domenica 15 gennaio 2017

Eternamente Qui



Ci sono giorni che somigli a uno che si tiene a galla senza più speranza. Resti come inebetito, spingendoti verso la deriva. Ma è la disperazione che fa scattare la molla per riprendere a lottare. Frankie Lee Sims imbracciò la chitarra arrotolandosi su se stesso come un gatto. E anche se l'alcol e l'ozio in cui era sprofondato, lo avevano ridotto male, si sentiva in grado di aspettare un miglioramento. Con una smorfia si bagnò l'anima in quel blues che lo affliggeva. Poi quel blues rimbombò dentro le lattine di birra sparse sul pavimento, che lo amplificarono. Chiuse gli occhi e avvertì il rumore di un treno, che veniva da sud. Quando il treno si fermò sopra il ponte, sentì come se tutte le ragazze del quartiere avessero cominciato a cantare... Vieni qui... eccoti qui... Frankie Lee Sims, vieni qui… eccoti qui…. Frankie Lee Sims... Quando al mattino mi alzai soffiava un vento gelido di tramontana, le previsioni del tempo davano un peggioramento nella serata, con vere bombe di pioggia in arrivo. Dall’armadio tirai fuori il trench nero e la sciarpetta di seta in fantasia cachemire che era stata di mio nonno, m’infilai gli occhiali e nel momento in cui Frankie Lee Sims aveva cominciato a cantare Raggedy And Dirty, spensi lo stereo dall’interruttore della luce. Una diavoleria escogitata da Sal, quando ancora frequentava il regno dei vivi. Scesi le scale dell’appartamento, e una volta in strada insieme a quella nuova indecifrabile tristezza che da giorni mi aveva imprigionato il cuore, m’incamminai. Il rumore delle macchine fece presto a prendere il sopravvento sui miei pensieri. Osservai i passanti infagottati in quegli enormi piumini da neve che procedevano silenziosi con il viso fasciato da grandi sciarpe di lana, e mi parevano come spettri. Pensai che la mia casa era davvero così piena di musica, da potermi considerare quasi come un suo ospite. Il vento fischiava rude, ma la città pareva la solita. Mi diressi verso l’entrata della metropolitana. Ci nutriamo di convinzioni banali e misere, ma nello stesso tempo essenziali per tirare avanti. E ci scordiamo di quei brividi che ci hanno reso la vita un po’ meno amara. Scesi i gradini della metrò e afferrai per un soffio il treno della linea A. Ognuno di noi ha le sue rogne ma vallo a sapere quando iniziamo a perdere terreno, e tutto tracolla. Chissà cosa gli era successo a Jeffrey Lee Pierce? Qual era stata la ferita che non si era più rimarginata e lo aveva fatto cadere insieme ai suoi demoni, nelle profondità più nere di noi stessi. Un eroe ribelle e drogato, che ha attraversato la storia del rock, lasciando un segno profondo. Lui più di tanti funamboli rompicoglioni della sei corde, è da considerarsi un vero uomo di blues. Ma com'è successo per tanti altri rinnegati del rock, dal cuore puro e furibondo, è stato dimenticato in fretta. Sparito per sempre sotto un cumulo di polvere e macerie. Se chiudo gli occhi e come se lo vedessi ancora con quell’aria goffa e smarrita, fermarsi e intonare un paludoso blues di Charley Patton. L’esordio folgorante di Fire Of Love (1981) con la sigla Gun Club, è un disco di canzoni che hanno dentro quella fiamma che brucia, e che non si placa. Che ti arrivano come un pugno in pieno viso, perché hanno il piglio della ribellione e dell’anticonformismo. Perfette per uomini che si sentono soffocati da un mondo che ti afferra e ti rovescia, sul lato opposto dei tuoi sogni. Zeppe di quel vento ululante che ti fa ghiacciare il cuore nella notte, e di quel blues ancestrale che ha popolato le strade del Mississippi. Un disco che resta una pietra miliare, e che ebbe la forza di aprire le porte a tanti punk verso la musica del diavolo. Allora il resto del mondo però non contava niente. Il rock mi tranciava la pelle, l'anima, in quella disperazione mattutina dopo una notte balorda e disperata. Fu però con Miami che Lee Pierce conquistò una visibilità più ampia. Un disco notturno e denso di emozioni, spudorato per quella spontaneità ad esporsi nei suoi sentimenti, senza alcuna barriera di protezione. Che ad ascoltarlo oggi a distanza di tre decadi, ti mette paura. Tanta è l’intensità di quella sventagliata di rock viscerale, che sorregge il suo canto tormentato e lirico. C’è lo spirito di Hank Williams che aleggia nelle canzoni, mentre Jeffrey si avvicina allo spirito anarchico e medianico di Jim Morrison. Chris Stein è il produttore di questo lavoro, un ex membro dei Blondie gruppo da Jeffrey molto amato per via della cantante Deborah Harry, anche lei qui presente. Chris con la sua produzione tende soprattutto a far risaltare la sua voce, e quel canto sferragliante e infettato di voodoo, fumo, e sporco fino al midollo del rock’n’roll selvaggio dei migliori Creedence Clerwatwer Revival. In Miami ci sono canzoni di un uomo che nonostante tutto riesce a sopportare ancora il dolore. Anche se la droga e l’alcool, stanno diventando fin troppo importanti nella sua vita. Ma in fondo è la storia che lo insegna, è sempre dai sobborghi che sono arrivate le star del rock. Disperati, omosessuali, delinquenti, tutti con quel dono magico di avere carisma e talento. Don't let her take her love to town They will never fill her hear She needs a passion like her fathers used to be I know because I'm like the train shooting down the mainline I know because I'm the Indian wind along the telegraph lines She's like heroin to me She's like heroin to me She's like heroin to me She cannot miss a vein. (She's Like Heroin To Me) Durante una pausa per le registrazioni del disco Jeffrey si accese uno spinello, e si sedette sul divano. Indossava degli logori stivali texani, e un jeans sdrucito. Dalla bottiglia di whisky bevve un sorso, come solo un dannato sa fare. Quella notte il tempo non faceva presagire nulla di buono. Pioggia e freddo intenso avevano recitato quelli del bollettino meteorologico. Quasi una metafora della sua vita. Lui se ne stava in silenzio, per quella semplice ragione che le parole alle volte non servono a nulla. Nelle sue visioni la vedeva protendersi e chiamarlo. Lo chiamava amore, e lo pregava di proteggere il suo ricordo di difenderlo. Chiuse gli occhi. La vide camminare verso di lui. Voleva stare con lei, ricongiungersi a lei. Dopo un altro lungo sorso afferrò la chitarra, e per scaldarsi le dita suonò una sequenza di accordi. Su quegli stessi accordi ciondolando la testa, intonò una nuova canzone. Tutti i presenti si commossero ad ascoltarlo mentre bisbigliava i versi di Mother Of Earth, ancora avvolti dentro una melodia traballante. "Sono andato giù nel fiume della tristezza Sono andato giù nel fiume del dolore nell’oscurità, li ho sentiti chiamare il mio nome Oh, madre terra. Il vento è caldo, ho provato a fare del mio meglio, ma non riesco. E i miei occhi si sono chiusi su questa grande terra. (Mother Of Earth) Era il blues che risuonava dentro di lui, e sarà sempre il blues a tingere di scuro le sue canzoni. Anche quando una lap steel s’intrometterà per addolcirne i suoni, sarà sempre il blues demoniaco e disperato della sua anima, che tirerà pugni e vagherà per le strade. Quanti colori, note, combinazioni, si possono ottenere da una chitarra? E quante melodie vengono fuori dagli stessi accordi? Ma i blues sono sempre diversi pure se sembrano uguali. Perché parlano degli uomini e dei loro bisogni. Perché anche i solitari vivono una loro vita, amano e soffrono, anche se non riescono a spiegarlo. Un viaggio quello di Jeffrey colmo di una malinconia indelebile. Ma i sentimenti che proviamo sono più potenti delle parole. “Torna da me amore”. “Sono qui, sono stanco di queste lacrime” Quando sussurra con l’anima sanguinante queste parole abbaiando dentro il microfono, capisci quanto era fragile e vulnerabile. I suoi blues risuonano ancora oggi impetuosi per quei selvaggi che hanno il diavolo alle spalle, e l’anima incendiata. Ci sono persone la cui vita sembra un lungo tormento. Poi un bel giorno decidono di morire. Come se non ci fosse nulla di meglio da fare, niente per cui valga la pena di andare avanti. Anche per mia madre è andata così. Avrei voluto incontrare Jeffrey per potergli dire che nella vita tutti noi bariamo, perché altrimenti non avremmo via d’uscita. Tutti noi c’è ne stiamo ammassati nella stessa barca, logori, ammaccati, trattati senza troppi riguardi. E che la destinazione è per tutti la stessa. Gli avrei voluto raccontare che le sue canzoni avevano attraversato la mia vita, e che mi avevano dato una speranza. Avrei voluto vedere se la sua espressione del viso sarebbe cambiata, e se si sarebbero increspate le ciglia. Comunque vadano le cose tutti nessun escluso, abbiamo sempre bisogno di sentire un altro punto di vista. A mia madre però non ho avuto il coraggio di dirglielo. Quella mattina era il mio giorno libero. A una fermata qualunque del metrò scesi, camminando senza meta per la città mi sentivo come un cane che aveva preso troppe botte, e non si fidava più di nessuno. Andando in giro mi resi conto che quello che attraversavo era un mondo d’infelici, di gente sconsolata, che aveva paura di tutto. Tutte persone in esubero. La loro scomparsa sarebbe stata solo una semplice, banale formalità. Nelle maggior parte dei negozi, stavano appesi i cartelli con la scritta Affittasi/Vendesi. Una donna di mezza età mi chiese dei soldi. Il sole nel cielo era come oscurato da grossi vetri, spessi e scuri. La vita non ha prezzo. E l’amore dovrebbe vincere sempre. Qualcuno dice che se conosci il nemico, non ti troverai in pericolo. Il fatto è che questo nemico che ci annienta non lo puoi colpire, non lo puoi distruggere. Davanti al municipio una manifestazione di disoccupati invadeva i marciapiedi, e parte della strada viaria. Gli automobilisti però sembravano comprensivi con quelle persone. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quelli che ho incrociato erano spenti e bui. Occhi dove non si scorgeva nulla. Forse servirebbe un vero cambiamento. Una rivoluzione. Ma non sono più così sicuro neanche di questo. Tornare a combattere invece di starsene inermi ad aspettare, servirebbe a cambiare lo stato delle cose? Non lo so. Non so più un cazzo di niente. Un anziano signore che rovistava tra le cassette della frutta stipate al lato di un cassonetto, girò la testa e adocchiandomi mi disse: “non è che abbia una grande pensione figliolo”. Lo disse mentre il vento agitava gli alberi. È un blues spietato quello in cui ci hanno ficcato quelle teste di cazzo dei nostri governanti. Dei gran figli di puttana. Nessuno escluso.  Quando rientrai a casa l’orologio a muro segnava le due e venti del pomeriggio, e mi sentivo affranto per tutto quello che stava accadendo. Alle volte capita che ci ricordiamo di ogni cosa che ci è successa. Guardai a lungo la mia chitarra, ma siccome non riesco più a scrivere una canzone, l’ho lasciata in pace. Le chitarre hanno un cuore grande, sanno sempre come prenderti. Dovrei smettere anche di ascoltare certe canzoni, perché sanno come ferirmi. Accidenti se lo sanno. Alle volte mi chiedo cosa non abbia funzionato in me, e perché ho perso quel treno. Chissà se ci fossi salito a quale stazione sarei sceso? Perché alla fine torniamo sempre da dove siamo partiti. È troppo tardi però per crederci ancora. È troppo tardi per i rimpianti, perché ci sono cose che non si possono più fare. E' vero comunque che le porte più difficili da chiudere, sono quelle che si trovano sul proprio pianerottolo. E’ l’anno 2017 ma niente è cambiato per quelle orde di poveri, che si muovono silenziosi nel mondo. Mangiai poco e di controvoglia, ero di cattivo umore così negli scaffali dei dischi rintracciai gli “X”, la banda di John Doe e Exene Cervenka. Mi accesi una sigaretta e mi sedetti sul divano, cercando quantomeno di non ascoltare più me stesso. E’ del 1980 "Los Angeles” l’album prodotto da Ray Manzarek, l’ex tastierista dei Doors. E’ in questi solchi che riaccade il miracolo di risentire quel binomio di rabbia e poesia, che fu prerogativa di Dylan, Jim Morrison, Patti Smith, Lou Reed, Jimi Hendrix. Los Angeles è un viaggio nell’incubo urbano, nell’emarginazione sociale, nella crisi dei valori umani. Ma è anche la grande voglia di non arrendersi,  avendo chiara la consapevolezza che il momento più duro, è sempre quello del risveglio. In alcuni pezzi di questo disco con il suo inconfondibile suono la tastiera di Manzarek si presta per colorare il buio, dopo la pioggia. Musica che ha infilato la chiave nell’interruttore del mio cuore. Qui oltre alla forza dirompente del punk ci sono quei duetti bellissimi tra John ed Exene che cantano nove canzoni malvagie e feroci, fino a raschiarsi le corde vocali, fino a cadere sanguinanti in fondo alla notte. Non importa quanto sia sbagliata la strada che imbocchiamo, tanto le cose più belle sono quelle che ancora dobbiamo scrivere. Procediamo curiosi nella terra di nessuno cambiando continuamente tragitto, una volta a destra, un’altra volta a sinistra, acceleriamo, freniamo, cercando di capire quello che nessuno ci spiega. Nella musica punk c’è sempre stata una specie di ruvida tenerezza. In quella sfrontataggine c’era molta sincerità. Quello che non capiva il punk lo intuiva. Poi come in una sorta di auto indulgenza non sapendo barare, sé né tornato in quelle strade buie e solitarie, dove è difficile giungere. Quando la musica è finita ho rimesso a posto il disco. Ho buttato via il caffè che era rimasto, ho rassettato la cucina e ho pulito i miei stivali. Poi ho fatto una doccia, e mi sono rasato, cosa che non faccio mai nel pomeriggio. Ma mi era venuta voglia. Piccole cose semplici di un uomo solo, che non fanno male a nessuno.



