mercoledì 8 maggio 2013

Con Le Carte Truccate



Li sentivo nell’oscurità, gli occhi della notte scrutarmi dal loro spioncino, mentre il sax di John Coltrane scioglieva musica. Là, per la strada, cercavo solo di ritrovare il fondo dei miei giorni appiccicosi e precari. Quei giorni che avevo lasciato a putrefarsi per sempre. Avevo fatto diversi mestieri per vivere, ma lavorare non era mai stata la mia vera prerogativa. O meglio, non ero mai stato interessato ad una carriera pur avendo avuto riconoscimenti per talune qualità. Almeno così mi aveva detto più volte il mio boss. Ma trovavo sempre qualcos’altro di meglio da fare, che lasciare che il lavoro mi ipotecasse del tutto la vita. Che so, cercare di scrivere una canzone, suonare la chitarra, o starmene a guardare la strada e il paesaggio mentre guidavo. Mi sembrava più interessante che lavorare. Ma, alla fine dei conti, cos’è il lavoro se non il solo modo legale che ci hanno insegnato per produrre soldi? Forse si dovrebbe semplicemente tornare a dare la giusta prerogativa alle cose, senza farle apparire più grandi di quelle che in realtà sono. Ma al lavoro viene data una grande importanza e, per come siamo strutturati socialmente, probabilmente lo è. Anche se alle volte penso che con uno sforzo collettivo e con un po’ di fantasia potremmo anche escogitare un altro modo di vivere. 


            A pensarci bene, quanta gente va facendo quello che realmente vorrebbe? Quanti saranno i fortunati? Pochi, pochissimi. Tutto il resto della folla vive la propria vita tristemente rassegnata, con un incarico forse mal pagato e che non si addice alle proprie attitudini. Cosa non si fa pur di sopravvivere! E In questo modo che tentiamo di arrivare a quella pensione agognata (e chi ce l’avrà?) e allora, e solo allora, tenterà di godersi un po’ la vita. Quando probabilmente è troppo tardi, quando ci trasciniamo malconci con i nostri malanni e senza più niente che possa accendere il fuoco sacro del desiderio. Quel fuoco che una volta, da giovani, ha bruciato intensamente in ognuno di noi, e che abbiamo spento con la sola  prospettiva di una vita normale. E’ un esistenza, quella che viviamo, che altri ci hanno indicato come l’unica possibile. Con la scusa del lavoro ci hanno reso schiavi, e questo i nostri mediocri governanti lo sanno. Fungiamo solo da servitori ad un sistema economico che, così per com’è strutturato, è inesorabilmente imploso nella sua stessa cupidigia. Serviamo per nutrire la loro ricchezza a discapito di milioni di altre persone che moriranno di fame. E mi viene da pensare che cazzo ci avrei fatto io con una montagna di soldi, non avendo alcun interesse a ostentare opulenza.

             
 In ogni caso non ho mai permesso che il lavoro mi inghiottisse per intero e si prendesse anche quel poco di me che sono riuscito a conservare, nonostante tutto. Ma quando ci si ritrova senza si resta sbigottiti e inermi, incapaci di una qualsiasi reazione. Ci si sente vuoti, straniti, nell’impossibilità di fare anche un solo passo in avanti. Che fare allora? Forse non ci resta che coltivare le nostre passioni. Costi quel che costi, occorre non lasciarle appassire. Solo per poi non crepare  ed avere la netta sensazione di non avere vissuto. Sarebbe come morire due volte. Mi sento colpevole di pensare queste corbellerie, a quest’ora del giorno. Di desiderare di andare avanti anche solo con i miei sogni e la mia anarchia. Ma non ho antidoti per questi pensieri vaganti, se non la consapevolezza di provare a sfondare la notte, insieme alle mie schifezze e ai miei sporchi pudori. E, per come vedo le cose, mi sembra che questo universo sia cattivo, cattivissimo, ma anche pieno di brava gente difficile da vedere.


