domenica 20 agosto 2017

Polvere Bianca & Marrone

Bisogna stare in guardia con le parole. Con quell’aria da niente non sai mai che direzione prenderanno.
Le parole sono pericolose, si nascondono e ti fanno scricchiolare, come una lastra di ghiaccio. Le assorbi attraverso le orecchie, il cervello, e poi finiscono nel cuore; ed è lì che ti strangolano, trascinandoti nel panico. Le parole le puoi lasciare scritte sopra il bus, sulla panchina della stazione centrale, o su un sedile di un taxi. Le parole di una canzone però si possono trasformare in una tempesta violenta che mai e poi mai avresti immaginato. Lo diceva Lou Reed che bisogna tenersi due radio, nel caso una si rompa.
A lui il cielo gli era venuto giù molto presto, da quando adolescente i suoi genitori lo avevano sottoposto ad una terapia di elettroshock. I dottori per scoraggiare i suoi comportamenti omosessuali gli mettevano gli elettrodi in testa, e una cosa in gola per non fargli ingoiare la lingua. Lou Reed non si riprese mai davvero da quell’orrore. Nel 1963 ancora ventenne frequenta la Syracuse Univerity dove studia giornalismo, regia cinematografica, scrittura creativa ed è tenuto d’occhio dalla polizia per i suoi comportamenti ambigui. Onde d’oscurità lo avevano avvolto e frastornato, per questo si era defilato dalla folla, per la curiosità di andare a vedere cosa succedeva a quelle ombre che camminavano nel buio, di cui non vedeva la faccia e non sentiva la voce. Una sera mentre si stava esibendo a un party con la chitarra acustica incontra un vero Genio della Musica, il musicista gallese John Cale che era arrivato in America per studiare al conservatorio ma che invece era finito a sperimentare musica nei circuiti dei La Monte Young, John Cage e del gruppo Fluxus. A quella festa guardando quel musicista con quell’acconciatura da Riccardo III, Lou Reed capisce che il fiammifero che teneva in mano era pronto a bruciare. I Primitives sono stati la loro prima band e The Ostrich la loro prima canzone che fu pubblicata come 45 giri nel 1965. Sei mesi dopo arriva il chitarrista Sterling Morrison, e lo scozzese Angus Mc Lise, un visionario che morirà prematuramente. Cominciano a scrivere e produrre altra musica, diventando The Warlocks, e poi The Falling Spikes. Su un vecchio registratore Wollensack di John Cale, iniziano a appuntare qualcosa che somiglia sempre più a un blues malato, oscuro e inquietante. Adattarsi e improvvisare.
La felicità è il rock’n’roll, il rumore. Ci sono cose che bisogna sapere, le cose utili da obbiettare. Gli vengono fuori canzoni che raccontano di storie urbane di strada, di sesso sadomaso, perversioni… e di eroina. C’è chi li trova ancora oggi inascoltabili quei tossici imbroglioni. Nel Bronx un uomo con una giacca di pelle marrone, se ne sta seduto a terra con lo sguardo perso nel vuoto. Il sangue gli cola lungo il collo, imbrattandogli completamente la maglietta. Un tizio poco distante bombato e muscoloso, lo guarda masticando e sputando tabacco. Una Ford impiastricciata di adesivi con due ragazze a bordo percorre il vialone. Nella penombra di un appartamento un uomo alza la cornetta del telefono e compone un numero. Parlotta e riaggancia. La giovinezza è tutto. Un giro di ritornello e ti ritrovi nella nebbia. “Il segreto è resistere” gli aveva detto il boss del quartiere, un mafioso siciliano di Castellamare Del Golfo. Devi resistere un po’ più degli altri “Cowboy Billy”, così finiranno per stancarsi; ma andando avanti si diventa una schifezza e in cattiveria non è che si migliori.
Tormenti, ossessioni, rimasugli, sbavature, gocciolano lentamente sulla tua pelle, e non ti fanno più dormire. Però quando si è poveri è un dovere provarle tutte. Per fuggire e mettersi a sognare. Fu il batterista Angus Mc Lise che scovò il nome Velvet Underground, sbirciando su una bancarella di libri gli parve interessante quella rivista sadomaso, dal nome assai bizzarro. Lou e John però lo sostituirono e alla batteria fecero sedere Maureen Tucker, una ragazza dall’aspetto androgino. Andy Warhol un pittore e scultore di grande fama, li vide suonare una sera al Cafè Bizarre del Village e fu talmente rapito da quei tipi da prenderli subito sotto la sua custodia. Alla “Factory”, così si chiamava lo studio di Warhol, decisero che però era il caso di affiancare a Lou Reed una ragazza che potesse cantare le sue canzoni, una tipa bellissima che avevano conosciuto qualche tempo prima, quando era passata per lasciargli una copia del disco che aveva fatto a Londra con Andrew Loog Oldham. Christa Paffgen in arte Nico non era la solita svampita ma una che aveva carisma; e anche se non era una cantante professionista, aveva una voce profonda e buia che ben si adattava alla loro musica. Fare accettare questa condizione a Lou Reed, era davvero una cosa complicata. Fu la paziente e meticolosa mediazione di John Cale che permise quell’accordo. L’otto febbraio del 1966 prende il via l’Exploding Plastic Inevitable uno spettacolo ideato da Andy Warhol che unisce il balletto ai film, alle luci, agli happening e ai Velvet Underground. Paura, gente viziosa, dolori. Una nuova amica catturata nel buio e Lou Reed che diventa il suo prodigo amante. L’amore alle volte è una distrazione ma ci tenevano tutti quanti al lato tragico della vita. Anche la “Principessa di Ghiaccio”. C’è rabbia nei loro dischi, il sogno supremo, le femmine fatali, le venere in pelliccia, l’odio e la gelosia. Quando entrarono in scena con i loro stivali, occhiali scuri, camicie a pois, pantaloni a righini e cinturoni, si capiva al volo che stava succedendo qualcosa, si sentiva nell’aria.
Le potevi respirare quelle cose strane, quelle cose nuove. Non vi era niente dietro il vetro. Nessun sorriso e nemmeno inganni. Solo sospiri. Quelli erano ovunque. Il gennaio del 1967 vede la luce il loro primo epocale album: “Velvet Underground and Nico” prodotto da Andy Warhol. Erano passati nove mesi da quando lo avevano inciso, dato che la Verve, l’etichetta che lo aveva accettato per distribuirlo, aveva dato la precedenza alla pubblicazione del disco dei Mothers of Invention di Frank Zappa. Se cercate qualcosa di illegale, se la menzogna vi attira e della vanità non potete fare a meno, il vostro viaggio in chiaro scuro è appena iniziato. Sunday Morning, I ‘m Waiting For The Man, Femme Fatale, Venus in Furs, Run Run Run, All Tomorow ‘s Parties, Heroin, There She Goes Again, I’ll Be Your Mirror, The Black Angel’s Death Song, European Son (anticipazione di musica industriale) dedicata allo scrittore e poeta Delmore Schwartz morto nel 1966 dopo una vita di follia. Sono le canzoni scritte per tutti gli emarginati, i dimenticati del mondo. Come in una vertigine la testa prenderà a girarvi e il dubbio vi penetrerà; è qui che il rock è stato rimodellato, e rimesso a nuovo. Qui lo hanno fracassato e, mentre rantolava, l’hanno fotografato nelle sue più oscure visioni. Poi lo hanno spinto nella notte più profonda, nella poesia di cui i posteri si abbaglieranno.
