lunedì 14 gennaio 2019

Nel Mio Quartiere

Ero lì che ascoltavo e intanto speravo, aspettavo, che so, un treno, un bacio, una cattiveria. Attendevo che qualcuno mi venisse a prendere. Ma non accadeva mai nulla. Era tutto grigio e monotono sopra la mia vita. Mi alzai dalla poltroncina in similpelle marrone e chiusi la porta della stanza. Volevo stordirmi di parole e musica. Seduto sull’immaginaria riva di un fiume, osservavo quelle piccole onde che il vento formava sul pelo dell’acqua. Erano incessanti come le passioni. Il disco continuava a suonare e l’armonica di Racing in The Street lacerava le mie barriere. Allora non avevo fantasmi intorno a me. C’erano invece promesse, fiori colti in un giardinetto e ideali. Vero, avevano tutti l’aria un po’ triste, ma mi tenevano in piedi. “Oh Thunder road, Oh Thunder road…” Mia madre mi sta chiamando per la cena. Aspetto che il solo di chitarra finisca e apro la porta. Solo tre passi e sono in cucina, che è piccola, anzi piccolissima. C’è puzza di aglio soffritto. Ma ci sto bene li. Lei porta una vestaglietta blu smanicata a stampe di fiori provenzali. Sta ascoltando alla radio Barry White. Mi guarda e mi sorride, con quell’istinto tutto femminile di rincuorare. La persiana è aperta, il trambusto nel cortile è incessante. Una sera, questa, di molto tempo fa. Il buio ha invaso tutto. Mi affaccio alla finestra. L’edera si è arrampicata sul colatoio ormai arrugginito. L’odore del gelsomino è inebriante. Un bambino piange. Qualcuno urla di salire. E’ il mio passato che smonta dai ricordi e se ne va via tutto solo. Il cortile adesso è vuoto… e anche la cuccia del cane. Ascolto, aspetto, spero… Gli uomini sono rientrati, le famiglie si sono rincollate. Mangiamo alla buona e parliamo di tutto. Non so perché, ma nel quartiere c’è aria di libertà.
“Sarò il tuo specchio rifletterò quello che sei nel caso non lo sapessi sarò il vento la pioggia e il tramonto la luce alla tua porta per mostrarti che sei a casa”. (I’ll be your mirror).
E’ meglio non farsi illusioni, ognuno di noi cerca di scaricare le proprie pene su gli altri. Quelle dei Velvet Underground mi arrivarono tramite un pacco postale speditomi dai magazzini Nannucci di Bologna. Era la prima volta che compravo un disco per corrispondenza. “The Velvet Underground & Nico”, si rivelò essere una raccolta dei loro primi fondamentali lavori. Nella mia stanzetta qualche volta faceva freddo e mi sentivo come un passeggero rinchiuso nella stiva di una nave. Ci passavo un sacco di tempo lì dentro, a fare progetti e ad ascoltare le cose che mi arrivavano dal mondo. Con le canzoni dei Velvet facevamo lo stesso viaggio. Le sentii entrare in quella camera come un frammento di luce.
Be’, comincio a vedere la luce voglio dirvelo, oooh ora comincio a vedere la luce. Ecco una cosa più dolce ho usato le mie mani come denti per arruffare i capelli della notte be’, comincio a vedere la luce.
(Beginning To See The Light).
Dalle mie parti, durante gli anni settanta, si stava rilassati. Le famiglie affacciate sui balconcini di casa bevevano birra senza schiuma, e a me mi pareva di essere dentro una grande festa. La gente si divertiva con poco. Bastavano, per dire, dei piccoli fuochi d’artificio o una battuta grassa, per generare buonumore… e c’era musica dappertutto. Le massaie cantavano mentre facevano le pulizie, gli operai dei cantieri edili, intenti a lavorare sui pontili, intonavano veri e propri concerti di musica popolare… e le radio stavano sempre accese a sputare canzoni. Gli adulti, a quel tempo, ti istruivano a resistere ai desideri, ai piaceri della vita. Soprattutto a quelli lussuriosi. Ti impartivano le regole, dicendoti che era per forgiarti il carattere. “Perché tutto si paga, prima o poi” dicevano. Ma mia madre non fece mai quel giochino con me. Mi lasciò libero di fare a modo mio… e il sesso, a differenza di molti del quartiere, non mi sembrò mai una cosa sporca. Nella mia stanza seguitavo a ballare nella semioscurità, imparando anche a camminare, intanto che il velluto sotterraneo cantava lo sfacelo d’esistere e vivere. Argo, il mio trovatello, ha schizzato un po’ d’urina sul muro. I miei sogni si stanno sparpagliando nel cielo a conversare con le stelle. Tanto per non sbagliare, i critici baciapile etichettarono i Velvet Underground come semplice spazzatura. Succede sempre di scagliarsi con cattiveria contro chi destabilizza le nostre presunte certezze. Avvenne anche con il punk. Quei loschi figuri avevano risvegliato come un vento cattivo gli spettri della violenza, dell’eroina e della morte. La loro musica era la conseguenza di quell’orrore a non finire e delle menzogne gelide. Seducenti, nevrastenici, sobillatori, a tratti spigolosissimi, cantavano di fantasmi stralunati, che scivolavano nell’ignoto del mondo, deambulando in situazioni malsane e depravate. Un’umanità senza colore, perdutamente persa nel buio. Canzoni alle volte così pruriginose da sembrare un sex shop ambulante. D’altronde, il loro nome fu preso pari pari da una novella pornografica. Con loro, accadde anche che uno strumento prettamente classico come l’arpa elettrica divenne il marchio di fabbrica di una band di rock’n’roll. Si sentivano a loro agio vestiti di cuoio nero con stivaletto e tacco a spillo.
“Candy è arrivata dall’isola nella stanza sul retro era carina con tutti Ma non ha mai perso la testa neanche quando faceva pompini e ha detto, hey tesoro fatti un giro sul lato selvaggio ha detto, hey tesoro fatti un giro sul lato selvaggio e le ragazze di colore fanno Doo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doodoo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doo”. (Walk On The Wild Side – Lou Reed)
Il loro primo album, “The Velvet Underground & Nico”, è un disco epocale che possiede un alchimia sonora unica e mai eguagliata. In queste canzoni non c’è posto per il sole, ma solo per la notte delle strade di New York. Luoghi dove si consumano storie di alienazione e solitudine, di assassini e prostitute. Di gente senza fortuna che non ha nulla a cui aggrapparsi se non la propria disperazione.
“Severin, Severin, parla sottovoce Severin, inginocchiati, assaggia la frusta, in amore non si risparmia, assaggia la frusta, ora
sanguina per me”. (Venus in Furs).
