mercoledì 12 giugno 2013

Il Fiume Nero

 Sono come una pietra che cadendo lungo il pendio di una cima rotola, rotola e non sa più come fare per fermarsi, a cosa appigliarsi, per non finire a sbattere. Accade quando la vita ti costringe in un modo o nell’altro a guardare dalla parte opposta a quella in cui stai camminando. O quando qualcuno o qualcosa butta giù quel muro che ti oscurava la visuale. Allora sei costretto ad uscire dagli sgabuzzini segreti dove ti sei bellamente rifugiato e a guardare in faccia dritto negli occhi i tuoi fallimenti. A me è bastato un bacio nel buio della notte sul labbro sinistro, per andare in malora e sentire il mio corpo tremare molle ogni volta che il cuore batteva. In un piccolo bagaglio ho chiuso tutto quello che è rimasto della mia vita. Ci ho messo dentro le mie angosce, i miei odi, le mie speranze e, forse, anche qualcos’altro. Poi mi sono infilato nella notte che è da sempre la mia amante preferita e me ne sono andato via attraverso quei cortiletti bui senza luna. Lì, in fondo ai miei blues.   


Bimba, son solo uno di quei vagabondi Sto vagabondando da nemmeno io so quando Quando sarà notte me ne sarò di nuovo andato ” (Bound To Loose Bound To Win-Bob Dylan)

E’ di notte che la vita vibra a rallentatore e l’esistenza ci divora. E’ di notte che si sussurrano le confidenze e si diventa teneri e romantici. Ma tutto questo non mi accade più da molto tempo ormai. Può darsi che abbia perso quella parte di me e che tutte le voglie, a furia di ristrettezze, mi sono passate in un botto. Ed è inutile che io mi affanni a cercare i dettagli non li troverei neanche a stanarli con il lanternino. Lì come sono sparpagliati in fondo ai miei blues.

Nell’umidità della notte una puzza di piscio acidulo mi attraversa il naso. Mi passo una mano sul viso come per cancellare ogni traccia di me, come per mettere una pausa ai miei pensieri. Non piove più e un venticello si è alzato sulla città. Le profezie che cerco, me lo ripeto, sono lì, in fondo ai miei blues. E’ solo dentro le canzoni che soffiano le risposte. Bisogna semplicemente aspettarle e loro, come per incanto, arrivano imprevedibili, violente,ciniche e, alle volte, anche sensuali. Succede pure quando si è prigionieri dell’angoscia che agguanta e svilisce scaraventandoci nella mediocrità. Quelle parole, però, sono fragili come vetro ,e una volta catturate, bisogna tenersele strette al cuore, cullarle come si fa con un amante nella notte. Sul far  del mattino, il freddo che si è piazzato dentro di noi, per un po’ andrà via.

 Da quanto, da quanto tempo è partito il treno della sera? da quanto, da quanto bambina mia, da quanto? (How Long Blues-Leroy Carr) 

Alla stazione della vita, ho comprato un biglietto di sola andata e nel posto dove vado non c’è nessuno che mi aspetta. Il vento ha preso ad abbaiare come fosse un cane rabbioso. La strada brilla, sotto le luce bianca del neon. Mi appoggio ad un lampione e con lo sguardo prendo a vagare intorno. Dalla sigaretta aspiro una boccata di fumo strizzando gli occhi. C’è stato un tempo in cui mi infilavo nella bruma, sotto la pioggia, e spingevo a fondo il pedale della vita. C’è stato un tempo  in cui nulla riusciva a farmi paura, neppure ricominciare da capo. Sapevo sempre cosa fare o cosa non fare e, se sbagliavo, andava bene lo stesso. Non come adesso che ho solo voglia di andarmene a nascondermi il più in fretta possibile. Non come adesso che nessuno capisce, che davvero mi dispiace per qualcosa. Ma a nessuno sembra importargliene. Non come adesso che non ho più nessuno che mi può aiutare.  

