lunedì 17 giugno 2013
sabato 15 giugno 2013
mercoledì 12 giugno 2013
Il Fiume Nero
Sono
come una pietra che cadendo lungo il pendio di una cima rotola, rotola e non sa
più come fare per fermarsi, a cosa appigliarsi, per non finire a sbattere. Accade
quando la vita ti costringe in un modo o nell’altro a guardare dalla parte
opposta a quella in cui stai camminando. O quando qualcuno o qualcosa butta giù
quel muro che ti oscurava la visuale. Allora sei costretto ad uscire dagli
sgabuzzini segreti dove ti sei bellamente rifugiato e a guardare in faccia dritto
negli occhi i tuoi fallimenti. A me è bastato un bacio nel buio della notte sul
labbro sinistro, per andare in malora e sentire il mio corpo tremare molle ogni
volta che il cuore batteva. In un piccolo bagaglio ho chiuso tutto quello che è
rimasto della mia vita. Ci ho messo dentro le mie angosce, i miei odi, le mie
speranze e, forse, anche qualcos’altro. Poi mi sono infilato nella notte che è
da sempre la mia amante preferita e me ne sono andato via attraverso quei
cortiletti bui senza luna. Lì, in fondo ai miei blues.
Bimba, son solo uno di quei vagabondi Sto vagabondando da nemmeno io so quando Quando sarà notte me ne sarò di nuovo andato ” (Bound To Loose Bound To Win-Bob Dylan)
Bimba, son solo uno di quei vagabondi Sto vagabondando da nemmeno io so quando Quando sarà notte me ne sarò di nuovo andato ” (Bound To Loose Bound To Win-Bob Dylan)
E’ di notte che la vita vibra a rallentatore e
l’esistenza ci divora. E’ di notte che si sussurrano le confidenze e si diventa
teneri e romantici. Ma tutto questo non mi accade più da molto tempo ormai. Può
darsi che abbia perso quella parte di me e che tutte le voglie, a furia di
ristrettezze, mi sono passate in un botto. Ed è inutile che io mi affanni a cercare
i dettagli non li troverei neanche a stanarli con il lanternino. Lì come sono
sparpagliati in fondo ai miei blues.
Nell’umidità della notte una puzza di piscio acidulo
mi attraversa il naso. Mi passo una mano sul viso come per cancellare ogni traccia
di me, come per mettere una pausa ai miei pensieri. Non piove più e un
venticello si è alzato sulla città. Le profezie che cerco, me lo ripeto, sono
lì, in fondo ai miei blues. E’ solo dentro le canzoni che soffiano le risposte.
Bisogna semplicemente aspettarle e loro, come per incanto, arrivano imprevedibili,
violente,ciniche e, alle volte, anche sensuali. Succede pure quando si è
prigionieri dell’angoscia che agguanta e svilisce scaraventandoci nella mediocrità.
Quelle parole, però, sono fragili come vetro ,e una volta catturate, bisogna
tenersele strette al cuore, cullarle come si fa con un amante nella notte. Sul
far del mattino, il freddo che si è piazzato
dentro di noi, per un po’ andrà via.
Da quanto, da quanto tempo è partito il treno della sera? da quanto, da quanto bambina mia, da quanto? (How Long Blues-Leroy Carr)
Da quanto, da quanto tempo è partito il treno della sera? da quanto, da quanto bambina mia, da quanto? (How Long Blues-Leroy Carr)
Alla stazione della vita, ho comprato un
biglietto di sola andata e nel posto dove vado non c’è nessuno che mi aspetta. Il
vento ha preso ad abbaiare come fosse un cane rabbioso. La strada brilla, sotto
le luce bianca del neon. Mi appoggio ad un lampione e con lo sguardo prendo a
vagare intorno. Dalla sigaretta aspiro una boccata di fumo strizzando gli
occhi. C’è stato un tempo in cui mi infilavo nella bruma, sotto la pioggia, e
spingevo a fondo il pedale della vita. C’è stato un tempo in cui nulla riusciva a farmi paura, neppure
ricominciare da capo. Sapevo sempre cosa fare o cosa non fare e, se sbagliavo,
andava bene lo stesso. Non come adesso che ho solo voglia di andarmene a
nascondermi il più in fretta possibile. Non come adesso che nessuno capisce,
che davvero mi dispiace per qualcosa. Ma a nessuno sembra importargliene. Non
come adesso che non ho più nessuno che mi può aiutare. Non riesco ad esser più buono come prima. Non ci riesco, bimba, perché il mondo è diventato ingiusto, dolcezza. Preparami la valigia, dammi il cappello non chiedere di me, bimba, perché non tornerò.” (World Gone Wrong - tradizionale- arrangiato da Bob Dylan)
Mia madre me lo diceva di essere gentile con
gli altri che loro lo sarebbero stati con me. Alla luce dei fatti forse si era
sbagliata. Adesso non ho più voglia di sorridere, ma ho anche una paura fottuta
di smettere di essere come sono stato. Bevo un altro sorso di vino e un altro
ancora. Non so proprio che fare. Dio! So che voglio e che devo fare. Ma farlo
realmente è davvero un'altra cosa. Do un occhiata alla bottiglia la porto alla
bocca e ricomincio a bere. Tossisco, barcollo e cado nel vuoto, spalanco gli
occhi e rabbrividisco. La bottiglia mi cade in terra, gli tiro un calcio e
sferro un pugno nel vuoto.Visioni di Billie Holiday in bianco e nero.