Lou Reed e soci si fanno emissari di chi vive con l’inferno sotto le maniche della camicia. Spiriti lividi con ventisei dollari in mano, che aspettano il loro uomo all’altezza di Lexington. Che corrono, corrono, corrono, sul bordo del mondo anche se di fiato non ne hanno più e, su quei viali intossicati, estirpate dalle loro tombe s’incrociano anche femmine fatali e Veneri in pelliccia, adornate con coroncine di perle a buon mercato e stivaletti coi bottoni. Sunday Morning apre il disco ed è una ballata dolce e malinconica. Da struggimento totale. “Lost Generation”, l’album di Elliott Murphy che uscì nel 1975, doveva essere prodotto da Lou Reed che lo aveva segnalato alla RCA, dopo che Elliott aveva scritto le note di copertina del disco “1969: Velvet Underground Live with Lou Reed”… ma in quei giorni Lou Reed era impegnato in tour in Canada, per cui la casa discografica lo mandò a Los Angeles a lavorare con Paul Rostchild, il produttore dei Doors. Per un ragazzo come Elliott che voleva diventare una rock’n’roll star e che era stato additato come il nuovo Dylan, dopo il folgorante e applaudito debutto dell’album “Aquashow” (1973), c’era di che sperare. In quelle registrazioni era presente come session man anche Jim Gordon, batterista di Derek And The Dominos, coautore di Layla. “Lost Generation” del 1975, pur essendo un buon disco di rock’n’roll con episodi di rilievo come Hollywood, Manhattan Rock e la stesa title track, non riscuote lo sperato successo. Senza pensarci troppo la casa discografica mette Elliot alla porta. Una cosa che gli accadrà spesso nella sua lunga carriera. Però, e questo rimane un dato di fatto, farsi notare discograficamente nel 1975 non era una cosa semplice. In quell’anno di grazia furono pubblicati con copertina di cartone rigido e vinile rigorosamente nero: “Born To Run” di Bruce Springsteen, “Horses” di Patti Smith, “Zuma” e “Tonight’s The Night” di Neil Young, “Fandango” degli ZZ Top, “Blood On The Tracks” di Bob Dylan, “Bob Marley & the Wailers Live”, Who, “The Who By Numbers”, Allman Brothers Band, “Win, Lose Or Draw”, Aerosmith, “Toys In The Attic”, i Blue Oyster Cult del magnifico “On Your Feet Or On Your Knees”, “Leonard Cohen Greatest Hits”, i Rush di “Fly By Night” e “Caress Of Steel”. Il buon Elliott Murphy, che è un vero stacanovista del rock, viene ingaggiato dalla Columbia, la stessa casa discografica di Bob Dylan e, nel 1976, pubblica “NightLights”. Un disco notturno, romantico e scintillante di rock’n’roll da bassifondi. Ci suonano eccellenti musicisti come Billy Joel, Jerry Harrison, Ernie Brooks e anche un ex Velvet Underground, peraltro ottimo chitarrista, quel Doug Yule di “Loaded” 1970. E contiene due o tre canzoni che sono ancora oggi l’ossatura del suo vastissimo repertorio.
“Nella mente ha proprio il tocco di Bonaparte. E’ dello stessa razza di Jack lo Squartatore. Vive ai margini. Mi piace vedere quel tipo di energia. Cominciamo a sentirci soli su questo scoglio”.
(Lady Stiletto – Elliott Murphy).
Ma per diventare una star del rock occorre anche un pizzico di fortuna, cosa che non sembra essere una prerogativa di Elliott Murphy. Nonostante tutto ha continuato a darsi un gran daffare inseguendo i suoi sogni, sfornando ancora altri dischi tra cui “Murph the Surf” del 1982, il suo capolavoro. Non si è mai arreso di fronte ai suoi fallimenti, è andato fino in fondo alle cose, senza alcuna paura. Se volete lo potete incontrare ancora oggi da qualche parte in giro a suonare il suo personale “Never Ending Tour”. Certo, il suo rock vive sui palchi scomodi e logori di provincia, nei pub o in piccoli club…ma quello che importa è ascoltare le sue ballate polverose, che hanno una dignità e un amore per la musica che è lezione per molti spocchiosi musicisti di adesso. Questo suo senso di profonda dignità nel cercare sempre nuove avventure lo rende ai miei occhi senz’altro speciale. Come fosse davvero lui l’ultima delle rock’n’roll stars. Ci sono posti dove è facile farsi del male ma d’altra parte non sarebbe né meglio né peggio rimuoverli dai ricordi. La villetta del quartiere sta sempre lì, e anche quella panchina, che è sempre vuota come lo era allora. Mi ci sedevo quando sentivo di aver perso il controllo di me stesso e i miei punti deboli si erano ingigantiti e diffidavo di tutto. Allora restavo seduto senza far nulla, solo a guardarmi intorno. L’altro ieri ci sono ritornato e mi sono nuovamente accomodato. Dopo un po’ ho alzato gli occhi verso la finestra da dove si affacciava mia madre per chiamarmi, mi è sembrato di scorgerla ma è stato solo per un attimo. Mi sono ricomposto non volevo farmi vedere triste e malandato. Le ho fatto un bel sorriso ma so che non mi avrà creduto. Ho girato gli occhi ancora più in alto ed ho visto il balconcino di Pasqualino. Era l’unico che si sedeva accanto a me in quei momenti ed io ero anche l’unico con cui tentava di parlare dei fantasmi che lo perseguitavano. C’era nato con la testa piena di spettri. Se ne stava sempre rinchiuso in casa ma, quando mi scorgeva dal quel balconcino, scendeva di corsa le scale e si metteva seduto in silenzio ad attorcigliarsi le dita e a fumare. Sembrava che mi aspettasse. Alle volte, quando le sue visioni erano felici, mi sorrideva come solo i pazzi ti sanno ridere e mi toccava il viso e mi abbracciava forte, fortissimamente a se che quasi mi soffocava. C’era ancora lui l’altro giorno, l’ho sentito a lato e ho pensato che non sono mai riuscito a fargli sputare fuori quell’orrore che aveva dentro, che lo divorava. La sua presenza mi calmava, forse lui sapeva, sentiva che c’era qualcosa in me che non andava… e allora credo che alla fine sia stato lui a farmi sputare via il veleno, prima che fosse troppo tardi. Adesso sarà un angelo, Pasqualino, magari bizzarro, che su qualche nuvola bianca attraversa il cielo. Ma quanto mi manca la sua risata e quell’abbraccio, nessuno lo può immaginare. Accidenti a me. Odio i ricordi
“O non lasciare che lo spirito muoia, O no lo spirito non muore mai, non muore mai e continua a camminare, e continua a camminare lo spirito nella tua anima. Tu continua a camminare e guardati intorno, e guardati intorno. O no, lo spirito non muore mai
. (Spirit – Van Morrison).

