Ho il cranio che mi frulla di strane cose, e passo la mia giornata ascoltando Elvis che continua a cantare le sue fottute canzoni. Mi è rimasto solo lui mentre me ne vado da questa città,
e non so neanch’io con quali intenzioni. Mi chiedo mentre me la filo su
questa deserta strada, come farò a sopravvivere in un posto che non
conosco… ma andarmene è l’unica cosa che posso fare per cercare di
tirarmi avanti, aspettando che il mio destino si compia. Mio padre e mia madre sono stati genitori devoti e amorevoli, onesti e cortesi, e anche molto tolleranti con me che sono sempre stato un ragazzo difficile, strano, chiuso, e forse anche con qualche rotella fuori posto. Forse per questo motivo non ho mai incontrato una ragazza
che avesse voglia di mettere in questa forsennata e delirante testa un
po’ d’ordine. Darò l’impressione che io abbia voglia di lamentarmi, e
penserete che io abbia paura ma non è così. E’ solo colpa di una strana configurazione d’eventi, se mi trovo in questa situazione, ma come il mitico Jack di Denari
quel furfante che sgusciava tra pilastri di fiches, sarò uno duro da
battere. L’altro giorno al bar del rione, su un quotidiano ho letto che
andava tutto bene, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. La disoccupazione, la povertà, l’ingiustizia non esistevano più. E neanche gli invidiosi e i traditori. È stato così che ho pensato che il successo di quelli che ci governano, assomigliava in maniera impressionante al mio fallimento. Si era semplicemente rotto le palle Bob Dylan (nome d’arte preso da Matt Dillon, eroe di una serie western TV degli anni 50, e non dallo scrittore Dylan Thomas) di starsene a suonare seduto su un divano attorniato da quei giovani intellettuali
che lo osannavano. Era diventato il simbolo della loro condizione
sociale, del loro modo di pensare, e anche della loro appartenenza
politica. Tutti studenti universitari che si definivano innovatori, ma in fondo non erano altro che figli di papà, radical chic, con la puzza sotto il naso. Per questi folkniks che frequentavano gli stessi locali ascoltando gli stessi dischi, e che parlavano allo stesso modo, la riscoperta della canzone come strumento di comunicazione era solo una moda. Tutto il contrario di quel giovinetto taciturno e scorbutico che si era abbeverato al sapere popolare di Woody Guthrie, e che aveva imparato a suonare l’armonica a bocca e la chitarra ascoltando alla radio le canzoni di quell’ubriacone di Hank Williams, il rock’n’roll blasfemo di Little Richard, e il blues paludoso di Muddy Waters e Howlin Wolf. Quel loro modo di essere era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua anarchia intellettuale,
e anche dal suo intendere la musica folk stessa. Ma sin dai tempi in
cui dodicenne si esibiva ai festival per dilettanti, pur continuando a
leggere Steinbeck e ascoltare i dischi di hillbilly di sua madre, in cuor suo ambiva a diventare una rock’n’roll star. Dylan ha sempre diviso in due il pubblico. C’è chi lo adora incondizionatamente, e chi invece non lo sopporta per quel suo carattere taciturno e scontroso. La storia racconta che tutto ebbe inizio al festival folk di Newport, nel 1965. Quel giorno il rock’n’roll tornò nella vita della gente, ed ebbe nuovamente una voce. Era stufo Dylan di sentirsi dire: “bravo questo ragazzo, anche se è stonato e suona maluccio la chitarra”. Così con un ghigno diabolico dipinto sul viso, quel 25 luglio si presentò sul palco con una chitarra elettrica a tracolla, seguito dal chitarrista Mike Bloomfield, e l’armonicista Paul Butterfield. Alzò il volume degli amplificatori, e la sua Fender sibilò nell’aria che i tempi erano cambiati,
una volta e per sempre. Lo guardarono terrorizzati quei giovinetti
presenti, che cominciarono a rumoreggiare e a respingerlo in malo modo…
ma Bob continuò a suonare mentre il pubblico protestò scandalizzato, osteggiandolo di continuo. L’erede di Woody Guthrie chi si credeva di essere? Era solo uno che si stava compromettendo con una musica volgare, blasfema, impura…
e per di più lo stava facendo proprio di fronte a chi lo aveva sempre
osannato e vezzeggiato. Ma in quel trambusto nessuno si rese conto che
per la prima volta due mondi il folk e il rock che si erano da sempre guardati con avversità e sospetto, attraverso l’arte di quel ragazzo, finalmente diventavano complementari. Sfruttando l’energia di quei suoni, Dylan tirò fuori dal suo cilindro qualcosa che non esisteva e questa volta, con buona pace di tutti, senza restarne prigioniero. “Bringing All Back Home”, “Highway 61 Revisited” e “Blonde On Blonde”, sono i dischi che seguiranno quell’evento e che deformeranno, plasmeranno per sempre la musica rock. Il loro avvento produrrà un cambiamento radicale nel mercato discografico. Il rock’n’roll non sarà più solo musica da ballo, ma diverrà la colonna sonora per tutte quelle minoranze silenziose che nessuno rappresentava. Dentro queste canzoni c’è una musica carica d’idee, di fatti, di slogan. Una musica anche politica rinnovatrice, sovversiva, ribelle, anarchica, che nessuno riuscirà mai a eguagliare. Neanche lui. Le sue canzoni lievitano fino a diventare lunghissime, con cascate di versi che si fondono magicamente insieme ai suoni e, dentro quel caos apparente, c’è tutto quello che nessuno aveva mai osato metterci. Letteratura, ideologia, vita vissuta, fantasie, bugie, visioni, poesia, rabbia e violenza; ma anche le tradizioni, la strada, le droghe, Rimbaud, Baudelaire, e Charley Patton. Tutto questo sta in piedi in un clima da incubo urbano, da sogno ad occhi aperti, in una baraonda che è rock, folk, blues. Dylan ancora una volta diventa un simbolo. Questa volta però del disagio e della coscienza di massa; ma anche un punto di riferimento per una miriade di musicisti.
Quei versi sputati fuori con giochi di parole, rime martellanti,
scioglilingua, per la rapidità dell’informazione contenuta sembrano dei moderni tweet.
Sono arrivato in città prima dell’alba e mi sono addormentato sui
sedili posteriori della macchina. Quando nella tarda mattina mi sono
alzato accecato dai raggi del sole, avevo un terribile mal di testa che
mi accudiva. Sono sceso dall’auto e mi sono seduto sul ciglio della
strada. Per farmi compagnia mi sono messo ad ascoltare il vento bisbigliare tra l’erba.
Avevo perso non so quante volte l’equilibrio, e ogni volta prima che
riuscissi nuovamente a rialzarmi, avevo dovuto lottare come un leone in
un’arena. Dopo il mio ennesimo fallimento era molto meglio riprendere
fiato. Quando vivevo ancora con i miei genitori, una sera ho sistemato
l’antenna della radio e ho visto delle nuvole nere nel cielo arrivare sopra casa mia. Prima che piovesse ho ascoltato una canzone… che dico, una voce profonda,
chiara, poi scura, forte, tenue, che sfumava le parole e poi le
assaliva. Sembrava volesse superare qualsiasi barriera quella voce. Per
un attimo mi sono chiesto se fosse un’allucinazione, o un mio tormento. “Io sono giovane, io vivrò, io sono forte, io posso darti lo strano seme del giorno: senti il mutamento, conosci la strada” (Goodbye And Hello). Tim Buckley non era nato per fare la rockstar,
anche se l’industria discografica sin dall’inizio aveva tentato in
tutti i modi di costruirgli quel ruolo. Un uomo schivo, onesto e
sensibile, con un carattere emotivo, introverso, tormentato come il suo,
non avrebbe mai potuto esserlo. Per via di quell’indole i discografici di quel tempo lo avevano preso per uno squilibrato. Un artista Buckley che non si può categorizzare in nessun genere. La sua musica è inafferrabile, turbolenta, libera da qualsiasi costrizione. Con il suo canto allucinato ma prorompente e straripante di passione, era quasi riuscito a deformare la realtà con la poesia. Com’è stato per Dylan, i dischi di Buckley hanno
rotto qualsiasi barriera musicale ed emozionale. Un uomo che ha
sofferto la tristezza e la bruttezza del mondo, e che sognava la
leggerezza di un viaggio fantastico. Un viaggio che partiva
dall’ombra per poi tentare di volare, di respirare, cercando un
appiglio, uno spunto, per tornare nella luce del mattino. Un uomo che riusciva a cantare completamente nudo nell’anima.
