mercoledì 31 dicembre 2014

Angeli Solitari


Stamattina quando mi sono svegliato stava nevicando. Ho guardato fuori dalla finestra, è ho desiderato il sole accecante, il caldo e l'afa. Per tanti di noi, non è più' una vita tranquilla. Qualcuno dormendo per strada, è morto di freddo stanotte. Ma questa sarà soltanto una notizia di secondo piano, che non farà male a nessuno. I giornali parleranno come sempre del nulla, dedicando pagine a quel tigrotto di Mompracem, che è venuto a liberarci da tutti i mali. Daranno spazio al discorso di quel re, che sta per lasciare il suo trono. Finalmente dirà qualcuno di voi. Lo dico anch'io. Ma non sarà una liberazione. Qualcuno peggiore è pronto a prendere il suo posto. Tutto si è già svolto in perfetto silenzio, e a nostra insaputa. I poliziotti americani uccidono i negri come fossero cani, e nessuno fa niente perché tutto questo finisca. Neanche quel pallido Presidente, muove un dito. E' troppo preso dalle sue partite di golf. Il mio mondo non è migliore il prossimo anno. I miei amici poveri, sfruttati, senza tetto, esodati, cassaintegrati, ubriaconi, perdenti, falliti, sognatori, romantici e fottuti, resteranno tali e quali. I miei blues, suoneranno ancora strazianti e clandestini. Si adageranno sul bordo della strada, con la stessa rassegnazione di sempre. Forse ci dovremmo fermare tutti quanti in un botto, e capire dove cazzo stiamo andando, che cazzo sta accadendo. Ma non lo faremo mai. Abbiamo smesso di badare, e guardare la strada. Continueremo noncuranti a parlare di rock, di figa, di cinema, di arte, di bellezza, salutando il tutto con qualche ululato, e un bel brindisi. Dopo ce ne staremo con gli occhi incollati su un monitor, imprigionati nelle nostre case, nel tentativo di sbirciare quello che non c'è. Nonostante tutto, nonostante i miei deliri,voglio ringraziare tutti quelli che sono passati da questo blog, e che mi hanno letto nell'anima. Grazie a tutti voi, che in un modo o nell'altro, mi avete fatto compagnia. Buon Anno

Bartolo Federico

venerdì 26 dicembre 2014

Al Crocicchio (con gli amici del diavolo)

Bene, ho lasciato casa mia e me ne sono andato per la strada rurale. Ho detto ai miei amici che me ne andavo in giro senza meta. Ho gli "honky tonk blues" i tristi "honky tonk blues" Oh Signore, li ho, ho gli "honky tonk blues" (Honky Tonk Blues - Hank Willams 

Guidavo senza sosta con il gomito appoggiato al finestrino. L’auto andava che era una meraviglia, intanto che il vento alzava nuvole di polvere bianchiccia. Bevvi un sorso d’acqua e infilai un cd nell’autoradio. Non appena la musica venne fuori, mi sentii al sicuro dentro le canzoni di Blind Willie Mc Tell. Nonostante quei blues fossero cantati con toni scuri e ruvidi e all’improvviso si impennassero in falsetti che mi turbavano, le sue canzoni parlavano di speranza che non capitolava mai, neppure di fronte alla sfortuna più nera, di quella determinazione che occorre sempre per affrontare i periodi più duri cui la vita ci mette al cospetto. Mc Tell era uno zingaro, un vero vagabondo. Per lui il richiamo della strada era qualcosa di irresistibile. Pur se cieco, era sempre in movimento, all’inseguimento di quella cosa che mai nessuno raggiungerà. Hot Shot Wille, Georgia Bill, Pig’n Whistle Red e Blind Sammie erano i suoi fantasmi che utilizzava per incidere e aggirare gli obblighi contrattuali con le case discografiche dell’epoca, dato che era anche un autore prolifico. Ma pur celandosi, il suo stile restava unico e riconoscibilissimo. Per tutto il giorno lavorano duro finché il sole non tramonta. Lavorano sulle highways e sulle stradine. E con cipiglio minaccioso. Li senti gemere per la loro vita che passa. Allora senti qualcuno dire... E' il suono di uomini ai lavori forzati E' il suono di uomini ai lavori forzati (Sam Cooke - Chain Gang)

Nel cielo del mattino, avevo ingranato la marcia indietro dei ricordi e sotto un sole cocente un po’ di nostalgia mi sbucciò gli occhi. La notte l’avevo trascorsa nel buio di una squallida stanza di un fottuto motel che avevo trovato lungo il tragitto. Un posto senza clienti che costava poco. Buono per chi non si attende più nulla dalla vita. O per chi non ha più voglia di parlare. Manco con se stesso. Correvo in auto e mi chiedevo come fossero state quelle strade polverose, percorse da quell’esercito di pezzenti di cui anche il giovane cieco Mc Tell faceva parte e che, come tanti altri, percorreva per unirsi agli spettacoli itineranti dei medicine show. Era davvero bravo a spostarsi, nonostante il suo handicap. Suonava ovunque capitasse i suoi blues che poi divennero assi portanti del rock. Statesboro Blues ne è un esempio. Gli Allman Brothers ne fecero una versione stupefacente. Ma anche Mama,Tain’t Long For DayThree Women Blues e Broken Down Engine Blues lasciarono il loro segno indelebile. Era un esploratore della chitarra dodici corde. Lo strumento non aveva segreti per lui. Sapeva usare benissimo le accordature aperte e il suo repertorio abbracciava svariati stili che andavano dal ragtime, al folk, alla ballata popolare. E, come gran parte dei musicisti girovaghi di quel tempo, sapeva adattarsi alle richieste del pubblico. Il cielo sulla mia testa mi sembrò una prateria con tutte quelle piccole nuvole a pecorella che giocavano a rincorrersi. E m’immaginai per un attimo che goduria sia stata per tutti quelli che lo incrociarono, magari in compagnia del suo compagno di viaggio, il texano Blind Willie Johnson, per le strade di un America che è andata via via sbiadendosi. Beh, ho sentito cantare il gufo. Mentre stavano smontando le tende. Le stelle lassù, gli alberi spogli, erano il suo solo pubblico. Quelle ragazze zingare di carboncino, sanno muovere bene le loro piume. Ma nessuno sa cantare il blues. Come Blind Willie McTell .(Bob Dylan)

Certo, tutti più o meno siamo stati innocenti una volta. Poi il tempo ha fatto il suo corso e ci ha cambiato ferocemente. Me ne andavo vagando in un posto sperduto, lontano da tutto e da tutti, e mi sentivo come se il mondo di cui facevo parte non mi appartenesse. Mi fermai per una sosta. Comprai un panino e bevvi acqua frizzante ghiacciata. Presi anche un caffè. Ci voleva una volontà di ferro per proseguire con tutto quello che stava accadendo. Ma avrei di gran lunga preferito essere un viaggiatore furtivo, uno di quelli che dormiva in spiaggia nel sacco a pelo e al mattino se ne andava cercando la linea ferrata per saltare sul primo treno che passava. Il treno merci è stato quello che mi ha insegnato a piangere Il grido del macchinista è stata la mia ninna nanna Ho il blues del treno merci Oh cara, ce l'ho sulla cima delle mie scarpe vagabonde. E quando suona il fischio, devo andare bimba, lo sai beh, sembra che non mi passerà mai quel blues del treno merci (Freight Train Blues - Traditional) Avrei voluto incrociare sguardi ed emozioni che mi assomigliassero, ma in quel posto non c’era più nulla. Mi rimisi in macchina e me ne andai così come ero venuto. Senza fretta.