Quelle due tipe sulla ventiduesima strada, dove ci vuole un sacco di coraggio solo per fermarsi, provarono una scossa tremenda mentre compravano polvere bianca e marrone. Diedero al travestito la mazzetta dei soldi che lui nascose abilmente nel reggiseno, quasi fosse un biglietto galante. La vita si riprende qualsiasi cosa, senza che tu abbia potuto capire quel che aveva da raccontarti. Era un desiderio di purezza quello che i Velvet Underground stavano inseguendo in una New York allucinante e disperata, dove il gelo della notte ti flagellava le ossa e ti minacciava di morte. Una città sempre in agguato, stretta in un dolore immenso, impallidita fino al bianco degli occhi.  La loro storia con vista metropolitana fa a pezzi tanti presunti sperimentatori. Si farebbe peccato a non conoscerli. Glaciali, acidi, disincantati. Il loro sguardo si posa su tutti quelli che ascoltano musica ma gli arriva il rumore metallico delle automobili in transito, della schizofrenia del mago cornuto, del click della pistola per la roulette russa. Della festa ingannevole dei fine settimana. Tutt’intorno e sopra il cielo c’è un rumore duro e opprimente di chitarre che girano, rotolano e gemono. C’è una rabbia in quel frastuono che ti fa rabbrividire, dalle orecchie fino ai piedi, ti agita le budella, ti dà scossoni dall’alto fino in basso. Vorresti fermare tutto ma è come sentire il tuo cuore che batte. È una catastrofe sonante “White Light/White Heat”, il loro secondo album uscito nel dicembre del 1967. Musica suonata dentro una scatola d’acciaio, così violenta da scatenare dei silenzi profondi, per quel brivido che ti scombussola. Ancora oggi, questo è il futuro del rock’n’roll. La collaborazione fra Cale e Reed tocca il suo apice. C’è una tensione tremenda in queste canzoni che fa saltare i nervi. Basta una piccola spinta e ti ritrovi nel baratro.
Sister Ray è un pezzo da diciassette minuti che sembra suonato da mille strumenti. C’è tutto dentro questa scatola magica, esaltazione, inebetimento, delirio puro. Il tempo lo mantiene ancora vivo questo disco, nella sua spasmodica frenesia. “Questa strada forse assomiglia ad un’altra” disse “Cowboy Billy”. “Non conosco nessuno in questo posto ma sto cercando di placare questa mania che ho di svignarmela. Questa sciocca angoscia che mi perseguita e mi tormenta”. Sono state scritte da Lou Reed le liriche e quasi tutte le musiche delle canzoni dei Velvet Underground. Per Lou le donne che soggiogano gli uomini al loro volere sono come un’ossessione. Donne sfuggenti, fatali, come Nico che un giorno lo pianta per andarsene con l’amico John Cale e poi semplicemente sparisce: è per questo che sono finiti i Velvet Underground, per gelosia. Lou Reed dopo una riunione con Sterling Morrison e Maureen Tucker allontana John Cale dal gruppo, che viene rimpiazzato da Doug Vule un ottimo musicista ma non un genio come Cale. L’album “The Velvet Underground” esce nel 1969, ed è come se ci portassimo nella nostra solitudine una nuova ragione d’angoscia. Lo spazio creativo adesso è tutto in mano a Lou Reed. Anche se le atmosfere si fanno più morbide, più liquide, meno ossessive, le canzoni non perdono in tensione, anzi acquistano un’impronta più sofisticata, quasi dandy.  Qui c’è qualcosa di diverso che assomiglia a un vero sentimento. C’è un insieme che tiene unito il tutto, non venendo mai meno quel tono malato, malsano e inquieto che è la prerogativa della musica dei Velvet… è sempre una strada stretta e piena di tenebre quella che percorrono. Soltanto meno rumorosa: è nelle crepe più buie che lentamente e quasi senza rendercene conto, si perde il proprio destino. Un giorno ci voltiamo indietro ed già troppo tardi per cambiare direzione. Sembra una cosa banale, ma il più delle volte accade proprio così. “Cowboy Billy” si guardò intorno, e disse al tassista: “qui c’erano interi quartieri che pullulavano di persone, gente e ancora gente, potevi incontrare chiunque per strada. Pittori, vagabondi, musicisti, poeti e visionari. Beni preziosi per l’umanità. Alle volte però la strada è come una ferita triste”. “Loaded” uscito nel 1970, segna la fine della più grande rock’n’roll band che sia mai esistita su questo pianeta. L’ho detto e lo ripeto. La più grande rock’n’roll band che sia mai esistita su questo pianeta.
Questo è il loro ultimo disco ma è anche il percorso solista di Lou Reed. Come sempre avviene quando ci sono di mezzo quei radical-chic che hanno scritto la storia del rock, quest’opera è stata considerata paccottiglia. Si sono divertiti a parlarne male e anche a sproposito. Però “Loaded” non è un disco minore, o da prendere sottogamba; è il turno di notte di tutti quelli che hanno spinto la vita per non farsi nascondere nulla, è la bandiera di chi se ne fotte se la città è troppo grande e finirà per schiacciarlo. “Perché un bel giorno sente una stazione di New York e non riesce quasi a credere a ciò che sente, proprio no. Comincia a muoversi a quella musica favolosa. Sai, la sua vita fu salvata dal rock’n’roll si, rock’n’roll” (Rock&Roll). E’ in questo disco che un mucchio di artisti, durante gli anni settanta ha trovato l’ispirazione per scrivere le loro canzoni. “Loaded” è un disco da portarsi per strada quando si viene fuori dalle tenebre deliranti e si torna a viaggiare su dimensioni più reali. L’inizio di una nuova era. “Non c’è la farai mai” gli disse il taxista “ad arrivare al confine”. “Provaci” rispose “Cowboy Billy” toccando il calcio della pistola.
“Ora ascoltami, vai a destra, poi svolti e dritto verso l’autostrada”. Il taxista fece stridere con rabbia le gomme sull’asfalto, accelerò e si immise lungo l’arteria che rasentava i centri commerciali. Qualcuno lo chiamò via radio. “Taxi 109! Taxi 109!”… Non rispose. Continuò a guidare cambiando fila di frequente, accelerando ogni volta che trovava dove infilarsi. Teneva un occhio sullo specchietto retrovisore, e poi finalmente accese anche la radio. Attraversarono la città lasciandosi dietro l’urlo delle sirene. Tijuana adesso era più vicina.

