mercoledì 8 maggio 2013

Con Le Carte Truccate



Li sentivo nell’oscurità, gli occhi della notte scrutarmi dal loro spioncino, mentre il sax di John Coltrane scioglieva musica. Là, per la strada, cercavo solo di ritrovare il fondo dei miei giorni appiccicosi e precari. Quei giorni che avevo lasciato a putrefarsi per sempre. Avevo fatto diversi mestieri per vivere, ma lavorare non era mai stata la mia vera prerogativa. O meglio, non ero mai stato interessato ad una carriera pur avendo avuto riconoscimenti per talune qualità. Almeno così mi aveva detto più volte il mio boss. Ma trovavo sempre qualcos’altro di meglio da fare, che lasciare che il lavoro mi ipotecasse del tutto la vita. Che so, cercare di scrivere una canzone, suonare la chitarra, o starmene a guardare la strada e il paesaggio mentre guidavo. Mi sembrava più interessante che lavorare. Ma, alla fine dei conti, cos’è il lavoro se non il solo modo legale che ci hanno insegnato per produrre soldi? Forse si dovrebbe semplicemente tornare a dare la giusta prerogativa alle cose, senza farle apparire più grandi di quelle che in realtà sono. Ma al lavoro viene data una grande importanza e, per come siamo strutturati socialmente, probabilmente lo è. Anche se alle volte penso che con uno sforzo collettivo e con un po’ di fantasia potremmo anche escogitare un altro modo di vivere. 


            A pensarci bene, quanta gente va facendo quello che realmente vorrebbe? Quanti saranno i fortunati? Pochi, pochissimi. Tutto il resto della folla vive la propria vita tristemente rassegnata, con un incarico forse mal pagato e che non si addice alle proprie attitudini. Cosa non si fa pur di sopravvivere! E In questo modo che tentiamo di arrivare a quella pensione agognata (e chi ce l’avrà?) e allora, e solo allora, tenterà di godersi un po’ la vita. Quando probabilmente è troppo tardi, quando ci trasciniamo malconci con i nostri malanni e senza più niente che possa accendere il fuoco sacro del desiderio. Quel fuoco che una volta, da giovani, ha bruciato intensamente in ognuno di noi, e che abbiamo spento con la sola  prospettiva di una vita normale. E’ un esistenza, quella che viviamo, che altri ci hanno indicato come l’unica possibile. Con la scusa del lavoro ci hanno reso schiavi, e questo i nostri mediocri governanti lo sanno. Fungiamo solo da servitori ad un sistema economico che, così per com’è strutturato, è inesorabilmente imploso nella sua stessa cupidigia. Serviamo per nutrire la loro ricchezza a discapito di milioni di altre persone che moriranno di fame. E mi viene da pensare che cazzo ci avrei fatto io con una montagna di soldi, non avendo alcun interesse a ostentare opulenza.

             
 In ogni caso non ho mai permesso che il lavoro mi inghiottisse per intero e si prendesse anche quel poco di me che sono riuscito a conservare, nonostante tutto. Ma quando ci si ritrova senza si resta sbigottiti e inermi, incapaci di una qualsiasi reazione. Ci si sente vuoti, straniti, nell’impossibilità di fare anche un solo passo in avanti. Che fare allora? Forse non ci resta che coltivare le nostre passioni. Costi quel che costi, occorre non lasciarle appassire. Solo per poi non crepare  ed avere la netta sensazione di non avere vissuto. Sarebbe come morire due volte. Mi sento colpevole di pensare queste corbellerie, a quest’ora del giorno. Di desiderare di andare avanti anche solo con i miei sogni e la mia anarchia. Ma non ho antidoti per questi pensieri vaganti, se non la consapevolezza di provare a sfondare la notte, insieme alle mie schifezze e ai miei sporchi pudori. E, per come vedo le cose, mi sembra che questo universo sia cattivo, cattivissimo, ma anche pieno di brava gente difficile da vedere.


