domenica 18 febbraio 2018

Gli amici del diavolo

“Metto in valigia i miei vestiti ed inizio la mia fuga Sono nei guai, tesoro, sono in viaggio Non riesco ad essere soddisfatto Ma proprio non riesco a smettere di provarci.” (I Can’t Be Satisfied – Muddy Waters).
Guidavo senza sosta con il gomito appoggiato al finestrino
. L’auto andava che era una meraviglia, intanto che il vento alzava nuvole di polvere bianchiccia. Bevvi un sorso d’acqua e infilai un cd nell’autoradio. Non appena la musica venne fuori, mi sentii al sicuro dentro le canzoni di Blind Willie McTell. Nonostante quei blues fossero cantati con toni scuri e ruvidi e all’improvviso si impennassero in falsetti che mi turbavano, le sue canzoni parlavano di speranza che non capitolava mai, neppure di fronte alla sfortuna più nera, di quella determinazione che occorre sempre per affrontare i periodi più duri cui la vita ci mette al cospetto. McTell era uno zingaro, un vero vagabondo. Per lui il richiamo della strada era qualcosa di irresistibile. Pur se cieco, era sempre in movimento, all’inseguimento di quella cosa che mai nessuno raggiungerà. Hot Shot Wille, Georgia Bill, Pig’n Whistle Red e Blind Sammie erano i suoi fantasmi che utilizzava per incidere e aggirare gli obblighi contrattuali con le case discografiche dell’epoca, dato che era anche un autore prolifico… ma pur celandosi, il suo stile restava unico e riconoscibilissimo. Nel cielo del mattino, avevo ingranato la marcia indietro dei ricordi e sotto un sole cocente un po’ di nostalgia mi sbucciò gli occhi. La notte l’avevo trascorsa nel buio di una squallida stanza di un fottuto motel che avevo trovato lungo il tragitto. Un posto senza clienti che costava poco. Buono per chi non si attende più nulla dalla vita. O per chi non ha più voglia di parlare. Manco con se stesso. Correvo in auto e mi chiedevo come fossero state quelle strade polverose, percorse da quell’esercito di pezzenti di cui anche il giovane cieco McTell faceva parte e che, come tanti altri, percorreva per unirsi agli spettacoli itineranti dei medicine show. Era davvero bravo a spostarsi, nonostante il suo handicap. Suonava ovunque capitasse i suoi blues che poi divennero assi portanti del rock. Statesboro Blues ne è un esempio. Gli Allman Brothers ne fecero una versione stupefacente. Ma anche Mama,Tain’t Long For Day, Three Women Blues e Broken Down Engine Blues lasciarono il loro segno indelebile. Era un esploratore della chitarra dodici corde. Lo strumento non aveva segreti per lui. Sapeva usare benissimo le accordature aperte e il suo repertorio abbracciava svariati stili che andavano dal ragtime, al folk, alla ballata popolare e, come gran parte dei musicisti girovaghi di quel tempo, sapeva adattarsi alle richieste del pubblico. Il cielo sulla mia testa mi sembrò una prateria con tutte quelle piccole nuvole a pecorella che giocavano a rincorrersi…. e m’immaginai per un attimo che goduria sia stata per tutti quelli che lo incrociarono, magari in compagnia del suo compagno di viaggio, il texano Blind Willie Johnson, per le strade di un America che è andata via via sbiadendosi. Certo, tutti più o meno siamo stati innocenti una volta. Poi il tempo ha fatto il suo corso e ci ha cambiato ferocemente. Me ne andavo vagando in un posto sperduto, lontano da tutto e da tutti, e mi sentivo come se il mondo di cui facevo parte non mi appartenesse. Mi fermai per una sosta. Comprai un panino e bevvi acqua frizzante ghiacciata. Presi anche un caffè. Ci voleva una volontà di ferro per proseguire con tutto quello che stava accadendo. .. ma avrei di gran lunga preferito essere un viaggiatore furtivo, uno di quelli che dormiva in spiaggia nel sacco a pelo e al mattino se ne andava cercando la linea ferrata per saltare sul primo treno che passava.
“Il treno merci è stato quello che mi ha insegnato a piangere Il grido del macchinista è stata la mia ninna nanna Ho il blues del treno merci Oh cara, ce l’ho sulla cima delle mie scarpe vagabonde”. (Freight Train Blues – Traditional)
Avrei voluto incrociare sguardi ed emozioni che mi assomigliassero, ma in quel posto non c’era più nulla. Mi rimisi in macchina e me ne andai così come ero venuto. Senza fretta. Se davvero vuoi imparare a suonare e scrivere canzoni – diceva Tommy Johnson – devi andare da solo a mezzanotte a un crocicchio. Un enorme uomo nero arriverà, prenderà la chitarra e suonerà un brano. Bere era sempre stata la sua ossessione e quando non trovava il whiskey riusciva a mandare giù qualsiasi cosa, anche l’alcool denaturato o il lucido da scarpe a base alcolica. Tommy aveva fraternizzato con il diavolo o, forse, era lui stesso un demone e bruciava dentro quel fuoco in cui poi molti protagonisti del rock finiranno. Vederlo suonare dal vivo era sconvolgente. Si dimenava come posseduto, cantando con una voce drammatica e intensa i suoi blues indemoniati. Anche lui, come Charlie Patton con cui aveva condiviso alcune esibizioni, suonava la chitarra dietro le spalle… ma non era per niente ossessionato dalla tecnica. Gli bastava semplicemente far venire fuori il suo boogie woogie maligno, per graffiare a sangue l’anima. Per sempre. Di questo passo all’inferno ci finirò io pensai, dando fuoco a una cicca. Era già il crepuscolo, e la quiete era assoluta. Non so più cosa voglio o forse non l’ho mai saputo… ma ci sono cose che ti piovono addosso, e che devi accettare supinamente. Hai voglia a scuoterti come un tarantolato, cercando di mandarle via. Si portano con sé anche quel po’ di magia che possedevi… allora ti rendi conto che è stato il mondo a prenderti a calci nel culo, e non viceversa. Cosi smetti di credere. Mentre tenevo gli occhi fissi sulla strada avrei voluto che piovesse. Cercai un indizio per non capitolare e mi chiesi in quale cazzo di direzione era mai la terra promessa. Il fantasma William George Tucker nasce il 14 novembre del 1905 a Henning in Tennessee. Nello stesso anno di Arthur “Big Boy” Crudup. Quel giorno, suo padre mise delle ciotole sul davanzale della finestra e raccolse la pioggia. Più tardi con quella stessa acqua lo battezzarono. Fu in quella circostanza che si accorsero di quegli strani graffi scarlatti che aveva sul petto.
“Una zingara disse a mia mamma, il giorno in cui nacqui, “Oh, sta per arrivare un maschietto. Oh Signore, sarà un vero diavolo”. (Hoochie Coochie Man – Willie Dixon).
Nessuno di noi può prevedere il proprio destino, ma quello riservato a William George Tucker fu davvero spietato. A quel tempo quando nascevi nel Delta del Mississippi, la musica ti veniva servita sin dalla prima poppata. Ben presto William imparò a tenere una chitarra in mano e con questa si esibiva alle feste, nei bordelli e per strada. Nella prima metà degli anni trenta arrivò a suonare con John Lee Williamson (Sonny Boy I) e Sunnyland Slim. Il suo blues rozzo e primitivo, ma pieno di pathos e cantato con una voce sgraziata che toccava nel profondo. Le cose sembravano andare per il meglio, ma quei segni che il diavolo gli aveva lasciato sul petto erano premonitori. In circostanze che resteranno per sempre oscure venne accusato dell’assassinio di un uomo bianco, tale Mr. Charlie. Sapendo bene che il giudizio sarebbe stato scontato, fece perdere le sue tracce per diventare un vero spettro. Ricomparve dopo qualche anno a Chicago con una nuova identità, facendosi chiamare John Henry Barbee. Si esibì sui marciapiedi di Maxell Street, in compagnia di altri randagi e della sua fedele sei corde… ma per sopravvivere dovette svolgere i lavori più umili, convivendo sempre con la paura di essere riconosciuto. Paura che lo smantellò irrimediabilmente nel fisico e nell’animo. Durante il blues revival degli anni sessanta fu riscoperto e incise per l’etichetta di Victoria Spivey. Andò anche in Europa a suonare a seguito dell’America Folk Blues Festival… ma il diavolo volle il saldo.
“Ho due ragioni per piangere tutte le notti solitarie La prima si chiama Sweet Anne Marie ed è la delizia del mio cuore. La seconda è la prigione, bimba, lo sceriffo è sulle mie tracce e se mi raggiunge passerò tutta la mia vita in cella”. (Friend Of The Devil – Garcia-Hunter-Dawson).
Perdutamente alla deriva, una sera restò coinvolto in brutto incidente d’auto. Quest’evento cagionò un effetto devastante su di lui, tanto che lo indusse a costituirsi per dimostrare finalmente la sua innocenza. In carcere, in attesa del processo, si sentì male. Un’ambulanza lo caricò per trasportarlo all’ospedale ma morì d’infarto durante il percorso. C’è solo un album che testimonia la sua umanità, “Portrait In Blues vol 9″, che è la colonna sonora di tutti quei fantasmi che come lui non hanno mai avuto giustizia. Il suo blues è disperato, drammatico, carico di dolore lacerante come solo questa musica può esserlo, quando sgorga direttamente dal cuore. Ero lì da solo e guidavo su quella strada tortuosa e solitaria. Con i miei sogni raggrinziti che sentivo, anche se stancamente, pulsare… e quel vuoto immenso dentro di me. Imboccai la statale e oltrepassai un ponte. Udii il rumore del traffico venirmi dinanzi. Non riuscivo ad essere in pari con me stesso, era questa la verità: il fatto di essere stato più e più volte ferito aveva cambiato la mia prospettiva, la mia visuale delle cose. Avrei dovuto trovare un posto dove stare. Con il finestrino abbassato, il caldo afoso mi ansimò in faccia. Una farfalla volteggiò nell’abitacolo. Le farfalle simboleggiano il calore dell’estate. I sacerdoti Zuñi usano mettere le farfalle nere dentro i tamburi in modo che il loro suono porti al delirio gli ascoltatori. Proprio come i blues. I miei maledetti blues.