Ero lì che ascoltavo e intanto speravo, aspettavo, che so, un treno, un bacio, una cattiveria. Attendevo che qualcuno mi venisse a prendere. Ma non accadeva mai nulla. Era tutto grigio e monotono sopra la mia vita. Mi alzai dalla poltroncina in similpelle marrone e chiusi la porta della stanza. Volevo stordirmi di parole e musica. Seduto sull’immaginaria riva di un fiume, osservavo quelle piccole onde che il vento formava sul pelo dell’acqua. Erano incessanti come le passioni. Il disco continuava a suonare e l’armonica di Racing in The Street lacerava le mie barriere. Allora non avevo fantasmi intorno a me. C’erano invece promesse, fiori colti in un giardinetto e ideali. Vero, avevano tutti l’aria un po’ triste, ma mi tenevano in piedi. “Oh Thunder road, Oh Thunder road…” Mia madre mi sta chiamando per la cena. Aspetto che il solo di chitarra finisca e apro la porta. Solo tre passi e sono in cucina, che è piccola, anzi piccolissima. C’è puzza di aglio soffritto. Ma ci sto bene li. Lei porta una vestaglietta blu smanicata a stampe di fiori provenzali. Sta ascoltando alla radio Barry White. Mi guarda e mi sorride, con quell’istinto tutto femminile di rincuorare. La persiana è aperta, il trambusto nel cortile è incessante. Una sera, questa, di molto tempo fa. Il buio ha invaso tutto. Mi affaccio alla finestra. L’edera si è arrampicata sul colatoio ormai arrugginito. L’odore del gelsomino è inebriante. Un bambino piange. Qualcuno urla di salire. E’ il mio passato che smonta dai ricordi e se ne va via tutto solo. Il cortile adesso è vuoto… e anche la cuccia del cane. Ascolto, aspetto, spero… Gli uomini sono rientrati, le famiglie si sono rincollate. Mangiamo alla buona e parliamo di tutto. Non so perché, ma nel quartiere c’è aria di libertà.
“Sarò il tuo specchio rifletterò quello che sei nel caso non lo sapessi sarò il vento la pioggia e il tramonto la luce alla tua porta per mostrarti che sei a casa”. (I’ll be your mirror).
E’ meglio non farsi illusioni, ognuno di noi cerca di scaricare le proprie pene su gli altri. Quelle dei Velvet Underground mi arrivarono tramite un pacco postale speditomi dai magazzini Nannucci di Bologna. Era la prima volta che compravo un disco per corrispondenza. “The Velvet Underground & Nico”, si rivelò essere una raccolta dei loro primi fondamentali lavori. Nella mia stanzetta qualche volta faceva freddo e mi sentivo come un passeggero rinchiuso nella stiva di una nave. Ci passavo un sacco di tempo lì dentro, a fare progetti e ad ascoltare le cose che mi arrivavano dal mondo. Con le canzoni dei Velvet facevamo lo stesso viaggio. Le sentii entrare in quella camera come un frammento di luce.
Be’, comincio a vedere la luce voglio dirvelo, oooh ora comincio a vedere la luce. Ecco una cosa più dolce ho usato le mie mani come denti per arruffare i capelli della notte be’, comincio a vedere la luce.
(Beginning To See The Light).
Dalle mie parti, durante gli anni settanta, si stava rilassati. Le famiglie affacciate sui balconcini di casa bevevano birra senza schiuma, e a me mi pareva di essere dentro una grande festa. La gente si divertiva con poco. Bastavano, per dire, dei piccoli fuochi d’artificio o una battuta grassa, per generare buonumore… e c’era musica dappertutto. Le massaie cantavano mentre facevano le pulizie, gli operai dei cantieri edili, intenti a lavorare sui pontili, intonavano veri e propri concerti di musica popolare… e le radio stavano sempre accese a sputare canzoni. Gli adulti, a quel tempo, ti istruivano a resistere ai desideri, ai piaceri della vita. Soprattutto a quelli lussuriosi. Ti impartivano le regole, dicendoti che era per forgiarti il carattere. “Perché tutto si paga, prima o poi” dicevano. Ma mia madre non fece mai quel giochino con me. Mi lasciò libero di fare a modo mio… e il sesso, a differenza di molti del quartiere, non mi sembrò mai una cosa sporca. Nella mia stanza seguitavo a ballare nella semioscurità, imparando anche a camminare, intanto che il velluto sotterraneo cantava lo sfacelo d’esistere e vivere. Argo, il mio trovatello, ha schizzato un po’ d’urina sul muro. I miei sogni si stanno sparpagliando nel cielo a conversare con le stelle. Tanto per non sbagliare, i critici baciapile etichettarono i Velvet Underground come semplice spazzatura. Succede sempre di scagliarsi con cattiveria contro chi destabilizza le nostre presunte certezze. Avvenne anche con il punk. Quei loschi figuri avevano risvegliato come un vento cattivo gli spettri della violenza, dell’eroina e della morte. La loro musica era la conseguenza di quell’orrore a non finire e delle menzogne gelide. Seducenti, nevrastenici, sobillatori, a tratti spigolosissimi, cantavano di fantasmi stralunati, che scivolavano nell’ignoto del mondo, deambulando in situazioni malsane e depravate. Un’umanità senza colore, perdutamente persa nel buio. Canzoni alle volte così pruriginose da sembrare un sex shop ambulante. D’altronde, il loro nome fu preso pari pari da una novella pornografica. Con loro, accadde anche che uno strumento prettamente classico come l’arpa elettrica divenne il marchio di fabbrica di una band di rock’n’roll. Si sentivano a loro agio vestiti di cuoio nero con stivaletto e tacco a spillo.
“Candy è arrivata dall’isola nella stanza sul retro era carina con tutti Ma non ha mai perso la testa neanche quando faceva pompini e ha detto, hey tesoro fatti un giro sul lato selvaggio ha detto, hey tesoro fatti un giro sul lato selvaggio e le ragazze di colore fanno Doo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doodoo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doo”. (Walk On The Wild Side – Lou Reed)
Il loro primo album, “The Velvet Underground & Nico”, è un disco epocale che possiede un alchimia sonora unica e mai eguagliata. In queste canzoni non c’è posto per il sole, ma solo per la notte delle strade di New York. Luoghi dove si consumano storie di alienazione e solitudine, di assassini e prostitute. Di gente senza fortuna che non ha nulla a cui aggrapparsi se non la propria disperazione.
“Severin, Severin, parla sottovoce Severin, inginocchiati, assaggia la frusta, in amore non si risparmia, assaggia la frusta, ora
sanguina per me”. (Venus in Furs).
Lou Reed e soci si fanno emissari di chi vive con l’inferno sotto le maniche della camicia. Spiriti lividi con ventisei dollari in mano, che aspettano il loro uomo all’altezza di Lexington. Che corrono, corrono, corrono, sul bordo del mondo anche se di fiato non ne hanno più e, su quei viali intossicati, estirpate dalle loro tombe s’incrociano anche femmine fatali e Veneri in pelliccia, adornate con coroncine di perle a buon mercato e stivaletti coi bottoni. Sunday Morning apre il disco ed è una ballata dolce e malinconica. Da struggimento totale. “Lost Generation”, l’album di Elliott Murphy che uscì nel 1975, doveva essere prodotto da Lou Reed che lo aveva segnalato alla RCA, dopo che Elliott aveva scritto le note di copertina del disco “1969: Velvet Underground Live with Lou Reed”… ma in quei giorni Lou Reed era impegnato in tour in Canada, per cui la casa discografica lo mandò a Los Angeles a lavorare con Paul Rostchild, il produttore dei Doors. Per un ragazzo come Elliott che voleva diventare una rock’n’roll star e che era stato additato come il nuovo Dylan, dopo il folgorante e applaudito debutto dell’album “Aquashow” (1973), c’era di che sperare. In quelle registrazioni era presente come session man anche Jim Gordon, batterista di Derek And The Dominos, coautore di Layla. “Lost Generation” del 1975, pur essendo un buon disco di rock’n’roll con episodi di rilievo come Hollywood, Manhattan Rock e la stesa title track, non riscuote lo sperato successo. Senza pensarci troppo la casa discografica mette Elliot alla porta. Una cosa che gli accadrà spesso nella sua lunga carriera. Però, e questo rimane un dato di fatto, farsi notare discograficamente nel 1975 non era una cosa semplice. In quell’anno di grazia furono pubblicati con copertina di cartone rigido e vinile rigorosamente nero: “Born To Run” di Bruce Springsteen, “Horses” di Patti Smith, “Zuma” e “Tonight’s The Night” di Neil Young, “Fandango” degli ZZ Top, “Blood On The Tracks” di Bob Dylan, “Bob Marley & the Wailers Live”, Who, “The Who By Numbers”, Allman Brothers Band, “Win, Lose Or Draw”, Aerosmith, “Toys In The Attic”, i Blue Oyster Cult del magnifico “On Your Feet Or On Your Knees”, “Leonard Cohen Greatest Hits”, i Rush di “Fly By Night” e “Caress Of Steel”. Il buon Elliott Murphy, che è un vero stacanovista del rock, viene ingaggiato dalla Columbia, la stessa casa discografica di Bob Dylan e, nel 1976, pubblica “NightLights”. Un disco notturno, romantico e scintillante di rock’n’roll da bassifondi. Ci suonano eccellenti musicisti come Billy Joel, Jerry Harrison, Ernie Brooks e anche un ex Velvet Underground, peraltro ottimo chitarrista, quel Doug Yule di “Loaded” 1970. E contiene due o tre canzoni che sono ancora oggi l’ossatura del suo vastissimo repertorio.
“Nella mente ha proprio il tocco di Bonaparte. E’ dello stessa razza di Jack lo Squartatore. Vive ai margini. Mi piace vedere quel tipo di energia. Cominciamo a sentirci soli su questo scoglio”.
(Lady Stiletto – Elliott Murphy).
Ma per diventare una star del rock occorre anche un pizzico di fortuna, cosa che non sembra essere una prerogativa di Elliott Murphy. Nonostante tutto ha continuato a darsi un gran daffare inseguendo i suoi sogni, sfornando ancora altri dischi tra cui “Murph the Surf” del 1982, il suo capolavoro. Non si è mai arreso di fronte ai suoi fallimenti, è andato fino in fondo alle cose, senza alcuna paura. Se volete lo potete incontrare ancora oggi da qualche parte in giro a suonare il suo personale “Never Ending Tour”. Certo, il suo rock vive sui palchi scomodi e logori di provincia, nei pub o in piccoli club…ma quello che importa è ascoltare le sue ballate polverose, che hanno una dignità e un amore per la musica che è lezione per molti spocchiosi musicisti di adesso. Questo suo senso di profonda dignità nel cercare sempre nuove avventure lo rende ai miei occhi senz’altro speciale. Come fosse davvero lui l’ultima delle rock’n’roll stars. Ci sono posti dove è facile farsi del male ma d’altra parte non sarebbe né meglio né peggio rimuoverli dai ricordi. La villetta del quartiere sta sempre lì, e anche quella panchina, che è sempre vuota come lo era allora. Mi ci sedevo quando sentivo di aver perso il controllo di me stesso e i miei punti deboli si erano ingigantiti e diffidavo di tutto. Allora restavo seduto senza far nulla, solo a guardarmi intorno. L’altro ieri ci sono ritornato e mi sono nuovamente accomodato. Dopo un po’ ho alzato gli occhi verso la finestra da dove si affacciava mia madre per chiamarmi, mi è sembrato di scorgerla ma è stato solo per un attimo. Mi sono ricomposto non volevo farmi vedere triste e malandato. Le ho fatto un bel sorriso ma so che non mi avrà creduto. Ho girato gli occhi ancora più in alto ed ho visto il balconcino di Pasqualino. Era l’unico che si sedeva accanto a me in quei momenti ed io ero anche l’unico con cui tentava di parlare dei fantasmi che lo perseguitavano. C’era nato con la testa piena di spettri. Se ne stava sempre rinchiuso in casa ma, quando mi scorgeva dal quel balconcino, scendeva di corsa le scale e si metteva seduto in silenzio ad attorcigliarsi le dita e a fumare. Sembrava che mi aspettasse. Alle volte, quando le sue visioni erano felici, mi sorrideva come solo i pazzi ti sanno ridere e mi toccava il viso e mi abbracciava forte, fortissimamente a se che quasi mi soffocava. C’era ancora lui l’altro giorno, l’ho sentito a lato e ho pensato che non sono mai riuscito a fargli sputare fuori quell’orrore che aveva dentro, che lo divorava. La sua presenza mi calmava, forse lui sapeva, sentiva che c’era qualcosa in me che non andava… e allora credo che alla fine sia stato lui a farmi sputare via il veleno, prima che fosse troppo tardi. Adesso sarà un angelo, Pasqualino, magari bizzarro, che su qualche nuvola bianca attraversa il cielo. Ma quanto mi manca la sua risata e quell’abbraccio, nessuno lo può immaginare. Accidenti a me. Odio i ricordi
“O non lasciare che lo spirito muoia, O no lo spirito non muore mai, non muore mai e continua a camminare, e continua a camminare lo spirito nella tua anima. Tu continua a camminare e guardati intorno, e guardati intorno. O no, lo spirito non muore mai
. (Spirit – Van Morrison).