Bartolo Federico

venerdì 13 gennaio 2017

Giorni Blu, Notti Nere



Quel tizio aveva lo sguardo vago e il naso rosso ma il tono della sua voce era forte e sicuro. “Noi uomini sterminiamo tutto ciò che c’è di bello e di buono in questo mondo, e tutti siamo colpevoli allo stesso modo. Nessuno è innocente”. Si accese un sigaro e si versò un bicchiere di vino, guardandosi la punta delle scarpe. Per un breve attimo oscillò in avanti quasi volesse cadere, ma fortunatamente si riprese subito. La festa delle seconde nozze di un mio vecchio amico, si stava rivelando più piacevole del previsto. Ci ero andato controvoglia perché ero in una fase in cui non me la sentivo di stare tra la gente, e solo il pensiero di rincontrare vecchie conoscenze per poi finire a rivangare i bei tempi che furono, mi metteva un'assoluta tristezza. Ma Ale me l’ero ritrovato sempre nei momenti più difficili, e non mi andava di deluderlo. Così su quel prato inglese di quell’albergo di una famosa località turistica siciliana, bevendo vino bianco ghiacciato, mi ritrovai a conversare con quell’uomo che con esattezza non sapevo neanche chi fosse. Ho paura s’interruppe per portarsi il calice alle labbra, si schiarì la gola, e proseguì; “ho paura che non resterà più nulla su questa terra di meritevole. Stanno spazzando via tutto con inaudita ferocia e violenza, stanno creando un mondo che è una pattumiera a cielo aperto. Il guaio è che a nessuno sembra importargliene. Di questo passo dove andremo a finire?" "Ho l’impressione", proseguì avvicinando il sigaro che teneva in mano e poi allontanandolo come per focalizzarlo, "che finiremo male, molto male. Quest’universo è amministrato da gente incapace che ha sempre pensato al proprio profitto, e mai al bene comune. Ciarlatani, saltimbanchi, che hanno in mano il destino degli esseri umani. E' veramente incredibile tutto questo”. Quello sconosciuto era davvero un fiume in piena, s’infiammava e trasudava passione da tutti i pori. Restammo a parlare fin quando due bambini giocando a rincorrersi mi franarono sulle gambe. Li osservai rialzarsi lesti da terra e correre via. Chissà perché pensai alla solitudine degli uomini. Quella solitudine che ci perseguita e ci rende amara la vita. Che ci riempie di dubbi e man mano che avanza sgretola le nostre piccole certezze. Come fanno certi blues tristi e dolorosi che ti divorano dentro sin dal primo ascolto, per non lasciarti mai più. La mattina dopo mi svegliai all’alba che ero completamente sudato, e senza aver dormito a sufficienza. Era una giornata afosa per cui mi ficcai velocemente sotto la doccia, prima di prendere il caffè. Sotto il getto dell’acqua ripensai alla serata trascorsa, tutto sommato considerai che mi ero rilassato, una cosa che ultimamente mi capitava di rado. Mi asciugai in fretta e scesi in cucina. Mentre preparavo la caffettiera accesi la radiolina, che suonò incredibilmente Peggy Sue. Un brivido mi percorse il corpo, quasi come fosse una scossa elettrica. Una canzone che difficilmente oggi senti per radio. Una canzone che fece conoscere al mondo le stella di Buddy Holly.  Che da quando è morto, il rock non è più lo stesso. Questo lo ha detto un protagonista del film America Graffiti, pellicola che diresse George Lucas nel 1973, che è un omaggio alla sua giovinezza e al rock’n’roll. Buddy Holly nasce a Lubbock in Texas, nel 1936. È un ragazzino precoce con la musica. A quattro anni prende lezioni di violino, e a cinque partecipa ad un concorso per canterini, dove vince un premio di cinque dollari. A dodici anni si compra la sua prima chitarra, dopo aver suonato il pianoforte. Andava ancora a scuola quando con il suo inseparabile amico Bob Montgomery,comincia a suonare alle feste scolastiche o in casa di amici. La KDAV di Lubbock era una radio country locale che organizzava concerti nei suoi studi, e al Cotton Club, una delle sale da ballo più importanti della zona. Hi-Pockets Duncan faceva il disc-jockey in quella radio, e divenne il primo manager di Buddy Holly. Ogni domenica pomeriggio dell’anno 1954 Buddy, Bob Montgomery e il bassista Larry Welborn, suonano alla KDAV nel programma radiofonico “Sunday Party”, mentre alla sera aprono gli spettacoli che si tengono al Cotton Club. E’ davvero difficile dire di conoscersi. Chissà quante vite racchiudiamo in ognuno di noi, che attendono solo di essere vissute. E le cicatrici che ci portiamo appresso, sono come dei marchi a fuoco per la nostra coscienza. Rassettai il soggiorno, e mi misi a scartabellare vecchi scritti di mio padre. Che è un modo per continuare a parlarci. Bisogna sempre guardarsi indietro, per capire da dove si viene. Holly è il suo gruppo suonavano e provavano nuove canzoni chiusi nel garage sul retro di casa sua, ed è verso il 1955 che il batterista Jerry Allison, comincia a frequentare Buddy. La musica di Holly sta navigando verso un'altra direzione, e la presenza di Elvis Presley sul mercato discografico favorirà questo cambiamento. Elvis aveva appena inciso per la Sun Records, quando arriva a Lubbock per una data al Cotton Club invitato dall’emittente KDAV, ed è lì che i due s’incontrano. Il giorno dopo quello show, Buddy aprirà il concerto che Elvis terrà per l’inaugurazione del salone della concessionaria Pontiac. Il rock’n’roll è stato solo un'illusione di libertà. E’ servito a contenere le pulsioni di milioni di adolescenti e ammansirli dentro un recinto, concedendo solo qualche salvacondotto, tanto per non inasprire troppo gli animi. Ha camuffato con furbizia comportamenti inoffensivi, facendoli passare per ribelli. Non ha infranto nulla. Chi ha spezzato le regole lo ha fatto da solo, e per se stesso. Il rock’n’roll non c’entra con quelle ragioni. Ascoltavano tanta musica Buddy e i suoi amici. Elvis, ma anche i Drifters e Ray Charles, musicisti che seguivano tutte le sere attraverso una radio che trasmetteva da Shereveport, località vicina a Lubbock. Non era per niente rivoluzionario Holly nell’aspetto, a differenza degli altri rocker degli anni cinquanta. Anzi, sembrava uno studente riservato e impacciato, con quei grandi occhiali che gli ornavano il volto. Ma musicalmente era il più avanti di tutti. Un cantautore che sapeva mescolare con estrema sensibilità tutti i generi musicali che lo avevano influenzato, creando un suono riconoscibilissimo. Fu tra i primi ad utilizzare in studio la tecnica dell’overdubbing, (sovra incisione) ed a lanciare la chitarra Fender Stratocaster nel mondo del rock. In Pulp Fiction il film di Tarantino nel locale Jack Rabbit Slim (che è anche il titolo di un disco di Steve Forbert) a tema anni cinquanta, l’attore Steve Buscemi è un cameriere travestito da Holly. Quando quella mattina la signora Stella mi vide passare, mi salutò con un cenno degli occhi. Se ne stava sotto la grondaia al fresco del suo chiosco, e combatteva l’afa di un agosto opprimente, sventagliandosi noiosamente un po’ d’aria. Suo marito "l’americano" come lo chiamavamo nel quartiere, era seduto accanto a lei, e sorseggiava una granita limone. Quell’uomo aveva sempre l’aria del cazzo, con quei baffi irti sembrava che non cambiasse mai d’espressione. "Caramelle dolci, cocco, panini" vociò lei rauca. La conoscevo sin da bambino e gli ero affezionato. Ci ero cresciuto giocando sul marciapiede di quella strada. Al Fair Park Coliseum di Lubbock nel 1955 Bill Haley and His Cometes e Jimmy Rodgers Snow, tennero un concerto. Ad aprire quell’evento ci pensarono Buddy e i suoi amici. Quella sera era presente l’impresario di Nashville Eddie Crandall che rimase folgorato da quei ragazzi, tanto da chiedere a Dave Stone il proprietario della radio KDAV, l’acetato di quattro loro brani. Canzoni che tramite Crandall arrivarono a Paul Cohen della casa discografica Decca, che lo volle subito sotto contratto anche se da solista. Fu Bob Montgomery a convincere Buddy ad andare a Nashville, perché lui non ne voleva sapere di lasciare gli altri a casa. Quella session per la Decca incisa il ventisei gennaio del 1956 allo studio Bradley’s Barn, produsse il suo primo singolo “Blue Days, Black Nights”, mentre sul retro ci sistemarono “Love Me”. La seconda seduta viene fatta un paio di mesi dopo, il ventidue luglio del 1956, questa volta Buddy incide con la batteria, e a suonarla c’è il suo amico Jerry Allison. Da questa session non escono dischi, anzi c’è da parte