Bartolo Federico

domenica 4 febbraio 2018

Bang Bang

Il cielo sulla sua testa si era fatto rossiccio e quella stella sperduta gli parve una borchia per capelli. La notte era calata ruvida come una ballata rock di Frankie Miller. Non c’era più niente in questo fottuto mondo che gli importasse, disse pensieroso fissando la strada buia e rigirandosi tra le mani la bottiglia vuota. Un vento umido proveniente dal mare saettò sul suo viso. Era caduto ancora una volta, ma non era una novità neanche questa per uno precipitato in terra ancora prima che nascesse. Spinse il tasto del play che stranamente schioccò come un bacio sulla guancia e la canzone ripartì.
“Melinda era mia fin al momento che la trovai stretta a Jim mentre lo amava. Poi arrivò Sue mi amava intensamente questo è quello che ho pensato. Io e Sue. Ma anche questo finì. Non so cosa farò. Ma fino a che non troverò la ragazza che vuole rimanere e non giocherà alle mie spalle. Sarò quello che sono. Un uomo solitario. Un Uomo solitario”. (Neil Diamond – Solitary Man). Hai voglia a spingerli da qualche parte, a seppellirli nell’immondizia o sotto fiumi di alcool, i ricordi tornano sempre, specie quelli più dolorosi. La strada silenziosa era gialla di luna. Strinse per un attimo gli occhi che gli bruciavano maledettamente e congiunse le mani a mo’ di preghiera. Nel palazzo di fronte si accese la luce di un bagno. Si sbottonò la camicia bianca intrisa di sudore e una smorfia gli irrigidì il volto. Il pallore del suo viso celava una rabbia mortale. Era sbucata all’improvviso quella donna, alta, bella, con uno charme tale da mandarlo in tilt come non gli era capitato mai in vita sua. Forse era un fantasma sbucato da chissà dove e a cui lui non doveva dire nulla. Adesso, però, seduto nell’abitacolo, sembrava che portasse tutto il peso del mondo sulle sue spalle e, a guardarlo negli occhi, faceva davvero spavento. Con quell’aria da animale ferito sembrava una ballata aspra dei Thin White Rope.
E qualcuno al telefono seppe le cose che io avevo sempre conosciuto Colonne sonore canticchiate ai sogni che avevo dimenticato Ho amato il telefono, parlato col segnale di linea Mentre la gente sui marciapiedi fuggiva da me”. (Thin White Rope – Diesel Man).
L’orologio a cucù sulla parete dell’ingresso misurava inesorabile il passare delle ore. Si racconta che il canto del cuculo è profetico, capace d’indicare la buona e la cattiva sorte. Poco prima che quell’uomo arrivasse, sua madre era solita chiuderlo a chiave nella viscere buie della sua stanza e solo dopo che il cuculo cantava tre volte gli riapriva la porta. Aveva otto anni, e questo succedeva ogni qual volta suo padre si allontanava per lavoro. Un commesso viaggiatore, suo papà, che ogni quindici giorni faceva il giro dei clienti fuori città assentandosi anche tutta la settimana. Aveva memorizzato le gesta di sua madre e sapeva che quel giochino, così lei lo chiamava, stava per iniziare. Poco prima che quell’uomo arrivasse si sistemava i capelli, si profumava il collo e indossava sotto la vestaglia una sottanina nera di seta. Poi accendeva il giradischi e ascoltava quella canzone. Sempre la stessa.
Mi ricordo quando noi eravamo due bambini e puntavamo le pistole dai cavalli a dondolo. Bang bang. Io sparo a te. bang bang. Tu spari a me. Bang bang. E vincerà bang bang. Chi al cuore colpirà”. (Dalida – Bang Bang).
Lo chiamava “Bang Bang”… sì, era così che lo chiamava da sempre sua mamma. Avvicinandosi al suo viso, glielo raccomandava che quello era un segreto fra di loro e che doveva restare tale per sempre. “Ricordalo, Bang Bang, ricordalo”, gli ripeteva, “non dirlo mai a nessuno”. Lui, così piccolo, non capiva e si limitava ad annuire stringendosi forte alle sue gambe. Quando era chiuso nella stanza per non sentire i gemiti aveva imparato a svuotare la mente, a non pensare a nulla. Restava immobile seduto sulla poltroncina, inebetito chiudeva gli occhi e vedeva tutto nero… ed era come se morisse. Solo il canto del cuculo lo scuoteva. Ma era un fremito che durava un attimo. Nella penombra dell’abitacolo si guardò le mani ingiallite dalla nicotina e quelle dita diventate tozze da sembrare gonfie. Erano mani possenti, le sue, mani che avrebbero potuto uccidere. Tali e quali a quelle di suo padre. Tre uomini in abiti eleganti con cravattino e scarpe lucide lo distolsero dai pensieri. Parlottando tra loro gli passarono accanto, e gettandogli un occhiata svogliata scomparvero nella notte. Aveva come l’impressione che dovesse stare sempre in castigo tanto che non ci capiva più nulla delle cose del mondo. Troppo dure le batoste che aveva ricevuto… ma giù nei vicoli, se abbassi la guardia, ti fanno fuori in un baleno… e i teneri di cuore hanno vita breve. Accese una sigaretta, anche se si sentiva la gola grattare, e tirò una lunga boccata bruciando il filtro che divenne molle. Abbassò il finestrino e una folata di vento lo fece rabbrividire. Come una canzone dei Beasts Of Bourbon.
“Ridestato nella stanza di Johnny, Mama era proprio lì accanto al suo letto e le mie mani intorno alla sua gola, desiderando che entrambi fossimo morti. Pensi che sia pazzo, Mama, e tu? Ho appena ucciso il cagnolino di Johnny. Pensi che sia fuori di testa, e tu, Mama? Faresti meglio a farmi rinchiudere”. (Beasts Of Bourbon – Psycho).
Con le dita si trastullò per un po’ sul volante. Poi si ricordò di prendere la pillola per i nervi che teneva nel taschino della giacca. Tirò fuori l’astuccio, ne staccò una e la inghiottì. La luce dei fari di una macchina che transitava in senso opposto illuminò per un attimo il marciapiede. Qualche isolato più avanti, sepolto nel buio riconobbe un uomo. La sua faccia era indubbiamente smorta ma sinistra. Però su di lui non sortì alcun effetto. Mise il nastro di 
Otis Redding e Hard To Handle popolò le ombre. Era chiaro che non gli faceva bene rimuginare nel passato, ma quello torna sempre quando meno te lo aspetti ringhiandoti nell’anima. Certo, aveva fatto di tutto per dimenticare, ma alle volte dimenticare è quasi impossibile.
“Ho lasciato la mia casa in Georgia. Diretto verso la baia di Frisco. Perché non avevo niente per cui vivere. E sembra che niente incrocerà la mia strada (Otis Redding – Sittin’On The Dock Of The Bay).
Il cuculo aveva cantato tre volte e poi altre due. Le aveva contate con le dita della manina, tenendola aperta sulle ginocchia. Come pietrificato, se ne restava seduto immobile aspettando che sua madre lo facesse uscire. Dopo il primo
cucù” aveva udito dei passi nel corridoio ma era tornato subito con la mente nel vuoto, non immaginando nessuna cosa… o forse fingendo a se stesso. Finalmente la porta della stanza si schiuse. Con la coda dell’occhio vide entrare due poliziotti in divisa che si avvicinavano delicatamente. Uno di loro lo prese in braccio e si accorse che si era bagnato. Bisbigliandogli di stare tranquillo, con la sua grossa mano gli coprì il viso mentre lo portava fuori dalla stanza ma, l’odore pungente della morte è inconfondibile, lo senti anche se sei un bambino e lo avverti perché ti penetra nelle narici quasi fino a sfondartele. Velocemente l’agente percorse il corridoio, ma lui gli spostò la mano e vide il corpo di sua madre nuda riverso in terra. C’era sangue, sangue sui muri, sul pavimento, sui quadri, sulle maniglie. Persino sull’orologio a muro. C’era sangue dappertutto. Vide anche quell’uomo accasciato sulla porta della stanza da letto con un profondo taglio nel petto. L’agente lo caricò alla svelta dentro un auto cercando di tenergli con molto garbo la testa bassa, ma Bang Bang, sempre con un gesto fulmineo si divincolò e dietro la siepe incrociò lo sguardo di suo padre. Lo scorse lì, fermo, ammanettato, con gli occhi stralunati e le sue grandi mani tinte di rosso… e fu quella l’ultima volta.
“Non c’è solo odio nel mondo. Non ci sono solo buchi nel cielo. C’è solo un destino che non puoi rinnegare. Due amanti aspettano di morire. Joe si è ammalato in guerra, tra le vene e la mente. Sammy si è ammalato a causa di tutte le bugie. Due amanti aspettano di morire…C’è solo una lacrima che continua a volar via…”. (Green On Red – Two lovers Waitin’ To Die). 

