martedì 2 ottobre 2018

Cacciatori Di Stelle

È difficile vivere dall’altro lato della strada. Il mondo si dissolve in fretta a guardarlo da quella parte. Che tu te ne stia appollaiato dentro un bar, o sotto un sole caldissimo, o una pioggia incensante, ti senti sperduto in quell’overdose di solitudine in cui ti sei cacciato. Con quel vestito da senzatetto e quell’aria malinconica che ti pervade la faccia, ti senti un perfetto idiota, mentre cerchi di limitare i danni. Chi è sensibile alle sfumature lo sa bene, che la musica trionferà sempre su tutto. Buttò giù del whiskey nel vuoto delle sue budella, mentre Ray Davies cantava No One Listen. Seduto nella piccola cucina di casa cercava un modo per venire fuori da quel grigiore che negli ultimi tempi aveva avvolto la sua vita. Era un tipo come c’è ne sono tanti altri nel mondo. Un uomo pieno di grinze e ragnatele che viveva con assillo e furia la sua esistenza. “Quando invecchi gli aveva detto suo padre ti restano i ricordi”… ma non te ne fai niente dei ricordi pensò. Solo seghe. L’unica cosa che conta è non perdere il tuo tempo. Perché alla fine si muore. Come tutti d’altronde. Non c’è altro. Rimise nuovamente la stessa canzone, tornando indietro con il telecomando del CD. Dalla finestra filtrava una pallida luce. Si chiese da che parte doveva andare, perché Ray Davies in quel momento cantava Imaginary Man: I saw my reflection in the glass Watched as the world went flashing past. I knew the face but could not tell. Why I couldn’t recognise myself”. Lo aveva imparato da solo che ci vuole sempre una botta di culo per non finire annientati sotto i colpi di questo mondo marcio, barcollante, ostile… ma chi erano mai – e poi mai – questi gerarchi detentori del pensiero unico, per decidere le sorti di popoli interi?. E’ la storia che rappresentano che li inchioda. Nutrono immenso disprezzo per tutti i lavoratori, che si trovano nel livello più basso del mondo. Hanno un odio profondo per gli anarchici, gli ultimi, e i guastafeste, che non vogliono collaborare per i loro fini. Woody Guthrie lo spiegò che la vita è una lotta, dalla culla alla tomba. Come non era mai accaduto prima questi gerarchi sono davvero lontani dalla vita, e dai suoi bisogni elementari. Cinici, spietati, violenti. Con il dito premuto sul grilletto, non si fanno alcuno scrupolo a pisciarci in testa. Il loro intento è solo quello di sopprimere i sogni di migliaia di uomini e donne. Gente che non sa ascoltare la capriola di una canzone, che risuona dall’altra parte della strada. Il suo volto divenne duro e freddo. Woody, cercò di spiegargli che cosa stava accadendo con parole semplici e dirette Era questa la sua grande virtù. Si riempì nuovamente il bicchiere. La vita all’improvviso può diventare un incubo, una vendetta infinita. Questo è il modo in cui finisce questo mondo del cazzo non con un BOOM, ma con un gemito”. Lo sentii dire a  Dennis Hopper in Apocalypse Now”Siamo come cacciatori di stelle mentre cerchiamo in tutti i modi di scovare nuove canzoni, per cibare lo spirito e la carne. Abbiamo dentro un demone che ci possiede. Lo stesso che aveva Harry Smith un antropologo, bizzarro e barbuto. Un collezionista di 78 giri bramoso di scovare pezzi rari della musica americana… ò con la sua collezione di dischi, che la Folkways, un’etichetta dedita alla folk music, pubblica “Anthology Of American Music”. Una specie di bibbia per tutti quegli uomini che se ne vanno in giro fumando in silenzio, e dormendo per strada. Un cofanetto diviso in tre volumi che parla delle gesta di persone sperdute, semplici, avvolte dentro una nuvola di polvere. Sempre ubriache di pessimo whiskey. Musica inquietante, piena zeppa di fruscii, di fantasmi che si affacciano a ogni nota scorticata da un banjo, o da una chitarra scordata. Sangue, sofferenza, e follia. Musica populista vestita di stracci, che però ha l’affanno dell’uomo comune, del disoccupato, del migrante, di chi non sa più dove andare. Raccoglie dentro di sé immagini e speranze, rimpianti… ma anche entusiasmo. I politici alla pari di quei finti progressisti che blaterano dagli schermi televisivi, fanno solo finta di conoscere questo lato della vita. Sono dei buffoni, avidi e smaniosi. Quanto di più lontano esista da questa musica. Il loro abbraccio è mortale per qualunque cosa che trotterella nella polvere, e si raggomitola per terra. “Forgive me, I’m still a sad creature of little faith. We are such creatures of little faith”. (Ray Davies). Finì di bere e si versò dell’altro whiskey. Poi si mise a guardare le copertine dei suoi vecchi vinili. Ogni disco raccontava una parte della sua vita. Era stato sposato con Emma, ma la cosa non aveva funzionato. Dopo un primo periodo in cui sembrava che le cose tra loro filassero al meglio, erano arrivati all’improvviso i primi litigi. Man mano che le cose deterioravano, si arrivò a vere esplosioni di violenza fisica da parte di entrambi. Questa cosa lui la odiava profondamente. Alla fine non si parlarono più… e manco si guardavano. Lei andò via una mattina di ottobre, serena e pacifica. Fuori ad aspettarla c’era il suo collega d’ufficio, con cui aveva intrecciato una nuova relazione. Quella sera lui si cucinò del pesce bollito, con delle patate al prezzemolo per contorno. Poi accese lo stereo e mise un vecchio vinile dei Mott The Hoople: “Now it’s a mighty long way down the dusty trail. And the sun burns hot on the cold steel rails. ‘N I look like a bum’n I crawl like a snail. All the way from Memphis”. All’una e trenta della notte si scolò una bottiglia di vino rosso, e ascoltò innumerevoli volte Walk On The Wild Side. Bisogna rientrare nella propria vita in qualche modo. Perché se era rimasto qualcosa era meglio andarlo a prendere il più presto possibile, prima che finisse per essere divorato dalla sua stessa inquietudine. L’influenza del blues del Delta sul rock’n’roll, è davvero indelebile e profonda. I musicisti rock hanno preso qualsiasi cosa da quelle canzoni, e da quel modo di suonare. Charley Patton aveva uno smisurato amore per la musica. Anche se suo padre lo puniva ferocemente, lui se ne andava in giro continuando ostinatamente a suonare il suo blues, agghiacciante e viscerale. Sembra semplice ma il blues è musica complessa. Puoi anche imparare lo stile slide in maniera impeccabile… ma per fare sentire vero quel suono pieno di sfumature, di coraggio e incertezza, devi possedere anche tu quell’ambiguità di cui questa musica è piena zeppa. Accidenti a questo sole del cazzo che acceca la vista e rende ubriachi senza aver bevuto un solo goccio. E’ davvero difficile essere liberi in questo mondo. Si può morire spiritualmente molte volte, ma la carne rimane viva bramosa di libidine, come il rock’n’roll. Continuavano a piacergli le puttane, le altre donne le trovava noiose e incongruenti. Solo una piccola illusione momentanea. Rimase seduto al bar a bere e fumare. Tamburellando con le dita sul tavolo cercò una nuova melodia, per quella canzone che stava scrivendo. Una canzone per bastardi senza cuore che attraversano la strada per rifugiarsi tra le ombre. Come lui… cacciatori di stelle.