Nella notte fra il 10 e l’11 dicembre 1964, Sam Cooke fu ucciso con tre colpi di pistola da un’impiegata del motel di Hollywood dove era andato a trascorrere la notte con la modella bianca Elisa Boyer. L’inserviente sostenne che Sam, dopo la fuga della Boyer dal motel, avesse tentato di aggredirla. Ma in molti pensarono che quel delitto fosse solo frutto di odio razziale o che addirittura era una vendetta della mafia discografica nei confronti di un artista troppo indipendente. Al suo funerale arrivarono duecentomila fan e cantarono alla sua memoria Bobby Bland e Ray Charles. Sam Cooke era nato a Clarksdale nel Mississippi ed era cresciuto a Chicago, figlio di un ministro di culto. La sua carriera ebbe inizio con il mitico gruppo gospel dei Soul Stirrers, con cui esordisce e ci rimane per otto anni. La sua magica voce svetta su tutti gli altri componenti della band, perché è una voce incredibile, usata come fosse uno strumento che incanta talmente tanto da fare breccia e trafiggere i cuori di molti. Nel 1957, incide da solista You Send Me, una sua composizione che vende oltre due milioni di copie. Roba che, per come è messo oggi il mercato discografico, sembra sia successa in un’altra galassia. Da questo momento  ha inizio per lui una carriera sfolgorante e incredibile. Una dietro l’altra, piovono canzoni che solo scriverne i titoli mette i brividi per quanto sono belle. I’ll come running back to you, When a boy falls in love, Wonderful world, Win your love for me, Hang Gang, Everybody Likes To Cha Cha Cha,Twistin’ The Night Away,Somebody Have A Mercy, Sad Mood,Bring It On Home To Me, fino ad arrivare a quel capolavoro scritto dopo aver sentito un giovane Bob Dylan cantare Blowin In The Wind, che prende il nome di A Change Is Gonna Come,è stata una vita dura e c’è voluto tempo ma io so che un cambiamento è prossimo”. Una composizione piena di speranza e di rara intensità. Struggente e dolorosa come il cammino del suo popolo. Come il cammino di molti di noi che tengono duro con lo sguardo rivolto nel vento. Perché è davvero difficile ballare in questo mondo, quando non c’è più nulla da aggiungere. E allora  cerchiamo di viverla, la vita, solo per non essere dimenticati in fretta. Dai bambina prendimi la mano, prendila a quest’ora della notte, al chiaro di luna, intanto che “Big O” ci fischietta quella melodia dedicata a tutti i fuggiaschi che alla chetichella se ne vanno via nel buio seguendo la direzione dei desideri (B.F.). 


Otis Redding aveva composto in gran segreto una canzone che voleva stupire l’America. Si era sforzato di fare uscire dal suo cuore principesco una melodia che nel suo intento voleva avere la stessa forza di I’ve been loving you too long, un pezzo che lo aveva spinto già in alto e che rimane, ancora oggi, una delle più belle canzoni soul di tutti i tempi. Ti ho amata per troppo tempo. Ti ho amata per troppo tempo per smettere adesso. Così, prima che partisse per una serie di show nel Midwest, Otis chiamò in studio un chitarrista con le contropalle, Steve Cropper, per fargli sentire quella canzone. Insieme ai componenti dei Booker T. & MG’s, i due registrarono la ritmica e la voce. Quella sera si fece molto tardi e dovettero rimandare l’aggiunta degli ottoni a quando Otis Redding sarebbe rientrato dalla tournee. Dopo l’esibizione che tenne il sabato a Cleveland, la domenica mattina il tempo era messo male. Ma Otis non voleva mancare assolutamente allo spettacolo che si doveva tenere in serata a Madison nel Wisconsin. Le condizioni erano davvero proibitive, ma lui insistette che si prendessero le dovute misure di sicurezza e si partisse comunque. L’aereo decollò e tutto andò relativamente bene fino a quando non giunsero nei pressi di Madison. Mancavano solo cinque fottuti chilometri per atterrare quando l’aereo si schiantò sulla superficie ghiacciata del lago Pomona. Morirono tutti tranne i due trombettisti dei Bar-Keys, Ben Cauley e James Alexander