Anche se Bang Bang riusciva a svuotarsi la testa, quelle urla disumane non potevano essere ignorate. Suo padre li aveva uccisi con una crudeltà inaudita. Durante quei momenti aveva azionato i meccanismi che ci portano a rinchiuderci nella nostra linea di difesa. Come una pietra scagliata in uno stagno forma dei cerchi che man mano si dilatano e si estendono per poi scomparire nell’infinito. Bang Bang era scomparso da quel luogo e si era messo a volare nello spazio tra le nuvole… ma quella puzza di morte, lui, la sentì sempre incollata addosso. Pure adesso la percepiva mentre, sbucavano fuori dalle ombre anche i più piccoli dettagli. Quando fu tutto finito suo papà aveva azionato il giradischi e messo quella canzone. Sempre quella. Sempre la stessa.
Ora non mi ami più Ed ho sentito un colpo al cuore Quando mi hai detto che Non vuoi stare più con me Bang bang… E resto qui Bang bang A piangere Bang bang hai vinto tu Bang bang Il cuore non l’ho più”. (Dalida – Bang Bang). 
Non era più tempo d’ ingannare nessuno, neppure se stesso. Lei aveva un bel viso liscio che assomigliava a Rickie Lee Jones. Indossava una giacca di pelle nera striminzita e una camicetta bianca di raso sopra un jeans attillato. Quando arrivò sorridendo e salì in macchina, si strinse contro di lui. Quel calore che lei emanava lo aveva scosso fino dentro le ossa e sentirsi vivo, per uno che aveva le carte del destino nate male, era una sensazione indescrivibile. Guardando la strada mentre calava la notte, aveva parlato e ancora parlato, fino a spurgarsi l’anima. Poi si era librato nel cielo, ma questa volta lo aveva fatto un attimo prima che non riuscisse più a piangere. Quando riaprì gli occhi lei lo stava guardando e sfiorandolo con un bacio si accorse che c’era ancora una certa tensione in lui. Adesso puoi levarti quella faccia da lupo, gli sussurrò con dolcezza accarezzandogli i capelli. Lui avviò il motore, inserì un nastro e fece partire Burn, una canzone dei Dream Syndicate. Il cielo era scintillante di un blu intenso. Lei si girò nuovamente verso di lui e, affondandogli lo sguardo negli occhi, si accorse che per la prima volta gli sorridevano.
“Ma puoi sentirlo nel cuore. Sentirlo nell’anima. Sentirlo andare intorno finché non perdi il controllo. Sono solo poche cose che non possono essere raccontate. Non lo senti bruciare?” (
Dream Syndicate – Burn).

 Bartolo Federico

lunedì 22 gennaio 2018

Kill Ugly Radio

Rimasi inerme sdraiato nel buio dopo aver messo un disco che tolsi quasi subito, perché tanto lo avevo ascoltato che non mi interessava più. Dalla bottiglia che avevo posato vicino alla sedia mi versai da bere e andai a prendere dei cubetti di ghiaccio dal frigo. Per quelli che come me avevano due anime, era davvero difficile andare avanti. Ero metà di quello che avrei voluto essere, ero metà in tutto quello che facevo, e questo bastò per riempirmi d’ansia. Tutti i voli finiscono a terra, c’è poco da fare. Mi versai dell’altro whisky sopra il ghiaccio che avevo già nel bicchiere, e presi a bere lentamente. Me ne stavo fermo su lato opposto della strada senza sapere dove andare, dove svoltare, o cosa cercare ancora. Non mi andava di mollare, senza un segnale di riconoscimento, un ultimo sussulto. La vita ci riserva una montagna di dispiaceri considerai, nello stesso momento in cui la signora Nunzia per via della sua insonnia, fece arrivare dalla radiolina la canzone che stava ascoltando. Respirai profondamente alzando la faccia all’insù, e inalando l’aria in brevi ansiti, guardai l’orologio. Per consolarmi ho messo Debris, una canzone dei Faces. Ci sono cose che ti porti appresso per sempre. Il 16 agosto del 1977 avevo quattordici anni ed ero seduto insieme a mia madre sul divano di nappa marrone, nel soggiorno di casa. Il giornalista del telegiornale recitò: “Il Re del rock’n’roll Elvis Presley è morto alle 14.30 per un attacco cardiocircolatorio nel bagno della sua casa di Memphis. Aveva 42 anni” Fuori dalla mia finestra ascoltai le voci dei bambini festosi, ma anche della follia del mondo. Non capivo come poteva essere accaduto in quel giorno luminoso, assolato, limpido e caldo, a quel ragazzo che aveva trasformato il blues, nella musica più eccitante che conoscevo. Sono rimasto in silenzio seduto su quel divano, con addosso una tristezza infinita. È davvero insopportabile il livello di stronzate che dobbiamo tollerate ogni santo giorno della nostra esistenza. A ciascuno la sua merda. Niente che non sappiamo. Bugie e cicatrici, sporche macchinazioni. Se sei famoso però ti sistemeranno per bene, e ci sarà qualcuno che guadagnerà un mucchio di quattrini dalla tua scomparsa. Delbert Sonny West fece la guardia del corpo per ben sedici anni a Elvis, ed è lui che raccontò che il Re ingoiava pillole dalla mattina alla sera, e si iniettava droghe con piccole siringhe di plastica a peretta negli avambracci, nelle gambe, nei polsi. Spesso lo aveva aiutato lui stesso. I medici cercarono di tenerla nascosta la verità, era pur sempre un bianco del sud Elvis “The Pelvis”, mica un negro qualsiasi. C’è sempre un’aria schifosa da respirare in questo mondo, e devi strizzare gli occhi come un topo, perché non puoi guardare il sole per troppo tempo. I veri artisti sono pazzi, ma hanno la capacita di tornare indietro dal loro viaggio interiore per descriverlo, e tramutarlo in arte. Lou Reed è uno dei padri spirituali del rock’n’roll. La sua tristezza, il suo terrore, la sua angoscia, puoi sentirli zigzagare ovunque nelle sue canzoni, mentre danzando vengono verso di te. DNA, Arto Lindsay, Glenn Branca, Contortions, Lounge Lizard, Suicide, sono una parte della sua enorme prole. Musicisti che come lui hanno messo in evidenza lo squallore, la paranoia, il lato oscuro della vita. Cuori di tenebra. “Cominciate a suonaredisse il manager alla band, così vi fate le ossa e fate esperienza”. Fu in uno di questi momenti che una rabbia straordinaria attraversò e scosse il rock’n’roll. Come succede quanto ti viene data troppa libertà, qualcuno poi se la riprende e, alla fine, il rock’n’roll l’hanno fatto diventare persino scrupoloso, lui che è sempre stato insaziabile e ingordo. Così prima di diventare troppo vecchio, il rock è morto. È accaduto come in “My Generation” degli Who. E’ sempre la frenesia che ci fotte. Quella frenesia di andare a vedere, a destra e a sinistra, che ci fa sbattere la testa negli spigoli dei nascondigli in cui rovistiamo. Cartoline ingiallite dal tempo. Uno squinternato hotel, voci stridule e folli. Una radio che sputa musica country. Artisti radicali che provano un pezzo. Non c’era nulla di falso e costruito in Lulu che se ne stava ore e ore a provare canzoni con Black Jack, agghindato con una grossa collana di strass e un acconciatura stile Riccardo III, e suonava la viola. Bob Dylan non ha mai amato la gente, ha sempre vissuto isolato per proteggersi dal bagliore tremolante di quel circo di cui è la principale stella. Lo sanno tutti ormai che è sempre stato il più bravo a scrivere canzoni. Ma lui non voleva sentirsi soffocato, ingabbiato. Anarchico e palesemente a disagio con il mondo, ha sempre quell’aria da pugile sconfitto. Come a dire: “non mi rompete i coglioni”. La mano affonda nelle tasche dei pantaloni, un fazzoletto, delle carte modificate, tabacco e cerini. Nella downtown le sconfitte sono truccate. Society la canta Eddie Vedder nella colonna sonora di “Into The Wild”. Un film che mi ha fatto piangere. “Non lo possiamo dire eccovi la libertà, adesso farete quello che vorrete il governo non c’è più. La gente non saprebbe cosa fare. Si divorerebbe a vicenda come belve. Bisogna prima emanciparli. Il rock’n’roll ha questa funzione.“ (Frank Zappa) Persone anziane che comandano il mondo. C’è chi si definiva hippy, altri beatnik, altri ancora giocatori alla ruota della fortuna. “Freak Out !” è un album doppio pieno zeppo di trasgressione, di sentieri ancora oggi inesplorati, è musica libera dalla schiavitù sociale. Un invito alla creatività. Ero una specie di ribelle da ragazzo, di quelli che mal sopportavano le ingiustizie. Per questo, quando ho incontrato il rock’n’roll, mi sono sentito a casa mia. Manifestava tutta la mia rabbia, e mi consentiva di comunicare con gli altri. Attraverso la musica ho imparato a resistere. Quando è arrivato il punk, ho capito che mi faceva diventare davvero matto. Era la mia energia vitale, erano le mie barriere che cadevano, il mio viaggio mentale. Fu allora che presi ad avere cura di me stesso, educandomi da solo. Il punk mi ha indotto a riflettere. “Spazio… bianco.  UCCIDETE LA BRUTTA RADIO Persone di Plastica Oh cara, ora… sei così noiosa (Non so… delle volte mi stufo di te cara, deve essere, ah, il tuo spray per capelli, o qualcos’altro) Persone di Plastica Oh cara, ora… sei così noiosa (Sento il suono di piedi che marciano… in Sunset Blvd. fino Crescent Heights, e qui al Pandora’s Box, abbiamo davanti una enorme quantità di Persone di Plastica) prendetevi un giorno e fatevi una passeggiata Guardate questi nazisti governare la vostra città. Poi andate a casa e datevi una controllata. Pensate che noi stiamo parlando di qualcun altro… ma voi siete Persone di Plastica Oh cara, ora… sei così noiosa Ooo-Ooo-Ooo Ooo-Ooo-Ooo Ooo-Ooo-Ooo Ooooooooh!” (Plastic People – Frank Zappa).
C’è sempre un vincitore che viene esaltato al di là dei suoi meriti. Succede sempre dopo ogni elezione. Un giochino meschino che va avanti da sempre. Si prendono cura del tuo pensiero, ti gestiscono la vita, e come magnaccia ti consigliano la soluzione più saggia. Un mondo pieno zeppo di pregiudizi, di sputasentenze, di gente che si crede emancipata. Potreste dirmi per favore dove stiamo andando? Dove porta questa strada? Scusate ma mi sento un po’ preso per il culo, a camminare in fila indiana. E’ tutto buio. Che ci faccio qui? Ecco, chissà cosa direbbero oggi questi finti progressisti che ci massacrano le palle dalla mattina alla sera, di uno come Frank Zappa. Già a suo tempo la stessa sua razza, lo ha spinto e confinato verso quella tribù di invisibili. Perché era uno che ti disorientava Francesco, che ti prendeva a calci nei denti. Era uno che cercava di capire, e questo gli metteva paura. Durante i suoi show, lo spettacolo era arricchito da trovate sceniche pensate ed elaborate per non far calare mai la tensione. Baby-doll volanti, una giraffa di peluche masturbata da una marionetta, che eiaculava panna montata sul pubblico. Veri marines saliti sul palco a mostrare il loro animo, su un bambolotto che recitava il ruolo ingrato di un vietnamita. “Strumenti didattici” dichiarò Frank che rapiva i cuori degli audaci. Di certo le radio non mandavano mai le sue canzoni, e il pubblico rock convenzionale lo detestava, ieri come oggi. Troppo complicato per chi aveva solo voglia di fare surf, scopare, e imbottirsi di qualcosa, sentendo musica. Gente che a loro insaputa era stata già presa a bastonate sulla schiena. Sapete come va a finire ai piantagrane, li sbattono sulle prime pagine dei giornali, e dopo li chiudono in una scatola gettandoli in fondo all’oceano. Liquame che cola dalla televisione, lo strumento per dominarti il pensiero, la spazzatura con cui ti nutrono, fino al giorno in cui non gli servirai più. Non cercare aiuto. Nessuno baderà a te. La tua mente è totalmente controllata, è stata fusa nello stampo e tu farai come ti viene detto finché i diritti su di te saranno venduti. Tutto bene gente… Non toccate il selettore!” (Frank Zappa).
Quando ti devono annientare ti dipingono come fascista, comunista, xenofobo, nazista, sobillatore, usano tutto quello che gli fa più comodo. Sei come una bestiola, da curare e ammansire. Ho visto i poveri con il naso all’ingiu’ che risalivano la città. Mille euro al mese, più ottanta euro di bonus… sospensione… Viva L’Italia.
Bartolo Federico

