venerdì 6 gennaio 2017

Detroit City (non smettere di ballare il rock’n’roll)



C’ero finito per caso in quel posto di anime sperdute, l’unico aperto a quell’ora della notte. Un caffè con due grandi ventilatori sul soffitto, e un vecchio flipper scassato messo in un angolo. Sorseggiando un whisky allungato con acqua, guardai la ragazza con cui mi ero incrociato uscendo dalla toilette. Nel bagno si era rifatta il trucco e sistemata l’acconciatura, poi con aria spavalda aveva attraversato la sala e si era seduta sullo sgabello del bar, proprio davanti al bancone. Guardando dritto negli occhi il barman, ordinò da bere appoggiando i gomiti sul ripiano di marmo. Il barista in una coppa che tirò fuori dal frigo ci versò due terzi di vermouth dry, un terzo di kirsch, ci aggiunse un cucchiaino di granita, e le allungò il suo bicchiere di Jack Rose. Si beve per svariati motivi. Per la paura del presente, del futuro, per smorzare l’ansia, o come anestetico. Ci sono però anche quelli più imprudenti, quelli che bevono per il piacere di bere. Gente che non si crea nessun senso di colpa, come quella donna lì. Smorzai gli occhi nel momento esatto in cui una fitta al collo mi fece mancare il fiato, e presi a massaggiarmi delicatamente la nuca. Era da giorni che pioveva in città per il passaggio di una perturbazione africana, e l’umido aveva riacutizzato i miei disturbi alla cervicale. La ragazza terminò di bere si alzò e si avviò lentamente verso l’uscita, cosa che fecero in contemporanea anche altri due clienti. Non appena fuori si fermò davanti al lampione che stava proprio di fronte all’ingresso, si girò verso il barman e scambiandosi un occhiata di complicità, scomparve nel buio. Abito al secondo piano di un palazzo di colore giallino, l’appartamento è di tre stanze. Sulla mensola della cucina ci ho messo una radio, che ogni tanto accendo quando i miei vicini si mettono a litigare. Il venerdì di buon mattino mi sono infilato le scarpe da jogging, e me ne sono andato a correre sulla riviera nord. Ho percorso una strada rettilinea a non più di sei sette metri dalla riva del mare. L’aria era fresca e siccome mi sentivo in vena, ho fatto uno sprint secco e deciso, come l’attacco di una canzone di Deniz Tek. Un chitarrista che ha trovato nuovi equilibri per far suonare il suo rock lirico, passionale e metropolitano, iniettandoci anche una vena aurifera di blues. Nel 2013 con Detroit ci aveva raccontato della sua città, regalandoci un disco bellissimo e imperdibile. Rinverdendo quel suono caro a tutti gli orfani di quella banda di rocker che ti levava il silenzio dal cuore, che erano i Radio Birdman. Detroit in questi anni di crisi mondiale è diventata una città fantasma con i suoi capannoni immersi nel degrado urbano, con i quartieri periferici sconfinati abitati da persone in preda alla disperazione più cupa, e abbandonate in un declino economico e occupazionale che sembra non trovare argini. Colpito profondamente da quel disagio sociale Deniz Tek ha scritto quelle canzoni per offrire un seme di speranza e di rinascita alla sua gente, e a tutti quelli sparsi per il mondo, che si trovano nelle loro stesse condizioni. Quell’album gli ha dato nuova linfa e così da allora non ha più smesso. Mean Old Twister si presenta con dodici brani in cui rinnova il suo credo, la sua dottrina, e placa le sue ansie con un rock semplice, che però t’inquieta e ti fa ribollire il sangue di una nuova voglia di trovare una generazione disposta a riempire quel vuoto nel rock, che si sta allargando a dismisura. Un disco di canzoni adatte a chi vive per strada e vaga silenzioso. La novità di un sax e di certe ballate notturne, mettono nuovi brividi intorno alle palpebre screpolate. Deniz Tek ha maturato notevolmente la sua scrittura e Mean Old Twister  lo conferma come uno dei più grandi outsider, nel panorama rock mondiale. Adesso le strade di Detroit sono più pericolose di un tempo e le zone critiche si sono allargate a dismisura per tutta la città. Gil Scott-Heron dall’alto della sua sensibilità lo aveva cantato nel lontano 1977 che cominciavamo a perdere The Motown, così come la chiamano i suoi abitanti Detroit. C’è guerra vera sparsa