giovedì 17 agosto 2017

Cara Palombelli, anche Giulio Regeni senza coraggio?



Cara Palomba,
Si è parlato molto della ciabattata che qualche giorno fa hai tirato in faccia ai giovani giornalisti italiani – intendendo per “giovani” quegli under 40 che in qualunque altro Paese del mondo sarebbero considerati vecchi da un pezzo.
In passato, altri esponenti della tua “generazione 50” – quella nata appunto negli anni ’50, che dagli anni ’80 occupa tutti gli avamposti di potere nel Paese – avevano randellato i giovani, non solo i giornalisti, chiamandoli bamboccioni, choosy, mammoni, eccetera; tu invece l’hai presa sul personale, ovvero dal punto di vista del giornalismo.
Il problema, secondo te, è che la mia è una generazione di cagasotto, senza il coraggio necessario a “scrivere la verità”. Giusto ieri ho letto un articolo del New York Times su Giulio Regeni, e allora ho deciso di scriverti, per raccontarti un episodio che mi è successo l’anno scorso – e nello stesso tempo, per inserire le tue parole nel contesto generale del Paese.
Circa un anno fa ho scritto una riflessione sulla satira in Italia, che partiva dalla vignetta di Charlie Hebdo sul terremoto ad Amatrice. Per uno di quei meccanismi strani del web, l’articolo è stato letto da un milione di persone (non so se tutti cagasotto o meno). Qualcuno lo ha segnalato a Charlie, che lo ha tradotto in francese e pubblicato sulle sue pagine.
Poi quelli di Charlie mi hanno chiamato, per invitarmi a Parigi; io ci sono andato e, ti posso assicurare, lassù c’è veramente da cagarsi sotto: la redazione è un bunker segreto, per andarci devi firmare una dichiarazione in cui ti impegni, con l’anti-terrorismo, a non rivelare a nessuno dove si trova; dentro ci sono decine di agenti mitra alla mano e i giornalisti girano col giubbotto anti-proiettile. Il tutto per tutelare il diritto a disegnare Donald Trump con la vagina e la Merkel con il pistolino: pensa che Occidente di cagasotto che siamo.
Questa esperienza l’ho raccontata in un reportage, che aveva, quanto meno, il pregio dell’esclusiva, visto che prima di me nessun giornalista aveva mai avuto il permesso di entrare.
Tornato in Italia, ho inviato, senza “contatti” o “intermediari”, il mio pezzo ad alcuni direttori di  testate con cui tu collabori o hai collaborato, e il risultato è stato il seguente: un  direttore figlio d’arte non mi ha risposto; un altro noto direttore anche lui figlio d’arte non mi ha risposto; il capo-redattore esteri di un noto quotidiano mi ha risposto, dalle piste da sci, dicendo che avrebbe “dato un’occhiata” e poi non ha risposto; un altro vice-direttore ha fatto sapere che avrebbe risposto e poi è sparito.
Ho avuto allora un tragico sospetto: quello di aver scritto una cagata pazzesca, tipo tennista che sbaglia un comodo smash sul centrale di Wimbledon.
Però ho fatto la contro-prova. Ho tradotto il pezzo in francese, e l’ho mandato al quotidiano francese Liberation. Sei ore dopo, avevo nella mail una proposta di acquisto, e il 5 gennaio 2017, a due anni dall’attentato, il mio pezzo è uscito in prima pagina sul quotidiano francese.
Da li in poi quel reportage è stato tradotto e pubblicato altrove, in giapponese, in spagnolo, sono stato invitato in una trasmissione in Francia, una in Canada e perfino in Honduras, sempre senza “contatti” o “intermediari”: ma questo non ha importanza.
Ciò che conta, cara Palomba, è che come vedi non è questione di scrivere la verità: puoi avere tra le mani una storia di rilevanza mondiale, ma al mondo del grande giornalismo italiano, stupefacente miniatura di tutta la società italiana, non frega assolutamente nulla. Perché voi della Generazione 50 avete preso il giornalismo, come molti altri settori culturali ed economici del Paese, e li avete trasformati in ghetti impermeabili a ogni interferenza esterna, dove passate le giornate a parlarvi addosso e, se usate il web, lo usate giusto per sbirciare Dagospia e vedere se Dago parla di voi.
Al merito avete sostituito gli spaghetti: ciò che conta non è la qualità del lavoro di una persona, ma andare a farce du spaghi nel posto giusto, insieme alle persone giuste, e se non le conosci peggio per te.
Del resto è stato il Ministro Poletti a dire che per trovare lavoro non bisogna mandare il curriculum ma giocare bene a calcetto.
La frase ha suscitato scandalo, ma il Ministro ha solo ribadito l’ovvio, ovvero che in Italia l’unico collante che tiene insieme il Paese è il capitalismo di relazione, definizione edulcorata per riferirsi al modello culturale italiano dominante: la cultura mafiosa, il riflesso pavloviano per cui, se deve affidare un lavoro a qualcuno, il datore di lavoro non si affida al mercato ma all’amico dell’amico; così poi quella persona gli dovrà a sua volta un favore, e in questo suk sommerso di favori fatti e restituiti le gerarchie sociali rimangono intatte.
Capisco che per voi della generazione 50 si tratti di un meccanismo perfetto: i vostri privilegi sono salvi, dall’alto vi godete il panorama di quelli nati dopo che, come cani, si sbranano per spartirsi le briciole.
È  per questo che con cadenza regolare scendete dal piedistallo per dircene quattro e ribadire lo status quo con un pretesto.
Però mi duole darvi una notizia: quelle cose per cui voi dareste la vita, a molti di noi non interessano più. Le ospitate in Rai, i premi alle sagre di Paese d’estate con “Cuore Matto” in sottofondo, il tavolo al Bolognese con vista sul carrello dei bolliti… per molte persone con una qualsiasi professione nel mondo “digital”, sono cose che contano quanto i consigli del dietologo per Giuliano Ferrara: meno di zero.
Oltre alla possibilità di rivolgersi all’estero, già oggi gli investimenti sul web, monetizzati con clicks, followers e visualizzazioni, permettono ai creatori di contenuti di guadagnare come e a volte più delle loro controparti sui media tradizionali: e in Futuro, nonostante i tentativi sempre più disperati per fermarne l’avanzata, la situazione non potrà che migliorare.
Il fatto che tu, cara Palomba, non sappia nominare nessuna “firma” uscita dal web denota solo una cosa: l’ostinazione tua e di tutta la Generazione 50 ad ignorare le eccellenze che il web italiano esprime in ogni campo da almeno dieci anni.
E qui arriviamo all’articolo del New York Times.
A proposito del coraggio di cui parli, faceva impressione leggere il quotidiano più autorevole del mondo parlare di Regeni. Non del “povero” Regeni ma del Regeni eccellente professionista, del giornalista cazzuto e del suo lavoro brillante, raccontato con il massimo rispetto. Lo stesso Regeni che l’Italia della tua generazione 50 e delle “grandi firme” spingeva verso una carriera di retroguardia, e che era andato all’estero per sfuggire alla stessa logica per cui il reportage su Charlie nelle redazioni italiane non fu manco letto mentre all’estero fu pubblicato in prima pagina.
Credimi Palomba: alla luce di quell’articolo, le tue parole mi sono sembrate talmente comiche e grottesche che mi sono messo a ridere da solo, anche se in effetti ci sarebbe stato da piangere.