Non riesco ad esser più buono come prima. Non ci riesco, bimba, perché il mondo è diventato ingiusto, dolcezza. Preparami la valigia, dammi il cappello non chiedere di me, bimba, perché non tornerò.” (World Gone Wrong - tradizionale- arrangiato da Bob Dylan) 

Mia madre me lo diceva di essere gentile con gli altri che loro lo sarebbero stati con me. Alla luce dei fatti forse si era sbagliata. Adesso non ho più voglia di sorridere, ma ho anche una paura fottuta di smettere di essere come sono stato. Bevo un altro sorso di vino e un altro ancora. Non so proprio che fare. Dio! So che voglio e che devo fare. Ma farlo realmente è davvero un'altra cosa. Do un occhiata alla bottiglia la porto alla bocca e ricomincio a bere. Tossisco, barcollo e cado nel vuoto, spalanco gli occhi e rabbrividisco. La bottiglia mi cade in terra, gli tiro un calcio e sferro un pugno nel vuoto.

 Visioni di Billie Holiday in bianco e nero
 Lady Day entra in un bar, cammina lentamente con lo sguardo rivolto a terra e si dirige verso lo sgabello che è lì, fermo come se la stesse aspettando. Quando ci si siede, lo fa con una grazia che lascia tutto il pubblico di stucco. A quel punto  Lester Young  si avvicina e si mette al suo fianco. Lady Day ha i capelli attorcigliati in un garbato chignon. Alza lievemente il capo e la band inizia a suonare. Alle prime note degli ottoni una piccolissima smorfia gli contrae il labbro sinistro. Adesso, sempre lentamente, gira gli occhi che sembrano immensi specchi neri e osserva un punto indefinito della sala. Poi cade in trance e inizia a cantare Fine and Mellow. La notte e i graffi che la pioggia lascia sui vetri si specchiano sul suo viso. Lì, in fondo ai suoi blues.

 Dopo che gli applausi erano finiti e la gente se n’era andata. Scendeva le scale del bar e usciva verso l’albergo che lei chiamava casa. Aveva muri verdastri e il bagno nel corridoio. E dissi no, no, no oh, Lady Day. (Lady Day-Lou Reed) 

C’è  sempre un prima in ognuno di noi. Ed è sempre un dolore quello che ci cambia. Mi tornano i pensieri, quelli tristi, ma adesso non ho più fretta. Perché con l’età  so bene che qualcosa perdo ad ogni ora che passa. La strada del tempo è spietata, cambia tutte le prospettive. Così quella follia, quella vanità che avevo da ragazzo, nell’andare avanti si è fiaccata  e vorrei fermarmi di botto per rivederla passare, quella giovinezza, adesso che il tempo mi ha detto come sono la gente e le cose. Adesso che me ne sto qui e non riesco a muovermi, quasi a respirare. Tremo soltanto. Fermo qui ad aspettare. 

Quando l'ultima rosa dell'estate mi pungerà il dito ed il caldo sole mi farà gelare fino alle ossa. Quando non riuscirò più a sentire la canzone E non riuscirò a distinguere il mio cuscino da una pietra. Camminerò da solo accanto al nero fiume fangoso e canterò una canzone da solo. Camminerò da solo accanto al nero fiume fangoso e sognerò un sogno tutto da solo”.(Black Muddy River-Robert Hunter) 

Mi ha tolto tutto quel bacio sul labbro sinistro, tutto quel che avevo. Ma è stato un raggio di sole in un mare di merda. Lì, in fondo ai miei blues. 

Bartolo Federico


venerdì 7 giugno 2013

Viaggiatori Nella Notte.