per il mondo. Alle volte è visibile perché veste i colori delle divise militari, altre volte è più subdola perché capitanata da gente fasulla, meschina, con il sorriso facile, che se ne sta spaparanzata come uno stronzo sotto il sole a sparare cazzate. Siamo dentro un conflitto, guardinghi e intolleranti verso tutto ciò che non si conosce. C’è stato un periodo in cui il cuore dell’industria a stelle e strisce era nel Midwest, nello stato del Michigan. The Motown è stata la città della General Motors, della Chrysler, GMC, Chevrolet, ma anche del soul, del rock’n’roll, del garage rock, del proto-punk. Bob Seger, Commander Cody And His Lost Planet Airmen, Al Green, Diana Ross, Hank Ballard, The Four Tops, Martha Reeves And The Vandellas, MC5, The Stooges, Alice Cooper, Ted Nugent, Funkadelic, Suzi Quattro, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Smokey Robinson And The Miracles, The Falcons, Jackie Wilson, Aretha Franklin, John Lee Hooker, The Knack, Grand Funk Railoard, Del Shannon, ed il burbero e scontroso Mitch Rider, sono tutti musicisti che provengono da quell’area geografica. Ma questa lista è solo parziale. Ho spostato la radio sopra una pila di libri. Dopo mi sono messo a fare le pulizie. Fuori piove e il vento increspa l’acqua nelle pozzanghere. Chi come Mitch Ryder è cresciuto ascoltando Sweet Jane, Subterranean Homesick Blues, Like A Rolling Stones, CC Rider, Rock’n’Roll, Soul Kitchen, Good Golly Miss Molly, Gimme Shelter, War, Heart Of Stone, House Of Rising Sun, On The Road Again, è di certo uno che ha il cuore al posto giusto. Uno con le palle quadrate, un vero dannato del rock. Nei primi anni sessanta pur giovanissimo se ne andava in giro con quelle canaglie dei Detroit Wheels cantando con quella voce aspra che si ritrova, musica R&B e soul. Iniziò come tanti a suonare per non finire prigioniero dentro una fabbrica, oggi che quel lavoro appare come un miraggio. Ma per via del suo carattere che non gli ha fatto accettare compromessi che lo avrebbero sicuramente spedito diritto dentro le hit-parade, è rimasto ai margini ad arrancare. Ma alle volte nei pugni che la vita ci riserva e che ci sconcertano, c’è racchiuso un dono. Quando le speranze di rivederlo in giro si erano spente sbucò John Cougar Mellencamp, che lo tirò fuori da sotto quella pioggia torrenziale in cui era finito. La copertina di Never Kick A Sleeping Dog del 1983 è uno scatto che lo riproduce come un bastardo selvaggio, come il Marlon Brando di Fronte Del Porto, e questo dà subito indicazioni sul contenuto del disco. Il leone di Detroit sigaretta tra le dita, carte da poker gettate sul tavolo, e uno sguardo di chi non è abituato a piangersi addosso ti guarda dritto negli occhi, fiero di ruggire un blue-collar rock senza compromessi. Cantando un pugno di canzoni che ti fanno correre a perdifiato, Mitch aspetta solo che calino le tenebre per dilatare il petto e spremere il dolore, e gonfiarsi di rock’n’roll su qualche scalcinato palco di periferia. Nel 1982 Bruce Springsteen resuscitò Gary US Bonds, partecipando al disco Dedication. Tom Petty invece si prese cura di Del Shannon producendo e suonando nel 1981 Drop Down And Get Me, un piccolo capolavoro passato quasi inosservato, e ancora oggi dimenticato da tutti. Avrebbe meritato ben altri riconoscimenti questo cantautore, e non l’oblio a cui è stato destinato. Cammino sotto la pioggia e vorrei che tu fossi qui con me, per mettere fine a questa sofferenza. E mi chiedo mi chiedo perché, perché lei è corsa via si, mi chiedo dove sarà la mia piccola fuggitiva. Corri, corri, corri, corri, fuggitiva. (Runaway) Se non fosse per Runaway il suo hit del 1961, nessuno se lo ricorderebbe a Del Shannon. La gente dimentica troppo in fretta e il vento tignoso continua a soffiare con forza, specie su quelli che non si adeguano. Del Shannon si sentiva vuoto in quella strada senza luce dov’era finito a passeggiare in compagnia delle ombre gelide.  