martedì 16 gennaio 2018

Il tempo non aspetta nessuno

Seduto in un bar bevo caffè, e fumo di tanto in tanto qualche cicca. Me ne sto con le tempeste sonore di Bob Dylan nelle orecchie, e cerco delle risposte che non troverò mai. Qualche giorno fa sono andato per l’ennesima volta all’ufficio di collocamento. Un impiegato simpatico come un becchino delle pompe funebri mi ha detto che non c’era trippa per gatti, per cui facevo meglio a ripassare tra qualche mese. Nel frattempo frusciai ad alta voce: “vengo a mangiare da lei”. Il tizio ha fatto finta di non capire. Me ne sono andato camminando a testa bassa e rovistando nei pensieri più infimi, mi sono diretto verso il quartiere dove sono cresciuto. Avrei voluto fare un sacco di cose nella mia vita, anche amare qualcuno, invece non facevo un cazzo di niente. I miei genitori avevano fatto sacrifici immensi per farmi studiare, perché sin da piccolo promettevo bene, e il loro sogno era quello di avere un figlio da chiamare Dottore. Avevano puntato tutto su di me, e io avevo fatto del mio meglio per non deluderli ma, a dire il vero, anche allora avrei voluto dileguarmi tra gli spiritati vagabondi della notte. A cosa sono serviti tutti quei sacrifici pensai mentre mi alzavo per andarmene dal bar, se sono uno dei tanti che rimpingua la fila dei disoccupati? Me ne sto in giro facendo cose odiose, come il venditore porta a porta. Perché in questo cazzo di paese, vendere è l’unica prospettiva che ti viene data. Certo, qualcosa rifilo e qualcosina riscuoto, ma è sempre troppo poco per tirare avanti. Mi sento bello e inguaiato, e non ho un piano di riserva. Il tempo non aspetta nessuno, figuratevi uno come me.
“Il tempo non aspetta nessun uomo e non mi aspetta. Sì il tempo non aspetta nessuno e non aspetta me. Sfrutta la tua estate, raccogli il grano. I sogni di una notte svaniranno all’alba. E il tempo non aspetta nessuno.” (Time Waits For No One – The Rolling Stones).

A furia di prendere randellate si diventa duri come il marmo. Così i minuti passano e anche le ore… e poi i giorni, i mesi e gli anni. Insomma, il resto del nostro tempo se ne va via in un baleno, lasciandoci storditi e anche nauseati. Chissà perché teniamo duro di fronte a tutto. Siamo fatti così noi uomini. Non pensando che alla fine si diventa qualcun‘altro e si è vecchi in un colpo solo. Ho raggiunto Maria al suo negozio, perché quando ho voglia di parlare lei è l’unica che ascolta le mie disgrazie. Non appena mi vede sull’uscio della porta, mi mostra un sorriso complice e, avvicinandosi, mi enfatizza schietta: per essere qui, sei di nuovo nei guai”. Da ragazzi avevamo provato a stare insieme ma non aveva funzionato, era finita che quasi ci odiavamo. Facevamo le cose pensando di compiacerci, ma in questo modo si combinano solo casini. In compenso, da allora, non avevamo più segreti fra di noi. Ero andato da lei pensando di raccontarle le mie pene ma, non so perché, non mi andava più di parlarle, e per la prima volta mi sentii a disagio. Allora presi la sua mano, e lei sospirando si lasciò andare: “Bart quando esci dai sogni e vieni a vivere in questo mondo? Quando lo farai?”
Il tempo può tirar giù un palazzo o distruggere il viso di una donna. Le ore sono come diamanti non sciupatele. Il tempo non aspetta nessuno non regala niente. Il tempo non aspetta nessuno. E non vuole aspettarmi. (Time Waits For No One – The Rolling Stones).
Mesto me ne sono tornato nel mio buco. Non me la sono sentita di speculare ancora sulla sua bontà, sul suo garbo… ma è anche tempo di mettere le cose in chiaro con me stesso. Perché nella solitudine il divino sparisce per sempre. Mi sono messo ad ascoltare dei vecchi dischi, così ad un tratto come se fossi passato con una ramazza su quella nuvola di polvere che copre i ricordi, mi sono sentito più confortato. Dopo tanto tempo mi sono riconosciuto nell’ombra… ed è stata una bastarda e romantica The Last Chance Texaco di Rickie Lee Jones, che ha riportato a galla certe cose. Quelle cose che nascondiamo dentro di noi che, non marcendo, non si mettono a puzzare. Anche se attraversando troppe strade, lasciano sempre una scia di rimpianti e nuvole. Fu amore travolgente e passionale sin da quando ancora ragazzino, nel 1979, tenni in mano la copertina del suo omonimo disco di debutto. Era lei la donna che aspettavo e con cui sarei scappato verso la frontiera, con qualche blues nell’autoradio a farci compagnia. Mi aveva folgorato quello scatto che ritraeva Rickie con quell’aria da bambina capricciosa, mentre fumando uno sigarillo, se ne stava assorta nei suoi pensieri. Era lei la donna dei miei sogni, dei miei deliri notturni, delle mie scopate selvagge. Carne e anima, vizi e dolcezze. Era tutto quello che avrei voluto avere. Me ne restai appeso alle sue canzoni come un ragazzo in amore, tra cicche di sigarette, gabbie e barattoli, poltrone di pelle coi sedili sfondati, riviste ingiallite, una tromba di plastica, libri strappati, bottiglie vuote, pezzi di ferro, una lampada ad olio. Una tenda bruciata, un trenino elettrico, tre seggiole, un tavolino, qualche lacrima e ninnenanne suonate da un carillon mezzo rotto. Era come se ci facevo davvero l’amore con quella donna, che mi scorticava l’anima con quella voce che altalenava acuti lancinanti a bassi minacciosi. E’ lei la ragazza distesa sul cofano nella copertina di “Blue Valentine”, il disco del randagio di Pomona, quel Tom Waits suo compagno di scorribande notturne e anche amante. Una storia la loro, che una volta finita lascerà un brutto segno nel suo cuore Quando arrivò Pirates nel 1981 lei era ancora una vagabonda non paga di storie sporche e viziose. Fu nuovamente un incantesimo, e un lungo fremito mi attraversò. I demoni che nascondeva dentro di lei, erano anche i miei. Così quella poesia disperata e magica con cui teneva in bilico le sue canzoni palpitanti e fatali, miste a quella voglia di fuggire, mi dicevano di nuovo la verità su quel freddo che avevo dentro e che mi faceva scricchiolare le ossa. Non si può entrare da nessuna parte senza la chiave, in nessun cuore… ma in quei giorni avevamo gli occhi alla stessa altezza. Mentre girovago nel mio buco guardo la foto appesa al muro, risale a quando ero bambino e stavo in braccio a mia madre. C’è anche mio padre con i baffi neri che sorride. È proprio vero che non si ha mai abbastanza tempo, se non per pensare a se stessi. Mi ha fatto bene ritrovarla mi sono sentito addosso lo stesso rovescio di pioggia, e quel tentativo disperato di trovare una via d’uscita… ma il tempo non aspetta nessuno, figuratevi uno come me.