Lady Day entra in un bar, cammina lentamente con lo sguardo rivolto a terra e si dirige verso lo sgabello che è lì, fermo come se la stesse aspettando. Quando ci si siede, lo fa con una grazia che lascia tutto il pubblico di stucco. A quel punto Lester Young si avvicina e si mette al suo fianco. Lady Day ha i capelli attorcigliati in un garbato chignon. Alza lievemente il capo e la band inizia a suonare. Alle prime note degli ottoni una piccolissima smorfia gli contrae il labbro sinistro. Adesso, sempre lentamente, gira gli occhi che sembrano immensi specchi neri e osserva un punto indefinito della sala. Poi cade in trance e inizia a cantare Fine and Mellow. La notte e i graffi che la pioggia lascia sui vetri si specchiano sul suo viso. Lì, in fondo ai suoi blues.
Dopo che gli applausi erano finiti e la gente se n’era andata. Scendeva le scale del bar e usciva verso l’albergo che lei chiamava casa. Aveva muri verdastri e il bagno nel corridoio. E dissi no, no, no oh, Lady Day. (Lady Day-Lou Reed)
C’è
sempre
un prima in ognuno di noi. Ed è sempre un dolore quello che ci cambia.
Mi
tornano i pensieri, quelli tristi, ma adesso non ho più fretta. Perché
con
l’età so bene che qualcosa perdo ad ogni
ora che passa. La strada del tempo è spietata, cambia tutte le
prospettive. Così
quella follia, quella vanità che avevo da ragazzo, nell’andare avanti si
è fiaccata e vorrei fermarmi di botto per rivederla passare,
quella giovinezza, adesso che il tempo mi ha detto come sono la gente e
le cose. Adesso che me ne sto qui e non riesco
a muovermi, quasi a respirare. Tremo soltanto. Fermo qui ad aspettare. Quando l'ultima rosa dell'estate mi pungerà il dito ed il caldo sole mi farà gelare fino alle ossa. Quando non riuscirò più a sentire la canzone E non riuscirò a distinguere il mio cuscino da una pietra. Camminerò da solo accanto al nero fiume fangoso e canterò una canzone da solo. Camminerò da solo accanto al nero fiume fangoso e sognerò un sogno tutto da solo”.(Black Muddy River-Robert Hunter)
Mi ha tolto tutto quel bacio sul labbro
sinistro, tutto quel che avevo. Ma è stato un raggio di sole in un mare di
merda. Lì, in fondo ai miei blues.
Bartolo
Federico
venerdì 7 giugno 2013
Viaggiatori Nella Notte.
L’aria sapeva di
temporale. Camminavo di sbieco con le mani nel soprabito, attraversando
la notte. Guardai l’orologio Erano le due passate da un quarto. Il cuore
mi batteva come fosse un motore ingolfato e gorgogliava nostalgie
brucianti. In qualche modo, ognuno di noi si porta appresso le proprie
menzogne, riflettei, senza le quali è impossibile tirare avanti. Ma
bisogna saper mentire, e non tutti sono in grado di farlo. Matilda non
c’era mai riuscita. Lo compresi subito, dalla prima sera che uscimmo
insieme. I suoi occhi erano di un azzurro cielo, che ci si poteva
specchiare. Occhi troppo puliti per avere imparato a dire bugie. Accesi
una sigaretta di controvoglia , tirai una boccata e la gettai via.
Specchiandomi nella vetrina di un negozio di articoli da regalo, notai
che avevo la faccia greve e dolente, la faccia di un blues. In fondo, le
nostre falsità ci fanno sopportare anche quelle degli altri, seguitai a
pensare. E mi sentii come un mucchio d’avanzi, gettati via dopo il
cenone di capodanno. Cavalieri nella tempesta/Cavalieri nella
tempesta/nati in questa casa/ buttati in questo mondo/ come cani senza
un osso/ come attori senza la parte (Riders On The Storm -Jim Morrison).
Anna, la mia vicina di casa, mi udii armeggiare con le chiavi nella porta e si affacciò sull’ammezzato. Tutto bene Al?
- mi chiese con tono materno. Anna era un ex maestra elementare, vedova
da molti anni. Non aveva figli e nessuno che la andasse a trovare.
Viveva della sua pensione e della reversibilità del marito. Con molta
discrezione, da quando Matilda se ne era andata, si prendeva cura di me.
Lo faceva senza essere mai invadente, con una gentilezza e un amore
che, ormai, sono merce rara a trovare. Si ,sono stato in giro a guardare la notte - le risposi in tono malinconico - a misurare il tempo che passa. Mi avvicinai e le diedi un bacio sulla fronte. Lei mi accarezzò il viso con la mano ossuta e mi sussurrò nell’orecchio: Ero in pensiero, scusami Al.
