giovedì 12 aprile 2018

Bourbon Blue

Guidavo sulla tangenziale deserta osservando gli edifici grigi e le strade vuote. Quel paesaggio, se da un lato alimentava una sensazione d’intensa malinconia, dal’altro riusciva a rilassarmi. Con il piede sinistro appoggiato sul cruscotto ed una mano sul volante, procedevo fumacchiando una Camel. Accesi la radio e inserii “Undead”, anno 1968, un set  dal vivo dei Ten Years After, gruppo inglese in auge dalla metà degli anni sessanta. Il chitarrista e anche leader della band, Alvin Lee, per tecnica, velocità e bravura se la sarebbe potuta giocare tranquillamente anche con il re della sei corde Jim Hendrix… ma la storia del rock è ingrata e, come spesso accade, i Ten Years After sono stati dimenticati in fretta quasi da tutti. La musica riempì l’abitacolo, regolai il volume, abbassai il finestrino per tirare via la cicca e sentii l’aria fredda e pungente dell’inverno mordermi la mano. Spinsi il piede sull’acceleratore quel tanto che bastava per far fischiare le gomme sull’asfalto bagnato. Afferrai la fiaschetta di scotch che tenevo nel cruscotto e bevvi un piccolo sorso. Avevo sempre avuto l’impressione che l’alcool potesse ripulirmi dentro, e spegnere quel tormento che mi portavo appresso da ormai molto tempo. Avevo smesso di bere, almeno in un certo modo, anche se l’alcool restava una tentazione molto forte. Il motore adesso tirava che era una bellezza, scrollai il capo e  mi abbandonai  alla musica. C’è un nugolo di ragazzi in fondo al viottolo. Sto lì, in mezzo alla stradina con il labbro gonfio e i pugni serrati. La lite è terminata ma è stata furibonda. Qualcuno adesso piange, altri scappano. Continuo a stare fermo, e fisso l’uomo di fronte a me. Lui prova a fare un passo in avanti, ma con un gesto rapido mi chino e prendo da terra una grossa pietra appuntita. Si ferma e intuisce che non ho paura. Il sole è alle mie spalle. Ha il viso tumefatto ed è una maschera di sangue per i colpi che ha preso. Bestemmiando mi urla che, prima o poi, con me regolerà il conto… ma i conti vanno regolati subito, se no stai bluffando. Per uscire dal viottolo cammino all’indietro. Qualcuno mi dà una pacca sulle spalle, sono stanco, esausto, scappo e vado a rifugiarmi sotto un albero di limoni con cui disinfetto anche le ferite. Mi sdraio a faccia in giù sull’erba secca. L’odore della terra è cosi forte che mi sconquassa le narici. Mi addormento. Giravamo sempre in gruppo da ragazzi. Se qualcuno si allontanava, aspettavamo che riapparisse nel tempo stabilito. Una volta scaduto, si andava tutti insieme a cercarlo. La regola era che nessuno doveva rimanere indietro da solo. Quel pedofilo aveva afferrato dalle spalle Lillo che, per il terrore, non riusciva neppure a gridare. E lo stava trascinando dentro casa, che era proprio in fondo alla stradina. Arrivammo appena in tempo per tirarlo via da li. La libertà è sempre stata nelle cose semplici. Come un viaggio in moto stile Dennis Hopper e Peter Fonda nel film Easy Rider”. Nell’ascoltare un disco di musica rock, fumando un po’ d’erba. O nel vento che ti accarezza la pelle. La libertà si può trovare in mille cose. Ma man mano che si va avanti quelle cose, come le persone, marciscono e ci si ritrova da soli. C’era del buon senso in quei ragazzi. Lo stesso buon senso che animò il gesto di Tommie Smith, un atleta di colore nato a Clarksville, Mississippi, la terra del blues. Tommie vinse la medaglia d’oro sui 200 m nella finale olimpica di Città del Messico con il tempo di 19”83… fu lui il primo uomo a scendere sotto la soglia dei 20”. Smith vinse quella medaglia anche per conquistare quell’America che lo bistrattava e che invece lui amava. Quell’America bigotta e razzista che lo applaudiva ipocritamente e che avrebbe preferito di gran lunga darlo in pasto al ku klux klan. Quell’America gli voltò le spalle nel momento esatto in cui scese i gradini del podio. Tommie Smith durante la premiazione, insieme al suo connazionale John Carlos, arrivato terzo, ascoltarono l’inno nazionale scalzi, chinando il capo e sollevando il pugno in aria avvolto in un guanto nero. Quell’azione cosi plateale fu a sostegno del movimento chiamato Olympic Project for Human Rights. La federazione statunitense li sospese dalla squadra con effetto immediato e furono espulsi dal villaggio olimpico. Una volta a casa ricevettero anche minacce di morte e furono licenziati dal lavoro. L’America del non senso aveva vinto. C’è stato un tempo in cui sognavo. Quel tempo, però, non me lo ricordo più. L’ho fatto fuori in un baleno. Allora non mi veniva difficile innamorarmi… il problema, semmai, era crescere, restare insieme, capirsi, ma anche comprendere se stessi. Quello sì che era difficile. A me sgomentava il dover sempre e comunque vestire gli stessi panni per tutta la vita. Perché mi sarebbe piaciuto una mattina alzarmi ed essere Keith Richard, in un’altra Robert Johnson, e via di questo passo… e invece, sempre la stessa faccia sempre la stessa esistenza, a volte grigia a volte piena. Un esistenza che se ne andava per i fatti suoi, ciondolando attraverso uno scroscio di pioggia furiosa. Quando i Ten Years After salirono sul palco di Woodstock, mandarono letteralmente in delirio il pubblico suonando una versione stratosferica del loro hit I’m goin’home. Uscii dalla tangenziale che pioveva a dirotto. Alex mi stava aspettando  al riparo dentro l’androne del portone di casa. Posteggiai l’auto di fronte all’ingresso e in un baleno saltò dentro dandomi un lieve bacio sulla guancia. Stavamo riprovando a stare insieme, cercando di raccogliere i cocci sparpagliati della nostra esistenza e, per la prima volta, entrambi attraversavamo sentieri sconosciuti. Da qualche parte bisognava pur ripartire. E noi avevamo deciso di imboccare la strada più difficile. La strada del dialogo e del dolore delle parole… ma cosa sarebbe la vita senza passioni, mi chiesi mentre guidavo. Sono queste che in un modo o nell’altro ci tengono in piedi anche quando tutto precipita. Cyril Davies era un armonicista innamorato profondamente della musica nera. Aveva cominciato dedicandosi alla musica Jazz suonando il banjo durante gli anni cinquanta, per poi passare ad una sorta di miscellanea musicale molto affine a quella delle jug band americane chiamata skiffle. Non potendo mantenersi solo con la musica, lavora anche come tappezziere. Ma il blues quando ti entra in circolo t’infetta fin dentro l’anima ed è per questo che Cyril impara a suonare l’armonica blues ascoltando i dischi del suo eroe, Sonny Boy Williamson. Nel 1961 insieme ad Alexis Korner forma i Blues Incorporated, dove militeranno musicisti del calibro di Jeff Beck, Nicky Hopkins e il cantante Long John Baldry, tutti personaggi che avranno un ruolo primario nell’ambito del cosiddetto blues revival. Questo movimento si andò affermando nella metà degli anni sessanta Cyril Davies ne fu il precursore… ma proprio quando la scena musicale cominciò a catturare l’attenzione del mondo, morì stroncato dalla leucemia. Un rovescio di pioggia sul parabrezza mi riportò alla realtà. Alex  guardava la strada avvolta in un cupo silenzio. Le presi la mano gelida e la strinsi forte. Lei si girò  mostrandomi un sorriso smunto. Poi, con calma, molto lentamente, iniziò a parlare, raccontandomi di quando bambina andava dai nonni al mare. Parlò per tutto il tragitto ed io l’ascoltai senza mai interrompere. Quando finì misi un blues di quelli che mi hanno accompagnato l’esistenza e le parlai di quel giorno nel viottolo e della mia paura. Di quella fottuta paura che ancora adesso mi porto appresso… e per la prima volta lo confidai. Se quell’uomo avesse fatto un altro passo in avanti l’avrei ucciso.