di Cohen una qualche sorta di ripensamento sulle qualità artistiche di Buddy. Ma si sa che Nashville è un ambiente musicalmente conservatore dove si suona da sempre il country, e trovare musicisti adeguati alla musica di Holly che era uno sperimentatore, era davvero difficile. Quel giorno tra l’altro incisero anche “That’ll Be The Day”, che sarà il primo grande successo di Buddy e dei suoi Crickets. Avevo circa sette anni quando un parente tornando da un suo soggiorno in Svezia, portò in regalo a mia madre dei quarantacinque giri di Elvis Presley. Erano tempi in cui le famiglie italiane se ne stavano riunite in religioso silenzio, ascoltando e registrando le canzoni del festival di Sanremo con dei piccoli apparecchi a cassetta, appoggiati all’altoparlante della televisione. Io invece me ne stavo sotto la branda del mio letto con il mangiadischi, ad ascoltare quei dischetti neri, fino a quando non si scaricavano le pile. Quelle canzoni stavano cantando del mio sogno e fu allora ne sono certo, che quel tremito interiore s’impadronì di me. Adesso è come se avessi appoggiato un occhio su una foto sbiadita dal tempo, che m’imbottisce di nostalgia. Il rock’n’ roll è stato il desiderio di essere liberi, una voglia irrefrenabile di fuga, di spazio. Ma anche della paura che questa nuova condizione implica. Così gli sconfitti, i solitari, nell’immaginario del rock diventano eroi, perché in qualche modo credono di avere una superiorità morale rispetto al resto del mondo. Ma il rock è una visione, e come tutte le visioni ha dei confini su cui muoversi, e i confini indicano sempre delle limitazioni, quindi il controllo da parte di qualcuno. Il rock nel tempo non è riuscito più a comunicare e crescere. L’industria che gli gira intorno è riuscita ad omologarlo e a fargli perdere l’orientamento. A novembre del 1956, Buddy Holly tiene l’ultima registrazione per la Decca. Vi suonano solo session men, e a Natale dello stesso anno viene pubblicato il singolo “Modern Don Juan”, con sul retro “You Are My One Desire”. Buddy Holly comincia a viaggiare verso altri contesti, e prende a collaborare con Norman Petty, che a Clovis New Mexico ha uno studio di registrazione. Petty è un musicista di successo, ha mandato nelle classifiche di vendita due brani “Almost Paradise” e “Mood Indigo”, e fa pagare il costo del suo studio non ad ore, ma a canzone. Holly registra qui nuovi brani da proporre alla Decca, che però non gli rinnova il contratto. “That’ll Be The Day” viene nuovamente registrata in questo studio il venticinque febbraio 1957, ed è la versione che andrà in classifica. Qui si forma anche il nucleo storico dei Crickets, che oltre Buddy Holly, vede Niki Sullivan alla chitarra, Allison alla batteria, e Welborn al basso. Saranno poi le sussidiarie della Decca, Brunnswick e Coral, a distribuire quei dischi. La sera al rientro mi sentivo particolarmente stanco, accesi una spirale d’incenso su un piattino per tentare di allontanare le zanzare, e mi coricai tirando il lenzuolo fin sulla testa. Alcuni di noi sono predestinati alla salvezza, altri condannati alla dannazione. Ma converrebbe sempre non fidarsi di nessuno, se non si vuole crepare prima dei propri giorni. Rimasi immobile nel letto con gli occhi sbarrati, e contando le pecorelle cercai di prendere sonno. Quella sera però non riuscivo a dormire nonostante la spossatezza, allora mi alzai, e sul balcone mi accesi una sigaretta. Ne aspirai qualche boccone e la gettai via con disgusto. Guardai il tubo del neon del terrazzino che era assaltato da minuscoli insetti, e tornai a coricarmi, lasciando la finestra spalancata. Alle volte ci sentiamo indifesi tutti infilati negli stessi sogni, tutti uguali, tutti soli. Mi chiesi se era Peggy Sue che mi mancava? Il ventisette maggio del 1957, a nome Crickets “That’ll Be The Day” fa il botto e arriva al numero uno delle classifiche inglesi, e si piazza terza in quelle americane. L’attività concertistica del gruppo subisce un'impennata notevole, mentre nelle studio di Norman Petty, si continua a lavorare a nuove canzoni. Tra il ventinove giugno e il primo luglio, Buddy registra a suo nome Peggy Sue, e dopo qualche mese dalla sua pubblicazione parte in tour insieme a: Chuck Berry, Drifters, Paul Anka, Eddie Cochran e Fats Domino. La paga è di mille dollari alla settimana. I Crickets e Buddy partirono invece per un tour di venticinque giorni in Inghilterra, dove hanno ben quattro singoli in classifica. Qui partecipano ad una trasmissione della BBC chiamata Off The Record, e subito dopo fanno ritorno negli States, dove invece prendono parte ad un tour guidato dal disc jockey Alan Freed, chiamato The Big Beat, insieme a Jerry Lee Lewis e Chuck Berry. E' nell’agosto del 1958, che Buddy Holly sposa Maria Elena Santiago che ha conosciuto a New York. In questo periodo di cambiamento cerca di diversificare anche il suo repertorio, e invita il sassofonista King Curtis a registrare un suo pezzo “Reminiscing”. Esistono cose davvero malvagie nel mondo, che non smetteranno mai di riprodursi. Ma come il sole che ogni giorno continua a sorgere e tramontare, anche l’amore non si ferma mai ed è incontenibile. Continua a scavare e a scalciarci dentro come un bambino nel grembo. Cos’è stato il rock’n’roll se non quell’illusione di restare per sempre giovani, per sempre innocenti? Due strofe e un ritornello che è un modo come un altro per non perdere la propria identità, per riconoscersi in qualcosa prima di finire in quel mondo, che è l’ingresso nella vita dei grandi. Dopo l’ultimo tour con Frankie Avalon, il grande Dion And The Belmonts e Bobby Darin, Buddy scioglie i Crickets e si trasferisce a New York, andando ad abitare al Greenwich Village. Qui con l’orchestra di Dick Jacobs, incide il ventuno ottobre del 1958 un brano di Paul Anka “It Doesn’t Matter Anymore”. Sono quindici mesi che Holly si divide tra tour e sala d’incisione. A New York finalmente trova il tempo di rilassarsi e incide a casa sua delle canzoni solo per chitarra e voce, pezzi finiti in cui collabora anche sua moglie. Il 2 febbraio del 1959 Buddy Holly ha ventidue anni e insieme a Dion And The Belmonts, Frankie Sardo, Ritchie Valens e The Big Bopper (J.P. Richardson) si trova al Surf Ballroom di Clear Lake nello stato dello Iowa. Finito lo spettacolo per evitare un lungo trasferimento in macchina, e dato che all’indomani devono suonare a Moohead nel Minnesota, Holly, Valens e Big Bopper, affittano un aereo un Beech Bonanza pilotato da Roger Peterson. Nella notte decollano, ma l’aereo precipita poco dopo, a cinque miglia dall’aeroporto di Mason City. Muoiono tutti, e verrà accertato che è successo per un tragico errore del pilota, che ha inserito il volo strumentale senza saperlo usare del tutto. It Doesen’t Matter Anymore pubblicata il cinque gennaio del 1959, diventerà il più grande successo di Buddy Holly. La brace della sua sigaretta brillava nel buio. Quando la vidi dentro casa non mi ricordai se avessi nutrito qualche speranza di rivederla. Attraversai il salone e me la trovai di fronte. Aveva un'aria smarrita. Vuoi fumare? mi chiese nervosa. Una semplice domanda, a cui non seppi rispondere. Era diventata misteriosa. “L’ho sempre saputo che sarei tornata da te”. Mi sentivo bruciare le guance e prima che ruzzolassi nel buio di me stesso, versai due bicchierini di brandy e mi sedetti sulla panca del terrazzino. La guardai con attenzione. Era bella con i jeans sbiaditi e quella camicetta attillata, che gli faceva quasi esplodere il seno. “Perché sei tornata" gli chiesi. E guardai il cielo nero, chiuso, piatto, sopra la mia testa, in attesa della sua risposta. “Perché è solo qui che ho le mie certezze”. Nonostante fossero le dieci di sera il caldo era ancora soffocante. Scrutai i suoi grandi occhi castani e mi parve gracile. Se ne stava in piedi in un atteggiamento mite, che era anche questo una sorpresa. Avevo sempre avuto un debole per le donne sagaci e tristi. “E’ l’amore disse, che mi ha portato fin qui, nient’altro”. Non c’era alcuna aggressività in lei, lo notai alle prime luci dell’alba mentre dormiva tranquilla arrotolata nel lenzuolo. E’ un labirinto l’amore che c’inghiotte nelle sue spire e che ci salva da noi stessi. Mi alzai e preparai il caffè. Lo bevvi da solo in silenzio a sorsi molto lenti. Poi accesi la radiolina. Peggy Sue I love You.



