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sabato 11 giugno 2011

Bollettino Delle emozioni 2 (al bar da Gino)



Ora vi racconto….
Per le troppe birre che mi ero tracannato, stavo sdraiato sul letto in uno stato di semicoscienza quando, lì per sprofondare nelle braccia di Morfeo, ecco squillare il telefono, che per come era forte quella cazzo di suoneria, mi stava per pigliare un accidente. Intontito dal sonno, cercai di agguantare la cornetta e la cosa mi riuscì solo dopo aver fatto cadere la lampada dal comò e la radio sveglia che si ruppe in mille pezzi. C’aveva ragione zia Amalia a dire che ormai il mondo era una grande pattumiera di oggetti cinesi scadenti. Con una voce che sembrava provenire da chissà quale galassia dissi:
-Pronto chi è?
-Sono Tony- rispose con voce raffinata e calma il poeta -che fai stai dormendo?-
Che per come lo disse mi sembrò che mi stesse a prendere per il culo. Allora stetti al gioco.
-No, ero davanti alla tele che mi facevo le seghe- gli risposi assonnato ma lesto. -Dimmi Tony, come mai mi chiami a quest’ora? Forse la tua nuova ganza non ti ha lasciato scopare ed hai voglia di raccontarmi le tue pene d’amore, oppure non riesci a dormire ed hai pensato di sderinarmi i coglioni, o hai voglia di parlarle con mia zia Amalia. vuoi che te la passi? Vuoi che ti faccia adottare, vuoi uscire con lei per una cena o un tette a tette? Dimmi pure proseguii acido.
-No, no- fece lui -niente di tutto questo. E’ che ho appena scritto una poesia e ti volevo recitare i versi.
A quel punto nel bel mezzo della notte feci un rutto che per quanto era forte svegliai tutto il vicinato e corsi pure il rischio di morire soffocato, che se non era che gli volevo un bene della Madonna gli avrei staccato la cornetta in faccia e poi i suoi ciliegi con la pinza.
-Ah, mi vuoi recitare i versi- esclamai sarcastico, quasi gridando -Domani al bar da Gino non andava bene o dopodomani o fra una settimana, no eh! Alle due della notte devi recitarmi questi cazzo di versi.
-Sai Bart com’è quando mi prende quest’urgenza creativa- disse imperturbabile.
-No non lo so com’è.
E facendo il finto tonto continuò: -Ti ricordi quel libro che mi regalasti di Borges? Beh ormai è fisso sul mio comò ed ogni sera prima di dormire me lo leggo e lo rileggo, alle volte mi ispira il cuore, la mente e anche l’organo.
-Ok Tony risparmiami i dettagli- feci ,sbadigliando che quasi le mandibole non si richiudevano più -E leggimi sti cazzo di versi.
Con una voce impostata, alla Carmelo Bene, il poeta prese a declamare quella poesia che poi era bella assai, sentita e ispirata. Ma per ripicca quella sera non glielo dissi.

Quale luce poteva ancora ferire quelle liquide fessure che il tempo scolorì fino a spegnere, memori di se stesse e del loro infinito viaggiare nell’umano sapere e nell’inaudita memoria, comandate e comandanti tra il genio e la penna? Luis, Jorge, padre saggio e paziente, dove sei governi pur oggi l’emozione terribile, ma la mano mi tendi,- Oh! Adesso sei solo! - perché di ogni buio il solo che temesti fu quello che t’accecò di morte”. (Il genio e la penna - di Tony Lo Presti -) “