 Bartolo Federico

martedì 18 settembre 2018

I cuori sono come i fiori

Dormire negli ultimi tempi è diventato un vero tormento, al punto che il sonno mi sembra una discesa negli inferi. Colpa di quegli spettri che vengono a trovarmi. Al risveglio mi sento stanco, sfiancato, come una di quelle ballate febbrili, claudicanti e senza sole, di Nikki Sudden e Dave Kusworth, o del Johnny Thunders fragile e drogato, di “Hurt Me”. Il medico mi ha guardato con una faccia stralunata, e paternamente mi ha dato una pacca sulla spalla. Non se ne faccia un cruccio, è tutto legato alla sua depressione ansiosa. Il suo comportamento compulsivo, ossessivo, però è da tenere sotto stretta osservazione”. E lo diceva senza guardarmi, mentre scriveva la ricetta degli antidepressivi da assumere. Me ne sono tornato a casa quieto quieto, con il sole che stava tramontando dietro i palazzi. La mattina seguente seduto in cucina pensavo a queste cose, quando il telefono prese a squillare facendomi trasalire. Con una voce rauca ho risposto ad una signorina dai toni suadenti, che mi ha illustrato l’ennesima vantaggiosa offerta per luce e gas. Malgrado la mia confusione mentale, mi sono sforzato di prestarle attenzione. Siamo stati lì a conversare come due vecchi amici che non si sentivano da un pezzo. Dopo un po’ mi sono alzato barcollando e, con la cornetta attaccata all’orecchio, ho azionato lo stereo. Autumn Stone degli Small Faces, l’ho ascoltata come sottofondo a questa insolita chiacchierata. “Ero nel nulla, finché tu non hai cambiato la mia mente, l’amore viaggia attraverso l’essere buono con te. Dopo sei stata da qualche parte, un luogo difficile da trovare, quel che tu sei sempre stata, è la verità. Cerco una porta aperta, dove mi posso mettere seduto e giocare in pace con te. Il domani cambia l’odierno verde dei prati, ieri è deceduto, ma non i miei ricordi, eravamo stranieri, e poi sei arrivata tu. La più dolce alba primaverile a cantare per me. E così ho trovato un suono che vive, che si muove, che respira e fa all’amore con me”. Verso mezzogiorno mi sono deciso a uscire. Camminando nel mio quartiere ho incrociato un uomo con gli occhiali neri e un bastone bianco, e subito dopo anche Gianni, uno che assomiglia in maniera impressionante a Lemmy dei Motörhead. Un tempo anche lui era un musicista ma qualcosa non è andata per il verso giusto, e adesso vive come un vagabondo tra i binari della ferrovia. Gli era davvero capitato qualcosa di tremendo che nessuno sapeva, ma che lo aveva spinto a lasciare il mondo. Comunque era andata stava pagando il suo prezzo. Io invece nonostante le profezie del dottore, non mi sentivo ancora alla resa dei conti, e il mio livello di guardia restava alto. L’arteria principale della città come sempre era intasata di macchine, e l’aria era talmente maleodorante di gas di scarico che mi è venuto il mal di testa. Nessuno di noi è padrone di nulla, anche se molti credono il contrario. Nessuno di noi possiede l’alba, il cielo, la pioggia. Mentre cammino per le strade senza meta, una piccola ombra mi protegge dal sole, e penso che, nonostante tutti i miei casini, sono ancora in piedi. In questo periodo rispolvero sempre più spesso i miei vecchi dischi, dal computer non scarico più files musicali, perché ad un certo punto mi sono sentito come se fossi un ladro. Mi limito ad ascoltarla la musica nuova, quando però mi incuriosisce sufficientemente. James Moore in arte Slim Harpo, è stato l’esponente di punta dello swamp blues. A soli quindici anni resta orfano, ed è costretto ad abbandonare la scuola per mantenere il resto della famiglia. Si impiega come scaricatore di porto, e dopo come manovale… ma appena finito il lavoro suona per strada le canzoni che scrive, accompagnandosi con l’armonica e la chitarra che ha imparato da autodidatta. In questo modo conosce Lightinin’ Slim che lo porta dal noto produttore Jay D. Miller. Quest’ultimo però non si accorge subito del talento di questo ragazzo e lo lascia in disparte… fin quando Slim Harpo non gli fa ascoltare quel suo nuovo brano dalla ritmica martellante e devastante… I’m A King Bee. La canzone diventa un grande successo che viene bissato da Rainin’ In My Heart, un blues lento e ipnotico, che ti fa sentire il fruscio delle paludi della Louisiana. Queste sue prime canzoni rappresentano esattamente i suoi due volti musicali. Il primo lato del disco è terminato. Mi alzo dal divano e girando il vinile poso con cura la puntina sulla seconda canzone, per evitare il graffio che ferisce profondamente la prima traccia. Muddy Waters, Kinks, Yardbirds, e Rolling Stones, anche quelli fantasmagorici di “Exile On Main Street”, attinsero dal repertorio di canzoni straordinarie di Slim Harpo. Alle volte c’è come una fossa dentro di noi che ci fa vacillare. Così guardo la mia ombra riflessa sul muro della stanza e non so perché, mi viene di sorriderle. Fuori nel cielo nero la luna è talmente piccola, che la potrei accogliere dentro il palmo della mia mano. Lo so che il dolore man mano sbiadisce e poi, all’improvviso, finisce. Accendo una sigaretta e ne aspiro un paio di boccate tenendola tra le dita, come fosse un amante. Mentre il fumo scende nei polmoni, il pensiero che mi attraversa viene scosso da quel rantolo rauco che arriva dallo stereo acceso. Da qualche parte ho ancora una bottiglia di J&B, la prendo e mi verso quel che rimane in un bicchiere. Da quando sono rimasto solo sono diventato un casalingo esperto, ho imparato tanti piccoli stratagemmi. Rimbocco le coperte sopra le lenzuola, lavo i pavimenti con l’aceto, stendo il bucato, pulisco i vetri asciugandoli con la carta di giornale, e ascolto la radio mentre sbatto i tappeti. Sul tavolo del salone c’è una mia vecchia foto, di quando avevo diciotto anni. Ho i capelli lunghi, porto i Ray-Ban e come sempre ho un aria smarrita. Non è che sia cambiato di molto, almeno a guardarmi così di primo acchito. E’ un blues sporco e aggressivo, aspro e irruento, un blues che partendo dal Mississippi si è formato per la strada, nei bordelli di Chicago, e si è irrorato di whiskey e imbottito di fumo, fino all’inverosimile. E’ un blues oscuro e genuino quello che suona Hound Dog Taylor con i suoi degni compari, gli Houserockers, diretto discendente del suo maestro Elmore James. Con il suo stile bottleneck esuberante e distorto, Hound Dog Taylor manda in visibilio il pubblico nei suoi concerti non stop, che gli fanno conquistare fama e credibilità nella difficile “Città del vento”. E’ un selvaggio seduto in quella sedia pieghevole, mentre pesta i piedi e getta la testa all’indietro. Il volume degli amplificatori è altissimo, ma lui possiede un drive che è una meraviglia del demonio. Accendendosi l’ennesima sigaretta, aizza la folla ad alzarsi e ballare. È ruspante, minaccioso, ed è un amante delle donne, tanto che un suo amico gli affibbiò quel soprannome da cane segugio. Lui sì che prendeva la vita con ironia e irriverenza. La sbatteva spiaccicandola sul manico della sua chitarra, con la mano sinistra e con quel collo di bottiglia che ci strofinava sopra per evocare gli spiriti del Delta e di quel degenerato di Robert Johnson. La puntina ha percorso tutti i solchi del vinile, e nella stanza adesso è calato il silenzio. E’ il deserto il luogo preferito dei viaggiatori, perché è in questo ambiente che ci si illude di muoversi per non arrivare mai. La mattina, dopo aver rassettato la casa, me ne sono andato all’ufficio postale per pagare le bollette. Durante il tragitto mi ha fermato una chiromante, che ha voluto per forza leggermi la mano. Con un certo imbarazzo gli ho teso il palmo. “Mi sembri ubriaco” dice guardandomi dritto negli occhi. “No, non lo sono”, gli urlo quasi. “Il tuo amore ritornerà”. Adesso sì che caracollo, che sembra quasi che mi stia mettendo a ballare. Infilo una mano in tasca, e le lascio tutti gli spicci che possiedo. Quando arrivo alla posta la gente è in fila fino a fuori dalla porta… ma dal momento che le bollette sono già scadute, mi armo di santa pazienza e aspetto. Mi sento stanco, stanco della mia incapacità di adattarmi. Tiro a campare e mi nascondo, cercando di evitare di pensare. La gente che mi sta intorno è scoglionata e anche nevrastenica. “Dal governo si lamentano alcuni uomini, ci arrivano solo enormi tasse da pagare, e il lavoro è un miraggio per tanti”. Un vecchietto, quando arriva il suo turno, chiede all’impiegato se gli può scrivere un indirizzo sulla busta, ma il tizio lo respinge in malo modo… ed è così che mi stacco dalla fila e prendo a sbattere le mani sullo specchio che ci divide e lo protegge. Come un matto gli urlo di uscire dalla sua comoda cuccia, che ho delle cose da spiegargli. Perché sono stufo, ma proprio stufo, di persone come lui. Il tizio mi guarda terrorizzato, restando fermo e silente sulla sua comoda poltroncina. “Lo so che non ci puoi sopportare gli continuo a gridare, ma neanche noi sopportiamo individui come te“. Poi mi rimetto in fila, mentre un silenzio raggelante scende giù. Illegale non vuol dire che non sia giusto. Weldon “Juke Boy” Bonner, amava la strada. Con la sua chitarra dal suono primitivo e grezzo, accompagnandosi con l’armonica per sottolineare il suo tormento, il suo blues mise in scena la lotta di un uomo per l’affermazione dei propri diritti, ma anche della sua stessa sopravvivenza. “Ricordo che vivevo sulla costa occidentale francese. Avevo solo diciassette anni quando una ragazza mi toccò per la prima volta il cuore. Nonostante io abbia visto i fiumi, questi non sembrano mai belli come lo sei tu. Talvolta le luci dovrebbero affievolirsi. Talvolta il mondo è in bianco e nero” (Where The Rivers End – Jacobites). Hai sempre paura di ciò che non conoscie il buio fa paura a molti. Come la poesia. Noi uomini marciamo su questa terra come fossimo al supermercato e, pronti col numerino in mano, restiamo in attesa dell’eternità, rincorrendo la giovinezza… ma in fin dei conti, cos’è ‘sta giovinezza? Forse è lo sconvolgersi? O forse farebbe più giovane se tutti quanti riuscissimo ad amare tutti? Questo sarebbe sconvolgente, nuovo, rivoluzionario. Dovremmo perdere per strada le spregevoli menzogne di cui ci nutriamo ma, invece, guai se proviamo a rifilare le nostre angosce, o le nostre poesie, a quelli che vengono a trovarci. Ci saremmo belli è fregati l’esistenza, resteremmo da soli a tormentarci. Finisce allora che nascondiamo tutto dentro e ci consumiamo nella notte, dove sostiamo esitanti insieme al diavolo, perché possiede, lui sì, tutti i trucchi per ammaliarci. Mi sedetti sul divano e alzai gli occhi verso lo specchio. Una volta scendevo al fiume con Maria, ed è lì che ci siamo amati. Ma adesso quel fiume si è inaridito, perché i cuori sono come i fiori.

