lunedì 9 luglio 2012

L’odore della paura (il blues della rassegnazione)





Il lunedì è un giorno di merda. Lo è sempre stato. E anche quello, d’altra parte, non si smentiva. Quando uscii di casa, la città era ancora assopita. Il tempo si era messo al bello, dopo la pioggia torrenziale del weekend. Così, mentre camminavo lento e silenzioso verso la macchina, pensai a mio padre. Avevo assorbito molte cose da lui, perfino quella di aprire la porta e lasciare passare. Piccoli dettagli che comunque fanno la differenza. Mio padre è spirato nel sonno di lunedì mattina. Alle quattro e venti, o giù di li. Qualcuno mi ha detto che ha fatto la morte dei giusti. A dire il vero, però, non ho mai capito cosa sia giusto o sbagliato. Ma fa niente. Quel che so è che io e mio padre eravamo amici. Lui si fidava di me, ed io di lui. Avviai l’auto e una lacrima solitaria sbucò nitida tra me e la mia linea di difesa. Ma forse sarebbe meglio dire, la mia linea di frattura. Al di là della quale, si cade a volo d’angelo e ci si ritrova a cospetto dei propri demoni. Le ombre stanno calando e sono stato qui tutto il giorno. fa troppo caldo per dormire e il tempo corre via. Mi sento come se la mia anima fosse diventata d'acciaio, ho ancora delle cicatrici che il sole non ha guarito. Non c'e' neanche abbastanza spazio per essere da qualche parte. Non e' ancora buio, ma lo sarà presto. (*)

Mio padre è stato un poliziotto, anomalo, ma pur sempre un poliziotto. Per meriti guadagnati sul campo, arrivò a dirigere il gabinetto di polizia scientifica. Nel suo lavoro ebbe quasi sempre a che fare con la morte. I cadaveri erano il suo pane quotidiano. Li fotografava,  prendeva loro le impronte digitali, faceva quei rilievi tecnici a sua disposizione per saperne di più su quella morte. Rilievi che adesso apparirebbero assai banali, conoscendo le tecniche sofisticate a cui si è giunti, che certi telefilm americani hanno reso famosi. Ma allora quello passava il convento. Quando andò in pensione si trascinò appresso una folla di trapassati. E quei pochi sogni che aveva conservato si coprirono di melanconia. Ultimamente, le ombre che lo avevano da sempre inseguito si erano tirate a lucido e, in qualche modo, materializzate. Nei nostri ultimi incontri mi chiedeva sempre più spesso cos’erano quelle figure strane che lo andavano a trovare. E ad uno accorto, come era lui, non poteva certo sfuggire quell’odore. Mi guardava e con voce dolente, quasi implorando, mi supplicava di mandarlo via. L’odore acre della paura. Un subbuglio di sentimenti si accavalcavano nel mio animo. Ma quella percezione che sentivo incunearsi dentro di me era forte e mi parlava chiaro, sapevo che presto ci saremmo detti addio. Avrei voluto lottare, tenerlo per sempre con me, ma ero con le spalle al muro. Non potevo fare nulla per nessuno dei due. Niente di niente. Seduta dietro la porta come fosse stata in una sala d’attesa, c’era lei, La Morte che, di nero vestita, crepitava per entrare. Quando gli ultimi raggi del giorno tramontano amico, non rotolerai più. Sento le campane della chiesa suonare in lontananza. Mi chiedo per chi stiano suonando. So che non posso vincere, ma il mio cuore proprio non vuole cedere.(*)