Otis Reeding ebbe uno stile inconfondibile grazie a quel canto tremulo che esprimeva disagio ma che emanava un pathos che pochi altri cantanti al mondo hanno saputo esprimere. Fu un artista amato e rispettato sia dai bianchi che dalla gente di colore, per quel suo modo di essere sempre e comunque se stesso. Un antidivo per eccellenza. La versione che incise di Satisfaction fece impallidire gli stessi Stones per la forza travolgente e sanguigna che seppe imprimere al pezzo. Ma il cantante che più lo influenzò fu Sam Cooke di cui registrò due canzoni Rock Me Baby e l’affascinante A Change Is Gonna Come. Come ricordò giustamente Steve Cropper “Elvis è stato il re del rock’n’roll, Otis il re del soul”. Ai suoi funerali avvenuti nel 1967, Joe Simon cantò Jesus Nearer To The Cross e Johnny Taylor I’ll Be Standing By, accompagnato all’organo da Booker T. Dietro il feretro sfilarono silenziosi: Joe Tex, Earl Sims, James Brown, Little Richard, Fats Domino, Wilson Pickett, Sam&Dave, Percy Sledge, Aretha Franklin, Stevie Wonder, Arthur Conley, Don Covay, Solomon Burke e tanti tantissimi altri. A Dock of the bay non furono mai aggiunti gli ottoni e fu pubblicata come lui l’aveva lasciata, una ballata semplice e spoglia. La canzone raggiunse il primo posto delle classifiche di vendita e fu quello il suo primo è unico numero uno.



Il lampione del marciapiede illuminava a stento la strada. Sono rimasto là nell’angolo a guardare il niente. Volevo suonarle e sono certo che mi avrebbe aperto la porta di casa. C’era freddo là fuori dove mi ero fermato. Ma mi resi conto che facevo anche fatica a difendermi e che certe cose non mi parlavano più come un  tempo. Che potevo farci se non avevo neanche tutta quell’energia di una volta per andarmene, solo solo, a strascicarmi nel buio? Non avevo fatto mai nulla per i soldi, ed ero furioso con me stesso per non avere capito che non avrei mai potuto vivere come volevo, che non avrei mai potuto vincere quella partita perché si stava giocando con delle carte truccate. E allora che cazzo avevo da lamentarmi e presi a sogghignare. Mi sentivo un po’ ridicolo certo ma alla fine tutt’altro che stupido. 


Alle volte, è come se vivessi in un altro mondo ed in questo non riuscissi a trovare posto. Alle volte, mi sento un estraneo perfino con me stesso. Da un po’ di tempo percepisco un’aria pesante da guerriglia urbana, come quella che penso c’era nel 1968, quando gli Stones pubblicarono Beggar’s Banquet, uno tra i loro album più belli. Un disco operaio, dedicato a tutti quelli che lottano e che non accettano più compromessi e bugie. Un disco di rock con le droghe sonore di Keith (blues, folk e country) fornite come spezie speciali. Beggar’s Banquet, fondamentalmente, è un disco di Richards, dove la slide diventa uno strumento rilevante nel contesto sonoro, accompagnato da una batteria primitiva e scorbutica. Un disco che parte dalla foto di un cesso, pieno di scritte volgari e provocanti, che i ragazzi del punk omaggeranno nella loro rivoluzione del 1977, e che ci porta fin dentro quelle strade polverose di quelli che, fino alla fine, provano a resistere e morire con gli occhi aperti. Beviamo alla gente che lavora duramente, beviamo all’umile di nascita. Abbiate un pensiero di riguardo per la plebaglia. Beviamo al sale della terra.(The Salt Of The Earth - Rolling Stones)


E’ pura anarchia esistenziale,Beggar’s Banquet è asociale, tanto che mi spaventa per quanto mi assomiglia. Con quella spudorata simpatia per il diavolo urlata ai quattro venti e l’amore per le ragazze con i bigodini nei capelli e senza soldi in tasca, neanche per pagare il biglietto del bus. Ragazze, però, che solo a guardarle sono un sollievo per occhi tristi. I combattenti di strada sono pronti, ancora una volta, per fare la guerra a colpi di rock’n’roll. E quando questa storia sarà finita è ogni cosa sarà stata rimessa al proprio posto, e tutti i miei amici  saranno tornati a casa sani e salvi, solo allora - ve lo giuro - me ne andrò nuovamente per la strada con tutti i peccatori che, nel frattempo, saranno stati fatti santi. E come un vagabondo, come un fuorilegge, mangiando panini al mentolo raggiungerò il sud dell’America e  arriverò, ci potete scommettere, a New Orleans a trovare le più belle ragazze-paracadute e con loro, finalmente, mi prenderò una sbronza di quelle memorabili. Aspetto con pazienza sdraiato sul pavimento. Cerco solo di risolvere il mio puzzle. Prima che piova ancora. (Jigsaw Puzzle - Rolling Stones)


