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lunedì 14 gennaio 2019

Nel Mio Quartiere

Ero lì che ascoltavo e intanto speravo, aspettavo, che so, un treno, un bacio, una cattiveria. Attendevo che qualcuno mi venisse a prendere. Ma non accadeva mai nulla. Era tutto grigio e monotono sopra la mia vita. Mi alzai dalla poltroncina in similpelle marrone e chiusi la porta della stanza. Volevo stordirmi di parole e musica. Seduto sull’immaginaria riva di un fiume, osservavo quelle piccole onde che il vento formava sul pelo dell’acqua. Erano incessanti come le passioni. Il disco continuava a suonare e l’armonica di Racing in The Street lacerava le mie barriere. Allora non avevo fantasmi intorno a me. C’erano invece promesse, fiori colti in un giardinetto e ideali. Vero, avevano tutti l’aria un po’ triste, ma mi tenevano in piedi. “Oh Thunder road, Oh Thunder road…” Mia madre mi sta chiamando per la cena. Aspetto che il solo di chitarra finisca e apro la porta. Solo tre passi e sono in cucina, che è piccola, anzi piccolissima. C’è puzza di aglio soffritto. Ma ci sto bene li. Lei porta una vestaglietta blu smanicata a stampe di fiori provenzali. Sta ascoltando alla radio Barry White. Mi guarda e mi sorride, con quell’istinto tutto femminile di rincuorare. La persiana è aperta, il trambusto nel cortile è incessante. Una sera, questa, di molto tempo fa. Il buio ha invaso tutto. Mi affaccio alla finestra. L’edera si è arrampicata sul colatoio ormai arrugginito. L’odore del gelsomino è inebriante. Un bambino piange. Qualcuno urla di salire. E’ il mio passato che smonta dai ricordi e se ne va via tutto solo. Il cortile adesso è vuoto… e anche la cuccia del cane. Ascolto, aspetto, spero… Gli uomini sono rientrati, le famiglie si sono rincollate. Mangiamo alla buona e parliamo di tutto. Non so perché, ma nel quartiere c’è aria di libertà.
“Sarò il tuo specchio rifletterò quello che sei nel caso non lo sapessi sarò il vento la pioggia e il tramonto la luce alla tua porta per mostrarti che sei a casa”. (I’ll be your mirror).
E’ meglio non farsi illusioni, ognuno di noi cerca di scaricare le proprie pene su gli altri. Quelle dei Velvet Underground mi arrivarono tramite un pacco postale speditomi dai magazzini Nannucci di Bologna. Era la prima volta che compravo un disco per corrispondenza. “The Velvet Underground & Nico”, si rivelò essere una raccolta dei loro primi fondamentali lavori. Nella mia stanzetta qualche volta faceva freddo e mi sentivo come un passeggero rinchiuso nella stiva di una nave. Ci passavo un sacco di tempo lì dentro, a fare progetti e ad ascoltare le cose che mi arrivavano dal mondo. Con le canzoni dei Velvet facevamo lo stesso viaggio. Le sentii entrare in quella camera come un frammento di luce.
“Be’, comincio a vedere la luce voglio dirvelo, oooh ora comincio a vedere la luce. Ecco una cosa più dolce ho usato le mie mani come denti per arruffare i capelli della notte be’, comincio a vedere la luce.”
(Beginning To See The Light).
Dalle mie parti, durante gli anni settanta, si stava rilassati. Le famiglie affacciate sui balconcini di casa bevevano birra senza schiuma, e a me mi pareva di essere dentro una grande festa. La gente si divertiva con poco. Bastavano, per dire, dei piccoli fuochi d’artificio o una battuta grassa, per generare buonumore… e c’era musica dappertutto. Le massaie cantavano mentre facevano le pulizie, gli operai dei cantieri edili, intenti a lavorare sui pontili, intonavano veri e propri concerti di musica popolare… e le radio stavano sempre accese a sputare canzoni. Gli adulti, a quel tempo, ti istruivano a resistere ai desideri, ai piaceri della vita. Soprattutto a quelli lussuriosi. Ti impartivano le regole, dicendoti che era per forgiarti il carattere. “Perché tutto si paga, prima o poi” dicevano. Ma mia madre non fece mai quel giochino con me. Mi lasciò libero di fare a modo mio… e il sesso, a differenza di molti del quartiere, non mi sembrò mai una cosa sporca. Nella mia stanza seguitavo a ballare nella semioscurità, imparando anche a camminare, intanto che il velluto sotterraneo cantava lo sfacelo d’esistere e vivere. Argo, il mio trovatello, ha schizzato un po’ d’urina sul muro. I miei sogni si stanno sparpagliando nel cielo a conversare con le stelle. Tanto per non sbagliare, i critici baciapile etichettarono i Velvet Underground come semplice spazzatura. Succede sempre di scagliarsi con cattiveria contro chi destabilizza le nostre presunte certezze. Avvenne anche con il punk. Quei loschi figuri avevano risvegliato come un vento cattivo gli spettri della violenza, dell’eroina e della morte. La loro musica era la conseguenza di quell’orrore a non finire e delle menzogne gelide. Seducenti, nevrastenici, sobillatori, a tratti spigolosissimi, cantavano di fantasmi stralunati, che scivolavano nell’ignoto del mondo, deambulando in situazioni malsane e depravate. Un’umanità senza colore, perdutamente persa nel buio. Canzoni alle volte così pruriginose da sembrare un sex shop ambulante. D’altronde, il loro nome fu preso pari pari da una novella pornografica. Con loro, accadde anche che uno strumento prettamente classico come l’arpa elettrica divenne il marchio di fabbrica di una band di rock’n’roll. Si sentivano a loro agio vestiti di cuoio nero con stivaletto e tacco a spillo.
“Candy è arrivata dall’isola nella stanza sul retro era carina con tutti Ma non ha mai perso la testa neanche quando faceva pompini e ha detto, hey tesoro fatti un giro sul lato selvaggio ha detto, hey tesoro fatti un giro sul lato selvaggio e le ragazze di colore fanno Doo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doodoo, doo-doo, doo-doo, doo-doo-doo”. (Walk On The Wild Side – Lou Reed)
Il loro primo album, “The Velvet Underground & Nico”, è un disco epocale che possiede un alchimia sonora unica e mai eguagliata. In queste canzoni non c’è posto per il sole, ma solo per la notte delle strade di New York. Luoghi dove si consumano storie di alienazione e solitudine, di assassini e prostitute. Di gente senza fortuna che non ha nulla a cui aggrapparsi se non la propria disperazione.
“Severin, Severin, parla sottovoce Severin, inginocchiati, assaggia la frusta, in amore non si risparmia, assaggia la frusta, ora
sanguina per me”. (Venus in Furs).
Lou Reed e soci si fanno emissari di chi vive con l’inferno sotto le maniche della camicia. Spiriti lividi con ventisei dollari in mano, che aspettano il loro uomo all’altezza di Lexington. Che corrono, corrono, corrono, sul bordo del mondo anche se di fiato non ne hanno più e, su quei viali intossicati, estirpate dalle loro tombe s’incrociano anche femmine fatali e Veneri in pelliccia, adornate con coroncine di perle a buon mercato e stivaletti coi bottoni. Sunday Morning apre il disco ed è una ballata dolce e malinconica. Da struggimento totale. “Lost Generation”, l’album di Elliott Murphy che uscì nel 1975, doveva essere prodotto da Lou Reed che lo aveva segnalato alla RCA, dopo che Elliott aveva scritto le note di copertina del disco “1969: Velvet Underground Live with Lou Reed”… ma in quei giorni Lou Reed era impegnato in tour in Canada, per cui la casa discografica lo mandò a Los Angeles a lavorare con Paul Rostchild, il produttore dei Doors. Per un ragazzo come Elliott che voleva diventare una rock’n’roll star e che era stato additato come il nuovo Dylan, dopo il folgorante e applaudito debutto dell’album “Aquashow” (1973), c’era di che sperare. In quelle registrazioni era presente come session man anche Jim Gordon, batterista di Derek And The Dominos, coautore di Layla. “Lost Generation” del 1975, pur essendo un buon disco di rock’n’roll con episodi di rilievo come Hollywood, Manhattan Rock e la stesa title track, non riscuote lo sperato successo. Senza pensarci troppo la casa discografica mette Elliot alla porta. Una cosa che gli accadrà spesso nella sua lunga carriera. Però, e questo rimane un dato di fatto, farsi notare discograficamente nel 1975 non era una cosa semplice. In quell’anno di grazia furono pubblicati con copertina di cartone rigido e vinile rigorosamente nero: “Born To Run” di Bruce Springsteen, “Horses” di Patti Smith, “Zuma” e “Tonight’s The Night” di Neil Young, “Fandango” degli ZZ Top, “Blood On The Tracks” di Bob Dylan, “Bob Marley & the Wailers Live”, Who, “The Who By Numbers”, Allman Brothers Band, “Win, Lose Or Draw”, Aerosmith, “Toys In The Attic”, i Blue Oyster Cult del magnifico “On Your Feet Or On Your Knees”, “Leonard Cohen Greatest Hits”, i Rush di “Fly By Night” e “Caress Of Steel”. Il buon Elliott Murphy, che è un vero stacanovista del rock, viene ingaggiato dalla Columbia, la stessa casa discografica di Bob Dylan e, nel 1976, pubblica “NightLights”. Un disco notturno, romantico e scintillante di rock’n’roll da bassifondi. Ci suonano eccellenti musicisti come Billy Joel, Jerry Harrison, Ernie Brooks e anche un ex Velvet Underground, peraltro ottimo chitarrista, quel Doug Yule di “Loaded” 1970. E contiene due o tre canzoni che sono ancora oggi l’ossatura del suo vastissimo repertorio.
“Nella mente ha proprio il tocco di Bonaparte. E’ dello stessa razza di Jack lo Squartatore. Vive ai margini. Mi piace vedere quel tipo di energia. Cominciamo a sentirci soli su questo scoglio”.
(Lady Stiletto – Elliott Murphy).
Ma per diventare una star del rock occorre anche un pizzico di fortuna, cosa che non sembra essere una prerogativa di Elliott Murphy. Nonostante tutto ha continuato a darsi un gran daffare inseguendo i suoi sogni, sfornando ancora altri dischi tra cui “Murph the Surf” del 1982, il suo capolavoro. Non si è mai arreso di fronte ai suoi fallimenti, è andato fino in fondo alle cose, senza alcuna paura. Se volete lo potete incontrare ancora oggi da qualche parte in giro a suonare il suo personale “Never Ending Tour”. Certo, il suo rock vive sui palchi scomodi e logori di provincia, nei pub o in piccoli club…ma quello che importa è ascoltare le sue ballate polverose, che hanno una dignità e un amore per la musica che è lezione per molti spocchiosi musicisti di adesso. Questo suo senso di profonda dignità nel cercare sempre nuove avventure lo rende ai miei occhi senz’altro speciale. Come fosse davvero lui l’ultima delle rock’n’roll stars. Ci sono posti dove è facile farsi del male ma d’altra parte non sarebbe né meglio né peggio rimuoverli dai ricordi. La villetta del quartiere sta sempre lì, e anche quella panchina, che è sempre vuota come lo era allora. Mi ci sedevo quando sentivo di aver perso il controllo di me stesso e i miei punti deboli si erano ingigantiti e diffidavo di tutto. Allora restavo seduto senza far nulla, solo a guardarmi intorno. L’altro ieri ci sono ritornato e mi sono nuovamente accomodato. Dopo un po’ ho alzato gli occhi verso la finestra da dove si affacciava mia madre per chiamarmi, mi è sembrato di scorgerla ma è stato solo per un attimo. Mi sono ricomposto non volevo farmi vedere triste e malandato. Le ho fatto un bel sorriso ma so che non mi avrà creduto. Ho girato gli occhi ancora più in alto ed ho visto il balconcino di Pasqualino. Era l’unico che si sedeva accanto a me in quei momenti ed io ero anche l’unico con cui tentava di parlare dei fantasmi che lo perseguitavano. C’era nato con la testa piena di spettri. Se ne stava sempre rinchiuso in casa ma, quando mi scorgeva dal quel balconcino, scendeva di corsa le scale e si metteva seduto in silenzio ad attorcigliarsi le dita e a fumare. Sembrava che mi aspettasse. Alle volte, quando le sue visioni erano felici, mi sorrideva come solo i pazzi ti sanno ridere e mi toccava il viso e mi abbracciava forte, fortissimamente a se che quasi mi soffocava. C’era ancora lui l’altro giorno, l’ho sentito a lato e ho pensato che non sono mai riuscito a fargli sputare fuori quell’orrore che aveva dentro, che lo divorava. La sua presenza mi calmava, forse lui sapeva, sentiva che c’era qualcosa in me che non andava… e allora credo che alla fine sia stato lui a farmi sputare via il veleno, prima che fosse troppo tardi. Adesso sarà un angelo, Pasqualino, magari bizzarro, che su qualche nuvola bianca attraversa il cielo. Ma quanto mi manca la sua risata e quell’abbraccio, nessuno lo può immaginare. Accidenti a me. Odio i ricordi. 
“O non lasciare che lo spirito muoia, O no lo spirito non muore mai, non muore mai e continua a camminare, e continua a camminare lo spirito nella tua anima. Tu continua a camminare e guardati intorno, e guardati intorno. O no, lo spirito non muore mai
.“ (Spirit – Van Morrison).