L’aria sapeva di temporale. Camminavo di sbieco con le mani nel soprabito, attraversando la notte. Guardai l’orologio Erano le due passate da un quarto. Il cuore mi batteva come fosse un motore ingolfato e gorgogliava nostalgie brucianti. In qualche modo, ognuno di noi si porta appresso le proprie menzogne, riflettei, senza le quali è impossibile tirare avanti. Ma bisogna saper mentire, e non tutti sono in grado di farlo. Matilda non c’era mai riuscita. Lo compresi subito, dalla prima sera che uscimmo insieme. I suoi occhi erano di un azzurro cielo, che ci si poteva specchiare. Occhi troppo puliti per avere imparato a dire bugie. Accesi una sigaretta di controvoglia , tirai una boccata e la gettai via. Specchiandomi nella vetrina di un negozio di articoli da regalo, notai che avevo la faccia greve e dolente, la faccia di un blues. In fondo, le nostre falsità ci fanno sopportare anche quelle degli altri, seguitai a pensare. E mi sentii come un mucchio d’avanzi, gettati via dopo il cenone di capodanno. Cavalieri nella tempesta/Cavalieri nella tempesta/nati in questa casa/ buttati in questo mondo/ come cani senza un osso/ come attori senza la parte (Riders On The Storm -Jim Morrison).

Non c’è niente di gratuito in questo mondo, neanche la pietà. Alla fine è sempre la nostalgia che ci permette di restare in piedi, che ci rapina i sentimenti, che fa scattare quella molla e ci salva dalla tempesta. Anche quando pensiamo di esserci liberati per sempre da quella cosa che ci faceva penare, non sappiamo mai se lei ha lasciato noi. Pioveva sempre. Accidenti. Il vento sferzò la pioggia strizzandola. A che serviva prendersela con gli altri, è sempre con noi stessi che dobbiamo fare i conti. Come nodi che vengono al pettine, abbiamo tutti qualcosa da regolare. Camminavo lento, con la sottile percezione di aver inseguito le cose sbagliate. E quella notte non ebbe fine. Sono sempre stato il miglior nemico di me stesso. Nulla da invidiare a nessuno, per questo. Ho commesso un errore dopo l’altro, ho abbassato la guardia e mi sono fatto fottere dalle circostanze. Erano le quattro e tre quarti della notte. Quando sei strano i volti vengono fuori dalla pioggia. Quando sei strano nessuno ricorda il tuo nome (People Are Strange. Jim Morrison). Attraversai la strada, nel momento esatto in cui un’auto sfrecciò veloce e mi schizzò del fango sul soprabito. Al market aperto 24 ore su 24, comprai un giornale, latte e biscotti in offerta speciale. Nel distributore automatico presi le sigarette e un accendino. Dovevo smettere di fumare. Con quello che costavano e con il poco denaro che guadagnavo dovevo pensare solo ai bisogni primari. A conservarmi. Dopo tutto, non è che abbia mai avuto grandi pretese, anche quando frequentavo l’altra vita, quando avevo un lavoro stabile. Adesso, a furia di scagliare colpi alla cieca, mi sentivo vuoto e senza prospettive. Avevo perso tutte le forze, ero inerte. Ma dovevo pur esistere.

Anna, la mia vicina di casa, mi udii armeggiare con le chiavi nella porta e si affacciò sull’ammezzato. Tutto bene Al? - mi chiese con tono materno. Anna era un ex maestra elementare, vedova da molti anni. Non aveva figli e nessuno che la andasse a trovare. Viveva della sua pensione e della reversibilità del marito. Con molta discrezione, da quando Matilda se ne era andata, si prendeva cura di me. Lo faceva senza essere mai invadente, con una gentilezza e un amore che, ormai, sono merce rara a trovare. Si ,sono stato in giro a guardare la notte - le risposi in tono malinconico - a misurare il tempo che passa. Mi avvicinai e le diedi un bacio sulla fronte. Lei mi accarezzò il viso con la mano ossuta e mi sussurrò nell’orecchio: Ero in pensiero, scusami Al. Entrai in casa, attraversai il piccolo corridoio e mi diressi verso la finestra. Tirai la tenda, guardai giù in strada ed accesi a basso volume lo stereo. Intanto che mi preparavo una tazza di caffèlatte, sentii la pioggia cadere sulla grondaia. Lo bevvi, inzuppandoci i biscotti. Giù, giù lungo la sponda del mare./Ci andiamo davvero vicino/ Ci andiamo davvero ad attaccare/Bimba stanotte ci andiamo ad annegare. /Andremo giù giù giù. (Moonlight Drive- Jim Morrison).