Ai miei lettori

Bartolo Federico



venerdì 3 maggio 2013

Bourbon Blue



Guidavo sulla tangenziale deserta osservando gli edifici grigi e le strade vuote. Quel paesaggio, se da un lato alimentava una  sensazione  d’intensa  malinconia, dal’altro riusciva a rilassarmi. Con il piede sinistro appoggiato sul cruscotto ed una mano sul volante, procedevo fumacchiando una Camel. Accesi la radio e inserii Undead, anno 1968, un set  dal vivo dei Ten Years After,  gruppo inglese in auge dalla metà degli anni sessanta. Alvin Lee, chitarrista e anche leader della band, per tecnica, velocità e bravura se la sarebbe potuta giocare tranquillamente anche con il re della sei corde Jim Hendrix. Ma la storia del rock è ingrata e, come spesso accade, i Ten Years After sono stati dimenticati in fretta quasi da tutti. La musica riempì l’abitacolo, regolai il volume, abbassai il finestrino per tirare via la cicca e sentii l’aria fredda e pungente dell’inverno mordermi la mano. Spinsi il piede sull’acceleratore quel tanto che bastava per far fischiare le gomme sull’asfalto bagnato. Afferrai la fiaschetta di scotch che tenevo nel cruscotto e bevvi un piccolo sorso. Avevo sempre avuto l’impressione che l’alcool potesse ripulirmi dentro, e spegnere quel tormento che mi portavo appresso da ormai molto tempo. Avevo smesso di bere, almeno in un certo modo, anche se l’alcool restava una tentazione molto forte. Il motore adesso tirava che era una bellezza, scrollai il capo e  mi abbandonai  alla musica.



C’è un nugolo di ragazzi in fondo al viottolo. Sto lì, in mezzo alla stradina con il labbro gonfio e i pugni serrati. La lite è terminata ma è stata furibonda. Qualcuno adesso piange, altri scappano. Continuo a stare fermo, e fisso l’uomo di fronte a me. Lui prova a fare un passo in avanti, ma con un gesto rapido mi chino e prendo da terra una grossa pietra appuntita. Si ferma e intuisce che non ho paura. Il sole è alle mie spalle. Ha il viso tumefatto ed è una maschera di sangue per i colpi che ha preso. Bestemmiando mi urla che, prima o poi, con me regolerà il conto. Ma i conti vanno regolati subito, se no stai bleffando. Per uscire dal viottolo cammino all’indietro. Qualcuno mi dà una pacca sulle spalle, sono stanco, esausto, scappo e vado a rifugiarmi sotto un albero di limoni con cui disinfetto anche le ferite. Mi sdraio a faccia in giù sull’erba secca. L’odore della terra è cosi forte che mi sconquassa le narici. Mi addormento. Giravamo sempre in gruppo da ragazzi. Se qualcuno si allontanava, aspettavamo che riapparisse nel tempo stabilito. Una volta scaduto, si andava tutti insieme a cercarlo. La regola era che nessuno doveva rimanere indietro da solo. Quel pedofilo aveva afferrato dalle spalle Lillo che, per il terrore, non riusciva neppure a gridare. E lo stava trascinando dentro casa, che era proprio in fondo alla stradina. Arrivammo appena in tempo per tirarlo via da li.



La libertà è sempre stata nelle cose semplici. Come un viaggio in moto stile Dennis Hopper e Peter Fonda nel film Easy Rider. Nell’ascoltare un disco di musica rock, fumando un po’ d’erba. O nel vento che ti accarezza la pelle. La libertà si può trovare in mille cose. Ma man mano che si va avanti quelle cose, come le persone, marciscono e ci si ritrova da soli. C’era del buon senso in quei ragazzi.