mercoledì 26 dicembre 2018

Dal Blu al Nero

Bisognerebbe bruciare il passato e lasciare solo cenere dietro di sé. Riaprire il fiotto dei sogni e partire dal primo che si è fatto quando si era ancora giovani e innocenti. Cercare nuove direzioni, nuovi punti di arrivo e, quindi, nuovi punti di partenza. Squadrai il cielo sopra la mia testa che restava fuligginoso, mentre sgocciolava fallimenti, rovine e grandi dubbi che mi incrostavano l’anima. Avrei voluto dormire ascoltando il vento capriccioso e saziarmi di un lungo sonno ristoratore. Avrei voluto vivere nell’esercizio della mia solitudine, senza quell’ansia che mi distruggeva l’esistenza… ma non riuscivo a darmi risposte. Così quel brandello di dignità che mi attraversava mi aiutava a tenermi a galla. Anche se era diventato parecchio complicato stare sulla stessa barca con quella parte di me che non amavo più. Il pericolo era di fraternizzarci. Non ci avrei messo poi molto a tradirmi. Scesi dall’abitacolo e tornai sui miei passi verso il mio stambugio. Ero pallido e stanco. Avevo lasciato la casa di Luisa dopo averci fatto l’amore con rabbia e avidità ma il morso delle mie vergogne mi condizionava da sempre la vita. Ero un precario dei sentimenti come del lavoro. Cosa avevo da offrirgli se non la mia stessa confusione? Probabilmente era il momento di fare quella puntata balorda e giocarmi i numeri alla ruota del lotto rimanendo in attesa del miracolo di diventare ricco ma non avevo mai creduto abbastanza che questo potesse accadermi da dedicargli tempo e denaro. Però non c’era nulla di male a immaginarmi nelle vesti del vincente. Il risultato fu così buffo ai miei occhi che scoppiai a ridere sconciamente. Lì da solo in mezzo alla strada. Rientrai in casa e bevvi un sorso a canna dalla bottiglia di gin che era riversa sul tavolo della cucina. Afferrai dallo scaffale nel reparto operai della musica “Willy And The Poor Boys” dei Creedence Clearwater Revival, anno 1969. Tirai un altro sorso a canna e cominciai a sentirmi meglio. La musica, da subito, mi catapultò sulle sponde del grande fiume che attraversa l’America, mentre la voce di John Fogerty, lacerata e colma d’anima, mi travolgeva. Quella voce, che pare sia sempre sul punto di spezzarsi, sprigiona un’energia e una passione che ti afferrano le pareti dello stomaco, facendotele arricciare. C’è tutto in quelle semplici canzoni: voglia di vivere, di combattere e fierezza di essere duri e puri. Tutte cose che quelli come me non sentono più da molto tempo ormai. Persone che avevano confidato nel potere magico della musica per crearsi l’esistenza. Che su tre accordi hanno adagiato i propri sogni, e con molta probabilità hanno perso più di un occasione nella vita. Che sul treno dei finti sorrisi non ci sono mai voluti salire per restare fedeli a se stessi. Persone che hanno pianto come bambini, con l’angoscia nel cuore, cozzando la testa contro le pareti del mondo. Uomini che si sono trascinati nel buio della notte e che, sbandati e confusi, non hanno trovato più la strada di casa.
“My my, ehi ehi, il rock and roll è qui e ci resterà. E’ meglio bruciare fino in fondo che dissolversi nel nulla. My my ,ehi ehi. E’ uscire dal blu ed entrare nel nero. Ti danno questo, ma paghi per quello. E una volta che sei andato non puoi più tornare. Quando sei uscito dal blu. Ed entrato nel nero”. My my, ehi, ehi (Out of the blue). 
Sono poche le cose che ci legano al passato ma alla fine sono proprio quelle che fanno più male. Mi sdraiai sul letto, nella penombra con un bicchiere sul petto, ascoltando “Live Rust” di Neil Young, anno 1979. Un doppio album dal vivo registrato nel 1978 al Cow Palace di San Francisco, dove Young, con la sua chitarra acustica, prima si scioglie dentro le sue ballate dolenti e poi, insieme ai Crazy Horse, dà vita ad un set elettrico ad alta intensità emotiva: Like A Hurricane, Cortez The Killer, My My Hey Hey, Cinnamon Girl, Powderfinger, sono proiettili devastanti che mi hanno lasciato segni profondi sulla pelle, sui nervi, nella pancia dell’anima. Almeno fin quando non è sopraggiunta la rassegnazione. “Live Rust” è il disco con cui mi avvicinai a questo pazzo furioso che fin li avevo tenuto a debita distanza. Perché ero giovane e ribelle e i Clash erano il mio unico credo. La musica di Neil, in quei giorni, era il punto di riferimento di una generazione che in qualche modo consideravo già vecchia… ma era nella natura delle cose e della vita dovermi incrociare con quest’uomo. Un inquieto sognatore notturno, la cui esistenza è costellata di fantasmi.
“Quando lei se ne andò, lui morì, ma continuò a fingersi vivo. Quando lo vedrai, capirai che niente può liberarlo. Fatti da parte, cedigli strada: è il solitario”. (The Loner).
S
draiato sul letto pensai a Luisa e al suo corpo caldo e vibrante mentre facevamo l’amore. Mi sentii come se avessi lasciato le mie tracce sulla battigia e al mio ritorno non c’era più nulla. La mattina del giorno dopo decisi di fare un giro in macchina sulla statale 113. Quando avevo  bisogno di raccattare i cocci, quello era il mio luogo preferito. La 113 è una strada lunga e silenziosa, che cammina a ridosso del mare. E’ un percorso dai lunghi rettilinei, quasi sempre deserti. Come una canzone dei Velvet Underground. Il vento che era venuto giù faceva increspare le onde, intanto che un flebile sole si faceva largo tra le nuvole nere che schiamazzavano nel cielo. Quel paesaggio rendeva la strada svogliata, al pari di quei grigi villini per le vacanze di cui era attorniata. Ad un tratto mi si parò davanti, con la sua bicicletta e lo zaino legato al portapacchi, uno che veniva da un’altra era. Arrancava lentamente, senza una meta da raggiungere, quel figlio dei fiori. Come il vento, andava dove credeva. Lo superai, osservandolo dallo specchietto retrovisore rimpicciolirsi. Mi sembrò che avesse la faccia serena. 1967 a San Francisco. Andava in scena la rivoluzione. Ventimila anime che inseguivano un sogno comune si erano riunite al Golden Gate Park, in quella che fu definita l’estate dell’amore, per ascoltare gratuitamente i Grateful Dead e i Jefferson Airplane. In città erano giunti da New York, Jack Kerouac, Allen Ginsberg e Gregory Corso appena uscito dal carcere, per unirsi al poeta e letterato Kenneth Rexroth. Gli hippy prendevano allucinogeni e si decoravano i capelli con i fiori, mentre a Berkeley i movimenti studenteschi si scontravano con la polizia reclamando diritti civili. Nella vicina Oakland dei duri, quali erano Eldridge Cleaver, Huey Newton e Bobby Seale, fondarono l’organizzazione radicale delle Pantere Nere.
”Guardate cosa sta accadendo fuori nella strada: è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Hey, sto danzando giù nella strada, è la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione. Non è sorprendente tutta la gente che incontro? E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione. Una generazione è invecchiata, una generazione ha trovato la sua anima” (Volunteers – Jefferson Airplane). 
La prima volta che i Jefferson Airplane cantarono questa canzone fu nella radura di Woodstock il 21 agosto 1969, davanti a 500.000 persone, con rabbia e passione. Nel novembre dello stesso anno venne pubblicato “Volunteers”, un disco che è anche un manifesto politico, apertamente sovversivo. We Can’t Be Together apre l’album e spara subito a zero contro le repressioni anti-libertarie dell’America di Nixon e di Kissinger. I Jefferson Airplane, per non disgregare il messaggio politico, cercarono di unire coerentemente parole e musica, in questo aiutati dalla  presenza di ospiti illustri. In The Farm Jerry Garcia suona la pedal steel, creando un’atmosfera prettamente rurale. Wooden Ships, regalata dal duo Crosby e Stills, presenti entrambi, è sinistra nel suo incedere e parecchio inquietante. Jorma Kaukonen incrocia la chitarra con quella di Jerry  Garcia in Hey Fredrick, mentre Grace Slick canta con profonda emozione. L’incedere country di A Song for All Season sembra anticipare di qualche anno Sweet Virginia dei Rolling Stones, forse per la presenza nel disco del pianista Nicky Hopkins, poi alla corte delle pietre rotolanti, che ricama e caratterizza le canzoni con il suo distintivo suono. Questo disco, comunque sia, suggella la comunanza d’intenti e quel senso di fratellanza che avevano in quegli anni tutti i musicisti della Baia. “Volunteers” è la fine di un’epoca ed è come una capsula del tempo. La si può schiudere e tornare ai giorni in cui era bello sperare che la musica potesse cambiare il mondo. Viaggiando, fatti di benzedrina, su camion che ti avevano raccattato nella notte da qualche parte in mezzo al deserto.
“Questa generazione non ha mete da raggiungere: raccogliete il grido. Hey, adesso è il momento per voi e per me. E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Su, venite, stiamo marciando verso il mare. E’ la rivoluzione, dobbiamo fare la rivoluzione! Chi vi spazzerà via? Saremo noi. E chi siamo noi? I volontari d’Amerika I volontari d’Amerika I volontari d’Amerika” (Volunteers – Jefferson Airplane).
Andai all’edicola e comprai un quotidiano. Poi mi diressi all’ufficio di collocamento e mi misi in coda, in fila indiana, con il numerino in mano, aspettando il mio turno. Nell’attesa sfogliai le pagine politiche del giornale. Sempre la stessa tiritera, bugie su bugie. Tirai dritto e andai alla pagina della musica. Lessi una recensione inconcludente dell’ultimo album di Leonard Cohen e mi chiesi perché certi giornalisti dovevano campare alla grande, pagandosi regolarmente il mutuo, scrivendo corbellerie su corbellerie… mentre altri, che di meriti potevano riempire il giornale, dovevano vivere nel limbo. La spiegazione me la diedi da solo. Erano anche loro figli del vento, nati senza la lingua a pennello. Sentii puzza di merda nell’aria. Allora pensai a Luisa e solo a lei.