Bartolo Federico

lunedì 2 aprile 2018

Sperduto nel diluvio

L’ultima luce del giorno se la inghiottì un mare che pareva di vetro. Nell’oscurità che atterrava a rilento cercò una soluzione, intanto che la luna si impossessava del cielo. In quella città in perenne movimento nessuno poteva sentirsi al sicuro, neanche lui. Come inseguito da una melodia irresistibile, si spostava di continuo, nascondendosi con le altre creature che brulicavano nell’ombra. Accese la radio tenendola a basso volume.
Una pupa al silicone assieme al gorilla del suo boss mi ha detto che avevo ciò che serve, disse: ”ti accenderò io ragazzo mio con qualcosa di forte se mi suoni quella canzone dal ritmo funky”.
(Blinded By The Light – Bruce Springsteen).
Scese dall’auto e prese a camminare come faceva tutte le notti. Gli piaceva guardare i marciapiedi e le luci delle vetrine e gli piacevano quelle solitudini che arrancavano per le strade. Sentì la rivoltella con l’impugnatura di gomma che gli premeva sullo stomaco. Non si era mai fidato delle pistole automatiche, aveva paura che si inceppassero. Sempre solo come un cane bastardo, considerò… ma i silenzi a volte fanno un po’ di bene, specie quando i ricordi si induriscono e non hanno più gusto a pensarli. Tutto in un colpo s’invecchia.
Beh, saltai, girai in tondo, sputai in aria, caddi in terra. Gli domandai quale fosse la strada del ritorno a casa. Disse:prendi la destra al lampione vai sempre dritto finché è notte, e poi, ragazzo, sei solo”. (Blinded By The Light – Bruce Springsteen).
Da bambino con suo padre ci passava un sacco di tempo. Lui amava raccontargli le storie di quei musicisti del Mississippi che avevano viaggiato sulle strade impolverate. Storie che conosceva bene, essendo stato un appassionato di blues, ma anche un bravo chitarrista. Nel soggiorno, seduto su quel vecchio divano di velluto scolorito, prima gli cantava qualcosa, poi si accendeva un sigaro e, riempiendosi il bicchiere di uno strano miscuglio alcolico, con voce bassa prendeva a parlare. Per lui quei minuti e quelle ore, passati insieme a suo padre, erano stati momenti preziosi che aveva cancellato dalla mente dopo che questi morì. Una sera si era addormentato e non si era più risvegliato. Da allora Rocco con quella pena nel cuore si inasprii e, aspettando l’occasione che non arriva mai, s’incamminò sulle cattive strade.
“E non rimane altro che del sangue dove cade il corpo, cioè niente che si può vendere, solo cianfrusaglie all’orizzonte, un vero saluto da bandito. E dissi ”hey ragazzo! Credi che sia olio, è sangue ”mi chiedo a cosa pensasse quando è incappato in quella tempesta:o era solo sperduto nel diluvio?” (Lost In The Flood – Bruce Springsteen)
Il 12 novembre del 1909 a Houston nel Mississippi nacque Booker Taliaferro” Washington White, il primo di cinque fratelli. Bukka, come fu soprannominato, fu la raffigurazione vivente del dolore. Un uomo sensibile, lacerato nell’animo dalla vita durissima che condusse. Le sue vicende umane rispecchiarono in pieno la sua musica. Suonava un blues feroce, viscerale, capace di strapparti la carne di dosso e ridurti il cuore a pezzetti. Cantando con voce possente ed emozionale, ti scuoteva i sensi. Il suo fu il blues della solitudine, della fatica di vivere, del freddo interiore, di quelle anime che hanno sempre vissuto nella penombra bluastra del silenzio, agitandosi nell’anticamera dell’inferno. Dal padre John, un manovale delle ferrovie, ma anche musicista part-time, impara a suonare la chitarra e, nello stesso tempo, un pastore della chiesa battista gli insegna a cantare… ma non c’è spazio per la musica, la pancia è vuota e bisogna lavorare. A 14 anni trova occupazione in una segheria e si trasferisce da suo zio Alec Johnson, a Grenada. Ma quel lavoro è davvero troppo duro per un ragazzino anche se ben messo fisicamente. Così, con la sua chitarra fa fagotto e se ne va via errando per il Delta del Mississippi, mantenendosi suonando i suoi blues ancora acerbi. In uno di quei giorni fortunati che ad ogni uomo almeno una volta il buon Dio concede di avere, incappa in Charlie Patton che lo prende sotto la sua tutela. Un incontro che al giovane Bukka lascerà un segno indelebile dentro l’anima e nello stile musicale.
la mia pelle era come cuoio e il mio sorriso di diamante sembrava quello di un cobra. Sono nato triste e consunto ma ho bruciato le tappe”. (It’s Hard To Be A Saint In The City – Bruce Springsteen)
Era invecchiato senza accorgersene. Camminava ogni notte per la città per rifiatare almeno un po’. In periferia dove era nato, le luci non erano uguali a quelle del centro. Le ciminiere delle fabbriche avevano scurito i muri delle case e c‘era melma e puzza di piscio dappertutto. Il cielo, poi, era grigio come se vi fosse stata applicata una pellicola che l’offuscava. Si rese conto che lo avevano relegato a vivere in una grossa fogna, ad annerirsi sotto un sole artificiale.
Ero il re dei vicoli, potevo parlare un po’ sboccato. Ero il principe dei poveri incoronato là, fra i mendicanti, ero il vero profeta dei magnaccia, tenevo tutto sotto controllo. Un giocatore da bassifondi che poteva perdere solo la sua fortuna.” (It’s Hard To Be A Saint In The City – Bruce Springsteen).
Del quartiere era diventato il boss. Con la galera aveva anche conquistato il rispetto della paura, ma certamente non quello degli uomini. Gli anni passati dentro quelle quattro mura, però, lo avevano reciso come il gambo di una rosa, indebolendolo invece di temprarlo. Non sapeva perché era successo, ma era andata così. 
Bukka White solo con la musica non riesce proprio a sbarcare il lunario, per cui si vede costretto ad andare a lavorare nei campi di cotone… ma il richiamo del blues resta sempre forte dentro di lui e, non appena possibile, scappa per andare a suonare nelle bettole o nelle feste. Così ben presto riprende il cammino. Intorno agli anni trenta arriva a Memphis dove riesce a farsi apprezzare dalla comunità nera. Qui viene notato da un figlio di puttana come ce ne sono tanti sparsi per il mondo, un certo Ralph Limbo, un talent scout che possedeva un negozio di dischi e che, con la promessa di lauti guadagni, gli fa incidere dei pezzi per la Victor sotto il nome di Washington White… brani che restano per lo più inediti. La grande depressione rende la vita difficile a chiunque e Bukka White deve darsi da fare se non vuol morire di stenti. Per questo motivo fa i lavori più disparati, dal lattaio allo strillone, dallo sguattero allo spazzino, fino a diventare un giocatore professionista di baseball nel campionato di colore e tentando anche una carriera nel pugilato… ma il diavolo è girovago e non ti dà il tempo di fermarsi. Si sposta ad Aberdeen e, finalmente, riesce a liberarsi del contratto con la Victor che non gli ha fruttato un centesimo. Succede però che, durante la solita lite, Bukka spara ad un uomo e lo uccide. Fugge ma viene presto catturato e mandato in prigione. Dopo poco tempo, tuttavia, riesce a evadere e a rifugiarsi a Chicago, dove incide anche alcuni brani: Shake em on down e Pinebluff Arkansas. Nuovamente catturato, è condannato a sette anni di lavori forzati e viene inviato nella peggiore delle galere, la più dura, la più violenta, quella Parchaman Farm in Mississippi, che solo ad evocarne il nome mette terrore.