Lo stesso buon senso che animò il gesto di Tommie Smith, un atleta di colore nato a Clarksville, Mississippi la terra del blues. Tommie vinse la medaglia d’oro sui 200 m nella finale olimpica di Città del Messico con il tempo di 19”83.  Fu lui il primo uomo a scendere sotto la soglia dei 20”. Smith vinse quella medaglia anche per conquistare quell’America che lo bistrattava e che invece lui amava. Quell’America bigotta e razzista, che lo applaudiva ipocritamente,  che avrebbe preferito di gran lunga darlo in pasto al ku klux klan. Quell’America gli voltò le spalle nel momento esatto in cui scese i gradini del podio. Tommie Smith durante la premiazione, insieme al suo connazionale John Carlos, arrivato terzo, ascoltarono l’inno nazionale scalzi, chinando il capo e sollevando il pugno in aria avvolto in un guanto nero. Quell’azione cosi plateale fu a sostegno del movimento chiamato Olympic Project for Human Rights. La federazione statunitense li sospese dalla squadra con effetto immediato e furono espulsi dal villaggio olimpico. Una volta a casa ricevettero anche minacce di morte e furono licenziati dal lavoro. L’America del non senso aveva vinto.



C’è stato un tempo in cui sognavo. Quel tempo, però, non me lo ricordo più. L’ho fatto fuori in un baleno. Allora non mi veniva difficile innamorarmi, il problema, semmai, era crescere, restare insieme, capirsi, ma anche comprendere se stessi. Quello sì che era difficile. A me sgomentava il dover sempre e comunque vestire gli stessi panni per tutta la vita. Perché mi sarebbe piaciuto una mattina alzarmi ed essere Keith Richard, in un'altra Robert Johnson, e via di questo passo. E invece, sempre la stessa faccia sempre la stessa esistenza, a volte grigia a volte piena. Un esistenza che se ne andava per i fatti suoi, ciondolando attraverso uno scroscio di pioggia furiosa. Quando i Ten Years After salirono sul palco di Woodstock, mandarono letteralmente in delirio il pubblico suonando una versione stratosferica del loro hit I’m goin’home. Uscii dalla tangenziale che pioveva a dirotto. Alex mi stava aspettando  al riparo dentro l’androne del portone di casa. Posteggiai l’auto di fronte all’ingresso e in un baleno saltò dentro dandomi un lieve bacio sulla guancia. Stavamo riprovando a stare insieme, cercando di raccogliere i cocci sparpagliati della nostra esistenza e, per la prima volta, entrambi attraversavamo sentieri sconosciuti. Da qualche parte bisognava pur ripartire. E noi avevamo deciso di imboccare la strada più difficile. La strada del dialogo e del dolore delle parole.



Ma cosa sarebbe la vita senza passioni, mi chiesi mentre guidavo. Sono loro che in un modo o nell’altro ci tengono in piedi anche quando tutto precipita. Cyril Davies era un armonicista innamorato profondamente della musica nera. Aveva cominciato dedicandosi alla musica jazz suonando il banjo durante gli anni cinquanta, per poi passare ad una sorta di miscellanea musicale molto affine a quella delle jug band americane chiamata skiffle. Non potendo mantenersi solo con la musica, lavora anche come tappezziere. Ma il blues quando ti entra in circolo t’infetta fin dentro l’anima ed è per questo che Cyril impara a suonare l’armonica blues ascoltando i dischi del suo eroe, Sonny Boy Williamson. Nel 1961 insieme ad Alexis Korner forma i Blues Incorporated, dove militeranno musicisti del calibro di Jeff Beck, Nicky Hopkins e il cantante Long John Baldry, tutti personaggi che avranno un ruolo primario nell’ambito del cosiddetto blues revival. Questo movimento si andrà affermando nella metà degli anni sessanta. Cyril Davies ne fu il precursore, ma proprio quando la scena musicale comincia a catturare l’attenzione del mondo, morì stroncato dalla leucemia.



Un rovescio di pioggia sul parabrezza mi riportò alla realtà. Alex  guardava la strada avvolta in un cupo silenzio. Le presi la mano gelida e la strinsi forte. Lei si girò  mostrandomi un sorriso smunto. Poi, con calma, molto lentamente, iniziò a parlare, raccontandomi di quando bambina andava dai nonni al mare. Parlò per tutto il tragitto ed io l’ascoltai senza mai interrompere. Quando finì misi un blues di quelli che mi hanno accompagnato l’esistenza e le parlai di quel giorno nel viottolo e della mia paura. Di quella fottuta paura che ancora adesso mi porto appresso. E per la prima volta lo confidai. Se quell’uomo avesse fatto un altro passo in avanti l’avrei ucciso.