Se davvero vuoi imparare a suonare e scrivere canzoni – diceva Tommy Johnson – devi andare da solo a mezzanotte a un crocicchio. Un enorme uomo nero arriverà, prenderà la chitarra e suonerà un brano.Bere era sempre stata la sua ossessione e quando non trovava il whiskey riusciva a mandare giù qualsiasi cosa, anche l’alcool denaturato o il lucido da scarpe a base alcolica. Tommy aveva fraternizzato con il diavolo o, forse, era lui stesso un demone e bruciava dentro quel fuoco in cui poi molti protagonisti del rock finiranno. Vederlo suonare dal vivo era sconvolgente. Si dimenava come posseduto, cantando con una voce drammatica e intensa i suoi blues indemoniati. Anche lui, come Charlie Patton con cui aveva condiviso alcune esibizioni, suonava la chitarra dietro le spalle. Ma non era per niente ossessionato dalla tecnica. Gli bastava semplicemente far venire fuori il suo boogie woogie maligno, per graffiare a sangue l’anima. Per sempre. Di questo passo all’inferno ci finirò io pensai, dando fuoco a una cicca. Era già il crepuscolo, e la quiete era assoluta. Non so più cosa voglio o forse non l’ho mai saputo. Ma ci sono cose che ti piovono addosso, e che devi accettare supinamente. Hai voglia a scuoterti come un tarantolato, cercando di mandarle via. Si portano con sè anche quel po’ di magia che possedevi. Ed allora ti rendi conto che è stato il mondo a prenderti a calci nel culo, e non viceversa. Cosi smetti di credere. Mentre tenevo gli occhi fissi sulla strada avrei voluto che piovesse. Ma cercai un indizio per non capitolare. E mi chiesi in quale cazzo di direzione era mai la terra promessa. Esiste un posto, così mi han detto, dove ogni strada è lastricata d'oro ed è appena al di là del confine. Quando sarà il tuo turno c'è una lezione che dovrai imparare che puoi perdere più di quello che mai potrai sperare di trovare. E quando avrai raggiunto quella terra di promesse infrante, tutti i tuoi sogni ti svaniranno tra le mani saprai che è troppo tardi per cambiare idea. Hai pagato il prezzo per esserti spinto così lontano. Resterai dove sei e sarai ancora al di là del confine. (Across The Bordeline – Ry Cooder, John Hiatt, Jim Dickinson)

Il fantasma William George Tucker nasce il 14 novembre del 1905 a Henning in Tennessee. Nello stesso anno di Arthur “Big Boy” Crudup. Quel giorno, suo padre mise delle ciotole sul davanzale della finestra e raccolse la pioggia. Più tardi con quella stessa acqua lo battezzarono. Fu in quella circostanza che si accorsero di quegli strani graffi scarlatti che aveva sul petto.Una zingara disse a mia mamma, il giorno in cui nacqui, "Oh, sta per arrivare un maschietto. Oh Signore, sarà un vero diavolo (Hoochie Coochie Man - Willie Dixon). Nessuno di noi può prevedere il proprio destino, ma quello riservato a William George Tucker fu davvero spietato. A quel tempo quando nascevi nel Delta del Mississippi, la musica ti veniva servita sin dalla prima poppata. Ben presto William imparò a tenere una chitarra in mano e con questa si esibiva alle feste, nei bordelli e per strada. Nella prima metà degli anni trenta arrivò a suonare con John Lee Williamson (Sonny Boy I) e Sunnyland Slim il suo blues rozzo e primitivo, ma pieno di pathos e cantato con una voce sgraziata che toccava nel profondo. Le cose sembravano andare per il meglio, ma quei segni che il diavolo gli aveva lasciato sul petto erano premonitori. In circostanze che resteranno per sempre oscure venne accusato dell’assassinio di un uomo bianco, tale Mr. Charlie. Sapendo bene che il giudizio sarebbe stato scontato fece perdere le sue tracce per diventare un vero spettro. Ricomparve dopo qualche anno a Chicago con una nuova identità, facendosi chiamare John Henry Barbee.

Si esibì sui marciapiedi di Maxell Street in compagnia di altri randagi e della sua fedele sei corde. Ma per sopravvivere dovette svolgere i lavori più umili, convivendo sempre con la paura di essere riconosciuto. Paura che lo smantellò irrimediabilmente nel fisico e nell’animo. Durante il blues revival degli anni sessanta fu riscoperto e incise per l’etichetta di Victoria Spivey. Andò anche in Europa a suonare a seguito dell’America Folk Blues Festival. Ma il diavolo volle il saldo.Ho due ragioni per piangere tutte le notti solitarie La prima si chiama Sweet Anne Marie ed è la delizia del mio cuore. La seconda è la prigione, bimba, lo sceriffo è sulle mie tracce e se mi raggiunge passerò tutta la mia vita in cella (Friend Of The Devil- Garcia-Hunter-Dawson). Perdutamente alla deriva, una sera restò coinvolto in brutto incidente d’auto. Quest’evento cagionò un effetto devastante su di lui tanto che lo indusse a costituirsi per dimostrare finalmente la sua innocenza. In carcere, in attesa del processo, si sentì male. Un’ambulanza lo caricò per trasportarlo all’ ospedale ma morì d’infarto durante il percorso. C’è solo un album che testimonia la sua umanità, Portrait In Blues vol 9,che è la colonna sonora di tutti quei fantasmi che come lui non hanno mai avuto giustizia. Il suo blues è disperato, drammatico, carico di dolore lacerante come solo questa musica può esserlo, quando sgorga direttamente dal cuore. Sono nato vicino al fiume, in una piccola tenda, e come il fiume ho sempre corso E' passato tanto, tanto tempo, ma so che ci sarà un cambiamento, oh sì ci sarà E' stato troppo difficile vivere, ma ho paura di morire. Non so cosa c'è lassù in cielo E' passato tanto, tanto tempo, ma so che ci sarà un cambiamento, oh sì ci sarà (A Change Is Gonna Come - Sam Cooke).

Ero li da solo e guidavo su quella strada tortuosa e solitaria. Con i miei sogni raggrinziti che sentivo, anche se stancamente, pulsare e quel vuoto immenso dentro di me. Imboccai la statale e oltrepassai un ponte. Udii il rumore del traffico venirmi dinanzi. Non riuscivo ad essere in pari con me stesso, era questa la verità, il fatto di essere stato più e più volte ferito aveva cambiato la mia prospettiva, la mia visuale delle cose. Avrei dovuto trovare un posto dove stare. Con il finestrino abbassato, il caldo afoso mi ansimò in faccia. Una farfalla volteggiò nell’abitacolo. Le farfalle simboleggiano il calore dell’estate. I sacerdoti Zuñi usano mettere le farfalle nere dentro i tamburi in modo che il loro suono porti al delirio gli ascoltatori. Proprio come i blues. I miei maledetti blues. Metto in valigia i miei vestiti ed inizio la mia fuga Sono nei guai, tesoro, sono in viaggio Non riesco ad essere soddisfatto Ma proprio non riesco a smettere di provarci (I Can’t Be Satisfied - Muddy Waters)

Bartolo Federico
Tratto Da Viaggiatori Nella Notte

martedì 23 dicembre 2014

Malato D’Amore Blues

Quella piccola notte si era infilata in un'altra più grande. Fuori in strada c’era freddo e silenzio. Fu così che Nora mi sussurrò in un orecchio: ci si sbaglia sempre a giudicare il cuore degli altri. Mi girai verso di lei e la fissai per un lungo istante dritto negli occhi, ma non sapendo  cosa dire restai in silenzio. Di sicuro a quel punto della mia esistenza non pretendevo da nessuno di essere consolato e, per di più, non mi sentivo vulnerabile negli affari di cuore. Le miserie più intime, quelle che raccogliamo nel carrello della vita, le spingevo benissimo da me. Forse  in un attimo di compassione umana, lei cercava il modo migliore per non ferirmi. Per dirmi che voleva andar via, che si sentiva soffocare, che rivoleva la sua libertà. Insomma era pronta a dirmi le solite bugie, quelle che si raccontano quando semplicemente non si ha più voglia di farsi scopare. Ma io ero già pronto, al riparo da tempo. Da quando un giorno ero scivolato nel buio guardando la pioggia cadere. Da allora non esigevo più nulla dal genere umano. Avevo imparato a resistere, senza un singhiozzo, senza una parola, senza un sorriso, senza niente. Troppe volte c’ero cascato e il risultato era stato quello di ridurmi in un colabrodo. Facevo acqua da tutte le parti.