lunedì 30 luglio 2018

Highway 61 Revisited


Passai una notte insonne nella stanza di quel motel. Una vera topaia, ma al prezzo che chiedevo, non avevo trovato altro. La mattina quando ripartì, il tempo era ancora messo male. Una schiera di nuvole basse e grigie coprivano il cielo rendendo l’atmosfera cupa. Per non annoiami infilai nello stereo della macchina Blues From Laurel Canyon, il primo album americano di John Mayall. Un disco influenzato da sonorità psichedeliche, molto in voga nel 1969, anno in cui fu pubblicato. Accompagnato da una band ridotta all’osso, con la chitarra di Mick Taylor, il basso di Stephen Thompson, e le percussioni di Colin Allen… ne venne fuori un blues stringato ed essenziale, figlio dei Canned Heat, perfetto per guidare nei grandi spazi aperti. Musica che ti fa scorazzare con la fantasia in un tempo polveroso, quando il deserto era attraversato da chopper con a bordo Dennis, JackPeter e tutto poteva ancora accadere. Il cofano della macchina era pieno di reliquie, schegge di memoria, testi di canzoni, graffi e poesie. Da qualche parte c’era anche la Polaroid di mio padre. Guidavo e avevo non so perché, la netta sensazione di essere come un reduce di un altro mondo. Durante quel viaggio mi ero prefisso di piantare qualcosa lungo il tragitto, come fosse un segnalibro infilato in un racconto. Un modo come un altro per lasciare qualche traccia di me. Nella tarda mattinata finalmente le nuvole si aprirono, e nel cielo comparve un sole caldo. La sera della partenza, alla chiusura del negozio, avevo salutato il signor Alfredo comunicandogli che non sarei tornato a lavoro, e spiegandogli  quello che avevo in mente di fare. Inaspettatamente fu molto comprensivo e generoso nei miei riguardi, tanto che mi regalò l’incasso del giorno. Quel gesto mi colpì molto. I “travellin’ men”, così venivano chiamati i vagabondi di colore, si spostavano lungo le strade polverose battute da operai ferroviari, braccianti agricoli, giocatori, prostitute, e sbandati di ogni tipo. Tutti si muovevano con un’unica direzione… Chicago. Dal 1920 al 1950 cinque milioni di neri migrarono dagli Stati del Sud, verso la “città del vento”. Io non avevo una meta da raggiungere, stavo solo cercando di prendere il mio tempo. Dovevo chiudere delle porte, e riaprirne delle altre, guardando a destra e a sinistra, su e giù.  Un vagabondo per orgoglio. Dopo che Peter Green lasciò i Bluesbreakers di John Mayall portandosi appresso anche il bassista John Mc Vie, reclutato il chitarrista slide Jeremy Spencer e il batterista Mick Fleetwood, nel 1967 diede origine ai Fleetwood Mac. “Peter Green’s Fleetwood Mac”, fu registrato nel 1968 in solo tre giorni. Il blues si era rimesso in cammino emettendo un nuovo ruggito. Ispirato e lirico… pronto ad esplodere. In questo disco si omaggia Elmore James, Howling Wolf, e Robert Johnson. Ma quando Peter Green è la sua chitarra prendono le redini, la musica comincia già a intrufolarsi nella foschia del mattino. La statale è sinuosa ed è piacevole da attraversare. Mi tornano in mente certe fughe solitarie che avevo fatto da ragazzo, tra spiagge e scali ferroviari. Come allora cerco nuovi luoghi per rimettermi a sognare. È un netto cambiamento quello che avvenne nei Fleetwood Mac con la pubblicazione nel 1970 di “Then Play On”. Peter Green inizia il suo volo nello spazio, dentro atmosfere trasognati e cosmiche. La musica, come nella migliore tradizione psichedelica, si dilata camminando sperduta, fino a quando non ricade sulla strada. Il suo vero unico rifugio. Qui non c’è più il filo spinato a recintarla. Quel filo che aveva fatto ingoiare umiliazioni e rinunce viene spezzato… il blues torna a viaggiare libero e diventa un veicolo per l’anima, perché non ha altro posto dove nascondersi, se non in un fremito, o in un dubbio. C’erano un sacco di strade che portavano a Chicago, tutte dai numeri dispari. La 45, la 51, la 23, la 13, la 49. La 61 è la più famosa per via di quel disco di Bob Dylan, ed è anche il luogo dove Robert Johnson strinse il patto con il diavolo. Vie di fuga per i neri delle piantagioni di cotone del sud, celebrate come fossero delle donne. Perché la strada rimane la più grande puttana del mondo. Big Joe Williams dedicò un disco a questi tragitti secondari, polverosi e malinconici. Ascoltare “Blues On Highway 49” è come avere di fronte una cartina stradale del delta, dove però si scorgono nitidi i vagabondi che ci correvano sopra furtivamente, e che suonavano la chitarra in stile bottleneck, per miagolare il loro blues nella notte. In Italia accadono sempre cose strane. Un paese dai mille segreti di Stato, dove si può ammazzare un ragazzo massacrandolo di botte… e tutti sono assolti. Un paese dove a pagare il prezzo più alto tocca sempre e solo alla povera gente. La corporazione degli industriali appoggiati dalle multinazionali, hanno assoldato quel presentatore della Ruota Della Fortuna, per reprimere gli elementi a loro indesiderati. Operai, studenti, pensionati, precari, esodati, gay… una filiera di deboli, di condannati, che rompono le palle scioperando e protestando. Vogliono un mondo senza diritti, un mondo di schiavi ubbidienti… ma gli sta sfuggendo che quel popolo si sta ingrossando velocemente, e a dismisura. Quegli artisti o presunti tali, quei progressisti, che si ribellavano veementemente allo strapotere del “bullo di Arcore” e si stracciavano le vesti nei vari talk televisivi. Quei cantautori, comici, registi, attori… tutti appartenenti a quell’area (si dice così no?) adesso di potere. Gente che si è tenuta in vita con la cannula dell’ossigeno, grazie a quel partito. Che fine hanno fatto? Dove sono finiti? Il loro silenzio è assordante, di fronte a questo disastro collettivo. Ah dimenticavo l’ipocrisia. La cantavano gli hobo sui treni merci questa canzone. Non m’importa se piove o gela, starò bene tra le braccia di Gesù.’ Anche se dovessi perdere camicia e pantaloni lui amerà lo stesso i figli di puttana come me. Sono l’agnellino di Gesù? Si, ci puoi scommettere che lo sono”Con quel sole che scaldava l’abitacolo della macchina, mi sentii ozioso ma a mio agio e mi fermai in uno spiazzale. Dall’altro lato della carreggiata il traffico scorreva senza troppa fretta. In questo momento dei poveri disgraziati stavano sicuramente su qualche carretta del mare per cercare di arrivare in una terra che non li voleva. Potevo essere in qualunque posto del mondo, con chiunque, ma ero anch’io come molti, un prigioniero. Quella guerra sociale stava sterminando milioni di famiglie… e nessuno faceva niente. Chissà perché? Mi sentivo arrabbiato… ma anche sconsolato. Così decisi di andarmene al diavolo… ma a modo mio. Con una grande scossa di musica. Quando ai Derek And The Dominos si aggiunse la chitarra di Duane Allman, il più grande sliderman di tutti i tempi, le cose per la band di Eric ClaptonBobby Whitlock, Carl Radle e Jim Gordon presero un’altra piega. Negli studi del Criteria di Miami, nel 1970 si registrò “Layla And The Other Assorted Love Songs”, uno dei dischi fondamentali del rock blues. Certo che portarsi i ricordi dappresso può far davvero male. Dentro quello studio girava un mucchio di droga, e la musica che scorreva come un fiume in piena, era creativa ed eccitante. Doveva essere una sensazione meravigliosa starsene lì ad ascoltare quei musicisti che esploravano il blues, il soul, il rock. Tutti correvano sulla stessa strada. E’ stata questa l’alchimia. Canzoni che rimangono nella memoria, come un brivido, una nostalgia, un colpo di fulmine. Per anni si è accreditato l’assolo di Layla ad Eric Clapton… ma quella fu un intuizione di Duane Allman. Uno che stirava le note come un elastico, senza timore che si rompessero. Se un nero ammazzava un altro nero, “Jim Crow” telefonava alla polizia, e questo bastava per metterlo in libertà, e riportarlo a lavorare nei campi di cotone. La strada è un sogno, ed io voglio attraversare strade che non ho mai attraversato, per imparare nuovamente a sognare. Accesi la radio e infilai “Blue Matter” dei Savoy Brown. Mi sentivo le dita delle mani intorpidite, girai la chiavetta del motorino d’avviamento, e il motore ed io tornammo a vivere… miagolando il blues.

Bartolo Federico

martedì 17 luglio 2018

Buddy Holly: “Blue Days, Black Nights”