All’indomani avevo finito il mio turno alla ditta di pulizie dopo una giornata in cui mi era riuscito di litigare con il mondo intero, perfino con il gatto nero di donna Elvira, la proprietaria della ditta dove lavoravo. Il micio stava appallottolato davanti alla porta dove tenevamo gli arnesi da lavoro e non ne voleva sapere di spostarsi. Allora io, vendicativo e incazzato per il sonno perso, dopo aver dato un occhiata in giro per accertarmi che non ci fosse nessuno nei paraggi, gli mollai un calcio nel culo che volò in aria per due metri che non appena ricadde in terra ballonzolò come una palla da tennis è se la svignò fuori miagolando per il dolore che mi dispiacque un po’ . Non era da me comportarmi cosi, ma ero talmente furioso che non c’è la feci per nulla a trattenermi. Quando Tony finì di recitare la poesia e mi diede sornione la buonanotte il sonno mi era passato del tutto. Mi ritrovai con due pupille spalancate che pareva mi avessero messo l’atropina e non feci altro che girarmi e rigirarmi nel letto e, proprio quando nella mattinata stavo per riaddormentarmi, ecco che nella stanza fece la sua comparsa zia Amalia che, con il suo solito garbo, accendendo la luce del lampadario che è una specie di candelabro con otto lampadine, mi invitava ad alzarmi per andare a lavorare. Era meglio tenerselo stretto quel lavoro di merda con i tempi che corrono, che solo al pensiero di dovere stare a sentirla se mi avessero licenziato….


Mi alzai di botto, tanto che mi girò la testa, e caddi in terra sbattendo il ginocchio sullo stipite del comò, che porca puttana mi fa ancora male. Era da un po’ che la buona sorte mi aveva abbandonato le cose mi giravano male e soccombevo agli eventi senza ribellarmi. Era strano il mio atteggiamento, del tutto inaspettato. Per questo motivo stavo tentando di conoscere questo mio nuovo lato. Mi ero quasi trasformato in Indiana Jones alla ricerca dell’io perduto. Mentre camminavo, radente al muro, diretto al bar da Gino con sti pensieri che mi frullavano nella capoccia, ripensai anche a quello che avevo letto poco prima nella sala d’attesa del medico di famiglia. Ci ero andato per conto di zia Amalia che si doveva far scrivere delle medicine. Quando vi giunsi, la saletta era piena di anziani che lamentavano i malanni più disparati. Presi il mio numerino e mi sedetti vicino ad una vecchietta che si era addormentata per la lunga attesa, ma a quanto pare questo non le impediva di tanto in tanto di liberare un puzzo silenzioso. La cosa più pazzesca è che ogni volta che lo faceva si svegliava guardandosi intorno, facendo finta di essere sdegnata per quel mal odore e gli riusciva talmente bene quella scenetta che ad un certo punto i presenti cominciarono a guardarmi come se fossi io l’autore del misfatto. Sentendomi un attimino in imbarazzo, per distogliere i loro sguardi cercai una via di fuga. Presi delle riviste dal tavolo, di quelle che vendono migliaia di copie, e mi misi a leggere, o meglio a guardare le modelle della pubblicità. Mentre scartabellavo svogliatamente le pagine incappai nell’intervista a un musicista, un certo Michael Franti che fino a quel pomeriggio non sapevo neanche chi fosse. La cosa che mi fece sobbalzare dalla poltroncina e che mi provocò quasi un attacco di dissenteria acuta (ed allora altro che puzzole della vecchietta) fu quando alla domanda del giornalista di cosa pensasse di Jovanotti, con il quale il tizio aveva collaborato, risponde, e lo cito in maniera testuale, “E’ un po’ come Bob Dylan “. D’accordo hanno affibbiato il nome di Dylan più o meno a migliaia di musicisti che si rifacevano alla sua musica, ma paragonarlo al nulla assoluto (e non me ne voglia il Jovanotti interessato) per me è davvero troppo. Sto Franti continua asserendo che Jovanotti non ha una gran voce proprio come Dylan (si è dimenticato a questo punto di dire che non sa suonare la chitarra proprio come Dylan) ma è un grande comunicatore. Che si fumasse un paio di canne e si rilassasse un pochino il bellimbusto sotto il sole di Bali dove soggiorna e che non rompesse i gabbasisi con ste’ cazzate! Già li sento protestare i politicamente corretti che in democrazia si può dire ciò che si vuole. D’accordo ,ma a tutto c’è un limite e bisogna mettere un freno ogni tanto alle parole visto che già facciamo una fatica boia a sopportare le cazzate che il nostro primo ministro e i suoi seguaci producono in quantità industriale, i vari La Russa, Maroni, Alfano, Sacconi, Brunetta,Tremonti, Santanchè e compagnia bella che solo a scrivere i loro nomi mi sbellico dalle risate, sarebbero stati ottimi comici (altro che Grillo) se a qualcuno non gli veniva l’idea di farli ministri. Ma nel nostro paese fanno le crociate contro il nulla, ovvero le donnine della tv, i senza talento che questa politica del “fotti, fotti che prima o poi ti sistemi” ha portato fin lì, quando il vero scandalo è in quelli che lo comandano sto bellissimo paese, a partire da quei furbetti o furboni fate voi della Lega Nord. A sentirli questi signori dovevano essere i nuovi moralizzatori, gli sceriffi del parlamento ladrone, i portatori di una nuova politica, si fa per dire, vicina ai bisogni dei cittadini del Nord, ma poi, pur di accalappiarsi il potere (c’è niente da fare dagli un cappello e anche il più umile dei posteggiatori si sentirà un generale) si sono piegati ai voleri e ai piaceri del Cummenda“gnocca fresca”, votando le sue leggi ad personam e fottendosene allegramente di quegli ignoranti e pecoroni, come loro credono che siano i cittadini. Sono stati serviti i vari Salvini, Borghezio, Cota, Bossi, Calderoli,(guardateli in faccia e pensate in che mani è questo paese) alle ultime amministrative i loro elettori gli hanno fatto un bel cucù di ringraziamento. 