“Giudice dammi la vita stamane a Parchman Farm. Non voglio odiare così, ma ho lasciato mia moglie nel dolore. Oh, buona moglie, ciò che hai fatto è tutto andato. Ma spero che un giorno potrai udire il mio canto solitario. Ascoltate. Non voglio dire nulla di male se volete far bene, meglio star fuori da Parchman Farm. Cominciamo a lavorare al mattino, proprio all’alba, fino al tramonto. Questo accade quando il lavoro è finito, io sto a Parchman Farm, ma vorrei tornare indietro a casa dove spero un giorno di sopraggiungere”.
( Parchman Farm Blues – Bukka White).
Doveva stare attento alla polizia, non voleva finire nuovamente dentro. Quella era l’unica cosa che gli faceva davvero paura, non avrebbe resistito più di un giorno questa volta. Ogni uomo è un anello del mondo, ma lui cos’era? Forse solo un bersaglio che passeggiava nell’oscuro della notte.
la notte era buia, ma il marciapiede illuminato e foderato della luce di vita notturna. Dalla finestra di un appartamento una radio suonava a pieno volume. Girato l’angolo, tutto ammutoliva improvvisamente. Entrai così nella decima avenue fuori gioco, la decima avenue fuori gioco. Sono solo, completamente solo. E tu, ragazzo, dovresti diventare un personaggio, sono solo, assolutamente solo, e non riesco ad andare a casa”. (Tenth Avenue Freeze Out – Bruce Springsteen).
Si era costruito una reputazione nel peggiore dei modi, con la violenza e i soprusi, scegliendo la parte sbagliata del mondo… ma, se non altro, sapevi chi era. Non come i nostri governanti. Si era rifugiato nell’oscurità e poteva contare solo su se stesso. Come una bestia feroce si mimetizzava in modo perfetto, pronto a colpire la sua preda ma, adesso, ondeggiava nella risacca, come una foglia già caduta lentamente giù da un albero. Adesso aveva occhi che ballavano di nostalgia.
“E’ solamente uno l’errore che ho fatto. Restare in Mississippi un giorno di troppo”. (Traditional).
La prigione di Parchaman, che è pari ad un campo di concentramento, è il regno della violenza e della crudeltà. Bukka White ci trascorre due anni ed è attraverso la musica che riesce in qualche modo a lenire quelle atroci sofferenze. Si esibisce per gli altri detenuti cantando e suonando i suoi blues che sono divenuti aspri e durissimi, perché esprimono tutto il dolore e lo sconforto della sua anima. In quel periodo registra insieme al musicologo Alan Lomax, inviato nel terribile penitenziario, alcuni brani per la Biblioteca del Congresso. Poco dopo quell’evento, viene liberato. Bukka, però, è ferito, traumatizzato dai suoi spettri che sono la prigionia, l’alcool e l’ossessione della morte. Adattarsi alla libertà, in queste condizioni psicologiche, non gli è per niente facile.
“Mi sento strano, Signore, credo che morirò. Mi sento strano, Signore, credo che morirò. Beh, non mi importa di morire, ma non sopporto di dover lasciare i miei bambini in lacrime. Guardo lassù quel terreno per la sepoltura. Guardo lassù quel terreno per la sepoltura. Sembra molto solitario, Signore, quando il sole tramonta”. (Fixin’To Die – Bukka White).
Una brezza che pareva venisse dall’inferno, lo investi in pieno viso mentre camminava a testa bassa, là in fondo alla notte. Era molto tardi e la strada era silenziosa come un cimitero. Salì in macchina e il motore al primo giro di chiave rombò. Accese la radio ed alzò il volume:
”E guido un auto rubata in una notte buia. E dico a me stesso che andrà tutto bene. Ma corro nella notte e viaggio col timore di sparire nell’oscurità”. (Stolen Car – Bruce Springsteen).
Si sentiva come se gli avesse fatto schifo, all’esistenza. Non aveva niente di cui parlare, perché non gli capitava più nulla che lo interessasse. Avrebbe voluto uscire da quel business, ne aveva abbastanza di quella vita, ma come fare? Alla fine ne sarebbe valsa la pena? Se lo chiedeva intanto che l’auto sfilava lenta nelle strade deserte. Occorreva ritrovare il coraggio perduto, ripartire dalle stradine laterali. Aveva come la percezione che tutte le cose che aveva tenuto dentro, per tutto quel tempo, fossero uscite all’improvviso e si fossero messe tutte insieme a parlargli… ma, questa volta, voleva capire fino in fondo quello che avevano da raccontargli.
“Ti decidi e scegli l’occasione da sfruttare. Guidi fin dove la strada termina e inizia il deserto. Fuori, in strada, guidi fino a che fa giorno. Impari a dormire di notte con il prezzo che pagh”.
(The Price You Pay – Bruce Springsteen).
Dopo Il servizio militare Bukka White torna a Memphis, dove vive insieme a un suo secondo cugino, un certo Riley B.King (in seguito sarà conosciuto col nome di B.B. King), il quale apprende molto dalle vicissitudini umane di quel parente assai sfortunato ma, come succede a tutti i diseredati del mondo, Bukka scompare dalla circolazione. Nel 1963, un appassionato di blues, il virtuoso chitarrista John Fahey, riscopre questo enorme talento. A dirla tutta, l’anno precedente, fu il giovane Bob Dylan, incidendo Fixin’ To Die Blues nel suo disco d’esordio, a riaprire la passione per questo dimenticato randagio. Un contratto per la Arhoolie di Cris Strachwitz e varie esibizioni nei folk club fanno crescere l’interesse per il suo blues… ma lui resta un uomo dolorante, la vita lo ha enormemente devastato e quel terrore profondo per tutto quello che ha visto e subito è troppo difficile da cancellare. Le sue canzoni restano un patrimonio per chiunque voglia conoscere l’autenticità del blues di strada. Canzoni che sono alla pari di quelle di Robert Johnson, Charlie Patton, Tommy Johnson o Blind Willie Mc Tell. Canzoni dimenticate dai più, che provengono dal profondo del cuore di un uomo arrivato in cima a tutto quello che di brutto può capitare. Riscoprirle significa toccare il suo dolore e quello di un intero popolo esule. “Ricordati, Rocco,” concluse suo padre: “quando la tua pena non ti risponde più, quando si scivola, si sbanda, bisogna ritornare lì dove tutto ha avuto inizio, dove tutto ricomincia, anche solo per piangere”.
“Tutti hanno un segreto, Sonny, qualcosa che non possono affrontare. Alcuni passano la vita cercando di mantenerlo. Se lo portano dietro a ogni passo che fanno, finché un giorno lo abbandonano, lo abbandonano o si lasciano trascinare a fondo, dove nessuno fa domande o ti guarda in faccia troppo a lungo, nel buio ai margini della città”. (Darkness On The Edge Of Town -Bruce Springsteen) 
 