 Francesco Francio Mazza

domenica 13 agosto 2017

La Fabbrica

La notte come una vecchia baldracca era uscita traballante dal suo nascondiglio segreto, conquistando qualunque cosa. Non avevo molto da fare quella sera perciò me ne stavo seduto nel buio della mia auto, fumando e guardando la città. Me lo ripeteva sempre mio padre che “tutto s’aggiusta nella vita” ma, nel guazzabuglio in cui mi trovavo, non ero più sicuro neanche di questo. Mi sentivo stanco di gironzolare, di camminare, e non trovare mai nulla che mi somigliasse un po’. Accesi la radio per riascoltare “Words From The Front”, un vecchio disco del 1982 di Tom Verlaine. L’ex leader dei Televison è sempre stato un uomo schivo e profondo, un tipo con l’aria provata. Uno che non ha mai usato droghe, brillante e istruito, sghembo e ossuto, che ha sempre scritto canzoni nervose, aspre e agitate e, solo all’apparenza, fredde e ciniche. Allungai un braccio e la chitarra tagliente e affilata di Postcard From Waterloo, non fece alcuna fatica a conficcarsi proprio dove c’era freddo e silenzio. E’ sempre meglio non farsi illusioni, serve a non perdere quel poco d’anima che è rimasta rintanata dentro di noi. La vita prima o poi si riprende tutto, senza sconti. Così quella brutta smorfia che nascondiamo viene fuori, e si mette in bella mostra sul nostro viso, insieme ai nostri fallimenti, alle nostre angosce, che solo a guardarci allo specchio diventa una fatica assurda. Days On The Mountain toccò spietatamente altri punti deboli rimasti scoperti, e mi obbligò a stoppare quei pensieri. Una macchina con più persone a bordo per qualche istante si accostò accanto alla mia. Erano le undici e trenta e mi parve che la musica si muovesse inquieta sotto quell’illusorio gioco di luci che la strada offriva. “Attraverso luoghi di timore, attraverso luoghi di dolore, sotto la pioggia, vedo mio padre varcare i cancelli della fabbrica. La fabbrica lo ascolta, la fabbrica gli dà vita, è vita, vita, nient’altro che vita di lavoro. (Factory – Bruce Springsteen). Da giovane con i miei genitori e mia sorella abitavo in una casa vicino allo scalo merci. Dalla mia finestra potevo udire a qualunque ora del giorno i locomotori dei treni che aspettavano il loro carico, per poi scivolare lentamente sulle rotaie. Nella città in cui vivevo non accadevano molte cose. Era triste e noioso quel posto, fatto prevalentemente di vecchi fabbricati anneriti dal fumo dell’acciaieria. La maggior parte degli abitanti ci lavorava in quella fabbrica, compreso mio padre, e tutti erano iscritti al sindacato. Le cose sembravano che funzionassero, tanto che avevamo comprato il televisore, la lavatrice, e il frigo era quasi sempre pieno… ma non tenere gli occhi aperti e vigili su quegli uomini gli era costato caro. Lentamente, giorno dopo giorno, quei ciarlatani dei sindacalisti, avevano svenduto le loro tutele. Fin quando accadde che la proprietà licenziò tutti i lavoratori. Velocemente smantellarono i macchinari per andare a produrre all’estero. La loro mattanza sociale, inseguendo un profitto sempre più alto, sarebbe continuata sulla pelle di altri uomini, di altre famiglie. La città in breve tempo si svuotò, e anche noi prima che finissero i soldi della liquidazione, andammo via. Spensi rabbiosamente la sigaretta nel posacenere dell’auto. C’ero cresciuto al bar di Pietro Lombardo, un posto che puzzava di acqua di colonia “Mennen”, e Nazionali” senza filtro.  L’unico posto dove potevi farti una partita a biliardo, e bere qualche birra senza che nessuno ti rompesse le palle. Pietro era stato un marinaio, uno a cui piaceva andare in fondo alle cose, un tipo stravagante che sapeva sempre come fare per alzare il morale, e la temperatura corporea agli astanti. Un appassionato di musica rock che ogni sera ci apriva i cancelli del cielo, facendoci ascoltare i dischi che aveva comprato in giro per il mondo. Fu mentre che la pioggia cadeva a rovesci sulla città, che conobbi i Dr. Feelgood. Una band operaia che suonava del rock blues, ad alta gradazione alcolica. Un gruppo di giovani emarginati, capace d’infuocare la notte in quei luoghi di Londra frequentati dal sottoproletariato urbano, da disperati, sbirri e malviventi. Musica diretta al cuore di chi non riusciva a pagare l’affitto, ed era vestita fuori moda. Lee Brilleux suonava l’armonica e cantava, mentre Wilko Johnson suonava la chitarra.  Tipi tosti che con la loro miscela fecero da ponte per far traslocare il rock anni settanta, alla rivoluzione punk. Sparavano cannonate micidiali, rollando e fumando le cover di Chuck Berry, Elmore James Sonny Boy Williamson. Erano dei maledetti selvaggi, e ogni loro esibizione si chiudeva quasi sempre in rissa, per quel troppo vigore di vivere, e di passione che c’iniettavano. Il loro live “Stupidity” uscito nel 1976 ha quel senso di libertà che ti svuota gli occhi dall’odio, e tra il fruscio dei solchi si può sentire ancora il rumore di quel blues che soffia impetuoso solo sulle sponde del Mississippi, mentre la chitarra e l’armonica sono così sincere che ti fanno commuovere. Canzoni sepolte dalla polvere del tempo, ma che mantengono ancora oggi quell’aria scomoda, e quel brontolio rabbioso di chi ha bevuto a sazietà e continua anche da solo a cantare uno sporco trasandato blues. Seduto dentro la macchina tenevo il braccio fuori dal finestrino, lo tenni tanto al freddo, che ad un certo punto sentii dei brividi percorrermi la schiena. Dal lunotto posteriore vedevo la strada piena di luci, e l’insegna di un motel per cuori infranti… e allora chissà perché pensai a Salvo, il mio vecchio amico Sal, sparito per sempre nel buio della notte. Quando eravamo ragazzi ci piaceva guardare i treni, ce ne stavamo per ore distesi sull’erba ascoltando il loro suono. Avevamo condiviso un mucchio di cose che il tempo adesso ha disteso sul letto dei ricordi, come ha fatto anche il suo viso, un volto che sapeva tenere qualunque segreto. Accartocciato nell’ombra il cuore ha preso a battermi forte, e tutti quei pensieri mi è sembrato che si sparpagliassero nel cielo. Tra le stelle. La mia stanza era rettangolare, c’erano pochi mobili e anche quelli per nulla invitanti. Davanti al mio letto c’era uno specchio e una poltrona di velluto che mi aveva regalato un vicino, quando era andato via da quel palazzo. Sul tavolo accanto la finestra c’era appoggiato un abat-jour di rame, un cappello di carta color avorio, e la mia radiolina. Sulla parete sopra il letto una fotocopia in bianco e nero della foto di copertina dell’incredibile isterico debutto, nell’ormai lontano 1977, dei Television. Un disco che rimane un caposaldo assoluto del rock’n’roll, con quell’odore di pioggia e malinconia che sprigionano quelle canzoni secche e appuntite come chiodi. Ho sentito un cigolo nel cuore, e ho preso a traballare. Un sapore amaro mi ha riempito la bocca. “Don’t Point Your Finger”, è uno dei tanti dischi nascosti negli sgabuzzini del rock. Un figlio bastardo, forse anche minore dei Feelgood, ma pure lui è stato una corrente d’aria fresca. Un unghiata nei polmoni pieni di catarro da fumo, su uomini con facce di granito e occhi smorti. Lo pubblicarono nel 1981 Nine Below Zero, un gruppo che ebbe la fortuna di andare in tour con i Kinks, e gli Who e che suonava con grinta e convinzione musica blues e rock’n’roll. Un disco che andrebbe rivalutato, imperfetto come deve essere sempre il rock quando suona sincero e onesto. “Don’t Point Your Finger” fu prodotto da Glyn Johns, uno che ha lavorato con Stones, Who, Faces, Zeppelin, Dylan, J. Hiatt, e tantissimi altri ancora. L’ho riascoltato l’altra sera mentre con gli occhi lucidi e spiritati, scartabellavo vecchie foto di famiglia. Mi sono accorto che mantiene inalterata la sua carica vibrante e tremolante e, soprattutto, quello stupido orgoglio che una volta mi faceva sentire di una specie superiore, quando scaraventato nella notte riuscivo ugualmente a vedere la luce del sole. Non come adesso che sono precipitato nel gradino più basso delle ombre. Ho fatto un sacco di lavori sottopagati, e anche non pagati. Forse mi è sempre mancato il coraggio di andarmene da qualche altra parte. Ma sono come intossicato dal tempo che passa e ti divora; ma stasera, seduto su questa macchina mi fa quasi piacere tenere gli occhi chiusi, aspettando che la luna sparisca dal cielo… è il momento giusto per lasciare che anche “Five” di J.J. Cale, un disco edito nel 1979, mi prenda con sé, con quel suo twang morbido, increspato, e quella voce di J.J. roca e sussurrata, mi racconti ancora un po’ di sogni, e dei cercatori d’oro. Si vive soprattutto di calore. Un tenue sorriso mi è affiorato sull’angolo della bocca. Mentre un nuovo miscuglio di sensazioni, un rimescolamento, mi sta facendo nuovamente sussultare, esitare, gemere. Come la vita. Anche questo mi avrebbe aiutato a tenere insieme i miei brandelli.  Ho fatto le mie valigie e mi dirigo verso la tempesta. Diventerò un imbroglione per spazzare via tutto quello che non si regge in piedi da solo. Spazzare via i sogni che ti distruggono, spazzare via i sogni che ti spezzano il cuore, spazzare via i sogni che ti spezzano il cuore, spazzare via i sogni che ti lasciano perdente, straziato dal dolore”. (The Promised Land – Bruce Springsteen).