Ma ecco che il mal di stomaco aumenta esageratamente, e non è colpa del nuovo batterio tedesco, diventa addirittura più violento, tanto che devo stringere le gambe per i dolori addominali leggendo le dichiarazioni che quell’ipocrita della signora Marcegaglia presidente degli industriali italiani ha rilasciato. La tipa ha il coraggio di asserire che vincendo il SI per il referendum sull’acqua il paese torna indietro di 20 anni. Nessuno prova più vergogna a parlare, ma proprio nessuno! Questo paese lo hanno mortificato, lei e i suoi colleghi, prima applaudendo ed acclamando il “Reuccio di Arcore” ,poi delocalizzando la produzione manifatturiera all’estero con la scusa che il costo del lavoro in Italia era insostenibile. Hanno licenziato migliaia di lavoratori, maestranze preparate e competenti, hanno ridotto il paese alla fame e gonfiato i loro conti in Svizzera creando precariato e disoccupazione solo per una questione di profitti, di altissimi profitti. Hanno immesso sul mercato prodotti scadenti, di bassissima qualità, che tutti noi paghiamo a carissimo prezzo e che hanno ulteriormente gonfiato i loro conti correnti. Adesso si accorgono che la produzione è ferma, che l’Italia industriale (ancora esiste l’Italia industriale) per sviluppo è dietro l’India e la Corea Del Sud. E vuoi vedere che la colpa è di quelli che vanno a votare per il referendum, della Fiom, degli operai, del rock’n’roll, dei cassintegrati, dei precari, dei giovani ricercatori, di chi ancora si fa un mazzo a 800/1000 euro al mese, quando gli va bene, sopportando le loro ingiustizie le loro meschinità, le loro cazzate per cercare di dare un futuro a questo paese e a se stessi. E sono sempre più avviliti e demoralizzati. E’ sempre colpa degli altri, ormai lo abbiamo imparato molto bene questo motivetto, non scordiamoci che anche la sinistra ci ha messo del suo perché tutto ciò accadesse. 

Ho davvero bisogno di un paio di buone birre ghiacciate per togliermi quest’amaro che mi è salito in bocca tutto ad un tratto e anche di quella pioggia che Robert de Niro sperava che arrivasse in “Taxi Driver” per ripulire dall’immondizia queste strade. Quando arrivo al bar da Gino, Tony sta giocando a carambola con Ciccio Juke-box e tra un tiro e l’altro parlano dei referendum. Per la prima volta li vedo andare d’amore e d’accordo su qualcosa, ovvero votare “SI” per i quattro quesiti referendari. Tony è veramente ispirato tanto che ad un bel momento, sarà stata la birra che si è ingollato, sale sulla sedia e inizia a parlare.