Bartolo Federico


mercoledì 11 gennaio 2017

Un Minuto Per Pregare, Un Secondo Per Morire


Più me ne stavo disteso sul letto, più ero indifeso dai pensieri che mi assalivano e mi tormentavano. Il registratore a cassetta cigolava il sound rauco e sporco di un maleducato blues del Delta, cantato e suonato con una feroce intensità espressiva. La brezza si era mutata in un vento pigro e ostinato, che correva appreso ai miei pensieri, mentre l’aria era rigonfia di pioggia. Mi alzai e mi osservai nello specchio della stanza da letto e come succede quando invecchiamo, vidi riflesso il volto dei miei genitori. Me lo aveva detto anche lei che alla fine le cose che servono, sono quelle che lasciamo andare. Ma come uno sfigato bluesman, anch’io sono un ruvido lupo a cui piacciono le donne, la strada, e l’alcool. Appunto per questo quella sera dopo che lei se ne andò via in silenzio, ci diedi dentro. Lasciai terminare la musica e spensi il registratore. Sguainai la mia chitarra dal suo loculo rigido, e presi a suonarla nervosamente, cantando con la voce rotta Blood And Tears una ballata rock che tenevo stretta da qualche parte dentro di me. Dopo, inerme come una batteria scarica, ricordai che era stata una passione travolgente a trascinarci entrambi. E sarei stato disposto a tutto per proteggerla e farla felice. Ripensai a quella sensazione che avevo provato all’inizio della storia, e al suo scemare. Ma, ora, anche questo mi pareva un altro reperto del passato. Le cose alla fine non vanno mai meglio, finiscono solo per cambiare. Aveva mani magre e usava uno smalto rosso fuoco sulle unghie lunghe. Non aveva bisogno di molto per essere seducente. Lo era di natura. Ma era troppo perfetta per uno come me. Mai un pensiero controcorrente o un gesto fuori luogo. Non avevo cosa darle. Se non fare l’amore come non aveva mai fatto in vita sua, e questo me lo disse lei stessa girata di schiena. La danza dei fantasmi serviva agli indiani per resuscitare gli avi. Ecco un buon sistema per sopravvivere e rivivere. Ed evitare anche di parlare delle cose che ci fanno del male. Piangi mille lacrime Tesoro non disperare So che il tuo cuore sanguina ancora. Cara non ti preoccupare se c’è del sangue nelle tue lacrime. Tutta sola nella tua infelicità. Così tutta sola. Sei persa in maniera infinita. Da quando sei andata via Ho sentito che piangevi. (Blood And Tears-Danzing-) Appoggiai il disco sul tavolo rigirando la copertina. Chris Desjardins in arte Chris D, era stato il redattore capo della fanzine Slash ed aveva conquistato una certa fama underground come cantante dei Flesh Eaters, ma anche come produttore. Le retrovie del rock devono molto a Chris D.  Fire Of Love dei Gun Club, The Days Of Wine And Roses dei Dream Syndicate, Gravity Talks dei Green On Red, e Walk Among Us dei Misfits sono dischi che hanno visto la luce grazie a lui. E siccome ognuno di questi titoli ha una parte preponderante nella mia vita, in cuor mio non smetterò mai di essergliene grato. In A minute To Pray, A Second To Die un disco dei Flesh Eaters del 1981 ci suonano Dave Alvin, John Doe, Bill Bateman, Steve Berlin e DJ Bonebrake. A definire questo disco punk-rock si commetterebbe una scempiaggine e non gli si renderebbe giustizia. È questa davvero l’antitesi del vecchio cliché del rock. Un disco che come allora oggi suona rivoluzionario e combattivo. Visionario e precursore dei tempi, tanto che quando uscì non tutti capirono quello che avveniva in quei solchi. Canzoni che brillano di luce propria, in perfetto equilibrio e senza paura. Canzoni che guardano avanti, e che sono come un viaggio mentale tradotto in sensazioni partendo dalle radici del rock (termine che nessuno usava in quei giorni) per arrivare con il sax di uno strepitoso Steve Berlin in stato di grazia, a lambire territori sonori inusuali per una band di rock’n’roll. La forza di questo disco è anche quella di avere dalla sua parte musicisti che oltre a segnare una delle pagine più belle della storia dell’american music, erano pure persone coinvolte nella voglia di combattere le ingiustizie del mondo, con la musica e le parole. Il rock è dei giovani che dovrebbero tornare a riprenderselo, per continuare ad inquinare il mondo con la sua forza. Noi adesso possiamo solo tenergli la fiamma accesa, perché continui a rompere i coglioni al potere. Perché oggi più di prima il mondo ha bisogno del rock’n’roll. Le radio non trasmettono più musica alternativa, ma effetti speciali. Non c’è limite, e censura, nessuno può fermare la musica. Ma è come avere un profondo graffio nel cuore. La depressione che mi aveva colpito a più riprese per come mi aveva ridotto l’ultima volta, mi aveva costretto ad un ricovero in una clinica psichiatrica. Gli attacchi di panico erano troppo frequenti per non prendere seri provvedimenti. Mi misero un pigiama a righe, e dato una stanza dalle pareti bianco latte. Non c’era nulla oltre al letto e al comodino. La finestra era sprangata e avevano, da subito, incominciato ad iniettarmi dei sedativi. Avevo portato con me solo il libro “Viaggio Al Termine Della Notte”, niente musica. Ti stavo a dire lasciami fuori da qui, prima che io nasca. E’ una grossa scommessa quando assumi un volto. E’ affascinante guardare cosa fa lo specchio quando sono a cena, è sulla parete che io prendo il posto. Appartengo alla generazione vuota e posso prendere o lasciare ogni volta. (Blank Generation - Richard Hell) Si può combattere attraverso molte cose, ma io stavo lottando semplicemente con il collo di una bottiglia. Durante quel party dove lei mi aveva trascinato controvoglia ero circondato da gente imbalsamata, stretta nei loro vestiti firmati, che sorseggiava un Martini, e si scambiava falsi sorrisi di circostanza. I camerieri vestiti come dei pinguini servivano tartine, e ti riempivano il bicchiere non appena lo vedevano mezzo vuoto. Non sapevo più che fare Richard Hell era appoggiato ad un altoparlante wurlitzer, e teneva in mano una chitarra Fender Stratocaster. Sembrava più pallido del solito sotto la luce smorta del neon. Era vestito con una T-shirt strappata, aveva i capelli corti e arruffati, e portava il suo inseparabile giubbino di pelle nero. Lo stesso look che Malcom McLaren copiò, e che sarebbe diventato l’emblema del movimento punk. Richard Hell era un ragazzo che nutriva dentro di se il demone della ribellione. Era giunto a New York appena diciottenne proveniente dal Kentucky, e prima di diventare un musicista si era occupato di scrivere articoli per riviste underground. Aveva lavorato nella libreria The Strand insieme a Patti Smith, finché con il chitarrista Tom Verlaine diede vita ai Neon Boys. Ma erano troppo diversi i due per restare nella stessa squadra. Così Richard va ad unirsi agli Hearthbreakers, per poi subito dopo fondare una band tutta sua i Voidoids. E’ il 1977 quando sugli scaffali dei negozi arriva quell’autentico manifesto sonoro che prende il titolo di Blank Generation. Un rock nevrotico, secco e diretto discendente del Bob Dylan più allucinato e drogato che si ricordi. La voce tesa, irrequieta, di Richard si fa spazio tra le chitarre diaboliche di Robert Quinne e Ivan Julian, in un autentico inferno metropolitano. Ci deve essere sempre una luce a schiarire la nostra esistenza. Sempre. Richard Hell riuscì a trasformare la musica rock in poesia maledetta, ridando una nuova speranza a quei ragazzi che stavano sospesi nel limbo metropolitano. Terry Ork era il manager della libreria cinematografica dove Richard Hell e Tom Veraline lavoravano. Gli piacevano i ragazzi carini a Terry e quindi era sempre molto socievole con i due. Fu lui quando seppe che stavano formando una band che gli fece conoscere il chitarrista Richard Lloyd. Nello scorso anno è uscita una doppia raccolta di tutti i 45 giri che la casa discografica Ork Records, fece uscire nella sua breve vita. Fondata nel 1975 per far uscire il singolo di debutto “Little Johnny Jewel” dei Television durò un quinquennio, e fu il trampolino di lancio di gente come Alex Chilton, Chris Stamey, Marbles, Richard Hell, The Feelies, the Idols, Richard Hell. Musica grezza e poco rifinita rispetto ai canoni del tempo, ma vera e dirompente. Una raccolta che è uno squarcio di artisti cresciuti sul palco del locale CBGB, un incredibile epoca quella per il rock’n’roll. Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria". (Vladimir Majakovskij) Il mattino si era trascinato portando ancora con sé pioggia e vento. Faceva freddo e l’umido della notte mi aveva accartocciato e intorpidito. A furia di starsene da soli, ci facciamo un sacco di pregiudizi su tutto e tutti. Anche su di noi. Avrei voluto dirle che il tempo passato insieme era stato un bel tempo. Che a letto si andava d’accordo e per questo ci saremmo anche potuti adattare nella vita di tutti i giorni. C’era forse tanto altro da dirle ma non lo feci. Marc Bolan è morto in un incidente automobilistico nel settembre del 1977. David Bowie, in questa occasione, si è fatto promotore di un fondo a favore di Roland Bolan, il figlio di due anni di Marc. Gloria Jones la donna che guidava l’auto e che conviveva con Marc da più di tre anni, invece, se l’è cavata nonostante le varie lesioni, compresa una alla mascella. Da una radiolina accesa mi parve di riconoscere le note di “Gimme Shelter”, nella versione oscura e demoniaca di “The Sisters Of Mercy”. “Ti dico l’amore, sorella, è lontano solo un bacio, è lontano solo un bacio E ‘lontano solo un bacio, è lontano solo un bacio”. Ma non ne ero sicuro intontito com’ero dai sedativi. Forse era solo un vago ricordo del mio passato. Avevo la bocca impastata come se avessi mangiato colla, e mi era ritornato il mal di testa. Sdraiato su quel letto, vidi il mio corpo fluttuare e andarsene alla deriva, per poi imboccare una strada buia. Ma nessuna cosa è davvero così malevola come lo sono gli uomini. Dopo mi sono messo a tremare dalla testa ai piedi. Fino a quando non mi è sopraggiunta una grande stanchezza, e una qualche forma di rimorso. Non sembrava una puttana. Come io non sembravo un coglione. Non ho chiamato nessuno. Ho smesso da solo di tremare. Majakovskij, fu la prima rock’n’roll star russa. Un poeta anarchico, con una faccia triste come la mia. Uno che si scagliava contro tutti e che credeva nella rivoluzione. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici» scriveva. Una mattina, dopo essersi guardato intorno, si sparò un colpo dritto al cuore. Howlin Wolf lo chiamava il piccolo lupo, e Booba Barnes si crogiolava di piacere.  Non aveva un buon carattere l’arcigno Booba, e sapeva come ficcarsi nei guai. Suonava un blues sporco e rauco, con passione e avidità. Gli piaceva vivere senza vincoli, ma soprattutto senza che nessuno gli rompesse le palle. Dovevo ricominciare tutto da capo e risalire la china. Ma non avevo paura. E’ una strana cosa la paura, ti blocca e ti tiene fermo. Alle volte si perde tutto per niente, anche per quello che non hai fatto. La cicatrice aveva ripreso a bruciarmi. E dura quando ti ritrovi a secco e non hai nulla a cui aggrapparti. Allora ho tirato un respiro profondo, ho preso la chitarra, e suonato un blues. Stamattina quando mi sono alzato i blues passeggiavano intorno al mio letto, stamattina quando mi sono alzato i blues passeggiavano intorno al mio letto, quando mangiavo la colazione, pensate i blues erano tutti nel mio pane. (Good Morning Blues -  Huddie Ledbetter)