Entrai in casa, attraversai il piccolo corridoio e mi diressi verso la
finestra. Tirai la tenda, guardai giù in strada ed accesi a basso volume
lo stereo. Intanto che mi preparavo una tazza di caffèlatte, sentii la
pioggia cadere sulla grondaia. Lo bevvi, inzuppandoci i biscotti. Giù,
giù lungo la sponda del mare./Ci andiamo davvero vicino/ Ci andiamo
davvero ad attaccare/Bimba stanotte ci andiamo ad annegare. /Andremo giù
giù giù. (Moonlight Drive- Jim Morrison).
Stavo in silenzio, seduto sulla poltrona, ascoltando la pioggia che crepitava sul vetro e The Boatmnan’s Call di Nick Cave.
Mi assopii. Avevo sempre lavorato come operaio in una fabbrica di
profilati d’alluminio, impiegato alla fusione. In quella fabbrica avevo
conosciuto Matilda. Il mio amore. Era un addetta alle pulizie. Quando la
vidi la prima volta, dentro quella salopette celeste di una taglia più
grande, aveva i capelli raccolti dentro una cuffia bianca e armeggiava
con scope e strofinacci, mi sembrò stupenda. Come lo era d’altronde. E
mi tremarono le gambe, quando mi accorsi che mi osservava con interesse.
Ora, ti amerò /Finché dal paradiso non pioverà più/ ti amerò finché le stelle non sprofonderanno dal cielo/ Per te e per me. (Touch me di J. Morrison).
Anna mi svegliò delicatamente, toccandomi la spalla. Possedeva una
copia delle chiavi di casa che gli aveva dato Matilda e che io le avevo
lasciato. Tutto era tale e quale a quel giorno in cui se ne era andata.
Anche gli oggetti sui mobili di casa erano nella stessa posizione di
quando c’era lei. Aprii gli occhi mostrandole un sorriso stinto. Vieni a mangiare Al - mi borbottò - si fredda tutto.
Era il mio angelo custode. Poco prima di cedere al sonno, una paura
tremenda mi aveva invaso. Poi la sentii respirare e ascoltai la sua
voce, la vidi alzata davanti a me. Tutto era ritornato… li in un attimo.
Nella casa dell'amore /Io conosco il sogno/Di cui vai sognando/Io
conosco la parola /Che spasimi per udire /Io conosco la più profonda e
segreta delle tue paure (The Spy – J. Morrison).
Cenammo,
ascoltando il notiziario delle 19.30. Aveva preparato una zuppa di ceci
con i crostini di pane e del purè di patate. Mentre mangiavamo, mi
schernì con tenerezza , provando a tenermi alto il morale. Come avrei
fatto senza di lei, mi chiesi, restituendole un sorriso dolce. Mi
aiutava perfino con l’affitto di casa quando non c’è la facevo a pagare.
Tra un boccone e l’altro mi raccontò che avevano arrestato un ragazzo,
perché aveva preso una barretta di cioccolata in un supermercato. Il
personale lo aveva inseguito e consegnato alla polizia. Solo serpi che strisciano si comportano in questo modo. Gliela avrei pagata io quella barretta –
disse - se fossi stata lì. E anche adesso, se servisse a qualcosa. Non
c’è più umanità nella gente, siamo l’uno contro l’altro, pronti a
scannarci, ad ammazzarci, per un nonnulla. In un paese dove la cancrena è
nello Stato, dove tutti razziano, dove si commettono crimini terribili,
dove sciacalli internazionali ci succhiano il sangue, dove si spezzano
le vite di milioni di persone, riducendole sul lastrico economico e
morale. In un paese dove nessuno ha mai pagato per le stragi commesse,
devi mandar giù che un ragazzo venga condannato a due anni di carcere
per una simile stupidaggine. Mi chiedo Al, ma che razza di giudici
abbiamo, se non hanno provato nessuna vergogna, ad emettere questa
sentenza?. Se non hanno provato nessun disagio a guardare i loro figli
in faccia, la sera. E’ un paese che merita solo l’indulgenza del
disprezzo - affermò. E lo disse con rabbia, quasi gridando. Per
quanto mi riguardava, da un bel po’avevo smesso di credere alla
giustizia degli uomini e anche a quella divina. Questa e' la fine/
bellissima amica /Questa e' la fine/ Mia unica amica/ la fine/dei nostri
piani elaborati/ la fine di ogni cosa stabilita/ la fine/ né salvezza o
sorpresa/ la fine... (The End. - J Morrison)
Bisogna che vi arrangiate!