Si era tirata il lenzuolo sotto le braccia e nella penombra mi scrutava come fossi un animale braccato a cui stava dando la caccia. Ai piedi del letto c’era una scatola di cioccolatini ancora intatta. Erano del tipo con il liquore e la ciliegia dentro. L’aprii e ne mangiai uno. Sentivo un leggero fastidio ad essere osservato in quel modo, ma continuai a non dire nulla. Aspettavo paziente la sua prossima mossa. Certo, nel frattempo avrei potuto rimestare in quelle ceneri spente, cercando di attizzare la vecchia brace. Ma a cosa sarebbe servito? Allungai la mano sul comodino e presi il telecomando dello stereo. Pigiai il tasto del play e feci partire il cd. Hank Williams ,The Lost Concerts, iniziò a suonare. Quelle canzoni le conoscevo a memoria .Un tempo le avevo anche arrangiate, suonate e cantate con la mia Gibson J-45, in una versione folk- punk in stile Violent Femmes del loro primo album. Mi divertivo un casino a sbraitare nel microfono: I've grown so used to you some how Well, I'm nobody's sugar daddy now And I'm lo-on-lonesome I got the Lovesick Blu-es.(Lovesick Blues). In quel cd erano stati riproposti due concerti che Hank Williams aveva tenuto nel 1952, l’ultimo anno della sua vita. Uno a Niagara Falls, l’altro in Sunset Park. Il vento maligno, che lo aveva sempre accompagnato nella vita, li aveva portati fino ai nostri giorni. E questo era da considerarsi davvero un miracolo. 

Mi alzai dal letto ed andai in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Avevo lasciato molte cose dietro di me che a guardarle adesso mi parevano come lividi tumefatti sulla pelle. Erano cose morte. Stare ora a rimuginarci sopra significava riaprire vecchi conflitti, ma quella notte stava andando così. Ero sempre stato un tipo difficile o, meglio, gli altri credevano che lo fossi. Indubbiamente, trascorrevo molto tempo da solo e conoscevo bene le strade per mettermi nei casini. Da ragazzo al liceo costruivo molotov. Ero uno specialista in quel genere di bombe. Le utilizzavano nei cortei  i compagni più grandi, quelli delle frange oltranziste per lanciarle contro i celerini o per incendiare i circoli frequentati dai fascisti. Erano gli anni settanta, c’era tensione sociale e molto subbuglio. Ma era la solita storia dei ricchi contro i poveri e viceversa. Solo che si era giovani e l’indifferenza non ci aveva ancora sopraffatto. Si aveva dentro un romanticismo maldestro. Dopo, quando si ha un passato alle spalle, la vita diventa più complicata. La poesia ce la divoriamo insieme a tutto il resto. La gente a quel tempo mi guardava in malo modo per come mi vestivo e per quello che combinavo. Mi cacciarono più volte dalla scuola per comportamento ribelle. Ma quando imbracciavo la chitarra e suonavo tutto cambiava, mi veniva naturale. La musica sgorgava dal mio cuore fluida e provavo sensazioni indescrivibili. E gli sguardi di chi mi ascoltava erano pieni di sorpresa e ammirazione. Tuttavia, avevo una grossa pecca, suonavo il rock dei Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers, The Band, Lou Reed, Stones. Musica che a quelle truppe della sinistra stava sulle palle. La consideravano con disprezzo, musica imperialista. Il posto dove vivevo era una piccola città e le cose accadevano lentamente. Gli intellettuali che bazzicavo amavano ascoltare il free - jazz, e gruppi come Area o Perigeo e prediligevano le canzoni dei cantautori, definiti di protesta. Musicisti che tentavano in qualche modo, ma solo in qualche modo, di rifarsi al folk di Bob Dylan. Gli stavo indigesto a  quei radical-chic, con la puzza sotto il naso, che erano finiti per chiudersi in circoli e club, tanto da sembrarmi una setta massonica. Non fu una novità per me quando mi cacciarono via. Troppo solitario, testardo e indipendente, per portare un eskimo addosso. 

La spiaggia era lunga chilometri e d’inverno era sempre deserta. Lei mi teneva un braccio sulla spalla e guardavamo i gabbiani  tuffarsi in mare a capofitto. Il cielo era di un azzurro profondo e limpido. Indossava un vestito corto al ginocchio di maglia nero, e portava gli stivali con i tacchi alti e sottili. Era ancora più affascinante con i capelli scompigliati dal vento. Passeggiavamo tenendoci per mano su quella passerella che d’estate serviva per fare rifornimento agli yacht. Dopo ci rifugiavamo in quel peschereccio  abbandonato sull’arenile, per fare l’amore. Me lo sento ancora addosso quel sapore della sua pelle, che per via del vento salato, sapeva di mare. Ero un ingenuo, uno stupido imbottito di romanticherie, come le canzoni che ascoltavo. Riuscii nell’impresa di  abbandonarmi totalmente a lei, come non ho più fatto in vita mia. Quello, però, era un nuovo modo per farmi del male. 

Un giorno lei non venne all’ appuntamento. Era successo altre volte che saltasse l’incontro, per cui non mi preoccupai. La sera la chiamai a casa, il telefono squillò a lungo ma non rispose. Allarmato da chissà quali pensieri, uscii e mi recai in tutti gli ospedali della zona per vedere se le fosse successo qualcosa. Ma fortunatamente non vi era traccia nemmeno lì. Continuai a cercarla per giorni. Ma era come se brancolassi nel buio. Dopo un po’ mi arresi. Un anno dopo, nella buca della posta, trovai un cartoncino di quelli che si usano per mandare gli auguri di Natale. C’era solo scritto”Perdonami”. Forse Clio non è mai esistita e quello era un sogno, un brutto sogno che mi porto ancora appresso. 

Ero rimasto una pecora nera, pensai annuendo a me stesso. Mi affacciai al balcone e sentii il vento ululare tra gli alberi. Mi appoggiai al parapetto ghiacciato, guardando un punto indefinito della città che dormiva un sonno senza sogni. Nora mi sbucò dietro le spalle fumando e con voce flebile, come se stesse parlando a se stessa, mi chiese: Non hai paura?  Non c’era nessuno che mi inseguiva, se non i miei fantasmi. E poi la paura non dice né si né no. Si prende tutto la paura. Ero nauseato di come era andata avanti la mia vita, anche amareggiato. Ma avevo smesso di avere paura da quando mi ero incancrenito dentro, ed ero capace di difendermi. Il vento continuava a soffiare e sembrava che stesse piangendo tra i comignoli dei tetti. Volevo andarmene a sud, dove c’era il sole. Avrei voluto vivere un po’ più spensierato, ma non per questo mi impietosivo per il mio destino. In un modo o nell’altro me l’ero scelto. Avevo fatto tutto da me. Nora stese la mano e con le sue unghie lunghe mi sfiorò il viso. Entrambi eravamo vecchi allo stesso modo, entrambi eravamo soli. Mi agguantò un polso e lo strinse forte e poi, guardandomi dritto negli occhi, disse: Ci si sbaglia sempre a giudicare il cuore degli altri. Ma io ti ho amato dal primo momento che ti ho visto. Ascoltami,adesso. Era arrivata dove l’occhio non può più vedere, era dentro le cose e non aveva scelto la via più breve. Le cinsi il collo,  la percepivo nel profondo. Volevo toccarla, sentire il calore del suo corpo sul palmo delle mie mani. Volevo ricominciare ancora una volta, nonostante tutto, nonostante quello che mi portavo appresso. E la strinsi forte a me. Il tempo, poi, avrebbe fatto il resto.