Un innamorato della vita, tanto da non sopportare le sue miserie e
trovare riparo nell’eroina. Uno che toccava e accarezzava le parole come
i riccioli dei suoi capelli, cercando sempre un nuovo punto di partenza
da cui poterle trasfigurare. L’acqua, le nuvole, il mare, i fiumi, le ragazze gitane, i treni, le melodie tristi, i solitari,
sono le cose da cantare, quelle che animano il suo sentire; e non ci
sono steccati o interdizioni che tengono, di fronte a quel flusso di
passione. Tim Buckley con la sola chitarra acustica affronta il suo mondo di suggestive visioni,
comunicando con gli angeli, graffiando e avvolgendo le parole,
distendendo la melodia. Commuove e spacca l’anima mentre con la sua voce
baritonale che non conosce risposte né verità, ma solo la paura di non
potere più sognare, apre nuovi orizzonti. Era un uomo solo Buckley che faceva un mucchio di sogni, e che amava anche quello che perdeva. Con il vento che gli annodava i capelli era pronto a mettersi in marcia. Se né andato troppo presto il 29 giugno del 1975 nel cuore della notte, per un’overdose di eroina. Stava solo volando, cercando di afferrare qualcosa che gli era sfuggita nel buio.
Ho ripreso a guidare, poi ho rallentato per rendermi conto di dove
fossi arrivato, e mi sono fermato davanti a un lampione. Non ero solo.
Lo avevo capito sin da subito, da quando la incontrai, che la musica non mi avrebbe mai lasciato.
Durante questi anni passati insieme l’ho vista sorridere, piangere,
lamentarsi; con l’aria corrucciata, aggrottare la fronte e fumarsi una
sigaretta nervosamente. Spostarsi nei miei incubi, per poi tornare
insieme a me a sognare. L’ho sentita come Tim, triste e felice. Curiosa e sconvolta, come Bob. Per poi incazzarsi e mentire, come Iggy. Un’irruzione continua, una voglia infernale di vita. Sedersi e svignarsela. Mi sono guardato intorno, la strada era di nuovo ricoperta di poesia. La musica è l’ultima resistenza al potere. Lei non va mai via. Nelle vite da niente, non va mai via.
giovedì 10 gennaio 2019
mercoledì 2 gennaio 2019
mercoledì 26 dicembre 2018
Dal Blu al Nero
Bisognerebbe bruciare il passato e lasciare solo cenere dietro di sé. Riaprire il fiotto dei sogni e partire dal primo che si è fatto quando si era ancora giovani e innocenti. Cercare nuove direzioni, nuovi punti di arrivo e, quindi, nuovi punti di partenza.
Squadrai il cielo sopra la mia testa che restava fuligginoso, mentre
sgocciolava fallimenti, rovine e grandi dubbi che mi incrostavano
l’anima. Avrei voluto dormire ascoltando il vento capriccioso e saziarmi
di un lungo sonno ristoratore. Avrei voluto vivere nell’esercizio della
mia solitudine, senza quell’ansia che mi distruggeva l’esistenza… ma
non riuscivo a darmi risposte. Così quel brandello di dignità che mi
attraversava mi aiutava a tenermi a galla. Anche se era diventato
parecchio complicato stare sulla stessa barca con quella parte di me che non amavo più.
Il pericolo era di fraternizzarci. Non ci avrei messo poi molto a
tradirmi. Scesi dall’abitacolo e tornai sui miei passi verso il mio
stambugio. Ero pallido e stanco. Avevo lasciato la casa di Luisa dopo averci fatto l’amore con rabbia e avidità ma il morso delle mie vergogne mi condizionava da sempre la vita. Ero un precario dei sentimenti come del lavoro.
Cosa avevo da offrirgli se non la mia stessa confusione? Probabilmente
era il momento di fare quella puntata balorda e giocarmi i numeri alla
ruota del lotto rimanendo in attesa del miracolo di diventare ricco ma
non avevo mai creduto abbastanza che questo potesse accadermi da
dedicargli tempo e denaro. Però non c’era nulla di male a immaginarmi
nelle vesti del vincente. Il risultato fu così buffo ai miei occhi che scoppiai a ridere sconciamente.
Lì da solo in mezzo alla strada. Rientrai in casa e bevvi un sorso a
canna dalla bottiglia di gin che era riversa sul tavolo della cucina.
Afferrai dallo scaffale nel reparto operai della musica “Willy And The Poor Boys” dei Creedence Clearwater Revival, anno 1969.
Tirai un altro sorso a canna e cominciai a sentirmi meglio. La musica,
da subito, mi catapultò sulle sponde del grande fiume che attraversa l’America, mentre la voce di John Fogerty,
lacerata e colma d’anima, mi travolgeva. Quella voce, che pare sia
sempre sul punto di spezzarsi, sprigiona un’energia e una passione che
ti afferrano le pareti dello stomaco, facendotele arricciare. C’è tutto
in quelle semplici canzoni: voglia di vivere, di combattere e fierezza di essere duri e puri. Tutte cose che quelli come me non sentono più da molto tempo ormai. Persone che avevano confidato nel potere magico della musica
per crearsi l’esistenza. Che su tre accordi hanno adagiato i propri
sogni, e con molta probabilità hanno perso più di un occasione nella
vita. Che sul treno dei finti sorrisi non ci sono mai
voluti salire per restare fedeli a se stessi. Persone che hanno pianto
come bambini, con l’angoscia nel cuore, cozzando la testa contro le
pareti del mondo. Uomini che si sono trascinati nel buio della notte e che, sbandati e confusi, non hanno trovato più la strada di casa.“My my, ehi ehi, il rock and roll è qui e ci resterà. E’ meglio bruciare fino in fondo che dissolversi nel nulla. My my ,ehi ehi. E’ uscire dal blu ed entrare nel nero. Ti danno questo, ma paghi per quello. E una volta che sei andato non puoi più tornare. Quando sei uscito dal blu. Ed entrato nel nero”. My my, ehi, ehi (Out of the blue).
Sono poche le cose che ci legano al passato ma alla fine sono proprio quelle che fanno più male. Mi sdraiai sul letto, nella penombra con un bicchiere sul petto, ascoltando “Live Rust” di Neil Young, anno 1979. Un doppio album dal vivo registrato nel 1978 al Cow Palace di San Francisco, dove Young, con la sua chitarra acustica, prima si scioglie dentro le sue ballate dolenti e poi, insieme ai Crazy Horse, dà vita ad un set elettrico ad alta intensità emotiva: Like A Hurricane, Cortez The Killer, My My Hey Hey, Cinnamon Girl, Powderfinger, sono proiettili devastanti che mi hanno lasciato segni profondi sulla pelle, sui nervi, nella pancia dell’anima. Almeno fin quando non è sopraggiunta la rassegnazione. “Live Rust” è il disco con cui mi avvicinai a questo pazzo furioso che fin li avevo tenuto a debita distanza. Perché ero giovane e ribelle e i Clash erano il mio unico credo. La musica di Neil, in quei giorni, era il punto di riferimento di una generazione che in qualche modo consideravo già vecchia… ma era nella natura delle cose e della vita dovermi incrociare con quest’uomo. Un inquieto sognatore notturno, la cui esistenza è costellata di fantasmi.
“Quando lei se ne andò, lui morì, ma continuò a fingersi vivo. Quando lo vedrai, capirai che niente può liberarlo. Fatti da parte, cedigli strada: è il solitario”. (The Loner).