giovedì 10 gennaio 2019

Bob&Tim: vite da niente

Ho il cranio che mi frulla di strane cose, e passo la mia giornata ascoltando Elvis che continua a cantare le sue fottute canzoni. Mi è rimasto solo lui mentre me ne vado da questa città, e non so neanch’io con quali intenzioni. Mi chiedo mentre me la filo su questa deserta strada, come farò a sopravvivere in un posto che non conosco… ma andarmene è l’unica cosa che posso fare per cercare di tirarmi avanti, aspettando che il mio destino si compia. Mio padre e mia madre sono stati genitori devoti e amorevoli, onesti e cortesi, e anche molto tolleranti con me che sono sempre stato un ragazzo difficile, strano, chiuso, e forse anche con qualche rotella fuori posto. Forse per questo motivo non ho mai incontrato una ragazza che avesse voglia di mettere in questa forsennata e delirante testa un po’ d’ordine. Darò l’impressione che io abbia voglia di lamentarmi, e penserete che io abbia paura ma non è così. E’ solo colpa di una strana configurazione d’eventi, se mi trovo in questa situazione, ma come il mitico Jack di Denari quel furfante che sgusciava tra pilastri di fiches, sarò uno duro da battere. L’altro giorno al bar del rione, su un quotidiano ho letto che andava tutto bene, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. La disoccupazione, la povertà, l’ingiustizia non esistevano più. E neanche gli invidiosi e i traditori. È stato così che ho pensato che il successo di quelli che ci governano, assomigliava in maniera impressionante al mio fallimento. Si era semplicemente rotto le palle Bob Dylan (nome d’arte preso da Matt Dillon, eroe di una serie western TV degli anni 50, e non dallo scrittore Dylan Thomas) di starsene a suonare seduto su un divano attorniato da quei giovani intellettuali che lo osannavano. Era diventato il simbolo della loro condizione sociale, del loro modo di pensare, e anche della loro appartenenza politica. Tutti studenti universitari che si definivano innovatori, ma in fondo non erano altro che figli di papà, radical chic, con la puzza sotto il naso. Per questi folkniks che frequentavano gli stessi locali ascoltando gli stessi dischi, e che parlavano allo stesso modo, la riscoperta della canzone come strumento di comunicazione era solo una moda. Tutto il contrario di quel giovinetto taciturno e scorbutico che si era abbeverato al sapere popolare di Woody Guthrie, e che aveva imparato a suonare l’armonica a bocca e la chitarra ascoltando alla radio le canzoni di quell’ubriacone di Hank Williams, il rock’n’roll blasfemo di Little Richard, e il blues paludoso di Muddy Waters e Howlin Wolf. Quel loro modo di essere era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua anarchia intellettuale, e anche dal suo intendere la musica folk stessa. Ma sin dai tempi in cui dodicenne si esibiva ai festival per dilettanti, pur continuando a leggere Steinbeck e ascoltare i dischi di hillbilly di sua madre, in cuor suo ambiva a diventare una rock’n’roll star. Dylan ha sempre diviso in due il pubblico. C’è chi lo adora incondizionatamente, e chi invece non lo sopporta per quel suo carattere taciturno e scontroso. La storia racconta che tutto ebbe inizio al festival folk di Newport, nel 1965. Quel giorno il rock’n’roll tornò nella vita della gente, ed ebbe nuovamente una voce. Era stufo Dylan di sentirsi dire: bravo questo ragazzo, anche se è stonato e suona maluccio la chitarra”. Così con un ghigno diabolico dipinto sul viso, quel 25 luglio si presentò sul palco con una chitarra elettrica a tracolla, seguito dal chitarrista Mike Bloomfield, e l’armonicista Paul Butterfield. Alzò il volume degli amplificatori, e la sua Fender sibilò nell’aria che i tempi erano cambiati, una volta e per sempre. Lo guardarono terrorizzati quei giovinetti presenti, che cominciarono a rumoreggiare e a respingerlo in malo modo… ma Bob continuò a suonare mentre il pubblico protestò scandalizzato, osteggiandolo di continuo. L’erede di Woody Guthrie chi si credeva di essere? Era solo uno che si stava compromettendo con una musica volgare, blasfema, impura… e per di più lo stava facendo proprio di fronte a chi lo aveva sempre osannato e vezzeggiato. Ma in quel trambusto nessuno si rese conto che per la prima volta due mondi il folk e il rock che si erano da sempre guardati con avversità e sospetto, attraverso l’arte di quel ragazzo, finalmente diventavano complementari. Sfruttando l’energia di quei suoni, Dylan tirò fuori dal suo cilindro qualcosa che non esisteva e questa volta, con buona pace di tutti, senza restarne prigioniero. Bringing All Back Home”, Highway 61 Revisited” e Blonde On Blonde”, sono i dischi che seguiranno quell’evento e che deformeranno, plasmeranno per sempre la musica rock. Il loro avvento produrrà un cambiamento radicale nel mercato discografico. Il rock’n’roll non sarà più solo musica da ballo, ma diverrà la colonna sonora per tutte quelle minoranze silenziose che nessuno rappresentava. Dentro queste canzoni c’è una musica carica d’idee, di fatti, di slogan. Una musica anche politica rinnovatrice, sovversiva, ribelle, anarchica, che nessuno riuscirà mai a eguagliare. Neanche lui. Le sue canzoni lievitano fino a diventare lunghissime, con cascate di versi che si fondono magicamente insieme ai suoni e, dentro quel caos apparente, c’è tutto quello che nessuno aveva mai osato metterci. Letteratura, ideologia, vita vissuta, fantasie, bugie, visioni, poesia, rabbia e violenza; ma anche le tradizioni, la strada, le droghe, Rimbaud, Baudelaire, e Charley Patton. Tutto questo sta in piedi in un clima da incubo urbano, da sogno ad occhi aperti, in una baraonda che è rock, folk, blues. Dylan ancora una volta diventa un simbolo. Questa volta però del disagio e della coscienza di massa; ma anche un punto di riferimento per una miriade di musicisti. Quei versi sputati fuori con giochi di parole, rime martellanti, scioglilingua, per la rapidità dell’informazione contenuta sembrano dei moderni tweet. Sono arrivato in città prima dell’alba e mi sono addormentato sui sedili posteriori della macchina. Quando nella tarda mattina mi sono alzato accecato dai raggi del sole, avevo un terribile mal di testa che mi accudiva. Sono sceso dall’auto e mi sono seduto sul ciglio della strada. Per farmi compagnia mi sono messo ad ascoltare il vento bisbigliare tra l’erba. Avevo perso non so quante volte l’equilibrio, e ogni volta prima che riuscissi nuovamente a rialzarmi, avevo dovuto lottare come un leone in un’arena. Dopo il mio ennesimo fallimento era molto meglio riprendere fiato. Quando vivevo ancora con i miei genitori, una sera ho sistemato l’antenna della radio e ho visto delle nuvole nere nel cielo arrivare sopra casa mia. Prima che piovesse ho ascoltato una canzone… che dico, una voce profonda, chiara, poi scura, forte, tenue, che sfumava le parole e poi le assaliva. Sembrava volesse superare qualsiasi barriera quella voce. Per un attimo mi sono chiesto se fosse un’allucinazione, o un mio tormento. Io sono giovane, io vivrò, io sono forte, io posso darti lo strano seme del giorno: senti il mutamento, conosci la strada” (Goodbye And Hello). Tim Buckley non era nato per fare la rockstar, anche se l’industria discografica sin dall’inizio aveva tentato in tutti i modi di costruirgli quel ruolo. Un uomo schivo, onesto e sensibile, con un carattere emotivo, introverso, tormentato come il suo, non avrebbe mai potuto esserlo. Per via di quell’indole i discografici di quel tempo lo avevano preso per uno squilibrato. Un artista Buckley che non si può categorizzare in nessun genere. La sua musica è inafferrabile, turbolenta, libera da qualsiasi costrizione. Con il suo canto allucinato ma prorompente e straripante di passione, era quasi riuscito a deformare la realtà con la poesia. Com’è stato per Dylan, i dischi di Buckley hanno rotto qualsiasi barriera musicale ed emozionale. Un uomo che ha sofferto la tristezza e la bruttezza del mondo, e che sognava la leggerezza di un viaggio fantastico. Un viaggio che partiva dall’ombra per poi tentare di volare, di respirare, cercando un appiglio, uno spunto, per tornare nella luce del mattino. Un uomo che riusciva a cantare completamente nudo nell’anima. Un innamorato della vita, tanto da non sopportare le sue miserie e trovare riparo nell’eroina. Uno che toccava e accarezzava le parole come i riccioli dei suoi capelli, cercando sempre un nuovo punto di partenza da cui poterle trasfigurare. L’acqua, le nuvole, il mare, i fiumi, le ragazze gitane, i treni, le melodie tristi, i solitari, sono le cose da cantare, quelle che animano il suo sentire; e non ci sono steccati o interdizioni che tengono, di fronte a quel flusso di passione. Tim Buckley con la sola chitarra acustica affronta il suo mondo di suggestive visioni, comunicando con gli angeli, graffiando e avvolgendo le parole, distendendo la melodia. Commuove e spacca l’anima mentre con la sua voce baritonale che non conosce risposte né verità, ma solo la paura di non potere più sognare, apre nuovi orizzonti. Era un uomo solo Buckley che faceva un mucchio di sogni, e che amava anche quello che perdeva. Con il vento che gli annodava i capelli era pronto a mettersi in marcia. Se né andato troppo presto il 29 giugno del 1975 nel cuore della notte, per un’overdose di eroina. Stava solo volando, cercando di afferrare qualcosa che gli era sfuggita nel buio. Ho ripreso a guidare, poi ho rallentato per rendermi conto di dove fossi arrivato, e mi sono fermato davanti a un lampione. Non ero solo. Lo avevo capito sin da subito, da quando la incontrai, che la musica non mi avrebbe mai lasciato. Durante questi anni passati insieme l’ho vista sorridere, piangere, lamentarsi; con l’aria corrucciata, aggrottare la fronte e fumarsi una sigaretta nervosamente. Spostarsi nei miei incubi, per poi tornare insieme a me a sognare. L’ho sentita come Tim, triste e felice. Curiosa e sconvolta, come Bob. Per poi incazzarsi e mentire, come Iggy. Un’irruzione continua, una voglia infernale di vita. Sedersi e svignarsela. Mi sono guardato intorno, la strada era di nuovo ricoperta di poesia. La musica è l’ultima resistenza al potere. Lei non va mai via. Nelle vite da niente, non va mai via.