Bartolo Federico
Tratto da: Viaggiatori Nella Notte



domenica 21 dicembre 2014

Naufragio Dalla Riva.

LA GUARDAI DRITTO NEGLI OCCHI. SENZA ALCUN TIMORE NE' RIMPIANTO. MI AVEVA COLPITO NUOVAMENTE, SEMPRE NELLO STESSO PUNTO. LA MUSICA, SENZA DIRE UNA PAROLA ERA RIPIOMBATA NELLA MIA VITA. MI SCROLLAI LENTAMENTE DAL MURO. NON AVEVO MAI AMATO LE COSE IN CUI SI PASSANO TROPPE MANI DI VERNICE, NASCONDONO TROPPE BUGIE. INVECE MI SONO SEMPRE PIACIUTE LE CANZONI, CHE HANNO UN CUORE FOLK, MA CHE SONO ANCHE INTRISE DI ELETTRICO E LUCIDO ROCK'N'ROLL. IL BUIO E LA LUCE. RITRATTI DI NOI STESSI, INTIMI E CRUDI. UN LUNGO FREMITO MI HA ATTRAVERSATO. LE ERANO SPUNTATE LE LACRIME AGLI OCCHI. L'ACOOL INVECE MI AVEVA ASCIUGATO LA BOCCA. APPOGGIAI IL BICCHIERE SUL LAVABO, E CI GUARDAMMO NUOVAMENTE IN SILENZIO. FUORI PIOVEVA GOCCIA A GOCCIA, LENTAMENTE SENZA RITEGNO.


sabato 20 dicembre 2014

Perso Nei Suoi Pensieri- Throttle Elevator Music – Area J (2014)

Alle 19:20 lei non era ancora arrivata. Vlad se ne stava per andare quando una tipa in jeans e giubbotto di pelle, entrò nel locale. Si avvicinò al suo tavolo, e lo guardò con aria circospetta. Dopo spostò una sedia e si accomodò. Vlad guardò fuori attraverso la vetrata del locale e vide due tizi che si stavano azzuffando, su per quella stradina polverosa. La solita lotta per il territorio pensò, l'incensante bisogno di stabilire gerarchie. Viveva in un complesso di case popolari, dove l'anarchia sociale aveva inghiottito buona parte della città, ed era circondato dalla povertà, dall'ignoranza, e dalla disgregazione sociale. Il suo istinto gli diceva di scappare al più' presto da quel luogo, ma sapeva che non era così' semplice farlo. I loro occhi per un attimo s'incrociarono. Erano entrambi consapevoli dell'abisso che li separava. La porta sul retro del locale, era un ottima via di fuga. "Cosa stai cercando" gli chiese Rosita. "Non lo so" rispose, con aria stanca. In ogni vita accade che qualcosa si chiuda in silenzio e l'impressione che si ha, e che non si sia più' nessuno. La notte arrivò ruzzolando dentro i suoi occhi. Non serve a niente scappare, non si sfugge dall'inferno, né alle brutture che ci portiamo dietro. Intanto che camminava quel suono del sax, era come una voce che gli parlava. Aveva un fraseggio animalesco, un timbro primitivo e schietto. Un motivo sufficiente per amarlo.

domenica 14 dicembre 2014

Headstones – One in the Chamber Music (2014)

Come uno scorpione addormentato il rock è ancora vivo su quelle vecchie highway, piene di personaggi indimenticabili, che nessun romanziere potrebbe inventarsi.Finalmente di nuovo per strada.

venerdì 12 dicembre 2014

Mink DeVille – Live At Rockpalast: 1978 & 1981 (2014)

Per eludere un silenzio che dura troppo a lungo, e cercare di interromperlo. Canzoni che mi hanno preso sottobraccio, e condotto per il mondo. Di una bellezza selvaggia e irriducibile. Una forza d'urto che ti strappa la pelle, e ti riduce l'anima a brandelli. Di questo era capace il mio amico Willy. Cazzo quanto mi manca.
Tracklist:
1. Venus Of Avenue ( 6:38)
2. Gunslinger ( 3:02)
3. Spanish Stroll ( 3:52)
4. Mixed Up, Shook Up Girl ( 5:30)
5. Just Your Friends ( 4:46)
6. Guardian Angel ( 4:25)
7. Cadillac Walk ( 5:20)
8. She’s So Tough ( 3:06)
9. Steady Drivin’ Man ( 3:46)
10. Soul Twist ( 3:15)
11. Just You ‘n’ Me ( 3:41)
12. Shadows In The Night (12:49)
1. Harlem Nocturne (3:43)
2. Slow Drain (5:38)
3. Savoir Faire (3:03)
4. Cadillac Walk (4:46)
5. Mixed Up, Shook Up Girl (4:40)
6. Just Your Friends (3:53)
7. Can’t Do Without It (3:41)
8. Love And Emotion (4:12)
9. Love Like You Did Before (3:02)
10. She’s So Tough (2:59)
11. You Better Move On (3:29)
12. Teardrops Must Fall (4:59)
13. Steady Drivin’ Man (5:23)
14. Just Give Me One Good Reason (3:06)
15. Maybe Tomorrow (3:18)
16. This Must Be The Night (3:11)
17. Spanish Stroll (3:24)

lunedì 8 dicembre 2014

Naufragio Blues


L’amore è solo dentro quelle stupide canzonette da quattro soldi, che fanno arricchire quei cantanti e discografici da strapazzo che le mettono ancora in giro. Sono scritte e suonate a immagine e somiglianza dei loro sogni. Ma chi cazzo se ne frega del festival di Sanremo, con tutti i problemi che abbiamo. Per uno come me poi, che ha preso da tempo brutte abitudini e non ha più fiducia in nessuno, l’amore è solo una bella e sana scopata, quando capita. Il mio compare di tavolino è davvero un tipo loquace, e da un bel pezzo mi cicaleggia vicino l’orecchio le sue inquietudini. Li sento già gl’innamorati, seguita a dire, inveirmi contro. “Ehi stronzo, l’amore e quello che ti cambia la vita, che ti fa volare, e ti riempie di speranza”. E bla, bla, bla, via discorrendo. Ma a queste cose ci credono solo quei poveracci, che ancora abboccano a quelle filastrocche. Certo, quando sei giovane e preda dei furori infantili, sei giustificato, l’amore ti abbaglia la vista e il cuore, e ti rende vulnerabile. Dopo, è come la pioggia e il vento. È un farsi compagnia, un tentare di comprendersi nell’infinita differenza dei caratteri di ciascuno di noi. Allungò un braccio e ordinò un whiskey. “Per sopportare meglio il marciume che mi porto appresso”, asserì. Ho udito il sibilo della macchina del caffè dietro di me, e sorridendogli ho vuotato il mio bicchiere. Mi sono messo a fumare, cercando di far passare le ore di quel giorno di merda. Sono solo stronzate quelle canzoni. Non hanno niente a che vedere con l’amore, folle, ribelle, disinteressato e infuocato. Quello che ti contorce le budella e ti ubriaca di passione. “Il fatto, amico mio, è che vogliamo prendere tutto per noi, senza mai pagare niente”, concluse, gettandosi dentro le viscere il J&B che il barista gli aveva posato sul tavolino. Poi, con tono scuro mi chiese:  “E tu, da quanto sei andato a fondo?”