Stavo in silenzio, seduto sulla poltrona, ascoltando la pioggia che crepitava sul vetro e The Boatmnan’s Call di Nick Cave. Mi assopii. Avevo sempre lavorato come operaio in una fabbrica di profilati d’alluminio, impiegato alla fusione. In quella fabbrica avevo conosciuto Matilda. Il mio amore. Era un addetta alle pulizie. Quando la vidi la prima volta, dentro quella salopette celeste di una taglia più grande, aveva i capelli raccolti dentro una cuffia bianca e armeggiava con scope e strofinacci, mi sembrò stupenda. Come lo era d’altronde. E mi tremarono le gambe, quando mi accorsi che mi osservava con interesse. Ora, ti amerò /Finché dal paradiso non pioverà più/ ti amerò finché le stelle non sprofonderanno dal cielo/ Per te e per me. (Touch me di J. Morrison). Anna mi svegliò delicatamente, toccandomi la spalla. Possedeva una copia delle chiavi di casa che gli aveva dato Matilda e che io le avevo lasciato. Tutto era tale e quale a quel giorno in cui se ne era andata. Anche gli oggetti sui mobili di casa erano nella stessa posizione di quando c’era lei. Aprii gli occhi mostrandole un sorriso stinto. Vieni a mangiare Al - mi borbottò - si fredda tutto. Era il mio angelo custode. Poco prima di cedere al sonno, una paura tremenda mi aveva invaso. Poi la sentii respirare e ascoltai la sua voce, la vidi alzata davanti a me. Tutto era ritornato… li in un attimo. Nella casa dell'amore /Io conosco il sogno/Di cui vai sognando/Io conosco la parola /Che spasimi per udire /Io conosco la più profonda e segreta delle tue paure (The Spy – J. Morrison).

Cenammo, ascoltando il notiziario delle 19.30. Aveva preparato una zuppa di ceci con i crostini di pane e del purè di patate. Mentre mangiavamo, mi schernì con tenerezza , provando a tenermi alto il morale. Come avrei fatto senza di lei, mi chiesi, restituendole un sorriso dolce. Mi aiutava perfino con l’affitto di casa quando non c’è la facevo a pagare. Tra un boccone e l’altro mi raccontò che avevano arrestato un ragazzo, perché aveva preso una barretta di cioccolata in un supermercato. Il personale lo aveva inseguito e consegnato alla polizia. Solo serpi che strisciano si comportano in questo modo. Gliela avrei pagata io quella barretta – disse - se fossi stata lì. E anche adesso, se servisse a qualcosa. Non c’è più umanità nella gente, siamo l’uno contro l’altro, pronti a scannarci, ad ammazzarci, per un nonnulla. In un paese dove la cancrena è nello Stato, dove tutti razziano, dove si commettono crimini terribili, dove sciacalli internazionali ci succhiano il sangue, dove si spezzano le vite di milioni di persone, riducendole sul lastrico economico e morale. In un paese dove nessuno ha mai pagato per le stragi commesse, devi mandar giù che un ragazzo venga condannato a due anni di carcere per una simile stupidaggine. Mi chiedo Al, ma che razza di giudici abbiamo, se non hanno provato nessuna vergogna, ad emettere questa sentenza?. Se non hanno provato nessun disagio a guardare i loro figli in faccia, la sera. E’ un paese che merita solo l’indulgenza del disprezzo - affermò. E lo disse con rabbia, quasi gridando. Per quanto mi riguardava, da un bel po’avevo smesso di credere alla giustizia degli uomini e anche a quella divina. Questa e' la fine/ bellissima amica /Questa e' la fine/ Mia unica amica/ la fine/dei nostri piani elaborati/ la fine di ogni cosa stabilita/ la fine/ né salvezza o sorpresa/ la fine... (The End. - J Morrison)