Nella notte fra il 10 e l’11 dicembre 1964, Sam Cooke fu ucciso con tre colpi di pistola da un’impiegata del motel di Hollywood dove era andato a trascorrere la notte con la modella bianca Elisa Boyer. L’inserviente sostenne che Sam, dopo la fuga della Boyer dal motel, avesse tentato di aggredirla. Ma in molti pensarono che quel delitto fosse solo frutto di odio razziale o che addirittura era una vendetta della mafia discografica nei confronti di un artista troppo indipendente. Al suo funerale arrivarono duecentomila fan e cantarono alla sua memoria Bobby Bland e Ray Charles. Sam Cooke era nato a Clarksdale nel Mississippi ed era cresciuto a Chicago, figlio di un ministro di culto. La sua carriera ebbe inizio con il mitico gruppo gospel dei Soul Stirrers, con cui esordisce e ci rimane per otto anni. La sua magica voce svetta su tutti gli altri componenti della band, perché è una voce incredibile, usata come fosse uno strumento che incanta talmente tanto da fare breccia e trafiggere i cuori di molti. Nel 1957, incide da solista You Send Me, una sua composizione che vende oltre due milioni di copie. Roba che, per come è messo oggi il mercato discografico, sembra sia successa in un’altra galassia. Da questo momento  ha inizio per lui una carriera sfolgorante e incredibile. Una dietro l’altra, piovono canzoni che solo scriverne i titoli mette i brividi per quanto sono belle. I’ll come running back to you, When a boy falls in love, Wonderful world, Win your love for me, Hang Gang, Everybody Likes To Cha Cha Cha,Twistin’ The Night Away,Somebody Have A Mercy, Sad Mood,Bring It On Home To Me, fino ad arrivare a quel capolavoro scritto dopo aver sentito un giovane Bob Dylan cantare Blowin In The Wind, che prende il nome di A Change Is Gonna Come,è stata una vita dura e c’è voluto tempo ma io so che un cambiamento è prossimo”. Una composizione piena di speranza e di rara intensità. Struggente e dolorosa come il cammino del suo popolo. Come il cammino di molti di noi che tengono duro con lo sguardo rivolto nel vento. Perché è davvero difficile ballare in questo mondo, quando non c’è più nulla da aggiungere. E allora  cerchiamo di viverla, la vita, solo per non essere dimenticati in fretta. Dai bambina prendimi la mano, prendila a quest’ora della notte, al chiaro di luna, intanto che “Big O” ci fischietta quella melodia dedicata a tutti i fuggiaschi che alla chetichella se ne vanno via nel buio seguendo la direzione dei desideri (B.F.). 


Otis Redding aveva composto in gran segreto una canzone che voleva stupire l’America. Si era sforzato di fare uscire dal suo cuore principesco una melodia che nel suo intento voleva avere la stessa forza di I’ve been loving you too long, un pezzo che lo aveva spinto già in alto e che rimane, ancora oggi, una delle più belle canzoni soul di tutti i tempi. Ti ho amata per troppo tempo. Ti ho amata per troppo tempo per smettere adesso. Così, prima che partisse per una serie di show nel Midwest, Otis chiamò in studio un chitarrista con le contropalle, Steve Cropper, per fargli sentire quella canzone. Insieme ai componenti dei Booker T. & MG’s, i due registrarono la ritmica e la voce. Quella sera si fece molto tardi e dovettero rimandare l’aggiunta degli ottoni a quando Otis Redding sarebbe rientrato dalla tournee. Dopo l’esibizione che tenne il sabato a Cleveland, la domenica mattina il tempo era messo male. Ma Otis non voleva mancare assolutamente allo spettacolo che si doveva tenere in serata a Madison nel Wisconsin. Le condizioni erano davvero proibitive, ma lui insistette che si prendessero le dovute misure di sicurezza e si partisse comunque. L’aereo decollò e tutto andò relativamente bene fino a quando non giunsero nei pressi di Madison. Mancavano solo cinque fottuti chilometri per atterrare quando l’aereo si schiantò sulla superficie ghiacciata del lago Pomona. Morirono tutti tranne i due trombettisti dei Bar-Keys, Ben Cauley e James Alexander


Otis Reeding ebbe uno stile inconfondibile grazie a quel canto tremulo che esprimeva disagio ma che emanava un pathos che pochi altri cantanti al mondo hanno saputo esprimere. Fu un artista amato e rispettato sia dai bianchi che dalla gente di colore, per quel suo modo di essere sempre e comunque se stesso. Un antidivo per eccellenza. La versione che incise di Satisfaction fece impallidire gli stessi Stones per la forza travolgente e sanguigna che seppe imprimere al pezzo. Ma il cantante che più lo influenzò fu Sam Cooke di cui registrò due canzoni Rock Me Baby e l’affascinante A Change Is Gonna Come. Come ricordò giustamente Steve Cropper “Elvis è stato il re del rock’n’roll, Otis il re del soul”. Ai suoi funerali avvenuti nel 1967, Joe Simon cantò Jesus Nearer To The Cross e Johnny Taylor I’ll Be Standing By, accompagnato all’organo da Booker T. Dietro il feretro sfilarono silenziosi: Joe Tex, Earl Sims, James Brown, Little Richard, Fats Domino, Wilson Pickett, Sam&Dave, Percy Sledge, Aretha Franklin, Stevie Wonder, Arthur Conley, Don Covay, Solomon Burke e tanti tantissimi altri. A Dock of the bay non furono mai aggiunti gli ottoni e fu pubblicata come lui l’aveva lasciata, una ballata semplice e spoglia. La canzone raggiunse il primo posto delle classifiche di vendita e fu quello il suo primo è unico numero uno.