Sdraiato sul letto pensai a Luisa e al suo corpo caldo e vibrante mentre facevamo l’amore. Mi sentii come se avessi lasciato le mie tracce sulla battigia e al mio ritorno non c’era più nulla. La mattina del giorno dopo decisi di fare un giro in macchina sulla statale 113. Quando avevo bisogno di raccattare i cocci, quello era il mio luogo preferito. La 113 è una strada lunga e silenziosa, che cammina a ridosso del mare. E’ un percorso dai lunghi rettilinei, quasi sempre deserti. Come una canzone dei Velvet Underground. Il vento che era venuto giù faceva increspare le onde, intanto che un flebile sole si faceva largo tra le nuvole nere che schiamazzavano nel cielo. Quel paesaggio rendeva la strada svogliata, al pari di quei grigi villini per le vacanze di cui era attorniata. Ad un tratto mi si parò davanti, con la sua bicicletta e lo zaino legato al portapacchi, uno che veniva da un’altra era. Arrancava lentamente, senza una meta da raggiungere, quel figlio dei fiori. Come il vento, andava dove credeva. Lo superai, osservandolo dallo specchietto retrovisore rimpicciolirsi. Mi sembrò che avesse la faccia serena. 1967 a San Francisco. Andava in scena la rivoluzione. Ventimila anime che inseguivano un sogno comune si erano riunite al Golden Gate Park, in quella che fu definita l’estate dell’amore, per ascoltare gratuitamente i Grateful Dead e i Jefferson Airplane. In città erano giunti da New York, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso appena uscito dal carcere, per unirsi al poeta e letterato Kenneth Rexroth. Gli hippy prendevano allucinogeni e si decoravano i capelli con i fiori, mentre a Berkeley i movimenti studenteschi si scontravano con la polizia reclamando diritti civili. Nella vicina Oakland dei duri, quali erano Eldridge Cleaver, Huey Newton e Bobby Seale, fondarono l’organizzazione radicale delle Pantere Nere.
”Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada: è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Hey, sto danzando giù nella strada, è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione. Non è sorprendente tutta la gente che incontro? E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione. Una generazione è invecchiata, una generazione ha trovato la sua anima” (Volunteers – Jefferson Airplane).
La prima volta che i Jefferson Airplane cantarono questa canzone fu nella radura di Woodstock il 21 agosto 1969, davanti a 500.000 persone, con rabbia e passione. Nel novembre dello stesso anno venne pubblicato “Volunteers”, un disco che è anche un manifesto politico, apertamente sovversivo. We Can’t Be Together apre l’album e spara subito a zero contro le repressioni anti-libertarie dell’America di Nixon e di Kissinger. I Jefferson Airplane, per non disgregare il messaggio politico, cercarono di unire coerentemente parole e musica, in questo aiutati dalla presenza di ospiti illustri. In The Farm Jerry Garcia suona la pedal steel, creando un’atmosfera prettamente rurale. Wooden Ships, regalata dal duo Crosby e Stills, presenti entrambi, è sinistra nel suo incedere e parecchio inquietante. Jorma Kaukonen incrocia la chitarra con quella di Jerry Garcia in Hey Fredrick, mentre Grace Slick canta con profonda emozione. L’incedere country di A Song for All Season sembra anticipare di qualche anno Sweet Virginia dei Rolling Stones, forse per la presenza nel disco del pianista Nicky Hopkins, poi alla corte delle pietre rotolanti, che ricama e caratterizza le canzoni con il suo distintivo suono. Questo disco, comunque sia, suggella la comunanza d’intenti e quel senso di fratellanza che avevano in quegli anni tutti i musicisti della Baia. “Volunteers” è la fine di un’epoca ed è come una capsula del tempo. La si può schiudere e tornare ai giorni in cui era bello sperare che la musica potesse cambiare il mondo. Viaggiando, fatti di benzedrina, su camion che ti avevano raccattato nella notte da qualche parte in mezzo al deserto.
“Questa generazione non ha mete da raggiungere: raccogliete il grido. Hey, adesso è il momento per voi e per me. E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Su, venite, stiamo marciando verso il mare. E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Chi vi spazzerà via? Saremo noi. E chi siamo noi? I volontari d’Amerika I volontari d’Amerika I volontari d’Amerika” (Volunteers – Jefferson Airplane).
Andai all’edicola e comprai un quotidiano. Poi mi diressi all’ufficio di collocamento e mi misi in coda, in fila indiana, con il numerino in mano, aspettando il mio turno. Nell’attesa sfogliai le pagine politiche del giornale. Sempre la stessa tiritera, bugie su bugie. Tirai dritto e andai alla pagina della musica. Lessi una recensione inconcludente dell’ultimo album di Leonard Cohen e mi chiesi perché certi giornalisti dovevano campare alla grande, pagandosi regolarmente il mutuo, scrivendo corbellerie su corbellerie… mentre altri, che di meriti potevano riempire il giornale, dovevano vivere nel limbo. La spiegazione me la diedi da solo. Erano anche loro figli del vento, nati senza la lingua a pennello. Sentii puzza di merda nell’aria. Allora pensai a Luisa e solo a lei.
Bartolo Federico
martedì 18 dicembre 2018
Dannato Stasera Non Piangere.
Il bar Cosimo all’ora di pranzo era pieno di impiegati, indaffarati a mangiare insalate, e qualche arancino al ragù. Vite ordinarie quelle, con le loro preoccupazioni e le proprie ansie. Persone normali, con progetti, speranze e, probabilmente, qualche sogno cucito chissà dove. Avevo cercato riparo dai miei silenzi, e dai miei blues, standomene assorto davanti a un bicchiere di vino rosso. Troppi punti deboli, troppe lacune si erano aperte dentro di me. Girai gli occhi e incrociai lo sguardo di una ragazza col seno grosso che si toccava i capelli. Lei mi guardò ammiccando con un piccolo sorriso.
Non era brutta, ma di sicuro non era il mio tipo. Troppo muscolosa e
con le spalle larghe per i miei gusti. Guardai attraverso il vetro del
bar e, chissà perché, cercai quelle risposte che non arrivano mai. Un ragazzino con un cappello alla Mingus entrò ridendo. Capivo di non avere più risentimenti verso nessuno, ma di essere ancora in qualche modo vulnerabile, come quando ero giovane. La vita è fatta di incontri alle volte insignificanti, altre volte così devastanti che ti cambiano per sempre… e mi rividi spostarmi per quelle strade buie e silenziose, con i cartelli arrugginiti e sbattuti dal vento. Quelle strade abbandonate, circondate da immondizia e puzza di piscio, che ci si smarriva non appena svoltavi l’angolo. Alcuni di noi sono predestinati alla salvezza, altri alla dannazione. Dal pacchetto di sigarette tirai fuori una Benson &Hudges
che strinsi tra le dita, ma non accesi. Avevo sempre cercato di fare
del mio meglio. Tuttavia i giudizi che mi davo un tempo, mi sembravano
meno spietati di quelli di adesso. In compenso non mi preoccupavo più di
come andavano le cose. Mi incuriosivo solo dei miei continui cambiamenti. “Nessuno è innocente, nessuno. Ficcatelo bene in testa”. Senza motivo, mi erano tornate in mente le parole urlatemi da Gilda in quel pomeriggio da cani. Lo avevo imparato a mie spese che, quando le situazioni prendono una brutta piega, è inutile che uno cerchi di spiegare. Noi uomini, prendiamo ciò che ci fa più comodo. Siamo abituati ad usarci perché dopo un po’ l’amore finisce e, in seguito, anche l’odio che nutriamo. Un altro esule entrò nel bar.