 Bartolo Federico

domenica 6 agosto 2017

Syd Barrett e alcuni pezzi di ricambio

La sbronza mi era passata è il mattino era arrivato sornione, portando con sé il vento caldo di scirocco. Mi sono alzato e ho guardato fuori dalla finestra. La strada si era già riempita di macchine e camioncini, che rifornivano le varie botteghe della zona. Ho notato due ragazze carine camminare a piedi, ma erano troppo giovani per uno come me. Nel frattempo ho sbirciato l’ora nel pendolo sopra la mia testa. Mi sentivo tutto indolenzito e avevo un certo amaro in bocca. Ho fatto il caffè e messo sul piatto un disco che era da giorni che volevo riascoltare. La casa aveva un aspetto gentile, anche senza le rose che lei posava ogni giorno in un vaso sopra la cucina. Il suono dei clacson, e lo strascichio dei passi sotto l’imposta, mi tolsero da quei pensieri. Mi piace indugiare in fantasie inutili, è un modo come un altro per tirare avanti. Per alleviare il dolore. “Treeless Plain” dei Triffids lo comprai appena uscito nel 1983, solo per la curiosità di sentire la cover di I Am Lonesome Hobo di Bob Dylan; ma alla fine mi piacque tutto il disco, per quell’atteggiamento d’irriverenza e spavalderia che aveva nel proporre cose vecchie che sembravano nuove. La Band era guidata da David McComb, un tipo smunto e solitario che proveniva dai deserti australiani e suonava musica incrostata da quella malinconia cara ai Velvet Underground. Romanticismo e fragilità, farneticazioni e magie… questo fu per me “Treeless Plain”; ma allora ero come dentro un grande tunnel, e filavo verso cose ignote. Così quelle canzoni mi fecero tremare dalla testa ai piedi. Madeline ancora oggi mi ha fatto provare un po’ di calore, come quando ero tra le sue cosce. Dopo ho chiuso la tapparella perché il vento stava portando troppo scompiglio nella stanza. Non puoi fare sempre il coglione, alla fine la gente si stanca, e anche tu. Mi sono fatto una doccia e mi sono messo dei vestiti puliti, ho scrutato nuovamente in strada. Certe volte mi sembro un sensitivo. Mi era chiaro che anche questa volta non sarebbe durata a lungo. Quello che ho imparato nell’andare avanti e di non avere mai fretta. Non serve a nulla la fretta, se non a occultare e offuscare sfumature, disperdere dettagli; e si può cambiare idea senza per questo sentirsi in colpa, ma resto sempre sgomento di fronte alla crudeltà degli uomini. Guardai il pendolo che produceva un rumore strano. Anch’io avrei potuto essere migliore di quello che ero. “Fried” di Julian Cope l’ex leader dei Teardrop Explodes, fu pubblicato verso la fine del 1984. Un disco che pare uscito da una notte di un uomo che guarda la luna andare alla deriva, portandosi nel mattino scrosci di pioggia e dolori. Un uomo che non nasconde mai ciò che prova, che stropiccia gli occhi nel buio e si agita come impazzito, fra creature dall’aria feroce e stanca. Come lacrime che esplodono queste canzoni sono visioni stralunate, psichedeliche, che sembrano provenire da un’altra dimensione, da quelle stesse crepe psichiche, che un tempo avevano angosciato la mente di Syd Barrett. Tutti imbrogliano e s’imbrogliano, quindi non conviene mai abbassare la guardia, se non si vuol restare fottuti, oltre il dovuto. La vecchia scala del palazzo dove abito si attorciglia attorno ad una ringhiera sbieca e arrugginita. Nel corridoio, ma solo sul mio pianerottolo, c’è un grande specchio appoggiato sul muro. Qualcuno lo ha lasciato lì dopo aver traslocato, così ogni volta che passo devo fare i conti con me stesso. Quando risali il tragitto controcorrente il rischio che corri è di ammutolirsi. Sembra tutto accettabile e presentabile ai nostri occhi, almeno fin quando le cose non prendono a girare storte. La moltitudine di gente fuori la stazione quasi mi sommerge, in tanti hanno facce che paiono scavate nell’ombra; ma c’è anche qualcuno a quell’ora del giorno, che sta suonando a tutto volume The Living End dei The Jesus And Mary Chain. I ragazzi di Gesù e Maria in catene, si erano rivelati grazie ad un 45 giri che conteneva Upside Down e nel retro la cover di Vegetable Man, di Syd Barrett. Era lui il cuore fragile e sincero dei Pink Floyd, il diamante impazzitoL’uomo rimasto prigioniero dei suoi stessi incubi. “Psycocandy” (1985) consumò tutta la luce del giorno, la mia amarezza, e mi diede anche una gran quantità di coraggio. Un disco di pop-rock suonato con chitarre distorte, avvolte da un ritmo frenetico sconnesso e zoppo; ma anche intriso da quella ruvida classe che il punk ha lasciato in eredità. Un disco per solitari e nottambuli, con lo sguardo perso nel vuoto. Abbiamo il diritto di girarci e rigirarci da un lato e dall’altro, senza che nessuno c’è lo impedisca. Abbiamo il diritto di difenderci dalla bramosia di potere di questi politicanti bugiardi, tremendi, e anche inutili. Ho acceso una sigaretta mentre sul vetro appannato della stazione, correvano rivoli di pioggia. Angelina la conobbi che portava degli stivali di pelle di serpente, jeans sdruciti, e una maglietta bianca. La prima volta che si spogliò davanti a me, rimase ferma in mezzo alla stanza in mutandine e reggiseno, che erano di colore nero. Mi guardò con quei suoi occhi profondi, come per invitarmi a prenderla tra le mie braccia ma restai fermo nella penombra, per poterla osservare ancora un po’. Era di una bellezza selvaggia e prepotente. Poi abbiamo fatto l’amore senza dire una parola. Le parole ci avrebbero portato fin troppo lontano, e non era il caso. Più tardi stappai una bottiglia di vino rosso, e presi due bicchieri. Mi stava di fronte graffiando la copertina di un disco con l’unghia del mignolo. Ho preso la bottiglia e me la sono messa accanto. Ho acceso lo stereo. E in qualche modo mi sono anche commosso. Nel 1970 fu grazie a David Gilmour che uscirono The Madcap Laughs” e il seguente lp “Barrett”, che sono l’eredità musicale lasciata da Syd, oltre alle cose con i primi Floyd. Invece Opel”(1988) è solo una raccolta di brani sparsi dentro i suoi cassetti, e poi messi insieme come in un blob. “La vita viene e non fa male” cantò con quel suo modo stralunato e dolce, spostando la nebbia che lo avvolgeva, con un cenno della mano. Pleasee To meet Me” è invece un disco prodotto da Jim Dickinson all’Ardent Studio di Memphis nel 1987, a nome The Replacements. Era il loro quinto disco e anche il primo e unico suonato come trio. La loro Nightclub Jitters ha fatto irruzione nella mia stanza alle tre e venti della notte. Angelina ha lasciato molti indizi sparsi per l’anima, è un fantasma nel riquadro della mia porta di casa. Avvertirla è come incidere con un coltello su una vecchia ferita. Pleased To meet Me fece invece breccia nel cuore di molti drogati, insonni, e fuori di testa. Gente in collera, con le labbra serrate e l’anima in fiamme. Anche l’ombroso Tom Waits lo nascose sotto il suo cappello, inzuppandolo di pioggia. Le cose tristi alle volte mi rendono romantico, ma agitarsi non serve a nulla, perché tutto passa. Anche il dolore. Fuori la pioggia sibila e la mia anima è come un avanzo di cibo avariato. Basterebbe forse avere la pazienza di aspettare e tirare fuori al momento giusto un po’ di coraggio. Come ha sempre fatto Robyn Hitchcock, uno che ha sempre scritto canzoni sghembe e affascinanti. “I Often Dreamed of Trains, il suo album del 1984, suona come un abbandono, un saluto rubato dietro un finestrino appannato dalla pioggia di qualcuno che se ne va per sempre. Brividi folk scheletrici e grigi, una luce gialla in un piccolo buco maleodorante. Fogli di giornali e scarabocchi sulle pareti, fiammiferi bruciati, croste di pane, occhi tetri, e pioggia che cola sulla faccia. Canzoni per anime sperdute che si assottigliano mentre aspettano un altro treno. Canzoni struggenti, difficili da decifrare come gli elefanti effervescenti” di Syd Barrett. Una sera mentre camminavo per far ritorno a casa ho buttato la cicca per strada, una cosa che di solito non faccio mai. Mentre una leggera emicrania stava facendo capolino, ho guardato la punta delle mie scarpe e mi sono fermato appoggiandomi al portone di un palazzo. Un piccolo spacciatore è sbucato dall’ombra, mi ha guardato come per capire se fossi uno sbirro. Di quegli sbirri solitari che se ne vanno alla ricerca di prostitute, alcolizzati, e piccoli malviventi… ma il marciume sta da un’altra parte. Quanti criminali troverebbero se potessero davvero bussare in quelle porte, che non si possono mai scardinare. Non mi piace questo mondo così come è messo ma non posso farci nulla. Chi fermerà mai tutte le guerre? Le nostre disgrazie stanno tutte lì. Non ci vuole poi molto a capirlo; ma ognuno ha le sue rogne in questa vita, e si tiene stretto dentro le sue debolezze. Di solito è il dolore quello che si esibisce, il piacere si tiene nascosto come fosse una vergogna. Syd Barrett aveva dentro di sé un gioco di luci che cambiava di continuo, si era estraniato dal mondo facendo scena muta, camminando a una velocità tutta sua, tanto non lo aspettava nessuno. Ho ancora qualche libro con me. Una vecchia radio, le foto della mia famiglia, una chitarra, una macchina fotografica, dei vecchi scritti. Niente di speciale. Ma questi sono i miei ricordi. Nella buca della posta ho ritirato due bollette. Ho risalito lentamente la scala di casa tenendomi al corrimano. Mi sento al sicuro in questo palazzo, anche se dal lucernario sfondato piove sui pianerottoli… tanto a me non viene mai nessuno a trovarmi.