Si la stella passava dolcemente, la corrente continuava a scorrere. Si eravamo tranquilli e rilassati. E la guardavamo volare. E il tempo non aspetta nessuno. E non vuole aspettarmi. E il tempo non aspetta nessuno. E non vuole aspettarmi. (Time Waits For No One – The Rolling Stones).

Bartolo Federico 

mercoledì 10 gennaio 2018

Promesse Spezzate

 L’amore è solo dentro quelle stupide canzonette da quattro soldi, che fanno arricchire quei cantanti e discografici da strapazzo che le mettono ancora in giro. Sono scritte e suonate a immagine e somiglianza dei loro sogni… ma chi cazzo se ne frega del festival di Sanremo, con tutti i problemi che abbiamo. Per uno come me poi, che ha preso da tempo brutte abitudini e non ha più fiducia in nessuno, l’amore è solo una bella e sana scopata, quando capita. Il mio compare di tavolino è davvero un tipo loquace, e da un bel pezzo mi cicaleggia vicino l’orecchio le sue inquietudini. “Li sento già gli innamorati, seguita a dire inveendomi contro; ehi stronzo, l’amore e quello che ti cambia la vita, che ti fa volare, e ti riempie di speranza”…. e bla, bla, bla, via discorrendo. Ma a queste cose ci credono solo quei poveracci, che ancora abboccano a quelle filastrocche. Certo, quando sei giovane e preda dei furori infantili, sei giustificato: l’amore ti abbaglia la vista e il cuore, e ti rende vulnerabile. Dopo, è come la pioggia e il vento. È un farsi compagnia, un tentare di comprendersi nell’infinita differenza dei caratteri di ciascuno di noi. Allungò un braccio e ordinò un whiskey. “Per sopportare meglio il marciume che mi porto appresso”, asserì. Ho udito il sibilo della macchina del caffè dietro di me, e sorridendogli ho vuotato il mio bicchiere. Mi sono messo a fumare, cercando di far passare le ore di quel giorno di merda. Sono solo stronzate quelle canzoni. Non hanno niente a che vedere con l’amore, folle, ribelle, disinteressato e infuocato. Quello che ti contorce le budella e ti ubriaca di passione. “Il fatto, amico mio, è che vogliamo prendere tutto per noi, senza mai pagare niente”, concluse, gettandosi dentro le viscere il J&B che il barista gli aveva posato sul tavolino. Poi, con tono scuro mi chiese: E tu, da quanto sei andato a fondo? Non è un posto cattivo il bar scommesse dove mi trovo. Si sta tranquilli. Il titolare è un ragazzo che ci lascia anche fumare… ma non troppo. Da lì dentro posso vedere la gente passare di fretta, e sbirciare anche una fetta di cielo. Non è poco. La maggior parte dei clienti sta radunata attorno a un tavolino in fondo alla sala dove prepara le proprie scommesse, senza fare troppo baccano. Navigano nella speranza di acchiappare, quantomeno, i soldi per la spesa dell’indomani. Sembra di essere sospesi in un altro mondo, c’è una strana atmosfera. Come se John Coltrane si fosse celato da qualche parte e suonasse un blues, in modo lieve ma doloroso. Mi piace questo posto… e anche quella ragazza con tutti quei capelli sciolti di fronte a me che ha due labbra fantastiche. Sembra una puttana, non lo dico in senso sprezzante, ma solo per individuare le tipe per cui un uomo è pronto a fare follie, pur di possederle. Le altre che uno incontra sono come l’aperitivo prima del pranzo domenicale, come una pietanza un po’ sciapa. Questo loro lo sanno bene. Difatti sono le più stronze, le più dure, le più arrabbiate di tutte. Sono rientrato nel mio piccolo buco, e ho guardato le cose di cui mi circondo. Le chitarre, i dischi, la scrivania, i libri, e il divano malandato che mi ha lasciato in regalo il vecchio inquilino. Sullo scrittoio c’è la mitica macchina da scrivere di mio padre, che però non uso mai. Ho staccato il cellulare, ho acceso lo stereo e messo del blues a ciclo continuo. Sono andato alla finestra, dietro di me la musica si è fatta sempre più straziante. Si resta soli senza rimedio. Succede sempre così quando hai smesso di piacere. Chiodo schiaccia chiodo è la migliore soluzione. Ho preso la chitarra e con le dita ho sfiorato le corde. Era intonata e pronta a suonare. Non è altro che un combattimento la nostra esistenza, fatta di rinunce, tristezza, piccoli e grandi dubbi. Allora si retrocede verso la trincea, stanchi esausti, e non si ha più voglia di combattere, ma solo di starsene lontani dal genere umano. Rintanati in silenzio nel proprio pertugio. Quelli che hanno visto la mano della fortuna cambiare rotta sanno che non c’è proprio nulla da vincere in questa vita. Lei se n’era andata alla chetichella. Era fuggita di mattina presto. Come anche a me era capitato di fare. Succede, a chi confessa qualcosa, che provi un senso di paura, di vuoto. Può anche darsi che non aveva retto alla mia confusione… ma non mi andava di darle alcuna colpa. In fondo, non volevo neppure saperlo il perché. Sono andato a lavoro a piediè davvero piccola la mia città. Un paio di chilometri e l’attraversi tutta. Ho pensato a mia madre mentre camminavo. Una donna sola, battagliera, austera. Fumava Marlboro pacchetto duro, che comprava a stecche. Dopo passò alle Merit. Quando la penso, lo sento ancora presente quell’odore di sigarette che le impregnava i capelli ispidi. E la rivedo seduta vicino alla finestra della cucina, silenziosa e assorta, con il busto piegato in avanti che si regge il viso fra le mani. Ho attraversato la strada e ho sentito dentro di me Bessie Smih cantare Shipwreck Blues. Come molta gente che soffre di depressione, anche lei nascondeva la bottiglia. Si comportava normale, mentre era esattamente il contrario. Se ne andava a fondo, imbarcando acqua da tutte le parti. Non era riuscita in alcun modo a trovare una rampa di salvataggio… e quei gorghi se l’inghiottirono piano piano. Era una bella donna, mia madre, sfortunata in amore come lo sono in tanti. Io l’ho amata – e anche molto – così com’era. Gli ultimi settecento dollari destinati alla droga li trovarono nascosti nella vagina a Billie Holiday. Li aveva guadagnati in quel letto d’ospedale, dov’era ricoverata. Aveva venduto ad un giornale i diritti sulla storia della sua vita. Ogni tanto servirebbe fare come Sleepy John Estes per dimenticare ogni cosa. Schiacciare dei pisolini nei posti più impensati… è davvero un buon modo per staccare la spina e risollevarsi. John viveva a Brownswille, una squallida periferia del Tennessee, un esistenza precaria e indigente, insieme ai genitori e a quindici fratelli. “Quando sei nero, questo basta per farti vivere nella miseria”, ripeteva. Da piccolo fu colpito da un sasso e perse la vista dell’occhio destro. Suo padre gli regalò una chitarra che lui iniziò a suonare nelle feste e ai banchetti, facendosi accompagnare dal mandolinista James “Yank” Rachell e da suo cognato Hammie Nixon all’armonica. Un bluesman Sleepy dalla voce rauca e sofferente, che arrivava a spezzarsi di commozione nei momenti più intensi, eseguendo un blues semplice e scarno, ma assai emozionante. L’aria era di nuovo fredda. Mi sono fatto un caffè e versato due dita di Jack Daniels in un bicchiere. Ho acceso la lampada sulla scrivania. Non mi va di firmare assegni in bianco, ed è per questo che non ho mai preteso nulla da nessuno. Ho sentito un freddo pazzesco, e nella penombra della stanza ho visto molte cose di me. Mi sono reso conto che sono stanco di fingere e di dire bugie per cercare di salvarmi ad ogni costo. Ho sentito una profonda tristezza attraversarmi. Al diavolo! Alle volte occorrerebbe lanciarsi a volo d’angelo nel precipizio e senza paracadute. Il rullo del piano di Poor John Blues mi ha fatto tremare di paura. Sleepy John Estes iniziò a registrare nel 1929 in una stanza del Peadboy Hotel di Memphis per la casa discografica Victor. Fu in quelle sessions che incise anche una rivisitazione magnetica del classico Milk Cow Blues di Kokomo Arnold. Bisogna stare attenti che non si finisca di sognare. Può accadere tutto in una volta, senza che nessun campanello d’allarme ce lo segnali… ad un tratto si diventa pigri, abulici, e non si vuol fare più niente, neanche parlare con le nostre ombre. Me lo disse lei una sera, mentre eravamo seduti a tavola, che l’esistenza è una messa in scena. C’è ne andiamo tutti quanti in giro, con la nostra pantomima, calandoci sempre più nel nostro personaggio… e non c’è verso che si cambi finzione. Siamo attori e registi del nostro film. Ho fatto una smorfia ed ho pensato che, alla fine, sono quelli che hanno smesso di dire bugie ad essere chiamati pazzi. Sleepy John Estes era come un cane che aveva preso troppe botte, e non si fidava più di nessuno. Sin da ragazzo gli piaceva starsene da solo, e camminare nell’oscurità. Non aveva paura, era in quei meandri che, in fondo, si sentiva a suo agio. Aveva un carattere ruvido, difficile, e con l’ombra del male di vivere sempre presente nella sua anima. Fu una vita durissima la sua. Se penso ad un volto per definire il blues, quello è il suo. Senza dubbio. Dopo le incisioni per la Victor, se ne andò a Chicago, dove incise per la Decca e anche per la Bluebird, vivendo, però, sempre in modo assai precario. Arrivò a registrare anche con la Sun Records, prima che Sam Philips scoprisse Elvis. Era diventato quasi cieco: si ritirò e scomparve di scena, finendo nel dimenticatoio più assoluto. Nel 1962 lo riscopre, alloggiato in un fienile con la moglie e i suoi cinque figli alla periferia di Brownsville, il regista David Blumenthal che stava girando un documentario sul blues. Una musica nata nella povertà e nell’ignoranza che, a dispetto del tempo, non ha perso un grammo della sua magia. Una musica indefinibile perché racchiude dentro di sé lo spirito stesso dell’uomo. Il blues non si scrive ma si vive”. Questo me lo ha detto Johnny Shines. Non sempre, ma è possibile dimenticare. Le strade traboccano di bar, di visi, di sorrisi, di cose che lei non avrebbe potuto darmi. Nel primo pomeriggio qualcuno aveva suonato più volte al citofono, ma non avevo risposto. Sleepy John è morto nella povertà più assoluta, i suoi funerali furono pagati da Michael Bloomfield e Ry Cooder, suoi grandi estimatori. Come sempre mi ha soccorso la musica. Mi ha salvato dal precipizio. Forse, sarà stata colpa della luna, ma avevo trovato ciò che cercavo. Quando ho smesso di prestarle attenzione, ho pensato che a quell’ora della notte solo i lupi mannari erano in giro, e chi viaggia dalla parte opposta della strada. Il dolore, però, si era tramutato in rabbia, ed allora sono uscito. I miei passi risuonavano sul selciato, e faceva un freddo boia. Ho camminato per dei chilometri, nascosto nel buio. I blues continuavano a venire giù, come in un diluvio. Nudo, diritto, silenzioso, immobile, ho ascoltato il vento… ed era come se mi parlasse. In quelle folate ho avvertito l’anima di mia madre, e anche di altri che non ci sono più. E’ probabile che non abbia saputo comprendere il suo disagio e prendermi cura di lei. Avevo il morale a terra. Forse non ho capito mai nulla… ma forse un giorno… Forse, domani… 