-Ragazzi- fà rivolto a tutti i presenti che si girano verso di lui -Bisogna imparare a combattere, a non mollare, anche quando davanti è tutto buio, non dobbiamo arrenderci perché è quello che loro sperano, lo si capisce dai discorsi che fanno, dai loro sorrisi, da quelle facce di plastica che mettono in campo, dobbiamo imparare a combattere anche per niente, ne va della nostra stessa vita, della nostra dignità. Andiamo a votare, e se non vi sentite motivati dai quesiti, andate solo perché loro non vogliono che ci andiate.


E fu a quel punto che anche il vecchio Peppe Briscola, U Baruni, Mezza Cicca, l’Americanu, Nino Muddica, u Vasa Vasa, Mimmo U Pulici, si alzarono in piedi ad applaudire, e il bar si trasformò in uno stadio, come per un gol dell’Italia ai mondiali di calcio (ma senza il nazifascista Buffon che, toccato nel suo mondo dorato, asserisce che l’Italia è sempre quella di piazzale Loreto. Cartellino rosso e squalifica a vita). Tutti ad abbracciarci.
-Tutti a bere, tanto questo giro offro io- grida Gino e tutti d’accordo che questa è l’ora buona per farci sentire una volta per tutte. Alla salute. 

Quando uscimmo dal bar era mezzanotte passata, l’indomani era domenica e potevamo tirar tardi. Con Tony ci allungammo lentamente verso casa abbracciati dalle nostre ombre. Avevo con me i due cd che voleva doppiare e che mi aveva chiesto la sera prima al telefono. Con molta fatica glieli passai pregandolo di far presto.“Prodigal Son At the Main Point” è un bootleg di Springsteen registrato nel febbraio del 1975 e rimasterizzato. Quello show fu trasmesso sul canale WMMR è durava due ora e mezza, un’eternità per un concerto di rock’n’roll , ed è stato per anni un bootleg su vinile, ma io ne sono venuto in possesso da poco tempo. E’roba speciale, canzoni spaziali, di quelle che oggi non scrive più nessuno. C’è una prima versione di Thunder Road chiamata Wings for Wheels, una cover con piano,violino e fisa di I Want You di sua maestà Dylan che è un gioiello e capolavori come Incident on 57th Street, It Hard To Be a Saint In The City , Rosalita, Spirit In The Night, For You, New York City Serenade, ecc.. In quel periodo Bruce stava scrivendo e registrando Born To Run e qui si ascoltano le prime versioni di Jungleland , She’s The One , la stessa Born To Run, canzoni che faranno dell’uomo di Asbury Park una stella planetaria. Questo è lo Springsteen che ho amato perdutamente, quello che si sapeva donare senza veli, perso e stralunato, il Jesse James del rock’n’roll, che ha lacerato l’anima ad una generazione di sognatori che sfrecciavano lungo le highway ”come lampadine bruciate di una ruota del luna park”(Tom Waits). Se poi le cose per lui con il tempo hanno preso un'altra piega pazienza. Volenti o nolenti resta l’uomo che ci ha fatto credere nella musica come fonte di redenzione, il fratello maggiore che non abbiamo mai avuto e siccome sono invecchiato e mi commuovo facilmente qui ci metto un punto.

In questi giorni turbolenti mi son stretto alla malinconia delle canzoni di Jeffrey Foucault di Horse Latitudes, un disco che entra in circolo man mano che lo si ascolta e, non so perché, ho come l’impressione di trovarmi vicino ad un piccolo capolavoro di quelli che resteranno sconosciuti ai più, canzoni per chi vaga sperduto in quei territori che i viaggiatori dell’anima conoscono bene. Storie per tutti gli squinternati di vita usciti a tarda notte da un cinema di periferia che non trovando più la strada di casa nella penombra bluastra, timidi e fragili come ombre tremanti, si nascondono. Uomini che sono caduti fino all’ultimo gradino ma che hanno ancora un soprassalto di delicatezza, piccoli eroi che non vede nessuno. Macchioline scure sotto le luci al neon. 

Tony era arrivato ma io non avevo voglia di rientrare a casa ed allora proseguii da solo contando i miei passi nei dintorni della città. Il cielo era diventato di piombo e mi sentivo come se la vita mi nascondesse qualcosa, mi prendesse qualcosa. Ma cosa?