- ci avevano detto i capi dell’azienda. Le classi dirigenti e i mafiosi
usano gli stessi metodi per liquidarti. Sacchi d’immondizia da gettare
in qualsiasi momento. Questo eravamo. La nostra vita non contava un
cazzo. I loro numeri parlavano chiaro. Era più conveniente spostare la
produzione in Cina, dove il lavoro non viene pagato come dovrebbe
essere. Dove i più elementari diritti umani vengono calpestati e nessuno
fa nulla. Anzi, si fa finta di non vedere. Perché il grasso cola. Quel
giorno ci contestarono quasi di esistere. La globalizzazione, il
liberismo, la concorrenza, l’euro; di tutto questo ne avremmo tratto
solo benefici. Saremmo cresciuti economicamente, diventati competitivi,
questo andavano blaterando i politici, nei loro dibattiti televisivi,
sorretti da giornalisti ed economisti, pagati per assecondarli. C’era un
odore nauseabondo, che mi perforava le narici. Il piano era chiaro, ci
volevano rendere ancora più servili, cosi proni ai loro comandi, da
accettare qualunque decisione avessero preso a riguardo delle nostre
vite. Avevano pensato a salvare le banche, con i loro bilanci fittizi e
le loro schifezze perpetrate a scapito di tutti noi, le uniche
responsabili di questo dolore collettivo. Aziende con un evasione
fiscale che avrebbe risanato l’intera economia. Ma dubito che in quelle
stanze gli agenti del fisco sarebbero andati a verificare. Piuttosto, lo
Stato aveva trovato il modo di raggranellare il denaro per
rimpinguargli gratuitamente le casse. Stavano rendendo il lavoro un
illusione, un miraggio che, se e quando lo ottenevi, era facilissimo
ricattarti. La solita storia dei ricchi contro i poveri, ma questa
partita si stava giocando con una crudeltà senza pari. Mai fidarsi degli
uomini, è come farsi uccidere. I servi hanno il potere/ gli uomini
cane e le loro meschine donne/Tirano su povere coperte/I nostri
marinai/Sono stanco delle facce austere/che mi fissano dalla tv/
Torre/ci voglio delle rose dentro (The Severed Garden - J.Morrison)
Ci
sarebbero voluti i poeti al potere. Forse, gli unici in grado di ridare
una nuova anima al mondo. Nonostante tutto, avevo provato a reagire
allo sconforto, mi ero dato da fare. Finito il periodo di cassa
integrazione e di lotta, per tentare di riprendermi il posto perso,
cercai di svolgere qualsiasi mansione. Accettavo tutto quello che mi si
proponeva. Guardiano notturno nei cantieri edili, imbianchino, autista,
anche piccoli lavoretti a servizio di chiunque mi pagasse la giornata.
Cercavo di andare avanti,al contrario di Matilda, che dopo il
licenziamento era precipitata nella notte più nera. Si era distaccata da
tutto e da tutti, non riusciva a reagire a quello stato di cose. Era
finita per inghiottirsi dentro se stessa, ogni giorno di più. Il suo fu
un viaggio spaventoso nelle tenebre. Mi versai un whisky e accesi una
sigaretta. Il buio si era insediato nella stanza. Per non restare da
solo, cercai il suo disco preferito, Closing Time di un giovanissimo Tom Waits, allora scombussolato di romanticismo. La puntina si poggiò frusciando: Una
ninnananna alla mia piccola, non piangere tesoro. Ci sono gocce di
rugiada sulla finestra, caramelle di gelatina nei tuoi pensieri. Stai
scivolando nel mondo dei sogni mentre reclini, lentamente il capo
(Midnight Lullabay). Mi alzai dalla poltrona per prendere il
posacenere. Lo feci lentamente, molto lentamente, per paura che andassi
del tutto in frantumi.
Mentre
il cielo diventava color rame, quella città mi sembrò un posto non
peggiore di altri. Entrai in un bar qualsiasi e mi sedetti sullo
sgabello vicino al banco. La cameriera mi accolse con un sorriso opaco e
senza quei formalismi del cazzo che mi mettevano a disagio. La osservai
mentre preparava il mio Johnny Walker etichetta nera. Era bella, ma di
quella bellezza artificiale. Troppo perfetta, per uno come me. Quando mi
passò il whisky e si mise a parlottare del più e del meno, mi sembrò
più vera di come mi era apparsa di primo acchito. Un altro viaggiatore
della notte, rassomigliante a Jena Plissken, prese posto accanto a me. Mi scrutò con occhi vitrei e ordinò un bourbon liscio. Lo
sai il giorno distrugge la notte. La notte divide il giorno. Ho provato
a correre. Ho provato a nascondermi. Fatti strada verso l'altro lato (Break On Through - J. Morrison)
A ricordo di Jim Morrison, Re Lucertola.
giovedì 6 giugno 2013
L'Ultima Foglia
Guardò la strada mentre le note di “Animal Skin”
avvolgevano la notte che dilagando si era presa la parte migliore di
lui. Poi la pioggia pian pano aveva fatto il resto. Anche se non aveva
mai avuto grandi bisogni e conduceva una vita modesta si era reso conto
che non aveva fatto bene i conti con questo mondo che gli chiedeva di
continuo un cambio di passo. In piena corsa, magari in affanno, qualcuno
ad un tratto batteva il tempo e allora tutti dietro come impazziti a
rincorrere non si sa cosa. Non c’è l’aveva fatta più a reggere quel
ritmo, cosi quando credeva di avere tutto in pugno, poco a poco, era
precipitato. Certo, non è che fin lì avesse combinato grandi cose, di
sicuro non aveva cambiato il corso dell’umanità con una nuova scoperta
scientifica, non aveva fatto nulla di memorabile se non tentare di
essere se stesso, di vivere secondo la sua morale e i suoi principi. Non
era mai andato a bussare alle porte di quelli che contano. Aveva
cercato di farcela da solo, ma si era illuso, il prezzo che pagava per
questa libertà che si era preso era altissimo. Nessuno ama i cani
sciolti, specie quelli che ringhiano.