Bartolo Federico

Kill The Hippies -1978- ( Great Southeast Music Hall, Atlanta, GA )


01. God Save the Queen (4:42)
02. I Wanna Be Me (4:59)
03. Seventeen (2:35)
04. New York (4:06)
05. Bodies (3:42)
06. Submission (4:51)
07. Holidays in the Sun (4:25)
08. E.M.I. (3:46)
09. No Feelings (3:32)
10. Problems (5:07)
11. Pretty Vacant (3:46)
12. Anarchy in the U.K. (3:31)
13. No Fun (6:06)
14. Liar (2:50)
*Titres 12-14 : 11 Décembre 1977, Maasbree, Pays-Bas





Al mio amico Ant

venerdì 4 agosto 2017

Lost Highway


“Quando non ci sarò più, la gente dirà: solo un altro ragazzo nelle perdute autostrade”.
(Lost Highway – Hank Williams).
Ero rientrato in casa dopo avere acquistato una bottiglia, e mi ero messo a sorseggiare un dito di whisky guardando fuori dalla finestra, che poi è anche il posto dove ho lo scrittoio. Tornando, avevo incrociato i miei vicini di casa, padre, madre e un ragazzino di dieci anni su una station wagon che aveva avuto giorni migliori, mentre andavano via. Avevano caricato le loro cose: scatole di cartone, valigie, e degli abiti, ammucchiando tutto alla rinfusa nel vano posteriore dell’auto. Tenevano tutti e tre l’aria distrutta e gli occhi vuoti, come se qualcuno gli avesse scavato una fossa dentro le pupille. La banca gli aveva preso l'abitazione, dopo che erano stati licenziati dal lavoro non riuscivano più a pagare le rate del mutuo. L’ufficiale giudiziario che si era presentato quella mattina di fine ottobre, era stato freddo e cinico, come una vecchia puttana di fronte all’ennesimo cliente. Aveva eseguito il sequestro senza mai scomporsi. Neppure di fronte alle proteste garbate dell’uomo che appariva prostrato e logoro, aveva battuto ciglio. Un uomo quell’ufficiale, che aveva dalla sua i poteri conferitigli dalla legge degli uomini. Quella stessa che invece protegge ben altre schifezze ma, si sa che l’onestà è una cosa richiesta solo ai poveri: gli altri, i ricchi, possono fare sempre quel che gli pare. “Faccio il mio lavoro”, disse quando se ne andò via inseguito dalla disapprovazione della signora Giuseppina, la vedova con tre figlie femmine che sta a pianterreno. “Mettitelo su per il buco del culo quel lavoro”, pensai lottando – con ferocia – con me stesso per non saltargli addosso. Il monitor segnava le sedici e quarantanove. La radio aveva annunciato “la tempesta di natale”, una perturbazione che avrebbe portato pioggia, freddo e neve. “Che arrivi al più presto e faccia cadere giù il cielo, e si porti via tutto una volta per sempre”, imprecai, mentre Move It On Over, di Hank Williams, cercava di farmi cambiare l’umore. La musica country alla fine degli anni trenta era diffusa solo attraverso le stazioni radio che la trasmettevano dal vivo finanziandosi con la pubblicità. Da questo circuito, rivolto ad un pubblico di campagnoli che non aveva denaro a sufficienza per comprare i dischi, scaturì anche la Grandiosa Opera Della Musica Antica (Grand Ole Opry) di Nashville, l’istituzione radiofonica della country music. Prima di Hank Williams la musica country aveva avuto nella Carter Family, e in Jimmie Rodgers, gli artisti che contribuirono alla sua  espansione. Rodgers cantava ballate in cui la gente si poteva rispecchiare ed era famoso per il suo ritmico jodel. C’è tutto nelle sue canzoni: piacere, donne, whiskey, assassini, morte, malattie e miseria. A soli tredici anni iniziò a vagabondare ed a esibirsi per la strada. Quando suo padre lo riportò a casa e gli trovò un posto di lavoro presso la ferrovia, fu da quel contatto con i manovali neri che nacque negli anni trenta la forma definitiva del country-blues bianco. Morì a soli trentacinque anni a New York il 26 maggio del 1933, per un emorragia polmonare. Hank Williams nacque con una malformazione alla colonna vertebrale (la spina bifida) in una capanna fatta di tronchi nella campagna vicino Georgiana in Alabama. Il mondo in cui cresce puzza di sterco di cavallo e Hank conosce cosa significhi lavorare duro e con la schiena calata. Un mondo dove l’inibizione e la povertà fanno maturare la rabbia che, rinunzia su rinunzia, diventa risentimento e odio. Siamo agli inizi degli anni trenta, in piena crisi economica, durante la Grande Depressione Americana, quella raccontata da John Steinbeck in “Furore”, un libro pubblicato nel 1939. Tutto stava cambiando e un’intera nazione viveva amaramente quella trasformazione sulla propria pelle. La manodopera, spremuta e mal pagata, e le migliaia di americani in marcia verso una nuova terra promessa sembrano una triste analogia con il mondo di adesso. A sette anni come nelle favole Hank ebbe in regalo dalla madre una chitarra, e dopo qualche tempo incontrò per strada un lustrascarpe nero suonatore ambulante di blues, un certo Tee-Toot che gli insegnò alcuni trucchi per suonarla meglio. Non ci sono barriere nella musica e con una chitarra in mano puoi parlare a chiunque. A soli dodici anni, W.P.A Blues fu la prima canzone che Hank Williams compose e cantò in pubblico. Sono le dieci del mattino, tengo le mani sulle ginocchia e guardo dalla finestra la pioggia spinta dal vento venire giù. Dopo che lei se n’è andata dormo male e mi sveglio di continuo. Quando finiscono i soldi si comincia a nutrire rancore nei confronti di chi pensavi che ti dovesse mantenere, e dopo un po’ l’amore finisce. Avrei dovuto comprendere una cosa banale come questa, ma mi era sfuggita, stramazzandomi al suolo. Non esiste la sincerità, il vero potere è la corruzione, anche nei sentimenti. Hank Williams si esibisce nei locali di tutto il sud, suona presso le stazioni radio e scrive, scrive canzoni. Ne scriverà oltre cento, marchiando per sempre una pagina della musica popolare americana. Il ragazzo di campagna è anche arrivato in città nei locali malfamati, negli honky