Quel tizio aveva lo sguardo vago e il naso rosso ma il tono della sua voce era forte e sicuro. “Noi uomini sterminiamo tutto ciò che c’è di bello e di buono in questo mondo, e tutti siamo colpevoli allo stesso modo. Nessuno è innocente”. Si accese un sigaro e si versò un bicchiere di vino, guardandosi la punta delle scarpe. Per un breve attimo oscillò in avanti quasi volesse cadere, ma fortunatamente si riprese subito. La festa delle seconde nozze di un mio vecchio amico, si stava rivelando più piacevole del previsto. Ci ero andato controvoglia perché ero in una fase in cui non me la sentivo di stare tra la gente, e solo il pensiero di rincontrare vecchie conoscenze per poi finire a rivangare i bei tempi che furono, mi metteva un’assoluta tristezza… ma Ale me l’ero ritrovato sempre nei momenti più difficili, e non mi andava di deluderlo. Così su quel prato inglese di quell’albergo di una famosa località turistica siciliana, bevendo vino bianco ghiacciato, mi ritrovai a conversare con quell’uomo che con esattezza non sapevo neanche chi fosse. “Ho paura, s’interruppe per portarsi il calice alle labbra, si schiarì la gola e proseguì, “ho paura che non resterà più nulla su questa terra di meritevole. Stanno spazzando via tutto con inaudita ferocia e violenza, stanno creando un mondo che è una pattumiera a cielo aperto. Il guaio è che a nessuno sembra importargliene. Di questo passo dove andremo a finire? Ho l’impressione, proseguì avvicinando il sigaro che teneva in mano e poi allontanandolo come per focalizzarlo, che finiremo male, molto male. Quest’universo è amministrato da gente incapace che ha sempre pensato al proprio profitto, e mai al bene comune. Ciarlatani, saltimbanchi, che hanno in mano il destino degli esseri umani. E’ veramente incredibile tutto questo”. Quello sconosciuto era davvero un fiume in piena, s’infiammava e trasudava passione da tutti i pori. Restammo a parlare fin quando due bambini giocando a rincorrersi mi franarono sulle gambe. Li osservai rialzarsi lesti da terra e correre via. Chissà perché pensai alla solitudine degli uomini. Quella solitudine che ci perseguita e ci rende amara la vita. Che ci riempie di dubbi e, man mano che avanza, sgretola le nostre piccole certezze. Come fanno certi blues tristi e dolorosi che ti divorano dentro sin dal primo ascolto, per non lasciarti mai più. La mattina dopo mi svegliai all’alba che ero completamente sudato e senza aver dormito a sufficienza. Era una giornata afosa per cui mi ficcai velocemente sotto la doccia, prima di prendere il caffè. Sotto il getto dell’acqua ripensai alla serata trascorsa, tutto sommato considerai che mi ero rilassato… una cosa che ultimamente mi capitava di rado. Mi asciugai in fretta e scesi in cucina. Mentre preparavo la caffettiera accesi la radiolina, che suonò incredibilmente Peggy Sue. Un brivido mi percorse il corpo, quasi come fosse una scossa elettrica. Una canzone che difficilmente oggi senti per radio. Una canzone che fece conoscere al mondo le stella di Buddy Holly. Che da quando è morto, il rock non è più lo stesso. Questo lo ha detto un protagonista del film “American Graffiti”, pellicola che diresse George Lucas nel 1973… un omaggio alla Sua giovinezza e al rock’n’roll. Buddy Holly nasce a Lubbock in Texas, nel 1936. È un ragazzino precoce con la musica. A quattro anni prende lezioni di violino, e a cinque partecipa ad un concorso per canterini, dove vince un premio di cinque dollari. A dodici anni si compra la sua prima chitarra, dopo aver suonato il pianoforte. Andava ancora a scuola quando con il suo inseparabile amico Bob Montgomery, cominciò a suonare alle feste scolastiche o in casa di amici. La KDAV di Lubbock era una radio country locale che organizzava concerti nei suoi studi e al Cotton Club, una delle sale da ballo più importanti della zona. Hi-Pockets Duncan faceva il disc-jockey in quella radio, e divenne il primo manager di Buddy Holly. Nel 1954, ogni domenica pomeriggio Buddy, Bob Montgomery e il bassista Larry Welborn, suonano alla KDAV nel programma radiofonico “Sunday Party”, mentre alla sera aprono gli spettacoli che si tengono al Cotton Club. E’ davvero difficile dire di conoscersi. Chissà quante vite racchiudiamo in ognuno di noi, che attendono solo di essere vissute… e le cicatrici che ci portiamo appresso, sono come dei marchi a fuoco per la nostra coscienza. Rassettai il soggiorno, e mi misi a scartabellare vecchi scritti di mio padre… che è un modo per continuare a parlarci. Bisogna sempre guardarsi indietro, per capire da dove si viene. Holly è il suo gruppo suonavano e provavano nuove canzoni chiusi nel garage sul retro di casa sua, e fu verso il 1955 che il batterista Jerry Allison cominciò a frequentare Buddy. La musica di Holly sta navigando verso un’altra direzione… e la presenza di Elvis Presley sul mercato discografico favorirà questo cambiamento. Elvis aveva appena inciso per la Sun Records, quando arrivò a Lubbock per una data al Cotton Club, invitato dall’emittente KDAV… da lì i due s’incontrarono. Il giorno dopo quello show, Buddy aprirà il concerto che Elvis terrà per l’inaugurazione del salone della concessionaria Pontiac. Il rock’n’roll è stato solo un’illusione di libertà. E’ servito a contenere le pulsioni di milioni di adolescenti e ammansirli dentro un recinto, concedendo solo qualche salvacondotto, tanto per non inasprire troppo gli animi. Ha camuffato con furbizia comportamenti inoffensivi, facendoli passare per ribelli. Non ha infranto nulla. Chi ha spezzato le regole lo ha fatto da solo, e per se stesso. Il rock’n’roll non c’entra con quelle ragioni. Ascoltavano tanta musica Buddy e i suoi amici. Elvis, ma anche i Drifters e Ray Charles, musicisti che seguivano tutte le sere attraverso una radio che trasmetteva da Shereveport, località vicina a Lubbock. Non era per niente rivoluzionario Holly nell’aspetto, a differenza degli altri rockers degli anni cinquanta… anzi, sembrava uno studente riservato e impacciato, con quei grandi occhiali che gli ornavano il volto… ma musicalmente stava avanti a tutti. Un cantautore che sapeva mescolare con estrema sensibilità tutti i generi musicali che lo avevano influenzato, creando un suono riconoscibilissimo. Fu tra i primi ad utilizzare in studio la tecnica dell’overdubbing, (sovraincisione) ed a lanciare la chitarra Fender Stratocaster nel mondo del rock. In “Pulp Fiction”, il film di Quentin Tarantino, nel locale “Jack Rabbit Slim” (che è anche il titolo di un disco di Steve Forbert) a tema anni cinquanta, l’attore Steve Buscemi è un cameriere travestito da Holly. Quando quella mattina la signora Stella mi vide passare, mi salutò con un cenno degli occhi. Se ne stava sotto la grondaia al fresco del suo chiosco, e combatteva l’afa di un agosto opprimente, sventagliandosi noiosamente un po’ d’aria. Suo marito,“l’americano”, come lo chiamavamo nel quartiere, era seduto accanto a lei, e sorseggiava una granita di limone. Quell’uomo aveva sempre l’aria del cazzo, con quei baffi irti sembrava che non cambiasse mai d’espressione. “Caramelle dolci, cocco, panini” vociò lei rauca. La conoscevo sin da bambino e gli ero affezionato. Ci ero cresciuto giocando sul marciapiede di quella strada. Al Fair Park Coliseum di Lubbock, nel 1955, Bill Haley and His Cometes e Jimmy Rodgers Snow, tennero un concerto. Ad aprire quell’evento ci pensarono Buddy e i suoi amici. Quella sera era presente l’impresario di Nashville Eddie Crandall che rimase folgorato da quei ragazzi, tanto da chiedere a Dave Stone, il proprietario della radio KDAV, l’acetato di quattro loro brani. Canzoni che tramite Crandall arrivarono a Paul Cohen della casa discografica Decca, che volle subito Buddy sotto contratto, anche se da solista. Fu Bob Montgomery a convincere Buddy ad andare a Nashville, perché lui non ne voleva sapere di lasciare gli altri a casa. Quella session per la Decca, incisa il ventisei gennaio del 1956 allo studio Bradley’s Barn, produsse il suo primo singolo “Blue Days, Black Nights”, mentre sul retro ci sistemarono “Love Me”. La seconda seduta venne realizzata un paio di mesi dopo, il ventidue luglio del 1956: questa volta Buddy incise con la batteria, e a suonarla c’era il suo amico Jerry Allison. Da questa session non escono dischi, anzi c’è da parte di Cohen una qualche sorta di ripensamento sulle