mercoledì 26 dicembre 2018

Dal Blu al Nero

Bisognerebbe bruciare il passato e lasciare solo cenere dietro di sé. Riaprire il fiotto dei sogni e partire dal primo che si è fatto quando si era ancora giovani e innocenti. Cercare nuove direzioni, nuovi punti di arrivo e, quindi, nuovi punti di partenza. Squadrai il cielo sopra la mia testa che restava fuligginoso, mentre sgocciolava fallimenti, rovine e grandi dubbi che mi incrostavano l’anima. Avrei voluto dormire ascoltando il vento capriccioso e saziarmi di un lungo sonno ristoratore. Avrei voluto vivere nell’esercizio della mia solitudine, senza quell’ansia che mi distruggeva l’esistenza… ma non riuscivo a darmi risposte. Così quel brandello di dignità che mi attraversava mi aiutava a tenermi a galla. Anche se era diventato parecchio complicato stare sulla stessa barca con quella parte di me che non amavo più. Il pericolo era di fraternizzarci. Non ci avrei messo poi molto a tradirmi. Scesi dall’abitacolo e tornai sui miei passi verso il mio stambugio. Ero pallido e stanco. Avevo lasciato la casa di Luisa dopo averci fatto l’amore con rabbia e avidità ma il morso delle mie vergogne mi condizionava da sempre la vita. Ero un precario dei sentimenti come del lavoro. Cosa avevo da offrirgli se non la mia stessa confusione? Probabilmente era il momento di fare quella puntata balorda e giocarmi i numeri alla ruota del lotto rimanendo in attesa del miracolo di diventare ricco ma non avevo mai creduto abbastanza che questo potesse accadermi da dedicargli tempo e denaro. Però non c’era nulla di male a immaginarmi nelle vesti del vincente. Il risultato fu così buffo ai miei occhi che scoppiai a ridere sconciamente. Lì da solo in mezzo alla strada. Rientrai in casa e bevvi un sorso a canna dalla bottiglia di gin che era riversa sul tavolo della cucina. Afferrai dallo scaffale nel reparto operai della musica Willy And The Poor Boys” dei Creedence Clearwater Revival, anno 1969. Tirai un altro sorso a canna e cominciai a sentirmi meglio. La musica, da subito, mi catapultò sulle sponde del grande fiume che attraversa l’America, mentre la voce di John Fogerty, lacerata e colma d’anima, mi travolgeva. Quella voce, che pare sia sempre sul punto di spezzarsi, sprigiona un’energia e una passione che ti afferrano le pareti dello stomaco, facendotele arricciare. C’è tutto in quelle semplici canzoni: voglia di vivere, di combattere e fierezza di essere duri e puri. Tutte cose che quelli come me non sentono più da molto tempo ormai. Persone che avevano confidato nel potere magico della musica per crearsi l’esistenza. Che su tre accordi hanno adagiato i propri sogni, e con molta probabilità hanno perso più di un occasione nella vita. Che sul treno dei finti sorrisi non ci sono mai voluti salire per restare fedeli a se stessi. Persone che hanno pianto come bambini, con l’angoscia nel cuore, cozzando la testa contro le pareti del mondo. Uomini che si sono trascinati nel buio della notte e che, sbandati e confusi, non hanno trovato più la strada di casa.
My my, ehi ehi, il rock and roll è qui e ci resterà. E’ meglio bruciare fino in fondo che dissolversi nel nulla. My my ,ehi ehi. E’ uscire dal blu ed entrare nel nero. Ti danno questo, ma paghi per quello. E una volta che sei andato non puoi più tornare. Quando sei uscito dal blu. Ed entrato nel nero”. My my, ehi, ehi (Out of the blue)
Sono poche le cose che ci legano al passato ma alla fine sono proprio quelle che fanno più male. Mi sdraiai sul letto, nella penombra con un bicchiere sul petto, ascoltando “Live Rust” di Neil Young, anno 1979. Un doppio album dal vivo registrato nel 1978 al Cow Palace di San Francisco, dove Young, con la sua chitarra acustica, prima si scioglie dentro le sue ballate dolenti e poi, insieme ai Crazy Horse, dà vita ad un set elettrico ad alta intensità emotiva: Like A Hurricane, Cortez The Killer, My My Hey Hey, Cinnamon Girl, Powderfinger, sono proiettili devastanti che mi hanno lasciato segni profondi sulla pelle, sui nervi, nella pancia dell’anima. Almeno fin quando non è sopraggiunta la rassegnazione. “Live Rust” è il disco con cui mi avvicinai a questo pazzo furioso che fin li avevo tenuto a debita distanza. Perché ero giovane e ribelle e i Clash erano il mio unico credo. La musica di Neil, in quei giorni, era il punto di riferimento di una generazione che in qualche modo consideravo già vecchia… ma era nella natura delle cose e della vita dovermi incrociare con quest’uomo. Un inquieto sognatore notturno, la cui esistenza è costellata di fantasmi.
Quando lei se ne andò, lui morì, ma continuò a fingersi vivo. Quando lo vedrai, capirai che niente può liberarlo. Fatti da parte, cedigli strada: è il solitario”. (The Loner).
S
draiato sul letto pensai a Luisa e al suo corpo caldo e vibrante mentre facevamo l’amore. Mi sentii come se avessi lasciato le mie tracce sulla battigia e al mio ritorno non c’era più nulla. La mattina del giorno dopo decisi di fare un giro in macchina sulla statale 113. Quando avevo  bisogno di raccattare i cocci, quello era il mio luogo preferito. La 113 è una strada lunga e silenziosa, che cammina a ridosso del mare. E’ un percorso dai lunghi rettilinei, quasi sempre deserti. Come una canzone dei Velvet Underground. Il vento che era venuto giù faceva increspare le onde, intanto che un flebile sole si faceva largo tra le nuvole nere che schiamazzavano nel cielo. Quel paesaggio rendeva la strada svogliata, al pari di quei grigi villini per le vacanze di cui era attorniata. Ad un tratto mi si parò davanti, con la sua bicicletta e lo zaino legato al portapacchi, uno che veniva da un’altra era. Arrancava lentamente, senza una meta da raggiungere, quel figlio dei fiori. Come il vento, andava dove credeva. Lo superai, osservandolo dallo specchietto retrovisore rimpicciolirsi. Mi sembrò che avesse la faccia serena. 1967 a San Francisco. Andava in scena la rivoluzione. Ventimila anime che inseguivano un sogno comune si erano riunite al Golden Gate Park, in quella che fu definita l’estate dell’amore, per ascoltare gratuitamente i Grateful Dead e i Jefferson Airplane. In città erano giunti da New York, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso appena uscito dal carcere, per unirsi al poeta e letterato Kenneth Rexroth. Gli hippy prendevano allucinogeni e si decoravano i capelli con i fiori, mentre a Berkeley i movimenti studenteschi si scontravano con la polizia reclamando diritti civili. Nella vicina Oakland dei duri, quali erano Eldridge Cleaver, Huey Newton e Bobby Seale, fondarono l’organizzazione radicale delle Pantere Nere.
Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada: è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Hey, sto danzando giù nella strada, è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione. Non è sorprendente tutta la gente che incontro? E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione. Una generazione è invecchiata, una generazione ha trovato la sua anima” (Volunteers – Jefferson Airplane). 
La prima volta che i Jefferson Airplane cantarono questa canzone fu nella radura di Woodstock il 21 agosto 1969, davanti a 500.000 persone, con rabbia e passione. Nel novembre dello stesso anno venne pubblicato “Volunteers”, un disco che è anche un manifesto politico, apertamente sovversivo. We Can’t Be Together apre l’album e spara subito a zero contro le repressioni anti-libertarie dell’America di Nixon e di Kissinger. I Jefferson Airplane, per non disgregare il messaggio politico, cercarono di unire coerentemente parole e musica, in questo aiutati dalla  presenza di ospiti illustri. In The Farm Jerry Garcia suona la pedal steel, creando un’atmosfera prettamente rurale. Wooden Ships, regalata dal duo Crosby e Stills, presenti entrambi, è sinistra nel suo incedere e parecchio inquietante. Jorma Kaukonen incrocia la chitarra con quella di Jerry  Garcia in Hey Fredrick, mentre Grace Slick canta con profonda emozione. L’incedere country di A Song for All Season sembra anticipare di qualche anno Sweet Virginia dei Rolling Stones, forse per la presenza nel disco del pianista Nicky Hopkins, poi alla corte delle pietre rotolanti, che ricama e caratterizza le canzoni con il suo distintivo suono. Questo disco, comunque sia, suggella la comunanza d’intenti e quel senso di fratellanza che avevano in quegli anni tutti i musicisti della Baia. “Volunteers” è la fine di un’epoca ed è come una capsula del tempo. La si può schiudere e tornare ai giorni in cui era bello sperare che la musica potesse cambiare il mondo. Viaggiando, fatti di benzedrina, su camion che ti avevano raccattato nella notte da qualche parte in mezzo al deserto.
Questa generazione non ha mete da raggiungere: raccogliete il grido. Hey, adesso è il momento per voi e per me. E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Su, venite, stiamo marciando verso il mare. E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Chi vi spazzerà via? Saremo noi. E chi siamo noi? I volontari d’Amerika I volontari d’Amerika I volontari d’Amerika” (Volunteers – Jefferson Airplane).
Andai all’edicola e comprai un quotidiano. Poi mi diressi all’ufficio di collocamento e mi misi in coda, in fila indiana, con il numerino in mano, aspettando il mio turno. Nell’attesa sfogliai le pagine politiche del giornale. Sempre la stessa tiritera, bugie su bugie. Tirai dritto e andai alla pagina della musica. Lessi una recensione inconcludente dell’ultimo album di Leonard Cohen e mi chiesi perché certi giornalisti dovevano campare alla grande, pagandosi regolarmente il mutuo, scrivendo corbellerie su corbellerie… mentre altri, che di meriti potevano riempire il giornale, dovevano vivere nel limbo. La spiegazione me la diedi da solo. Erano anche loro figli del vento, nati senza la lingua a pennello. Sentii puzza di merda nell’aria. Allora pensai a Luisa e solo a lei.

