sabato 9 marzo 2013

Giù nel Buco

Lei si accese una stupida sigaretta, di quelle lunghe e sottili. Aspirò un paio di boccate nervose e gettò il fumo dritto sul mio viso. Le luccicavano gli occhi per la rabbia. Si avvicinò ancor di più e attaccò: - Sei un piccolo uomo! Dopo averti dato tutto, levandoti dalla merda, te vieni fuori con questa storiella che le nostre strade non portano da nessuna parte. Hai sbagliato i conti! te la farò pagare. E con gli interessi, una volta per sempre.

Il tono duro e minaccioso mi diceva che era nel panico più totale. Vedeva la sua preda sfuggirgli e questo non poteva tollerarlo. Si dimenava, urlava, voleva tenere ferme le redini del gioco, come sempre aveva fatto o come pensava che fosse. La guardai ed anche così infuriata era bella ed attraente. Ma ero stanco di fingere, di mentire. Come se poi fosse così facile mentire a se stessi. Da un pezzo l’amore si era corroso il resto era un dettaglio, uno stupido dettaglio da passarci sopra, da annientare. Compreso io. 

Probabilmente avevamo corso per la stessa meta, ma con il passare del tempo le crepe del nostro rapporto si erano allargate a un punto tale che era finito in sala di rianimazione, agonizzante.Ad Emma tutto ciò non interessava. Ne avevamo parlato spesso negli ultimi tempi ma, abilmente, sapeva far cadere il discorso. Ciò che le premeva era una cosa sola: il parere del suo entourage. Non poteva presentarsi ai loro occhi come una donna sconfitta. Proprio lei, brillante avvocato, sedotta e abbandonata da uno squattrinato, un fallito, un musicista del cazzo, come usava dirmi quando voleva ferirmi. Nel suo codice non era ammesso. Ma quella solitudine mi stava uccidendo, dovevo darci un taglio e provare a salvare quantomeno quel che restava di me. 

- Sei un bastardo-, continuò feroce e cinica, - Ma chi credi di essere! Non avendo nulla da rimproverarmi glielo dissi, con una calma che la fece andare ancora più in bestia. Avrebbe voluto la battaglia, ma non le offrivo il fianco; allora mi colpì con un pugno. La guardai e, con quella stessa calma, le dissi di non farlo mai più. E glielo ripetei due volte. Ma non mi ascoltava, non l’aveva mai fatto prima, perché avrebbe dovuto farlo adesso che eravamo alla resa dei conti. Tutto il suo corpo sprizzava odio e disprezzo; aveva il sangue agli occhi e mi colpì nuovamente con più violenza. Le diedi uno schiaffo, un solo schiaffo in pieno viso. Barcollò e cadde battendo la testa sullo spigolo del mobile. 

Il mio compagno di cella restò qualche attimo in silenzio poi mi augurò la buonanotte dicendomi: - Dormi Lee, domani sarà una dura giornata. Mi avevano trasferito in quel penitenziario dopo aver tentato l’ennesima fuga. Il trasferimento era una punizione e quello era un carcere di massima sicurezza, uno dei più duri a cui ero approdato. Ma ero stato fortunato a finire in cella con Teo perché a volte, raramente ma accade, si incontrano persone che sin dalla prima occhiata si percepisce che sono sulla stessa lunghezza d’onda. Con Teo fu proprio cosi. Non appena varcai la soglia della cella, capii immediatamente che mi sarei potuto fidare di lui. 


Mi svegliai di soprassalto mentre la guardia urlava: - Sveglia! Alzatevi! Mi tirai su e rifeci il letto. Una volta terminato, uscimmo dalla gabbia e camminammo in fila indiana. Attraversammo il corridoio fino alla sala colazione. Stavo imparando le regole, perché ogni carcere ha le sue regole, a cui devi attenerti se vuoi sopravvivere. Lo avevo appreso a mie spese. Ci sedemmo nel mezzo del refettorio , di fronte a cinque detenuti che mi osservarono senza mai rivolgermi la parola. Era il “Consiglio di Amministrazione”, “i fine pena mai”, gli ergastolani. Teo fece le presentazioni, spiegando il motivo per cui ero dentro; il mio biglietto da visita alla comunità. Tra l’altro fu anche la prima cosa che mi chiese quando varcai la porta della cella. 