Non è un posto cattivo il bar scommesse dove mi trovo. Si sta tranquilli. Il titolare è un ragazzo che ci lascia anche fumare. Ma non troppo. Da lì dentro posso vedere la gente passare di fretta, e sbirciare anche una fetta di cielo. Non è poco. La maggior parte dei clienti sta radunata attorno a un tavolino in fondo alla sala dove prepara le proprie scommesse, senza fare troppo baccano. Navigano nella speranza di acchiappare, quantomeno, i soldi per la spesa dell’indomani. Sembra di essere sospesi in un altro mondo, c’è una strana atmosfera. Come se John Coltrane si fosse celato da qualche parte e suonasse un blues, in modo lieve ma doloroso. Mi piace questo posto. E anche quella ragazza con tutti quei capelli sciolti di fronte a me che ha due labbra fantastiche. Sembra una puttana, non lo dico in senso sprezzante, ma solo per individuare le tipe per cui un uomo è pronto a fare follie, pur di possederle. Le altre che uno incontra sono come l’aperitivo prima del pranzo domenicale. O come una pietanza un po’ sciapa. E questo loro lo sanno bene. Difatti sono le più stronze, le più dure, le più arrabbiate di tutte.


Sono rientrato nel mio piccolo buco, e ho guardato le cose di cui mi circondo. Le chitarre, i dischi, la scrivania, i libri, e il divano malandato che mi ha lasciato in regalo il vecchio inquilino. Sullo scrittoio c’è la mitica macchina da scrivere di mio padre, che però non uso mai. Ho staccato il cellulare, ho acceso lo stereo e messo del blues a ciclo continuo. Sono andato alla finestra, dietro di me la musica si è fatta sempre più straziante. Si resta soli senza rimedio. Succede sempre così quando hai smesso di piacere. Chiodo schiaccia chiodo è la migliore soluzione. Ho preso la chitarra e con le dita ho sfiorato le corde. Era intonata e pronta a suonare. Non è altro che un combattimento la nostra esistenza, fatta di rinunce, tristezza, piccoli e grandi dubbi. Allora si retrocede verso la trincea, stanchi esausti, e non si hai più voglia di combattere, ma solo di starsene lontani dal genere umano. Rintanàti in silenzio nel proprio pertugio. 


Va tutto bene? Sei andato via d’un colpo. Va tutto bene? Spero che un giorno tu faccia ritorno. Va tutto bene? E’ da molto tempo che non ti vedo. Va tutto bene? Potresti darmi un tuo segnale? Va tutto bene? Mi guardo intorno e tu sei via. Va tutto bene? Ho come l’impressione che qualcosa è andato storto. Va tutto bene? Sembra che tu sia scomparso. Va tutto bene? Mi sono presa un po’ di paura. Va tutto bene? (Are you all right? - Lucinda Williams)


Quelli che hanno visto la mano della fortuna cambiare rotta sanno che non c’è proprio nulla da vincere in questa vita. Lei se n’era andata alla chetichella. Era fuggita di mattina presto. Come anche a me era capitato di fare. Succede, a chi confessa qualcosa, che provi un senso di paura, di vuoto. Può anche darsi che non aveva retto alla mia confusione. Ma non mi andava di darle alcuna colpa. E, in fondo, non volevo neppure saperlo, il perché. ”Qualcuno mi metta su un treno, non bacerò più le tue labbra. Non farò breccia nel tuo cuore, perché ho detto addio addio addio alle braccia di Ruby” (Ruby’s Arms - Tom Waits). Per screditare il potere e tentare di renderlo innocuo bisogna sbeffeggiarlo ed essergli irriverenti. Andare giù duri, anche con i mezzi d’informazione, che sono quasi sempre compiacenti, e lo proteggono. Occorre schernirli nella loro pochezza, nelle loro falsità. Fare resistenza. Ogni qualvolta che un tiranno cade, dentro al palazzo si vedono sempre le stesse scene. Piscine dalle forme astruse, bagni rivestiti d’oro, zoo, campi da golf immensi, tutte cose superflue. Denaro sprecato che invece servirebbe a sfamare migliaia di persone, costrette a vivere nella miseria più totale. Lo abbiamo capito, ormai, che per fare il politico basta allenarsi a dire bugie.  Forse, per non avere più tra i piedi gente del genere, servirebbe dare alle persone dei normali mezzi di difesa. Una vera e significativa istruzione, una libera informazione, cose così. Si potrebbe iniziare da subito a non guardare più quella feccia immonda di televisione.


Sono andato a lavoro a piedi. È davvero piccola la mia città. Un paio di chilometri e l’attraversi tutta. Ho pensato a mia madre mentre camminavo. Una donna sola, battagliera, austera. Fumava Marlboro pacchetto duro, che comprava a stecche. Dopo passò alle Merit. Quando la penso, lo sento ancora presente quell’odore di sigarette che le impregnava i capelli ispidi. E la rivedo seduta vicino alla finestra della cucina, silenziosa e assorta, con il busto piegato in avanti che si regge il viso fra le mani. Ho attraversato la strada e ho sentito dentro di me Bessie Smih cantare “Shipwreck Blues”. Come molta gente che soffre di depressione, anche lei nascondeva la bottiglia. Si comportava normale, mentre era esattamente il contrario. Se ne andava a fondo, imbarcando acqua da tutte le parti. Non era riuscita in alcun modo a trovare una rampa di salvataggio. E quei gorghi se l’inghiottirono piano piano. Era una bella donna, mia madre, sfortunata in amore come lo sono in tanti. Io l’ho amata. E anche molto. Così com’era. Gli ultimi settecento dollari destinati alla droga li trovarono nascosti nella vagina a Billie Holiday. Li aveva guadagnati in quel letto d’ospedale, dov’era ricoverata. Aveva venduto ad un giornale i diritti sulla storia della sua vita.


Un giorno verrà l’uomo che amo. Sarà grande e forte, l’uomo che amo. E quando verrà io faro del mio meglio per farlo rimanere. Lui mi guarderà e sorriderà. E capirò in un attimo. Prenderà la mia mano e, per quanto sembri assurdo, so che non ci diremo una parola. Forse lo incontrerò di sabato, forse di domenica. Non lo so, ma di certo lo incontrerò un giorno. Martedì sarà il giorno delle buone notizie. Costruirà una casa, che sarà destinata a noi due e dalla quale non andrò più via. Tutto questo io sogno dell’uomo che amo (The Man I love- Billie Holiday)



Ogni tanto servirebbe fare come Sleepy John Estes per dimenticare ogni cosa. Schiacciare dei pisolini nei posti più impensati. E’ davvero un buon modo per staccare la spina e risollevarsi. John viveva a Brownswille, una squallida periferia del Tennessee, un esistenza precaria e indigente, insieme ai genitori e a quindici fratelli. “Quando sei nero, questo basta per farti vivere nella miseria ”, ripeteva. Da piccolo fu colpito da un sasso e perse la vista dell’occhio destro. Suo padre gli regalò una chitarra, che lui iniziò a suonare nelle feste e ai banchetti, facendosi accompagnare dal mandolinista James “Yank” Rachell e da suo cognato Hammie Nixon all’armonica. Un bluesman Sleepy dalla voce rauca e sofferente, che arrivava a spezzarsi di commozione nei momenti più intensi, eseguendo un blues semplice e scarno, ma assai emozionante. L’aria era di nuovo fredda. Mi sono fatto un caffè e versato due dita di Jack Daniels in un bicchiere. Ho acceso la lampada sulla scrivania. Non mi va di firmare assegni in bianco, ed è per questo che non ho mai preteso nulla da nessuno. Ho sentito un freddo pazzesco, e nella penombra della stanza ho visto molte cose di me.  Mi sono reso conto che sono stanco di fingere e di dire bugie per cercare di salvarmi ad ogni costo. Ho sentito una profonda tristezza attraversarmi. Al diavolo! Alle volte occorrerebbe lanciarsi  a volo d’angelo nel precipizio e senza paracadute. 