 Bartolo Federico

martedì 18 dicembre 2018

Dannato Stasera Non Piangere.

 Il bar Cosimo all’ora di pranzo era pieno di impiegati, indaffarati a mangiare insalate, e qualche arancino al ragù. Vite ordinarie quelle, con le loro preoccupazioni e le proprie ansie. Persone normali, con progetti, speranze e, probabilmente, qualche sogno cucito chissà dove. Avevo cercato riparo dai miei silenzi, e dai miei blues, standomene assorto davanti a un bicchiere di vino rosso. Troppi punti deboli, troppe lacune si erano aperte dentro di me. Girai gli occhi e incrociai lo sguardo di una ragazza col seno grosso che si toccava i capelli. Lei mi guardò ammiccando con un piccolo sorriso. Non era brutta, ma di sicuro non era il mio tipo. Troppo muscolosa e con le spalle larghe per i miei gusti. Guardai attraverso il vetro del bar e, chissà perché, cercai quelle risposte che non arrivano mai. Un ragazzino con un cappello alla Mingus entrò ridendo. Capivo di non avere più risentimenti verso nessuno, ma di essere ancora in qualche modo vulnerabile, come quando ero giovane. La vita è fatta di incontri alle volte insignificanti, altre volte così devastanti che ti cambiano per sempre… e mi rividi spostarmi per quelle strade buie e silenziose, con i cartelli arrugginiti e sbattuti dal vento. Quelle strade abbandonate, circondate da immondizia e puzza di piscio, che ci si smarriva non appena svoltavi l’angolo. Alcuni di noi sono predestinati alla salvezza, altri alla dannazione. Dal pacchetto di sigarette tirai fuori una Benson &Hudges che strinsi tra le dita, ma non accesi. Avevo sempre cercato di fare del mio meglio. Tuttavia i giudizi che mi davo un tempo, mi sembravano meno spietati di quelli di adesso. In compenso non mi preoccupavo più di come andavano le cose. Mi incuriosivo solo dei miei continui cambiamenti. “Nessuno è innocente, nessuno. Ficcatelo bene in testa”. Senza motivo, mi erano tornate in mente le parole urlatemi da Gilda in quel pomeriggio da cani. Lo avevo imparato a mie spese che, quando le situazioni prendono una brutta piega, è inutile che uno cerchi di spiegare. Noi uomini, prendiamo ciò che ci fa più comodo. Siamo abituati ad usarci perché dopo un po’ l’amore finisce e, in seguito, anche l’odio che nutriamo. Un altro esule entrò nel bar. Camminando di sbieco e ordinando una birra, si accomodò. Era una giornata di quelle che non si sa perché, ti senti scoglionato, annoiato, irritato, ma sapevo che avrei fatto bene a restarmene sobrio. “C’è un casino dappertutto” mormorò ad un tratto, l’uomo che si era seduto proprio dietro di me. “ci si sente come in prigione”, continuò… ed era come se mi stesse leggendo nei pensieri. Mi girai lentamente e lo guardai per un lungo istante dritto negli occhi, come a volergli scrutare fin dentro l’anima. “Non lo so, e non è che m’importi molto” risposi, mentre un cellulare iniziò a suonare una musichetta del cazzo. Non avevo fame, né freddo, né sonno, niente. Non sentivo niente. Vidi il cielo annuvolarsi e mi chiesi fino a che punto dovevo precipitare, prima di fermarmi. Mi aggiravo per le strade portandomi appresso un oscurità così densa, che potevo tinteggiare le pareti di un palazzo. In quel silenzio, l’autoradio della macchina sparava raffiche di sax, tanto forti da impedirmi di sentire le mie stesse urla. Amavo il suono del sassofono, era come se ascoltassi il respiro profondo di certe anime dilaniate che facevano musica nella tempesta. John Coltrane è una luce negli occhi, una sensazione fantastica, tremendamente rara. In The Dark You Can Love This Place mi ha sussurrato una notte Barzindistogliendo accuratamente lo sguardo. Ho trattenuto le lacrime, per non farmi inondare fin dentro le orecchie, e capire quanto ero ridotto male. Gilda quando c’eravamo incontrati, mi aveva guardato da dietro il fumo di una sigaretta, e questo bastò per farmi perdere l’orientamento. Era come se una voce mi dicesse che era lei che stavo cercando… ma ora che c’è l’avevo di fronte, non sapevo che fare, e le dissi soltanto: ciao bambina”, con una voce greve e lenta… e subito dopo iniziò a diluviare. E piovve per un bel pezzo. Poi rimasi in silenzio, inquieto come un sospiro. Ma queste cose mi erano successe in un’altra vita. Come spesso accade i nostri destini si erano separati, e niente e nessuno avrebbe potuto farmi tornare sui miei passi. Ho canticchiato un blues mentre salivo le scale di casa, dove non mi aspettava più nessuno. Con gli occhi spalancati nella penombra, ho acceso lo stereo, fumando, e cercando di non farmi prendere dallo sconforto. Erano passati anni, secoli, mesi, giorni, ore, minuti, da quando ci eravamo lasciati, ma certe cose, non si erano ancora sbiadite. Il telefono gettato sul pavimento prese a suonare, lo guardai ma non risposi. Lei di sicuro non mi stava cercando. Ho acceso la lampada che faceva una luce fioca, per cercare nello scaffale un disco che non trovai di Blind Blake, uno dei padri fondatori del blues. Un viaggiatore misterioso di cui non si sa praticamente nulla. Di quest’uomo solitario è rimasta un’unica foto. Eppure negli anni venti era una star della musica. Suonava un blues tecnico e riusciva a tracciare con la sua chitarra un crossover ante litteram, che amalgamava lo stile ragtime, con il blues e il jazz. Anche il burbero reverendo Gary Davis lo omaggiò. Lui così avaro di complimenti verso gli altri musicisti. I morti hanno sempre gli occhi tristi. Anche Nick li aveva quando è spirato per un tumore all’esofago. Per come era fatto, avrebbe preferito di gran lunga una pallottola dritta in testa che quell’animale dentro a divorarlo. Aveva appreso sin da subito di essere spacciato e di non avere via d’uscita… e non deve essere stato facile. Il diavolo poi ci mette sempre lo zampino e sembra che goda. Anche quando chiedi: quanto tempo mi resta dottore?” Lui sogghigna. Alla fine, all’ultimo istante, avrebbe voluto alzarsi da quel cazzo di letto che lo inchiodava e camminare, camminare. Prima di tirare le cuoia avrebbe voluto bestemmiare, imprecare. Andarsene in giro senza meta, come faceva quando cercava di raccattare i cocci della sua pazza vita… ma si sentiva debole e stordito, ed aveva una paura fottuta. Siamo tutti strambi noi uomini. Mi alzai e mi versai un bicchiere di Chivas. Il whisky andò giù morbido. Mi ricordai di quando lei era seduta sul divano e sfogliava distrattamente una rivista. Aveva recuperato il pacchetto delle sigarette e si era accesa una merda di MS. A guardarla nel suo jeans attillato aveva un bel culo, ma anche delle belle tette. Per tutto il giorno aveva sapientemente evitato il mio sguardo. Forse era un modo per non farsi venire qualche rimorso. Suonai qualcosa con la chitarra per ritrovare il coraggio. Aveva due splendidi occhi ed eravamo diventati tutt’uno. Non c’era spazio per nient’altro. Lo dico adesso che non posso più ingannare nessuno, tantomeno me stesso. È stato questo che alla fine ci ha fregato. Avevo smesso di dare importanza ai suoi misteri, come lei ai miei. Non potevamo continuare ancora ad ingannarci. Me ne sono tornato nell’oscurità, come un blues greve di Mark Lanegan. Le armi e i duri non mi sono mai piaciuti. Neanche i mercenari e certi sbirri. C’è gente che legge troppi libri, altri nemmeno uno. La vita alle volte è crudele, e si comporta come un romanzo da due soldi. Sarò un romantico, ma esiste un altro modo per stare su questa terra. Ne sono certo. In quello mio, non ci sono né vincitori, né vinti. Perché capita ad ognuno di noi che qualche porta si chiuda, e anche se questo ci lascia quel retrogusto amaro di nullità, si può sempre ricominciare, da qualche altra parte. Sempre. La cattiva stella prima o poi tramonta. Bisogna solo sapere aspettare. Certo, ci vuole una infinita pazienza, ma ne vale la pena. L’ho appreso dal blues questo, che non vive nel mondo della luna. Pur con una gamba di legno Furry Lewis se ne andava in giro per il sud del Mississippi, aggregandosi al fianco di imbroglioni e truffatori, che seguivano le carovane dei minstrels e dei medicine show. Aveva perso la gamba in un incidente ferroviario, ma tutto questo non era riuscito a fermare la sua vivacità, la sua voglia di vivere. Suonò insieme a Gus Cannon e Will Shade, per le strade di Memphis, entrando anche a  far parte della Memphis Jug Band… ma di musica non sempre si campa, e allora inizia a lavorare come spazzino, e lo farà per oltre quarant’anni. Per non gettare del tutto il suo talento, alla sera suona nei battelli a vapore che attraversano il grande Fiume, e al mattino va a ripulire le strade della sua città. Suonare a questo songsterr, gli ha reso più sopportabile la sua dura esistenza. L’ha fatto anche Night Moves con me. Una canzone che conserva il sapore di tante cose che ho perso lungo il tragitto. Ho pensato a Lei ascoltandola. Ai suoi seni, al suo desiderio, alle sue speranze, alla sua avidità. Me ne sono rimasto seduto sul divano, mentre fuori aveva preso a piovere. Ha piovuto per un bel pezzo. Mi sono fatto del caffè e fumato qualche sigaretta nella piccola cucina. Al lavoro l’indomani, ci sarei andato anche a costo di strascicarmi per strada a tentoni. È solo quando non hai più una cosa, che te ne accorgi di quanto era importante. Misi un disco di rock duro, grintoso, di quelli che sparano raffiche di chitarra a mitraglia. Tanto per stordirmi un po’. La mattina uscì presto di casa. Era un’alba fresca e senza particolari pretese. Prima di andare via, ho lasciato tutte le luci dell’appartamento accese. Così da darmi la sensazione al mio rientro, di non essere solo. A quell’ora del mattino le strade erano deserte. Un barbone dormiva dentro l’atrio del portone. Cercai di non disturbarlo. In strada camminavo veloce e con le mani infilate nella tasca della giacca. La Folie cantavano gli Strarnglers nel 1981. Combien de crimes ont ete commis. Contre les mensonges et soi disant les lois du coeur. Combien sont la a cause de la folie. Parce qu’il ont la folie”Mia zia Marianne sentiva le voci, e vedeva cose inesistenti. Alle volte diceva che erano sui muri, altre sul pavimento, qualche volta non ti riconosceva nemmeno, perché eri tu la cosa strana. Se ne stava per ore seduta immobile sulla sedia. Ogni tanto rideva e si toccava i capelli, e si stringeva i seni, fino a farsi male. Beveva vino rosso a litri, e fumava all’inverosimile. Troppe notti difficili. Alle volte avevo paura, una paura tremenda, che potessi uccidermi… ma forse c’era molto suggestione in me. Ogni tanto tornava normale e passavamo dei bei momenti. Poi anche quegli attimi svanirono, e la dovettero rinchiudere in un manicomio. John Trudell è un indiano Sioux. Quando venne nominato portavoce dell’American Indian Movement, si rese protagonista di un gesto di protesta contro le autorità americane, per le atrocità commesse nei confronti dei nativi americani. Sui gradini del J. Edgar Hoover Building di Washington bruciò la bandiera a stelle e strisce. Dodici ore più tardi, sua moglie, i suoi tre figli, e sua suocera, morirono in un incendio nella riserva di Paiute Shoshone in Nevada. La cosa resterà senza colpevoli, anche per il rifiuto dell’FBI di indagare sul caso. John Trudell inizia a comporre poesie e, nel 1985, quando incontra Jesse Ed Davis, un indiano Kiowa che suona con Clapton, Dylan, Lennon e Jackson Browne, le sue poesie diventano musica. “A.K.A. Graffiti Man” è un grido di dolore, un blues profondo, un vento di guerra. Ci sono cose che nessuno può uccidere… ma il cuore degli uomini è la cosa più difficile da vedere. Dannato stasera non piangere.

