sabato 15 ottobre 2011

Soli Come Mai




Anni ’70

Ero solo un bambino, mi ricordo, quando mio zio Pippo smise di lavorare per sopraggiunti limiti di età.


Dopo aver prestato servizio come cuoco nei ruoli di uno dei ministeri della Repubblica Italiana, ebbe il tempo di riposarsi il culo prima che il Cielo lo precettasse senza deroghe. Nella sua sobria e luminosa sala da pranzo, quand’egli ancora godeva del riposo lavorativo e trascorreva le sue semplici giornate tra nipoti e canarini e sembrava esser sempre primavera, assai spesso guardavo, appesa ad una parete, una piccola pergamena che gli era stata consegnata al termine della sua onesta carriera e che, bellamente incorniciata, recitava: “Al Signor Giuseppe Dei Tali, per oltre trent’anni di fedele servizio. Il Ministro Vattelappesca”. Non ne ho mai parlato con lo zio Pippo - troppo giovane, io, per capire - ma sono certo, con l’esperienza di chi, oggi, ha già qualche ruga di troppo, che ne doveva essere orgoglioso. Una frase essenziale (e, forse, mal celatamente ipocrita) aveva affrancato dall’anonima moltitudine un dipendente pubblico. Un’asserzione che lo autorizzava, se così si può dire, alla fierezza del suo ruolo di pensionato dello stato, una specie di medaglia appuntata al muro e non al petto, che impreziosiva, alla stregua di un gesto di riconoscenza, una pensione povera ma dignitosa quanto bastava.


Giorni nostri

“Non fate un cazzo da mattina a sera, ogni volta che vado in un bar vi trovo lì a tracannare caffè!” Ahimè, quante volte negli ultimi anni ho sentito queste parole o parole come queste! Le ho sentite dall’uomo della strada, dall’utente della pubblica amministrazione e, perfino, da qualche amico. Dico da qualche e non da tutti, perché è probabile che gli amici che non hanno usato queste parole se ne siano astenuti proprio perchè tali. Io penso di sapere chi l’ha messa in giro. Il buon operato di un impiegato pubblico non è compatibile con l’assunzione di un caffè. Sei ore al chiuso, in estate come inverno, e basta. Però, se al bar troviamo il Dottor Facciocontielifacciobene (soprattutto in tasca agli altri e mai a se stesso), che prende il caffé col medico Professor Tagliabudella che ci ha appena fatto in studio privato, a prezzo triplo, un’ecografia che dalle sue stesse mani, all’ospedale pubblico, non sarebbe stata possibile prima di dieci mesi, allora sì!, sì che questo caffé e meritato e degno di rispetto, soprattutto se questi signori, egregi e rispettabili, hanno la erre moscia e la camicia con le iniziali a vista che sanno di chic. E poi, dulcis in fundo, tipi come questi il caffé lo gustano, mica lo tracannano come faccio io, rozzo e smodato.


Disoccupazione, sottoccupazione, falsa disoccupazione, falsa occupazione, precarietà, il meccanico e l’elettrauto e l’idraulico ed il carrozziere ed il falegname ed il carpentiere e l’elettricista ed il tecnico, che ti ripara un frigorifero che non necessita di alcuna riparazione (se fosse un medico lo chiamerebbero accanimento terapeutico), e dio sa chi altri che non hanno mai rilasciato fatture e sono poveri, ma sposano i figli dotandoli di appartamento arredato, l’economia sommersa e l’evasione fiscale hanno un solo colpevole ed una sola soluzione: l’impiegato pubblico, il mostro fantozziano, il para…fulmine umano.

Torno da una breve e poco dispendiosa vacanza e scopro che (se ho capito bene) i miei ventitremila euro lordi annui saranno tassati fino al trenta e non più al ventisette per cento, che una voce stipendiale accessoria (se ho capito bene) sta per essere annullata, che il reddito da lavoro dipendente (se ho capito bene) perderà parte della sua detraibilità, che meno detraibili saranno (se ho capito bene) i figli a carico, che (se ho capito bene) non so quante decine di voci relative ad agevolazioni fiscali per spese di ristrutturazione, polizze assicurative ed altro, non esisteranno più, che il mio stipendio non avrà aumenti sino a tutto (se ho capito bene) il duemilaquattordici. E non oso sperare di aver capito male, perché potrebbe esserci dell’altro in arrivo.

Io fannullone, io rubastipendi, io terrone pubblico sono certo di avere una percentuale di presenza sul posto di lavoro superiore di quella di chissà quanti dei supergeni che legiferano a partire dalle mie tasche.

Io che mi sento dire: “Milletrecento euro di stipendio! Ma come fai a vivere?” esattamente da chi ha badato bene a salvare le apparenze ed è più in canna di me, ma solo ai fini fiscali, e mi telefona dalla barca.

Io, alto centosettantasette centimetri, ho dovuto scoprire di essere più ricco di tanti avvocati, commercianti, ristoratori ed estetisti. Nani, per giunta!

Io con settanta chili scarsi di trippe, ho dovuto ripiegare sul Padre Nostro alla sera, perché non mi riesce di storpiare l’inno nazionale, sono ed incarno il male sociale, la sorgente del dissesto e, miracolosamente, vengo elevato al ruolo di fonte del risanamento economico.

Io, che vado in auto perché col bus potrei non tornare più a casa, ho revocato la trattenuta sindacale perché non mi è parso di ascoltare grandi voci di protesta a mia difesa.

Io, che ho i capelli ingrigiti (pochi ma miei!), non mi sento più protetto nel mio bisogno elementare che è quello dell’orgoglio di essere un ingranaggio attivo ed apprezzato, della partecipazione, del rispetto preso e del rispetto dato, dell’incolpevolezza certa, se è vero che, sino ad ora, non ho stuprato o rubato o evaso il fisco o attraversato l’incrocio col rosso o fatto inversione in autostrada o, peggio, pipì in piscina. Io, ancora, non mi sento colpevole e non capisco perché tutti quelli che vestono in giacca e cravatta, che lasciano continuamente interviste alle televisioni (ma solo dopo mezzogiorno, dato che si alzano tardi), si ricordano di me nel momento di stringere la cinghia e puntare il dito.

Io, che per fare trecentouno cavalli devo metter su quattro auto, ossia vivere altri cinquant’anni, quanta strada potrò ancora percorrere con la mia utilitaria? Intanto, perché l’arte della sopravvivenza bisogna pur impararla, coi quindici euro recuperati dal contributo al sindacato mi pago (udite, udite!) qualcosa come nove litri di benzina al mese, che non sono molti ma è sempre un inizio.

Io, io non mi sento utile. Ho sviluppato una sorta di sindrome di Stoccolma e sono bisognoso che qualcuno mi imprigioni nello spazio e nel tempo, che mi dica che ho sbagliato, anche se ho fatto tutto per benino.

Io, che conosco quel po’ di inglese bastevole a comprendere le istruzioni degli elettrodomestici, mi sono perso davanti a chi parlava di Beauty Farm, Spa e Resort.

Io, che ho appena pagato una salata assicurazione auto, mi sono sentito dire, or ora, che il costo della benzina è aumentato rispetto a tre capoversi fa e sono più prigioniero di due capoversi fa.

Io sono, effettivamente, inutile a me stesso. Viva Stoccolma!

Lo zio Pippo non si sentiva inutile, nemmeno quand’era in pensione.

Sì, sì, d’accordo, lo so, sicuro, chiunque vanta almeno una ragione per avercela su con me. Però son stufo.




Toni il Poeta -2011-

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