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domenica 8 maggio 2016

Tu Ed Io

In una mattina tranquilla, con il cielo senza l’ombra di una nuvola, la sua voce fredda, ovattata, aveva spezzato quel poco che era rimasto. Di me e di lei. Dopo un breve sospiro, senza rimorsi, aveva aperto quel buco nel cuore. Ne aveva abbastanza dei miei progetti fumosi, dei miei sali e scendi, delle mie deflagrazioni. Dei miei incubi. E poi c’era troppa notte dentro di me. Come dargli torto pensai. Ha sollevato leggermente le sopracciglia, e mi ha girato le spalle. Erano le undici e trenta. Nell’ora degli addii, si resta sempre disorientati, pallidi e senza sorrisi. Certo avrei potuto giustificarmi raccontando frottole stravaganti, ma non sarebbe servito a nulla. A dispetto di tante altre cose, sapevo che non saremmo mai rimasti amici.Ci si odia sempre dopo l’amore. Perché quel che resta è un guazzabuglio di detriti, parole sprezzanti, miserie. Ma chiunque di noi ha diritto d’inventarsi una scappatoia, una via di fuga. Con quella breccia nel cuore ero già lontano, dentro la notte, attraverso i binari, nei bar fumosi, sempre più lontano. La sua mano si era staccata per sempre dalla mia, e si diventa tristi nostro malgrado. Faceva freddo, dove mi ero fermato. Sono rimasto a lungo sotto il lampione, a guardare la strada. Così tutto solo.


Bartolo Federico



domenica 3 aprile 2016

Cianfrusaglie Al Cheap Hotel



In questo teatro d’ombre c’è un barbone che piscia sul marciapiede con una sigaretta accesa tra i denti. E altri che lentamente cercano di morire. Che poi è quello che facciamo tutti. Al Cheap Hotel stanno suonando dei blues di Blind Willie McTell, e Lemon Jefferson. Nella stanza 307 c’è un uomo in preda al panico che si lacera, geme, ride e piange, imprecando alla luna. Uno che è andato in fallimento perché era troppo interessato alla sua bottiglia. Che è entrato nella pioggia e non è venuto più via. Nei bassifondi della città ci sono un mucchio di sogni lasciati sull’asfalto, bruciati insieme ai gas di scarico di una Old 55. Un luogo perfetto per chi si è perduto per strada, su un treno della notte, o nelle braccia di Ruby. Non basta andare a tempo se non hai di cosa cantare. Dead End Blues tirò un boccone dalla sigaretta e gli arrivò anche un nugolo di polvere e aria viziata. Il mal di testa cominciò a serpeggiargli. Un grido lungo e solitario spezzò la notte, che se ne stava smorta e ingiallita, appesa nel cielo a dondolare. Anche John Campbell aveva le orbite degli occhi che gli divoravano il volto, e suonava come se avesse lui tutti i peccati del mondo. Ti strappava la pelle e l’anima, quando passava il ditale sulle corde. E se provavi a rannicchiarti in qualche rifugio segreto, sapeva scovarti e sbatterti con le mani dietro la schiena. Si accese un’altra sigaretta. Tutti deliriamo poca puttana, anche Abalone Earrings che sembra uscita dai solchi di Heartattack And Vine. Non c’è via d’uscita da queste canzoni. Guardò la bottiglia vuota e si alzò dalla poltrona. Ricadde sprofondandoci. Ovunque si vada il blues ti tiene intubato, intrappolato nella sua tela. Tormento e dolore. Ho il blues e sono troppo cattivo per piangere, ho il blues e non mi posso accontentare. All'area di servizio dove fece il pieno, l'orologio segnava le nove. Quando riandò il motore rombò convincente. Era tutto a posto adesso. Gettò la cicca dal finestrino, e gli sembrò di sentire nei brontolii dei tuoni, anche il crepitio del suo cuore. E quel boato finale gli parve come una botta di vita, un applauso. Lungo e maestoso. La luna sghemba che era spuntata all'incrocio del cielo, adesso faceva compagnia a una nuvola solitaria. E a tutti quei ragazzini malinconici, che non dicono mai le preghiere. Ci vuole sempre un uomo triste per cantare il blues. Al Cheap Hotel.

Bartolo Federico