo tenendomelo stretto sul cuore? Avevo gli occhi rivolti al cielo in cerca di certezze. Avrei voluto un lavoro sicuro, ma era come se chiedessi a quella luna a forma di panino di scendere giù per farci un picnic. Era veramente chiedere troppo ad un mondo che ti spezza le reni se solo provi a fermarti o ad uscire dal gioco. Lui con i suoi ingranaggi ti stritola, ti centrifuga e neanche ti guarda mentre muori, senza più rabbia, inebetito e disperato.
Non
c’è che dire, sono veramente messo male. Ci avrei bevuto volentieri su,
ma dovevo risparmiare anche in questo per tirare avanti. In tasca
tenevo quel biglietto per il concerto di un emerito sconosciuto, un
certo James Maddock, che mi era stato regalato da un altro emerito
sconosciuto alla fermata della metropolitana. Il tipo se ne stava
accanto a me, seduto ad aspettare, quando ad un tratto si girò e,
allungandomi il ticket, mi disse: “Prendilo tu, non posso proprio andarci a questo concerto, ma ne vale le pena
” . Senza che mi rendessi conto di cosa stesse capitando, lo afferrai
al volo, proprio mentre giungeva il metrò. Fu un attimo e ci perdemmo
nella calca. Disorientato da quel gesto, restai lì fermo e alzai le
spalle guardando un uomo grassoccio e dalle gambe storte suonare
l’organetto. Dato che avevo bisogno di quattrini provai a venderlo quel
ticket, ma non mi fu possibile. Così decisi di vederlo, quel concerto.
In fin dei conti la musica era l’unica cosa che mi teneva vivo da quando
ero sprofondato nel buio della mia non esistenza.
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C’è
sempre un limite a tutto, pensai mentre tornavo a casa, anche a
compiangersi. Certo ero invecchiato e nulla era più come una volta, ma
mi sentivo a mio agio a stare per strada, mentre le ombre mi avvolgevano
e la notte colloquiava pensosa con i suoi fantasmi. Il tempo mi aveva
ricoperto di acciacchi e malinconia, ma quella sera l’angoscia che mi
turbinava il cuore l’avevo messa sotto i tacchi delle mie scarpe di
camoscio nero stile inglese demodé. E vaffanculo se quelle stelle sulla
mia testa mi pareva che fossero come pertugi dell’anima di tutti quei
sognatori che non avevano smesso di fare la rivoluzione! E pazienza se
certe canzoni avevano ancora il potere di ferirmi come un bambino privo
di anticorpi o, cosa ben peggiore, come un innamorato privo di barriere
protettive! No, io a quella notte gli avrei preso tutto il calore
possibile, la sua smisurata dolcezza, la sua sensuale esaltazione, la
sua ruvida sciatteria e lo avrei fatto camminando a suo fianco, in punta
di piedi per non disturbare nessuno.
Bartolo Federico
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