Richard Thompson – guitar
Smiley DeJonnes – percussion
Beverley Martyn – guitar, vocals
Danny Thompson – double bass
Tony Reeves – double bass, bass guitar
Ian Whiteman - keyboards
Roger Powell – drums
Da
bambino con suo padre ci passava un sacco di tempo. Lui amava
raccontargli le storie di quei musicisti del Mississippi che avevano
viaggiato sulle strade impolverate. Storie che conosceva bene, essendo
stato un appassionato di blues, ma anche un bravo chitarrista. Nel
soggiorno seduto, su quel vecchio divano di velluto scolorito, prima gli
cantava qualcosa, poi si accendeva un sigaro e, riempiendosi il
bicchiere di uno strano miscuglio alcolico, con voce bassa prendeva a
parlare. Per lui quei minuti e quelle ore, passati insieme a suo padre,
erano stati momenti preziosi che aveva cancellato dalla mente dopo che
questi morì. Una sera si era addormentato e non si era più risvegliato.
Da allora Rocco con quella pena nel cuore si inasprii e, aspettando
l’occasione che non arriva mai, s’incamminò sulle cattive strade. E
non rimane altro che del sangue dove cade il corpo, cioè niente che si
può vendere, solo cianfrusaglie all’orizzonte, un vero saluto da
bandito. E dissi ”hey ragazzo! Credi che sia olio, è sangue ”mi chiedo a
cosa pensasse quando è incappato in quella tempesta:o era solo sperduto
nel diluvio? (Lost In The Flood - Bruce Springsteen)
Bukka
White solo con la musica non riesce proprio a sbarcare il lunario, per
cui si vede costretto ad andare a lavorare nei campi di cotone. Ma il
richiamo del blues resta sempre forte dentro di lui e, non appena
possibile, scappa per andare a suonare nelle bettole o nelle feste.
Così, ben presto riprende il cammino. Intorno agli anni trenta arriva a
Memphis dove riesce a farsi apprezzare dalla comunità nera. Qui viene
notato da un figlio di puttana come ce ne sono tanti sparsi per il
mondo, un certo Ralph Limbo, un talent scout che possedeva un negozio di
dischi e che, con la promessa di lauti guadagni, gli fa incidere dei
pezzi per la Victor sotto il nome di Washington White, brani che restano
per lo più inediti. La grande depressione rende la vita difficile a
chiunque e Bukka White deve darsi da fare se non vuol morire di stenti.
Per questo motivo fa i lavori più disparati, dal lattaio allo strillone,
dallo sguattero allo spazzino, fino a diventare un giocatore
professionista di baseball nel campionato di colore e tentando anche una
carriera nel pugilato. Ma il diavolo è girovago e non ti dà il tempo di
fermarsi. Si sposta ad Aberdeen e, finalmente, riesce a liberarsi del
contratto con la Victor che non gli ha fruttato un centesimo. Succede
però che, durante la solita lite, Bukka spara ad un uomo e lo uccide.
Fugge ma viene presto catturato e mandato in prigione. Dopo poco tempo,
tuttavia, riesce a evadere e a rifugiarsi a Chicago dove incide anche
alcuni brani: Shake em on down e Pinebluff Arkansas. Nuovamente
catturato, è condannato a sette anni di lavori forzati e viene inviato
nella peggiore delle galere, la più dura, la più violenta, quella Parchaman Farm in Mississippi, che solo ad evocarne il nome mette terrore.
Giudice dammi la vita stamane a Parchman Farm. Non voglio odiare così,
ma ho lasciato mia moglie nel dolore. Oh, buona moglie, ciò che hai
fatto è tutto andato. Ma spero che un giorno potrai udire il mio canto
solitario. Ascoltate. Non voglio dire nulla di male se volete far bene,
meglio star fuori da Parchman Farm. Cominciamo a lavorare al mattino,
proprio all’alba, fino al tramonto. Questo accade quando il lavoro è
finito, io sto a Parchman Farm, ma vorrei tornare indietro a casa dove
spero un giorno di sopraggiungere. ( Parchman Farm Blues - Bukka White)
E’ solamente uno l’errore che ho fatto. Restare in Mississippi un giorno di troppo. (Traditional).