 Bartolo Federico

domenica 25 marzo 2018

Sangue zingaro

Sua madre gli raccontò che quando nacque pioveva a dirotto da giorni e che Ft Worth – nello stato della stella solitaria – era diventata un’immensa pozzanghera. Le doglie le presero in anticipo di un mese e, siccome lui era il primo figlio, fu assalita dal panico. A quel tempo la zona in cui abitavano era abbastanza isolata e distante dall’ospedale. Suo marito era fuori per lavoro e non sarebbe rientrato prima di un paio di giorni. Tentò di chiamare aiuto per telefono, ma le linee erano interrotte per le forti piogge. Non sapeva che fare. Nonostante tutto cercò di vincere l’angoscia e di non farsi soggiogare dagli eventi. Robert Lockwood era un tipo strambo, veniva da Chicago e viveva nella casetta di fronte. Come tutti i musicisti dormiva di giorno e alla sera suonava nei locali sparsi nei dintorni. Un tipo gentile, però. Quelle poche volte che si erano incrociati per la strada l’aveva salutata sorridendole… ma lei non si fidava dei neri vagabondi che suonavano il blues. Si raccontavano strane storie su di loro, si diceva che avevano il diavolo in corpo e che erano assai pericolosi, bevevano come spugne e violentavano le donne, specie se bianche. Adesso quell’uomo bussava alla sua porta perché l’aveva sentita urlare e lei non aveva alternative. Quando aprì l’uscio, la pioggia veniva giù impetuosa, accompagnata da un vento gelido. Robert, avvolto in un impermeabile, era inzuppato come un pulcino. “Tutto bene, signora?” le disse sorridendole… ma lei non fece in tempo a rispondere che svenne. Quando riaprì gli occhi era distesa sul letto, l’uomo aveva già preparato l’occorrente per il parto e le rideva benevolo. Lo osservò, si senti sicura e le parve, da come si muoveva, che sapesse il fatto suo. Dopo un’ora di travaglio e di dolore per le contrazioni, Mason, prima usci di testa, poi con le spalle e nacque. Mr. Lockwood tagliò il cordone ombelicale, lo alzò in aria come Mosè e lo diede alla signora Ruffner. Fu in quel frangente che, ancora umido, il blues gli si attaccò addosso. A volte non si può barare con il proprio destino. Il piccolo Mason crebbe a casa di Mr. Lockwood. Ci andava ogni giorno dopo la scuola e ci restava tutto il tempo possibile. Dopo quella notte Robert era diventato uno di famiglia ed è in quella casa che il Flaco imparò i primi rudimenti della chitarra e i suoi segreti, conobbe i vari maestri del blues: T-Bone Walker, BB King, Jimmy Reed, Robert Johnson, Elmore James, Chuck Berry, Howling Wolf, John Lee Hooker, OtisRush, Lightnin Hopkins e s’innamorò perdutamente di quel treno di fuoco che era la musica di Jimi Hendrix. Mason era un talento e presto sotto l’aspetto tecnico superò il suo Maestro.  Di questo Mr. Lockwood ne fu orgoglioso. Oltre ad ascoltare e suonare il blues, Mason guardava il mondo con gli occhi della poesia e, per un ragazzo che si aggrovigliava nell’animo, fu naturale accostarsi al genio lirico di Bob Dylan e del poeta Arthur Rimbaud, ambedue anime inquiete, sovversive e vagabonde che gli fornirono gli spunti necessari per iniziare a scrivere le sue canzoni.
Non parlerò, non penserò a niente: Ma l’amore infinito mi salirà nell’anima e andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro nella natura, felice come con una donna. (Sensazione – Marzo 1870).
Ma anche Baudelaire e il conte Lautrèamont furono importanti nel suo bagaglio culturale. Aveva tracciato quella analogia tra il blues e la poesia francese perché reputava che entrambi lenissero il dolore pur biascicando tristezze. La vecchia strada era piena di polvere che il vento gli sbatacchiava sul viso. Il sole fece brillare il suo dente d’oro con le iniziali incise. Fu allora che New Orleans gli comparve all’orizzonte. Arrotolò i sogni dentro un joint, accese l’autoradio che trasmetteva Truck Stop Girl e spinse sull’acceleratore.
“Portami lungo New Orleans, non tenermi qui, devo suonare il blues a Bourbon Street, e scacciare suonando questa tristezza solitaria. Scommetto che i joints stanno piovendo a New Orleans. Se io rotolo e fumo, bambina, non ho bisogno di dormire. Si dice che le ragazze più carine sono in Texas, so che tu sei fuori da questo mondo, ma devo andare a New Orleans e trovare una ragazza creola(Down to New Orleans).
Il caldo umido fu rotto da una pioggia a scroscio che gli sembrò un battimani e Bourbon Street si spopolò alla svelta. Mason rimise la chitarra nella custodia riparandosi sotto una pensilina. Aveva scritto diverse canzoni, ma non trovava nessun musicista che avesse voglia di mettersi in gioco con materiale nuovo. Tutti quelli che aveva incrociato desideravano suonare solo cover di Sly And the Family Stone. Quando non si ha fretta ci si perde facilmente per la strada… ma questo non era il suo caso. Irrequieto e curioso inseguiva le parole come se gli cadessero dal cielo ed era necessario afferrarle prima che sparissero. Intanto che fremeva di vederle in faccia una ad una quelle anime della notte ammucchiate giù nel fondo. Se vuoi una cosa con tutto te stesso, prova e riprova a volte finisce che la ottieni. Ora aveva una sua band, The Blues Rockers, che aveva scelto con estrema pazienza. Voleva essere certo che i musicisti fossero in grado di catturare quel groove che rincorreva da quando Mr. Lockwood gli mise in braccio la sua Gibson Les Paul. Non faceva altro che ripeterglielo “trova il groove Mason, il groove”. Cosi, insieme a Chris Clifton alla chitarra, Mike Stockton al basso e Willie Cole alla batteria, ogni sera per 200 sere all’anno si esibisce al Club 544 in arroventati set. La mano corre veloce lungo il manico della sua scuoiata Stratocaster, entra ed esce dalla canzone con fraseggi melodici fulminei impasta perfettamente il blues con il rock’n’roll e canta con una voce liquefatta alla Dylan. La sua innata simpatia gli fa conquistare il pubblico, che ogni