tonks, nelle strade illuminate di notte con le auto che sfrecciano, e tutte le tentazioni a portata di mano. Un luogo che è l’opposto dell’ambiente in cui è cresciuto; è uno sincero, però, un puro, che canta ciò che sente nel cuore, per questo non alza nessun guscio di protezione. Suona per tutti quegli uomini che, nonostante le controversie della vita, non si sono lasciati travolgere dagli eventi. Certo, lo fa per soldi, per il successo, ma con tutto ciò, non rinuncia mai a mostrarsi per quello che è. Ha una voce aspra, strozzata, nasale (è a lui che s’ispira il giovane Dylan, oltre che a Woody Guthrie) ma è proprio quel tono serrato del sud che lo rende credibile alla sua gente, che vive nella privazione e nel dolore. Mi ero coricato ma non c’era verso che riuscissi ad addormentarmi. Mi sono alzato e fatto un caffè, ho messo un disco e i cercatori d’oro sono venuti a prendermi. Non le volevo male, perché mai avrei dovuto? Non aveva nessuna colpa, ma non ero stato neppure uno di quelli che gli aveva promesso mari e monti. Sfortunatamente, non scorgiamo mai chi è pronto a colpirci alle spalle. Eppure quella luce dovrebbe abbagliarci. Tutti noi mentiamo e abbiamo due facce, ma non si può sempre nascondere tutto. Poi ognuno ha diritto a cercarla, ovunque si trovi, quella felicità che cerca. Tuttavia, la ricchezza non salverà l’anima a nessuno. C’è troppa gente che vive ancora per la strada, nelle baracche, che non ha un lavoro, ed è senza una qualunque tutela sociale. Gente abbandonata all’ombra di un altrui agio esagerato. Non si può passare su ogni cosa una mano di vernice, per non vedere lo sporco e l’orrore. Sotto quella mano resta quell’alone che rende tutto opaco, e ripugnante. Nei dischi di Jerry Lee Lewis, in quelli incisi tra gli anni 50 e 60, c’è un pugno di canzoni di Hank Williams, come You Win Again, Jambalaya, Your Cheatin’ Hearts, Cold Cold Heart, Gone Lonesome Blues, Settin’ The Woods On Fire, che Jerry Lee ha reinterpretato a suo modo: ma è proprio questa la forza delle canzoni di Hank. Le puoi prendere e farle suonare: punk, rock, metal, folk, pop, tecno, rap, reggae… qualunque cosa. Le canzoni di Hank Williams ridanno dignità a quelle persone lasciate da sole senza nessuna direzione chiara e le fanno diventare protagoniste. Parlano nella notte a tu per tu e fanno in modo che quel senso di solitudine opprimente si affievolisca, restituendo quell’energia per consumare la vita anche nella miseria più assoluta. Raggiunse fama e ricchezza Hank, e andò ad alimentare quel mito tutto americano del povero che c’è l’ha fatta con il solo aiuto del proprio talento. Dentro di lui però brucia il demone che ci spinge a bere troppo, a drogarci troppo, a vivere senza mai fermarci un attimo per poter scrutare da vicino la vita che passa. La stessa cosa che succederà anche a Lenny Bruce, Jimi Hendrix, James Dean, Janis Joplin, Jim Morrison e a una miriade di altre persone senza volto. Più porte spalanchi e più ti senti invincibile, e ti convinci che puoi avere sempre ciò che vuoi. Anche se ad un certo punto ti senti fuori posto, continui ad andare avanti fino a distruggerti. L’11 giugno del 1949 sul palco dell’auditorium Ryman (sede del Grand Ole Opry) sarà richiamato dal pubblico per ben sei volte per eseguire la sua Lovesick Blues. Un peccatore, Hank, per l’establishment di Nashville, che non si poteva permettere di avere un drogato alcolizzato tra le sue fila. Fu per questo motivo che venne anche cacciato dal Grand Ole Opry. Il suo matrimonio si era sgretolato come tante altre cose nella sua vita, per quegli abusi dovuti in gran parte per sopportare meglio il dolore alla schiena. Il rock’n’roll è musica ibrida che affonda le sue radici nel blues, come nel country, che di per sé sono già mischiate. Musica che ti dà quel senso di divertimento e piacere puro, che diventerà con Elvis qualcosa di travolgente; ma è stato l’inquieto Hank Williams a inventare il rock’n’roll. Anche se era stato licenziato dal Grand Ole Opry, continuava a suonare dove capitava. Lui non aveva imparato le buone maniere, restava un uomo rude e vagabondo, testardo come un mulo. Quella sera aveva chiuso il concerto ed era risalito sulla macchina presa a nolo. Accompagnato dall’autista si era mosso per raggiungere l’Ohio, dove un nuovo spettacolo lo attendeva. Nella notte di quel capodanno del 1952 viaggiava seduto sul sedile posteriore. Per il dolore alla schiena passò qualche ora attraversata dall’angoscia, e anche da qualche pausa. Ad un tratto si tolse il cappello, ma quasi subito se lo rimise, stappò una lattina di birra e bevve in un fiato. Accanto a sé aveva la chitarra acustica, si sentiva stanco ma, nella penombra, intonò la melodia di quella canzone che stava scrivendo: I’ll Never Get Out This World. Il sonno lo reclamava, avrebbe potuto essere migliore, se avesse proceduto in un altro modo. Si drizzò sul sedile e guardò la strada. Se ne andò via così. Per sempre. Aveva solo trent’anni, ma il suo cuore stressato e distrutto da tutti quegli abusi aveva ceduto all’improvviso. Era sparito, forse come sperava, viaggiando sull’autostrada del peccato, perduto nella notte. Il giorno dopo era già leggenda.
“Cogli il mio avvertimento o maledici il giorno che hai corso lungo questa perduta strada”. (Lost Highway).
Era una mattina gelida ma luminosa. Una mattina di dicembre, una come tante con il sole chiaro ma freddo. Avevo chiuso la porta di casa alle mie spalle ed ero uscito. Mi ero messo ancora una volta a confronto, avendo appreso che nessuno può sfuggire a se stesso, e alla cattiveria umana. L’avevo amata, perché negarlo? Sono entrato in un bar ed ho fatto colazione. Alla fine ciascuno di noi cade come gli pare. Tanto la verità resta sempre irraggiungibile… e non si può tornare indietro. Mai.