Era
sempre stato una persona complessa, rigorosa, ma credibile e generosa
con chiunque incontrasse. Sulla strada percorsa aveva imparato che gli
uomini non erano affatto così buoni come pensava. Bastava comunque non
dare troppa corda a nessuno. C’era voluto del tempo per capirlo, nel
frattempo gli era toccato cambiare e indossare una catafratta di
protezione per non finire miseramente accoppato. Ora non era più sicuro
di nulla, neanche che questo stratagemma funzionasse davvero. La paura
aveva preso il soppravvento e si sentiva disarmato, le sue barriere si
erano indebolite, non aveva più le idee tanto chiare. Di certo aveva
bisogno di soldi, ma non così tanti, solo quel giusto che gli avrebbe
consentito una vita dignitosa. Si aprì una birra ed era chiaro che non
poteva continuare ad innaffiare le sue disgrazie, doveva in qualche modo
trovare una via d’uscita. Ma quella notte di sicuro non aveva di meglio
da fare.
Dalla
finestra guardò le nuvole grigie che erano comparse all’improvviso, nel
tardo pomeriggio, sulle montagne proprio di fronte casa sua. Quando
erano giunte non promettevano nulla di buono, tanto è vero che adesso la
pioggia scendeva copiosa. Aveva infranto le regole quel giorno ed aveva
scaricato dal computer i file del nuovo disco di Tom Waits, Bad As Me,
con la promessa a se stesso che se le cose sarebbero cambiate lo
avrebbe comprato quel cd, magari in versione deluxe, con tre brani in
più. Tom era stato un compagno di viaggio prezioso, la colonna sonora
della sua vita il suo blues quotidiano. Intanto che sorseggiava la
birra, Kiss Me lo riportava indietro, al tempo in cui era stato davvero troppo solo e anche troppo lontano. Small Change, Blue Valentine e Foreign Affairs
gli avevano offerto una sponda di salvataggio stringendolo nel loro
caldo abbraccio. Quei vecchi brividi li sentii vagare nuovamente sulla
sua pelle, ma fu per un attimo. Il cinismo che si era impossessato di
lui lo portò a pensare che alla fine passa tutto, anche la voglia di
resistere, di essere amati, di combattere. Pian piano le forze ti
lasciano e ti abbandoni, fino a scivolare nel limbo e non badi più a
nulla, lasci tutto sospeso, come delle cambiali che sai che non potrai
onorare.”Baciami come un estraneo ancora una volta. Voglio credere
che il nostro amore è un mistero, voglio credere che il nostro amore è
un peccato. Voglio che tu mi baci come un estraneo, ancora una
volta”.(Kiss Me)
Si
finisce sempre per attaccarsi alla vita e alle sue molteplici
sfumature, ma bisogna essere fortunati, o non troppo sfortunati, a
seconda dei casi, per restare sempre sobri. Dopo sette anni di silenzio,
da Real Gone, Waits era riapparso al mondo con il suo blues
schiacciato a caldo sul ferro battuto e inzuppato in quell’umanità di
derelitti che questo mondo cerca in tutti i modi di ignorare. Poetico e
polveroso come quelle vecchie scatole ammucchiate in cantina, cantato
come solo lui può. Tom Waits è sempre stato un puro, un visionario, uno
che non ha mai ceduto di un passo alle lusinghe del mercato
discografico, anche quando questo gli avrebbe fatto ponti d’oro. Rifiutò
l’offerta di salire le scale della celebrità realizzando un capolavoro
sotterraneo come Swordfishtrombones che egli stesso definii “il diario di un delirio”.
Testardo come un mulo ha sempre fatto quello che riteneva più giusto,
anche sbagliando, ma restando sempre leale a se stesso e al suo
pubblico. Bad as me sembra un greatest hits delle sue mille facce
musicali, e lui ci mette tutto il cuore e l’amore possibile per fare
sembrare queste canzoni nuove di zecca. Le torce e le sbrindella, ma
nello stesso tempo le rende meno ostiche che in passato, le veste di
quei suoni che lo hanno reso unico e che provengono direttamente da quel
blues centenario che ha nel sottofondo il rumore della strada e delle
monete che i passanti facevano cadere nel bicchiere di latta dei
bluesman.
La
pioggia aveva dipinto pozzanghere concentriche sull’asfalto, che lui
osservava dalla finestra di casa. La lampada sul comò spargeva una luce
fioca come la sua speranza che, si sa, è sempre l’ultima a morire. Si
appoggiò al vetro e si sentii la testa vuota, non aveva nessuna
protezione sociale, era stato lasciato solo nella tana dei lupi. Il
finto liberismo aveva provocato una caduta verticale dei più elementari
sostegni sociali, la grande finanza si era inghiottita il mondo in una
bolla speculativa che pagavano sempre i soliti, i più deboli e i più
indifesi. Il suo lavoro, come quello di milioni di altri sventurati, era
svanito nel nulla mentre lo stato restava inoperoso. Tanto lo Stato è
in mano alle banche, alle multinazionali, ai narcotrafficanti, ai
signori della guerra, che sono poi quelli che hanno il potere economico.