notte è sempre più numeroso ed ha il sostegno di Memphis Slim e John Lee Hooker. Alla fine del giro si ritrova sotto il palco musicisti del calibro di Bruce Springsteen, Jimmy Page, Robbie Robertson, Carlos Santana, Stevie Ray Vaughan e Billy Gibbons degli ZZ Top, tutti a vedere il nuovo Santo” in città. Quelle canzoni finalmente ottengono un contratto discografico con la CBS e un produttore, Rick Derringer. Giù nei quartieri di periferia hanno spento le luci e i rinnegati vanno a zonzo come fossero gli ultimi romantici con in tasca piccoli diavoli blu da donare alla rosa di Tralee, che vestita di bianco è avvinghiata nelle braccia del Gitano. Danza, danza, danza la “Serenata” lungo le strade prima che la notte venga su, prima che la notte l’inghiotta per sempre. Riviste e giornali prestigiosi lo applaudono. Salta sul treno dei desideri andando in tour con Jimmy Page, ma tenendo i piedi ben piantati in terra. Da viaggiatore solitario sa bene che tutto può svanire in un attimo… e allora cerca di difendere la sua anima, di seguire la sua strada senza precipitare. Le vendite del disco “Mason Ruffner” sono esigue, appena settemila copie, ma non si scoraggia. Ha i giusti anticorpi per affrontare la situazione. Gli uomini di blues hanno la pelle dura. Durante il tour con Page, scrive nuove canzoni e, suonandole, si rende conto che ha del buon materiale, occorre solo metterlo bene a fuoco. La CBS gli offre un’altra chance. Questa volta il produttore che lo affianca è un rocker gallese che conosce la materia. Nick Lowe sa come mischiare rock’n’roll e blues nelle giuste dosi e giocare sulla semplicità che è quasi sempre la carta vincente. La Stratocaster di Mason viene posta in primo piano, esaltata, rinvigorita e vengono fuori quelle influenze cajun che ha assimilato in Bourbon Street. Cosi “Runnin” diventa un piatto fumante di gumbo offerto da Dr. John attraverso Stevie Wonder, cantata alla John Hiatt. Gypsy Blood, che è anche la title track del film “Steel Magnolias”, è magnetica e diretta. Una di quelle canzoni che chiunque pagherebbe per scriverla. Colpisce con licks e riffs che sono una prelibatezza ed è Bibbia per tutti quelli cresciuti nei bassifondi del rock.
Dio sa che sono nato zingaro,il mio cuore non ti puòrubare,cieco ho messo la mano sulla mia valigia  viaggiando con la mente è quel sangue ,quel sangue zingaro che mi porta lontano dall’amore ”  (Gypsy Blood).
Da uomo libero che non ha smesso di andare, vedere e sentire, compone canzoni che sono un attestato all’indipendenza: Dancing on top of the world e Fightin Back parlano chiaro sui suoi propositi. Distant Thunder è una ballata carica d’amore e poesia, con sullo sfondo Bob Dylan e tutte quelle solitudini piene d‘amore e dignità che vagano libere sotto i cieli del mondo. La copertina di Gypsy Blood” ritrae Mason Ruffner come se fosse il Brando di “Fronte del Porto” o il James Dean di “Gioventù Bruciata” e alla fine il disco fa breccia nei cuori di chi ha giocato d’azzardo tutto quello che aveva ed ha preso la strada dell’inquietudine. Luccicando sotto la luna come una moneta nuova, gettando via gl’incubi rimasti a dondolare nel cielo. Dopo l’uscita del disco Mason va in tour come spalla agli U2 e Crosby Stills & Nash. Viene chiamato da Daniel Lanois per lavorare nel suo disco d’esordio “Acadie” e corona il sogno di una vita suonando per sua maestà Bob Dylan in “Oh Mercy”, disco da queste parti molto amato. Nello stesso anno apre i concerti di Ringo Starr. Poi stacca la spina e fugge via. Il rettifilo era infinito. Superò una fila di autocarri colorati e rallentò. All’incrocio vide le strade bianche di polvere correre parallele, non ci pensò due volte a svoltare. Percorse diverse miglia, poi si fermò in una pompa di benzina, comprò delle birre e ne stappò una. Non provava nostalgia o rimpianti, voleva tornare a casa perché adesso si trattava di decidere che direzione prendere. Dopo un periodo di tregua, abbastanza lungo da farsi dimenticare, ritorna con un album indipendente, “Evolution” che è un mix dei due precedenti, con la novità che lo si può ascoltare anche in versione acustica. “Evolution” contiene una canzone, Angel Love, di cui Carlos Santana si innamora e Mason riparte in tour ma, come tutti i cani sciolti, dopo un po’ ritorna a vagare per le sue strade secondarie dove il caldo e l’afa ammazzerebbero chiunque si avventuri, dove il cielo è una cascata di stelle e la terra risplende in tutta la sua nuda bellezza. Scrive ancora canzoni che si rifanno alla tradizione dei padri secolari del blues e a Memphis incide un nuovo album dal titolo emblematico, “You Can’t Win”, con una band, a suo dire, la migliore che abbia mai avuto. Ad oggi è la sua ultima fatica discografica.
Tienimi la tua luce addosso,vengo a casa, la mia anima urla ,il mio cuore mugola ho visto le ali della pazzia ,tutto da lavare via, ma cose cosi’ qui non accadono“. (Keep on your light one for me).
Le luci dei lampioni sono spente e nell’oscurità qualcuno barcolla. I fuggiaschi hanno vestiti a coda di rondine. E’ quel buco nel cielo, è la follia che ci fa andare avanti sin da quando giovani e incoscienti ci spingiamo nel baratro dei sentimenti. Stavamo seduti su una panchina sulla riva del Mississippi, in faccia aveva stampato quel sorriso che gli ballonzolava. Quel sorriso adolescenziale animava chiunque lo incontrasse, era contagioso e rilassante. Nonostante il mondo lo ignorasse come musicista, lui era felice per come erano andate le cose ed era sempre pronto a cantare e suonare, sera dopo sera, dando il massimo di sé. Me lo disse mentre guardavamo il Mississippi scorrere lento. Solo una cosa aveva nascosto nel ripostiglio dell’anima, e questo lo aveva preservato da tutto: l’innocenza. L’innocenza di quando, bambino, guardava il mondo meravigliandosi. “Ancora oggi, che di strada ne ho percorsa tanta, mi sento così”.