 Bartolo Federico

domenica 25 novembre 2018

Eternamente qui

Quando al mattino mi alzai soffiava un vento gelido di tramontana, le previsioni del tempo davano un peggioramento nella serata, con vere bombe di pioggia in arrivo. Dall’armadio tirai fuori il trench nero e la sciarpetta di seta in fantasia cachemire che era stata di mio nonno, m’infilai gli occhiali e nel momento in cui Frankie Lee Sims aveva cominciato a cantare Raggedy And Dirty, spensi lo stereo dall’interruttore della luce. Una diavoleria escogitata da Sal, quando ancora frequentava il regno dei vivi. Scesi le scale dell’appartamento e, una volta in strada insieme a quella nuova indecifrabile tristezza che da giorni mi aveva imprigionato il cuore, m’incamminai. Il rumore delle macchine fece presto a prendere il sopravvento sui miei pensieri. Osservai i passanti infagottati in quegli enormi piumini da neve che procedevano silenziosi con il viso fasciato da grandi sciarpe di lana, e mi parevano come spettri. Pensai che la mia casa era davvero così piena di musica, da potermi considerare quasi come un suo ospite. Il vento fischiava rude, ma la città pareva la solita. Mi diressi verso l’entrata della metropolitana. Ci nutriamo di convinzioni banali e misere ma nello stesso tempo essenziali per tirare avanti… e ci scordiamo di quei brividi che ci hanno reso la vita un po’ meno amara. Scesi i gradini della metro e afferrai per un soffio il treno della linea A. Ognuno di noi ha le sue rogne ma vallo a sapere quando iniziamo a perdere terreno, e tutto tracolla. Chissà cosa gli era successo a Jeffrey Lee Pierce? Qual era stata la ferita che non si era più rimarginata e lo aveva fatto cadere insieme ai suoi demoni, nelle profondità più nere di noi stessi. Un eroe ribelle e drogato che ha attraversato la storia del rock, lasciando un segno profondo. Lui più di tanti funamboli rompicoglioni della sei corde, è da considerarsi un vero uomo di blues. Ma com’è successo per tanti altri rinnegati del rock, dal cuore puro e furibondo, è stato dimenticato in fretta. Sparito per sempre sotto un cumulo di polvere e macerie. Se chiudo gli occhi e come se lo vedessi ancora con quell’aria goffa e smarrita, fermarsi e intonare un paludoso blues di Charley Patton. L’esordio folgorante di “Fire Of Love” (1981) con la sigla The Gun Club, è un disco di canzoni che hanno dentro quella fiamma che brucia, e che non si placa. Che ti arrivano come un pugno in pieno viso, perché hanno il piglio della ribellione e dell’anticonformismo. Perfette per uomini che si sentono soffocati da un mondo che ti afferra e ti rovescia, sul lato opposto dei tuoi sogni. Zeppe di quel vento ululante che ti fa ghiacciare il cuore nella notte, e di quel blues ancestrale che ha popolato le strade del Mississippi. Un disco che resta una pietra miliare, e che ebbe la forza di aprire le porte a tanti punk verso la “musica del diavolo”. Allora il resto del mondo però non contava niente. Il rock mi tranciava la pelle, l’anima, in quella disperazione mattutina dopo una notte balorda e disperata. Fu però con “Miami” del 1982 che Lee Pierce conquistò una visibilità più ampia. Un disco notturno e denso di emozioni, spudorato per quella spontaneità ad esporsi nei suoi sentimenti, senza alcuna barriera di protezione. Che ad ascoltarlo oggi a distanza di tre decadi, ti mette paura, tanta è l’intensità di quella sventagliata di rock viscerale, che sorregge il suo canto tormentato e lirico. C’è lo spirito di Hank Williams che aleggia nelle canzoni, mentre Jeffrey si avvicina allo spirito anarchico e medianico di Jim Morrison. Chris Stein è il produttore di questo lavoro un ex membro dei Blondie, gruppo da Jeffrey molto amato per via della cantante Deborah Harry, anche lei qui presente. Chris con la sua produzione tende soprattutto a far risaltare la sua voce, e quel canto sferragliante e infettato di voodoo, fumo e sporco fino al midollo del rock’n’roll selvaggio dei migliori Creedence Clerwatwer Revival. In “Miami” ci sono canzoni di un uomo che nonostante tutto riesce a sopportare ancora il dolore. Anche se la droga e l’alcool stanno diventando fin troppo importanti nella sua vita ma, in fondo è la storia che lo insegna, è sempre dai sobborghi che sono arrivate le star del rock. Disperati, omosessuali, delinquenti, tutti con quel dono magico di avere carisma e talento.
“Don’t let her take her love to town They will never fill her hear. She needs a passion like her fathers used to be I know because I’m like the train shooting down the main line. I know because. I’m the Indian wind along the telegraph lines. She’s like heroin to me. She’s like heroin to me. She’s like heroin to me. She can’t miss a vein” (She’s Like Heroin To Me).
Durante una pausa per le registrazioni del disco Jeffrey si accese uno spinello e si sedette sul divano. Indossava degli logori stivali texani e un jeans sdrucito. Dalla bottiglia di whisky bevve un sorso come solo un dannato sa fare. Quella notte il tempo non faceva presagire nulla di buono. “Pioggia e freddo intenso” avevano recitato quelli del bollettino meteorologico. Quasi una metafora della sua vita. Lui se ne stava in silenzio per quella semplice ragione, ché le parole alle volte non servono a nulla. Nelle sue visioni la vedeva protendersi e chiamarlo. Lo  pregava di proteggere il suo ricordo, di difenderlo. Chiuse gli occhi. La vide camminare verso di lui. Voleva stare con lei, ricongiungersi a lei. Dopo un altro lungo sorso afferrò la chitarra e per scaldarsi le dita, suonò una sequenza di accordi. Su quegli stessi accordi ciondolando la testa, intonò una nuova canzone. Tutti i presenti si commossero ad ascoltarlo mentre bisbigliava i versi di Mother Of Earth ancora avvolti dentro una melodia traballante.
“Sono andato giù nel fiume della tristezza Sono andato giù nel fiume del dolore nell’oscurità, li ho sentiti chiamare il mio nome Oh, madre terra. Il vento è caldo, ho provato a fare del mio meglio, ma non riesco. E i miei occhi si sono chiusi su questa grande terra“ (Mother Of Earth). 