Bartolo Federico 

lunedì 17 gennaio 2011

Bollettino Delle Emozioni(al bar da Gino)



Avevo finito il mio turno di lavoro alla ditta di pulizie e, siccome non mi andava di rientrare, telefonai dal bar di Gino al mio amico Toni, il poeta, che tra l’altro somiglia pure a Manero e di lavoro fa il psichiatra, per una partitina a tresette. – Accipicchia!- , mi fa ansimante, - non hai un cazzo da fare e rompi i coglioni mentre sto a cavallo di sta puledra. Ma va bene, perdio, il tempo che finisco sta cavalcata e arrivoooo.- Dopo un’ora circa se ne spunta che mi ero fatto già due birre grandi alla spina e un pacco di patatine maxi fritte unte d’olio, che mi leccavo le dita per la goduria.
Dicevo, se ne spunta con un ghigno che era tutto un programma. Si siede e fa:- Senti questa di Pedro. - Chi!! -, feci io. - Il Salinas, se no chi cazzolata. E prese a recitare dei versi, mentre con l’altra mano teneva il mio boccale di birra. Se lo scolò in un botto. La poesia gli prosciugava la bocca e anche quella cavalcata di prima, blaterò finito di bere.

- Ma dove sei stato, che è da un pezzo che non ci si vede-, mi dice.

- Beh sai un po’ qua un po’ là, insomma ora ti racconto. C’è sta mia zia Amalia, che è una scassa bruni per eccellenza, non fa altro che dire che passo le giornate a grattarmi le palle e, siccome è lei che mi scuce i soldi quando sono in bolletta (quindi sempre), mi sono comprato un pacco di riviste e qualche libro, tanto per farle vedere che mi sto acculturando.
Ho preso a leggere un certo Celine e delle riviste di musica che sono di una noia mortale, ma meglio quelle che la saga del cavaliere pedofilo ho pensato. Mentre ero intento ad apprendere (beh ogni tanto staccavo e mi tracannavo una birroccia scura), è venuto il figlio di mia sorella e mi ha regalato un pc (Babbo Natale gliene aveva portato uno nuovo). Lui, spocchioso, mi dice: - Zio ti farò navigare!-Mentre pensavo che dovessimo prendere il Ferry Boat e mi stavo vestendo per uscire, lui, di rimando, mi ha spedito in quel posto, perché non capivo una nespola. Ha montato il pc nella stanza da pranzo e, tutto soddisfatto, perché la zia Amalia gli aveva dato trecento euro (furbo il ragazzino), mi fa con quella spocchia dell’età: - Ora tieniti pronto che ti faccio vedere il mondo -. Mi sono avvicinato guardingo ed ho scrutato nel video, ma non ho visto nulla perché il pc era spento. Mi ha detto: - Abbi pazienza, zio, tra poco, quando si connetterà avrai tutto in un clic- . Roba da matti, che, se non era mio nipote ma Marchionne, gli avrei fatto fare un T.S.O e l’avrei lasciato lì per sempre. 

Come dicevo, lo sai che ho sta passione per la musica che mi prosciuga tutto il grano e per questo sto sempre in bolletta. E che cazzo posso farci se ho sta passione! Bene, mi sono letto sto pacco di giornali, poi ho fatto un giro su internet imparo in fretta sai, e, dappertutto, c’erano le classifiche dei migliori album dell’anno trascorso, dei migliori film, dei migliori libri, dei migliori dei migliori... A leggerle mi è venuto un mal di testa colossale che mi sono fatto due birre rosse una dietro l’altra. 


E siccome sono stronzo, e so farmi del male da solo, che faccio: ordino per corrispondenza i cd che non avevo comprato, o cosi pensavo. Tu lo sai bene che in questa città non ci sono più negozi di musica per cui non avevo alternativa. Ma mi piace tanto il rock’n’roll. Non l’avessi mai fatto. 