Camminando di sbieco e ordinando una birra, si accomodò. Era una
giornata di quelle che non si sa perché, ti senti scoglionato, annoiato,
irritato, ma sapevo che avrei fatto bene a restarmene sobrio. “C’è un casino dappertutto” mormorò ad un tratto, l’uomo che si era seduto proprio dietro di me. “ci si sente come in prigione”, continuò… ed era come se mi stesse leggendo nei pensieri. Mi girai lentamente e lo guardai per un lungo istante dritto negli occhi, come a volergli scrutare fin dentro l’anima. “Non lo so, e non è che m’importi molto” risposi, mentre un cellulare iniziò a suonare una musichetta del cazzo. Non avevo fame, né freddo, né sonno, niente. Non sentivo niente. Vidi il cielo annuvolarsi e mi chiesi fino a che punto dovevo precipitare, prima di fermarmi. Mi aggiravo per le strade portandomi appresso un oscurità così densa, che potevo tinteggiare le pareti di un palazzo. In quel silenzio, l’autoradio della macchina sparava raffiche di sax, tanto forti da impedirmi di sentire le mie stesse urla. Amavo il suono del sassofono, era come se ascoltassi il respiro profondo di certe anime dilaniate che facevano musica nella tempesta. John Coltrane è una luce negli occhi, una sensazione fantastica, tremendamente rara. In The Dark You Can Love This Place mi ha sussurrato una notte Barzin, distogliendo accuratamente lo sguardo. Ho trattenuto le lacrime, per non farmi inondare fin dentro le orecchie, e capire quanto ero ridotto male. Gilda quando c’eravamo incontrati, mi aveva guardato da dietro il fumo di una sigaretta, e questo bastò per farmi perdere l’orientamento. Era come se una voce mi dicesse che era lei che stavo cercando… ma ora che c’è l’avevo di fronte, non sapevo che fare, e le dissi soltanto: “ciao bambina”, con una voce greve e lenta… e subito dopo iniziò a diluviare. E piovve per un bel pezzo. Poi rimasi in silenzio, inquieto come un sospiro. Ma queste cose mi erano successe in un’altra vita. Come spesso accade i nostri destini si erano separati, e niente e nessuno avrebbe potuto farmi tornare sui miei passi. Ho canticchiato un blues mentre
salivo le scale di casa, dove non mi aspettava più nessuno. Con gli
occhi spalancati nella penombra, ho acceso lo stereo, fumando, e
cercando di non farmi prendere dallo sconforto. Erano passati anni, secoli, mesi, giorni, ore, minuti, da quando ci eravamo lasciati,
ma certe cose, non si erano ancora sbiadite. Il telefono gettato sul
pavimento prese a suonare, lo guardai ma non risposi. Lei di sicuro non
mi stava cercando. Ho acceso la lampada che faceva una luce fioca, per
cercare nello scaffale un disco che non trovai di Blind Blake, uno dei padri fondatori del blues. Un viaggiatore misterioso di cui non si sa praticamente nulla. Di quest’uomo solitario è rimasta un’unica foto. Eppure negli anni venti era una star della musica. Suonava un blues tecnico e riusciva a tracciare con la sua chitarra un crossover ante litteram, che amalgamava lo stile ragtime, con il blues e il jazz. Anche il burbero reverendo Gary Davis lo omaggiò. Lui così avaro di complimenti verso gli altri musicisti. I morti hanno sempre gli occhi tristi. Anche Nick li
aveva quando è spirato per un tumore all’esofago. Per come era fatto,
avrebbe preferito di gran lunga una pallottola dritta in testa che
quell’animale dentro a divorarlo. Aveva appreso sin da subito di essere
spacciato e di non avere via d’uscita… e non deve essere stato facile. Il diavolo poi ci mette sempre lo zampino e sembra che goda. Anche quando chiedi: “quanto tempo mi resta dottore?”
Lui sogghigna. Alla fine, all’ultimo istante, avrebbe voluto alzarsi da
quel cazzo di letto che lo inchiodava e camminare, camminare. Prima di tirare le cuoia avrebbe voluto bestemmiare, imprecare.
Andarsene in giro senza meta, come faceva quando cercava di raccattare i
cocci della sua pazza vita… ma si sentiva debole e stordito, ed aveva una paura fottuta. Siamo tutti strambi noi uomini. Mi alzai e mi versai un bicchiere di Chivas. Il whisky andò giù morbido. Mi ricordai di quando lei era seduta sul divano e sfogliava distrattamente una rivista. Aveva recuperato il pacchetto delle sigarette e si era accesa una merda di MS. A guardarla nel suo jeans attillato aveva un bel culo, ma anche delle belle tette. Per tutto il giorno aveva sapientemente evitato il mio sguardo. Forse era un modo per non farsi venire qualche rimorso. Suonai qualcosa con la chitarra per ritrovare il coraggio.
Aveva due splendidi occhi ed eravamo diventati tutt’uno. Non c’era
spazio per nient’altro. Lo dico adesso che non posso più ingannare
nessuno, tantomeno me stesso. È stato questo che alla fine ci ha fregato.
Avevo smesso di dare importanza ai suoi misteri, come lei ai miei. Non
potevamo continuare ancora ad ingannarci. Me ne sono tornato
nell’oscurità, come un blues greve di Mark Lanegan. Le armi e i duri non mi sono mai piaciuti. Neanche i mercenari e certi sbirri. C’è gente che legge troppi libri, altri nemmeno uno.
La vita alle volte è crudele, e si comporta come un romanzo da due
soldi. Sarò un romantico, ma esiste un altro modo per stare su questa
terra. Ne sono certo. In quello mio, non ci sono né vincitori, né vinti.
Perché capita ad ognuno di noi che qualche porta si chiuda, e anche se
questo ci lascia quel retrogusto amaro di nullità, si può sempre
ricominciare, da qualche altra parte. Sempre. La cattiva stella prima o poi tramonta. Bisogna solo sapere aspettare. Certo, ci vuole una infinita pazienza, ma ne vale la pena. L’ho appreso dal blues questo, che non vive nel mondo della luna. Pur con una gamba di legno Furry Lewis se ne andava in giro per il sud del Mississippi, aggregandosi al fianco di imbroglioni e truffatori, che seguivano le carovane dei minstrels e dei medicine show.
Aveva perso la gamba in un incidente ferroviario, ma tutto questo non
era riuscito a fermare la sua vivacità, la sua voglia di vivere. Suonò
insieme a Gus Cannon e Will Shade, per le strade di Memphis, entrando anche a far parte della Memphis Jug Band… ma di musica non sempre si campa, e allora inizia a lavorare come spazzino, e lo farà per oltre quarant’anni. Per non gettare del tutto il suo talento, alla sera suona nei battelli a vapore che attraversano il grande Fiume, e al mattino va a ripulire le strade della sua città. Suonare a questo songsterr, gli ha reso più sopportabile la sua dura esistenza. L’ha fatto anche Night Moves con me. Una canzone che conserva il sapore di tante cose che ho perso lungo il tragitto. Ho pensato a Lei ascoltandola. Ai suoi seni, al suo desiderio, alle sue speranze, alla sua avidità. Me ne sono rimasto seduto sul divano,
mentre fuori aveva preso a piovere. Ha piovuto per un bel pezzo. Mi
sono fatto del caffè e fumato qualche sigaretta nella piccola cucina. Al lavoro l’indomani,
ci sarei andato anche a costo di strascicarmi per strada a tentoni. È
solo quando non hai più una cosa, che te ne accorgi di quanto era
importante. Misi un disco di rock duro, grintoso, di quelli che sparano raffiche di chitarra a mitraglia. Tanto per stordirmi un po’. La mattina uscì presto di casa. Era un’alba fresca e senza particolari pretese.
Prima di andare via, ho lasciato tutte le luci dell’appartamento
accese. Così da darmi la sensazione al mio rientro, di non essere solo. A
quell’ora del mattino le strade erano deserte. Un barbone dormiva dentro l’atrio del portone. Cercai di non disturbarlo. In strada camminavo veloce e con le mani infilate nella tasca della giacca. La Folie cantavano gli Strarnglers nel 1981. “Combien
de crimes ont ete commis. Contre les mensonges et soi disant les lois
du coeur. Combien sont la a cause de la folie. Parce qu’il ont la folie”. Mia zia Marianne sentiva le voci, e vedeva cose inesistenti.
Alle volte diceva che erano sui muri, altre sul pavimento, qualche
volta non ti riconosceva nemmeno, perché eri tu la cosa strana. Se ne
stava per ore seduta immobile sulla sedia. Ogni tanto rideva e si
toccava i capelli, e si stringeva i seni, fino a farsi male. Beveva vino
rosso a litri, e fumava all’inverosimile. Troppe notti difficili.