Il rullo del piano di “Poor John Blues” mi ha fatto tremare di paura. Sleepy John Estes iniziò a registrare nel 1929 in una stanza del Peadboy Hotel di Memphis per la casa discografica Victor. Fu in quelle session che incise anche una rivisitazione magnetica del classico “Milk Cow Blues”di Kokomo Arnold. Bisogna stare attenti che non si finisca di sognare. Può accadere tutto in una volta, senza che nessun campanello d’allarme ce lo segnali. Ad un tratto si diventa pigri, abulici, e non si vuol fare più niente, neanche parlare con le nostre ombre. Me lo disse lei una sera, mentre eravamo seduti a tavola, che l’esistenza è una messa in scena. C’è ne andiamo tutti quanti in giro, con la nostra pantomima, calandoci sempre più nel nostro personaggio. E non c’è verso che si cambi finzione. Siamo attori e registi del nostro film. Di attori, poi, lo sappiamo che ne esistono di bravi, altri meno, alcuni davvero strepitosi, parecchi fasulli. Ho fatto una smorfia ed ho pensato che, alla fine, sono quelli che hanno smesso di dire bugie ad essere chiamati pazzi. 



Sleepy John Estes era come un cane che aveva preso troppe botte, e non si fidava più di nessuno. Sin da ragazzo gli piaceva starsene da solo, e camminare nell’oscurità. Non aveva paura, era in quei meandri, che, in fondo, si sentiva a suo agio. Aveva un carattere ruvido, difficile, e con l’ombra del male di vivere sempre presente nella sua anima. Fu una vita durissima la sua. Se penso ad un volto per definire il blues, quello è il suo. Senza dubbio. Dopo le incisioni per la Victor, se ne andò a Chicago dove incise per la Decca e anche per la Bluebird, vivendo, però, sempre in modo assai precario. Arrivò a registrare anche con la Sun Records, prima che Sam Philips scoprisse Elvis. Era diventato quasi cieco, si ritirò, e scomparve di scena, finendo nel dimenticatoio più assoluto. Nel 1962 lo riscopre, alloggiato in un fienile con la moglie e i suoi cinque figli alla periferia di Brownsville, il regista David Blumenthal che stava girando un documentario sul blues. Una musica nata nella povertà e nell’ignoranza che, a dispetto del tempo, non ha perso un grammo della sua magia. Una musica indefinibile perché racchiude dentro di sè lo spirito stesso dell’uomo. Il blues non si scrive ma si vive. Questo me lo ha detto Johnny Shines.



Non sempre, ma è possibile dimenticare. Le strade traboccano di bar, di visi, di sorrisi, di cose che lei non avrebbe potuto darmi. Nel primo pomeriggio qualcuno aveva suonato più volte al citofono, ma non avevo risposto. Sleepy John è morto nella povertà più assoluta, i suoi funerali furono pagati da Michael Bloomfield e Ry Cooder, suoi grandi estimatori. Come sempre mi ha soccorso la musica. Mi ha salvato dal precipizio. Forse, sarà stata colpa della luna, ma avevo trovato ciò che cercavo. Quando ho smesso di prestarle attenzione, ho pensato che a quell’ora della notte solo i lupi mannari erano in giro, e chi viaggia dalla parte opposta della strada. Il dolore, però, si era tramutato in rabbia, ed allora sono uscito. I miei passi risuonavano sul selciato, e faceva un freddo boia. Ho camminato per dei chilometri, nascosto nel buio. I blues continuavano a venire giù, come in un diluvio. Nudo, diritto, silenzioso, immobile, ho ascoltato il vento. Ed era come se mi parlasse. In quelle folate ho avvertito l’anima di mia madre, e anche di altri che non ci sono più. E’ probabile che non abbia saputo comprendere il suo disagio e prendermi cura di lei. Avevo il morale a terra. Forse non ho capito mai nulla. Ma, forse, un giorno… Forse, domani… 


Ho sentito il mio cuore scalciare un battito. Il chiaro di luna ricopriva la strada, così aspettai fuori che lei mi rispondesse. Il Signore e le stelle del cielo stavano tutte su di me nella penombra. Ho percepito il mio cuore scalciare. E dopo lei mi squadrò, se non posso amarti stanotte, forse domani (Maybe Tomorrow - Willy De Ville)


Bartolo Federico

domenica 7 dicembre 2014

Giungla D'Asfalto

Il mio orologio segnava le tre. Ho commesso l'errore di pensare, e di colpo il ricordo si è presentato alla mente. Anche se era ancora estate, ho sentito un freddo intenso, fin dentro le ossa. Ho serrato le mascelle chiudendo le palpebre. Mi sono passato una mano sul viso, quasi per sentire se ero ancora vivo. Nessun asso nella manica, ma quelli non li avevo mai avuti. Ho riso ma sembrava un singhiozzo, per quel ritorno di fiamma che adesso illuminava la notteSono rimasto appoggiato al muro, con le gambe molli. Oplà, ho intrecciato le dita tenendomi la nuca pesante e triste. Mi sentivo prigioniero, costretto com'ero ad ascoltare le insulsaggini quotidiane, di cui non mi fregava nulla. Una piccola schiera di miserabili è uscita dalle ombre silenziose. Ed è stato alla vista di quei vagabondi sognatori, che mi sono sentito nuovamente a casa.

sabato 6 dicembre 2014

Levate Questa Merda Dai Miei Stivali

Non cerchi di lisciarmi. Non sono altro che uno nato dalla parte sbagliata della strada. Non dico di non aver avuto le mie chance, come tutti. Ma le mie carte sono nate male. Non si sono mai combinate  tra di loro. E adesso eccomi qui. Non mi muovo neppure di un millimetro. Ma sono stufo di avere sempre queste merda sotto i miei stivali. Solo nell'aria trovo riparo. Mi sono tolto la giacca e ho acceso una sigaretta. Che cosa succederà? Siete in grado di dirmelo?

mercoledì 3 dicembre 2014

Una Strada Solitaria

 Voce a brandelli e songwriting acustico, la musica di Jesse Stone è  introspettiva radicata in quell'innocenza ormai perduta, in quei dannati che non piangono mai.. Le sue principali influenze sono i cantautori. In particolare vecchi rocker, poeti come Lou Reed e Bruce Springsteen.

mercoledì 26 novembre 2014

Ancora Sei Miglia Per Il Cimitero(gente senza lavoro)

La speranza è una trappola” recitava quella frase. Scricchiolai un attimo. L’avrei letta su un muro, sul vagone di un metrò, in un cesso, ci sarei passato sopra. Ma impressa sul corpo di una chitarra elettrica mi ferì. La musica è l’unica speranza che ho di uscire dal guado, e la chitarra il mio sogno di cambiamento. Ma se questo è solo un inganno della mia mente, allora la smetto subito di ascoltare, fantasticare, inveire, odiare, desiderare, imbrattare, offendere, scopare, urlare, strimpellare, scrivere, bere. Bruciando all’istante tutti i miei 33 giri. E’ un mondo povero e incolore quello che ci circonda, disperato e sterile. Tuttavia, finché ci cammino, devo in tutti i modi sperare di venir fuori dal mio splendido isolamento, fosse anche ascoltando per sempre un blues suonato da Captain Beefheart & His Magic Band.