 Bartolo Federico


lunedì 9 gennaio 2017

Fantasmi Senza Pugni



Ho il cranio che mi frulla di strane cose e passo la mia giornata ascoltando Elvis, che continua a cantare le sue fottute canzoni. Mi è rimasto solo lui mentre me ne vado da questa città, e non so neanch’io con quali intenzioni. Mi chiedo mentre me la filo su questa deserta strada, come farò a sopravvivere in un posto che non conosco. Ma andarmene è l’unica cosa che posso fare per cercare di tirare avanti, aspettando che il mio destino si compia. Mio padre come mio nonno, è stato un contadino. Mia madre invece accudiva le galline, come faceva mia nonna. Sono stati genitori devoti e amorevoli, onesti e cortesi, e anche molto tolleranti con me che sono sempre stato un ragazzo difficile, strano, chiuso, e forse anche con qualche rotella fuori posto. Forse per questo motivo non ho mai incontrato una ragazza che avesse voglia di mettere in questa forsennata e delirante testa, un po’ d’ordine. Darò l’impressione che abbia voglia di lamentarmi, e penserete che abbia paura. Ma non è così. E’ tutta colpa di una strana configurazione d'eventi  se mi trovo in questa situazione, ma siccome ho ancora molta strada da fare, parlare con voi mi rilassa. Perché il rumore della mia voce mi ferisce. Un respiro dopo l’altro farò come Jack di Denari quel furfante che sgusciava tra pilastri di fiches, e stava sulla sua preda. Sarò uno duro da battere. Adesso però è il momento di bere un sorso di rum, alla salute di tutti. Anche di chi mi vuole male. Salvo era uno dei miei migliori amici, se ne andava per la sua strada e non gl’importava di vincere o di perdere, ma l’hanno ucciso in galera. Quando hanno compilato il verbale ci hanno scritto che era stato un incidente, che si era fracassato la testa sbattendosela sulla parete. Ma lui stava cercando solo un posto sotto questo cielo. L’altro giorno al bar del rione su un quotidiano ho letto che andava tutto bene, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. La disoccupazione, la povertà, l’ingiustizia non esistevano più. E neanche gl’invidiosi e i traditori. È stato così che ho pensato che il successo di quelli che ci governano, assomigliava in maniera impressionante al mio fallimento. Viviamo nella terra degli sconvolti, e le risposte non soffiano più neppure nel vento. Si era semplicemente rotto le palle Bob Dylan (nome d’arte preso da Matt Dillon eroe di una serie western TV degli anni 50, e non dallo scrittore Dylan Thomas) di starsene a suonare seduto su un divano attorniato da quei giovani intellettuali che lo osannavano. Era diventato il simbolo della loro condizione sociale, del loro modo di pensare, e anche della loro appartenenza politica. Tutti studenti universitari che si definivano innovatori, ma in fondo non erano altro che figli di papà con la puzza sotto il naso. Ultimamente ne ho incontrato anch’io qualcuno. Per questi folkniks che vestivano con camicie a quadri, che frequentavano gli stessi locali ascoltando gli stessi dischi, e che parlavano allo stesso modo, la riscoperta della canzone come strumento di comunicazione era solo una moda. Tutto il contrario di quel giovinetto taciturno e scorbutico, che si era abbeverato al sapere popolare di Woody Guthrie, e che aveva imparato a suonare l’armonica a bocca e la chitarra ascoltando attraverso la radio le canzoni di quell’ubriacone di Hank Williams, il rock’n’roll blasfemo di Little Richard, e il blues paludoso di Muddy Waters e Howlin Wolf. Alla fine si era pure identificato nella gioventù bruciata di Marlon Brando e James Dean. Quel loro mondo pulito e ridotto a pura estetica che serviva solo a mostrare ai mass-media il loro volto intelligente e impegnato, era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua anarchia intellettuale, e anche dal suo intendere la musica folk stessa. Sin dai tempi in cui dodicenne si esibiva ai festival per dilettanti, pur continuando a leggere Steinbeck e ascoltare i dischi di hillibilly di sua madre, ambiva in cuor suo a diventare una rock’n’roll star. “Mi misi in spalla la mia vecchia chitarra afferrai al volo un treno del subway, e dopo un viaggio di rock’n’roll ondeggiando, approdai nel down town.” (Talking New YorkDylan a sempre diviso in due il pubblico. C’è chi lo adora incondizionatamente, e chi invece non lo sopporta per quel suo carattere taciturno e scontroso. Nelle note di copertina di “Bringing It All Back Home” ebbe a dire che” un poeta è una persona nuda… qualcuno dice che io sia un poeta”. Anche oggi nominato per il Nobel alla letteratura, i suoi detrattori si sono fatti sentire con una valanga d’insulti e parole avvelenate. Tanto che Richard Ford e Don De Lillo due scrittori con la esse maiuscola, hanno rilevato come invece sia un giusto premio alla sua poesia. C’è chi non è d’accordo, e mai lo sarà. Comunque la pensiate il mondo non finisce in Norvegia. Questo Nobel però lo sento come un premio per quei fantasmi senza pugni che vivono ai margini del luccichio del mondo. Quel popolo di dimenticati, diseredati, furfanti, giocatori d’azzardo, che trovano le loro risposte nelle sue canzoni. La storia racconta che tutto ebbe inizio al festival folk di Newport, nel 1965. Quel giorno il rock’n’roll ebbe nuovamente voce. Era stufo Dylan di sentirsi dire: bravo questo ragazzo, anche se è stonato e suona maluccio la chitarra. Così quel 25 luglio con un ghigno diabolico dipinto sul viso si presentò con una chitarra elettrica a tracolla, seguito dal chitarrista Mike Bloomfield, e l'armonicista Paul Butterfield. Alzò il volume degli amplificatori e la sua Fender sibilò nell’aria che i tempi erano cambiati, una volta e per sempre. Che andassero tutti quanti a farsi fottere. Lo guardarono terrorizzati quei giovinetti, che cominciarono a rumoreggiare e a respingerlo in malo modo. Ma Bob continuò a suonare mentre il pubblico protestò scandalizzato, osteggiandolo di continuo. L’erede di Woody Guthrie chi si credeva di essere? Era solo uno che si stava compromettendo con una musica volgare, blasfema, impura. E per di più lo stava facendo proprio di fronte a chi lo aveva sempre osannato e vezzeggiato. Ma in quel trambusto nessuno si rese conto che per la prima volta due mondi il folk e il rock che si erano da sempre guardati con avversità e sospetto, attraverso l’arte di quel ragazzo finalmente diventavano complementari. Sfruttando l’energia di quei suoni Dylan tirò fuori dal suo cilindro qualcosa che non esisteva. E questa volta con buona pace di tutti senza restarne prigioniero. Bringing All Back Home, Highway 61 Revisited e Blonde On Blonde, sono i dischi che seguiranno quell’evento e che deformeranno, plasmeranno per sempre la musica rock. Il loro avvento produrrà un cambiamento radicale nel mercato discografico. Il rock’n’roll non sarà più solo musica da ballo, ma diverrà la colonna sonora per tutte quelle minoranze silenziose che nessuno rappresentava. Dentro queste canzoni c’è una musica carica d’idee, di fatti, di slogan. Una musica anche