Bartolo Federico




sabato 27 aprile 2013

Pezzi Di Un Uomo



Oggi è sabato e il tempo è incerto. Dalla mia finestra guardo il sole che sta scemando lentamente dietro la collinetta e sono quasi ubriaco. Il telefono continua a squillare ma me ne sto fermo su questa sedia a cercare di afferrare il significato delle cose che seguitano a sfuggirmi. Così, senza accorgermene, finisco per scolarmi la bottiglia di vino da due euro al litro. Desidero andarmene da qualche parte, è da tempo che voglio cambiare aria perché a stare fermi le cose peggiorano di giorno in giorno. Tengo le palpebre strette, il capo reclinato e intanto penso che non ho mai fatto realmente parte di questa società e che il distacco tra me e il mondo si fa sempre più grande. Ma è solo colpa mia se adesso non riesco più a tenere a bada l’inquietudine. Ho i capelli arruffati e la faccia tirata. Mi alzo e vado in cucina a bere un bicchiere di acqua minerale. Qualcuno suona alla porta di casa, lo mando affanculo, che non mi rompa i coglioni chiunque esso sia. Per il momento ho voglia di dormire e che mi lasci a sudare e imprecare mentre qui da solo impazzisco.  

Cull'uocchie astritte e chino e suonno te resta 'o munno 'mmano e po' l'haje suppurtà cull'uocchie astritte e 'o viento attuorno te vieste e nun saje cchiù che cosa haje raccuntà' E nun ce sta piacere nun ce sta piacere nemmeno a ghi a fà' 'nculo pe' 'na sera (Nun ce stà piacere - Pino Daniele). 


“Deve fare il furbo per riuscire a farcela in questo mondo” mi ripete lo strizzacervelli della mutua. Per un attimo mi guardo allo specchio che sta sulla parete proprio di fronte a me. Il foulard di seta legato al collo è assai simile a quello che usavo quando avevo diciassette anni e di cui allora mi servivo per affrontare i miei primi giorni di pioggia. Ho ancora i capelli lunghi alla Jim Morrison, sono vestito di nero e porto scarpe a punta di camoscio, come quelle che aveva Bob Dylan in una foto scattatagli  durante gli anni sessanta. E mi sento spacciato. Con questa faccia da stupido che mi ritrovo dove vuoi che vada, penso. Forse ad inseguire la pazzia della notte per poi restarmene supino a guardare il soffitto mentre ascolto la pioggia cadere. Lo strizzacervelli mi scuote urlandomi sul viso: “Non c’è posto in questo mondo, se continua in questa maniera”. “Non c’è posto cerchi di capirlo per i sognatori, per chi si affaccia al balcone solo per sentire l’aria del mattino sulla pelle o il tepore del sole. Non c’è posto per chi vuole perdersi dentro un giorno senza tempo. Lei deve pensare a produrre e consumare, lo capisce questo, vero? Non c’è posto per un confuso come lei. Deve prendere posizione avere un leader politico, dibattere cosa è giusto o sbagliato. Anche se poi resta tutto uguale non importa. Deve pensare a migliorare la sua posizione sociale, farsi un abbonamento ad una tele e guardare le partite di calcio. Iscriversi a facebook, cinguettare, farsi una cultura. Leggere gli articoli preziosi e saggi di Severgnini, Aldo Grasso, Ezio Mauro, Concita De Gregorio, Massimo Franco, e Eugenio Scalfari. In estate andare in vacanza con gli amici in barca a vela. Non può continuare a starsene in silenzio e pensare che un goccio di vino rosso, per di più scadente, o una canzone, una frase, uno sguardo, un libro di Bukowski, una carezza, banalità del genere possano cambiarle l’umore e renderla felice. Si faccia coraggio, mister Tristezza, una volta per tutte e accetti la realtà prima di diventare totalmente pazzo”, mi chiosò il dottore.  

Giuro che non eri una mia ambizione. Avevo in mente come stemperarmi. Camminai verso il bar e ordinai. Poi presi fuori il ghiaccio, sedetti al sole caldo. Guardai intorno a questa terra nuova. E dopo, oh Cool Blue Long Dark, mi hai rubato il cuore. (Cool Blue Stole My Heart-Joan Armatrading). 
  