Ero rientrato in casa dopo avere acquistato una bottiglia di Johnny che Cammina, etichetta rossa, e mi ero messo a sorseggiare un dito di whisky guardando fuori dalla finestra, che poi è anche il posto dove ho lo scrittoio. Tornando, avevo incrociato i miei vicini di casa, padre, madre e un ragazzino di dieci anni su una station wagon che aveva avuto giorni migliori, mentre andavano via. Avevano caricato le loro cose: scatole di cartone, valigie, e degli abiti, ammucchiando tutto alla rinfusa nel vano posteriore dell’auto. Tenevano tutti e tre l’aria distrutta e gli occhi vuoti, come se qualcuno gli avesse scavato una fossa dentro le pupille. La banca gli aveva preso la casa, dopo che erano stati licenziati dal loro lavoro a tempo indeterminato non riuscivano più a pagare le rate del mutuo. L’ufficiale giudiziario che si era presentato quella mattina quasi estiva di fine ottobre era stato freddo e cinico, come una vecchia puttana di fronte all’ennesimo cliente. Aveva eseguito il sequestro scrivendo fogli su fogli, senza mai scomporsi. Neppure di fronte alle proteste garbate dell’uomo che appariva prostrato e logoro, aveva battuto ciglio. Un uomo mediocre è arrogante quell’ufficiale, ma aveva dalla sua i poteri conferitigli dalla legge degli uomini. Quella stessa che protegge con costituzionalità le corporazioni del gioco d’azzardo, o le cooperative onlus, care alla sinistra. Mezzi ideali per il riciclo di soldi provenienti dalla vendita della droga, di armi, e dalla corruzione politica. L’onestà è una cosa richiesta solo ai poveri; gli altri, i ricchi, possono fare sempre quel che gli pare. Faccio il mio lavoro, disse quando se ne andò via inseguito dai singulti della signora Giuseppina, la vedova con tre figlie femmine che sta a pianterreno. Mettitelo su per il buco del culo quel lavoro, pensai, lottando con ferocia con me stesso per non saltargli addosso. Il monitor segnava le sedici e quarantanove. La radio aveva annunciato “la tempesta di natale” una perturbazione che avrebbe portato pioggia, freddo, e neve. Che arrivi al più presto e faccia cadere giù il cielo, e si porti via tutto una volta per sempre, imprecai, mentre Move It On Over, un rock’n’roll inventato da Hank Williams, cercava di far cambiare almeno un po’ le cose intorno a me.

La musica del rock’n’roll si sente in giro. Quando ce l’hai dentro non ce la fai a stare seduto. Ti scuoti, rompi tutto, per tutta la città. (Hillbilly Music - Jerry Lee Lewis)

Nei  dischi di Jerry Lee Lewis, in quelli incisi tra gli anni cinquanta e sessanta, ci sono un pugno di canzoni di Hank Williams, come You Win Again, Jambalaya, Your Cheatin’ Hearts, Cold Cold Heart, Gone Lonesome Blues, Settin’ The Woods On Fire, che Jerry Lee ha reinterpretato a suo modo, tanto che paiono un altra cosa. Ma è proprio questa la forza delle canzoni di Hank. Uno di noi. Le puoi prendere e farle suonare: punk, rock, metal, folk, pop, tecno, rap, reggae, qualunque cosa. Sono motivi popolari, di pubblico dominio, come le canzoni di Bob Dylan o quelle contenute nell’ Anthology Of American Folk Music, edita da Harry Smith.

La musica country alla fine degli anni trenta era diffusa solo attraverso le stazioni radio che la trasmettevano dal vivo finanziandosi con la pubblicità. Da questo circuito, rivolto ad un pubblico di campagnoli che non aveva denaro a sufficienza per comprare i dischi, scaturì anche  la Grandiosa Opera Della Musica Antica (Grand Ole Opry) di Nashville, l’istituzione della country music. Hank Williams nacque povero e con una malformazione alla colonna vertebrale (la spina bifida) in una capanna fatta di tronchi nella campagna vicino Georgiana in Alabama. E’ un mondo duro quello in cui cresce, che puzza di sterco di cavallo e conosce cosa significhi lavorare con la schiena calata. Un mondo dove l’inibizione e la povertà fanno maturare la rabbia che, rinunzia su rinunzia, diventa risentimento e odio. Siamo agli inizi degli anni trenta, in piena crisi economica, durante la Grande Depressione Americana, quella raccontata da Steinbeck in Furore, un libro pubblicato nel 1939. Tutto stava cambiando e un’intera nazione viveva amaramente quella trasformazione sulla propria pelle. La manodopera, spremuta e mal pagata, e le migliaia di americani in marcia verso una nuova terra promessa sembrano una triste analogia con l’Italia di adesso. A sette anni come nelle favole Hank ebbe in regalo una chitarra, e dopo qualche tempo incontrò per strada un lustrascarpe nero suonatore ambulante di blues, un certo Tee-Toot che gli insegnò alcuni trucchi per suonarla meglio. Non ci sono barriere nella musica con una chitarra in mano puoi parlare a chiunque. “Ho una casa a Montgomery dove mi piace abitare ma devo lavorare per la W.P.A. e sono scontento, sono scontento”. È la prima canzone che Hank Williams compose e cantò in pubblico, e parla di quel disfacimento.

Sono le dodici e dodici del mattino, tengo le mani sulle ginocchia e guardo dalla finestra la pioggia spinta dal vento venire giù. Dopo che lei se n’è andata dormo male e mi sveglio di continuo. Quando finiscono i soldi si comincia a nutrire rancore nei confronti di chi pensavi che ti dovesse mantenere, e dopo un po’ l’amore finisce. Avrei dovuto comprendere una cosa banale come questa, ma mi era sfuggita, stramazzandomi al suolo. Non esiste la sincerità, il vero potere è la corruzione, anche nei sentimenti. Stasera qui giù nella valle solitaria sono solo e mi sento triste mentre sto qui nella mia capanna da solo posso vedere il tuo palazzo sulla collina (A Mansion On The Hill). Hank si esibisce nei locali di tutto il sud, suona presso le stazioni radio e scrive, scrive, canzoni. Il ragazzo di campagna adesso è arrivato in città nei locali malfamati, negli honky tonks, nelle strade illuminate di notte con le auto che sfrecciano, e tutte le tentazioni a portata di mano. Un luogo che è l’opposto dell’ambiente in cui è cresciuto. E’ uno sincero, però, Hank è un puro, che canta ciò che sente nel cuore, per questo non alza nessun guscio di protezione. Suona per tutti quegli uomini che, nonostante le controversie della vita, non si sono lasciati travolgere dagli eventi. Certo, lo fa per soldi, per il successo, ma con tutto ciò, non rinuncia mai a mostrarsi per quello che è. Ha una voce aspra, strozzata, nasale, come il primo Dylan. Ma è proprio quel tono serrato del sud che lo rende credibile alla sua gente, che vive nella privazione e nel dolore. 

Tu fai l’orgogliosa io faccio l’orgoglioso tu canti forte, io canto forte  stasera mettiamo legna sul fuoco e fiamme. Ci facciamo il giro degli honky-tonky  stasera ci divertiamo  farò vedere alla gente un ballo nuovo di zecca che non l’ha mai fatto nessuno” (Settin’The Woods On Fire).