Bartolo Federico 

domenica 11 marzo 2018

Facciadiluna



Cucito con le ombre della notte, scrutava la strada che si dipanava davanti ai suoi occhi. La luce del quadrante della radio illuminava di arancione l’abitacolo, e Facciadiluna pensò a dove potersi rifugiare. Tornare indietro non gli era più possibile, era finito sotto tiro e quella pausa di sospensione per l’evento finale lo aveva del tutto inghiottito in un respiro profondo. Alle volte la vita è davvero complicata, pur rompendosi in brandelli quel faro di luce pare che resti sempre acceso sulle nostre piccole miserie. La radio stava per trasmettere musica per i perdenti, così annunciò lo speaker che prosegui dichiarando che quella notte era a tutti loro dedicata. Facciadiluna strizzò gli occhi per non farsi sopraffare dal sonno e accelerò leggermente. If you ever change your mind. About leavin’, leavin’ me behind. Oh, oh, bring it to me. Bring your sweet lovin’. Bring it on home to me, oh yeah”. Aveva cercato in tutti i modi di tenere lontano il buio, ma il buio era arrivato ringhiando. Forse occorre davvero avere molta attenzione e parsimonia per estinguere una vita. Molta di più di quella che le circostanze casuali ci mettono per appiccarne la scintilla. E cos’hai alla fine del giorno? Cos’hai da portar via? Una bottiglia di whisky e un nuovo set di bugie persiane alla finestra e un dolore dietro agli occhi”L’aveva ritrovato per caso quel vecchio portafoglio, come in una caccia al tesoro, rovistando nella stanza, era saltato fuori e insieme a questo quella lettera d’amore mai spedita. Ci aveva infilato le mani tastando dentro quel rigonfiamento ed era venuta alla luce ingiallita e spiegazzata. Se la passò tra le mani come un mazzo di carte finché il suo viso non diventò bianco come le pareti della stanza. Eccola lì, quasi fosse stata la cosa più importante del mondo. Indietreggiò alla maniera di un ubriaco, inciampando sul tappeto, e gli parve di sentirsi come se l’avesse finita di scriverla in quell’attimo. Un Romeo pazzo d’amore canta una serenata dalla strada. Lasciando tutti malinconici con la canzone d’amore che ha fatto. Trova un lampione fa qualche passo fuori dall’ombra dice qualcosa del tipo:”Tu ed io, piccola, che ne dici?” Concentrato in quei pensieri prese in pieno la buca sbattendo il muso sul manubrio. Accostò sul ciglio della carreggiata e controllò che l’auto non avesse subito danni. La sorte questa volta era stata indulgente. Risalì in macchina e ragionò che era molto meglio togliersi dalla strada perché stava rischiando più del dovuto. Anche se intorno non vi è anima viva, quando te la svigni la prudenza non è mai troppa. La camera dell’hotel Imperial era come quella di tante pensioni a buon mercato sparse per il mondo. Un letto di legno con la formica marrone scorticata e annerita dal tempo. Una lampadina sotto un paralume di lamierino e un armadio di legno lo stesso colore del letto. Si accomodò sulla sedia e si accese una sigaretta. Poi si tolse il cappello. “Non mi serve la tua compassione chi fugge dice che le strade non sono più per i sognatori I cacciatori di taglie e i fantasmi che vendono ricordi vogliono anche loro una possibilità”. Dischiuse gli occhi in preda agli incubi che era ancora in quella stanza orribile con la luce della lampada accesa. L’aveva sognata che lo accoltellava, aveva visto le sue mani e la lama del coltello trafiggerlo. Il suo vestito si era macchiato del sangue che davanti usciva copioso dal suo ventre.  Lei continuava a fissarlo con quegli occhi freddi aspettando solo di sferragli il colpo di grazia. Erano stati insieme molte volte, avevano fatto l’amore in maniera selvaggia, e anche feroce, fino a perdersi… ma la paura gioca brutti scherzi e riesce a trasformare due amanti in perfetti estranei. Quello era il suo unico amore, un amore alla rovescia. Era una solitudine senza fine, la loro. “Melanie Jane non proverà dolore. Triste triste. Occhi tristi, viso triste. Triste triste a casa tua. Pensavo di sapere tutto quel che c’era da sapere E io ti amo ancora. Ti amo ancora”. Dopo un po’ l’amore, come molte altre cose, finisce di ardere, rimuginò azionando la manovella dello sciacquone del bagno e guardando l’acqua scendere giù nel buco nero. Prima di rimettersi a letto, inghiottì un lungo sorso di bourbon dalla fiaschetta. L’alcol era la sua cintura di sicurezza, il suo antidoto per il panico. Solo che andando avanti in quel modo alla fine la sua mente si era annebbiata e non sapeva più come distinguere i sogni dalla realtà. A volte sono sopraffatto. quando ci ripenso facevamo l’amore sull’erba verde dietro lo stadio con te, mia ragazza dagli occhi castani. Tu, mia ragazza dagli occhi castani”. Restò riverso sul letto  in preda alla confusione senza arrivare in alcun modo a fare chiarezza dentro di sé. La radiolina accesa sembrava che gli stesse parlando e tastandogli il polso con il sax di John Coltrane che suonava Violets for Your Furs. All’improvviso ti aggrappi ad una speranza, ad una nuova possibilità di salvezza. Non tutti lo sanno ma, mentre si affonda, si continua a nuotare muovendo spasmodicamente i piedi e spostandosi dal nulla verso il nulla. È banale dirlo, ma nasciamo come moriamo, sempre soli. La roba doveva arrivare lunedì notte, ma un imprevisto fece rimandare la consegna. Gino Il Verme lo avverti dopo due giorni dall’arrivo del carico, inviandogli un messaggio sul telefonino con cui gli indicava anche l’ora e il luogo dell’appuntamento. Il giorno convenuto si preparò di buon’ora ed uscì da casa prima del solito. Aveva come un presentimento e gli era venuta voglia di farsi un giro in città. Non aveva paura per quello che avrebbero dovuto fare, non aveva nessuna paura delle sue azioni. Erano altre le cose che lo annientavano, che lo lasciavano annichilito e senza speranza. Continuava a correre, correre, senza fermarsi. Era quello il suo vero problema: raccogliere i cocci. Quel  gesto lo avrebbe semplicemente distrutto. Come una vecchia pendola con il quadrante rotto ma con i meccanismi intatti, seguitava a girare nel vuoto. Lo speaker con voce gentile presentò un nuovo brano e un ondata di gelo lo percorse. “Sono l’innocente spettatore Mi sono in un certo modo bloccato tra l’incudine e il martello E sono giù nella mia fortuna, sì sono in basso nella mia fortuna… Beh io sono giù sulla mia fortuna mi sto nascondendo in Honduras sono un uomo disperato Invia avvocati, armi e denaro la merda ha colpito il ventilatore”. Stavano nascosti da tutte le parti i piedipiatti quella notte. Avevano circondato il porto e acceso i fari e loro erano finiti in trappola come dei babbei… ma qualcuno di certo aveva parlato, era tutto sbarrato tranne quella via di fuga che in pochi conoscevano, un tunnel sotto la banchina del porto. Gli agenti spararono in aria qualche colpo di pistola, ma la banda era composta da gente dura e spietata, abituata a ben altro per lasciarsi intimorire da quattro botti esplosi al cielo come alla veglia del santo patrono. Stava quasi per incanalarsi per poi sparire nel cunicolo, quando l’agente gli urlò da dietro “non ti muovere, sei sotto tiro, fermati cane rognoso!”. Tenendo le mani larghe si girò lentamente. Poi per un lungo istante si guardarono in faccia. Cosa poteva fare adesso? Dove poteva scappare con quella luce negli occhi che lo accecava e la canna della pistola che lo mirava? Tornare dentro sarebbe stato peggio di morire e allora era meglio prendersi un colpo di rivoltella dritto in mezzo agli occhi, ragionò con distacco. Dici ancora le tue preghiere tesoro mio? Vai ancora a dormire la sera? Pregando che domani tutto andrà bene. Ma i domani si mettono in fila In fila uno dopo l’altro Ti svegli e stai morendo Non sai nemmeno per che cosa”. Gli bastò quell’occhiata per capire che quel gonzo era un pivello e che probabilmente quella sera era la sua prima volta. Il rischio che correva, però, era alto. Il tipo avrebbe potuto fare fuoco per un nonnulla… ma proprio di questo non è che gliene importasse molto. Se lo era chiesto spesso per quale ragione i suoi pensieri non erano mai stati lucidi. Di sicuro lo avrebbero aiutato a sentire meglio quella presa, agguantarlo e spingerlo verso il baratro. O forse era sempre stato solo un morto che camminava dentro la vita! Con un balzo improvviso disarmò il poliziotto, gli sferrò un colpo sulla nuca, ma solo per stordirlo e avere il tempo di scappare. Non voleva fargli troppo male, era solo un ragazzino che aveva visto troppi telefilm alla tv e di certo a casa c’era qualcuno in ansia che lo stava aspettando. Alle dodici e dieci della notte sgattaiolava nel buio e in quel momento alla sua stazione radio preferita ascoltavano: Lonesome Dark-Eyed Beauty. “Ad una solitaria bellezza con gli occhi scuri, su una strada lontana. Mi sono svegliato tardi da un sogno l’altra notte e volevo dirti… quando ti senti sola, quando le pareti si rompono intorno a te, quando hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a guarire il dolore dentro il tuo dolore”. Lei si era girata per andarsene quando aveva capito di che pasta era fatto. Lui l’afferrò da dietro le spalle, ma era come un gesto di preghiera, di supplica, affinché non andasse via. Un tentativo di tenere con sé l’unica persona che avrebbe potuto salvarlo. Erano due strade che si erano incrociate e per un po’ diventate una cosa sola… ma quella maledetta paura li aveva separati. Quella paura di non farcela, di dovere giustificare sempre tutto e tutti, si era trasformata in rabbia e, man mano, in odio. “Stava piovendo fin dall’inizio ed io ero lì che morivo di sete… così sono entrato e la tua antica maledizione ferisce… ma quel che è peggio è questo dolore. Non posso restare qui, è chiaro che proprio non ci riesco”. Riempì il bicchiere fino a tre quarti. La radio a pile sempre accesa sul comodino borbottava un blues di John Lee Hooker. L’avevano visto insieme quel film di Jean-Luc Godard“Fino All’Ultimo Respiro”, uno dei titoli mitici della Nouvelle Vogue. Gli era sembrato di assomigliare a Michel Poiccard, il protagonista. Un pazzo che per sopravvivere si era tuffato nella notte mescolando realtà e sogni. Una vita che aveva un doppio fondo, di chi vuol vivere senza limiti e si spinge sempre oltre, fino ad azzerarsi. Proprio come era successo a lui. “Lampioni brillano lungo le strade, un inquietante pomeriggio viola di ladri e di sbirri che sempre ti fermano e ti chiedono che cosa stai facendo”. Pensavano che fosse stato Facciadiluna a fare quella soffiata alla polizia… l’unico della banda a non essere stato arrestato quella notte al porto. Adesso gli davano la caccia amici e nemici, tutti insieme… ma da quando quel giorno lei lo aveva lasciato lì da solo a guardarla andare via, il resto non contava più nulla. Faceva strada con la radio accesa e la musica di Eddie Cochran a palla. Dopo la curva a gomito guardò la linea bianca di mezzeria. Abbassò il finestrino ed accese una sigaretta. Nella brezza gentile sentì l’odore del suo corpo perforargli le narici. Ormai  lei era un’ossessione, forse era questo il motivo del suo ritardo ad agire. I’m gonna raise a fuss, I’m gonna raise a holler. About a workin’ all summer just to try to earn a dollar. Every time I call my baby, and try to get a date. My boss says, “No dice son, you gotta work late” Sometimes I wonder what I’m a gonna do. But there ain’t no cure for the summertime blues”. Sul rettilineo il posto di blocco della polizia era ben visibile. Facciadiluna scrutò il cartello per capire dove si trovasse. Era nuovamente pronto a colpire senza esitazione. Proseguì a rilento fino a che non arrivò a cento metri da loro. Quando gli intimarono di fermarsi afferrò la pistola e, brillando di pioggia, diede gas. Gli agenti non ebbero alcuna esitazione e spararono diverse raffiche di mitra. L’auto sbandò a destra e poi a sinistra per schiantarsi dentro un fosso. I due poliziotti si avvicinarono guardinghi, schiusero la portiera e con le torce illuminarono l’abitacolo. Sul quel volto solo un crespo sorriso