Era il blues che risuonava dentro di lui, e sarà sempre il blues a tingere di scuro le sue canzoni: anche quando una lap steel s’intrometterà per addolcirne i suoni, sarà sempre il blues demoniaco e disperato della sua anima che tirerà pugni e vagherà per le strade. Quanti colori, note, combinazioni, si possono ottenere da una chitarra? E quante melodie vengono fuori dagli stessi accordi? Ma i blues sono sempre diversi, pure se sembrano uguali. Perché parlano degli esseri umani, e dei loro bisogni. Perché anche i solitari vivono una loro vita, amano e soffrono, anche se non riescono a spiegarlo. Un viaggio quello di Jeffrey colmo di una malinconia indelebile ma, i sentimenti che proviamo sono più potenti delle parole. “Torna da me amore”. “Sono qui, sono stanco di queste lacrime”. Quando sussurra con l’anima sanguinante queste parole abbaiando dentro il microfono, capisci quanto era fragile e vulnerabile. Le sue canzoni risuonano ancora oggi impetuose per quei selvaggi che hanno il diavolo alle spalle, e l’anima incendiata. Ci sono persone la cui vita sembra un lungo tormento. Poi un bel giorno decidono di morire, come se non ci fosse nulla di meglio da fare, niente per cui valga la pena di andare avanti. Anche per mia madre è andata così. Avrei voluto incontrare Jeffrey per potergli dire che nella vita tutti noi bariamo, perché altrimenti non avremmo via d’uscita. Tutti noi c’è ne stiamo ammassati nella stessa barca, logori, ammaccati, trattati senza troppi riguardi. La destinazione è per tutti la stessa. Gli avrei voluto raccontare che le sue canzoni avevano attraversato la mia vita, e che mi avevano dato una speranza. Avrei voluto vedere se la sua espressione del viso sarebbe cambiata, e se si sarebbero increspate le ciglia. Comunque vadano le cose, tutti nessun escluso, abbiamo sempre bisogno di sentire un altro punto di vista. A mia madre però, non ho avuto il coraggio di dirglielo. Quella mattina era il mio giorno libero dal lavoro. A una fermata qualunque del metrò scesi e, camminando senza meta per la città, mi sentivo come un cane che aveva preso troppe botte e non si fidava più di nessuno. Andando in giro mi resi conto che quello che attraversavo era un mondo d’infelici, di gente sconsolata, che aveva paura di tutto. Tutte persone in esubero. La loro scomparsa sarebbe stata solo una semplice, banale formalità. Nelle maggior parte dei negozi, stavano appesi i cartelli con la scritta “Affittasi/Vendesi”. Una donna di mezza età mi chiese dei soldi. Il sole nel cielo era come oscurato da grossi vetri, spessi e scuri. La vita però non ha prezzo. E l’amore dovrebbe vincere sempre. Qualcuno dice che se conosci il nemico, non ti troverai in pericolo. Il fatto è che questo nemico che ci annienta, non lo puoi colpire, non lo puoi distruggere. Davanti al municipio una manifestazione di disoccupati invadeva i marciapiedi, e parte della strada viaria. Gli automobilisti però sembravano comprensivi con quelle persone. Se gli occhi sono lo specchio dell’anima, quelli che ho incrociato, erano spenti e bui. Occhi dove non si scorgeva nulla. Forse servirebbe un vero cambiamento. Una rivoluzione. Ma non sono più così sicuro neanche di questo. Un anziano signore che rovistava tra le cassette della frutta stipate al lato di un cassonetto girò la testa, e adocchiandomi mi disse: “non è che abbia una grande pensione figliolo”. Lo disse mentre il vento agitava gli alberi. È un blues spietato quello in cui ci hanno ficcato quelle teste di cazzo dei nostri governanti. Dei gran figli di puttana. Nessuno escluso. Quando rientrai a casa l’orologio a muro segnava le due e venti del pomeriggio, e mi sentivo affranto per tutto quello che stava accadendo. Alle volte capita che ci ricordiamo di ogni cosa che ci è successa. Guardai a lungo la mia chitarra ma, siccome non riesco più a scrivere una canzone, l’ho lasciata in pace. Le chitarre hanno un cuore grande, sanno sempre come prenderti. Dovrei smettere anche di ascoltare certe canzoni, perché sanno come ferirmi. Accidenti se lo sanno. Alle volte mi chiedo cosa non abbia funzionato in me, e perché ho perso quel treno. Chissà, se ci fossi salito, a quale stazione sarei sceso? Perché alla fine torniamo sempre da dove siamo partiti. È troppo tardi però per crederci ancora. È troppo tardi per i rimpianti, perché ci sono cose che non si possono più fare. E’ vero comunque che le porte più difficili da chiudere, sono quelle che si trovano sul proprio pianerottolo. E’ l’anno 2018 ma niente è cambiato per quelle orde di poveri, che si muovono silenziosi nel mondo. Mangiai poco e di controvoglia, ero di cattivo umore, così negli scaffali dei dischi rintracciai gli X, la banda di John Doe e Exene Cervenka. Mi accesi una sigaretta e mi sedetti sul divano, cercando quantomeno di non ascoltare più me stesso. E’ del 1980 “Los Angeles”, l’album prodotto da Ray Manzarek, l’ex tastierista dei Doors. E’ in questi solchi che riaccade il miracolo di risentire quel binomio di rabbia e poesia, che fu prerogativa di Dylan, Jim Morrison, Patti Smith, Lou Reed, Jimi Hendrix. “Los Angeles” è un viaggio nell’incubo urbano, nell’emarginazione sociale, nella crisi dei valori umani… ma è anche la grande voglia di non arrendersi, avendo chiara la consapevolezza che il momento più duro, è sempre quello del risveglio. In alcuni pezzi di questo disco, con il suo inconfondibile suono, la tastiera di Manzarek si presta a colorare il buio dopo la pioggia. Musica che ha infilato la chiave nell’interruttore del mio cuore. Qui, oltre alla forza dirompente del punk, ci sono quei duetti bellissimi tra John ed Exene che cantano nove canzoni malvagie e feroci, fino a raschiarsi le corde vocali, fino a cadere sanguinanti in fondo alla notte. Non importa quanto sia sbagliata la strada che imbocchiamo, tanto le cose più belle sono quelle che ancora dobbiamo scrivere. Procediamo curiosi nella terra di nessuno cambiando continuamente tragitto, una volta a destra, un’altra volta a sinistra, acceleriamo, freniamo, cercando di capire quello che nessuno ci spiega. Nella musica punk c’è sempre stata una specie di ruvida tenerezza. In quella sfrontatezza c’era molta sincerità. Quello che non capiva, il punk lo intuiva. Poi, come in una sorta di autoindulgenza non sapendo barare, se n’è tornato in quelle strade buie e solitarie, dove è difficile giungere. Quando la musica è finita ho rimesso a posto il disco. Ho buttato via il caffè che era rimasto, ho rassettato la cucina e ho pulito i miei stivali. Poi ho fatto una doccia e mi sono rasato, cosa che non faccio mai nel pomeriggio… ma mi era venuta voglia. Piccole cose semplici di un uomo solo, che non fanno male a nessuno.

martedì 17 luglio 2018

Buddy Holly: “Blue Days, Black Nights”