Alle volte avevo paura, una paura tremenda, che potessi uccidermi… ma
forse c’era molto suggestione in me. Ogni tanto tornava normale e
passavamo dei bei momenti. Poi anche quegli attimi svanirono, e la
dovettero rinchiudere in un manicomio. John Trudell è un indiano Sioux. Quando venne nominato portavoce dell’American Indian Movement, si rese protagonista di un gesto di protesta contro le autorità americane, per le atrocità commesse nei confronti dei nativi americani. Sui gradini del J. Edgar Hoover Building di Washington bruciò la bandiera a stelle e strisce. Dodici ore più tardi, sua moglie, i suoi tre figli, e sua suocera, morirono in un incendio nella riserva di Paiute Shoshone in Nevada. La cosa resterà senza colpevoli, anche per il rifiuto dell’FBI di indagare sul caso. John Trudell inizia a comporre poesie e, nel 1985, quando incontra Jesse Ed Davis, un indiano Kiowa che suona con Clapton, Dylan, Lennon e Jackson Browne, le sue poesie diventano musica. “A.K.A. Graffiti Man” è un grido di dolore, un blues profondo, un vento di guerra. Ci sono cose che nessuno può uccidere… ma il cuore degli uomini è la cosa più difficile da vedere. Dannato stasera non piangere.
domenica 25 novembre 2018
Eternamente qui
Quando al mattino mi alzai soffiava un vento gelido di tramontana,
le previsioni del tempo davano un peggioramento nella serata, con vere
bombe di pioggia in arrivo. Dall’armadio tirai fuori il trench nero e la
sciarpetta di seta in fantasia cachemire che era stata di mio nonno, m’infilai gli occhiali e nel momento in cui Frankie Lee Sims aveva cominciato a cantare Raggedy And Dirty, spensi lo stereo dall’interruttore della luce. Una diavoleria escogitata da Sal,
quando ancora frequentava il regno dei vivi. Scesi le scale
dell’appartamento e, una volta in strada insieme a quella nuova
indecifrabile tristezza che da giorni mi aveva imprigionato il cuore,
m’incamminai. Il rumore delle macchine fece presto a prendere il sopravvento sui miei pensieri.
Osservai i passanti infagottati in quegli enormi piumini da neve che
procedevano silenziosi con il viso fasciato da grandi sciarpe di lana, e
mi parevano come spettri. Pensai che la mia casa era davvero così piena
di musica, da potermi considerare quasi come un suo ospite. Il vento
fischiava rude, ma la città pareva la solita. Mi diressi verso l’entrata della metropolitana.
Ci nutriamo di convinzioni banali e misere ma nello stesso tempo
essenziali per tirare avanti… e ci scordiamo di quei brividi che ci
hanno reso la vita un po’ meno amara. Scesi i gradini della metro e afferrai per un soffio il treno della linea A. Ognuno di noi ha le sue rogne ma vallo a sapere quando iniziamo a perdere terreno, e tutto tracolla. Chissà cosa gli era successo a Jeffrey Lee Pierce?
Qual era stata la ferita che non si era più rimarginata e lo aveva
fatto cadere insieme ai suoi demoni, nelle profondità più nere di noi
stessi. Un eroe ribelle e drogato che ha attraversato
la storia del rock, lasciando un segno profondo. Lui più di tanti
funamboli rompicoglioni della sei corde, è da considerarsi un vero uomo di blues. Ma com’è successo per tanti altri rinnegati del rock, dal cuore puro e furibondo, è stato dimenticato in fretta. Sparito per sempre sotto un cumulo di polvere e macerie. Se chiudo gli occhi e come se lo vedessi ancora con quell’aria goffa e smarrita, fermarsi e intonare un paludoso blues di Charley Patton. L’esordio folgorante di “Fire Of Love” (1981) con la sigla The Gun Club, è un disco di canzoni
che hanno dentro quella fiamma che brucia, e che non si placa. Che ti
arrivano come un pugno in pieno viso, perché hanno il piglio della ribellione e dell’anticonformismo. Perfette
per uomini che si sentono soffocati da un mondo che ti afferra e ti
rovescia, sul lato opposto dei tuoi sogni. Zeppe di quel vento ululante
che ti fa ghiacciare il cuore nella notte, e di quel blues ancestrale che ha popolato le strade del Mississippi. Un disco che resta una pietra miliare, e che ebbe la forza di aprire le porte a tanti punk verso la “musica del diavolo”.
Allora il resto del mondo però non contava niente. Il rock mi tranciava
la pelle, l’anima, in quella disperazione mattutina dopo una notte
balorda e disperata. Fu però con “Miami” del 1982 che Lee Pierce conquistò una visibilità più ampia. Un disco notturno e denso di emozioni,
spudorato per quella spontaneità ad esporsi nei suoi sentimenti, senza
alcuna barriera di protezione. Che ad ascoltarlo oggi a distanza di tre
decadi, ti mette paura, tanta è l’intensità di quella sventagliata di rock viscerale, che sorregge il suo canto tormentato e lirico. C’è lo spirito di Hank Williams che aleggia nelle canzoni, mentre Jeffrey si avvicina allo spirito anarchico e medianico di Jim Morrison. Chris Stein è il produttore di questo lavoro un ex membro dei Blondie, gruppo da Jeffrey molto amato per via della cantante Deborah Harry, anche lei qui presente. Chris con la sua produzione tende soprattutto a far risaltare la sua voce, e quel canto sferragliante e infettato di voodoo, fumo e sporco fino al midollo del rock’n’roll selvaggio dei migliori Creedence Clerwatwer Revival. In “Miami” ci sono canzoni di un uomo che nonostante tutto riesce a sopportare ancora il dolore.
Anche se la droga e l’alcool stanno diventando fin troppo importanti
nella sua vita ma, in fondo è la storia che lo insegna, è sempre dai
sobborghi che sono arrivate le star del rock. Disperati, omosessuali, delinquenti, tutti con quel dono magico di avere carisma e talento.“Don’t let her take her love to town They will never fill her hear. She needs a passion like her fathers used to be I know because I’m like the train shooting down the main line. I know because. I’m the Indian wind along the telegraph lines. She’s like heroin to me. She’s like heroin to me. She’s like heroin to me. She can’t miss a vein” (She’s Like Heroin To Me).
Durante una pausa per le registrazioni del disco Jeffrey si accese uno spinello e si sedette sul divano. Indossava degli logori stivali texani e un jeans sdrucito. Dalla bottiglia di whisky bevve un sorso come solo un dannato sa fare. Quella notte il tempo non faceva presagire nulla di buono. “Pioggia e freddo intenso” avevano recitato quelli del bollettino meteorologico. Quasi una metafora della sua vita. Lui se ne stava in silenzio per quella semplice ragione, ché le parole alle volte non servono a nulla. Nelle sue visioni la vedeva protendersi e chiamarlo. Lo pregava di proteggere il suo ricordo, di difenderlo. Chiuse gli occhi. La vide camminare verso di lui. Voleva stare con lei, ricongiungersi a lei. Dopo un altro lungo sorso afferrò la chitarra e per scaldarsi le dita, suonò una sequenza di accordi. Su quegli stessi accordi ciondolando la testa, intonò una nuova canzone. Tutti i presenti si commossero ad ascoltarlo mentre bisbigliava i versi di Mother Of Earth ancora avvolti dentro una melodia traballante.
“Sono andato giù nel fiume della tristezza Sono andato giù nel fiume del dolore nell’oscurità, li ho sentiti chiamare il mio nome Oh, madre terra. Il vento è caldo, ho provato a fare del mio meglio, ma non riesco. E i miei occhi si sono chiusi su questa grande terra“ (Mother Of Earth).