domenica 25 novembre 2018

Eternamente qui

Quando al mattino mi alzai soffiava un vento gelido di tramontana, le previsioni del tempo davano un peggioramento nella serata, con vere bombe di pioggia in arrivo. Dall’armadio tirai fuori il trench nero e la sciarpetta di seta in fantasia cachemire che era stata di mio nonno, m’infilai gli occhiali e nel momento in cui Frankie Lee Sims aveva cominciato a cantare Raggedy And Dirty, spensi lo stereo dall’interruttore della luce. Una diavoleria escogitata da Sal, quando ancora frequentava il regno dei vivi. Scesi le scale dell’appartamento e, una volta in strada insieme a quella nuova indecifrabile tristezza che da giorni mi aveva imprigionato il cuore, m’incamminai. Il rumore delle macchine fece presto a prendere il sopravvento sui miei pensieri. Osservai i passanti infagottati in quegli enormi piumini da neve che procedevano silenziosi con il viso fasciato da grandi sciarpe di lana, e mi parevano come spettri. Pensai che la mia casa era davvero così piena di musica, da potermi considerare quasi come un suo ospite. Il vento fischiava rude, ma la città pareva la solita. Mi diressi verso l’entrata della metropolitana. Ci nutriamo di convinzioni banali e misere ma nello stesso tempo essenziali per tirare avanti… e ci scordiamo di quei brividi che ci hanno reso la vita un po’ meno amara. Scesi i gradini della metro e afferrai per un soffio il treno della linea A. Ognuno di noi ha le sue rogne ma vallo a sapere quando iniziamo a perdere terreno, e tutto tracolla. Chissà cosa gli era successo a Jeffrey Lee Pierce? Qual era stata la ferita che non si era più rimarginata e lo aveva fatto cadere insieme ai suoi demoni, nelle profondità più nere di noi stessi. Un eroe ribelle e drogato che ha attraversato la storia del rock, lasciando un segno profondo. Lui più di tanti funamboli rompicoglioni della sei corde, è da considerarsi un vero uomo di blues. Ma com’è successo per tanti altri rinnegati del rock, dal cuore puro e furibondo, è stato dimenticato in fretta. Sparito per sempre sotto un cumulo di polvere e macerie. Se chiudo gli occhi e come se lo vedessi ancora con quell’aria goffa e smarrita, fermarsi e intonare un paludoso blues di Charley Patton. L’esordio folgorante di “Fire Of Love” (1981) con la sigla The Gun Club, è un disco di canzoni che hanno dentro quella fiamma che brucia, e che non si placa. Che ti arrivano come un pugno in pieno viso, perché hanno il piglio della ribellione e dell’anticonformismo. Perfette per uomini che si sentono soffocati da un mondo che ti afferra e ti rovescia, sul lato opposto dei tuoi sogni. Zeppe di quel vento ululante che ti fa ghiacciare il cuore nella notte, e di quel blues ancestrale che ha popolato le strade del Mississippi. Un disco che resta una pietra miliare, e che ebbe la forza di aprire le porte a tanti punk verso la “musica del diavolo”. Allora il resto del mondo però non contava niente. Il rock mi tranciava la pelle, l’anima, in quella disperazione mattutina dopo una notte balorda e disperata. Fu però con “Miami” del 1982 che Lee Pierce conquistò una visibilità più ampia. Un disco notturno e denso di emozioni, spudorato per quella spontaneità ad esporsi nei suoi sentimenti, senza alcuna barriera di protezione. Che ad ascoltarlo oggi a distanza di tre decadi, ti mette paura, tanta è l’intensità di quella sventagliata di rock viscerale, che sorregge il suo canto tormentato e lirico. C’è lo spirito di Hank Williams che aleggia nelle canzoni, mentre Jeffrey si avvicina allo spirito anarchico e medianico di Jim Morrison. Chris Stein è il produttore di questo lavoro un ex membro dei Blondie, gruppo da Jeffrey molto amato per via della cantante Deborah Harry, anche lei qui presente. Chris con la sua produzione tende soprattutto a far risaltare la sua voce, e quel canto sferragliante e infettato di voodoo, fumo e sporco fino al midollo del rock’n’roll selvaggio dei migliori Creedence Clerwatwer Revival. In “Miami” ci sono canzoni di un uomo che nonostante tutto riesce a sopportare ancora il dolore. Anche se la droga e l’alcool stanno diventando fin troppo importanti nella sua vita ma, in fondo è la storia che lo insegna, è sempre dai sobborghi che sono arrivate le star del rock. Disperati, omosessuali, delinquenti, tutti con quel dono magico di avere carisma e talento.
Don’t let her take her love to town They will never fill her hear. She needs a passion like her fathers used to be I know because I’m like the train shooting down the main line. I know because. I’m the Indian wind along the telegraph lines. She’s like heroin to me. She’s like heroin to me. She’s like heroin to me. She can’t miss a vein” (She’s Like Heroin To Me).
Durante una pausa per le registrazioni del disco Jeffrey si accese uno spinello e si sedette sul divano. Indossava degli logori stivali texani e un jeans sdrucito. Dalla bottiglia di whisky bevve un sorso come solo un dannato sa fare. Quella notte il tempo non faceva presagire nulla di buono. “Pioggia e freddo intenso” avevano recitato quelli del bollettino meteorologico. Quasi una metafora della sua vita. Lui se ne stava in silenzio per quella semplice ragione, ché le parole alle volte non servono a nulla. Nelle sue visioni la vedeva protendersi e chiamarlo. Lo  pregava di proteggere il suo ricordo, di difenderlo. Chiuse gli occhi. La vide camminare verso di lui. Voleva stare con lei, ricongiungersi a lei. Dopo un altro lungo sorso afferrò la chitarra e per scaldarsi le dita, suonò una sequenza di accordi. Su quegli stessi accordi ciondolando la testa, intonò una nuova canzone. Tutti i presenti si commossero ad ascoltarlo mentre bisbigliava i versi di Mother Of Earth ancora avvolti dentro una melodia traballante.
Sono andato giù nel fiume della tristezza Sono andato giù nel fiume del dolore nell’oscurità, li ho sentiti chiamare il mio nome Oh, madre terra. Il vento è caldo, ho provato a fare del mio meglio, ma non riesco. E i miei occhi si sono chiusi su questa grande terra (Mother Of Earth)

