giovedì 26 marzo 2015

Ingannando Il Boia

Si lo so gli anni settanta roba datata, preistoria del rock, capelloni e spinelli, polvere e vento. La California. La terra dell’uva la chiamò Jack. Assomiglia tanto alla mia Sicilia, credetemi. E poi i Doobie Brothers. Roba di facile ascolto, melodie raffinate dicevano i più intransigenti. Una macchina perfetta del rock business. Musica da radio a modulazione di frequenza. Certe cose non tornano lo so bene, e ci si sente ridicoli anche a sentire certa musica. Perché non sei alla moda, non sei figo, non sei al passo dei renziani rottamatori doc. Ma io me ne fotto, come ho sempre fatto, e vado dritto per la mia strada. Volevo tornare laggiù in qualche modo per indossare ancora certi ricordi. Mi è capitato di farlo in un giorno di fine marzo. Che male c’è? Mi piacciano sempre i robivecchi dell’anima, quelli che viaggiano fuori mano anche se è solo per farti un dispetto. E poi in questo disco ci sono Ry Cooder, Bill Payne dei Little Feat, Maria Muldar, Curtis Mayfield gente che si è tenuta lontano dalle grandi strade del rock, e che si è cambiata d’abito dietro un qualsiasi distributore di benzina della Shell. A suo tempo l’ho scovato quasi per caso questo vinile, mentre se ne stava rannicchiato nel reparto dei forati della Warner. Che non erano altro che quei dischi che costavano poco. Bassifondi del rock. Adatti alle tasche di sfaccendati, di gente che come me, non aveva mai una lira. Arrivò con uno strano sorriso in quei giorni della strada selvaggia, delle insegne al neon, delle cadute, dei fallimenti. Dell’asfalto nero e lucente, della liberta, delle lacrime, delle passioni irrefrenabili, della mia impulsività. Con quell’aria da straniero che mi portavo appresso, carico di solitudine, era solo per  un miracolo se restavo ancora in piedi. In quelle notti di seghe, di stordimenti, immaginavo il west, i saloon, i cespugli, i muri cadenti, e quelle vecchie case perse nella prateria. Stavo andando. Non so dove. Adesso è solo un rimpatrio, tra vecchi amici di sbronze. Ma allora era un continuo camminare senza stare in guardia, solo per vedere cosa nascondeva la notte nei suoi silenzi. E poi c’era sempre quella luna a forma di osso, che man mano che s’ingrossava nel cielo illuminava lo straniero solitario che tornava a casa.

Bartolo Federico




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