Era il blues che risuonava dentro di lui, e sarà sempre il blues a tingere di scuro le sue canzoni: anche quando una lap steel s’intrometterà per addolcirne i suoni, sarà sempre il blues demoniaco e disperato della sua anima che tirerà pugni e vagherà per le strade. Quanti colori, note, combinazioni, si possono ottenere da una chitarra? E quante melodie vengono fuori dagli stessi accordi? Ma i blues sono sempre diversi, pure se sembrano uguali. Perché parlano degli esseri umani, e dei loro bisogni. Perché anche i solitari vivono una loro vita, amano e soffrono, anche se non riescono a spiegarlo. Un viaggio quello di Jeffrey colmo di una malinconia indelebile ma, i sentimenti che proviamo sono più potenti delle parole. “Torna da me amore”. “Sono qui, sono stanco di queste lacrime”. Quando sussurra con l’anima sanguinante queste parole abbaiando dentro il microfono, capisci quanto era fragile e vulnerabile. Le sue canzoni risuonano ancora oggi impetuose per quei selvaggi che hanno il diavolo alle spalle, e l’anima incendiata. Ci sono persone la cui vita sembra un lungo tormento. Poi un bel giorno decidono di morire, come se non ci fosse nulla di meglio da fare, niente per cui valga la pena di andare avanti. Anche per mia madre è andata così. Avrei voluto incontrare Jeffrey per potergli dire che nella vita tutti noi bariamo, perché altrimenti non avremmo via d’uscita. Tutti noi c’è ne stiamo ammassati nella stessa barca, logori, ammaccati, trattati senza troppi riguardi. La destinazione è per tutti la stessa. Gli avrei voluto raccontare che le sue canzoni avevano attraversato la mia vita, e che mi avevano dato una speranza. Avrei voluto vedere se la sua espressione del viso sarebbe cambiata, e se si sarebbero increspate le ciglia. Comunque vadano le cose, tutti nessun escluso, abbiamo sempre bisogno di sentire un altro punto di vista. A mia madre però, non ho avuto il coraggio di dirglielo. Quella mattina era il mio giorno libero dal lavoro. A una fermata qualunque del metrò scesi e, camminando senza meta per la città, mi sentivo come un cane che aveva preso troppe botte e non si fidava più di nessuno. Andando in giro mi resi conto che quello che attraversavo era un mondo d’infelici, di gente sconsolata, che aveva paura di tutto. Tutte persone in esubero. La loro scomparsa sarebbe stata solo una semplice, banale formalità. Nelle maggior parte dei negozi, stavano appesi i cartelli con la scritta “Affittasi/Vendesi”. Una donna di mezza età mi chiese dei soldi. Il sole nel cielo era come oscurato da grossi vetri, spessi e scuri. La vita però non ha prezzo. E l’amore dovrebbe vincere sempre. Qualcuno dice che se conosci il nemico, non ti troverai in pericolo. Il fatto è che questo nemico che ci annienta, non lo puoi colpire, non lo puoi distruggere. Davanti al municipio una manifestazione di disoccupati invadeva i marciapiedi, e parte della strada viaria. Gli automobilisti però sembravano comprensivi con quelle persone. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quelli che ho incrociato, erano spenti e bui. Occhi dove non si scorgeva nulla. Forse servirebbe un vero cambiamento. Una rivoluzione. Ma non sono più così sicuro neanche di questo. Un anziano signore che rovistava tra le cassette della frutta stipate al lato di un cassonetto girò la testa, e adocchiandomi mi disse: “non è che abbia una grande pensione figliolo”. Lo disse mentre il vento agitava gli alberi. È un blues spietato quello in cui ci hanno ficcato quelle teste di cazzo dei nostri governanti. Dei gran figli di puttana. Nessuno escluso. Quando rientrai a casa l’orologio a muro segnava le due e venti del pomeriggio, e mi sentivo affranto per tutto quello che stava accadendo. Alle volte capita che ci ricordiamo di ogni cosa che ci è successa. Guardai a lungo la mia chitarra ma, siccome non riesco più a scrivere una canzone, l’ho lasciata in pace. Le chitarre hanno un cuore grande, sanno sempre come prenderti. Dovrei smettere anche di ascoltare certe canzoni, perché sanno come ferirmi. Accidenti se lo sanno. Alle volte mi chiedo cosa non abbia funzionato in me, e perché ho perso quel treno. Chissà, se ci fossi salito, a quale stazione sarei sceso? Perché alla fine torniamo sempre da dove siamo partiti. È troppo tardi però per crederci ancora. È troppo tardi per i rimpianti, perché ci sono cose che non si possono più fare. E’ vero comunque che le porte più difficili da chiudere, sono quelle che si trovano sul proprio pianerottolo. E’ l’anno 2018 ma niente è cambiato per quelle orde di poveri, che si muovono silenziosi nel mondo. Mangiai poco e di controvoglia, ero di cattivo umore, così negli scaffali dei dischi rintracciai gli X, la banda di John Doe e Exene Cervenka. Mi accesi una sigaretta e mi sedetti sul divano, cercando quantomeno di non ascoltare più me stesso. E’ del 1980 “Los Angeles”, l’album prodotto da Ray Manzarek, l’ex tastierista dei Doors. E’ in questi solchi che riaccade il miracolo di risentire quel binomio di rabbia e poesia, che fu prerogativa di Dylan, Jim Morrison, Patti Smith, Lou Reed, Jimi Hendrix. “Los Angeles” è un viaggio nell’incubo urbano, nell’emarginazione sociale, nella crisi dei valori umani… ma è anche la grande voglia di non arrendersi, avendo chiara la consapevolezza che il momento più duro, è sempre quello del risveglio. In alcuni pezzi di questo disco, con il suo inconfondibile suono, la tastiera di Manzarek si presta a colorare il buio dopo la pioggia. Musica che ha infilato la chiave nell’interruttore del mio cuore. Qui, oltre alla forza dirompente del punk, ci sono quei duetti bellissimi tra John ed Exene che cantano nove canzoni malvagie e feroci, fino a raschiarsi le corde vocali, fino a cadere sanguinanti in fondo alla notte. Non importa quanto sia sbagliata la strada che imbocchiamo, tanto le cose più belle sono quelle che ancora dobbiamo scrivere. Procediamo curiosi nella terra di nessuno cambiando continuamente tragitto, una volta a destra, un’altra volta a sinistra, acceleriamo, freniamo, cercando di capire quello che nessuno ci spiega. Nella musica punk c’è sempre stata una specie di ruvida tenerezza. In quella sfrontatezza c’era molta sincerità. Quello che non capiva, il punk lo intuiva. Poi, come in una sorta di autoindulgenza non sapendo barare, se n’è tornato in quelle strade buie e solitarie, dove è difficile giungere. Quando la musica è finita ho rimesso a posto il disco. Ho buttato via il caffè che era rimasto, ho rassettato la cucina e ho pulito i miei stivali. Poi ho fatto una doccia e mi sono rasato, cosa che non faccio mai nel pomeriggio… ma mi era venuta voglia. Piccole cose semplici di un uomo solo, che non fanno male a nessuno.
martedì 2 ottobre 2018
Cacciatori Di Stelle
È difficile vivere dall’altro lato della strada.
Il mondo si dissolve in fretta a guardarlo da quella parte. Che tu te
ne stia appollaiato dentro un bar, o sotto un sole caldissimo, o una
pioggia incensante, ti senti sperduto in quell’overdose di solitudine in cui ti sei cacciato.
Con quel vestito da senzatetto e quell’aria malinconica che ti pervade
la faccia, ti senti un perfetto idiota, mentre cerchi di limitare i
danni. Chi è sensibile alle sfumature lo sa bene, che la musica
trionferà sempre su tutto. Buttò giù del whiskey nel vuoto delle sue
budella, mentre Ray Davies cantava No One Listen. Seduto nella piccola cucina di casa cercava un modo per venire fuori da quel grigiore che negli ultimi tempi aveva avvolto la sua vita. Era un tipo come c’è ne sono tanti altri nel mondo. Un uomo pieno di grinze e ragnatele che viveva con assillo e furia la sua esistenza. “Quando invecchi gli aveva detto suo padre ti restano i ricordi”…
ma non te ne fai niente dei ricordi pensò. Solo seghe. L’unica cosa che
conta è non perdere il tuo tempo. Perché alla fine si muore. Come tutti
d’altronde. Non c’è altro. Rimise nuovamente la stessa canzone,
tornando indietro con il telecomando del CD. Dalla finestra filtrava una
pallida luce. Si chiese da che parte doveva andare, perché Ray Davies in quel momento cantava Imaginary Man: “I
saw my reflection in the glass Watched as the world went flashing past.
I knew the face but could not tell. Why I couldn’t recognise myself”. Lo aveva imparato da solo che ci vuole sempre una botta di culo per non finire annientati sotto i colpi di questo mondo marcio, barcollante, ostile… ma chi erano mai – e poi mai – questi gerarchi detentori del pensiero unico, per decidere le sorti di popoli interi?. E’ la storia che rappresentano che li inchioda. Nutrono immenso disprezzo per tutti i lavoratori, che si trovano nel livello più basso del mondo. Hanno un odio profondo per gli anarchici, gli ultimi, e i guastafeste, che non vogliono collaborare per i loro fini. Woody Guthrie lo spiegò che la vita è una lotta, dalla culla alla tomba. Come non era mai accaduto prima questi gerarchi sono davvero lontani dalla vita, e dai suoi bisogni elementari. Cinici, spietati, violenti. Con il dito premuto sul grilletto, non si fanno alcuno scrupolo a pisciarci in testa. Il loro intento è solo quello di sopprimere i sogni di migliaia di uomini e donne.