Bartolo Federico

giovedì 8 marzo 2018

Giù Nel Buco



Lei si accese una stupida sigaretta, di quelle lunghe e sottili. Aspirò un paio di boccate nervose e gettò il fumo dritto sul mio viso. Le luccicavano gli occhi per la rabbia. Si avvicinò ancor di più e attaccò: - Sei un piccolo uomo! Dopo averti dato tutto, levandoti dalla merda, te vieni fuori con questa storiella che le nostre strade non portano da nessuna parte. Hai sbagliato i conti! te la farò pagare. E con gli interessi, una volta per sempre.Il tono duro e minaccioso mi diceva che era nel panico più totale. Vedeva la sua preda sfuggirgli e questo non poteva tollerarlo. Si dimenava, urlava, voleva tenere ferme le redini del gioco, come sempre aveva fatto o come pensava che fosse. La guardai ed anche così infuriata era bella ed attraente. Ma ero stanco di fingere, di mentire. Come se poi fosse così facile mentire a se stessi. Da un pezzo l’amore si era corroso il resto era un dettaglio, uno stupido dettaglio da passarci sopra, da annientare. Compreso io. Probabilmente avevamo corso per la stessa meta, ma con il passare del tempo le crepe del nostro rapporto si erano allargate a un punto tale che era finito in sala di rianimazione, agonizzante.Ad Emma tutto ciò non interessava. Ne avevamo parlato spesso negli ultimi tempi ma, abilmente, sapeva far cadere il discorso. Ciò che le premeva era una cosa sola: il parere del suo entourage. Non poteva presentarsi ai loro occhi come una donna sconfitta. Proprio lei, brillante avvocato, sedotta e abbandonata da uno squattrinato, un fallito, un musicista del cazzo, come usava dirmi quando voleva ferirmi. Nel suo codice non era ammesso. Ma quella solitudine mi stava uccidendo, dovevo darci un taglio e provare a salvare quantomeno quel che restava di me. 
- Sei un bastardo-, continuò feroce e cinica, - Ma chi credi di essere! Non avendo nulla da rimproverarmi glielo dissi, con una calma che la fece andare ancora più in bestia. Avrebbe voluto la battaglia, ma non le offrivo il fianco; allora mi colpì con un pugno. La guardai e, con quella stessa calma, le dissi di non farlo mai più. E glielo ripetei due volte. Ma non mi ascoltava, non l’aveva mai fatto prima, perché avrebbe dovuto farlo adesso che eravamo alla resa dei conti. Tutto il suo corpo sprizzava odio e disprezzo; aveva il sangue agli occhi e mi colpì nuovamente con più violenza. Le diedi uno schiaffo, un solo schiaffo in pieno viso. Barcollò e cadde battendo la testa sullo spigolo del mobile. Il mio compagno di cella restò qualche attimo in silenzio poi mi augurò la buonanotte dicendomi: - Dormi Lee, domani sarà una dura giornata. Mi avevano trasferito in quel penitenziario dopo aver tentato l’ennesima fuga. Il trasferimento era una punizione e quello era un carcere di massima sicurezza, uno dei più duri a cui ero approdato. Ma ero stato fortunato a finire in cella con Teo perché a volte, raramente ma accade, si incontrano persone che sin dalla prima occhiata si percepisce che sono sulla stessa lunghezza d’onda. Con Teo fu proprio cosi. Non appena varcai la soglia della cella, capii immediatamente che mi sarei potuto fidare di lui. Mi svegliai di soprassalto mentre la guardia urlava: - Sveglia! Alzatevi! Mi tirai su e rifeci il letto. Una volta terminato, uscimmo dalla gabbia e camminammo in fila indiana. Attraversammo il corridoio fino alla sala colazione. Stavo imparando le regole, perché ogni carcere ha le sue regole, a cui devi attenerti se vuoi sopravvivere. Lo avevo appreso a mie spese. Ci sedemmo nel mezzo del refettorio , di fronte a cinque detenuti che mi osservarono senza mai rivolgermi la parola. Era il “Consiglio di Amministrazione”, “i fine pena mai”, gli ergastolani. Teo fece le presentazioni, spiegando il motivo per cui ero dentro; il mio biglietto da visita alla comunità. Tra l’altro fu anche la prima cosa che mi chiese quando varcai la porta della cella. Teo era un oriundo francese, medico e professore universitario. Un intellettuale, un uomo leale e corretto, come se ne trovano pochi che, un bel giorno, si era convertito all’eco-guerriglia. Fondò un quartetto, chiamato “i Sabotatori”, un gruppo di visionari romantici decisi a salvare il mondo dagli scempi ambientali voluti dal governo e dall’industria. Aveva fatto saltare decine di mostruosità restituendo alla natura ciò che l’uomo ingordamente le toglieva. Lo catturarono i federali a St Louis insieme alla sua compagna, anch’essa sua complice, prima che portasse a termine il progetto più ambizioso: far esplodere la diga del Glen Canyon, che aveva provocato cambiamenti climatici e geologici irreversibili in tutta l’Arizona.Nei tre anni passati insieme diventammo amici inseparabili. In quella prigione, se non ci fosse stato Teo, sarei impazzito. Anche adesso, mentre guido lentamente su questa vecchia pista di polvere e sudore, battuta da un venticello tiepido, ho il cuore a brandelli e un immenso vuoto. Teo continua a mancarmi maledettamente ogni giorno che passa. Mi mancano le nostre conversazioni, il suo romanticismo squilibrato, la sua generosità, il suo sorriso semplice e schietto.Nel penitenziario era amato da tutti. Anche le guardie più “ostiche” lo stimavano. Mai uno scatto di rabbia o un gesto che potesse offenderle. Non potevi non volere bene a Teo. Ma a volte i sogni muoiono all’alba. E’ ciò che successe in quella mattina d’estate. Una debole luce filtrava da sotto la porta della cella. Mi svegliai agitato, quasi stessi soffocando nel sonno. Guardai verso la sua branda per chiedergli aiuto, ma non lo vidi. Appena il tempo di abituare gli occhi alla penombra e lui era lì che penzolava dal soffitto insieme alla lampadina. Restai nel mio lettino, accucciato e annichilito, con i brividi di freddo che mi scorticavano le ossa, incapace di qualsiasi azione. Da quel momento in poi nel carcere nessuno fu più lo stesso. Su tutti calò una tristezza che non andò mai più via. Non ricordo altro dei mesi che seguirono la sua scomparsa. Non sentii più fame, né freddo, né sonno. Ero ridotto uno zombie. E’ come se il mio cervello si fosse bloccato e avesse cancellato tutto. Fino al giorno in cui riuscii ad evadere e sparire ero ad un passo dal fare la sua stessa fine. “I fine pena mai” vennero in mio aiuto. Quando mi resi conto che Emma non si sarebbe più rialzata chiamai la Polizia e aspettai il loro arrivo, seduto sui gradini del salone. I poliziotti giunsero a sirene spiegate, entrarono in casa e fecero un veloce sopralluogo. Dopo, mi ammanettarono e mi portarono al comando. Sbrigate le formalità di rito, mi interrogarono. Avrebbero voluto una confessione, dato il blasone della vittima, ma non caddi mai in contraddizione, perché semplicemente raccontavo la verità. Risposi alle loro domande, anche le più scabrose, spiegando che era stato un incidente, un fottuto banale incidente. Lo gridai più volte, ma nessuno mi ascoltava, proprio come lei. Ero l’ultimo della fila. A chi vuoi che importi di un musicista del cazzo!La mattina dopo, ormai sfinito, con gli occhi che cadevano dalle palpebre, firmai il verbale della mia deposizione e mi chiusi nel silenzio più totale. Non parlai più neanche al processo. Non ne valeva la pena. Lo sbarramento di fuoco innalzato dalla famiglia di Emma contro di me avrebbe distrutto chiunque. E cosi fu.


Bartolo Federico 
 

martedì 6 marzo 2018

Strade Polverose


Lentamente riprenderò a scrivere, perchè le strade polverose sono le uniche che posso ancora  percorrere. Insieme ai miei amici lupi .