Guardai la mia faccia livida riflettersi nello specchio del bar. Consumai velocemente un caffè ristretto e stranamente senza zucchero. Scambiai due chiacchiere svogliate con il barista, pagai il conto ed uscii. Don Peppino, un vecchio maestro di pianoforte, lo diceva sempre che noi uomini siamo strani. Ci teniamo stretti le nostre disgrazie, ci occupiamo di loro. Le culliamo, come fossero bambini in fasce e non le schiodiamo più da lì, neanche a cannonate. In questo modo viviamo nel passato, ma ci teniamo l’anima occupata, accanendoci su noi stessi e sul nostro futuro. Dannazione!, ci aveva ragione don Peppino. Anche io vivo con la testa girata alle spalle. Ma non potevo farmi una colpa se mi erano toccati due genitori meravigliosi, che mi avevano riempito la vita di amore e semplicità.  Erano stati loro il mio approdo sicuro, anche quando presi la peccaminosa strada del blues. Sapevo che, comunque fossero andate le cose, mi avrebbero sempre aspettato. E mi sentivo forte. Ma solo di questo mi sono sentito forte nella mia vita. Lo giuro. Sono stato nel fondo di un mondo pieno di menzogne e non ho cercato niente negli occhi di nessuno. A volte il mio fardello sembra più pesante di quanto possa sopportare. Non e' ancora buio, ma lo sarà presto.(* )

Quando nasci senza nulla, nella piena indigenza, volente o nolente l’ingegno si aguzza. Elmor James iniziò a suonare su uno strumento che si era costruito da solo. Aveva  aggiunto quattro corde a una scatola di latta. In quella maniera cercava di far uscire la melodia che c’era in lui. Elmor regalò il cuore alla musica. Perché fin che la vita suona, tutto ha un senso, puoi sperare di superare le pene devastanti che un esistenza fatta di privazioni e povertà ti negano. Senza, ci sarebbe solo il vuoto e il silenzio più assoluto. Siamo alla fine degli anni venti. Elmor James,  che era venuto su in fretta, non immaginava minimamente che un giorno i libri del blues lo avrebbero indicato come uno dei rinnovatori più significativi e autentici della musica del diavolo. Sto camminando lungo strade morte. Cammino, cammino con te in mente. I miei piedi sono così stanchi, il mio cervello e' così confuso e le nuvole stanno piangendo.(*) Si alzava polvere da ogni parte nei campi del Mississippi. Il caldo afoso era soffocante e le zanzare non davano tregua. Ma quei due ragazzini, imperterriti, se ne andavano alla ricerca di un ingaggio per suonare. Era il 1936 quando Elmor James incontrò Robert Johnson che gli insegnò i segreti della chitarra slide e divenne anche la sua guida spirituale.

 Alle due di notte dormivo tranquillo quando il citofono di casa suonò. Prima che mio padre si decidesse ad alzarsi dal letto e rispondere, suonò una seconda volta, e poi una terza. Solo allora, incazzato come una iena, andò a rispondere. Di certo un altra rogna quella notte lo attendeva. Come accadeva ormai spesso, una volante della polizia era venuta a prelevarlo. Poche ore prima, ma questo lo raccontò in famiglia la sera del giorno dopo, quando finalmente fece rientro a casa, era avvenuta una carneficina. Un uomo, in preda ad un raptus di gelosia, aveva ucciso l’amante della moglie, la moglie e si era suicidato. Al citofono parlottò nervosamente con l’agente. Poi si vestì in fretta. Prese la sua valigia di pelle bordò e la Rolleiflex,  già pronta allo scatto. Macchina che usava per fotografare i cadaveri senza l’uso del treppiedi. Prima di uscire venne a salutarmi. Per la prima volta notai che aveva un’aria stanca e disillusa. Le sue notti erano state come una danza lenta e inquieta. C’era stato solo spazio per quell’umanità, che in un modo o nell’altro, perdeva l'equilibrio e impazziva. Lui, allora, si sentiva come una preda ferita, che sbatteva le ali e non riusciva a fuggire da tutto quell’orrore. Me lo confidò lui stesso mentre viaggiavamo col mio furgone anni più tardi, una  volta che venne a farmi compagnia in una giornata di lavoro. Era estate ed un sole alto illuminava il mondo. Un blues elettrico, lento e penetrante, fuoriusciva dall’autoradio e ci accompagnava nel viaggio. Magicamente, si era rilassato guardando il mare che costeggiavamo e mi raccontò tante cose di lui. Fu uno di quei rari momenti che ho visto mio padre girarsi verso di me e sorridere alla vita. Nessuno in fondo resiste alla musica. Ho camminato lungo quella sporca strada finché i miei occhi non cominciarono a sanguinare Ho camminato lungo quella sporca strada finché i miei occhi non cominciarono a sanguinare, finché non resterà niente da vedere, finché le catene non si romperanno e io sarò liberato.(*) 