Era il blues che risuonava dentro di lui, e sarà sempre il blues a tingere di scuro le sue canzoni: anche quando una lap steel s’intrometterà per addolcirne i suoni, sarà sempre il blues demoniaco e disperato della sua anima che tirerà pugni e vagherà per le strade. Quanti colori, note, combinazioni, si possono ottenere da una chitarra? E quante melodie vengono fuori dagli stessi accordi? Ma i blues sono sempre diversi, pure se sembrano uguali. Perché parlano degli esseri umani, e dei loro bisogni. Perché anche i solitari vivono una loro vita, amano e soffrono, anche se non riescono a spiegarlo. Un viaggio quello di Jeffrey colmo di una malinconia indelebile ma, i sentimenti che proviamo sono più potenti delle parole. “Torna da me amore”. “Sono qui, sono stanco di queste lacrime”. Quando sussurra con l’anima sanguinante queste parole abbaiando dentro il microfono, capisci quanto era fragile e vulnerabile. Le sue canzoni risuonano ancora oggi impetuose per quei selvaggi che hanno il diavolo alle spalle, e l’anima incendiata. Ci sono persone la cui vita sembra un lungo tormento. Poi un bel giorno decidono di morire, come se non ci fosse nulla di meglio da fare, niente per cui valga la pena di andare avanti. Anche per mia madre è andata così. Avrei voluto incontrare Jeffrey per potergli dire che nella vita tutti noi bariamo, perché altrimenti non avremmo via d’uscita. Tutti noi c’è ne stiamo ammassati nella stessa barca, logori, ammaccati, trattati senza troppi riguardi. La destinazione è per tutti la stessa. Gli avrei voluto raccontare che le sue canzoni avevano attraversato la mia vita, e che mi avevano dato una speranza. Avrei voluto vedere se la sua espressione del viso sarebbe cambiata, e se si sarebbero increspate le ciglia. Comunque vadano le cose, tutti nessun escluso, abbiamo sempre bisogno di sentire un altro punto di vista. A mia madre però, non ho avuto il coraggio di dirglielo. Quella mattina era il mio giorno libero dal lavoro. A una fermata qualunque del metrò scesi e, camminando senza meta per la città, mi sentivo come un cane che aveva preso troppe botte e non si fidava più di nessuno. Andando in giro mi resi conto che quello che attraversavo era un mondo d’infelici, di gente sconsolata, che aveva paura di tutto. Tutte persone in esubero. La loro scomparsa sarebbe stata solo una semplice, banale formalità. Nelle maggior parte dei negozi, stavano appesi i cartelli con la scritta “Affittasi/Vendesi”. Una donna di mezza età mi chiese dei soldi. Il sole nel cielo era come oscurato da grossi vetri, spessi e scuri. La vita però non ha prezzo. E l’amore dovrebbe vincere sempre. Qualcuno dice che se conosci il nemico, non ti troverai in pericolo. Il fatto è che questo nemico che ci annienta, non lo puoi colpire, non lo puoi distruggere. Davanti al municipio una manifestazione di disoccupati invadeva i marciapiedi, e parte della strada viaria. Gli automobilisti però sembravano comprensivi con quelle persone. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quelli che ho incrociato, erano spenti e bui. Occhi dove non si scorgeva nulla. Forse servirebbe un vero cambiamento. Una rivoluzione. Ma non sono più così sicuro neanche di questo. Un anziano signore che rovistava tra le cassette della frutta stipate al lato di un cassonetto girò la testa, e adocchiandomi mi disse: non è che abbia una grande pensione figliolo. Lo disse mentre il vento agitava gli alberi. È un blues spietato quello in cui ci hanno ficcato quelle teste di cazzo dei nostri governanti. Dei gran figli di puttana. Nessuno escluso. Quando rientrai a casa l’orologio a muro segnava le due e venti del pomeriggio, e mi sentivo affranto per tutto quello che stava accadendo. Alle volte capita che ci ricordiamo di ogni cosa che ci è successa. Guardai a lungo la mia chitarra ma, siccome non riesco più a scrivere una canzone, l’ho lasciata in pace. Le chitarre hanno un cuore grande, sanno sempre come prenderti. Dovrei smettere anche di ascoltare certe canzoni, perché sanno come ferirmi. Accidenti se lo sanno. Alle volte mi chiedo cosa non abbia funzionato in me, e perché ho perso quel treno. Chissà, se ci fossi salito, a quale stazione sarei sceso? Perché alla fine torniamo sempre da dove siamo partiti. È troppo tardi però per crederci ancora. È troppo tardi per i rimpianti, perché ci sono cose che non si possono più fare. E’ vero comunque che le porte più difficili da chiudere, sono quelle che si trovano sul proprio pianerottolo. E’ l’anno 2018 ma niente è cambiato per quelle orde di poveri, che si muovono silenziosi nel mondo. Mangiai poco e di controvoglia, ero di cattivo umore, così negli scaffali dei dischi rintracciai gli X, la banda di John Doe e Exene Cervenka. Mi accesi una sigaretta e mi sedetti sul divano, cercando quantomeno di non ascoltare più me stesso. E’ del 1980 Los Angeles, l’album prodotto da Ray Manzarek, l’ex tastierista dei Doors. E’ in questi solchi che riaccade il miracolo di risentire quel binomio di rabbia e poesia, che fu prerogativa di Dylan, Jim Morrison, Patti Smith, Lou Reed, Jimi Hendrix. “Los Angeles è un viaggio nell’incubo urbano, nell’emarginazione sociale, nella crisi dei valori umani… ma è anche la grande voglia di non arrendersi, avendo chiara la consapevolezza che il momento più duro, è sempre quello del risveglio. In alcuni pezzi di questo disco, con il suo inconfondibile suono, la tastiera di Manzarek si presta a colorare il buio dopo la pioggia. Musica che ha infilato la chiave nell’interruttore del mio cuore. Qui, oltre alla forza dirompente del punk, ci sono quei duetti bellissimi tra John ed Exene che cantano nove canzoni malvagie e feroci, fino a raschiarsi le corde vocali, fino a cadere sanguinanti in fondo alla notte. Non importa quanto sia sbagliata la strada che imbocchiamo, tanto le cose più belle sono quelle che ancora dobbiamo scrivere. Procediamo curiosi nella terra di nessuno cambiando continuamente tragitto, una volta a destra, un’altra volta a sinistra, acceleriamo, freniamo, cercando di capire quello che nessuno ci spiega. Nella musica punk c’è sempre stata una specie di ruvida tenerezza. In quella sfrontatezza c’era molta sincerità. Quello che non capiva, il punk lo intuiva. Poi, come in una sorta di autoindulgenza non sapendo barare, se n’è tornato in quelle strade buie e solitarie, dove è difficile giungere. Quando la musica è finita ho rimesso a posto il disco. Ho buttato via il caffè che era rimasto, ho rassettato la cucina e ho pulito i miei stivali. Poi ho fatto una doccia e mi sono rasato, cosa che non faccio mai nel pomeriggio… ma mi era venuta voglia. Piccole cose semplici di un uomo solo, che non fanno male a nessuno.