Bartolo Federico


domenica 25 febbraio 2018

La Terra Degli Uccelli

La radio che possedevo quando ero ragazzo era un macinino, un ferrovecchio, che sputava musica dalla mezzanotte alle sei del mattino… e spesso era grande musica. Era tramite quell’aggeggio che mi arrivavano le emozioni più grandi che avessi mai provato. Me le ricordo ancora quelle ore nel cuore della notte, sdraiato sul mio letto. Era come se ci facessi l’amore con la musica. Era lei la mia amica speciale. Mi fu anche chiaro che non sarei mai diventato un avvocato, un dottore, un politico, e neanche un commercialista. La musica aveva intaccato la mia anima, accomodandosi in quelle profondità dove nessuno potrà mai arrivare. Mi ha cambiato per sempre la musica. Adesso sdraiato sul mio letto fisso delle ombre a forma di palla. Rimango a fissarle con un occhio aperto e l’altro semichiuso. Il suono di quelle vecchie melodie alle volte sembra svanire… ma poi come un soffio spinto dal vento, ritornano. Lasciandomi nell’ombra. Patti Smith durante gli anni sessanta, ascoltava musica attraverso le radio Fm che trasmettevano Wilson Pickett, James Brown, Smokey Robinson, Otis Redding… ma come lei stessa ha raccontato furono i Rolling Stones la sua più grande influenza musicale, per il fatto che Mick Jagger riuscisse a muoversi sul palco come se fosse un nero. Questo la colpirà profondamente, tanto che la reazione che ebbe di fronte alla tv guardandoli per la prima volta, fu quella di bagnarsi le mutandine. Poi anche Little Richard, Elvis, Chuck Berry, sono stati suoi punti di riferimento, con Jimi Hendrix e Jim Morrison. Nell’estate del 1970 i Velvet Underground si esibirono per l’ultima volta al Max’s Kansas City, un locale di New York, e Patti Smith era tra il pubblico ad assorbire energia. In quel periodo nella grande mela, si mettevano in bella mostra anche due band provenienti da Detroit. Due complessi che si muovevano sui sentieri della passione e dell’azzardo mescolando la musica alla vita, suonavano un rock violento e trasgressivo, antagonista al potere. Patti Smith non sfuggì al fascino animalesco ed eccitante degli MC5, e dei dissacratori Stooges di Iggy Pop. La loro musica diretta e convulsa, insieme all’approccio selvaggio che avevano dal vivo, influenzeranno profondamente il suo linguaggio sonoro. Conoscevo tutti i passaggi, i respiri, le pause di “Absolute Live” dei The Doors. Anche gli scricchioli, di quel doppio live pubblicato nel 1970 che conteneva una serie di concerti che il gruppo aveva tenuto in giro per gli States, fra l’agosto del 1969 e giugno del 1970. Quel disco si prendeva cura di me, nel freddo e nel buio. Era come se mi sedessi sul lettino dell’analista. Riusciva a fare uscire il buono e il cattivo, che covavo dentro. Almeno fin quando mia madre non entrava nella stanza urlando perché assordata e stravolta, da quella musica suonata a tutto volume. Facevo un balzo negli anni sessanta, la California, i figli dei fiori. Quello era un volantino dell’esistenza emancipata. Collanine e bracciali. L’allargamento della coscienza, attraverso l’uso di acidi lisergici. La meditazione. Le filosofie orientali. La sperimentazione. La sessualità, e la trasgressione. Un bisogno vero di liberazione. Per me Jim Morrison era un sogno. Una spina nel fianco al sistema, una provocazione continua. Un’immaginazione reale. Un sicario delle buone maniere. Si spingeva e mi spingeva, oltre il muro. Dall’altra parte del mondo. Adesso lo capisco anche meglio che era il suo delirio a tenermi vivo come non mai. Perché quando sei debole ti lasciano solo, e tutto va a rotoli. Un concerto dei Doors era una cerimonia pubblica, un atto sociale, un’azione reale. Arte e vita, tutto messo insieme. “Do You Feel Alright” urla Jim dentro il microfono. La gente gli risponde con gridi d’eccitazione. Ecco che Who Do You Love parte con i suoi ritmi primitivi. Musica scarna ed emotiva, avvolgente e lirica, spesso anche improvvisata. Visioni e poesia. Questo fu il rock dei Doors. Nient’altro. Patti Smith in uno dei suoi tanti viaggi fatti in Francia, si recò al cimitero parigino dov’è sepolto Morrison. S’immaginava di trovarci energia, ma su quella tomba non c’era altro che sporcizia e fango. Alla fine del 1976 esce “Radio Ethiopia”, corredato da una bellissima copertina, rigorosamente in bianco e nero. Un disco che è l’evoluzione di “Horses”. Perché è solo con questo disco che il gruppo ha un’anima, ed è diventato un vero ensemble. L’unità è la nostra droga disse Patti Smith. La musica adesso esce allo scoperto libera, fluida, e si fa linguaggio di strada nell’interpretare i sogni e le speranze, di quella nuova generazione di ribelli che scalpitano per le strade di Londra… ma è anche una discesa nell’abisso, il veicolo primario per trasmettere messaggi, introdurre idee, informazioni. Per questo all’interno del disco si trovano una serie di consigli dati dalla stessa Smith, per usare la musica. “Radio Ethiopia” brucia parole di fuoco, e parla una sola lingua universale… non ha strutture rigide e trasmette rock’n’roll. L’unica alternativa al silenzio delle coscienze. “Radio Ethiopia” invia messaggi di rivolta ma, oltre alle parole, in questo disco c’è la disubbidienza musicale di “Metal Music Machine”, il doppio album di Lou Reed. E’ difatti il suo sperimentalismo sonoro a guidare in R.E./Abissinia, (dedicata tra l’altro allo scultore Costantin Brancusi, e al poeta Arthur Rimbaud) il Patti Smith Group nell’esplorazione di nuove strade musicali, usando la chitarra Fender duo-sonic. La stessa usata da Jimi Hendrix. John Sinclair era un poeta, scrittore, critico, musicista, amico di molti personaggi della Beat Generation. Un rivoluzionario. Fu lui che aiutò i MC5 a diventare il gruppo di punta della rivolta giovanile americana, alla fine degli anni sessanta. Le esibizioni dei Five erano una vera provocazione alla morale e all’ordine costituito. Come quelle degli Stooges, loro illustri concittadini. Un gruppo legato all’impegno sociale i Five, dal suono duro e animalesco. La band aveva fatto suo il motto di Jerry Rubin un altro sovversivo, (con Abbie Hoffman andrà a turbare il sogno di pace, amore e libertà di Woodstock) che recitava di non fidarsi di nessuno che avesse più di 30 anni. A Detroit loro città natale questa regola fu messa in pratica rigidamente. Ai loro concerti non si entrava in nessun modo se avevi più di trent’anni. I Five si erano tirati dentro i disillusi del sogno americano, vecchi beat, pantere bianche, pacifisti, movimenti studenteschi, filosofi delle droghe, musicisti alternativi. Li avevano coinvolti tutti quanti, nella loro dura lotta al potere. Persino Allen Ginsberg era un loro fan. Il loro primo album, il live “Kick Out The Jams”, uscito nel 1968, vi darà solo un’idea di quello che erano capaci di tirar fuori questi musicisti. Una prova che a dispetto del tempo che passa resta integra è forte. Rock’n’roll selvaggio, per l’anima e il corpo. Per chi ancora crede che ci sia la possibilità, di avere una vita diversa. Senza idoli confezionati, pronti da consumare. Musica schietta, suonata con profonda emozione. La musica degli Stooges incarnava la paura, l’angoscia esistenziale, l’odio contro la borghesia, e la vita facile di tanti teenager bianchi. Era una musica forte, sfrontata, suonata su quei tre accordi che hanno fatto grande il rock’n’roll. Un suono brutale, un urlo demoniaco, psicotico, lacerante, nel buio della notte. Iggy Pop, il cantante della band, era un vero figlio di puttana, un talento naturale, che a diciotto anni se n’era andato da casa per vagabondare in quei luoghi dove si suonava il blues più scellerato. Un ragazzo che durante le esibizioni dal vivo aggrediva il pubblico ruzzolandosi tra la gente, agitandosi, denudandosi, bestemmiando e sputando. A fargli da spalla i fratelli Ashenton, Ron alla chitarra, Scott alla batteria, e Dave Alexander al basso. Il concerto che tennero a Cincinnati nel 1970 passò alla storia. Iggy Pop continuava a sbattersi il microfono dentro la bocca sanguinante, poi si lanciò tra la gente che lo aspettava con le braccia alzate. A torso nudo, le gambe fasciate dai pantaloni di cuoio nero, e il dito puntato contro un bersaglio immaginario, muoveva la lingua insanguinata. Un suicidio live che scandalizzava chiunque e che ha quasi ucciso Iggy. Il loro primo disco “The Stooges” è del 1969 e fu inciso in solo quattro giorni, con la produzione di John Cale. “Fun House” invece è del 1970. Nel gruppo fece la comparsa il sax lacerante e nervoso di Steven Mackay. Un disco accecante di rabbia e di energia. Un suono implacabile sostenuto dalla voce rauca di Iggy, a segnare una delle pagine più belle che il rock’n’roll ci ha regalato. Basta ascoltare L.A.Blues, il brano che chiude il disco, per capire fin dove gli Stooges si erano spinti. Cinque minuti di puro inferno sonoro, con il sax isterico di Mackay che attraversa i territori del free jazz, inseguito da riff micidiali di chitarra, mentre Iggy continua a urlare la sua depravazione. Un’esperienza devastante. La droga, la follia, la rabbia, rese la musica degli Stooges oscura e ipnotica. Il tempo di un altro disco con la produzione di David Bowie è il sogno se ne va a catafascio. Braccato da quella nuvola nera che lo stava distruggendo, Iggy decide di sparire. Poi lentamente risalirà la china. Certo, per qualche tempo ho pensato di avere preso la strada sbagliata ma, arrivato al bivio, non ho fatto nulla per tornare indietro. Quando ero giovane pensavo che avrei cambiato il corso delle cose, se solo lo avessi voluto. Non è andata così… ma ci tenevo di più a guardarmi allo specchio, e non vedere qualcun altro. Perché si paga tutto prima o poi, e si paga anche per quello che non si vede alla luce del sole. Certe cose dentro di noi, non vanno mai in prescrizione. Mi sono tolto la giacca, e ho lasciato vagare i miei pensieri. Dopo ho acceso la radio. La notte stava salendo, senza un filo di vento. Una volta volevo diventare una rockstar, poi un bluesman… ma in effetti cercavo solo un po’ di calore. Il rock’n’roll mi ha svegliato, mi ha guarito, mi ha protetto. Mi sono guardato intorno e ho visto tutti quelli che mi hanno superato, imprecando, spingendo. Non so dove siano finiti. In effetti io ho solo fatto del mio meglio, per restare integro. Ho rivolto il mio sguardo alla “terra degli uccelli”, ed ho visto delle piccole stelle brillare. Mi si è stretto il cuore. I miei eroi sono i nati perdenti… e il mio cuore è nella strada.

Bartolo Federico