Elmor James se ne stava rannicchiato in un angolo, abbracciato alla sua chitarra, sotto la pioggia battente. Ad un tratto, un uomo dal viso buono, anch’egli completamente inzuppato di pioggia, lo invitò ad entrare in quel juke joint che stava dal’altro lato della strada. Lo sconosciuto era anch’egli un musicista, un suonatore d’armonica. Sonny Boy Williamson era il suo nome. Fu una gran serata per chi assistette a quell’esibizione. Tanto che i due fecero per un po’ di tempo coppia fissa, suonando nei bordelli o dove capitava.  Quel che è certo è che Sonny Boy lasciò in Elmor una traccia indelebile del suo modo di fare blues. Ma il giovane James, un tipo schivo e taciturno, amava suonare da solo. Tutt’al più, gradiva la compagnia del suo fraterno amico Robert Johnson che lo accompagnava con la chitarra ritmica. I due, quando si ritrovavano, erano davvero scatenati a rincorrere tutto quello che la vita gli poteva concedere in quanto a piaceri. Le donne e l’alcool furono per entrambi un chiodo fisso. Vizi che in breve tempo li avrebbero portati all’ombra del fosso. L'aria si sta scaldando, c'e' un brontolio nel cielo. Ho camminato a stento nelle alte acque fangose con il calore negli occhi che aumentava. Ogni giorno il tuo ricordo si indebolisce, non mi tormenta più come un tempo. Ho camminato nel mezzo del nulla, cercando di arrivare in paradiso. Prima che chiudano la porta. (*)

La morte è questione di qualche ora, alle volte perfino di minuti. Però dovremmo sempre temerla, la morte. Ma pare che tutto scivoli su di noi, con una leggerezza che lascia sgomenti. L’informazione, abilmente filtrata, ci racconta di uomini, donne e bambini massacrati dai regimi autoritari. Ragazzi restituiti cadaveri alle famiglie dopo un banale controllo di polizia, ammazzati senza un motivo. Se mai ci fosse un vero motivo per ammazzare un ragazzo. Vagabondi sui cigli delle strade, crepati per il freddo o di stenti. Ferrivecchi del mare che affondano con a bordo una umanità di disperati. Gente che si suicida perché non c’è la fa più a tirare avanti. Colpiti in maniera mostruosa da uno Stato che, ancor più di prima, è diventato una S.p.A. e non si prende cura di chi resta indietro, di chi non c’è la fa a rincorrere quello che non c’è. Uno Stato che, comunque vadano le cose, non concede mai giustizia. Siamo governati da pazzi. Circondati da scellerati che mettono bombe davanti alle scuole uccidendo i nostri figli. E cosa resta dopo questa carneficina? Nulla. Se non una notizia in un tiggì e la finta indignazione, spesa in quegli orribili e inutili talk show televisivi di cui è pieno l’etere. Programmi  buoni solo per i portafogli dei loro conduttori e per la pubblicità. Ma la vita non è un passatempo, non è una cifra in colonna, l’indice Mib o lo spread. E neanche una scommessa al superenalotto. C’è bisogno di avere una direzione, una meta da raggiungere, una possibilità da agguantare. Ci vorrebbe uno come Woody Guthrie e un nuovo grande sogno da sognare. Ma siamo stati lasciati soli, senza più nessuno in grado di indicarci una rotta su cui navigare. Allora, la morte diventa come un video game per ragazzini annoiati. La osserviamo con una indifferenza tale che, a pensarci bene, dovremmo averne paura. Talmente paura da raggelare il sangue nelle vene. Come un blues scuro e sconsolato di Skip James, nel profondo della notte. Le finestre hanno sbattuto tutta la notte nei miei sogni. tutto era esattamente come sembrava. mi sono svegliato stamattina e ho guardato la stessa vecchia pagina, la stessa vecchia corsa sfrenata al successo, la vita nella solita vecchia gabbia. Non voglio niente da nessuno, e non ho molto da prendere. Non voglio sapere la differenza fra un bionda naturale e una falsa. Mi sento come un prigioniero in un mondo di mistero. Vorrei che qualcuno venisse e rimettesse indietro l'orologio per me. (*)