Quel tizio aveva lo sguardo vago e il naso rosso ma il tono della sua voce era forte e sicuro. “Noi uomini sterminiamo tutto ciò che c’è di bello e di buono in questo mondo, e tutti siamo colpevoli allo stesso modo. Nessuno è innocente”. Si accese un sigaro e si versò un bicchiere di vino, guardandosi la punta delle scarpe. Per un breve attimo oscillò in avanti quasi volesse cadere, ma fortunatamente si riprese subito. La festa delle seconde nozze di un mio vecchio amico, si stava rivelando più piacevole del previsto. Ci ero andato controvoglia perché ero in una fase in cui non me la sentivo di stare tra la gente, e solo il pensiero di rincontrare vecchie conoscenze per poi finire a rivangare i bei tempi che furono, mi metteva un’assoluta tristezza… ma Ale me l’ero ritrovato sempre nei momenti più difficili, e non mi andava di deluderlo. Così su quel prato inglese di quell’albergo di una famosa località turistica siciliana, bevendo vino bianco ghiacciato, mi ritrovai a conversare con quell’uomo che con esattezza non sapevo neanche chi fosse. “Ho paura, s’interruppe per portarsi il calice alle labbra, si schiarì la gola e proseguì, “ho paura che non resterà più nulla su questa terra di meritevole. Stanno spazzando via tutto con inaudita ferocia e violenza, stanno creando un mondo che è una pattumiera a cielo aperto. Il guaio è che a nessuno sembra importargliene. Di questo passo dove andremo a finire? Ho l’impressione, proseguì avvicinando il sigaro che teneva in mano e poi allontanandolo come per focalizzarlo, che finiremo male, molto male. Quest’universo è amministrato da gente incapace che ha sempre pensato al proprio profitto, e mai al bene comune. Ciarlatani, saltimbanchi, che hanno in mano il destino degli esseri umani. E’ veramente incredibile tutto questo”. Quello sconosciuto era davvero un fiume in piena, s’infiammava e trasudava passione da tutti i pori. Restammo a parlare fin quando due bambini giocando a rincorrersi mi franarono sulle gambe. Li osservai rialzarsi lesti da terra e correre via. Chissà perché pensai alla solitudine degli uomini. Quella solitudine che ci perseguita e ci rende amara la vita. Che ci riempie di dubbi e, man mano che avanza, sgretola le nostre piccole certezze. Come fanno certi blues tristi e dolorosi che ti divorano dentro sin dal primo ascolto, per non lasciarti mai più. La mattina dopo mi svegliai all’alba che ero completamente sudato e senza aver dormito a sufficienza. Era una giornata afosa per cui mi ficcai velocemente sotto la doccia, prima di prendere il caffè. Sotto il getto dell’acqua ripensai alla serata trascorsa, tutto sommato considerai che mi ero rilassato… una cosa che ultimamente mi capitava di rado. Mi asciugai in fretta e scesi in cucina. Mentre preparavo la caffettiera accesi la radiolina, che suonò incredibilmente Peggy Sue. Un brivido mi percorse il corpo, quasi come fosse una scossa elettrica. Una canzone che difficilmente oggi senti per radio. Una canzone che fece conoscere al mondo le stella di Buddy Holly. Che da quando è morto, il rock non è più lo stesso. Questo lo ha detto un protagonista del film “American Graffiti”, pellicola che diresse George Lucas nel 1973… un omaggio alla Sua giovinezza e al rock’n’roll. Buddy Holly nasce a Lubbock in Texas, nel 1936. È un ragazzino precoce con la musica. A quattro anni prende lezioni di violino, e a cinque partecipa ad un concorso per canterini, dove vince un premio di cinque dollari. A dodici anni si compra la sua prima chitarra, dopo aver suonato il pianoforte. Andava ancora a scuola quando con il suo inseparabile amico Bob Montgomery, cominciò a suonare alle feste scolastiche o in casa di amici. La KDAV di Lubbock era una radio country locale che organizzava concerti nei suoi studi e al Cotton Club, una delle sale da ballo più importanti della zona. Hi-Pockets Duncan faceva il disc-jockey in quella radio, e divenne il primo manager di Buddy Holly. Nel 1954, ogni domenica pomeriggio Buddy, Bob Montgomery e il bassista Larry Welborn, suonano alla KDAV nel programma radiofonico “Sunday Party”, mentre alla sera aprono gli spettacoli che si tengono al Cotton Club. E’ davvero difficile dire di conoscersi. Chissà quante vite racchiudiamo in ognuno di noi, che attendono solo di essere vissute… e le cicatrici che ci portiamo appresso, sono come dei marchi a fuoco per la nostra coscienza. Rassettai il soggiorno, e mi misi a scartabellare vecchi scritti di mio padre… che è un modo per continuare a parlarci. Bisogna sempre guardarsi indietro, per capire da dove si viene. Holly è il suo gruppo suonavano e provavano nuove canzoni chiusi nel garage sul retro di casa sua, e fu verso il 1955 che il batterista Jerry Allison cominciò a frequentare Buddy. La musica di Holly sta navigando verso un’altra direzione… e la presenza di Elvis Presley sul mercato discografico favorirà questo cambiamento. Elvis aveva appena inciso per la Sun Records, quando arrivò a Lubbock per una data al Cotton Club, invitato dall’emittente KDAV… da lì i due s’incontrarono. Il giorno dopo quello show, Buddy aprirà il concerto che Elvis terrà per l’inaugurazione del salone della concessionaria Pontiac. Il rock’n’roll è stato solo un’illusione di libertà. E’ servito a contenere le pulsioni di milioni di adolescenti e ammansirli dentro un recinto, concedendo solo qualche salvacondotto, tanto per non inasprire troppo gli animi. Ha camuffato con furbizia comportamenti inoffensivi, facendoli passare per ribelli. Non ha infranto nulla. Chi ha spezzato le regole lo ha fatto da solo, e per se stesso. Il rock’n’roll non c’entra con quelle ragioni. Ascoltavano tanta musica Buddy e i suoi amici. Elvis, ma anche i Drifters e Ray Charles, musicisti che seguivano tutte le sere attraverso una radio che trasmetteva da Shereveport, località vicina a Lubbock. Non era per niente rivoluzionario Holly nell’aspetto, a differenza degli altri rockers degli anni cinquanta… anzi, sembrava uno studente riservato e impacciato, con quei grandi occhiali che gli ornavano il volto… ma musicalmente stava avanti a tutti. Un cantautore che sapeva mescolare con estrema sensibilità tutti i generi musicali che lo avevano influenzato, creando un suono riconoscibilissimo. Fu tra i primi ad utilizzare in studio la tecnica dell’overdubbing, (sovraincisione) ed a lanciare la chitarra Fender Stratocaster nel mondo del rock. In “Pulp Fiction”, il film di Quentin Tarantino, nel locale “Jack Rabbit Slim” (che è anche il titolo di un disco di Steve Forbert) a tema anni cinquanta, l’attore Steve Buscemi è un cameriere travestito da Holly. Quando quella mattina la signora Stella mi vide passare, mi salutò con un cenno degli occhi. Se ne stava sotto la grondaia al fresco del suo chiosco, e combatteva l’afa di un agosto opprimente, sventagliandosi noiosamente un po’ d’aria. Suo marito,“l’americano”, come lo chiamavamo nel quartiere, era seduto accanto a lei, e sorseggiava una granita di limone. Quell’uomo aveva sempre l’aria del cazzo, con quei baffi irti sembrava che non cambiasse mai d’espressione. “Caramelle dolci, cocco, panini” vociò lei rauca. La conoscevo sin da bambino e gli ero affezionato. Ci ero cresciuto giocando sul marciapiede di quella strada. Al Fair Park Coliseum di Lubbock, nel 1955, Bill Haley and His Cometes e Jimmy Rodgers Snow, tennero un concerto. Ad aprire quell’evento ci pensarono Buddy e i suoi amici. Quella sera era presente l’impresario di Nashville Eddie Crandall che rimase folgorato da quei ragazzi, tanto da chiedere a Dave Stone, il proprietario della radio KDAV, l’acetato di quattro loro brani. Canzoni che tramite Crandall arrivarono a Paul Cohen della casa discografica Decca, che volle subito Buddy sotto contratto, anche se da solista. Fu Bob Montgomery a convincere Buddy ad andare a Nashville, perché lui non ne voleva sapere di lasciare gli altri a casa. Quella session per la Decca, incisa il ventisei gennaio del 1956 allo studio Bradley’s Barn, produsse il suo primo singolo “Blue Days, Black Nights”, mentre sul retro ci sistemarono “Love Me”. La seconda seduta venne realizzata un paio di mesi dopo, il ventidue luglio del 1956: questa volta Buddy incise con la batteria, e a suonarla c’era il suo amico Jerry Allison. Da questa session non escono dischi, anzi c’è da parte di Cohen una qualche sorta di ripensamento sulle qualità artistiche di Buddy… ma si sa che Nashville è un ambiente musicalmente conservatore dove si suona da sempre il country, e trovare musicisti adeguati alla musica di Holly che è uno sperimentatore, risulta davvero difficile. Quel giorno tra l’altro incisero anche “That’ll Be The Day”, che sarà il primo grande successo di Buddy e dei suoi Crickets. Avevo circa sette anni quando un parente tornando da un suo soggiorno in Svezia, portò in regalo a mia madre dei quarantacinque giri di Elvis Presley. Erano tempi in cui le famiglie italiane se ne stavano riunite in religioso silenzio, ascoltando e registrando le canzoni del Festival di Sanremo con dei piccoli apparecchi a cassetta, appoggiati all’altoparlante della televisione. Io invece me ne stavo sotto la branda del mio letto con il mangiadischi, ad ascoltare quei dischetti neri, fino a quando non si scaricavano le pile. Quelle canzoni stavano cantando del mio sogno e fu allora, ne sono certo, che quel tremito interiore s’impadronì di me. Adesso è come se avessi appoggiato un occhio su una foto sbiadita dal tempo, che m’imbottisce di nostalgia. Il rock’n’ roll è stato il desiderio di essere liberi, una voglia irrefrenabile di fuga, di spazio… ma anche della paura che questa nuova condizione implica. Così gli sconfitti, i solitari, nell’immaginario del rock diventano eroi, perché in qualche modo credono di avere una superiorità morale rispetto al resto del mondo. Ma il rock è una visione, e come tutte le visioni ha dei confini su cui muoversi, e i confini indicano sempre delle limitazioni… e quindi il controllo da parte di qualcuno. Il rock nel tempo non è riuscito più a comunicare e crescere. L’industria che gli gira intorno è riuscita ad omologarlo e a fargli perdere l’orientamento. A novembre del 1956, Buddy Holly tiene l’ultima registrazione per la Decca. Vi suonano solo session men, e a Natale dello stesso anno viene pubblicato il singolo “Modern Don Juan”, con sul retro “You Are My One Desire”. Buddy Holly comincia a viaggiare verso altri contesti, e prende a collaborare con Norman Petty, che a Clovis, New Mexico, ha uno studio di registrazione. Petty è un musicista di successo, ha lanciato nelle classifiche di vendita due brani, “Almost Paradise” e “Mood Indigo”, e fa pagare il costo del suo studio non ad ore, ma a canzone. Holly registra qui nuovi brani da proporre alla Decca, che però non gli rinnova il contratto. “That’ll Be The Day” viene nuovamente registrata in questo studio il venticinque febbraio 1957, ed è la versione che andrà in classifica. Qui si forma anche il nucleo storico dei Crickets, che oltre a Buddy Holly, vede Niki Sullivan alla chitarra, Allison alla batteria, e Welborn al basso. Saranno poi le sussidiarie della Decca, Brunnswick e Coral, a distribuire quei dischi. La sera al rientro mi sentivo particolarmente stanco, accesi una spirale d’incenso su un piattino per tentare di allontanare le zanzare, e mi coricai tirando il lenzuolo fin sulla testa. Alcuni di noi sono predestinati alla salvezza… altri condannati alla dannazione. Ma conviene sempre non fidarsi di nessuno, se non si vuole crepare prima dei propri giorni. Rimasi immobile nel letto con gli occhi sbarrati e, contando le pecorelle, cercai di prendere sonno. Quella sera però non riuscivo a dormire nonostante la spossatezza… allora mi alzai e sul balcone mi accesi una sigaretta. Ne aspirai qualche boccone e la gettai via con disgusto. Guardai il tubo del neon del terrazzino che era assaltato da minuscoli insetti, e tornai a coricarmi, lasciando la finestra spalancata. Alle volte ci sentiamo indifesi tutti infilati negli stessi sogni, tutti uguali, tutti soli. Mi chiesi se era Peggy Sue che mi mancava. Il ventisette maggio del 1957, a nome Crickets, “That’ll Be The Day” fa il botto e arriva al numero uno delle classifiche inglesi, e si piazza terza in quelle americane. L’attività concertistica del gruppo subisce un’impennata notevole, mentre nelle studio di Norman Petty, si continua a lavorare a nuove canzoni. Tra il ventinove giugno e il primo luglio, Buddy registra a suo nome Peggy Sue e, dopo qualche mese dalla sua pubblicazione, parte in tour insieme a Chuck Berry, Drifters, Paul Anka, Eddie Cochran e Fats Domino. La paga è di mille dollari alla settimana. I Crickets e Buddy partirono poi per un tour di venticinque giorni in Inghilterra, dove avevano ben quattro singoli in classifica. Qui partecipano ad una trasmissione della BBC chiamata Off The Record e, subito dopo, fanno ritorno negli States, dove invece prendono parte ad un tour guidato dal disc-jockey Alan Freed, chiamato The Big Beat, insieme a Jerry Lee Lewis e Chuck Berry. E’ nell’agosto del 1958 che Buddy Holly sposa Maria Elena Santiago che ha conosciuto a New York. In questo periodo di cambiamento cerca di diversificare anche il suo repertorio, e invita il sassofonista King Curtis a registrare un suo pezzo, “Reminiscing”. Esistono cose davvero malvagie nel mondo che non smetteranno mai di riprodursi… ma come il sole che ogni giorno continua a sorgere e tramontare, anche l’amore non si ferma mai ed è incontenibile. Continua a scavare e a scalciarci dentro come un bambino nel grembo. “Cos’è stato il rock’n’roll se non quell’illusione di restare per sempre giovani, per sempre innocenti?” Due strofe e un ritornello che è un modo come un altro per non perdere la propria identità, per riconoscersi in qualcosa prima di finire in quel mondo, che è l’ingresso nella vita dei grandi. Dopo l’ultimo tour con Frankie Avalon, il grande Dion And The Belmonts e Bobby Darin, Buddy scioglie i Crickets e si trasferisce a New York, andando ad abitare al Greenwich Village. Qui, con l’orchestra di Dick Jacobs, incide il ventuno ottobre del 1958 un brano di Paul Anka, “It Doesn’t Matter Anymore”. Sono quindici mesi che Holly si divide tra tours e sala d’incisione. A New York finalmente trova il tempo di rilassarsi e incide a casa sua delle canzoni solo per chitarra e voce, pezzi finiti in cui collabora anche sua moglie. Il 2 febbraio del 1959 Buddy Holly ha ventidue anni e, insieme a Dion And The Belmonts, Frankie Sardo, Ritchie Valens e The Big Bopper (J.P. Richardson), si trova al Surf Ballroom di Clear Lake, nello stato dello Iowa. Finito lo spettacolo, per evitare un lungo trasferimento in macchina, e dato che all’indomani devono suonare a Moohead nel Minnesota, Holly, Valens e Big Bopper affittano un aereo, un Beech Bonanza pilotato da Roger Peterson. Nella notte decollano ma l’aereo precipita poco dopo, a cinque miglia dall’aeroporto di Mason City. Muoiono tutti, e verrà accertato che è successo per un tragico errore del pilota, che ha inserito il volo strumentale senza saperlo usare del tutto. “It Doesen’t Matter Anymore”, pubblicata il cinque gennaio del 1959, diventerà il più grande successo di Buddy Holly. La brace della Sua sigaretta brillava nel buio. Quando me la ritrovai dentro casa non mi ricordai se avessi nutrito qualche speranza di rivederla. Attraversai il salone e mi si parò di fronte. Aveva un’aria smarrita. “Vuoi fumare?”, mi chiese nervosa. Una semplice domanda, a cui non seppi rispondere. Era diventata misteriosa. “L’ho sempre saputo che sarei tornata da te”. Mi sentivo bruciare le guance e, prima che ruzzolassi nel buio di me stesso, versai due bicchierini di brandy e mi sedetti sulla panca del terrazzino. La guardai con attenzione. Era bella con i jeans sbiaditi e quella camicetta attillata che gli faceva quasi esplodere il seno. “Perché sei tornata?” gli chiesi… e guardai il cielo nero, chiuso, piatto, sopra la mia testa, in attesa della sua risposta. “Perché è solo qui che ho le mie certezze”. Nonostante fossero le dieci di sera il caldo era ancora soffocante. Scrutai i suoi grandi occhi castani e mi parve gracile. Se ne stava in piedi in un atteggiamento mite, che era anche questo una sorpresa. Avevo sempre avuto un debole per le donne sagaci e tristi. “E’ l’amore, disse, che mi ha portato fin qui, nient’altro”. Non c’era alcuna aggressività in lei, lo notai alle prime luci dell’alba mentre dormiva tranquilla arrotolata nel lenzuolo. E’ un labirinto l’amore che c’inghiotte nelle sue spire e che ci salva da noi stessi. Mi alzai e preparai il caffè. Lo bevvi da solo in silenzio a sorsi molto lenti. Poi accesi la radiolina. “Peggy Sue I love You”.
Bartolo Federico