Quando il postino mi ha suonato per la consegna ed ho dovuto scucire tutto il grano che avevo da parte, sono entrato in coma etilico per due giorni, che per riprendermi mi hanno fatto le endovene di vitamine. Non ti dico poi di zia Amalia! Quando mi ha visto in quelle condizioni voleva cancellarmi dal testamento. Ma superato questo intralcio sono stato giorni e giorni ad ascoltare i cd ed ero cosi incazzato che ho chiesto informazioni tramite internet su dove abita un cero T. Bone Burnett, che se lo capito a tiro gli do un calcio nelle palle che glielo faccio ricordare per tutta la vita, dato che è un pezzo che gliele ho promesse. 

- Scusa ma chi è sto Burnett. Gino un altro giro due piccole doppio malto paga Toni.
- Devi sapere che sto tizio un tempo era un musicista che figurati è andato in tour anche con lo zio Bob (guarda che onore!), ma poi lo zio Bob, intelligente per com’è, non lo ha più voluto tra i piedi. Non sbaglia mai un colpo lo zio. Sto tizio con la faccia di un angioletto di Michelangelo che con il rock non centra proprio, si è messo a fare dei dischi.

 La malasorte che mi perseguita é che in quel periodo, era il 1983, lavoravo in una radio privata e me li sono dovuti pure comprare! Le riviste musicali lo gonfiavano a dismisura, quasi fosse un genio. Tu sai com’è il pubblico che segue le riviste: si beve tutto, per cui telefonavano in radio per poterlo ascoltare, mica c’era Internet. Sto tizio era veramente di una noia mortale. Il culmine lo raggiunse nel 1986. Sempre per il motivo di cui ti dicevo, comprai l’album omonimo, mi sistemai il disco sul piatto e presi ad ascoltarlo. Dopo le prime due canzoni stavo già in una fase depressiva che neanche con l’elettroshock mi sarei ripreso e maledicevo me stesso per non essere andato al mare con Luisa, la mia ex. Ma lo sai quanto mi piace ascoltare la musica! Quando girai il disco e arrivammo alla cover di “Time” di Tom Waits non c’è la feci più, mi alzai dalla sedia, strappai il disco dal piatto e lo distrussi; dopo piansi per i soldi spesi e vomitai per la musica al punto che mi ricoverarono d’urgenza per come ero disidratato. 

Adesso questo fa il produttore. Il problema è che produce dischi di artisti che mi piacciono come John il Coguaro. Pensa che non mi ricordavo neppure che lo avevo già comprato sto cd di Mellencamp (No Better Than This), che l’ho riordinato pensando mi fosse sfuggito. L’ho riascoltato con buona lena. Nonostante tutto sono arrivato alla fine, per rispetto di John, ma la prossima volta che si fa produrre da sto tizio con il piffero che mi compro un suo cd! Dov’è il Coguaro?! Tutto suona piatto, monocorde, perfetto per la filodiffusione o il mattino di Radio Capital. Nessuna emozione, dicasi una neanche di seconda mano, ho provato. Nel pacco che mi è arrivato c’era pure Ryan Bingham, a mio parere artista sopravvalutato. Sto ragazzotto ha una bellissima voce ma le canzoni dove sono. Se nei precedenti lavori Ryan è stato prodotto da Marc Ford che ha coperto le lacune con un suono tagliente e diretto, da grande rocker che è (un ex Black Crowes mica roba da ridere), in questo “Junky Star”, presentato in pompa magna, tutto suona scontato, da compito in classe. D’altronde il suo produttore fa suonare tutti i dischi uguali, senz’anima, li ascolti una volta, ma di risentirli non ti viene la voglia. Questa è musica da salotto, da plaid sulle ginocchia e camini accessi, perfetta per chi ama i dischi di Elton John o Billy Joel e compagnia bella. Il suo è un “rock” che non si sporca mai le mani e neanche il cuore.T Bone Burnett gode della stima dei musicisti con cui lavora e i dischi che ha prodotto sono numeri uno in tutte le classifiche dei dotti e illuminati giornalisti del settore, quindi il problema sono io che non ci capisco nulla. Però merda di vacca questo insiste! Adesso ha prodotto il nuovo di Greg Allman è mi gioco la qualunque (non Cetto ) che il blues di Greg sarà cosi soporifero, mainstream, che farà sembrare “Sailing” di Christopher Cross un pezzo degli Stooges. 