“Beh, è difficile per alcuni momenti / Per altri è dolce / Qualcuno
fa i soldi quando c'è il sangue in strada ... Beh, abbiamo salvato tutti
i milionari / Hanno ottenuto il frutto / Abbiamo ottenuto la buccia” (Talking at the Same Time).
Il rock’n’roll di Get Lost, in puro stile anni ’50, lo scosse da quei pensieri. Come era ormai consuetudine, da Swordfishtrombones in poi, anche Bad as me, era stato scritto e prodotto insieme alla moglie Kathleen Brennan.
Questa volta i due avevano optato per canzoni brevi, quasi delle
istantanee in bianco e nero, ma ingrandite e manipolate come sempre
nella camera oscura dell’anima. L’album conteneva diverse ballate, da
sempre il suo piatto forte, che sanno entrare sotto la pelle e scucire
il cuore. Back In The Crowd è una canzone per chi viaggia verso il confine ed oltre ad essere un velato omaggio a Roy Orbison, il re dei solitari, per come è arrangiata e cantata sembra che provenga dalle “Baja Session” di Chris Isaak. In Face To The Highway
Marc Ribot e David Hidalgo, due magistrali musicisti, con le loro
chitarre danno vita ad un blues arido e spettrale, in una città che non
ha più roba da bere. “Il diavolo vuole un peccatore Il cielo vuole un uccello La tabella vuole una cena e le labbra che lei.” (Face To The Highway)
Gli
uomini del blues sono stati sempre in bilico tra i richiami dello
spirito e quelli della carne. Niente di meglio poteva trovare in giro
per questo sporco lavoro se non un altro ribelle del rock, quel Keith
Richards che con la sua chitarra ritmica e la voce sbilenca sembra che
esca direttamente da una sua canzone. “Sei la punta della lancia, il
chiodo della croce, la mosca nella mia birra, la chiave che ho perso, la
lettera di Gesù scritta sul muro del bagno/ la madre superiore vestita
solo con un reggiseno/ Sei cattivo, sei della mia stessa razza. (Bad As Me). I due avevano già lavorato insieme sin dai tempi dello straordinario Rain Dogs. Allora Waits ebbe a dire di Richards “Stavo
per buttare via Union Square, ero deciso a chiamare l’uomo delle
pulizie, quel pezzo era trito e ritrito. Qualcuno però diceva che aveva
qualcosa di interessante. Diavolo dicevo, non ha un bel niente. Poi
arrivò lui.” Dire che c’è idillio tra loro e dire poco, tanto che Tom omaggia Richards e Jagger nell’ironica Satisfied, R&B che sembra provenire dall’indimenticato “Heartattack and Vine”. «Prima di andarmene e morire, avrò soddisfazione/ Sarò soddisfatto/ E adesso, signori Jagger e Richards, mi gratterò dove mi prude». Poi incrociano le due voci nell’acustica Last Leaf, una canzone che è tra le cose migliori di questa raccolta. “Sono l'ultima foglia sull'albero l'autunno ha preso il resto. Ma non mi prenderanno. (Last Leaf)
I contorni apocalittici de “La Strada”, il romanzo di Cormac Mc Carthy,
lo stavano soggiogando, quando vide un ombra fare un balzo nel buio. Il
cuore gli salì in gola, ma era solo un gatto che cercava rifugio nella
veranda di casa. Aveva messo tutti l’uno contro l’altro,
quell’intrattenitore da crociera sul mediterraneo, che governava il
paese. Un tipo bislacco, senza nessun particolare talento, senza nessuna
vergogna che non si sa da dove sia sbucato fuori. Ad un tratto il mondo
se lo era ritrovato dappertutto, perfino nel gabinetto, con quel
sorriso stampato sulla faccia da furbo imbonitore. Ma il tempo anche per
lui stava per scadere. Si sentono nell’aria certe cose. “Quando i lombrichi si nascondono qualcosa sta accadendo”,
cosi diceva suo nonno. Alzò gli occhi e li vide che volteggiavano
prominenti nel cielo. La puzza si faceva sempre più forte e presto o
tardi gli avvoltoi sarebbero scesi giù. Nell’oscurità gli sembrò di
conoscerli tutti .
Intanto che il blues bruciante di Chicago e l’armonica di Charlie Musselwhite,
percuotevano le pareti della cassa acustica, si staccò dalla finestra.
Era ora di andare, di lasciarsi alle spalle tutto il marcio, di non
chiedersi più perché, ma Pay me catturò ancora la sua attenzione.
Quella triste ninnananna dal cuore infinito gli parve che stesse
parlando di lui e dei suoi amici che erano rimasti a vagare nella notte
in cerca delle proprie tracce che la pioggia aveva cancellato per
sempre. “… ho cucito un pizzico di fortuna in un lembo del mio abito..”(Pay Me).