Il lampione del marciapiede illuminava a stento la strada. Sono rimasto là nell’angolo a guardare il niente. Volevo suonarle e sono certo che mi avrebbe aperto la porta di casa. C’era freddo là fuori dove mi ero fermato. Ma mi resi conto che facevo anche fatica a difendermi e che certe cose non mi parlavano più come un  tempo. Che potevo farci se non avevo neanche tutta quell’energia di una volta per andarmene, solo solo, a strascicarmi nel buio? Non avevo fatto mai nulla per i soldi, ed ero furioso con me stesso per non avere capito che non avrei mai potuto vivere come volevo, che non avrei mai potuto vincere quella partita perché si stava giocando con delle carte truccate. E allora che cazzo avevo da lamentarmi e presi a sogghignare. Mi sentivo un po’ ridicolo certo ma alla fine tutt’altro che stupido. 


Alle volte, è come se vivessi in un altro mondo ed in questo non riuscissi a trovare posto. Alle volte, mi sento un estraneo perfino con me stesso. Da un po’ di tempo percepisco un’aria pesante da guerriglia urbana, come quella che penso c’era nel 1968, quando gli Stones pubblicarono Beggar’s Banquet, uno tra i loro album più belli. Un disco operaio, dedicato a tutti quelli che lottano e che non accettano più compromessi e bugie. Un disco di rock con le droghe sonore di Keith (blues, folk e country) fornite come spezie speciali. Beggar’s Banquet, fondamentalmente, è un disco di Richards, dove la slide diventa uno strumento rilevante nel contesto sonoro, accompagnato da una batteria primitiva e scorbutica. Un disco che parte dalla foto di un cesso, pieno di scritte volgari e provocanti, che i ragazzi del punk omaggeranno nella loro rivoluzione del 1977, e che ci porta fin dentro quelle strade polverose di quelli che, fino alla fine, provano a resistere e morire con gli occhi aperti. Beviamo alla gente che lavora duramente, beviamo all’umile di nascita. Abbiate un pensiero di riguardo per la plebaglia. Beviamo al sale della terra.(The Salt Of The Earth - Rolling Stones)


E’ pura anarchia esistenziale,Beggar’s Banquet è asociale, tanto che mi spaventa per quanto mi assomiglia. Con quella spudorata simpatia per il diavolo urlata ai quattro venti e l’amore per le ragazze con i bigodini nei capelli e senza soldi in tasca, neanche per pagare il biglietto del bus. Ragazze, però, che solo a guardarle sono un sollievo per occhi tristi. I combattenti di strada sono pronti, ancora una volta, per fare la guerra a colpi di rock’n’roll. E quando questa storia sarà finita è ogni cosa sarà stata rimessa al proprio posto, e tutti i miei amici  saranno tornati a casa sani e salvi, solo allora - ve lo giuro - me ne andrò nuovamente per la strada con tutti i peccatori che, nel frattempo, saranno stati fatti santi. E come un vagabondo, come un fuorilegge, mangiando panini al mentolo raggiungerò il sud dell’America e  arriverò, ci potete scommettere, a New Orleans a trovare le più belle ragazze-paracadute e con loro, finalmente, mi prenderò una sbronza di quelle memorabili. Aspetto con pazienza sdraiato sul pavimento. Cerco solo di risolvere il mio puzzle. Prima che piova ancora. (Jigsaw Puzzle - Rolling Stones)


Ai miei lettori

Bartolo Federico



5 commenti:

  1. Fanculo al lavoro e a tutte le altre paranoie, 'cause summer's here and the time is right for fighting in the street!...
    Beggar's Banquet è indubbiamente il disco più bello dei Rolling! Qual'è il rocker che non ha mai desiderato che una Donna-paracadute gli atterrasse addosso di notte?...
    Buona serata Fede!
    Ps: il giorno che decidi di andartene a New Orleans fammi un cenno!...

    RispondiElimina
  2. http://www.mediafire.com/?d0kho0b3f980pfx

    RispondiElimina
  3. spero di fartelo presto quel cenno vik.

    RispondiElimina
  4. Divertimento puro , cultura musicale.......quando poi parli del mio sam cooke, impazzisco .Federico Bartolo, io ti adoro.hai mai pubblicato qualcosa?
    Claude.

    RispondiElimina
  5. grazie sei troppo buona, non ho mai scritto per essere pubblicato sono un semplice e umile scribacchino.e poi per come vanno le cose in questo mondo a uno come me mon lo prenderebbero neanche in considerazione.un abbraccio alla mia claude.

    RispondiElimina