Gente che non sa ascoltare la capriola di una canzone, che risuona
dall’altra parte della strada. Il suo volto divenne duro e freddo. Woody,
cercò di spiegargli che cosa stava accadendo con parole semplici e
dirette Era questa la sua grande virtù. Si riempì nuovamente il
bicchiere. La vita all’improvviso può diventare un incubo, una vendetta
infinita. “Questo è il modo in cui finisce questo mondo del cazzo non con un BOOM, ma con un gemito”. Lo sentii dire a Dennis Hopper in “Apocalypse Now”. Siamo come cacciatori di stelle mentre cerchiamo in tutti i modi di scovare nuove canzoni, per cibare lo spirito e la carne. Abbiamo dentro un demone che ci possiede. Lo stesso che aveva Harry Smith un antropologo, bizzarro e barbuto. Un collezionista di 78 giri bramoso di scovare pezzi rari della musica americana… ò con la sua collezione di dischi, che la Folkways, un’etichetta dedita alla folk music, pubblica “Anthology Of American Music”. Una specie di bibbia per tutti quegli uomini che se ne vanno in giro fumando in silenzio, e dormendo per strada. Un cofanetto diviso in tre volumi che parla delle gesta di persone sperdute, semplici, avvolte dentro una nuvola di polvere. Sempre ubriache di pessimo whiskey. Musica inquietante, piena zeppa di fruscii, di fantasmi che si affacciano a ogni nota scorticata da un banjo, o da una chitarra scordata. Sangue, sofferenza, e follia. Musica populista vestita di stracci, che però ha l’affanno dell’uomo comune, del disoccupato, del migrante, di chi non sa più dove andare. Raccoglie dentro di sé immagini e speranze, rimpianti… ma anche entusiasmo. I
politici alla pari di quei finti progressisti che blaterano dagli
schermi televisivi, fanno solo finta di conoscere questo lato della vita. Sono dei buffoni, avidi e smaniosi.
Quanto di più lontano esista da questa musica. Il loro abbraccio è
mortale per qualunque cosa che trotterella nella polvere, e si
raggomitola per terra. “Forgive me, I’m still a sad creature of little faith. We are such creatures of little faith”. (Ray Davies). Finì di bere e si versò dell’altro whiskey. Poi si mise a guardare le copertine dei suoi vecchi vinili. Ogni disco raccontava una parte della sua vita. Era stato sposato con Emma, ma la cosa non aveva funzionato. Dopo un primo periodo in cui sembrava che le cose tra loro filassero al meglio, erano arrivati all’improvviso i primi litigi. Man mano che le cose deterioravano, si arrivò a vere esplosioni di violenza fisica da parte di entrambi. Questa cosa lui la odiava profondamente. Alla fine non si parlarono più… e manco si guardavano. Lei andò via una mattina di ottobre, serena e pacifica. Fuori ad aspettarla c’era il suo collega d’ufficio, con cui aveva intrecciato una nuova relazione. Quella sera lui si cucinò del pesce bollito, con delle patate al prezzemolo per contorno. Poi accese lo stereo e mise un vecchio vinile dei Mott The Hoople: “Now
it’s a mighty long way down the dusty trail. And the sun burns hot on
the cold steel rails. ‘N I look like a bum’n I crawl like a snail. All
the way from Memphis”. All’una e trenta della notte si scolò una bottiglia di vino rosso, e ascoltò innumerevoli volte Walk On The Wild Side.
Bisogna rientrare nella propria vita in qualche modo. Perché se era
rimasto qualcosa era meglio andarlo a prendere il più presto possibile,
prima che finisse per essere divorato dalla sua stessa inquietudine. L’influenza del blues del Delta sul rock’n’roll, è davvero indelebile e profonda. I musicisti rock hanno preso qualsiasi cosa da quelle canzoni, e da quel modo di suonare. Charley Patton aveva uno smisurato amore per la musica. Anche se suo padre lo puniva ferocemente, lui se ne andava in giro continuando ostinatamente a suonare il suo blues, agghiacciante e viscerale. Sembra semplice ma il blues è musica complessa. Puoi anche imparare lo stile slide in maniera impeccabile… ma per fare sentire vero quel suono pieno di sfumature, di coraggio e incertezza, devi possedere anche tu quell’ambiguità
di cui questa musica è piena zeppa. Accidenti a questo sole del cazzo
che acceca la vista e rende ubriachi senza aver bevuto un solo goccio. E’ davvero difficile essere liberi in questo mondo. Si può morire spiritualmente molte volte, ma la carne rimane viva bramosa di libidine, come il rock’n’roll. Continuavano a piacergli le puttane,
le altre donne le trovava noiose e incongruenti. Solo una piccola
illusione momentanea. Rimase seduto al bar a bere e fumare.
Tamburellando con le dita sul tavolo cercò una nuova melodia, per quella
canzone che stava scrivendo. Una canzone per bastardi senza cuore che
attraversano la strada per rifugiarsi tra le ombre. Come lui… cacciatori di stelle.
Bartolo Federico
martedì 18 settembre 2018
I cuori sono come i fiori
Dormire negli ultimi tempi è diventato un vero tormento, al punto che il sonno mi sembra una discesa negli inferi. Colpa di quegli spettri che vengono a trovarmi. Al risveglio mi sento stanco, sfiancato, come una di quelle ballate febbrili, claudicanti e senza sole, di Nikki Sudden e Dave Kusworth, o del Johnny Thunders fragile e drogato, di “Hurt Me”. Il medico mi ha guardato con una faccia stralunata, e paternamente mi ha dato una pacca sulla spalla. “Non
se ne faccia un cruccio, è tutto legato alla sua depressione ansiosa.
Il suo comportamento compulsivo, ossessivo, però è da tenere sotto
stretta osservazione”. E lo diceva senza guardarmi, mentre scriveva la ricetta degli antidepressivi
da assumere. Me ne sono tornato a casa quieto quieto, con il sole che
stava tramontando dietro i palazzi. La mattina seguente seduto in cucina
pensavo a queste cose, quando il telefono prese a squillare facendomi
trasalire. Con una voce rauca ho risposto ad una signorina dai toni suadenti, che mi ha illustrato l’ennesima vantaggiosa offerta per luce e gas.
Malgrado la mia confusione mentale, mi sono sforzato di prestarle
attenzione. Siamo stati lì a conversare come due vecchi amici che non si
sentivano da un pezzo. Dopo un po’ mi sono alzato barcollando e, con la
cornetta attaccata all’orecchio, ho azionato lo stereo. Autumn Stone degli Small Faces, l’ho ascoltata come sottofondo a questa insolita chiacchierata. “Ero
nel nulla, finché tu non hai cambiato la mia mente, l’amore viaggia
attraverso l’essere buono con te. Dopo sei stata da qualche parte, un
luogo difficile da trovare, quel che tu sei sempre stata, è la verità.
Cerco una porta aperta, dove mi posso mettere seduto e giocare in pace
con te. Il domani cambia l’odierno verde dei prati, ieri è deceduto, ma
non i miei ricordi, eravamo stranieri, e poi sei arrivata tu. La più
dolce alba primaverile a cantare per me. E così ho trovato un suono che
vive, che si muove, che respira e fa all’amore con me”. Verso mezzogiorno mi sono deciso a uscire. Camminando nel mio quartiere ho incrociato un uomo con gli occhiali neri e un bastone bianco, e subito dopo anche Gianni, uno che assomiglia in maniera impressionante a Lemmy dei Motörhead. Un tempo anche lui era un musicista ma qualcosa non è andata per il verso giusto, e adesso vive come un vagabondo tra i binari della ferrovia.
Gli era davvero capitato qualcosa di tremendo che nessuno sapeva, ma
che lo aveva spinto a lasciare il mondo. Comunque era andata stava
pagando il suo prezzo. Io invece nonostante le profezie del dottore, non
mi sentivo ancora alla resa dei conti, e il mio livello di guardia
restava alto. L’arteria principale della città come sempre era intasata di macchine, e l’aria era talmente maleodorante di gas di scarico che mi è venuto il mal di testa. Nessuno di noi è padrone di nulla, anche se molti credono il contrario. Nessuno di noi possiede l’alba, il cielo, la pioggia.