Era quello che ci voleva, solo un po’ di fortuna. Lei era sempre stata
orgogliosa di lui e continuava ad esserlo. Lo guardava da chissà quanto
tempo dal ciglio della porta con la faccia appiccicata al vetro. Le fece
tenerezza vederlo immerso nei suoi pensieri. Quando lui si giro i loro
sguardi si intrecciarono,lei gli sorrise e si avvicinò e con un lieve,
lievissimo bacio gli sfiorò le labbra. “Ray ha detto accidenti a te. E
qualcuno ha rotto la mia macchina fotografica. Ed è stato Capodanno. E
tutti abbiamo cominciato a cantare.”(New Year’s Eve)
Bartolo Federico
venerdì 31 maggio 2013
Verso Mezzanotte
Una
pioggia calda arrivò tamburellando sulla carrozzeria delle macchine,
appannandone i vetri. Tossii nel palmo della mano una boccata di fumo
aspra come il veleno, restituendo un sorriso di compiacenza alla
cameriera che mi aveva servito un caffè, bollente che quasi mi raschiò
la gola. Fuori dalla pensilina del bar soffiava un vento di scirocco che
rendeva l’aria umida e tiepida. I passanti per strada sgattaiolavano
rapidi. Come il mondo, d’altronde. Accesi un altra sigaretta e osservai
la fiammella gialla e guizzante spegnersi tra le dita. Con un mal di
testa in sordina che non si decideva a deflagrare, eccomi di nuovo
solitario. Ordinai sempre alla stessa cameriera un Bloody Mary, che
mandai giù di un fiato. A furia di stare da soli si diventa cauti, tanto
che quella paura fottuta d’innamorarmi, di lasciarmi andare, di aprirmi
e raccontarmi, continuava puntualmente a presentarsi, maltrattandomi e
rivoltandomi in maniera feroce l’anima. Mentre i pensieri se ne andavano
alla deriva, mi ricordai di quei brividi che mi avevano scosso prima
che tutto finisse. Sapevo bene che era troppo tardi per cambiare rotta.
Attraversai
la città a piedi con le palpebre strette e considerai che non si ha mai
ragione da soli. Il vento era calato e una pioggerella, sorda e triste
come un dolore, mi sorprese. Mi alzai il bavero del sgualcito soprabito,
come per difendermi. Maddalena aveva portato scompiglio nella mia
esistenza. Una vita senza infamia e senza lode, la mia, ma non mi andava
di farmene una colpa. Camminavo sotto la pioggia e, rimasticando
pensieri, tirai un sorso di gin dalla bottiglia che mi penzolava tra le
mani. Era quasi mezzanotte quando rientrai in casa. Osservai le pile di
dischi, i libri accatastati alla rinfusa sugli scaffali, il caos totale
sopra il tavolo e mi sdraiai sul divano, osservando la luce obliqua
della notte che penetrava dalla finestra. Avevo fatto in tempo a mettere
sul giradischi Autumn in New York di Charlie Parker che caddi in un sonno tumultuoso.
Charlie
Parker fu l’uomo della pioggia. Quella pioggia che si schioda ad un
tratto dal cielo e viene giù come un diluvio universale. Un visionario
delle sette note, che solo quando era intento a suonare riusciva a
liberarsi dall’eroina. Una tossicomania acquisita sin dall’adolescenza.
Era in quei frangenti che il suo dialogo interiore si metteva in moto.
Attraverso di lui la musica si esprimeva in tutta la sua naturale
bellezza. Notturna, violenta, brutale e, alle volte, tenera e dolce, la
sua arte lambiva i contorni incerti del bene e del male, emanando
un’ondata scura e affamata d’amore. Una storia, quella di Charlie “Bird” Parker, di ordinaria solitudine.
Un
anima pesta, gettata tra le fauci di un mondo privo di delicatezza.
Così come è capitato a tutti i dannati di questa terra, teneva più ai
suoi veleni che a tutto il resto. Anche se, poi, lui trovava sempre uno
spicchio di luce dentro i crepacci dove dimoravano i suoi mostri. Quegli
scampoli d’innocenza e d’ingenuità, che gli restarono sempre attaccati
dentro, lo preservarono dal cinismo del mondo. “e state a sentire vi
prego, questo vecchio sax-tenore che suona come un dio”- alzò il volume
della radio fino a far vibrare la macchina - “e ascoltatelo mentre
racconta la sua storia ed esprime il vero rilassamento e le vera
conoscenza” (Jack Kerouac - Sulla Strada)
Avevo
collezionato un gran bel numero di errori non c’è che dire, ed ero pure
cresciuto con la testa piena di cazzate. Guardai la mia immagine
accigliata nello specchietto retrovisore dell’auto mentre procedevo a
trenta all’ora, ascoltando Monk, il santone pazzo del jazz, in Round Midnight.