La prigione di Parchaman, che è pari ad un campo di concentramento, è
il regno della violenza e della crudeltà. Bukka White ci trascorre due
anni ed è attraverso la musica che riesce in qualche modo a lenire
quelle atroci sofferenze. Si esibisce per gli altri detenuti cantando e
suonando i suoi blues che sono divenuti aspri e durissimi, perché
esprimono tutto il dolore e lo sconforto della sua anima. In quel
periodo registra insieme al musicologo Alan Lomax, inviato nel
terribile penitenziario, alcuni brani per la Biblioteca del Congresso.
Poco dopo quell’evento, viene liberato. Bukka, però, è ferito,
traumatizzato dai suoi spettri che sono la prigionia, l’alcool e
l’ossessione della morte. Adattarsi alla libertà, in queste condizioni
psicologiche, non gli è per niente facile. Mi sento strano, Signore,
credo che morirò. Mi sento strano, Signore, credo che morirò. Beh, non
mi importa di morire, ma non sopporto di dover lasciare i miei bambini
in lacrime. Guardo lassù quel terreno per la sepoltura. Guardo lassù
quel terreno per la sepoltura. Sembra molto solitario, Signore, quando
il sole tramonta.(Fixin’To Die - Bukka White)
Dopo
Il servizio militare Bukka White torna a Memphis, dove vive insieme a
un suo secondo cugino un certo Riley B.King (in seguito sarà conosciuto
col nome di B.B. King), il quale apprende molto dalle
vicissitudini umane di quel parente assai sfortunato. Ma, come succede a
tutti i diseredati del mondo, Bukka scompare dalla circolazione. Nel
1963, un appassionato di blues ,il virtuoso chitarrista John Fahey riscopre questo enorme talento. A dirla tutta, l’anno precedente, fu il giovane Bob Dylan,
incidendo Fixin’ To Die Blues nel suo disco d’esordio, a riaprire la
passione per questo dimenticato randagio. Un contratto per la Arhoolie
di Cris Strachwitz e varie esibizioni nei folk club fanno crescere
l’interesse per il suo blues. Ma lui resta un uomo dolorante, la vita lo
ha enormemente devastato e quel terrore profondo per tutto quello che
ha visto e subito è troppo difficile da cancellare. Le sue canzoni
restano un patrimonio per chiunque voglia conoscere l’autenticità del
blues di strada. Canzoni che sono alla pari di quelle di Robert Johnson, Charlie Patton, Tommy Johnson o Blind Willie Mc Tell.
Canzoni dimenticate dai più, che provengono dal profondo del cuore di
un uomo arrivato in cima a tutto quello che di brutto può capitare.
Riscoprirle significa toccare il suo dolore e quello di un intero popolo
esule.
In ogni caso non ho mai permesso che il lavoro
mi inghiottisse per intero e si prendesse anche quel poco di me che sono
riuscito a conservare, nonostante tutto. Ma quando ci si ritrova senza si resta
sbigottiti e inermi, incapaci di una qualsiasi reazione. Ci si sente vuoti,
straniti, nell’impossibilità di fare anche un solo passo in avanti. Che fare
allora? Forse non ci resta che coltivare le nostre passioni. Costi quel che
costi, occorre non lasciarle appassire. Solo per poi non crepare ed avere la netta sensazione di non avere
vissuto. Sarebbe come morire due volte. Mi sento colpevole di pensare queste
corbellerie, a quest’ora del giorno. Di desiderare di andare avanti anche solo
con i miei sogni e la mia anarchia. Ma non ho antidoti per questi pensieri
vaganti, se non la consapevolezza di provare a sfondare la notte, insieme alle
mie schifezze e ai miei sporchi pudori. E, per come vedo le cose, mi sembra che
questo universo sia cattivo, cattivissimo, ma anche pieno di brava gente
difficile da vedere.
Nella notte fra il 10 e l’11 dicembre
1964, Sam Cooke fu ucciso con tre colpi di pistola da un’impiegata del motel di
Hollywood dove era andato a trascorrere la notte con la modella bianca Elisa Boyer.