qualità artistiche di Buddy… ma si sa che Nashville è un ambiente musicalmente conservatore dove si suona da sempre il country, e trovare musicisti adeguati alla musica di Holly che è uno sperimentatore, risulta davvero difficile. Quel giorno tra l’altro incisero anche “That’ll Be The Day”, che sarà il primo grande successo di Buddy e dei suoi Crickets. Avevo circa sette anni quando un parente tornando da un suo soggiorno in Svezia, portò in regalo a mia madre dei quarantacinque giri di Elvis Presley. Erano tempi in cui le famiglie italiane se ne stavano riunite in religioso silenzio, ascoltando e registrando le canzoni del Festival di Sanremo con dei piccoli apparecchi a cassetta, appoggiati all’altoparlante della televisione. Io invece me ne stavo sotto la branda del mio letto con il mangiadischi, ad ascoltare quei dischetti neri, fino a quando non si scaricavano le pile. Quelle canzoni stavano cantando del mio sogno e fu allora, ne sono certo, che quel tremito interiore s’impadronì di me. Adesso è come se avessi appoggiato un occhio su una foto sbiadita dal tempo, che m’imbottisce di nostalgia. Il rock’n’ roll è stato il desiderio di essere liberi, una voglia irrefrenabile di fuga, di spazio… ma anche della paura che questa nuova condizione implica. Così gli sconfitti, i solitari, nell’immaginario del rock diventano eroi, perché in qualche modo credono di avere una superiorità morale rispetto al resto del mondo. Ma il rock è una visione, e come tutte le visioni ha dei confini su cui muoversi, e i confini indicano sempre delle limitazioni… e quindi il controllo da parte di qualcuno. Il rock nel tempo non è riuscito più a comunicare e crescere. L’industria che gli gira intorno è riuscita ad omologarlo e a fargli perdere l’orientamento. A novembre del 1956, Buddy Holly tiene l’ultima registrazione per la Decca. Vi suonano solo session men, e a Natale dello stesso anno viene pubblicato il singolo “Modern Don Juan”, con sul retro “You Are My One Desire”. Buddy Holly comincia a viaggiare verso altri contesti, e prende a collaborare con Norman Petty, che a Clovis, New Mexico, ha uno studio di registrazione. Petty è un musicista di successo, ha lanciato nelle classifiche di vendita due brani, “Almost Paradise” e “Mood Indigo”, e fa pagare il costo del suo studio non ad ore, ma a canzone. Holly registra qui nuovi brani da proporre alla Decca, che però non gli rinnova il contratto. “That’ll Be The Day” viene nuovamente registrata in questo studio il venticinque febbraio 1957, ed è la versione che andrà in classifica. Qui si forma anche il nucleo storico dei Crickets, che oltre a Buddy Holly, vede Niki Sullivan alla chitarra, Allison alla batteria, e Welborn al basso. Saranno poi le sussidiarie della Decca, Brunnswick e Coral, a distribuire quei dischi. La sera al rientro mi sentivo particolarmente stanco, accesi una spirale d’incenso su un piattino per tentare di allontanare le zanzare, e mi coricai tirando il lenzuolo fin sulla testa. Alcuni di noi sono predestinati alla salvezza… altri condannati alla dannazione. Ma conviene sempre non fidarsi di nessuno, se non si vuole crepare prima dei propri giorni. Rimasi immobile nel letto con gli occhi sbarrati e, contando le pecorelle, cercai di prendere sonno. Quella sera però non riuscivo a dormire nonostante la spossatezza… allora mi alzai e sul balcone mi accesi una sigaretta. Ne aspirai qualche boccone e la gettai via con disgusto. Guardai il tubo del neon del terrazzino che era assaltato da minuscoli insetti, e tornai a coricarmi, lasciando la finestra spalancata. Alle volte ci sentiamo indifesi tutti infilati negli stessi sogni, tutti uguali, tutti soli. Mi chiesi se era Peggy Sue che mi mancava. Il ventisette maggio del 1957, a nome Crickets, “That’ll Be The Day” fa il botto e arriva al numero uno delle classifiche inglesi, e si piazza terza in quelle americane. L’attività concertistica del gruppo subisce un’impennata notevole, mentre nelle studio di Norman Petty, si continua a lavorare a nuove canzoni. Tra il ventinove giugno e il primo luglio, Buddy registra a suo nome Peggy Sue e, dopo qualche mese dalla sua pubblicazione, parte in tour insieme a Chuck Berry, Drifters, Paul Anka, Eddie Cochran e Fats Domino. La paga è di mille dollari alla settimana. I Crickets e Buddy partirono poi per un tour di venticinque giorni in Inghilterra, dove avevano ben quattro singoli in classifica. Qui partecipano ad una trasmissione della BBC chiamata Off The Record e, subito dopo, fanno ritorno negli States, dove invece prendono parte ad un tour guidato dal disc-jockey Alan Freed, chiamato The Big Beat, insieme a Jerry Lee Lewis e Chuck Berry. E’ nell’agosto del 1958 che Buddy Holly sposa Maria Elena Santiago che ha conosciuto a New York. In questo periodo di cambiamento cerca di diversificare anche il suo repertorio, e invita il sassofonista King Curtis a registrare un suo pezzo, “Reminiscing”. Esistono cose davvero malvagie nel mondo che non smetteranno mai di riprodursi… ma come il sole che ogni giorno continua a sorgere e tramontare, anche l’amore non si ferma mai ed è incontenibile. Continua a scavare e a scalciarci dentro come un bambino nel grembo. “Cos’è stato il rock’n’roll se non quell’illusione di restare per sempre giovani, per sempre innocenti?” Due strofe e un ritornello che è un modo come un altro per non perdere la propria identità, per riconoscersi in qualcosa prima di finire in quel mondo, che è l’ingresso nella vita dei grandi. Dopo l’ultimo tour con Frankie Avalon, il grande Dion And The Belmonts e Bobby Darin, Buddy scioglie i Crickets e si trasferisce a New York, andando ad abitare al Greenwich Village. Qui, con l’orchestra di Dick Jacobs, incide il ventuno ottobre del 1958 un brano di Paul Anka, “It Doesn’t Matter Anymore”. Sono quindici mesi che Holly si divide tra tours e sala d’incisione. A New York finalmente trova il tempo di rilassarsi e incide a casa sua delle canzoni solo per chitarra e voce, pezzi finiti in cui collabora anche sua moglie. Il 2 febbraio del 1959 Buddy Holly ha ventidue anni e, insieme a Dion And The Belmonts, Frankie Sardo, Ritchie Valens e The Big Bopper (J.P. Richardson), si trova al Surf Ballroom di Clear Lake, nello stato dello Iowa. Finito lo spettacolo, per evitare un lungo trasferimento in macchina, e dato che all’indomani devono suonare a Moohead nel Minnesota, Holly, Valens e Big Bopper affittano un aereo, un Beech Bonanza pilotato da Roger Peterson. Nella notte decollano ma l’aereo precipita poco dopo, a cinque miglia dall’aeroporto di Mason City. Muoiono tutti, e verrà accertato che è successo per un tragico errore del pilota, che ha inserito il volo strumentale senza saperlo usare del tutto. “It Doesen’t Matter Anymore”, pubblicata il cinque gennaio del 1959, diventerà il più grande successo di Buddy Holly. La brace della Sua sigaretta brillava nel buio. Quando me la ritrovai dentro casa non mi ricordai se avessi nutrito qualche speranza di rivederla. Attraversai il salone e mi si parò di fronte. Aveva un’aria smarrita. “Vuoi fumare?”, mi chiese nervosa. Una semplice domanda, a cui non seppi rispondere. Era diventata misteriosa. “L’ho sempre saputo che sarei tornata da te”. Mi sentivo bruciare le guance e, prima che ruzzolassi nel buio di me stesso, versai due bicchierini di brandy e mi sedetti sulla panca del terrazzino. La guardai con attenzione. Era bella con i jeans sbiaditi e quella camicetta attillata che gli faceva quasi esplodere il seno. “Perché sei tornata?” gli chiesi… e guardai il cielo nero, chiuso, piatto, sopra la mia testa, in attesa della sua risposta. “Perché è solo qui che ho le mie certezze”. Nonostante fossero le dieci di sera il caldo era ancora soffocante. Scrutai i suoi grandi occhi castani e mi parve gracile. Se ne stava in piedi in un atteggiamento mite, che era anche questo una sorpresa. Avevo sempre avuto un debole per le donne sagaci e tristi. “E’ l’amore, disse, che mi ha portato fin qui, nient’altro”. Non c’era alcuna aggressività in lei, lo notai alle prime luci dell’alba mentre dormiva tranquilla arrotolata nel lenzuolo. E’ un labirinto l’amore che c’inghiotte nelle sue spire e che ci salva da noi stessi. Mi alzai e preparai il caffè. Lo bevvi da solo in silenzio a sorsi molto lenti. Poi accesi la radiolina. “Peggy Sue I love You”.
Bartolo Federico