giovedì 12 aprile 2018

Bourbon Blue

Guidavo sulla tangenziale deserta osservando gli edifici grigi e le strade vuote. Quel paesaggio, se da un lato alimentava una sensazione d’intensa malinconia, dal’altro riusciva a rilassarmi. Con il piede sinistro appoggiato sul cruscotto ed una mano sul volante, procedevo fumacchiando una Camel. Accesi la radio e inserii “Undead”, anno 1968, un set  dal vivo dei Ten Years After, gruppo inglese in auge dalla metà degli anni sessanta. Il chitarrista e anche leader della band, Alvin Lee, per tecnica, velocità e bravura se la sarebbe potuta giocare tranquillamente anche con il re della sei corde Jim Hendrix… ma la storia del rock è ingrata e, come spesso accade, i Ten Years After sono stati dimenticati in fretta quasi da tutti. La musica riempì l’abitacolo, regolai il volume, abbassai il finestrino per tirare via la cicca e sentii l’aria fredda e pungente dell’inverno mordermi la mano. Spinsi il piede sull’acceleratore quel tanto che bastava per far fischiare le gomme sull’asfalto bagnato. Afferrai la fiaschetta di scotch che tenevo nel cruscotto e bevvi un piccolo sorso. Avevo sempre avuto l’impressione che l’alcool potesse ripulirmi dentro, e spegnere quel tormento che mi portavo appresso da ormai molto tempo. Avevo smesso di bere, almeno in un certo modo, anche se l’alcool restava una tentazione molto forte. Il motore adesso tirava che era una bellezza, scrollai il capo e  mi abbandonai  alla musica. C’è un nugolo di ragazzi in fondo al viottolo. Sto lì, in mezzo alla stradina con il labbro gonfio e i pugni serrati. La lite è terminata ma è stata furibonda. Qualcuno adesso piange, altri scappano. Continuo a stare fermo, e fisso l’uomo di fronte a me. Lui prova a fare un passo in avanti, ma con un gesto rapido mi chino e prendo da terra una grossa pietra appuntita. Si ferma e intuisce che non ho paura. Il sole è alle mie spalle. Ha il viso tumefatto ed è una maschera di sangue per i colpi che ha preso. Bestemmiando mi urla che, prima o poi, con me regolerà il conto… ma i conti vanno regolati subito, se no stai bluffando. Per uscire dal viottolo cammino all’indietro. Qualcuno mi dà una pacca sulle spalle, sono stanco, esausto, scappo e vado a rifugiarmi sotto un albero di limoni con cui disinfetto anche le ferite. Mi sdraio a faccia in giù sull’erba secca. L’odore della terra è cosi forte che mi sconquassa le narici. Mi addormento. Giravamo sempre in gruppo da ragazzi. Se qualcuno si allontanava, aspettavamo che riapparisse nel tempo stabilito. Una volta scaduto, si andava tutti insieme a cercarlo. La regola era che nessuno doveva rimanere indietro da solo. Quel pedofilo aveva afferrato dalle spalle Lillo che, per il terrore, non riusciva neppure a gridare. E lo stava trascinando dentro casa, che era proprio in fondo alla stradina. Arrivammo appena in tempo per tirarlo via da li. La libertà è sempre stata nelle cose semplici. Come un viaggio in moto stile Dennis Hopper e Peter Fonda nel film “Easy Rider”. Nell’ascoltare un disco di musica rock, fumando un po’ d’erba. O nel vento che ti accarezza la pelle. La libertà si può trovare in mille cose. Ma man mano che si va avanti quelle cose, come le persone, marciscono e ci si ritrova da soli. C’era del buon senso in quei ragazzi. Lo stesso buon senso che animò il gesto di Tommie Smith, un atleta di colore nato a Clarksville, Mississippi, la terra del blues. Tommie vinse la medaglia d’oro sui 200 m nella finale olimpica di Città del Messico con il tempo di 19”83… fu lui il primo uomo a scendere sotto la soglia dei 20”. Smith vinse quella medaglia anche per conquistare quell’America che lo bistrattava e che invece lui amava. Quell’America bigotta e razzista che lo applaudiva ipocritamente e che avrebbe preferito di gran lunga darlo in pasto al ku klux klan. Quell’America gli voltò le spalle nel momento esatto in cui scese i gradini del podio. Tommie Smith durante la premiazione, insieme al suo connazionale John Carlos, arrivato terzo, ascoltarono l’inno nazionale scalzi, chinando il capo e sollevando il pugno in aria avvolto in un guanto nero. Quell’azione cosi plateale fu a sostegno del movimento chiamato Olympic Project for Human Rights. La federazione statunitense li sospese dalla squadra con effetto immediato e furono espulsi dal villaggio olimpico. Una volta a casa ricevettero anche minacce di morte e furono licenziati dal lavoro. L’America del non senso aveva vinto. C’è stato un tempo in cui sognavo. Quel tempo, però, non me lo ricordo più. L’ho fatto fuori in un baleno. Allora non mi veniva difficile innamorarmi… il problema, semmai, era crescere, restare insieme, capirsi, ma anche comprendere se stessi. Quello sì che era difficile. A me sgomentava il dover sempre e comunque vestire gli stessi panni per tutta la vita. Perché mi sarebbe piaciuto una mattina alzarmi ed essere Keith Richard, in un’altra Robert Johnson, e via di questo passo… e invece, sempre la stessa faccia sempre la stessa esistenza, a volte grigia a volte piena. Un esistenza che se ne andava per i fatti suoi, ciondolando attraverso uno scroscio di pioggia furiosa. Quando i Ten Years After salirono sul palco di Woodstock, mandarono letteralmente in delirio il pubblico suonando una versione stratosferica del loro hit I’m goin’home. Uscii dalla tangenziale che pioveva a dirotto. Alex mi stava aspettando  al riparo dentro l’androne del portone di casa. Posteggiai l’auto di fronte all’ingresso e in un baleno saltò dentro dandomi un lieve bacio sulla guancia. Stavamo riprovando a stare insieme, cercando di raccogliere i cocci sparpagliati della nostra esistenza e, per la prima volta, entrambi attraversavamo sentieri sconosciuti. Da qualche parte bisognava pur ripartire. E noi avevamo deciso di imboccare la strada più difficile. La strada del dialogo e del dolore delle parole… ma cosa sarebbe la vita senza passioni, mi chiesi mentre guidavo. Sono queste che in un modo o nell’altro ci tengono in piedi anche quando tutto precipita. Cyril Davies era un armonicista innamorato profondamente della musica nera. Aveva cominciato dedicandosi alla musica Jazz suonando il banjo durante gli anni cinquanta, per poi passare ad una sorta di miscellanea musicale molto affine a quella delle jug band americane chiamata skiffle. Non potendo mantenersi solo con la musica, lavora anche come tappezziere. Ma il blues quando ti entra in circolo t’infetta fin dentro l’anima ed è per questo che Cyril impara a suonare l’armonica blues ascoltando i dischi del suo eroe, Sonny Boy Williamson. Nel 1961 insieme ad Alexis Korner forma i Blues Incorporated, dove militeranno musicisti del calibro di Jeff Beck, Nicky Hopkins e il cantante Long John Baldry, tutti personaggi che avranno un ruolo primario nell’ambito del cosiddetto blues revival. Questo movimento si andò affermando nella metà degli anni sessanta e Cyril Davies ne fu il precursore… ma proprio quando la scena musicale cominciò a catturare l’attenzione del mondo, morì stroncato dalla leucemia. Un rovescio di pioggia sul parabrezza mi riportò alla realtà. Alex  guardava la strada avvolta in un cupo silenzio. Le presi la mano gelida e la strinsi forte. Lei si girò  mostrandomi un sorriso smunto. Poi, con calma, molto lentamente, iniziò a parlare, raccontandomi di quando bambina andava dai nonni al mare. Parlò per tutto il tragitto ed io l’ascoltai senza mai interrompere. Quando finì misi un blues di quelli che mi hanno accompagnato l’esistenza e le parlai di quel giorno nel viottolo e della mia paura. Di quella fottuta paura che ancora adesso mi porto appresso… e per la prima volta lo confidai. Se quell’uomo avesse fatto un altro passo in avanti l’avrei ucciso.