politica rinnovatrice, sovversiva, ribelle, anarchica, che nessuno riuscirà mai a eguagliare. Neanche lui. Le sue canzoni lievitano fino a diventare lunghissime, con cascate di versi che si fondono magicamente insieme ai suoni. E dentro quel caos apparente c’è tutto quello che nessuno aveva mai osato metterci. Letteratura, ideologia, vita vissuta, fantasie, bugie, visioni, poesia, rabbia e violenza. Ma anche le tradizioni, la strada, le droghe, Rimbaud, Baudelaire, e Charley Patton. Tutto questo sta in piedi in un clima da incubo urbano, da sogno ad occhi aperti, in una baraonda che è rock, folk, blues. Dylan ancora una volta diventa un simbolo. Questa volta però del disagio e della coscienza di massa. Ma anche un punto di riferimento per una miriade di musicisti. Quei versi sputati fuori con giochi di parole, rime martellanti, scioglilingua, per la rapidità dell’informazione contenuta sembrano dei moderni tweet. Quel poco che so l’ho imparato grazie al rock’n’roll. Non voglio neanche pensarci a come sarebbe stata la mia vita senza la musica. Mi ha aperto gli occhi, e in ogni caso non mi ha fatto alcun male. Ho messo il cd di Kent Eugene Goolsby nel lettore dell’auto, il suo disco Temper Of The Times uscito nel 2016 e un brivido che mi ha scombinato. Si rifà anche lui alla grande lezione di Dylan e dopo di Bruce Springsteen, e anche ad autori come Cormac McCarthy. Ma è uno che non finge sapendo che non c’è niente di certo, e che la menzogna si annida nelle parole. Lo sento sulla mia pelle che anche lui si muove inquieto, cercando nel viaggio quello che non troverà mai. Mentre guidavo all’improvviso mi è venuto da ridere, prima sommessamente poi via via con veemenza, ed era come se sentissi tutto il mondo ridere di me e della mia goffaggine. Sono arrivato in città prima dell’alba e mi sono addormentato sui sedili posteriori della macchina. Quando nella tarda mattina mi sono alzato accecato dai raggi del sole, avevo un terribile mal di testa che mi accudiva. Sono sceso dall’auto e mi sono seduto sul ciglio della strada. Per farmi compagnia mi sono messo ad ascoltare il vento bisbigliare tra l’erba. Dopo un po’ che ero seduto in quel posto un camion mi è passato quasi radente, mi sono rizzato in piedi e sono andato via. Avevo perso non so quante volte l’equilibrio, e ogni volta prima che riuscissi nuovamente a rialzarmi avevo dovuto lottare come un leone in un’arena gremita da mille gladiatori. Ma dopo il mio ennesimo fallimento era molto meglio riprendere fiato. Quando ero ancora a casa dei miei genitori, alle volte in estate il cielo era di colore rosso porpora. Me ne stavo alla finestra con accanto una bottiglia di vino e osservavo l’infinito, mentre udivo mia madre rassettare la cucina e mio padre russare sulla poltrona. Anche se la maggior parte delle giornate passava in una meticolosa routine, mi sentivo tranquillo. Una sera ho sistemato l’antenna della radio e ho visto delle nuvole nere nel cielo arrivare sopra casa mia. Prima che piovesse ho ascoltato una canzone che dico una voce profonda, chiara, poi scura, forte, tenue, che sfumava le parole e poi le assaliva. Sembrava volesse superare qualsiasi barriera quella voce. Per un attimo mi sono chiesto se fosse un’allucinazione, o un mio tormento. Io sono giovane, io vivrò, io sono forte, io posso darti lo strano seme del giorno: senti il mutamento, conosci la strada (Goodbye And Hello). Tim Buckley non era nato per fare la rockstar. Anche se l’industria discografica sin dall’inizio aveva tentato in tutti i modi di costruirgli quel ruolo. Ma un uomo schivo, onesto e sensibile, con un carattere emotivo, introverso, tormentato come il suo, non avrebbe mai potuto esserlo. Per via di quell’indole i discografici di quel tempo lo avevano preso per uno squilibrato. Gente superficiale che invece si credeva ingegnosa. Un artista Buckley che non si può categorizzare in nessun genere. La sua musica è inafferrabile, turbolenta, libera da qualsiasi costrizione. Con il suo canto allucinato ma prorompente e straripante di passione, era quasi riuscito a deformare la realtà con la poesia. Com’è stato per Dylan i dischi di Buckley hanno rotto qualsiasi barriera musicale ed emozionale. Un uomo che ha sofferto la tristezza e la bruttezza del mondo, e che sognava la leggerezza di un viaggio fantastico. Un viaggio che partiva dall’ombra per poi tentare di volare, di respirare, cercando un appiglio, uno spunto, per tornare nella luce del mattino. Un uomo che riusciva a cantare completamente nudo nell’anima. Un innamorato della vita, tanto da non sopportare le sue miserie e trovare riparo nell’eroina. Uno che toccava e accarezzava le parole come i riccioli dei suoi capelli, cercando sempre un nuovo punto di partenza da cui poterle trasfigurare. L’acqua, le nuvole, il mare, i fiumi, le ragazze gitane, i treni, le melodie tristi, i solitari, sono le cose da cantare, quelle che animano il suo sentire. E non ci sono steccati interdizioni che tengono, di fronte a quel flusso di passione. Da poco tempo circola “Lady, Give Me Your Key: The Unissued 1967 Solo Acoustic Sessions un cd che contiene 13 demo registrati in acustico, e rimasterizzati dai nastri analogici originali risalenti a una session che Buckley fece nel 1967, e dove è possibile ascoltarlo mentre allarga la coscienza e il suo cuore semplice. È stato un anno di grazia quello per il rock’n’roll. Circolavano i debutti di Velvet Underground, Doors, Pink Floyd insieme a Syd Barrett, solo per citarne alcuni. Tim Buckley con la sola chitarra acustica invece affronta il suo mondo di suggestive visioni, comunicando con gli angeli, graffiando e avvolgendo le parole, distendendo la melodia. Commuove e spacca l’anima mentre con la sua voce baritonale che non conosce risposte né verità, ma solo la paura di non potere più sognare, apre nuovi orizzonti. Era un uomo solo Buckley che faceva un mucchio di sogni, e che amava anche quello che perdeva. Con il vento che gli annodava i capelli era pronto a mettersi in marcia. Se né andato troppo presto il 29 giugno del 1975 nel cuore della notte, per un’overdose di eroina. Stava solo volando cercando di afferrare qualcosa che gli era sfuggita nel buio. Ho rallentato per rendermi conto di dove fossi arrivato, poi mi sono fermato davanti a un lampione. Non ero solo. Lo avevo capito sin da subito da quando la incontrai che la musica non mi avrebbe mai lasciato. Durante questi anni passati insieme l’ho vista sorridere, piangere, lamentarsi. Avere l’aria corrucciata, aggrottare la fronte, e fumarsi una sigaretta nervosamente. Spostarsi nei miei incubi, per poi tornare insieme a me a sognare. L'ho sentita come Tim, triste e felice. Curiosa e sconvolta, come Bob. Per poi incazzarsi e mentire, come Iggy. Un’irruzione continua, una voglia infernale di vita. Sedersi e svignarsela. Mi sono guardato intorno, la strada era di nuovo ricoperta di poesia. La musica è l’ultima resistenza al potere. Lei non va mai via, nelle vite da niente non va mai via.