Esco dall’ambulatorio con l’inventario delle mie disgrazie, e decido di andarmene a zonzo per la città. Arrivato nei pressi del porto, un gran via vai di militari mi mette in allarme e, siccome sono assai allergico alle divise, nella confusione che si è creata tento di cambiare rotta ma, dopo un occhiata un po’ più attenta, capisco che non ho nulla da temere, che è solo una parata militare in memoria di non so che cosa. Ascolto la fanfara suonare l’inno nazionale, poi mi accendo una sigaretta e sputacchio di lato. Ci sarà sempre la guerra e ci sarà sempre gente pronta a scannarsi. E in quell’istante prendo nota che ho perso l’ultimo scampolo di fiducia, l’ho cacciata da qualche parte ma non ricordo più neanche dove. Forse l’ho spinta in fondo al corpo insieme alla speranza e l’ho mandata giù talmente in profondità che è finita nell’intestino insieme alla merda. “Non scoppierà mai la rivoluzione”, me lo disse il vecchio Charlie, ma io allora non gli credetti. La gente non è disposta a cambiare se stessa. La prima cosa che farebbe durante i tumulti si accapiglierebbe per rubare un televisore, la stessa feccia che li ha avvelenati. Sono un cane solitario, e su questo non ci piove. Uno che preferisce fare tutto da solo, anche ubriacarsi. Sulla strada di casa, da Angelo, il bottegaio che vende il vino sfuso, ne prendo a credito cinque litri e adesso, e solo adesso, nel brusio del mio cervello si apre un varco.

 Mostra qualche emozione. Metti un’espressione nei tuoi occhi. Accenditi se sei felice. Ma se ti senti male, fai scivolare via queste lacrime. Suvvia, prova ad imparare a sanguinare. Quando prendi una brutta caduta. Accenditi se tutto va bene. Ma se va male, lascia che queste lacrime scivolino via (Show some emotion  - Joan Armatrading).



Sly Stone, prima di diventare un divo del rock, lavorava per una stazione radiofonica da dove trasmetteva ogni genere di musica. Da Dylan a Hendrix e James Brown. Questo gli permise di abbattere qualsiasi barriera e di non fissarsi solo con un genere musicale, cosa che generalmente i musicisti fanno. Nel 1969 sale sul palco di Woodstock insieme ai Family Stone e davanti a quell’ immensa platea si esibisce con il set esaltante di I want to take you higher e Dance to the music. Sly Stewart è un tipo difficile, ha seri problemi con la droga (ma chi non li ha in questo mondo!), è stato in carcere ed è pazzo quanto basta. Sul palco è un istrione animalesco e alle volte capita anche che è troppo “fatto” per suonare decentemente. La sua è una sintesi anarchica di musica soul, psichedelica, gospel, i cui intrufola anche della musica latina e della fusion ante litteram. Nel 1971 pubblica There’s A Riot Goin’On, un album di rottura, dove rock, acido e soul la fanno da padroni. Con puro radicalismo e militanza politica si schiera dalla parte dei sopraffatti, ed è strano che accada, ma alle volte succede che raggiunge le vette delle classifiche di vendita. Ha testi duri, questo disco, che parlano di rivolta, della ribellione dei ghetti, della lotta per l’integrazione razziale, del potere nero e del separatismo. ”la mia sola arma è la penna. E mi sento capace di usarla. Sono uno scrittore, un poeta. Le cose che fotografo ogni giorno, le faccio ritrovare in ciò che dico (The Skin I’m In).  Ma tocca anche i temi della disgregazione familiare in Family Affair. Sly, dopo l’uccisione di Martin Luther King, diventa portavoce del suo popolo ed è con questo disco e queste canzoni che lancia un duro attacco all’ordine mondiale dei bianchi. Tutte cose che il pallido, pallidissimo, signor Obama, si sognerebbe di pronunciare anche in una conversazione privata. 