giovedì 12 aprile 2018

Bourbon Blue

Guidavo sulla tangenziale deserta osservando gli edifici grigi e le strade vuote. Quel paesaggio, se da un lato alimentava una sensazione d’intensa malinconia, dal’altro riusciva a rilassarmi. Con il piede sinistro appoggiato sul cruscotto ed una mano sul volante, procedevo fumacchiando una Camel. Accesi la radio e inserii “Undead”, anno 1968, un set  dal vivo dei Ten Years After, gruppo inglese in auge dalla metà degli anni sessanta. Il chitarrista e anche leader della band, Alvin Lee, per tecnica, velocità e bravura se la sarebbe potuta giocare tranquillamente anche con il re della sei corde Jim Hendrix… ma la storia del rock è ingrata e, come spesso accade, i Ten Years After sono stati dimenticati in fretta quasi da tutti. La musica riempì l’abitacolo, regolai il volume, abbassai il finestrino per tirare via la cicca e sentii l’aria fredda e pungente dell’inverno mordermi la mano. Spinsi il piede sull’acceleratore quel tanto che bastava per far fischiare le gomme sull’asfalto bagnato. Afferrai la fiaschetta di scotch che tenevo nel cruscotto e bevvi un piccolo sorso. Avevo sempre avuto l’impressione che l’alcool potesse ripulirmi dentro, e spegnere quel tormento che mi portavo appresso da ormai molto tempo. Avevo smesso di bere, almeno in un certo modo, anche se l’alcool restava una tentazione molto forte. Il motore adesso tirava che era una bellezza, scrollai il capo e  mi abbandonai  alla musica. C’è un nugolo di ragazzi in fondo al viottolo. Sto lì, in mezzo alla stradina con il labbro gonfio e i pugni serrati. La lite è terminata ma è stata furibonda. Qualcuno adesso piange, altri scappano. Continuo a stare fermo, e fisso l’uomo di fronte a me. Lui prova a fare un passo in avanti, ma con un gesto rapido mi chino e prendo da terra una grossa pietra appuntita. Si ferma e intuisce che non ho paura. Il sole è alle mie spalle. Ha il viso tumefatto ed è una maschera di sangue per i colpi che ha preso. Bestemmiando mi urla che, prima o poi, con me regolerà il conto… ma i conti vanno regolati subito, se no stai bluffando. Per uscire dal viottolo cammino all’indietro. Qualcuno mi dà una pacca sulle spalle, sono stanco, esausto, scappo e vado a rifugiarmi sotto un albero di limoni con cui disinfetto anche le ferite. Mi sdraio a faccia in giù sull’erba secca. L’odore della terra è cosi forte che mi sconquassa le narici. Mi addormento. Giravamo sempre in gruppo da ragazzi. Se qualcuno si allontanava, aspettavamo che riapparisse nel tempo stabilito. Una volta scaduto, si andava tutti insieme a cercarlo. La regola era che nessuno doveva rimanere indietro da solo. Quel pedofilo aveva afferrato dalle spalle Lillo che, per il terrore, non riusciva neppure a gridare. E lo stava trascinando dentro casa, che era proprio in fondo alla stradina. Arrivammo appena in tempo per tirarlo via da li. La libertà è sempre stata nelle cose semplici. Come un viaggio in moto stile Dennis Hopper e Peter Fonda nel film Easy Rider”. Nell’ascoltare un disco di musica rock, fumando un po’ d’erba. O nel vento che ti accarezza la pelle. La libertà si può trovare in mille cose. Ma man mano che si va avanti quelle cose, come le persone, marciscono e ci si ritrova da soli. C’era del buon senso in quei ragazzi. Lo stesso buon senso che animò il gesto di Tommie Smith, un atleta di colore nato a Clarksville, Mississippi, la terra del blues. Tommie vinse la medaglia d’oro sui 200 m nella finale olimpica di Città del Messico con il tempo di 19”83… fu lui il primo uomo a scendere sotto la soglia dei 20”. Smith vinse quella medaglia anche per conquistare quell’America che lo bistrattava e che invece lui amava. Quell’America bigotta e razzista che lo applaudiva ipocritamente e che avrebbe preferito di gran lunga darlo in pasto al ku klux klan. Quell’America gli voltò le spalle nel momento esatto in cui scese i gradini del podio. Tommie Smith durante la premiazione, insieme al suo connazionale John Carlos, arrivato terzo, ascoltarono l’inno nazionale scalzi, chinando il capo e sollevando il pugno in aria avvolto in un guanto nero. Quell’azione cosi plateale fu a sostegno del movimento chiamato Olympic Project for Human Rights. La federazione statunitense li sospese dalla squadra con effetto immediato e furono espulsi dal villaggio olimpico. Una volta a casa ricevettero anche minacce di morte e furono licenziati dal lavoro. L’America del non senso aveva vinto. C’è stato un tempo in cui sognavo. Quel tempo, però, non me lo ricordo più. L’ho fatto fuori in un baleno. Allora non mi veniva difficile innamorarmi… il problema, semmai, era crescere, restare insieme, capirsi, ma anche comprendere se stessi. Quello sì che era difficile. A me sgomentava il dover sempre e comunque vestire gli stessi panni per tutta la vita. Perché mi sarebbe piaciuto una mattina alzarmi ed essere Keith Richard, in un’altra Robert Johnson, e via di questo passo… e invece, sempre la stessa faccia sempre la stessa esistenza, a volte grigia a volte piena. Un esistenza che se ne andava per i fatti suoi, ciondolando attraverso uno scroscio di pioggia furiosa. Quando i Ten Years After salirono sul palco di Woodstock, mandarono letteralmente in delirio il pubblico suonando una versione stratosferica del loro hit I’m goin’home. Uscii dalla tangenziale che pioveva a dirotto. Alex mi stava aspettando  al riparo dentro l’androne del portone di casa. Posteggiai l’auto di fronte all’ingresso e in un baleno saltò dentro dandomi un lieve bacio sulla guancia. Stavamo riprovando a stare insieme, cercando di raccogliere i cocci sparpagliati della nostra esistenza e, per la prima volta, entrambi attraversavamo sentieri sconosciuti. Da qualche parte bisognava pur ripartire. E noi avevamo deciso di imboccare la strada più difficile. La strada del dialogo e del dolore delle parole… ma cosa sarebbe la vita senza passioni, mi chiesi mentre guidavo. Sono queste che in un modo o nell’altro ci tengono in piedi anche quando tutto precipita. Cyril Davies era un armonicista innamorato profondamente della musica nera. Aveva cominciato dedicandosi alla musica Jazz suonando il banjo durante gli anni cinquanta, per poi passare ad una sorta di miscellanea musicale molto affine a quella delle jug band americane chiamata skiffle. Non potendo mantenersi solo con la musica, lavora anche come tappezziere. Ma il blues quando ti entra in circolo t’infetta fin dentro l’anima ed è per questo che Cyril impara a suonare l’armonica blues ascoltando i dischi del suo eroe, Sonny Boy Williamson. Nel 1961 insieme ad Alexis Korner forma i Blues Incorporated, dove militeranno musicisti del calibro di Jeff Beck, Nicky Hopkins e il cantante Long John Baldry, tutti personaggi che avranno un ruolo primario nell’ambito del cosiddetto blues revival. Questo movimento si andò affermando nella metà degli anni sessanta Cyril Davies ne fu il precursore… ma proprio quando la scena musicale cominciò a catturare l’attenzione del mondo, morì stroncato dalla leucemia. Un rovescio di pioggia sul parabrezza mi riportò alla realtà. Alex  guardava la strada avvolta in un cupo silenzio. Le presi la mano gelida e la strinsi forte. Lei si girò  mostrandomi un sorriso smunto. Poi, con calma, molto lentamente, iniziò a parlare, raccontandomi di quando bambina andava dai nonni al mare. Parlò per tutto il tragitto ed io l’ascoltai senza mai interrompere. Quando finì misi un blues di quelli che mi hanno accompagnato l’esistenza e le parlai di quel giorno nel viottolo e della mia paura. Di quella fottuta paura che ancora adesso mi porto appresso… e per la prima volta lo confidai. Se quell’uomo avesse fatto un altro passo in avanti l’avrei ucciso.