Bartolo Federico

mercoledì 27 dicembre 2017

Viaggiatori nella Notte

L’aria sapeva di temporale. Camminavo di sbieco con le mani nel soprabito, attraversando la notte. Guardai l’orologio. Erano le due passate da un quarto. Il cuore mi batteva come fosse un motore ingolfato e gorgogliava nostalgie brucianti. In qualche modo, ognuno di noi si porta appresso le proprie menzogne, riflettei, senza le quali è impossibile tirare avanti… ma bisogna saper mentire, e non tutti sono in grado di farlo. Matilda non c’era mai riuscita. Lo compresi subito, dalla prima sera che uscimmo insieme. I suoi occhi erano di un azzurro cielo, che ci si poteva specchiare. Occhi troppo puliti per avere imparato a dire bugie. Accesi una sigaretta di controvoglia, tirai una boccata e la gettai via. Specchiandomi nella vetrina di un negozio di articoli da regalo, notai che avevo la faccia greve e dolente, la faccia di un blues. In fondo, le nostre falsità ci fanno sopportare anche quelle degli altri, seguitai a pensare. E mi sentii come un mucchio d’avanzi, gettati via dopo il cenone di capodanno. “Cavalieri nella tempesta / Cavalieri nella tempesta / nati in questa casa / buttati in questo mondo / come cani senza un osso / come attori senza la parte” (Riders On The Storm – Jim Morrison). Non c’è niente di gratuito in questo mondo, neanche la pietà. Alla fine è sempre la nostalgia che ci permette di restare in piedi, che ci rapina i sentimenti, che fa scattare quella molla e ci salva dalla tempesta. Anche quando pensiamo di esserci liberati per sempre da quella cosa che ci faceva penare, non sappiamo mai se lei ha lasciato noi. Pioveva sempre. Accidenti. Il vento sferzò la pioggia strizzandola. A che serviva prendersela con gli altri, è sempre con noi stessi che dobbiamo fare i conti. Come nodi che vengono al pettine, abbiamo tutti qualcosa da regolare. Camminavo lento, con la sottile percezione di aver inseguito le cose sbagliate… e quella notte non ebbe fine. Sono sempre stato il miglior nemico di me stesso. Nulla da invidiare a nessuno, per questo. Ho commesso un errore dopo l’altro, ho abbassato la guardia e mi sono fatto fottere dalle circostanze. Erano le quattro e tre quarti della notte. “Quando sei strano i volti vengono fuori dalla pioggia. Quando sei strano nessuno ricorda il tuo nome” (People Are Strange – Jim Morrison). Attraversai la strada, nel momento esatto in cui un’auto sfrecciò veloce e mi schizzò del fango sul soprabito. Al market aperto 24 ore su 24, comprai un giornale, latte e biscotti in offerta speciale. Nel distributore automatico presi le sigarette e un accendino. Dovevo smettere di fumare. Con quello che costavano e con il poco denaro che guadagnavo dovevo pensare solo ai bisogni primari. A conservarmi. Dopo tutto, non è che abbia mai avuto grandi pretese, anche quando frequentavo l’altra vita, quando avevo un lavoro stabile. Adesso, a furia di scagliare colpi alla cieca, mi sentivo vuoto e senza prospettive. Avevo perso tutte le forze, ero inerte. Ma dovevo pur esistereStavo in silenzio, seduto sulla poltrona, ascoltando la pioggia che crepitava sul vetro e The Boatmnan’s Call” di Nick Cave. Mi assopii. Avevo sempre lavorato come operaio in una fabbrica di profilati d’alluminio, impiegato alla fusione. In quella fabbrica avevo conosciuto Matilda. Il mio amore. Era un addetta alle pulizie. Quando la vidi la prima volta, dentro quella salopette celeste di una taglia più grande, aveva i capelli raccolti dentro una cuffia bianca e armeggiava con scope e strofinacci, mi sembrò stupenda. Come lo era d’altronde. E mi tremarono le gambe, quando mi accorsi che mi osservava con interesse. Ora, ti amerò / Finché dal paradiso non pioverà più / ti amerò finché le stelle non sprofonderanno dal ciel o/ Per te e per me”. (Touch me – Jim Morrison). Anna mi svegliò delicatamente, toccandomi la spalla. Possedeva una copia delle chiavi di casa che gli aveva dato Matilda e che io le avevo lasciato. Tutto era tale e quale a quel giorno in cui se ne era andata. Anche gli oggetti sui mobili di casa erano nella stessa posizione di quando c’era lei. Aprii gli occhi mostrandole un sorriso stinto.Vieni a mangiare Al – mi borbottò – si fredda tutto”. Era il mio angelo custode. Poco prima di cedere al sonno, una paura tremenda mi aveva invaso. Poi la sentii respirare e ascoltai la sua voce, la vidi alzata davanti a me. Tutto era ritornato… lì in un attimo. Nella casa dell’amore / Io conosco il sogno / Di cui vai sognando / Io conosco la parola / Che spasimi per udire /Io conosco la più profonda e segreta delle tue paure”. (The Spy – Jim Morrison). Cenammo, ascoltando il notiziario delle 19.30. Aveva preparato una zuppa di ceci con i crostini di pane e del purè di patate. Mentre mangiavamo, mi schernì con tenerezza , provando a tenermi alto il morale. Come avrei fatto senza di lei, mi chiesi, restituendole un sorriso dolce. Mi aiutava perfino con l’affitto di casa quando non c’è la facevo a pagare. Tra un boccone e l’altro mi raccontò che avevano arrestato un ragazzo, perché aveva preso una barretta di cioccolata in un supermercato. Il personale lo aveva inseguito e consegnato alla polizia. Solo serpi che strisciano si comportano in questo modo. Gliela avrei pagata io quella barretta dissese fossi stata lì. E anche adesso, se servisse a qualcosa. Non c’è più umanità nella gente, siamo l’uno contro l’altro, pronti a scannarci, ad ammazzarci, per un nonnulla. In un paese dove la cancrena è nello Stato, dove tutti razziano, dove si commettono crimini terribili, dove sciacalli internazionali ci succhiano il sangue, dove si spezzano le vite di milioni di persone, riducendole sul lastrico economico e morale. In un paese dove nessuno ha mai pagato per le stragi commesse, devi mandar giù che un ragazzo venga condannato a due anni di carcere per una simile stupidaggine. Mi chiedo Al, ma che razza di giudici abbiamo, se non hanno provato nessuna vergogna, ad emettere questa sentenza?. Se non hanno provato nessun disagio a guardare i loro figli in faccia, la sera. E’ un paese che merita solo l’indulgenza del disprezzo” – affermò… e lo disse con rabbia, quasi gridando. Per quanto mi riguardava, da un bel po’avevo smesso di credere alla giustizia degli uomini e anche a quella divina. Questa e’ la fine / bellissima amica / Questa e’ la fine / Mia unica amica/ la fine / dei nostri piani elaborati / la fine di ogni cosa stabilita / la fine / né salvezza o sorpresa / la fine…” (The End. – J Morrison) Bisogna che vi arrangiate!” ci avevano detto i capi dell’azienda. Le classi dirigenti e i mafiosi usano gli stessi metodi per liquidarti. Sacchi d’immondizia da gettare in qualsiasi momento. Questo eravamo. La nostra vita non contava un cazzo. I loro numeri parlavano chiaro. Era più conveniente spostare la produzione in Cina, dove il lavoro non viene pagato come dovrebbe essere. Dove i più elementari diritti umani vengono calpestati e nessuno fa nulla. Anzi, si fa finta di non vedere. Perché il grasso cola. Quel giorno ci contestarono quasi di esistere. La globalizzazione, il liberismo, la concorrenza, l’euro… di tutto questo ne avremmo tratto solo benefici. Saremmo cresciuti economicamente, diventati competitivi, questo andavano blaterando i politici, nei loro dibattiti televisivi, sorretti da giornalisti ed economisti, pagati per assecondarli. C’era un odore nauseabondo, che mi perforava le narici. Il piano era