Nel corso della notte mi sono svegliato più volte con l’angoscia che mi attanagliava il cuore. E alla fine ho deciso di non dormire più, tanto i miei incubi avrebbero continuato a perseguitarmi e non me lo avrebbero permesso neppure se avessi voluto. Come chiunque, ho sempre fatto molti errori ma non ho mai cercato scuse o trucchi per difendermi. Forse non ho mai spiegato fino in fondo cosa mi accade dentro, ma è sempre stato troppo faticoso. Così, mi sono sequestrato da solo e sono rimasto in silenzio. Non ho rimpianti per questo, perché dovrei averli adesso che sono come una vecchia abat-jour posata sul comodino ad illuminare i ricordi. Adesso che intorno a me vedo solo i pezzi di un uomo sparpagliati per la stanza. La rivoluzione vi metterà al posto di guida. La rivoluzione non la daranno alla televisione, non la daranno alla televisione. Non la daranno alla televisione, non la daranno alla televisione. La rivoluzione non sarà una replica, fratelli. La rivoluzione sarà in diretta (The Revolution Will Not Be Televised - Gil Scott Heron). Mi sento davvero stanco in questo periodo, sarà che la primavera mi tiene l’umore basso. O, invece, è il fatto che più invecchi più capisci come vanno certe cose e  allora o t’incazzi, oppure ti ubriachi. Io ho scelto di ubriacarmi, anche se sotto la mia crosta il sangue ribolle. Sono circondato da disonesti, bidonari, gente che tesse la tela stando ben attenta che non si apra nessun buco. Tutto è già segnato scrupolosamente per i loro leccaculi, persone abituate all’ingrasso. E tutto se ne va alla deriva. Il mondo è buio e silenzioso. Sono fermo sul baratro quando dal brusio di una radio mi arriva una melodia che ho sepolto sotto cumuli di macerie.

 Lei mi manda lettere d’amore blu fin dalla lontana Filadelfia per ricordare l’anniversario di qualcuno che io non sono più e mi fanno sentire come se ci fosse una taglia per il mio arresto. Mi sono rivisto com’ero anni fa. Adesso sono sempre in fuga e mi sposto in continuazione. Ecco perché ho cambiato nome. E non pensavo mi avresti mai trovato qui (Blue Valentine - Tom Waits).



Nel Bronx un gruppo di ragazzi sta in mezzo alla strada. Hanno l’aria aggressiva. Un uomo nero vestito di nero porta un cappellino di lana e occhiali a specchio. Sta  attraversando con passo veloce il marciapiede. I cugini Bramante lo osservano, seduti su una decapottabile bianca, toccandosi il  cazzo e passandosi uno spinello che è lungo come una tromba. L’uomo nero è un sobillatore, poeta, musicista,  scrittore. Un genio. Uno che non ha mai alzato la bandiera dei vincitori. Chiude gli occhi per un istante. E’ un circo d’anime questa strada. Il jazz è John Coltrane. Il blues e a Jackson, Tennessee. Occhi che tornano a guardare. La poesia è Gil Scott Heron. Un pallido sorriso è lo spettro di un sorriso. Reflection è del 1981 e chi non lo hai mai ascoltato può solo farsene una colpa. C’è polvere e sangue, odio e amore. C’è la rivoluzione, i ghetti pieni di droga, i diritti civili e l’angoscia, quell’angoscia di non farcela. La vita scorre e pulsa, anche dove si spengono i lampioni e non passa più nessuno. E’ come una cicatrice profonda sulla pelle del popolo americano, questa voce. 

 Mattino come principio di un nuovo giorno con tutta la sua luminosa promessa splende prima pallido poi brilla sullo Zimbabwe su El Salvador sulla Namibia sulla Polonia ovunque un uomo osa protestare per un cambiamento. Siamo nati alla mezzanotte del periodo più scuro  ma sicuramente il primo minuto di un nuovo giorno offre… nuova forza (Morning Thoughts - Gil Scott Heron). 



Cammino su e giù per la stanza e tutto mi sembra una fregatura. In cosa si sono trasformati i miei sogni non lo so più. Certo ci sono un sacco di persone sbronze come me a quest’ora della sera. Da dove comincio allora? Forse da quel libro che devo scrivere. Mi riempio il bicchiere mentre una fredda tristezza mi attraversa il cuore. L’ho imparato su me stesso che quando si cammina dal lato infernale non si torna più indietro. È una notte molto buia e sento le sirene nella strada. Credo che lascerò dondolando questa città. 

Come sogni mezzi dimenticati, come una pietruzza nella scarpa. Mentre cammino per queste strade e il fantasma del tuo ricordo e una spina dentro un bacio e il ladro che spezza il gambo di una rosa (Blue Valentine - Tom Waits).



Bartolo Federico