Teo era un oriundo francese, medico e professore universitario. Un intellettuale, un uomo leale e corretto, come se ne trovano pochi che, un bel giorno, si era convertito all’eco-guerriglia. Fondò un quartetto, chiamato “i Sabotatori”, un gruppo di visionari romantici decisi a salvare il mondo dagli scempi ambientali voluti dal governo e dall’industria. Aveva fatto saltare decine di mostruosità restituendo alla natura ciò che l’uomo ingordamente le toglieva. Lo catturarono i federali a St Louis insieme alla sua compagna, anch’essa sua complice, prima che portasse a termine il progetto più ambizioso: far esplodere la diga del Glen Canyon, che aveva provocato cambiamenti climatici e geologici irreversibili in tutta l’Arizona.

Nei tre anni passati insieme diventammo amici inseparabili. In quella prigione, se non ci fosse stato Teo, sarei impazzito. Anche adesso, mentre guido lentamente su questa vecchia pista di polvere e sudore, battuta da un venticello tiepido, ho il cuore a brandelli e un immenso vuoto. Teo continua a mancarmi maledettamente ogni giorno che passa. Mi mancano le nostre conversazioni, il suo romanticismo squilibrato, la sua generosità, il suo sorriso semplice e schietto.Nel penitenziario era amato da tutti. Anche le guardie più “ostiche” lo stimavano. Mai uno scatto di rabbia o un gesto che potesse offenderle. Non potevi non volere bene a Teo. Ma a volte i sogni muoiono all’alba. E’ ciò che successe in quella mattina d’estate. Una debole luce filtrava da sotto la porta della cella. Mi svegliai agitato, quasi stessi soffocando nel sonno. Guardai verso la sua branda per chiedergli aiuto, ma non lo vidi. Appena il tempo di abituare gli occhi alla penombra e lui era lì che penzolava dal soffitto insieme alla lampadina. Restai nel mio lettino, accucciato e annichilito, con i brividi di freddo che mi scorticavano le ossa, incapace di qualsiasi azione. Da quel momento in poi nel carcere nessuno fu più lo stesso. Su tutti calò una tristezza che non andò mai più via. Non ricordo altro dei mesi che seguirono la sua scomparsa. Non sentii più fame, né freddo, né sonno. Ero ridotto uno zombie. E’ come se il mio cervello si fosse bloccato e avesse cancellato tutto. Fino al giorno in cui riuscii ad evadere e sparire ero ad un passo dal fare la sua stessa fine. “I fine pena mai” vennero in mio aiuto. 

Quando mi resi conto che Emma non si sarebbe più rialzata chiamai la Polizia e aspettai il loro arrivo, seduto sui gradini del salone. I poliziotti giunsero a sirene spiegate, entrarono in casa e fecero un veloce sopralluogo. Dopo, mi ammanettarono e mi portarono al comando. Sbrigate le formalità di rito, mi interrogarono. Avrebbero voluto una confessione, dato il blasone della vittima, ma non caddi mai in contraddizione, perché semplicemente raccontavo la verità. Risposi alle loro domande, anche le più scabrose, spiegando che era stato un incidente, un fottuto banale incidente. Lo gridai più volte, ma nessuno mi ascoltava, proprio come lei. Ero l’ultimo della fila. A chi vuoi che importi di un musicista del cazzo!La mattina dopo, ormai sfinito, con gli occhi che cadevano dalle palpebre, firmai il verbale della mia deposizione e mi chiusi nel silenzio più totale. Non parlai più neanche al processo. Non ne valeva la pena. Lo sbarramento di fuoco innalzato dalla famiglia di Emma contro di me avrebbe distrutto chiunque. E cosi fu.


BartoloFederico –

2 commenti:

  1. Avvincente, tanto quanto la foto del mio attore preferito Steve Mc Queen...
    Ciao Federico!

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