Bartolo Federico

lunedì 5 giugno 2017

Andiamo Non Importa Dove

L’album “All That May Do My Rhym” di Roky Erickson uscito nel 1995, è stato da poco ristampato con una nuova copertina e ad ascoltarlo oggi è come starsene nuovamente nella California dei vagabondi con un sacco in spalla, e certi sogni sudati e stonati sotto il cappello. Erano però quelli i giorni in cui si aveva ancora fiducia nel prossimo, si dormiva in spiaggia attorno a un falò e c’erano viandanti che ti sbucavano da tutte le parti a qualunque ora del giorno. Allora non vi era alcuna fretta di arrivare, nessun whatsApp o tweet che ti stressava la vita, perché non contava dove eri diretto, quello che importava era la voglia di sentire strisciare sulla tua pelle quel brivido caldo che ti sconvolgeva, solo per dire che anche tu eri passato da lì. Era il tempo dell’autostop, dei viaggi mistici e dell’incanto degli spazi aperti, mentre le nuvole t’inseguivano e l’odore dell’erba ti sfangava le narici. Una miriade di sognatori scarburati e inquieti attraversava l’America nella polvere e nel silenzio, dentro una ebrezza profonda e quella voglia di andare a sentire e vedere cosa stava succedendo. Aveva solo diciassette anni Roky Ericsson quando ad Austin in Texas, nel 1965 fondò con Tommy Hall (uno che suonava il jug elettrico, una damigiana in cui si soffia sull’imboccatura) insieme al chitarrista Stacy Sutherland, Ron Leatherman al basso e John Ike Walton alla batteria: i 13th Floor Elevators. Nel 1966 pubblicano “The Psychedelic Sound Of”, un disco diventato leggendario e riconosciuto come un capolavoro della psichedelica. Un suono ruvido e grezzo, pieno zeppo di atmosfere allucinate e abrasive, contenete l’impetuosa hit You’re Gonna Miss Me, portata in dote dallo stesso Erickson, che poco tempo prima l’aveva incisa col gruppo degli Spades. Musica quella di “The Psychedelic Sound Of” che fluttua dentro le suggestioni allucinate e sconvolte, di musicisti dediti ad un uso massiccio di droghe. Il tempo di un secondo e bellissimo disco “Easter Everywhere” pubblicato nel 1967 (a parere mio superiore al blasonato esordio) e si dà alla fuga perché trovato in possesso di marijuana. Al suo rientro ad Austin viene arrestato e, non ancora ventenne, conosce l’oblio del manicomio criminale e del trattamento crudele e disumano dell’elettroshock. Non aveva ancora ben capito dopo quella crisi isterica cosa gli stava succedendo, con quel sangue che gli colava dal naso per finire sui jeans. Senza rendersene conto diventa un viaggiatore affaticato dal veleno dei psicofarmaci, uno che allunga il passo sotto un sole cocente, attraverso mondi contorti e facce stralunate di zombie e marziani; tutte oscurità che lo tengono bloccato e lontano dalla scena musicale per un lungo periodo. Quando nel 1973 torna ad esibirsi è molto provato, la malattia mentale lo tiene ancora saldo in pugno, come fanno anche i discografici che si comportano da vere sanguisughe, privandolo delle royalties dei suoi dischi e riducendolo in assoluta povertà. I suoi occhi sono rossi e segnati dal dolore, e se pure scompare subito dopo quelle apparizioni, nuovamente negli abissi, continua a scrivere canzoni per fare ritorno nel 1980 con “Roky Erickson and the Aliens” e nel 1981 con “The Evil One”, accompagnato nei due dischi prodotti da Stu Cook, dalla band degli Aliens (ex Creedence Clearwater Revival). Suona un rock blues canagliesco, asciutto e nervoso, dove si coglie gettata sui fianchi delle canzoni, anche qualche pezza di amarezza. Roky Erickson resta un personaggio di culto, ma è grazie al supporto e incoraggiamento che ha dai suoi ammiratori, che nel 1986 si ripresenta con “Don’t Slander Me”, un disco con una registrazione finalmente all’altezza dei suoi corrosivi brani, e della sua monumentale voce. Le sue canzoni ormai sparpagliate come carte nel vento, vengono qui raccolte e messe in fila in modo da sembrare come un branco di lupi affamati che ballano al ritmo di un rock’n’roll indiavolato e fuori di testa, per lasciarti azzannato e sanguinante nella notte. Se poi ci fosse davvero anche un dio del rock, la sua Bermuda, una grandiosa figlia di puttana, dovrebbe avere un posto in prima fila in quel presunto olimpo. Come sempre però il futuro di Roky è identico al suo passato, e lui resta solo e nel più completo anonimato, a scartavetrare la vita, sostenendosi con le sole esibizioni dal vivo. Nel 1995 viene fuori questo “All That May Do My Rhym”, che non è altro che un mix delle sue canzoni riviste in chiave acustica, più vicine allo spirito di Bob Dylan e di Van Morrison, che a quel suono garage eccitante e dalla faccia pesta e divorata, a cui siamo abituati. Ha un aria davvero rilassata Roky, tanto che mentre canta indossa zaino e sandali e, come un novello Jack Kerouac, viene preso da quell’andare non importa dove… antiborghese, antimilitare. Un mondo fatto proprio da schiocchi e babbei che hanno creduto in un momento di alta frenesia e grande ingenuità che si potesse cambiare il mondo con le chitarre e la musica rock, sgasando e frenando in quelle fughe solitarie attraverso il deserto, insieme a chi cercava le risposte nel vento e alla poesia eccitata di Allen Ginsberg. Adesso, come si fa a spiegare che quel mondo è invece morto e sepolto, che quello spirito di ribellione è rimasto soffocato sotto rotoli di catrame, di odio, di sogni infranti e promesse mai realizzate? Quel modo di spillare la vita non esiste più, perché quella moda è tramontata, e le cose sono cambiate e non c’è più nessuno a prenderti su per un passaggio, neanche a pagarlo a peso d’oro; ma è quel viaggio da “beato” che si sente scorrere dentro queste canzoni e la sua voce è tranquilla libera e pura, (alle volte però riprende le sue naturali spigolosità) scorrendo incontro a quell’emozione, perché l’animo di Roky Erickson è come quello di un bambino che non ha mai conosciuto la malizia, ma soltanto la confusione selvaggia di chi si è perso nella quotidiana disperazione di vivere.

Bartolo Federico