chiaro, ci volevano rendere ancora più servili, cosi proni ai loro comandi da accettare qualunque decisione avessero preso a riguardo delle nostre vite. Avevano pensato a salvare le banche, con i loro bilanci fittizi e le loro schifezze perpetrate a scapito di tutti noi, le uniche responsabili di questo dolore collettivo. Aziende con un evasione fiscale che avrebbe risanato l’intera economia. Ma dubito che in quelle stanze gli agenti del fisco sarebbero andati a verificare. Piuttosto, lo Stato aveva trovato il modo di raggranellare il denaro per rimpinguargli gratuitamente le casse. Stavano rendendo il lavoro un illusione, un miraggio che, se e quando lo ottenevi, era facilissimo ricattarti. La solita storia dei ricchi contro i poveri, ma questa partita si stava giocando con una crudeltà senza pari. Mai fidarsi degli uomini, è come farsi uccidere. I servi hanno il potere / gli uomini cane e le loro meschine donne / Tirano su povere coperte / I nostri marinai / Sono stanco delle facce austere / che mi fissano dalla tv / Torre / ci voglio delle rose dentro”(The Severed Garden – Jim Morrison). Ci sarebbero voluti i poeti al potere. Forse, gli unici in grado di ridare una nuova anima al mondo. Nonostante tutto, avevo provato a reagire allo sconforto, mi ero dato da fare. Finito il periodo di cassa integrazione e di lotta, per tentare di riprendermi il posto perso, cercai di svolgere qualsiasi mansione. Accettavo tutto quello che mi si proponeva. Guardiano notturno nei cantieri edili, imbianchino, autista, anche piccoli lavoretti a servizio di chiunque mi pagasse la giornata. Cercavo di andare avanti, al contrario di Matilda, che dopo il licenziamento era precipitata nella notte più nera. Si era distaccata da tutto e da tutti, non riusciva a reagire a quello stato di cose. Era finita per inghiottirsi dentro se stessa, ogni giorno di più. Il suo fu un viaggio spaventoso nelle tenebre. Mi versai un whisky e accesi una sigaretta. Il buio si era insediato nella stanza. Per non restare da solo, cercai il suo disco preferito, “Closing Time” di un giovanissimo Tom Waits, allora scombussolato di romanticismo. La puntina si poggiò frusciando: Una ninnananna alla mia piccola, non piangere tesoro. Ci sono gocce di rugiada sulla finestra, caramelle di gelatina nei tuoi pensieri. Stai scivolando nel mondo dei sogni mentre reclini, lentamente il capo”. (Midnight Lullaby Tom Waits). Mi alzai dalla poltrona per prendere il posacenere. Lo feci lentamente, molto lentamente, per paura che andassi del tutto in frantumi. Mentre il cielo diventava color rame, quella città mi sembrò un posto non peggiore di altri. Entrai in un bar qualsiasi e mi sedetti sullo sgabello vicino al banco. La cameriera mi accolse con un sorriso opaco e senza quei formalismi del cazzo che mi mettevano a disagio. La osservai mentre preparava il mio Johnny Walker etichetta nera. Era bella, ma di quella bellezza artificiale. Troppo perfetta, per uno come me. Quando mi passò il whisky e si mise a parlottare del più e del meno, mi sembrò più vera di come mi era apparsa di primo acchito. Un altro viaggiatore nella notte, rassomigliante a Jena Plissken, prese posto accanto a me. Mi scrutò con occhi vitrei e ordinò un bourbon liscio. Lo sai il giorno distrugge la notte. La notte divide il giorno. Ho provato a correre. Ho provato a nascondermi. Fatti strada verso l’altro lato”(Break On Through – Jim Morrison) Erano tre anni che non stavo più con una donna. Da quando Matilda si era ammalata. Da quando diceva che voleva addormentarsi, per non svegliarsi più. Allora non provai mai a forzarla, e pensandoci adesso, probabilmente sbagliai. Forse lei non si era sentita più desiderata, ma io l’amavo con tutto me stesso e avevo solo paura di ferirla, di farle del male. A volte, non sai mai qual è la cosa giusta da fare. Uscii dal bar e presi a camminare senza meta per la città. Era solo un modo per non impazzire del tutto. Non riuscivo a dormire e, per seminare i miei spettri, vagare nell’ombra era diventato quasi un obbligo. Le volte che mi capitava di non aver voglia di muovermi, restavo chiuso in casa. Mi accadeva di chiamarla ad alta voce e continuare a farlo pensando che lei mi rispondesse… ma i morti non parlano. Reami di felicità, reami di luce. Qualcuno è nato per vivere benissimo. Qualcuno è nato per stare in delizia. Qualcuno è nato per una notte senza fine..” (The End of the night – J. Morrison). Quella mattina risvegliatomi, misi sul fornello la macchina del caffè e aspettai che venisse fuori. Lo versai in due tazze e ancora fumante ne portai una a Matilda, che sonnecchiava raggomitolata nel letto. La baciai tra i capelli come facevo sempre, lei scoperchiò le coperte e mi abbracciò. Fu un abbraccio inconsueto, forte e lungo… ma solo dopo mi resi conto che non lo aveva mai fatto in passato. Prima che tu diventi incosciente. Vorrei un altro bacio Un’altra possibilità di grande felicità. Un altro bacio, un altro bacio. I giorni sono luminosi e pieni di dolore. Prendimi nella tua sottile pioggia” (The Crystal Ship – J. Morrison)Anna mi attese tutto il giorno sotto il portone d’ingresso… e non permise a nessuno di avvicinarsi e neanche di contattarmi al telefono. Quando mi vide svoltare l’angolo del palazzo, mi venne incontro. Non ci fu bisogno che dicesse nulla, lessi tutto in quello sguardo perso nel vuoto, in quell’abbraccio senza fine che mi diede. Se ne era andata per sempre, ingerendo barbiturici. Così è la vita. E’ così che tutto finisce! Anna aveva suonato alla porta, senza ottenere risposta. Suonò ancora una volta. Niente. Alla fine, apri con la chiave e trovò Matilda riversa sul letto. Dal controllo che fecero gli inquirenti non risultò che avesse lasciato alcun biglietto per spiegare il suo gesto. A quel punto la mia guerra era terminata. Perché, finché si lotta, ci si aggrappa alla speranza; dopo si penetra sgomenti dentro al buio. Nel nulla più assoluto. Yeah, vieni / Quando la musica é finita / Quando la musica é finita, / Spegni le luci / spegni le luci (When The Music’s Over – Jim Morrison). Qualcuno mi consigliò di lasciare quella casa, ma non l’ascoltai. Era l’unico modo per sentirla ancora viva, per continuare a parlarle, per seguitare ad amarla. Il cielo si punteggiò di stelle. Attraversai la notte, prima con passi lenti, poi sempre più spediti. Un viaggiatore solitario si spinge sempre più lontano. Ma fino a dove si può arrivare? Dove bisogna che si fermi? Nessuno lo sa con precisione. Entrai in casa che erano quasi le cinque della stessa notte, il giorno dopo. Mentre ululavo alla luna, nella semioscurità avevo notato due ragazzi che camminavano abbracciati, come Dylan e Susan Rotolo, nella foto di copertina di The Freewheelin”. Le era sempre piaciuto quello scatto, sosteneva che noi assomigliassimo a quei due. Abbassai le palpebre che quasi mi s’incenerirono e mi venne un capogiro che dovetti appoggiarmi alla parete. Quando mi scollai, il cuore prese a battermi in maniera inaudita e iniziai a sudare freddo. Nel chiaroscuro del salottino, strinsi quell’ellepì e mi avvicinai alla finestra. Scostai la tenda, una bava di luce penetrò. Tirai fuori il disco e un foglietto cadde a terra. Lo raccolsi e, con le mani che mi tremavano, lessi quell’ultimo brandello di vita: Sei l’essenza di tutti i miei sogni, Al. Ti amo. Come un’altra, voglia Dio, possa amarti. Matilda”A ricordo di Jim Morrison, Re Lucertola.