Vabbò, ma la botta più grossa l’ho presa con Springsteen,Gino qui ci vuole doppio malto con soda. Grazie, pago io, metti in conto. A parte il costo esorbitante, che alla fine pesa sul giudizio, queste operazioni sono pura speculazione. Può darsi che l’autore sia in bolletta, visto che le vendite dei suoi ultimi cd non è che siano andate un granché (“Magic” e “Working on a Dream”), di conseguenza la casa discografica doveva raggranellare un bel po’ di dollaroni freschi e fumanti, ed allora eccoti servito “The Promise” che, al di là del mutuo che devi accendere, è una mezza delusione. Non per la parte video, perché quella è storia. Springsteen nel 1978 ha fatto il miglior tour della sua vita ma i cd, quando li ho ascoltati ho provato imbarazzo di fronte a certe canzoni. Comunque, è anche vero che suoni e colori sono in linea con la sua produzione post “Nebraska”. A proposito Toni, ti ricordi quel piccolo negozio di dischi N.EU. (come la band tedesca), quello di Enzo Russo, Ebbene, dopo che uscii’ “Born In The U.S.A”. Chi andava a comprare i suoi dischi erano bancari in libera uscita, avvocati rampanti, figli di papà palestrati, tutto l’opposto dello zoccolo duro che lo aveva sostenuto. Il sabato mattina arrivavano con le loro moto Bmw, vestiti di tutto punto, Clark, panta Armani, giubbini di pelle e occhiali da sole griffati atteggiandosi da consumati rocker, da saputelli, per avere ascoltato uno due dischi rock (tra cui Vasco Rossi). Da quel momento in poi Bruce è diventato il loro idolo. Suonerà nei grandi stadi e il grande pubblico ,che è quello che conta, lo acclamerà come fosse un messia. Io lo preferivo quando anche lui era un visionario ribelle: la sua musica ti incendiava l’anima e dal cuore ti grondava sangue a grappoli con quei soli torcibudella. La E-Street era una gang di delinquenti, di veri combattenti di strada venuti dai bassifondi newyorkesi per predicare il sacro verbo del rock’n’ roll: insomma la sua fotocopia . Vero e sincero fino alle lacrime, il suo cuore pulsava per gli ultimi della fila. E quelle immagini del 1978 non smentiscono. Dopo di ché, per quanto mi riguarda, è un'altra storia. Buona per essere raccontata da riviste patinate, da MTV, o per scrivere libri da giornalisti in giacca e cravatta. La sua musica diventerà altro. Gli verrà a mancare quella tensione emozionale, quell’ ardore da ultima spiaggia che ti faceva sentire tutt’uno con lui. Spuntarono i sintetizzatori e canzoni che ancora oggi non riesco a digerire (tipo “Dancing in the dark” “Cover Me” e compagnia bella). Il suo canto si vestì di una drammaticità che troppe volte mi sembrò eccesiva , da risultarmi ostile. Ma Bruce e la sua band sono saliti sul gradino più alto del podio. Ancora oggi riempiono gli stadi e la E-Street non è più una gang ma un orchestra precisa, puntuale, organizzata per il Karaoke collettivo quali sono i suoi show. Lui siede alla destra di Obama, sempre dalla parte giusta comunque, e tutti sono felici e contenti. A mio parere quello che gli è mancato dopo “Nebraska” è stato il blues. il maledetto blues quel tormento ossessivo e miagolante che ti indica la direzione quando al buio hai smarrito la strada di casa. Ma anche qui ho torto, perché “The Promise” è nelle preferenze di chi di rock se ne intende. D’altronde lui lo aveva detto che se ne andava per vincere. Sono io che non l’ho capito e sono rimasto un perdente, per giunta anche ubriaco. Sai che ti dico Toni, mi tengo stretta la copia del 1978 di “Darkness On The Edge Of Town” in vinile e ci scoliamo un’altra birra . Adesso, comincio a sentirmi un po’ meglio. Dopo aver tolto il carico, ho lo stomaco libero per ricominciare a bere. Intanto che tu ordini, telefono alla zia Amalia per dirle che ritardo, se no quella chiama i pompieri, i vigili urbani e la protezione civile per cercarmi. Per me gin e coca questo giro. 