Bartolo Federico 





sabato 7 gennaio 2017

Incrociando Le Dita


Puoi anche pensare di correre via da tutto, ma dal tuo destino non potrai farlo mai. Quel vecchio signore barbuto aveva l’aria di un mendicante matto. Si era accomodato sul sedile accanto al mio in quel pullman pieno di anime ferite, immigrati, clandestini, disoccupati, pensionati con la minima sociale, esodati, donne con bambini a seguito, e cinquantenni scarburati come me. Tutti quanti in viaggio in cerca di un posto migliore. E’ il destino che t’insegue mi disse quell’uomo, e ti lascia senza fiato quasi tramortito. Hai voglia a ruminarci sopra, tutto continua ad accadere, che tu lo voglia o meno. Certamente proverai a scansarlo cercando di cambiare percorso, frenando di botto, andando a zig zag, ma è sempre la tua sorte che sta facendo il suo giro. Mettiti l’animo in pace amico mio. E mi lanciò un’occhiata dolce come per rincuorarmi. Gli restituii un piccolo sorriso a fior di labbra. Il conducente con tanto di occhi sgranati, fissava la strada. Dopo qualche chilometro fermò il bus e aprì la portiera. Una ragazza con uno strano cappello in testa, e una piccola valigia, salì a bordo. Siamo come morti che passeggiano, non gl’importa nulla di noi. Non ti accorgi cosa è capitato alla nostra vita? È un mondo fatto di legno. Ci sono sette, otto, persone che comandano tutto, che scrivono i libri di storia, che s’inventano le notizie. Ed è come se azionassero dei telecomandi a distanza, e ci controllassero il cervello. Questi pezzi di merda plasmano a loro piacimento qualunque cosa, e ti fanno credere che puoi avere un'altra possibilità. Ma stanno bleffando. Chi ci prende a lavorare alla nostra età? Ti convincono che sei tu che hai sbagliato, ed è solo colpa tua, se ti trovi con il culo a terra. Il loro è solo uno sporco gioco. L’uomo che stava dietro al mio sedile stava conversando con il suo compagno di viaggio, e mentre il mio cuore si era messo a correre nel buio, non potei fare a meno di prestargli attenzione. L’autista teneva la radio accesa che adesso stava suonando un tango argentino. Musica da bordello come la definì il poeta Jorge Luis Borges. Prima però mi ero dovuto sorbire Laura Pausini, Gigi D’Alessio, e anche un pezzo di George Michael. Per un jihadista del rock come sono stato ostracizzato dal nuovo super-eroe della musica, uno di quelli che vogliono piacere a tutti,  è stata dura da sopportare. L’aria sul bus si era fatta stantia, tanto che qualcuno pensò di abbassare il finestrino. Il vento improvviso mi colpì in faccia come uno schiaffo. Mi sentivo dentro la scena di un vecchio film in bianco e nero, di quelli girati in super otto. Una partenza alle volte può sembrare un cambio, ma non è sempre così. La mia strada era una confusione di cose, ero un ex marito, un ex lavoratore, un ex di tante cose, stanco e senza molta speranza. Per non farmi prendere troppo dallo sconforto, cercai di ricordarmi qualche canzone che mi faceva sentire fiero di me stesso, e provai a intonarla. Ooooh! mi venne fuori solo un gemito sordo. Un ondata di paura mi assalì e mi seccò la gola. Capita quando certi ricordi ritornano a galleggiare. Incrociando le dita sarei arrivato in una nuova città, per ricominciare tutto da capo. Era un prezzo davvero troppo alto da pagare, ma non avevo alternative. Reclinai il capo e cercai di riposare su quei sedili duri e scomodi. L’autobus di tanto in tanto si fermava per consentirci di andare al gabinetto e sgranchirci un po’ le gambe. Se c’era un bar si beveva un caffè, una birra, cose così. Prima di una di queste tappe mi svegliai agitato perché sentivo la donna seduta nella fila accanto alla mia singhiozzare lentamente. La guardai sotto la luce gialla della lampadina d’emergenza che era sempre accesa, e mi accorsi che gli calavano copiose lacrime lungo il viso. La vita di chi mi stava intorno mi si riversava addosso, come una colata lavica. La strada anche per quella donna era un grande buco nero che faceva paura. Si muoveva anche lei senza una direzione, in un mondo crudele che ti getta via se non sai tenergli il passo. Ma sopra quel bus nessuno era in grado di aiutare nessuno. Adesso qualcuno in fondo ai sedili si stava fumando uno spinello. Era un odore dolce, inconfondibile, quello che mi arrivava. E mi voltai indietro solo per capire chi fosse. Sono cresciuto in un quartiere ai margini della città. Un posto che mi è rimasto nel cuore troppo allungo, e che non mi ha fatto cambiare pelle, quando invece avrei dovuto. Mi ha condizionato la vita quel luogo. Ma allora mi sembrava che non ci fosse posto migliore al mondo, per stare. Erano i primi anni ottanta e trascorrevo il mio tempo quasi sempre immerso nella musica, per questo mi fu naturale propormi a una radio privata della mia città. Dopo un provino mi assunsero. Quel giorno in sella al mio vespone bianco mi sembrò di volare, per l’occasione che avevo di poter trasportare altri sognatori nel mio viaggio sonoro. Andavo in onda due volte la settimana, il martedì e il venerdì, dalle ventidue alla mezzanotte. Il nome del programma Nightfly, lo rubai a Donal Fagen.  La copertina di quel disco la trovavo davvero bellissima con quel dj che sembrava Marlowe. Quello scatto racchiudeva tutto quello che avrei voluto essere, anche se a dire il vero, il contenuto musicale non mi entusiasmava più di tanto. Dopo qualche tempo però quel nome lo cambiai in Nightlights dal disco del cantautore americano Elliott Murphy, un pugno di canzoni in cui si riflettevano meglio le mie inquietudini. La sigla del programma l’avevo invece presa in prestito da un disco dei Fleshtones, ed era l’omonima canzone del loro esordio discografico Roman Gods. Trasmettevo per due ore di fila senza interruzioni commerciali, e con mio sommo stupore fui seguitissimo da quel popolo dei sotterranei del rock. La mia prima trasmissione la dedicai interamente a Ian Hunter e al suo doppio live, Welcome To The Club. Era con quella musica che fuggivo dalla mediocrità della mia vita, e mi sentivo stregato dal buio. Come un fantasma perso in quella giungla di cemento, mi aggiravo per la città con quell’odore di benzina bruciata che mi sfondava i buchi del naso, in cerca di quegli incontri magici che mi avrebbero cambiato per sempre la vita. Ma in quelle scorribande notturne incontravo spesso solo uomini con occhi da pazzi, figli di puttana, criminali, e molestatori. E alle volte potevo sentire anche il click di una rivoltella, che mi faceva gelare il sangue nelle vene. Ma i sogni avevano preso il sopravvento su di me, e con le mani alzate al cielo percorrevo la mia strada solitaria. Il duo Ian Hunter, Mick Ronson, aveva pubblicato nel 1979 You’re Never Alone With A Schizophrenic, un disco che era stato acclamato dalla critica e dal pubblico, ed è ancora oggi considerato tra i suoi lavori migliori. Il banco di prova per quelle canzoni fu il tour che scaturì da quell’inaspettato successo. Welcome To The Club fu registrato al Roxy di Los Angeles nello stesso anno, e mostra come non si è mai soli a stare con uno schizofrenico. È una festa questo disco che ti scaraventa nella notte ubriaco e felice. Un rock schietto e sincero, pieno di quelle grandi ballate alla Blonde On Blonde che traboccano di emozione, e che ti annebbiano gli occhiMusica che ti fa ballare anche se te ne stai fermo. Ma se scappi puoi sentire il loro fiato sibilarti dietro, fino a quando non ti abbracceranno per non lasciarti mai più. Vince sempre chi ti fa tremare le gambe e il cuore. Ecco tutto. Ci sono cose perdute e cose che ritornano, altre che svaniscono per sempre nel vuoto. E ci sono facce e parole che non dimentichi. Mai. Il vento calava giù freddo. Ad un tratto un senso di rilassamento mi pervase il corpo. Ero pronto a seguire il corso delle cose? O forse era solo una mia recondita speranza? L’uomo barbuto si mise a pregare ad alta voce. “Padre Nostro che sei nei cieli...” Me lo sentivo che da qualche parte dentro di me c’era una mossa segreta che avrebbe cambiato le cose, ma non avevo capito di cosa si trattasse, e come fare per catturarla. Il cuore si agitò come in un turbinio. Forse avrei dovuto deviare la rotta, e smetterla una volta per tutte di perdermi nel mondo dei sogni. Ma farmi buttare merda addosso da chiunque, e continuare a vivere come se fosse niente, è una cosa che non sono mai riuscito a fare. Il vento aveva alzato nuvole di polvere che avevano avvolto il bus, e la strada tornò ad essere quel luogo, dove tutto poteva ancora accadere. Hey Lord Don't Ask Me Questions cantava Graham Parker accompagnato dai Rumour in The Parkerilla, un doppio album dal vivo uscito nel 1978. Uno di quei dischi che mi ha cambiato la vita per sempre. In quel periodo il rock stava cambiando pelle ed era stato preso nuovamente in mano dai giovani che suonavano con rabbia e disperazione, la loro crisi d’identità. Non era importante fare un assolo come Jim HendrixJoe Bonamassa, ma semplicemente provare a fare qualcosa. Il rock’n’roll era un immenso regalo a chi non aveva nulla, perché lo faceva vibrare come una corda di violino. Niente compromessi, ne censura delle parole. Cose che in molti devono ancora imparare. Il rock è libertà, una fiamma che ti accende, e ti brucia per sempre con se. The Parkerilla suona un rock ruvido e pieno di passione, con al centro della scena una voce sgraziata, imbottita di fumo e alcool. È un rock eccitante che viene fuori dalle viscere, e che esprime tutto quello che un uomo prova. Odio, impotenza, amore. In queste canzoni anche se guardano avanti, c’è un legame con il passato rispetto ai dischi punk che in quei giorni si riversavano sul mercato discografico. Graham Parker è il fratello inglese di Southside Johnny, insieme dividono la stessa passione, lo stesso sofferto modo di cantare, che viene dall’ascolto di pile di dischi soul e rhythm and blues, ammucchiati nelle loro stanze. Musica che ha avuto il potere di farmi sognare, nonostante il mondo anche allora cadesse furiosamente su di me. Però non si è mai soli a stare con i pazzi, mai. Ma tutto è andato in pezzi, perché adesso non abbiamo neanche la forza di ribellarci. Allora la gente che era incazzata e aveva paura del futuro, perché sottoposta ad ogni genere di stress da parte dei governi centrali, ha cercato in qualche modo di fare una rivoluzione. Oggi accade la medesima cosa, ma tutto resta fermo, immobile. E allora cosa abbiamo insegnato ai nostri figli? Questa potrebbe essere una storia ideale per una canzone, ma nessuno più scrive canzoni su questi argomenti. L’autobus attraversò una zona deserta l’autista ne approfittò per accelerare, traballammo tutti quanti su quei sedili di legno. Era giovane e massiccio quel conducente con un taglio di capelli stile militare, si accarezzò il mento e accese nuovamente la radio che trasmetteva musica pop inconcludente, proseguendo la sua pazza corsa. Mi alzai dal mio posto cercando di mantenere l’equilibrio. Mi doleva tutto del mio corpo il sedere, la schiena, la nuca. Il vecchio barbuto mi guardò rivolgendomi la parola. Ragazzo lo sai che ci vogliono delle regole perché le cose funzionino, ma se te ne viene una migliore vai contro il regolamento. E’ strano questo mondo. Ogni cosa che accade sembra che sia già accaduta. Ma la strada è una sola e va in tutte le direzioni, per tutti gli uomini. E me lo disse mentre guardava fuori dal finestrino la strada deserta. 
Bartolo Federico



venerdì 6 gennaio 2017

Detroit City (non smettere di ballare il rock’n’roll)