L’inserviente sostenne che Sam, dopo la fuga della Boyer dal motel, avesse
tentato di aggredirla. Ma in molti pensarono che quel delitto fosse solo frutto
di odio razziale o che addirittura era una vendetta della mafia discografica
nei confronti di un artista troppo indipendente. Al suo funerale arrivarono
duecentomila fan e cantarono alla sua memoria Bobby Bland e Ray Charles.
Sam Cooke era nato a Clarksdale nel Mississippi ed era cresciuto a Chicago,
figlio di un ministro di culto. La sua carriera ebbe inizio con il mitico gruppo
gospel dei Soul Stirrers, con cui esordisce
e ci rimane per otto anni. La sua magica voce svetta su tutti gli altri componenti
della band, perché è una voce incredibile, usata come fosse uno strumento che incanta
talmente tanto da fare breccia e trafiggere i cuori di molti. Nel 1957, incide da
solista You Send Me, una sua
composizione che vende oltre due milioni di copie. Roba che, per come è messo
oggi il mercato discografico, sembra sia successa in un’altra galassia. Da
questo momento ha inizio per lui una
carriera sfolgorante e incredibile. Una dietro l’altra, piovono canzoni che
solo scriverne i titoli mette i brividi per quanto sono belle. I’ll come running back to you, When a boy falls
in love, Wonderful world, Win your love for me, Hang Gang, Everybody Likes To Cha
Cha Cha,Twistin’ The Night Away,Somebody Have A Mercy, Sad Mood,Bring It On
Home To Me, fino ad arrivare a quel capolavoro scritto dopo aver sentito un
giovane Bob Dylan cantare Blowin In The
Wind, che prende il nome di A Change
Is Gonna Come, “è stata una vita dura
e c’è voluto tempo ma io so che un cambiamento è prossimo”. Una
composizione piena di speranza e di rara intensità. Struggente e dolorosa come
il cammino del suo popolo. Come il cammino di molti di noi che tengono duro con
lo sguardo rivolto nel vento. Perché è davvero difficile ballare in questo
mondo, quando non c’è più nulla da aggiungere. E allora cerchiamo di viverla, la vita, solo per non
essere dimenticati in fretta. Dai bambina
prendimi la mano, prendila a quest’ora della notte, al chiaro di luna, intanto
che “Big O” ci fischietta quella melodia dedicata a tutti i fuggiaschi che alla
chetichella se ne vanno via nel buio seguendo la direzione dei desideri
(B.F.).
Otis Redding
aveva composto in gran segreto una canzone che voleva stupire l’America. Si era
sforzato di fare uscire dal suo cuore principesco una melodia che nel suo
intento voleva avere la stessa forza di I’ve
been loving you too long, un pezzo che lo aveva spinto già in alto e che
rimane, ancora oggi, una delle più belle canzoni soul di tutti i tempi. Ti ho amata per troppo tempo. Ti ho amata
per troppo tempo per smettere adesso.
Così, prima che partisse per una
serie di show nel Midwest, Otis chiamò in studio un chitarrista con le
contropalle, Steve Cropper, per
fargli sentire quella canzone. Insieme ai componenti dei Booker T. & MG’s, i due registrarono la ritmica e la voce. Quella
sera si fece molto tardi e dovettero rimandare l’aggiunta degli ottoni a quando
Otis Redding sarebbe rientrato dalla tournee. Dopo l’esibizione che tenne il
sabato a Cleveland, la domenica mattina il tempo era messo male. Ma Otis non
voleva mancare assolutamente allo spettacolo che si doveva tenere in serata a
Madison nel Wisconsin. Le condizioni erano davvero proibitive, ma lui
insistette che si prendessero le dovute misure di sicurezza e si partisse
comunque. L’aereo decollò e tutto andò relativamente bene fino a quando non giunsero
nei pressi di Madison. Mancavano solo cinque fottuti chilometri per atterrare
quando l’aereo si schiantò sulla superficie ghiacciata del lago Pomona. Morirono tutti tranne i due
trombettisti dei Bar-Keys, Ben Cauley e
James Alexander.