Bartolo Federico

domenica 17 dicembre 2017

Nessuna via d’uscita

La pioggia si era messa a schizzare da ogni parte, l’uomo si passò una mano sulla fronte, ma incomprensibilmente tardò ad andare via. Era vestito con abiti signorili e vederne uno in quella zona della città, era davvero una cosa che non passava inosservata. A guardarlo da dietro il vetro della mia finestra di casa, pareva uno di quelli che si vedono nei film noir. Con quelle scarpe nero lucide, l’abito di grisaglia e il trench beige portato con il collo alzato… doveva essere un manager o un uomo d’affari. Di certo apparteneva a quella razza umana, dei sicuri di sé. Uomini che anche sotto la pioggia (che lo stava inzuppando dalla testa ai piedi) restavano indifferenti. Mi allontanai dalla persiana e spensi il radioregistratore che suonava Are You Gonna Be There (At the Love-In) una canzone della Chocolate Watch Band contenuta in “No Way Out”, album uscito nel 1967. Una garage band tosta, rude, messasi insieme nel 1964 a San Jose, città vicino San Francisco. Il gruppo, composto da Ned Torney, Mark Loomis, Jo Kemling e Tom Anton, aveva una passione sfrenata nel suonare con chitarre taglienti un rock’n’roll grezzo, di grande impatto emotivo. Esordirono con un 45 giri contenente la cover ben fatta di It’s All Over Now Baby Blue di Bob Dylan, anche se la loro influenza principale restava quella congrega di bastardi e drogati dei Rolling Stones. Si racconta che la versione di Come on fece impallidire lo stesso Mick Jagger quando la sentì. Non so perché ma mi ero tolto le scarpe, e dopo un po’ la pioggia smise di cadere. Guardai nuovamente fuori dal vetro, e di quell’uomo non c’era più traccia. Sparito nel nulla, come alle volte scompaiono certe cose di noi. Era da un po’ che il peso di quello che facevo, o che non facevo, mi schiacciava verso il fondo. Cercare un senso a tutto questo non è che migliorasse la situazione. La mia voglia di verità e giustizia era fatica sprecata, destinata a rendermi la vita ancora più triste. Così quella sensazione di sentirmi in trappola aumentava. Forse, ragionai, è solo una questione di prospettive ma, in fondo, vale sempre la pena di viverla questa vita. Anche quando inghiottiamo merda a palate, e ci sentiamo soffocare dagli eventi. C’è sempre un modo per rimetterci nuovamente sulla strada dei sogni. Alle volte una frase, un libro, una giornata di sole, un bicchiere di Jack Daniel, una scopata con i fiocchi, bastano per superare quei marciapiedi malconci e sconnessi, in cui ci troviamo a camminare. Alle volte serve anche una canzone dei Kinks, per sorreggerci e riprenderci dallo sbandamento. Turbolenti e aggressivi i fratelli Davies, tanto che i loro concerti si trasformavano sovente in gigantesche risse. Con liriche ironiche sostenute da un rock-beat energico e diretto, Ray e Dave entrambi chitarre e voce, prendevano di mira con le loro canzoni la piccola borghesia inglese. Nati nel 1963, dopo un breve rodaggio volarono in cima alle classifiche con You Really Got Me, un pezzo che diventerà negli anni un classico riproposto da un infinità di artisti. Nel 1979 vanno in tour in America, ed è da quelle notti passate sui palchi che nel 1980 venne tirato fuori “One For The Road”. Un disco che offre abbastanza materiale di successo, e che diventerà suo malgrado come un antologia… ma è anche vero che è un disco per chi si muove in tante direzioni diverse, e si trasforma in tante persone diverse. La vita non è altro che una concatenazione di eventi, di frammenti, di ricordi. Non esiste una giusta lotta. Ho spento la sigaretta con odio. Non sapevo più cosa pensare. Il diavolo mi era saltato fuori con un ruzzolone da una scatola di ricordi, chiusa da chissà quanto tempo. Ebbi come l’impressione di essermi infilato dentro una di quelle buche da cui è difficile uscirne senza niente di rotto. Udivo il suo respiro, la sentivo muoversi nell’oscurità. La porta del bagno che si chiudeva, l’acqua che scorreva nel lavandino, i suoi morbidi passi mentre mi raggiungeva nel letto. Mi sentivo distrutto da quei pensieri. Allora accesi la luce e lo stereo in contemporanea, ricordandomi di un vecchio amico che in passato aveva riempito un vuoto. American Fool uscì nel 1982 e mi fece conoscere John Cougar, un ragazzo nato in un paesino del Midwest, nello stato americano dell’Indiana. Veniva dalla periferia quel figlio di puttana, bastardo e spocchioso, con il giubbino di pelle, una moto e i Ray-Ban sul viso. Mi sembrava che fosse giunto finalmente a casa mia il fratello più grande, che tanto avevo desiderato. Così, tenendomi sotto le ascelle la busta con quel disco comprato da “Melluso” un sabato pomeriggio, John entrò nella mia vita, mentre in sella al mio ciclomotore, un Bravo col motore truccato di colore rosso, guidavo nel traffico cittadino, credendo di avere un Harley DavidsonChina Girl, Jack & Diane, Thunder Hearts, Hurts So Good, furono una scossa di adrenalina. Canzoni che centrarono il bersaglio, e mi colpirono direttamente al cuore. Dopo aver pubblicato nel 1983 “Uh Uh”, un 33 giri dal piglio rollingstoniano, da sempre un suo grande amore, nel 1985 esce “Scarecrow”, un lavoro musicalmente più maturo dei precedenti, pensato e scritto in difesa della causa dei contadini, strangolati dalle banche e dalle scelte socio-economiche dell’allora presidente Reagan, che qui viene attaccato duramente in The Face Of The Nation. L’esempio che ha in testa Cougar (da sempre animato da una forte sensibilità sociale) è quello di Woody Guthrie… ma per questa battaglia non si presenta come faceva il vecchio Woody solo con una semplice chitarra “ammazza fascisti”, porta con se una band di duri e puri rock’n’roller, una band che suona pungente e acre quanto basta, per rafforzare il suo urlo di battaglia e di dolore.
“Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro Questa terra ha alimentato una nazione, questa terra mi ha reso orgoglioso E figlio mio, mi dispiace, ma non erediterai niente. Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro.” (Rain On The Scarecrow  – John Mellencamp/George M. Green).
La schiavitù del lavoro, le disparità, l’odio razziale, la povertà dilagante e le ferite dell’anima inflitte dai governi alla gente, sono i passi che servono per distruggere intere popolazioni. “The Lonesome Jubilee” è uscito nel lontano 1987 ma la solitudine, le difficoltà economiche ed esistenziali, i problemi del lavoro della gente di mezza età che sono i temi fondanti di questo disco, risuonano tragicamente attuali. Queste canzoni sono come tagli profondissimi, inflitti sulla carne viva delle persone. E’ uno di quei casi in cui le cose restano sempre le stesse, quando invece non dovrebbero esserlo più. Per uscire dallo sconforto, mi misi a suonare del blues. Charlie Patton, Blind Willie McTell, Son House, Bukka White, tutta roba incredibile. Mentre li ascoltavo cantare accesi una sigaretta, e ripensai a quello che mi aveva detto un anziano signore al supermercato: “alla fine le cose che ci distruggono non sono soltanto quelle che non facciamo, ma anche quelle che facciamo”… e che ci vuole molto tempo per venirlo a sapere. Ci vuole tempo per imparare tutto… perfino a difendersi. Anche i Flamin Groovies che sono un gruppo di rock’n’roll e rhythm&blues nato in California nel 1965, hanno dovuto impararlo. Il classico esempio, quello dei Groovies, di chi arriva sempre in ritardo all’appuntamento con la notorietà. Un po’ di sfiga, ma anche la voglia di essere controcorrente, sono sempre state le peculiarità della loro carriera. Per potere esordire furono costretti a stamparsi il disco da soli. Duemila copie in tutto. Solo in seguito la Epic, li mise sotto contratto… ma l’esito delle vendite di “Supersnazz”, per loro sarà disastroso. Nel tempo però quel vinile sarebbe divenuto un cimelio, ambito e ricercato da tutti i collezionisti di musica dei sixties. I Groovies, come chiunque abituato ad arrabattarsi, è gente abituata a masticare amaro, ma pur con mille difficoltà la band è arrivata con gli strumenti in mano fino ai giorni nostri. “Fantastic Plastic” uscito in questi giorni, mantiene ancora inalterata la loro voglia di rock’n’roll, in un era in cui questa musica ha perso molto della sua vivacità, e del suo antico estro. In tutti questi anni passati (pur restando nell’ombra) a servizio del rock, di loro rimangono comunque un pugno di canzoni, che t’incendiano l’anima. Anche se c’è soprattutto una loro canzone che ancora oggi viene suonata sui palchi dei seminterrati, dei garage o dei piccoli club, che avrebbe meritato palcoscenici più blasonati. Un vero classico Shake Some Action, per chi è rimasto seduto in seconda fila, nel grande Luna-Park del rock… e la versione che suonarono Charlie Pickett And The Eggs nel disco d’esordio intitolato “Live At the Button” del 1982, è semplicemente fantastica. Un brivido lungo un miglio. Una canzone che suona come un canto di vittoria per tutti quei sognatori, canaglie e solitari, caduti e sperduti per il troppo furore di vivere. Graham Bond era uno dei padri del blues inglese. Morì travolto da un convoglio della metropolitana londinese, contro il quale era caduto ubriaco e drogato. Ci sono inferni che non si immaginano neppure… ma nessuno può fermare lo scorrere del tempo. Nessuno. Possiamo solo sistemare i ricordi dentro i cassetti della memoria e, andando avanti, cercare solo di limitare i danni. Prima che arrivi il silenzio.

Bartolo Federico