E quando si arriva a quel punto che non si ha più paura di nulla. Neppure di puntarsi una calibro 22 alla tempia, e fare fuoco. Nelle canzoni contenute in Drop Down And Get Me, c’è una dolcezza che è vera e sincera. E quando alla fine ci si ritrova faccia a faccia con Help Me, si avverte una disperazione che ti fa capire tutto di lui. Un uomo può anche morire ma noi possiamo tenere accesa la sua fiamma. Per sempre. Ritornai in quel bar il sabato sera. A mezzanotte passata quattro cani rabbiosi entrarono nel locale. Li guardai con aria assonnata sotto la luce smorta. Non c’è pace, non c’è libertà, non c’è rivoluzione, perché nessuno di noi può cambiare la mente delle persone. Specie a delle teste di cazzo. Una pioggia velata veniva giù dal cielo, la osservai da dietro il vetro sporco di manate e polvere appiccicata e mai tirata via. Quando ero ragazzo mi piaceva guidare lungo le strade senza una meta da raggiungere, nel caldo soffocante, come nel freddo pungente. Erano i giorni del coraggio, della passione incontenibile, di un sognatore che osservava la vita da un'altra angolazione. Me ne stavo ore sotto il muro del torrente a fissare i rami dei rampicanti attorcigliarsi tra loro, con le lucertole e le formiche a passeggiarmi sulle dita delle mani, e niente mi intimoriva. Neanche quelle nuvole nere sparse nel cielo. Adesso quei bambocci con quell’aria insolente se ne stavano nel vento ululante, li guardavo ed era come se mi rivedessi. Erano arroganti com’ero lo ero stato anch’io, per riuscire a fiutare le menzogne di chi trama nell’ombra. Ancora non lo sapevano che conviene viaggiare sottovento, perché quanto meno si ha una speranza di salvezza. Quella sera ero ritornato in quel posto con il desiderio segreto di rivedere quella ragazza dai capelli rosso henné, ma non era venuta. Sprofondato nel mio angolino, avvertii da subito una certa tensione tra il barista e quei tizi. Il più duro di loro portava una montatura d’occhiali gigante, e anche se era ancora un ragazzino aveva davvero un'aria minacciosa. Mi alzai dal mio posto e mi avvicinai al barista prendendo a conversare con lui. Anche Bob Seger nei primi anni settanta aveva un aria da ribelle con quei capelli lunghi e lisci che gli cadevano sulle spalle, e quello sguardo denso e fiero mentre cantava dei bisogni del sottoproletariato, e del duro lavoro in fabbrica. Se lo poteva permettere Bob Seger perché anch’egli proveniva dalla miseria dei sobborghi di Detroit, ed era uscito da quelle strade con l’intento di svegliarsi per sempre da quell’incubo che lo circondava. Voleva solamente salvarsi l’anima suonando un rock caldo e sanguigno, intriso di soul e cantato con una voce forte e coraggiosa, che da sola valeva il prezzo del biglietto di un suo concerto. In Italia Bob Seger è sempre stato detestato e ignorato dai più, ma Live Bullett un doppio long-playing dal vivo del 1976, ti fa balzare in piedi per il calore e la forza che ha il suo rock selvaggio, e per quella versione pazzesca di “Nutbush City Limits” un hit di Ike & Tina Turner.  Sul palco insieme a lui c’è la Silver Bullett Band, che non ha niente da invidiare alla più famosa E Street Band, un gruppo di musicisti eccellenti e versatili che suonano una sequenza vertiginosa di canzoni che sono un alternanza di suoi successi, e cover straordinarie. Musica che ha avuto una forza d’urto dirompente per molti ribelli di strada. Gente fradicia di sudore, che per un brivido sulla pelle avrebbe fatto qualunque cosa. Ero brillo quando m’incamminai per far ritorno a casa. Rimuginai che avevo ancora paura dell’ignoto e che ero stato uno che da sempre aveva combattuto contro i propri demoni, in bilico su quella impercettibile linea di sbarramento che passa tra la luce e le tenebre. Che poi non è altro che la via che punta dritto al cuore, all’anima più profonda, dove vi è relegato quello che non abbiamo ancora saputo di noi. Conducevo silenziosamente la mia battaglia fra il bene e il male, fra pazzi e saggi, non sapendo niente di entrambi. Non comprendendo neanche dove collocarmi, in questa assurda lotta. Era una serata non troppo fredda segnata da strane luci nel cielo. Aveva smesso di piovere per cui mi sedetti sui gradini del porticciolo. Guardai la mia città attraverso una nebbiolina d’umido e pensai che avrei dovuto ricominciare a ballare il rock’n’roll.



Bartolo Federico


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