Mi ero coricato ma non c’era verso che riuscissi ad addormentarmi. Mi sono alzato e fatto un caffè, ho messo un disco di Neil Young e i suoi cercatori d’oro sono venuti a prendermi. Non le volevo male, perché mai avrei dovuto? Non aveva nessuna colpa, ma non ero stato neppure uno di quelli che gli aveva promesso mari e monti. Sfortunatamente, non scorgiamo mai chi è pronto a colpirci alle spalle. Eppure quella luce dovrebbe abbagliarci. Tutti noi mentiamo e abbiamo due facce, ma non si può sempre nascondere tutto. Poi ognuno ha diritto a cercarla, ovunque si trovi, quella felicità che cerca. Tuttavia, la ricchezza non salverà l’anima a nessuno. “La gente ruba, inganna e mente per la ricchezza e quello che può comprare. Ma non sanno che nel giorno del giudizio l’oro e l’argento si dissolveranno” (A House Of Gold). C’è troppa gente che vive ancora per la strada, nelle baracche, che non ha un lavoro, ed è senza una qualunque tutela sociale. Gente abbandonata all’ombra di un altrui agio esagerato da individui insensibili al dolore, perché vicino al cuore portano solo il portafoglio. Non si può passare su ogni cosa una mano di vernice, per non vedere lo sporco e l’orrore. Sotto quella mano resta quell’alone che rende tutto stinto. Le canzoni di Hank Williams ridanno dignità a quelle persone lasciate da sole senza nessuna direzione chiara e le fanno diventare protagoniste. Gli parlano nella notte a tu per tu e fanno in modo che quel senso di solitudine opprimente si affievolisca, restituendogli quell’energia per consumare la vita anche nella miseria più assoluta. 

Prima di Hank Williams la musica country aveva avuto nella Carter Family, e in Jimmie Rodgers, gli artisti che contribuirono alla sua espansione. Rodgers cantava ballate in cui la gente si poteva rispecchiare ed era famoso per la sua ritmica jodel. C’è tutto nelle sue canzoni: piacere, donne, whiskey, assassini, morte, malattie e miseria. A soli tredici anni iniziò a vagabondare ed a esibirsi per la strada. Quando suo padre lo riportò a casa e gli trovò un posto di lavoro presso la ferrovia, fu da quel contatto con i manovali neri che nacque negli anni trenta la forma definitiva del country-blues bianco. Morì a New York il 26 maggio del 1933 per un emorragia polmonare presso l’hotel Taft.  Aveva solo trentacinque anni.



Raggiunse fama e ricchezza, Hank, e andò ad alimentare quel mito tutto americano del povero che c’è l’ha fatta con il solo aiuto del proprio talento. Ma dentro di lui brucia il demone che ci spinge a bere troppo, a drogarci troppo, a vivere senza mai fermarci un attimo per poter scrutare da vicino la vita che passa. E la stessa cosa che succederà anche a Lenny Bruce, Jimi Hendrix, James Dean, Janis Joplin, Jim Morrison, e a una miriade di altre persone senza volto. Più porte spalanchi e più ti senti invincibile, e ti convinci che puoi avere sempre ciò che vuoi. Anche se ad un certo punto ti senti fuori posto, continui ad andare avanti fino a distruggerti. Un peccatore, Hank, per l’establishment di Nashville, che non si poteva permettere di avere un drogato alcolizzato tra le sue fila. Fu per questo motivo che venne anche cacciato dal Grand Ole Opry. Il suo matrimonio si era sgretolato come tante altre cose nella sua vita, per quegli abusi dovuti in gran parte per sopportare meglio il dolore alla schiena. “Perché non posso liberare la tua mente piena di dubbi e sciogliere il tuo freddo, freddo cuore?” (Cold,Cold Heart). Il rock’n’roll è musica ibrida che affonda le sue radici nel blues, come nel country, che di per sé sono già mischiate. E’ musica che ti dà quel senso di divertimento e piacere puro, che diventerà con Elvis qualcosa di travolgente. Ma senza le canzoni di Hank Williams non ci sarebbe stato il rock’n’roll. 

Oh, la pioggia sta lentamente cadendo e il mio cuore è così dolente. Più di sei miglia per lasciare la mia cara e non rivederla mai più su questa terra. P di sei miglia al cimitero, sei miglia lunghe e tristiSei miglia per lasciare la mia cara, e lasciare il miglior amico che abbia mai avuto. Oh, ho udito il treno arrivare e riportare a casa la mia cara. Più di sei miglia al camposanto e sarò lasciato qui da solo. Oh sei miglia...  (Six More Miles To The Graveyard)

Hank non aveva imparato le buone maniere, restava un uomo rude e vagabondo, testardo come un mulo. Anche se era stato licenziato dal Grand Ole Opry, continuava a suonare dove capitava. Quella sera aveva chiuso il concerto cantando “Ancora Sei Miglia Per Il Cimitero” ed era risalito sulla macchina presa a nolo. Accompagnato dall’autista si era mosso per raggiungere l’Ohio, dove un nuovo spettacolo lo attendeva. Nella notte di quel capodanno del 1952 viaggiava seduto sul sedile posteriore. Per il dolore alla schiena passò qualche ora attraversata dall’angoscia, e anche da qualche pausa. Ad un tratto si tolse il cappello, ma quasi subito se lo rimise, stappò una lattina di birra e bevve in un fiato. Accanto a sé aveva la chitarra acustica, si sentiva stanco ma nella penombra intonò la melodia di quella canzone che stava scrivendo: “Non Uscirò Mai Vivo Da Questo Mondo”.  Il sonno lo reclamava, avrebbe potuto essere migliore, se avesse proceduto in un altro modo. Si drizzò sul sedile e guardò la strada. ”Sono  una pietra che rotola, tutto solo e smarrito. Per un vita di peccati ho pagato il prezzo. Quando non ci sarò più, la gente dirà: solo un altro ragazzo nelle perdute autostrade (Lost Highway).  Se ne andò via così. Per sempre. Aveva solo trent’anni, ma il suo cuore stressato e distrutto da tutti quegli abusi aveva ceduto all’improvviso. Era sparito, forse come sperava, viaggiando sull’autostrada del peccato, perduto nella notte.  Il giorno dopo era già leggenda.

”Adesso I ragazzi non iniziano a girare intorno a questa strada del peccato. Sei al limite del dolore. Cogli il mio avvertimento o maledici il giorno che hai corso lungo questa perduta strada. (Lost Highway).

Era una mattina gelida ma luminosa. Una mattina di dicembre, una come tante con il sole chiaro ma freddo. Avevo chiuso la porta di casa alle mie spalle ed ero uscito di buon mattino. L’avevo amata, perché negarlo? Sono entrato in un bar ed ho fatto colazione. Sapevo che la verità è sempre inaccessibile. Ho guardato con disprezzo la sigaretta che mi ero acceso uscendo dal bar. Ciascuno ha il suo prezzo riflettei. Qual’era il mio?

Bartolo Federico

giovedì 20 novembre 2014

Nient’altro che strade diverse.



Sono rimasto in compagnia della musica bevendo e rinvangando, quelle cose che mi avevano reso la vita meno dura. Ci ho messo anche lei. I suoi seni, le sue cosce, la sua bocca, i suoi desideri, e le mie voglie. Nella mattinata ho scaraventato tutto dentro un secchio profondo e buio, e mi sono assopito. Tutto qua. Quando mi sono svegliato, nella piccola cucina ho fumato un paio di sigarette, e ho pensato che avrei fatto bene a dimenticarla, e anche in fretta. Dopo il telefono ha squillato, e sono trasalito. Ho alzato la cornetta, ma non ho detto nulla. Sapevo che c’era lei dall’altre parte del filo. Con un tono falsamente imbronciato, mi ha salutato e poi ha riso, ma era un riso scosso, nervoso, di chi sa che la sua preda sta per sfuggirgli di mano. Ho guardato la bottiglia di scotch, e dalla finestra ho sbirciato il cielo rosso. Ero il suo trofeo da esibire in pubblico. Da presentare alle amiche. Il suo cane da guardia. Ma anche per chi era stato sbattuto troppe volte nella tempesta, quella era una roba troppo faticosa. Allora ho chiuso la comunicazione, e quando ho ripensato al suo corpo, mi è mancato il respiro. 


Bartolo Federico