Bartolo Federico

lunedì 2 aprile 2018

Sperduto nel diluvio

L’ultima luce del giorno se la inghiottì un mare che pareva di vetro. Nell’oscurità che atterrava a rilento cercò una soluzione, intanto che la luna si impossessava del cielo. In quella città in perenne movimento nessuno poteva sentirsi al sicuro, neanche lui. Come inseguito da una melodia irresistibile, si spostava di continuo, nascondendosi con le altre creature che brulicavano nell’ombra. Accese la radio tenendola a basso volume.
Una pupa al silicone assieme al gorilla del suo boss mi ha detto che avevo ciò che serve, disse: ”ti accenderò io ragazzo mio con qualcosa di forte se mi suoni quella canzone dal ritmo funky”.
(Blinded By The Light – Bruce Springsteen).
Scese dall’auto e prese a camminare come faceva tutte le notti. Gli piaceva guardare i marciapiedi e le luci delle vetrine e gli piacevano quelle solitudini che arrancavano per le strade. Sentì la rivoltella con l’impugnatura di gomma che gli premeva sullo stomaco. Non si era mai fidato delle pistole automatiche, aveva paura che si inceppassero. Sempre solo come un cane bastardo, considerò… ma i silenzi a volte fanno un po’ di bene, specie quando i ricordi si induriscono e non hanno più gusto a pensarli. Tutto in un colpo s’invecchia.
Beh, saltai, girai in tondo, sputai in aria, caddi in terra. Gli domandai quale fosse la strada del ritorno a casa. Disse:prendi la destra al lampione vai sempre dritto finché è notte, e poi, ragazzo, sei solo”. (Blinded By The Light – Bruce Springsteen).
Da bambino con suo padre ci passava un sacco di tempo. Lui amava raccontargli le storie di quei musicisti del Mississippi che avevano viaggiato sulle strade impolverate. Storie che conosceva bene, essendo stato un appassionato di blues, ma anche un bravo chitarrista. Nel soggiorno, seduto su quel vecchio divano di velluto scolorito, prima gli cantava qualcosa, poi si accendeva un sigaro e, riempiendosi il bicchiere di uno strano miscuglio alcolico, con voce bassa prendeva a parlare. Per lui quei minuti e quelle ore, passati insieme a suo padre, erano stati momenti preziosi che aveva cancellato dalla mente dopo che questi morì. Una sera si era addormentato e non si era più risvegliato. Da allora Rocco con quella pena nel cuore si inasprii e, aspettando l’occasione che non arriva mai, s’incamminò sulle cattive strade.
“E non rimane altro che del sangue dove cade il corpo, cioè niente che si può vendere, solo cianfrusaglie all’orizzonte, un vero saluto da bandito. E dissi ”hey ragazzo! Credi che sia olio, è sangue ”mi chiedo a cosa pensasse quando è incappato in quella tempesta:o era solo sperduto nel diluvio?” (Lost In The Flood – Bruce Springsteen)
Il 12 novembre del 1909 a Houston nel Mississippi nacque Booker Taliaferro” Washington White, il primo di cinque fratelli. Bukka, come fu soprannominato, fu la raffigurazione vivente del dolore. Un uomo sensibile, lacerato nell’animo dalla vita durissima che condusse. Le sue vicende umane rispecchiarono in pieno la sua musica. Suonava un blues feroce, viscerale, capace di strapparti la carne di dosso e ridurti il cuore a pezzetti. Cantando con voce possente ed emozionale, ti scuoteva i sensi. Il suo fu il blues della solitudine, della fatica di vivere, del freddo interiore, di quelle anime che hanno sempre vissuto nella penombra bluastra del silenzio, agitandosi nell’anticamera dell’inferno. Dal padre John, un manovale delle ferrovie, ma anche musicista part-time, impara a suonare la chitarra e, nello stesso tempo, un pastore della chiesa battista gli insegna a cantare… ma non c’è spazio per la musica, la pancia è vuota e bisogna lavorare. A 14 anni trova occupazione in una segheria e si trasferisce da suo zio Alec Johnson, a Grenada. Ma quel lavoro è davvero troppo duro per un ragazzino anche se ben messo fisicamente. Così, con la sua chitarra fa fagotto e se ne va via errando per il Delta del Mississippi, mantenendosi suonando i suoi blues ancora acerbi. In uno di quei giorni fortunati che ad ogni uomo almeno una volta il buon Dio concede di avere, incappa in Charlie Patton che lo prende sotto la sua tutela. Un incontro che al giovane Bukka lascerà un segno indelebile dentro l’anima e nello stile musicale.
la mia pelle era come cuoio e il mio sorriso di diamante sembrava quello di un cobra. Sono nato triste e consunto ma ho bruciato le tappe”. (It’s Hard To Be A Saint In The City – Bruce Springsteen)
Era invecchiato senza accorgersene. Camminava ogni notte per la città per rifiatare almeno un po’. In periferia dove era nato, le luci non erano uguali a quelle del centro. Le ciminiere delle fabbriche avevano scurito i muri delle case e c‘era melma e puzza di piscio dappertutto. Il cielo, poi, era grigio come se vi fosse stata applicata una pellicola che l’offuscava. Si rese conto che lo avevano relegato a vivere in una grossa fogna, ad annerirsi sotto un sole artificiale.
Ero il re dei vicoli, potevo parlare un po’ sboccato. Ero il principe dei poveri incoronato là, fra i mendicanti, ero il vero profeta dei magnaccia, tenevo tutto sotto controllo. Un giocatore da bassifondi che poteva perdere solo la sua fortuna.” (It’s Hard To Be A Saint In The City – Bruce Springsteen).
Del quartiere era diventato il boss. Con la galera aveva anche conquistato il rispetto della paura, ma certamente non quello degli uomini. Gli anni passati dentro quelle quattro mura, però, lo avevano reciso come il gambo di una rosa, indebolendolo invece di temprarlo. Non sapeva perché era successo, ma era andata così. 
Bukka White solo con la musica non riesce proprio a sbarcare il lunario, per cui si vede costretto ad andare a lavorare nei campi di cotone… ma il richiamo del blues resta sempre forte dentro di lui e, non appena possibile, scappa per andare a suonare nelle bettole o nelle feste. Così ben presto riprende il cammino. Intorno agli anni trenta arriva a Memphis dove riesce a farsi apprezzare dalla comunità nera. Qui viene notato da un figlio di puttana come ce ne sono tanti sparsi per il mondo, un certo Ralph Limbo, un talent scout che possedeva un negozio di dischi e che, con la promessa di lauti guadagni, gli fa incidere dei pezzi per la Victor sotto il nome di Washington White… brani che restano per lo più inediti. La grande depressione rende la vita difficile a chiunque e Bukka White deve darsi da fare se non vuol morire di stenti. Per questo motivo fa i lavori più disparati, dal lattaio allo strillone, dallo sguattero allo spazzino, fino a diventare un giocatore professionista di baseball nel campionato di colore e tentando anche una carriera nel pugilato… ma il diavolo è girovago e non ti dà il tempo di fermarsi. Si sposta ad Aberdeen e, finalmente, riesce a liberarsi del contratto con la Victor che non gli ha fruttato un centesimo. Succede però che, durante la solita lite, Bukka spara ad un uomo e lo uccide. Fugge ma viene presto catturato e mandato in prigione. Dopo poco tempo, tuttavia, riesce a evadere e a rifugiarsi a Chicago, dove incide anche alcuni brani: Shake em on down e Pinebluff Arkansas. Nuovamente catturato, è condannato a sette anni di lavori forzati e viene inviato nella peggiore delle galere, la più dura, la più violenta, quella Parchaman Farm in Mississippi, che solo ad evocarne il nome mette terrore.
“Giudice dammi la vita stamane a Parchman Farm. Non voglio odiare così, ma ho lasciato mia moglie nel dolore. Oh, buona moglie, ciò che hai fatto è tutto andato. Ma spero che un giorno potrai udire il mio canto solitario. Ascoltate. Non voglio dire nulla di male se volete far bene, meglio star fuori da Parchman Farm. Cominciamo a lavorare al mattino, proprio all’alba, fino al tramonto. Questo accade quando il lavoro è finito, io sto a Parchman Farm, ma vorrei tornare indietro a casa dove spero un giorno di sopraggiungere”.
( Parchman Farm Blues – Bukka White).
Doveva stare attento alla polizia, non voleva finire nuovamente dentro. Quella era l’unica cosa che gli faceva davvero paura, non avrebbe resistito più di un giorno questa volta. Ogni uomo è un anello del mondo, ma lui cos’era? Forse solo un bersaglio che passeggiava nell’oscuro della notte.
la notte era buia, ma il marciapiede illuminato e foderato della luce di vita notturna. Dalla finestra di un appartamento una radio suonava a pieno volume. Girato l’angolo, tutto ammutoliva improvvisamente. Entrai così nella decima avenue fuori gioco, la decima avenue fuori gioco. Sono solo, completamente solo. E tu, ragazzo, dovresti diventare un personaggio, sono solo, assolutamente solo, e non riesco ad andare a casa”. (Tenth Avenue Freeze Out – Bruce Springsteen).
Si era costruito una reputazione nel peggiore dei modi, con la violenza e i soprusi, scegliendo la parte sbagliata del mondo… ma, se non altro, sapevi chi era. Non come i nostri governanti. Si era rifugiato nell’oscurità e poteva contare solo su se stesso. Come una bestia feroce si mimetizzava in modo perfetto, pronto a colpire la sua preda ma, adesso, ondeggiava nella risacca, come una foglia già caduta lentamente giù da un albero. Adesso aveva occhi che ballavano di nostalgia.
“E’ solamente uno l’errore che ho fatto. Restare in Mississippi un giorno di troppo”. (Traditional).
La prigione di Parchaman, che è pari ad un campo di concentramento, è il regno della violenza e della crudeltà. Bukka White ci trascorre due anni ed è attraverso la musica che riesce in qualche modo a lenire quelle atroci sofferenze. Si esibisce per gli altri detenuti cantando e suonando i suoi blues che sono divenuti aspri e durissimi, perché esprimono tutto il dolore e lo sconforto della sua anima. In quel periodo registra insieme al musicologo Alan Lomax, inviato nel terribile penitenziario, alcuni brani per la Biblioteca del Congresso. Poco dopo quell’evento, viene liberato. Bukka, però, è ferito, traumatizzato dai suoi spettri che sono la prigionia, l’alcool e l’ossessione della morte. Adattarsi alla libertà, in queste condizioni psicologiche, non gli è per niente facile.
“Mi sento strano, Signore, credo che morirò. Mi sento strano, Signore, credo che morirò. Beh, non mi importa di morire, ma non sopporto di dover lasciare i miei bambini in lacrime. Guardo lassù quel terreno per la sepoltura. Guardo lassù quel terreno per la sepoltura. Sembra molto solitario, Signore, quando il sole tramonta”. (Fixin’To Die – Bukka White).
Una brezza che pareva venisse dall’inferno, lo investi in pieno viso mentre camminava a testa bassa, là in fondo alla notte. Era molto tardi e la strada era silenziosa come un cimitero. Salì in macchina e il motore al primo giro di chiave rombò. Accese la radio ed alzò il volume:
”E guido un auto rubata in una notte buia. E dico a me stesso che andrà tutto bene. Ma corro nella notte e viaggio col timore di sparire nell’oscurità”. (Stolen Car – Bruce Springsteen).
Si sentiva come se gli avesse fatto schifo, all’esistenza. Non aveva niente di cui parlare, perché non gli capitava più nulla che lo interessasse. Avrebbe voluto uscire da quel business, ne aveva abbastanza di quella vita, ma come fare? Alla fine ne sarebbe valsa la pena? Se lo chiedeva intanto che l’auto sfilava lenta nelle strade deserte. Occorreva ritrovare il coraggio perduto, ripartire dalle stradine laterali. Aveva come la percezione che tutte le cose che aveva tenuto dentro, per tutto quel tempo, fossero uscite all’improvviso e si fossero messe tutte insieme a parlargli… ma, questa volta, voleva capire fino in fondo quello che avevano da raccontargli.
“Ti decidi e scegli l’occasione da sfruttare. Guidi fin dove la strada termina e inizia il deserto. Fuori, in strada, guidi fino a che fa giorno. Impari a dormire di notte con il prezzo che pagh”.
(The Price You Pay – Bruce Springsteen).
Dopo Il servizio militare Bukka White torna a Memphis, dove vive insieme a un suo secondo cugino, un certo Riley B.King (in seguito sarà conosciuto col nome di B.B. King), il quale apprende molto dalle vicissitudini umane di quel parente assai sfortunato ma, come succede a tutti i diseredati del mondo, Bukka scompare dalla circolazione. Nel 1963, un appassionato di blues, il virtuoso chitarrista John Fahey, riscopre questo enorme talento. A dirla tutta, l’anno precedente, fu il giovane Bob Dylan, incidendo Fixin’ To Die Blues nel suo disco d’esordio, a riaprire la passione per questo dimenticato randagio. Un contratto per la Arhoolie di Cris Strachwitz e varie esibizioni nei folk club fanno crescere l’interesse per il suo blues… ma lui resta un uomo dolorante, la vita lo ha enormemente devastato e quel terrore profondo per tutto quello che ha visto e subito è troppo difficile da cancellare. Le sue canzoni restano un patrimonio per chiunque voglia conoscere l’autenticità del blues di strada. Canzoni che sono alla pari di quelle di Robert Johnson, Charlie Patton, Tommy Johnson o Blind Willie Mc Tell. Canzoni dimenticate dai più, che provengono dal profondo del cuore di un uomo arrivato in cima a tutto quello che di brutto può capitare. Riscoprirle significa toccare il suo dolore e quello di un intero popolo esule. “Ricordati, Rocco,” concluse suo padre: “quando la tua pena non ti risponde più, quando si scivola, si sbanda, bisogna ritornare lì dove tutto ha avuto inizio, dove tutto ricomincia, anche solo per piangere”.
“Tutti hanno un segreto, Sonny, qualcosa che non possono affrontare. Alcuni passano la vita cercando di mantenerlo. Se lo portano dietro a ogni passo che fanno, finché un giorno lo abbandonano, lo abbandonano o si lasciano trascinare a fondo, dove nessuno fa domande o ti guarda in faccia troppo a lungo, nel buio ai margini della città”. (Darkness On The Edge Of Town -Bruce Springsteen) 
 