Bartolo Federico

domenica 11 marzo 2018

Facciadiluna



Cucito con le ombre della notte, scrutava la strada che si dipanava davanti ai suoi occhi. La luce del quadrante della radio illuminava di arancione l’abitacolo, e Facciadiluna pensò a dove potersi rifugiare. Tornare indietro non gli era più possibile, era finito sotto tiro e quella pausa di sospensione per l’evento finale lo aveva del tutto inghiottito in un respiro profondo. Alle volte la vita è davvero complicata, pur rompendosi in brandelli quel faro di luce pare che resti sempre acceso sulle nostre piccole miserie. La radio stava per trasmettere musica per i perdenti, così annunciò lo speaker che prosegui dichiarando che quella notte era a tutti loro dedicata. Facciadiluna strizzò gli occhi per non farsi sopraffare dal sonno e accelerò leggermente. “If you ever change your mind. About leavin’, leavin’ me behind. Oh, oh, bring it to me. Bring your sweet lovin’. Bring it on home to me, oh yeah”. Aveva cercato in tutti i modi di tenere lontano il buio, ma il buio era arrivato ringhiando. Forse occorre davvero avere molta attenzione e parsimonia per estinguere una vita. Molta di più di quella che le circostanze casuali ci mettono per appiccarne la scintilla. “E cos’hai alla fine del giorno? Cos’hai da portar via? Una bottiglia di whisky e un nuovo set di bugie persiane alla finestra e un dolore dietro agli occhi”. L’aveva ritrovato per caso quel vecchio portafoglio, come in una caccia al tesoro, rovistando nella stanza, era saltato fuori e insieme a questo quella lettera d’amore mai spedita. Ci aveva infilato le mani tastando dentro quel rigonfiamento ed era venuta alla luce ingiallita e spiegazzata. Se la passò tra le mani come un mazzo di carte finché il suo viso non diventò bianco come le pareti della stanza. Eccola lì, quasi fosse stata la cosa più importante del mondo. Indietreggiò alla maniera di un ubriaco, inciampando sul tappeto, e gli parve di sentirsi come se l’avesse finita di scriverla in quell’attimo. “Un Romeo pazzo d’amore canta una serenata dalla strada. Lasciando tutti malinconici con la canzone d’amore che ha fatto. Trova un lampione fa qualche passo fuori dall’ombra dice qualcosa del tipo:”Tu ed io, piccola, che ne dici?” Concentrato in quei pensieri prese in pieno la buca sbattendo il muso sul manubrio. Accostò sul ciglio della carreggiata e controllò che l’auto non avesse subito danni. La sorte questa volta era stata indulgente. Risalì in macchina e ragionò che era molto meglio togliersi dalla strada perché stava rischiando più del dovuto. Anche se intorno non vi è anima viva, quando te la svigni la prudenza non è mai troppa. La camera dell’hotel Imperial era come quella di tante pensioni a buon mercato sparse per il mondo. Un letto di legno con la formica marrone scorticata e annerita dal tempo. Una lampadina sotto un paralume di lamierino e un armadio di legno lo stesso colore del letto. Si accomodò sulla sedia e si accese una sigaretta. Poi si tolse il cappello. “Non mi serve la tua compassione chi fugge dice che le strade non sono più per i sognatori I cacciatori di taglie e i fantasmi che vendono ricordi vogliono anche loro una possibilità”. Dischiuse gli occhi in preda agli incubi che era ancora in quella stanza orribile con la luce della lampada accesa. L’aveva sognata che lo accoltellava, aveva visto le sue mani e la lama del coltello trafiggerlo. Il suo vestito si era macchiato del sangue che davanti usciva copioso dal suo ventre.  Lei continuava a fissarlo con quegli occhi freddi aspettando solo di sferragli il colpo di grazia. Erano stati insieme molte volte, avevano fatto l’amore in maniera selvaggia, e anche feroce, fino a perdersi… ma la paura gioca brutti scherzi e riesce a trasformare due amanti in perfetti estranei. Quello era il suo unico amore, un amore alla rovescia. Era una solitudine senza fine, la loro. “Melanie Jane non proverà dolore. Triste triste. Occhi tristi, viso triste. Triste triste a casa tua. Pensavo di sapere tutto quel che c’era da sapere E io ti amo ancora. Ti amo ancora”. Dopo un po’ l’amore, come molte altre cose, finisce di ardere, rimuginò azionando la manovella dello sciacquone del bagno e guardando l’acqua scendere giù nel buco nero. Prima di rimettersi a letto, inghiottì un lungo sorso di bourbon dalla fiaschetta. L’alcol era la sua cintura di sicurezza, il suo antidoto per il panico. Solo che andando avanti in quel modo alla fine la sua mente si era annebbiata e non sapeva più come distinguere i sogni dalla realtà. “A volte sono sopraffatto. quando ci ripenso facevamo l’amore sull’erba verde dietro lo stadio con te, mia ragazza dagli occhi castani. Tu, mia ragazza dagli occhi castani”. Restò riverso sul letto  in preda alla confusione senza arrivare in alcun modo a fare chiarezza dentro di sé. La radiolina accesa sembrava che gli stesse parlando e tastandogli il polso con il sax di John Coltrane che suonava Violets for Your Furs. All’improvviso ti aggrappi ad una speranza, ad una nuova possibilità di salvezza. Non tutti lo sanno ma, mentre si affonda, si continua a nuotare muovendo spasmodicamente i piedi e spostandosi dal nulla verso il nulla. È banale dirlo, ma nasciamo come moriamo, sempre soli. La roba doveva arrivare lunedì notte, ma un imprevisto fece rimandare la consegna. Gino Il Verme lo avverti dopo due giorni dall’arrivo del carico, inviandogli un messaggio sul telefonino con cui gli indicava anche l’ora e il luogo dell’appuntamento. Il giorno convenuto si preparò di buon’ora ed uscì da casa prima del solito. Aveva come un presentimento e gli era venuta voglia di farsi un giro in città. Non aveva paura per quello che avrebbero dovuto fare, non aveva nessuna paura delle sue azioni. Erano altre le cose che lo annientavano, che lo lasciavano annichilito e senza speranza. Continuava a correre, correre, senza fermarsi. Era quello il suo vero problema: raccogliere i cocci. Quel  gesto lo avrebbe semplicemente distrutto. Come una vecchia pendola con il quadrante rotto ma con i meccanismi intatti, seguitava a girare nel vuoto. Lo speaker con voce gentile presentò un nuovo brano e un ondata di gelo lo percorse. “Sono l’innocente spettatore Mi sono in un certo modo bloccato tra l’incudine e il martello E sono giù nella mia fortuna, sì sono in basso nella mia fortuna… Beh io sono giù sulla mia fortuna mi sto nascondendo in Honduras sono un uomo disperato Invia avvocati, armi e denaro la merda ha colpito il ventilatore”. Stavano nascosti da tutte le parti i piedipiatti quella notte. Avevano circondato il porto e acceso i fari e loro erano finiti in trappola come dei babbei… ma qualcuno di certo aveva parlato, era tutto sbarrato tranne quella via di fuga che in pochi conoscevano, un tunnel sotto la banchina del porto. Gli agenti spararono in aria qualche colpo di pistola, ma la banda era composta da gente dura e spietata, abituata a ben altro per lasciarsi intimorire da quattro botti esplosi al cielo come alla veglia del santo patrono. Stava quasi per incanalarsi per poi sparire nel cunicolo, quando l’agente gli urlò da dietro “non ti muovere, sei sotto tiro, fermati cane rognoso!”. Tenendo le mani larghe si girò lentamente. Poi per un lungo istante si guardarono in faccia. Cosa poteva fare adesso? Dove poteva scappare con quella luce negli occhi che lo accecava e la canna della pistola che lo mirava? Tornare dentro sarebbe stato peggio di morire e allora era meglio prendersi un colpo di rivoltella dritto in mezzo agli occhi, ragionò con distacco. “Dici ancora le tue preghiere tesoro mio? Vai ancora a dormire la sera? Pregando che domani tutto andrà bene. Ma i domani si mettono in fila In fila uno dopo l’altro Ti svegli e stai morendo Non sai nemmeno per che cosa”. Gli bastò quell’occhiata per capire che quel gonzo era un pivello e che probabilmente quella sera era la sua prima volta. Il rischio che correva, però, era alto. Il tipo avrebbe potuto fare fuoco per un nonnulla… ma proprio di questo non è che gliene importasse molto. Se lo era chiesto spesso per quale ragione i suoi pensieri non erano mai stati lucidi. Di sicuro lo avrebbero aiutato a sentire meglio quella presa, agguantarlo e spingerlo verso il baratro. O forse era sempre stato solo un morto che camminava dentro la vita! Con un balzo improvviso disarmò il poliziotto, gli sferrò un colpo sulla nuca, ma solo per stordirlo e avere il tempo di scappare. Non voleva fargli troppo male, era solo un ragazzino che aveva visto troppi telefilm alla tv e di certo a casa c’era qualcuno in ansia che lo stava aspettando. Alle dodici e dieci della notte sgattaiolava nel buio e in quel momento alla sua stazione radio preferita ascoltavano: Lonesome Dark-Eyed Beauty. “Ad una solitaria bellezza con gli occhi scuri, su una strada lontana. Mi sono svegliato tardi da un sogno l’altra notte e volevo dirti… quando ti senti sola, quando le pareti si rompono intorno a te, quando hai bisogno di qualcuno che ti aiuti a guarire il dolore dentro il tuo dolore”. Lei si era girata per andarsene quando aveva capito di che pasta era fatto. Lui l’afferrò da dietro le spalle, ma era come un gesto di preghiera, di supplica, affinché non andasse via. Un tentativo di tenere con sé l’unica persona che avrebbe potuto salvarlo. Erano due strade che si erano incrociate e per un po’ diventate una cosa sola… ma quella maledetta paura li aveva separati. Quella paura di non farcela, di dovere giustificare sempre tutto e tutti, si era trasformata in rabbia e, man mano, in odio. “Stava piovendo fin dall’inizio ed io ero lì che morivo di sete… così sono entrato e la tua antica maledizione ferisce… ma quel che è peggio è questo dolore. Non posso restare qui, è chiaro che proprio non ci riesco”. Riempì il bicchiere fino a tre quarti. La radio a pile sempre accesa sul comodino borbottava un blues di John Lee Hooker. L’avevano visto insieme quel film di Jean-Luc Godard, “Fino All’Ultimo Respiro”, uno dei titoli mitici della Nouvelle Vogue. Gli era sembrato di assomigliare a Michel Poiccard, il protagonista. Un pazzo che per sopravvivere si era tuffato nella notte mescolando realtà e sogni. Una vita che aveva un doppio fondo, di chi vuol vivere senza limiti e si spinge sempre oltre, fino ad azzerarsi. Proprio come era successo a lui. “Lampioni brillano lungo le strade, un inquietante pomeriggio viola di ladri e di sbirri che sempre ti fermano e ti chiedono che cosa stai facendo”. Pensavano che fosse stato Facciadiluna a fare quella soffiata alla polizia… l’unico della banda a non essere stato arrestato quella notte al porto. Adesso gli davano la caccia amici e nemici, tutti insieme… ma da quando quel giorno lei lo aveva lasciato lì da solo a guardarla andare via, il resto non contava più nulla. Faceva strada con la radio accesa e la musica di Eddie Cochran a palla. Dopo la curva a gomito guardò la linea bianca di mezzeria. Abbassò il finestrino ed accese una sigaretta. Nella brezza gentile sentì l’odore del suo corpo perforargli le narici. Ormai  lei era un’ossessione, forse era questo il motivo del suo ritardo ad agire. “I’m gonna raise a fuss, I’m gonna raise a holler. About a workin’ all summer just to try to earn a dollar. Every time I call my baby, and try to get a date. My boss says, “No dice son, you gotta work late” Sometimes I wonder what I’m a gonna do. But there ain’t no cure for the summertime blues”. Sul rettilineo il posto di blocco della polizia era ben visibile. Facciadiluna scrutò il cartello per capire dove si trovasse. Era nuovamente pronto a colpire senza esitazione. Proseguì a rilento fino a che non arrivò a cento metri da loro. Quando gli intimarono di fermarsi afferrò la pistola e, brillando di pioggia, diede gas. Gli agenti non ebbero alcuna esitazione e spararono diverse raffiche di mitra. L’auto sbandò a destra e poi a sinistra per schiantarsi dentro un fosso. I due poliziotti si avvicinarono guardinghi, schiusero la portiera e con le torce illuminarono l’abitacolo. Sul quel volto solo un crespo sorriso. 