Qualcosa di buono in questo pacco mi è arrivato. Niente di rivoluzionario, intesi , ma onesto e sincero come è sempre stato Peter Wolf, anche quando girava con la sua vecchia band, la J.Geils Band, perché non tutto è andato perduto. C’é chi ancora tiene la barra del timone sulla rotta dei sogni, con coerenza e passione: un matto come Peter è quello che ci vuole, perché solo un matto dal cuore d’oro può dedicare una canzone a Willy De Ville,The Night Comes Down. Da quando è morto nessuno si è preso la briga di onorarlo per quello che merita. Pensa hanno fatto tributi anche a Cristina D’Avena, ma a Willy nulla! Ora tutti questi musicisti che se vanno in giro pieni di boria a fare gli smargiassi che si comprassero “Coup De Grace” e se lo mettessero sul comodino, come l’immaginetta della Madonna, per capire come si fa un disco di rock’n’roll che suoni con l’anima e il cuore e tutto il resto. Ma dove lo si trova un altro che canta come Willy? Neanche in un altro mondo. 

Sai Toni, se potessi farlo gli comprerei mille cd a Peter del suo “Midnight Souvenirs” per ringraziarlo di questo pensiero. Dopo me ne andrei in centro città a distribuirli ai passanti gratuitamente anche perché te lo ascolti e riascolti e ti vien voglia di metterti in macchina magari con una bella pupa a scorrazzare tutta la notte, neanche avessi vent’anni. E dato che sognare non costa nulla mi porterei anche il cd di Alejandro Escovedo per fuggire con lei fin dove le strade diventano canzoni d’amore. 

Guardavo ste classifiche e mi chiedevo: ma il rock dov’è?!. Il rock, quello che nasce nella strada, che arranca e combatte, che lotta, che si indigna. Forse è con i ragazzi di Tunisi, vestito da “Combattente”. Di certo non è in “Le Noise” di Neil Young o in “Leave Your Sleep” di Nathalie Merchant o in “High Violet” dei National. Tutti loro hanno fatto di meglio, di molto meglio, perché mi accontenti di semplici esercizi di stile. Di certo sta con gli operai della Fiat che hanno dovuto votare  al ricatto di Marchionne e di questo governo di prezzolati. Ma in questa nazione quando la finiremo di fare i codardi, di mettere la testa nel buco, di stare tutti zitti di fronte al padrone! Di avere paura. Continuiamo ad ignorare il declino morale ed economico per far piacere ad un vecchio maniaco che ci prende tutti per il culo. Ma perché m’incazzo allora per un disco che non mi piace, mentre tutto va a male e poi mi sento in colpa per questo. Alla fine la musica è il mio salvagente, la mia terra promessa. Perché di terre promesse non ce n’é. Le ancore di salvataggio sono solo ed unicamente quelle che abbiamo dentro di noi, quei sentieri che abbiamo arato, che ci hanno fatto crescere, piangere, ridere, vivere, e in quei sentieri bui e silenziosi che abbiamo formato gli anticorpi, che ci hanno portato fin qui con la testa alta e lo sguardo nel vento, come vecchi capi indiani, orgogliosi di tutta la strada che abbiamo percorso ma ancora per niente paghi. Con quella vecchia fiamma che brucia, con la voglia matta di ascoltare storie di guardare immagini di innamorarci ancora una volta della vita o semplicemente di un disco, di farci chilometri senza una meta solo per sentire il vento e guardare il sole e alla fine ci si sente leggeri, di quella leggerezza che solo i pazzi e i bambini conoscono. Perché andare avanti a volte è difficile, complicato, ma lo facciamo serrando i pugni e mettendoci tutti noi stessi, anche quando ci si sente soli o si è tali davvero. Allora facciamola tutta questa strada. Unicamente per non morire e per non smettere mai e poi mai di sognare.
Alla Vostra.

Bartolo Federico Gennaio2011