C’ero finito per caso in quel posto di anime sperdute, l’unico aperto a quell’ora della notte. Un caffè con due grandi ventilatori sul soffitto, e un vecchio flipper scassato messo in un angolo. Sorseggiando un whisky allungato con acqua, guardai la ragazza con cui mi ero incrociato uscendo dalla toilette. Nel bagno si era rifatta il trucco e sistemata l’acconciatura, poi con aria spavalda aveva attraversato la sala e si era seduta sullo sgabello del bar, proprio davanti al bancone. Guardando dritto negli occhi il barman, ordinò da bere appoggiando i gomiti sul ripiano di marmo. Il barista in una coppa che tirò fuori dal frigo ci versò due terzi di vermouth dry, un terzo di kirsch, ci aggiunse un cucchiaino di granita, e le allungò il suo bicchiere di Jack Rose. Si beve per svariati motivi. Per la paura del presente, del futuro, per smorzare l’ansia, o come anestetico. Ci sono però anche quelli più imprudenti, quelli che bevono per il piacere di bere. Gente che non si crea nessun senso di colpa, come quella donna lì. Smorzai gli occhi nel momento esatto in cui una fitta al collo mi fece mancare il fiato, e presi a massaggiarmi delicatamente la nuca. Era da giorni che pioveva in città per il passaggio di una perturbazione africana, e l’umido aveva riacutizzato i miei disturbi alla cervicale. La ragazza terminò di bere si alzò e si avviò lentamente verso l’uscita, cosa che fecero in contemporanea anche altri due clienti. Non appena fuori si fermò davanti al lampione che stava proprio di fronte all’ingresso, si girò verso il barman e scambiandosi un occhiata di complicità, scomparve nel buio. Abito al secondo piano di un palazzo di colore giallino, l’appartamento è di tre stanze. Sulla mensola della cucina ci ho messo una radio, che ogni tanto accendo quando i miei vicini si mettono a litigare. Il venerdì di buon mattino mi sono infilato le scarpe da jogging, e me ne sono andato a correre sulla riviera nord. Ho percorso una strada rettilinea a non più di sei sette metri dalla riva del mare. L’aria era fresca e siccome mi sentivo in vena, ho fatto uno sprint secco e deciso, come l’attacco di una canzone di Deniz Tek. Un chitarrista che ha trovato nuovi equilibri per far suonare il suo rock lirico, passionale e metropolitano, iniettandoci anche una vena aurifera di blues. Nel 2013 con Detroit ci aveva raccontato della sua città, regalandoci un disco bellissimo e imperdibile. Rinverdendo quel suono caro a tutti gli orfani di quella banda di rocker che ti levava il silenzio dal cuore, che erano i Radio Birdman. Detroit in questi anni di crisi mondiale è diventata una città fantasma con i suoi capannoni immersi nel degrado urbano, con i quartieri periferici sconfinati abitati da persone in preda alla disperazione più cupa, e abbandonate in un declino economico e occupazionale che sembra non trovare argini. Colpito profondamente da quel disagio sociale Deniz Tek ha scritto quelle canzoni per offrire un seme di speranza e di rinascita alla sua gente, e a tutti quelli sparsi per il mondo, che si trovano nelle loro stesse condizioni. Quell’album gli ha dato nuova linfa e così da allora non ha più smesso. Mean Old Twister si presenta con dodici brani in cui rinnova il suo credo, la sua dottrina, e placa le sue ansie con un rock semplice, che però t’inquieta e ti fa ribollire il sangue di una nuova voglia di trovare una generazione disposta a riempire quel vuoto nel rock, che si sta allargando a dismisura. Un disco di canzoni adatte a chi vive per strada e vaga silenzioso. La novità di un sax e di certe ballate notturne, mettono nuovi brividi intorno alle palpebre screpolate. Deniz Tek ha maturato notevolmente la sua scrittura e Mean Old Twister  lo conferma come uno dei più grandi outsider, nel panorama rock mondiale. Adesso le strade di Detroit sono più pericolose di un tempo e le zone critiche si sono allargate a dismisura per tutta la città. Gil Scott-Heron dall’alto della sua sensibilità lo aveva cantato nel lontano 1977 che cominciavamo a perdere The Motown, così come la chiamano i suoi abitanti Detroit. C’è guerra vera sparsa per il mondo. Alle volte è visibile perché veste i colori delle divise militari, altre volte è più subdola perché capitanata da gente fasulla, meschina, con il sorriso facile, che se ne sta spaparanzata come uno stronzo sotto il sole a sparare cazzate. Siamo dentro un conflitto, guardinghi e intolleranti verso tutto ciò che non si conosce. C’è stato un periodo in cui il cuore dell’industria a stelle e strisce era nel Midwest, nello stato del Michigan. The Motown è stata la città della General Motors, della Chrysler, GMC, Chevrolet, ma anche del soul, del rock’n’roll, del garage rock, del proto-punk. Bob Seger, Commander Cody And His Lost Planet Airmen, Al Green, Diana Ross, Hank Ballard, The Four Tops, Martha Reeves And The Vandellas, MC5, The Stooges, Alice Cooper, Ted Nugent, Funkadelic, Suzi Quattro, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Smokey Robinson And The Miracles, The Falcons, Jackie Wilson, Aretha Franklin, John Lee Hooker, The Knack, Grand Funk Railoard, Del Shannon, ed il burbero e scontroso Mitch Rider, sono tutti musicisti che provengono da quell’area geografica. Ma questa lista è solo parziale. Ho spostato la radio sopra una pila di libri. Dopo mi sono messo a fare le pulizie. Fuori piove e il vento increspa l’acqua nelle pozzanghere. Chi come Mitch Ryder è cresciuto ascoltando Sweet Jane, Subterranean Homesick Blues, Like A Rolling Stones, CC Rider, Rock’n’Roll, Soul Kitchen, Good Golly Miss Molly, Gimme Shelter, War, Heart Of Stone, House Of Rising Sun, On The Road Again, è di certo uno che ha il cuore al posto giusto. Uno con le palle quadrate, un vero dannato del rock. Nei primi anni sessanta pur giovanissimo se ne andava in giro con quelle canaglie dei Detroit Wheels cantando con quella voce aspra che si ritrova, musica R&B e soul. Iniziò come tanti a suonare per non finire prigioniero dentro una fabbrica, oggi che quel lavoro appare come un miraggio. Ma per via del suo carattere che non gli ha fatto accettare compromessi che lo avrebbero sicuramente spedito diritto dentro le hit-parade, è rimasto ai margini ad arrancare. Ma alle volte nei pugni che la vita ci riserva e che ci sconcertano, c’è racchiuso un dono. Quando le speranze di rivederlo in giro si erano spente sbucò John Cougar Mellencamp, che lo tirò fuori da sotto quella pioggia torrenziale in cui era finito. La copertina di Never Kick A Sleeping Dog del 1983 è uno scatto che lo riproduce come un bastardo selvaggio, come il Marlon Brando di Fronte Del Porto, e questo dà subito indicazioni sul contenuto del disco. Il leone di Detroit sigaretta tra le dita, carte da poker gettate sul tavolo, e uno sguardo di chi non è abituato a piangersi addosso ti guarda dritto negli occhi, fiero di ruggire un blue-collar rock senza compromessi. Cantando un pugno di canzoni che ti fanno correre a perdifiato, Mitch aspetta solo che calino le tenebre per dilatare il petto e spremere il dolore, e gonfiarsi di rock’n’roll su qualche scalcinato palco di periferia. Nel 1982 Bruce Springsteen resuscitò Gary US Bonds, partecipando al disco Dedication. Tom Petty invece si prese cura di Del Shannon producendo e suonando nel 1981 Drop Down And Get Me, un piccolo capolavoro passato quasi inosservato, e ancora oggi dimenticato da tutti. Avrebbe meritato ben altri riconoscimenti questo cantautore, e non l’oblio a cui è stato destinato. Cammino sotto la pioggia e vorrei che tu fossi qui con me, per mettere fine a questa sofferenza. E mi chiedo mi chiedo perché, perché lei è corsa via si, mi chiedo dove sarà la mia piccola fuggitiva. Corri, corri, corri, corri, fuggitiva. (Runaway) Se non fosse per Runaway il suo hit del 1961, nessuno se lo ricorderebbe a Del Shannon. La gente dimentica troppo in fretta e il vento tignoso continua a soffiare con forza, specie su quelli che non si adeguano. Del Shannon si sentiva vuoto in quella strada senza luce dov’era finito a passeggiare in compagnia delle ombre gelide.  E quando si arriva a quel punto che non si ha più paura di nulla. Neppure di puntarsi una calibro 22 alla tempia, e fare fuoco. Nelle canzoni contenute in Drop Down And Get Me, c’è una dolcezza che è vera e sincera. E quando alla fine ci si ritrova faccia a faccia con Help Me, si avverte una disperazione che ti fa capire tutto di lui. Un uomo può anche morire ma noi possiamo tenere accesa la sua fiamma. Per sempre. Ritornai in quel bar il sabato sera. A mezzanotte passata quattro cani rabbiosi entrarono nel locale. Li guardai con aria assonnata sotto la luce smorta. Non c’è pace, non c’è libertà, non c’è rivoluzione, perché nessuno di noi può cambiare la mente delle persone. Specie a delle teste di cazzo. Una pioggia velata veniva giù dal cielo, la osservai da dietro il vetro sporco di manate e polvere appiccicata e mai tirata via. Quando ero ragazzo mi piaceva guidare lungo le strade senza una meta da raggiungere, nel caldo soffocante, come nel freddo pungente. Erano i giorni del coraggio, della passione incontenibile, di un sognatore che osservava la vita da un'altra angolazione. Me ne stavo ore sotto il muro del torrente a fissare i rami dei rampicanti attorcigliarsi tra loro, con le lucertole e le formiche a passeggiarmi sulle dita delle mani, e niente mi intimoriva. Neanche quelle nuvole nere sparse nel cielo. Adesso quei bambocci con quell’aria insolente se ne stavano nel vento ululante, li guardavo ed era come se mi rivedessi. Erano arroganti com’ero lo ero stato anch’io, per riuscire a fiutare le menzogne di chi trama nell’ombra. Ancora non lo sapevano che conviene viaggiare sottovento, perché quanto meno si ha una speranza di salvezza. Quella sera ero ritornato in quel posto con il desiderio segreto di rivedere quella ragazza dai capelli rosso henné, ma non era venuta. Sprofondato nel mio angolino, avvertii da subito una certa tensione tra il barista e quei tizi. Il più duro di loro portava una montatura d’occhiali gigante, e anche se era ancora un ragazzino aveva davvero un'aria minacciosa. Mi alzai dal mio posto e mi avvicinai al barista prendendo a conversare con lui. Anche Bob Seger nei primi anni settanta aveva un aria da ribelle con quei capelli lunghi e lisci che gli cadevano sulle spalle, e quello sguardo denso e fiero mentre cantava dei bisogni del sottoproletariato, e del duro lavoro in fabbrica. Se lo poteva permettere Bob Seger perché anch’egli proveniva dalla miseria dei sobborghi di Detroit, ed era uscito da quelle strade con l’intento di svegliarsi per sempre da quell’incubo che lo circondava. Voleva solamente salvarsi l’anima suonando un rock caldo e sanguigno, intriso di soul e cantato con una voce forte e coraggiosa, che da sola valeva il prezzo del biglietto di un suo concerto. In Italia Bob Seger è sempre stato detestato e ignorato dai più, ma Live Bullett un doppio long-playing dal vivo del 1976, ti fa balzare in piedi per il calore e la forza che ha il suo rock selvaggio, e per quella versione pazzesca di “Nutbush City Limits” un hit di Ike & Tina Turner.  Sul palco insieme a lui c’è la Silver Bullett Band, che non ha niente da invidiare alla più famosa E Street Band, un gruppo di musicisti eccellenti e versatili che suonano una sequenza vertiginosa di canzoni che sono un alternanza di suoi successi, e cover straordinarie. Musica che ha avuto una forza d’urto dirompente per molti ribelli di strada. Gente fradicia di sudore, che per un brivido sulla pelle avrebbe fatto qualunque cosa. Ero brillo quando m’incamminai per far ritorno a casa. Rimuginai che avevo ancora paura dell’ignoto e che ero stato uno che da sempre aveva combattuto contro i propri demoni, in bilico su quella impercettibile linea di sbarramento che passa tra la luce e le tenebre. Che poi non è altro che la via che punta dritto al cuore, all’anima più profonda, dove vi è relegato quello che non abbiamo ancora saputo di noi. Conducevo silenziosamente la mia battaglia fra il bene e il male, fra pazzi e saggi, non sapendo niente di entrambi. Non comprendendo neanche dove collocarmi, in questa assurda lotta. Era una serata non troppo fredda segnata da strane luci nel cielo. Aveva smesso di piovere per cui mi sedetti sui gradini del porticciolo. Guardai la mia città attraverso una nebbiolina d’umido e pensai che avrei dovuto ricominciare a ballare il rock’n’roll.



Bartolo Federico