Il pubblico ignorava Elmor James. Sconfortato da questo disinteresse, non gli restò altro che trovarsi un lavoro e ritirarsi dalla scena. Si rintanò da qualche parte nel Mississippi, cercando di tirare a campare. Ma il morso della musica è come una febbriciattola difficile da sconfiggere. Così, nel 1951, tira giù la chitarra dal chiodo, cambia le corde, le lustra il manico e si trasferisce a Chicago. Nella città del vento, incide la versione elettrificata di Dust My Broom, del suo amico Robert Johnson. Finalmente con questa canzone ottiene l’agognato successo. Da questo momento in poi, le sessions per diverse case discografiche come la Meteor, la Checker e la Flair si susseguono.  In effetti, però, ad Elmor James è bastata la rilettura fantastica di Dust My Broom per finire tra i grandi del blues. Sulle tematiche sonore di questa canzone imposta il suo nuovo repertorio che, in seguito, una generazioni di bianchi, innamorati del blues, consacrerà per sempre. Dai Fletwood Mac degli esordi a Duane Allman, che rilegge con la sua magica slide Done Somebody Wrong. Passando anche per il mancino più veloce del mondo Jim Hendrix, che rifà Bleedin Heart, fino a Brian Jones dei Rolling Stone. Quest’ultimo, talmente affascinato dalla sua figura, da farsi chiamare Elmor Lewis. Tutti dimostrano amore e rispetto per questa leggenda del blues. Ma Elmor James, non poté mai godere in prima persona di questi apprezzamenti. Il destino beffardo riscosse il conto mentre si trovava a casa di suo cugino Homesick James. Un infarto fulminante, dovuto a tutti gli eccessi e sregolatezze, lo stronca a soli 45 anni. Era il 23 maggio 1963 . Sono alla deriva in un sonno senza sogni. tirando tutti i miei ricordi in una fossa molto profonda.(*)  Nel 1966, gli Yardbirds con un giovanissimo Jimmy Page alla chitarra suonano dal vivo Dust My Broom. 

Un po’ di tempo fa, mio padre mi disse: non si foraggia mai nessuno con una mano, per poi eliminarlo con l’altra. Questo è quel che hanno sempre fatto i nostri politici. Gente cattiva che si organizza e poi ci da dentro. Come in guerra, qui non viene mai nessuno ad aiutarci. Io e mio padre eravamo amici. Lui si fidava di me, ed io di lui. Adesso lui è morto. Ed io, io suono il blues della rassegnazione. Il blues della rassegnazione.  Il sole comincia a splendere su di me. ma non e' lo stesso sole di sempre. la festa e' finita, e c'è sempre di meno da dire. Ho occhi nuovi ma tutto sembra molto distante. (*)

Bartolo Federico - Luglio 2012-

(*) Testi tratti dall’album di Bob Dylan “Time Out Of Mind”. un disco di blues, nero come la pece. Pubblicato nel 1997, dalla Columbia Records . Prodotto da Daniel Lanois.












4 commenti:

  1. Una gran bella lezione di stile...e rarità ricordare un Dylan blues-man... grazie amico mio!

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