E’ risaputo che a furia di cercare si finisce sempre per trovare
qualcosa. Ma lei era ormai un capitolo chiuso. Avevo avuto il mio
momento di gloria, non potevo più accedere ai suoi pensieri, né al suo
corpo, ma di questo potevo biasimare solo me stesso. Guidavo non sapendo
dove andare, solo che quell’unghiata mi doleva come un ostinato mal di
denti. Uno stuolo di nuvole grigie si addensò nel cielo, ascoltai i
gemiti sordi del vento. Tra non molto, ci avrei scommesso, sarebbe
venuta giù la maledetta pioggia.
Con
una barba lunga di tre giorni mi ripresentai al lavoro. Linda la mia
collega di stanza, che solitamente era una donna gentile, mi guardò con
attenzione e poi esclamò ambigua: “la malinconia alle volte non serve a
nulla, non trovi Ferdinando?” Feci finta di non voler capire,
mostrandole un ghigno da lupo e inabissandomi nelle pratiche arretrate
che inevitabilmente si erano accatastate sulla mia scrivania. La vita mi
aveva allenato a temere sempre il peggio e, in quanto a innocenza, non
sapevo più che sapore avesse, da molto tempo ormai. Lavorai senza
staccare neanche per la pausa pranzo, anche perché non avevo nessuna
voglia di incrociare gli sguardi curiosi dei colleghi, né di scambiare
con loro alcuna parola. Quando uscii dall’ufficio erano le sei e un
quarto del pomeriggio. Avevo completato il lavoro arretrato e mi sentivo
con la coscienza a posto. Nessuno, oltre me, doveva pagare le
conseguenze delle mie condanne. Quelle erano solo le mie. Prima di
rientrare a casa feci un giro a piedi nel centro della città. Una
ragazza in carne con una maglia a fiori e un viso grazioso mi diede un
volantino che pubblicizzava una palestra. Gli uomini come al solito
andavano di fretta. Mi fermai nelle vicinanze del porto ad osservare le
navi che attraversavano lo Stretto. Sembrava che graffiassero l’acqua
piatta senza lasciare alcuna traccia del loro andirivieni, quei giganti
del mare, a differenza di noi uomini che, ad ogni movimento, segniamo
impronte profonde, persino dolorose, come quelle che Maddalena mi aveva
impresso.
Una sera Charlie Parker, mentre improvvisava con il suo sassofono suonando ripetutamente Cherokee, un brano di Ray Noble,
si accorse che impiegando sulla linea melodica del pezzo gli intervalli
più alti degli accordi e mettendoci sotto delle nuove armonie
abbastanza affini, il brano catturava un nuova percezione. Il bebop
nacque da questa sua intuizione. Provavo un senso di benedizione
dolce, travolgente, come un grosso getto di eroina nella vena
principale; come un sorso di vino nel tardo pomeriggio che ti fa
rabbrividire (JackKerouac - Sulla Strada).Prima di salire
nell’appartamento mi fermai a parlare con il giardiniere della villetta
di fronte casa. Un uomo acuto e affabile che mi illustrò alcune
caratteristiche della forsizia, una pianta che mi attraeva e a cui
teneva molto. Intanto che parlavamo, scrutai il palazzo dove abitavo e
mi parve come un dipinto di Edward Hopper, per quell’ aria triste e solitaria che aveva. Al pari del sax di Charlie Parker in Out Of Nowhere.
Salendo le scale rimuginai tra me e me che se pure l’avessi chiamata
non avrei avuto più niente da perdere. Era inutile macerarsi
nell’incertezza, al massimo mi sarei potuto afferrare un sonoro
vaffanculo. Lo avevo letto da qualche parte che i dannati non piangono,
ma era pur vero che avevo l’anima come mangiata dalla ruggine. Ed allora
sarebbe stato meglio morire subito che in una lenta agonia.
Dall’altra parte del filo la suoneria squillò cinque, sei volte e poi entrò il bip della segreteria telefonica che mi invitò a lasciare un messaggio. Non mi persi d’animo e recitai: Piccola ti prego non andartene ti chiedo scusa cara. Ho scambiato una bottiglia per una tromba e una cappelliera per una batteria. Ti chiedo scusa cara. Sono dispiaciuto ho perso la testa. Non pensavo davvero le cose che ho detto. Tu sei l’essenza dei miei sogni. Cara ti chiedo scusa(*). Mi addormentai un pò brillo sulla sedia a dondolo, aspettando che mi richiamasse. La mattina dopo, appena sveglio, feci un caffè come si deve e mi affacciai sul balcone. Vagliai che mi sarei dovuto fermare, correvo il rischio di non ritrovarmi più. Ero già sotto la linea di galleggiamento. Udii i passeri cinguettare, sbattei le palpebre e guardai nel giardino di fronte la pioggia di fiori gialli delle forsizie. Me lo aveva spiegato il giardiniere. Queste piante fioriscono con l’approssimarsi della primavera, quando preannunciano l’allungarsi delle giornate e l’aumentare delle temperature.
Il cielo era di un azzurro nuovo. Mi accesi una sigaretta, e pensai ad alta voce che questa volta sarebbe andata bene.
Bartolo Federico
Bartolo Federico
(*) I beg your pardon (da One from the heart - Tom Waits)
giovedì 30 maggio 2013
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