 Bartolo Federico

domenica 25 marzo 2018

Sangue zingaro

Sua madre gli raccontò che quando nacque pioveva a dirotto da giorni e che Ft Worth – nello stato della stella solitaria – era diventata un’immensa pozzanghera. Le doglie le presero in anticipo di un mese e, siccome lui era il primo figlio, fu assalita dal panico. A quel tempo la zona in cui abitavano era abbastanza isolata e distante dall’ospedale. Suo marito era fuori per lavoro e non sarebbe rientrato prima di un paio di giorni. Tentò di chiamare aiuto per telefono, ma le linee erano interrotte per le forti piogge. Non sapeva che fare. Nonostante tutto cercò di vincere l’angoscia e di non farsi soggiogare dagli eventi. Robert Lockwood era un tipo strambo, veniva da Chicago e viveva nella casetta di fronte. Come tutti i musicisti dormiva di giorno e alla sera suonava nei locali sparsi nei dintorni. Un tipo gentile, però. Quelle poche volte che si erano incrociati per la strada l’aveva salutata sorridendole… ma lei non si fidava dei neri vagabondi che suonavano il blues. Si raccontavano strane storie su di loro, si diceva che avevano il diavolo in corpo e che erano assai pericolosi, bevevano come spugne e violentavano le donne, specie se bianche. Adesso quell’uomo bussava alla sua porta perché l’aveva sentita urlare e lei non aveva alternative. Quando aprì l’uscio, la pioggia veniva giù impetuosa, accompagnata da un vento gelido. Robert, avvolto in un impermeabile, era inzuppato come un pulcino. “Tutto bene, signora?” le disse sorridendole… ma lei non fece in tempo a rispondere che svenne. Quando riaprì gli occhi era distesa sul letto, l’uomo aveva già preparato l’occorrente per il parto e le rideva benevolo. Lo osservò, si senti sicura e le parve, da come si muoveva, che sapesse il fatto suo. Dopo un’ora di travaglio e di dolore per le contrazioni, Mason, prima usci di testa, poi con le spalle e nacque. Mr. Lockwood tagliò il cordone ombelicale, lo alzò in aria come Mosè e lo diede alla signora Ruffner. Fu in quel frangente che, ancora umido, il blues gli si attaccò addosso. A volte non si può barare con il proprio destino. Il piccolo Mason crebbe a casa di Mr. Lockwood. Ci andava ogni giorno dopo la scuola e ci restava tutto il tempo possibile. Dopo quella notte Robert era diventato uno di famiglia ed è in quella casa che il Flaco imparò i primi rudimenti della chitarra e i suoi segreti, conobbe i vari maestri del blues: T-Bone Walker, BB King, Jimmy Reed, Robert Johnson, Elmore James, Chuck Berry, Howling Wolf, John Lee Hooker, OtisRush, Lightnin Hopkins e s’innamorò perdutamente di quel treno di fuoco che era la musica di Jimi Hendrix. Mason era un talento e presto sotto l’aspetto tecnico superò il suo Maestro.  Di questo Mr. Lockwood ne fu orgoglioso. Oltre ad ascoltare e suonare il blues, Mason guardava il mondo con gli occhi della poesia e, per un ragazzo che si aggrovigliava nell’animo, fu naturale accostarsi al genio lirico di Bob Dylan e del poeta Arthur Rimbaud, ambedue anime inquiete, sovversive e vagabonde che gli fornirono gli spunti necessari per iniziare a scrivere le sue canzoni.
Non parlerò, non penserò a niente: Ma l’amore infinito mi salirà nell’anima e andrò lontano, molto lontano, come uno zingaro nella natura, felice come con una donna. (Sensazione – Marzo 1870).
Ma anche Baudelaire e il conte Lautrèamont furono importanti nel suo bagaglio culturale. Aveva tracciato quella analogia tra il blues e la poesia francese perché reputava che entrambi lenissero il dolore pur biascicando tristezze. La vecchia strada era piena di polvere che il vento gli sbatacchiava sul viso. Il sole fece brillare il suo dente d’oro con le iniziali incise. Fu allora che New Orleans gli comparve all’orizzonte. Arrotolò i sogni dentro un joint, accese l’autoradio che trasmetteva Truck Stop Girl e spinse sull’acceleratore.
“Portami lungo New Orleans, non tenermi qui, devo suonare il blues a Bourbon Street, e scacciare suonando questa tristezza solitaria. Scommetto che i joints stanno piovendo a New Orleans. Se io rotolo e fumo, bambina, non ho bisogno di dormire. Si dice che le ragazze più carine sono in Texas, so che tu sei fuori da questo mondo, ma devo andare a New Orleans e trovare una ragazza creola(Down to New Orleans).
Il caldo umido fu rotto da una pioggia a scroscio che gli sembrò un battimani e Bourbon Street si spopolò alla svelta. Mason rimise la chitarra nella custodia riparandosi sotto una pensilina. Aveva scritto diverse canzoni, ma non trovava nessun musicista che avesse voglia di mettersi in gioco con materiale nuovo. Tutti quelli che aveva incrociato desideravano suonare solo cover di Sly And the Family Stone. Quando non si ha fretta ci si perde facilmente per la strada… ma questo non era il suo caso. Irrequieto e curioso inseguiva le parole come se gli cadessero dal cielo ed era necessario afferrarle prima che sparissero. Intanto che fremeva di vederle in faccia una ad una quelle anime della notte ammucchiate giù nel fondo. Se vuoi una cosa con tutto te stesso, prova e riprova a volte finisce che la ottieni. Ora aveva una sua band, The Blues Rockers, che aveva scelto con estrema pazienza. Voleva essere certo che i musicisti fossero in grado di catturare quel groove che rincorreva da quando Mr. Lockwood gli mise in braccio la sua Gibson Les Paul. Non faceva altro che ripeterglielo “trova il groove Mason, il groove”. Cosi, insieme a Chris Clifton alla chitarra, Mike Stockton al basso e Willie Cole alla batteria, ogni sera per 200 sere all’anno si esibisce al Club 544 in arroventati set. La mano corre veloce lungo il manico della sua scuoiata Stratocaster, entra ed esce dalla canzone con fraseggi melodici fulminei impasta perfettamente il blues con il rock’n’roll e canta con una voce liquefatta alla Dylan. La sua innata simpatia gli fa conquistare il pubblico, che ogni notte è sempre più numeroso ed ha il sostegno di Memphis Slim e John Lee Hooker. Alla fine del giro si ritrova sotto il palco musicisti del calibro di Bruce Springsteen, Jimmy Page, Robbie Robertson, Carlos Santana, Stevie Ray Vaughan e Billy Gibbons degli ZZ Top, tutti a vedere il nuovo Santo” in città. Quelle canzoni finalmente ottengono un contratto discografico con la CBS e un produttore, Rick Derringer. Giù nei quartieri di periferia hanno spento le luci e i rinnegati vanno a zonzo come fossero gli ultimi romantici con in tasca piccoli diavoli blu da donare alla rosa di Tralee, che vestita di bianco è avvinghiata nelle braccia del Gitano. Danza, danza, danza la “Serenata” lungo le strade prima che la notte venga su, prima che la notte l’inghiotta per sempre. Riviste e giornali prestigiosi lo applaudono. Salta sul treno dei desideri andando in tour con Jimmy Page, ma tenendo i piedi ben piantati in terra. Da viaggiatore solitario sa bene che tutto può svanire in un attimo… e allora cerca di difendere la sua anima, di seguire la sua strada senza precipitare. Le vendite del disco “Mason Ruffner” sono esigue, appena settemila copie, ma non si scoraggia. Ha i giusti anticorpi per affrontare la situazione. Gli uomini di blues hanno la pelle dura. Durante il tour con Page, scrive nuove canzoni e, suonandole, si rende conto che ha del buon materiale, occorre solo metterlo bene a fuoco. La CBS gli offre un’altra chance. Questa volta il produttore che lo affianca è un rocker gallese che conosce la materia. Nick Lowe sa come mischiare rock’n’roll e blues nelle giuste dosi e giocare sulla semplicità che è quasi sempre la carta vincente. La Stratocaster di Mason viene posta in primo piano, esaltata, rinvigorita e vengono fuori quelle influenze cajun che ha assimilato in Bourbon Street. Cosi “Runnin” diventa un piatto fumante di gumbo offerto da Dr. John attraverso Stevie Wonder, cantata alla John Hiatt. Gypsy Blood, che è anche la title track del film “Steel Magnolias”, è magnetica e diretta. Una di quelle canzoni che chiunque pagherebbe per scriverla. Colpisce con licks e riffs che sono una prelibatezza ed è Bibbia per tutti quelli cresciuti nei bassifondi del rock.
Dio sa che sono nato zingaro,il mio cuore non ti puòrubare,cieco ho messo la mano sulla mia valigia  viaggiando con la mente è quel sangue ,quel sangue zingaro che mi porta lontano dall’amore ”  (Gypsy Blood).
Da uomo libero che non ha smesso di andare, vedere e sentire, compone canzoni che sono un attestato all’indipendenza: Dancing on top of the world e Fightin Back parlano chiaro sui suoi propositi. Distant Thunder è una ballata carica d’amore e poesia, con sullo sfondo Bob Dylan e tutte quelle solitudini piene d‘amore e dignità che vagano libere sotto i cieli del mondo. La copertina di Gypsy Blood” ritrae Mason Ruffner come se fosse il Brando di “Fronte del Porto” o il James Dean di “Gioventù Bruciata” e alla fine il disco fa breccia nei cuori di chi ha giocato d’azzardo tutto quello che aveva ed ha preso la strada dell’inquietudine. Luccicando sotto la luna come una moneta nuova, gettando via gl’incubi rimasti a dondolare nel cielo. Dopo l’uscita del disco Mason va in tour come spalla agli U2 e Crosby Stills & Nash. Viene chiamato da Daniel Lanois per lavorare nel suo disco d’esordio “Acadie” e corona il sogno di una vita suonando per sua maestà Bob Dylan in “Oh Mercy”, disco da queste parti molto amato. Nello stesso anno apre i concerti di Ringo Starr. Poi stacca la spina e fugge via. Il rettifilo era infinito. Superò una fila di autocarri colorati e rallentò. All’incrocio vide le strade bianche di polvere correre parallele, non ci pensò due volte a svoltare. Percorse diverse miglia, poi si fermò in una pompa di benzina, comprò delle birre e ne stappò una. Non provava nostalgia o rimpianti, voleva tornare a casa perché adesso si trattava di decidere che direzione prendere. Dopo un periodo di tregua, abbastanza lungo da farsi dimenticare, ritorna con un album indipendente, “Evolution” che è un mix dei due precedenti, con la novità che lo si può ascoltare anche in versione acustica. “Evolution” contiene una canzone, Angel Love, di cui Carlos Santana si innamora e Mason riparte in tour ma, come tutti i cani sciolti, dopo un po’ ritorna a vagare per le sue strade secondarie dove il caldo e l’afa ammazzerebbero chiunque si avventuri, dove il cielo è una cascata di stelle e la terra risplende in tutta la sua nuda bellezza. Scrive ancora canzoni che si rifanno alla tradizione dei padri secolari del blues e a Memphis incide un nuovo album dal titolo emblematico, “You Can’t Win”, con una band, a suo dire, la migliore che abbia mai avuto. Ad oggi è la sua ultima fatica discografica.
Tienimi la tua luce addosso,vengo a casa, la mia anima urla ,il mio cuore mugola ho visto le ali della pazzia ,tutto da lavare via, ma cose cosi’ qui non accadono“. (Keep on your light one for me).
Le luci dei lampioni sono spente e nell’oscurità qualcuno barcolla. I fuggiaschi hanno vestiti a coda di rondine. E’ quel buco nel cielo, è la follia che ci fa andare avanti sin da quando giovani e incoscienti ci spingiamo nel baratro dei sentimenti. Stavamo seduti su una panchina sulla riva del Mississippi, in faccia aveva stampato quel sorriso che gli ballonzolava. Quel sorriso adolescenziale animava chiunque lo incontrasse, era contagioso e rilassante. Nonostante il mondo lo ignorasse come musicista, lui era felice per come erano andate le cose ed era sempre pronto a cantare e suonare, sera dopo sera, dando il massimo di sé. Me lo disse mentre guardavamo il Mississippi scorrere lento. Solo una cosa aveva nascosto nel ripostiglio dell’anima, e questo lo aveva preservato da tutto: l’innocenza. L’innocenza di quando, bambino, guardava il mondo meravigliandosi. “Ancora oggi, che di strada ne ho percorsa tanta, mi sento così”.

Bartolo Federico