Bartolo Federico

giovedì 8 marzo 2018

Giù Nel Buco



Lei si accese una stupida sigaretta, di quelle lunghe e sottili. Aspirò un paio di boccate nervose e gettò il fumo dritto sul mio viso. Le luccicavano gli occhi per la rabbia. Si avvicinò ancor di più e attaccò: - Sei un piccolo uomo! Dopo averti dato tutto, levandoti dalla merda, te vieni fuori con questa storiella che le nostre strade non portano da nessuna parte. Hai sbagliato i conti! te la farò pagare. E con gli interessi, una volta per sempre.Il tono duro e minaccioso mi diceva che era nel panico più totale. Vedeva la sua preda sfuggirgli e questo non poteva tollerarlo. Si dimenava, urlava, voleva tenere ferme le redini del gioco, come sempre aveva fatto o come pensava che fosse. La guardai ed anche così infuriata era bella ed attraente. Ma ero stanco di fingere, di mentire. Come se poi fosse così facile mentire a se stessi. Da un pezzo l’amore si era corroso il resto era un dettaglio, uno stupido dettaglio da passarci sopra, da annientare. Compreso io. Probabilmente avevamo corso per la stessa meta, ma con il passare del tempo le crepe del nostro rapporto si erano allargate a un punto tale che era finito in sala di rianimazione, agonizzante.Ad Emma tutto ciò non interessava. Ne avevamo parlato spesso negli ultimi tempi ma, abilmente, sapeva far cadere il discorso. Ciò che le premeva era una cosa sola: il parere del suo entourage. Non poteva presentarsi ai loro occhi come una donna sconfitta. Proprio lei, brillante avvocato, sedotta e abbandonata da uno squattrinato, un fallito, un musicista del cazzo, come usava dirmi quando voleva ferirmi. Nel suo codice non era ammesso. Ma quella solitudine mi stava uccidendo, dovevo darci un taglio e provare a salvare quantomeno quel che restava di me. 
- Sei un bastardo-, continuò feroce e cinica, - Ma chi credi di essere! Non avendo nulla da rimproverarmi glielo dissi, con una calma che la fece andare ancora più in bestia. Avrebbe voluto la battaglia, ma non le offrivo il fianco; allora mi colpì con un pugno. La guardai e, con quella stessa calma, le dissi di non farlo mai più. E glielo ripetei due volte. Ma non mi ascoltava, non l’aveva mai fatto prima, perché avrebbe dovuto farlo adesso che eravamo alla resa dei conti. Tutto il suo corpo sprizzava odio e disprezzo; aveva il sangue agli occhi e mi colpì nuovamente con più violenza. Le diedi uno schiaffo, un solo schiaffo in pieno viso. Barcollò e cadde battendo la testa sullo spigolo del mobile. Il mio compagno di cella restò qualche attimo in silenzio poi mi augurò la buonanotte dicendomi: - Dormi Lee, domani sarà una dura giornata. Mi avevano trasferito in quel penitenziario dopo aver tentato l’ennesima fuga. Il trasferimento era una punizione e quello era un carcere di massima sicurezza, uno dei più duri a cui ero approdato. Ma ero stato fortunato a finire in cella con Teo perché a volte, raramente ma accade, si incontrano persone che sin dalla prima occhiata si percepisce che sono sulla stessa lunghezza d’onda. Con Teo fu proprio cosi. Non appena varcai la soglia della cella, capii immediatamente che mi sarei potuto fidare di lui. Mi svegliai di soprassalto mentre la guardia urlava: - Sveglia! Alzatevi! Mi tirai su e rifeci il letto. Una volta terminato, uscimmo dalla gabbia e camminammo in fila indiana. Attraversammo il corridoio fino alla sala colazione. Stavo imparando le regole, perché ogni carcere ha le sue regole, a cui devi attenerti se vuoi sopravvivere. Lo avevo appreso a mie spese. Ci sedemmo nel mezzo del refettorio , di fronte a cinque detenuti che mi osservarono senza mai rivolgermi la parola. Era il “Consiglio di Amministrazione”, “i fine pena mai”, gli ergastolani. Teo fece le presentazioni, spiegando il motivo per cui ero dentro; il mio biglietto da visita alla comunità. Tra l’altro fu anche la prima cosa che mi chiese quando varcai la porta della cella. Teo era un oriundo francese, medico e professore universitario. Un intellettuale, un uomo leale e corretto, come se ne trovano pochi che, un bel giorno, si era convertito all’eco-guerriglia. Fondò un quartetto, chiamato “i Sabotatori”, un gruppo di visionari romantici decisi a salvare il mondo dagli scempi ambientali voluti dal governo e dall’industria. Aveva fatto saltare decine di mostruosità restituendo alla natura ciò che l’uomo ingordamente le toglieva. Lo catturarono i federali a St Louis insieme alla sua compagna, anch’essa sua complice, prima che portasse a termine il progetto più ambizioso: far esplodere la diga del Glen Canyon, che aveva provocato cambiamenti climatici e geologici irreversibili in tutta l’Arizona.Nei tre anni passati insieme diventammo amici inseparabili. In quella prigione, se non ci fosse stato Teo, sarei impazzito. Anche adesso, mentre guido lentamente su questa vecchia pista di polvere e sudore, battuta da un venticello tiepido, ho il cuore a brandelli e un immenso vuoto. Teo continua a mancarmi maledettamente ogni giorno che passa. Mi mancano le nostre conversazioni, il suo romanticismo squilibrato, la sua generosità, il suo sorriso semplice e schietto.Nel penitenziario era amato da tutti. Anche le guardie più “ostiche” lo stimavano. Mai uno scatto di rabbia o un gesto che potesse offenderle. Non potevi non volere bene a Teo. Ma a volte i sogni muoiono all’alba. E’ ciò che successe in quella mattina d’estate. Una debole luce filtrava da sotto la porta della cella. Mi svegliai agitato, quasi stessi soffocando nel sonno. Guardai verso la sua branda per chiedergli aiuto, ma non lo vidi. Appena il tempo di abituare gli occhi alla penombra e lui era lì che penzolava dal soffitto insieme alla lampadina. Restai nel mio lettino, accucciato e annichilito, con i brividi di freddo che mi scorticavano le ossa, incapace di qualsiasi azione. Da quel momento in poi nel carcere nessuno fu più lo stesso. Su tutti calò una tristezza che non andò mai più via. Non ricordo altro dei mesi che seguirono la sua scomparsa. Non sentii più fame, né freddo, né sonno. Ero ridotto uno zombie. E’ come se il mio cervello si fosse bloccato e avesse cancellato tutto. Fino al giorno in cui riuscii ad evadere e sparire ero ad un passo dal fare la sua stessa fine. “I fine pena mai” vennero in mio aiuto. Quando mi resi conto che Emma non si sarebbe più rialzata chiamai la Polizia e aspettai il loro arrivo, seduto sui gradini del salone. I poliziotti giunsero a sirene spiegate, entrarono in casa e fecero un veloce sopralluogo. Dopo, mi ammanettarono e mi portarono al comando. Sbrigate le formalità di rito, mi interrogarono. Avrebbero voluto una confessione, dato il blasone della vittima, ma non caddi mai in contraddizione, perché semplicemente raccontavo la verità. Risposi alle loro domande, anche le più scabrose, spiegando che era stato un incidente, un fottuto banale incidente. Lo gridai più volte, ma nessuno mi ascoltava, proprio come lei. Ero l’ultimo della fila. A chi vuoi che importi di un musicista del cazzo!La mattina dopo, ormai sfinito, con gli occhi che cadevano dalle palpebre, firmai il verbale della mia deposizione e mi chiusi nel silenzio più totale. Non parlai più neanche al processo. Non ne valeva la pena. Lo sbarramento di fuoco innalzato dalla famiglia di Emma contro di me avrebbe distrutto chiunque. E cosi fu.


Bartolo Federico