Mentre cammino per le strade senza meta, una piccola ombra mi protegge
dal sole, e penso che, nonostante tutti i miei casini, sono ancora in
piedi. In questo periodo rispolvero sempre più spesso i miei vecchi dischi,
dal computer non scarico più files musicali, perché ad un certo punto
mi sono sentito come se fossi un ladro. Mi limito ad ascoltarla la
musica nuova, quando però mi incuriosisce sufficientemente. James Moore in arte Slim Harpo, è stato l’esponente di punta dello swamp blues. A soli quindici anni resta orfano, ed è costretto ad abbandonare la scuola per mantenere il resto della famiglia. Si impiega come scaricatore di porto, e dopo come manovale… ma appena finito il lavoro suona per strada le canzoni che scrive, accompagnandosi con l’armonica e la chitarra che ha imparato da autodidatta. In questo modo conosce Lightinin’ Slim che lo porta dal noto produttore Jay D. Miller. Quest’ultimo però non si accorge subito del talento di questo ragazzo e lo lascia in disparte… fin quando Slim Harpo non gli fa ascoltare quel suo nuovo brano dalla ritmica martellante e devastante… I’m A King Bee. La canzone diventa un grande successo che viene bissato da Rainin’ In My Heart, un blues lento e ipnotico, che ti fa sentire il fruscio delle paludi della Louisiana. Queste sue prime canzoni rappresentano esattamente i suoi due volti musicali. Il primo lato del disco è terminato.
Mi alzo dal divano e girando il vinile poso con cura la puntina sulla
seconda canzone, per evitare il graffio che ferisce profondamente la
prima traccia. Muddy Waters, Kinks, Yardbirds, e Rolling Stones, anche quelli fantasmagorici di “Exile On Main Street”, attinsero dal repertorio di canzoni straordinarie di Slim Harpo.
Alle volte c’è come una fossa dentro di noi che ci fa vacillare. Così
guardo la mia ombra riflessa sul muro della stanza e non so perché, mi
viene di sorriderle. Fuori nel cielo nero la luna è talmente piccola, che la potrei accogliere dentro il palmo della mia mano.
Lo so che il dolore man mano sbiadisce e poi, all’improvviso, finisce.
Accendo una sigaretta e ne aspiro un paio di boccate tenendola tra le
dita, come fosse un amante. Mentre il fumo scende nei polmoni, il
pensiero che mi attraversa viene scosso da quel rantolo rauco che arriva dallo stereo acceso. Da qualche parte ho ancora una bottiglia di J&B, la prendo e mi verso quel che rimane in un bicchiere. Da quando sono rimasto solo sono diventato un casalingo esperto, ho imparato tanti piccoli stratagemmi. Rimbocco le coperte sopra le lenzuola, lavo i pavimenti con l’aceto, stendo il bucato, pulisco i vetri asciugandoli con la carta di giornale, e ascolto la radio mentre sbatto i tappeti. Sul tavolo del salone c’è una mia vecchia foto, di quando avevo diciotto anni. Ho i capelli lunghi, porto i Ray-Ban e come sempre ho un aria smarrita. Non è che sia cambiato di molto, almeno a guardarmi così di primo acchito. E’ un blues sporco e aggressivo, aspro e irruento, un blues che partendo dal Mississippi si è formato per la strada, nei bordelli di Chicago, e si è irrorato di whiskey e imbottito di fumo, fino all’inverosimile. E’ un blues oscuro e genuino quello che suona Hound Dog Taylor con i suoi degni compari, gli Houserockers, diretto discendente del suo maestro Elmore James. Con il suo stile bottleneck esuberante e distorto, Hound Dog Taylor manda in visibilio il pubblico nei suoi concerti non stop, che gli fanno conquistare fama e credibilità nella difficile “Città del vento”. E’ un selvaggio seduto in quella sedia pieghevole, mentre pesta i piedi e getta la testa all’indietro. Il volume degli amplificatori è altissimo, ma lui possiede un drive che è una meraviglia del demonio. Accendendosi l’ennesima sigaretta, aizza la folla ad alzarsi e ballare. È ruspante, minaccioso, ed è un amante delle donne, tanto che un suo amico gli affibbiò quel soprannome da cane segugio.
Lui sì che prendeva la vita con ironia e irriverenza. La sbatteva
spiaccicandola sul manico della sua chitarra, con la mano sinistra e con
quel collo di bottiglia che ci strofinava sopra per evocare gli spiriti del Delta e di quel degenerato di Robert Johnson. La puntina ha percorso tutti i solchi del vinile, e nella stanza adesso è calato il silenzio. E’ il deserto il luogo preferito dei viaggiatori, perché è in questo ambiente che ci si illude di muoversi per non arrivare mai. La mattina, dopo aver rassettato la casa, me ne sono andato all’ufficio postale per pagare le bollette. Durante il tragitto mi ha fermato una chiromante, che ha voluto per forza leggermi la mano. Con un certo imbarazzo gli ho teso il palmo. “Mi sembri ubriaco” dice guardandomi dritto negli occhi. “No, non lo sono”, gli urlo quasi. “Il tuo amore ritornerà”.
Adesso sì che caracollo, che sembra quasi che mi stia mettendo a
ballare. Infilo una mano in tasca, e le lascio tutti gli spicci che
possiedo. Quando arrivo alla posta la gente è in fila fino a fuori dalla porta…
ma dal momento che le bollette sono già scadute, mi armo di santa
pazienza e aspetto. Mi sento stanco, stanco della mia incapacità di
adattarmi. Tiro a campare e mi nascondo, cercando di evitare di pensare. La gente che mi sta intorno è scoglionata e anche nevrastenica. “Dal governo si lamentano alcuni uomini, ci arrivano solo enormi tasse da pagare, e il lavoro è un miraggio per tanti”. Un vecchietto, quando arriva il suo turno, chiede all’impiegato se gli può scrivere un indirizzo sulla busta, ma il tizio lo respinge in malo modo… ed è così che mi stacco dalla fila e prendo a sbattere le mani sullo specchio che ci divide e lo protegge.
Come un matto gli urlo di uscire dalla sua comoda cuccia, che ho delle
cose da spiegargli. Perché sono stufo, ma proprio stufo, di persone come
lui. Il tizio mi guarda terrorizzato, restando fermo e silente sulla sua comoda poltroncina. “Lo so che non ci puoi sopportare gli continuo a gridare, ma neanche noi sopportiamo individui come te“. Poi mi rimetto in fila, mentre un silenzio raggelante scende giù. Illegale non vuol dire che non sia giusto. Weldon “Juke Boy” Bonner, amava la strada. Con la sua chitarra dal suono primitivo e grezzo, accompagnandosi con l’armonica per sottolineare il suo tormento, il suo blues mise in scena la lotta di un uomo per l’affermazione dei propri diritti, ma anche della sua stessa sopravvivenza. “Ricordo
che vivevo sulla costa occidentale francese. Avevo solo diciassette
anni quando una ragazza mi toccò per la prima volta il cuore. Nonostante
io abbia visto i fiumi, questi non sembrano mai belli come lo sei tu.
Talvolta le luci dovrebbero affievolirsi. Talvolta il mondo è in bianco e
nero” (Where The Rivers End – Jacobites). Hai sempre paura di ciò che non conosci… e il buio fa paura a molti. Come la poesia. Noi uomini marciamo su questa terra come fossimo al supermercato e, pronti col numerino in mano, restiamo in attesa dell’eternità, rincorrendo la giovinezza… ma in fin dei conti, cos’è ‘sta giovinezza? Forse è lo sconvolgersi? O forse farebbe più giovane se tutti quanti riuscissimo ad amare tutti? Questo sarebbe sconvolgente, nuovo, rivoluzionario. Dovremmo perdere per strada le spregevoli menzogne di cui ci nutriamo ma, invece, guai se proviamo a rifilare le nostre angosce, o le nostre poesie, a quelli che vengono a trovarci. Ci saremmo belli è fregati l’esistenza, resteremmo da soli a tormentarci. Finisce allora che nascondiamo tutto dentro e ci consumiamo nella notte,
dove sostiamo esitanti insieme al diavolo, perché possiede, lui sì,
tutti i trucchi per ammaliarci. Mi sedetti sul divano e alzai gli occhi
verso lo specchio. Una volta scendevo al fiume con Maria, ed è lì che ci siamo amati. Ma adesso quel fiume si è inaridito, perché i cuori sono come i fiori.
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