Bisogna che vi arrangiate! - ci avevano detto i capi dell’azienda. Le classi dirigenti e i mafiosi usano gli stessi metodi per liquidarti. Sacchi d’immondizia da gettare in qualsiasi momento. Questo eravamo. La nostra vita non contava un cazzo. I loro numeri parlavano chiaro. Era più conveniente spostare la produzione in Cina, dove il lavoro non viene pagato come dovrebbe essere. Dove i più elementari diritti umani vengono calpestati e nessuno fa nulla. Anzi, si fa finta di non vedere. Perché il grasso cola. Quel giorno ci contestarono quasi di esistere. La globalizzazione, il liberismo, la concorrenza, l’euro; di tutto questo ne avremmo tratto solo benefici. Saremmo cresciuti economicamente, diventati competitivi, questo andavano blaterando i politici, nei loro dibattiti televisivi, sorretti da giornalisti ed economisti, pagati per assecondarli. C’era un odore nauseabondo, che mi perforava le narici. Il piano era chiaro, ci volevano rendere ancora più servili, cosi proni ai loro comandi, da accettare qualunque decisione avessero preso a riguardo delle nostre vite. Avevano pensato a salvare le banche, con i loro bilanci fittizi e le loro schifezze perpetrate a scapito di tutti noi, le uniche responsabili di questo dolore collettivo. Aziende con un evasione fiscale che avrebbe risanato l’intera economia. Ma dubito che in quelle stanze gli agenti del fisco sarebbero andati a verificare. Piuttosto, lo Stato aveva trovato il modo di raggranellare il denaro per rimpinguargli gratuitamente le casse. Stavano rendendo il lavoro un illusione, un miraggio che, se e quando lo ottenevi, era facilissimo ricattarti. La solita storia dei ricchi contro i poveri, ma questa partita si stava giocando con una crudeltà senza pari. Mai fidarsi degli uomini, è come farsi uccidere. I servi hanno il potere/ gli uomini cane e le loro meschine donne/Tirano su povere coperte/I nostri marinai/Sono stanco delle facce austere/che mi fissano dalla tv/ Torre/ci voglio delle rose dentro (The Severed Garden - J.Morrison)

Ci sarebbero voluti i poeti al potere. Forse, gli unici in grado di ridare una nuova anima al mondo. Nonostante tutto, avevo provato a reagire allo sconforto, mi ero dato da fare. Finito il periodo di cassa integrazione e di lotta, per tentare di riprendermi il posto perso, cercai di svolgere qualsiasi mansione. Accettavo tutto quello che mi si proponeva. Guardiano notturno nei cantieri edili, imbianchino, autista, anche piccoli lavoretti a servizio di chiunque mi pagasse la giornata. Cercavo di andare avanti,al contrario di Matilda, che dopo il licenziamento era precipitata nella notte più nera. Si era distaccata da tutto e da tutti, non riusciva a reagire a quello stato di cose. Era finita per inghiottirsi dentro se stessa, ogni giorno di più. Il suo fu un viaggio spaventoso nelle tenebre. Mi versai un whisky e accesi una sigaretta. Il buio si era insediato nella stanza. Per non restare da solo, cercai il suo disco preferito, Closing Time di un giovanissimo Tom Waits, allora scombussolato di romanticismo. La puntina si poggiò frusciando: Una ninnananna alla mia piccola, non piangere tesoro. Ci sono gocce di rugiada sulla finestra, caramelle di gelatina nei tuoi pensieri. Stai scivolando nel mondo dei sogni mentre reclini, lentamente il capo (Midnight Lullabay). Mi alzai dalla poltrona per prendere il posacenere. Lo feci lentamente, molto lentamente, per paura che andassi del tutto in frantumi.

Mentre il cielo diventava color rame, quella città mi sembrò un posto non peggiore di altri. Entrai in un bar qualsiasi e mi sedetti sullo sgabello vicino al banco. La cameriera mi accolse con un sorriso opaco e senza quei formalismi del cazzo che mi mettevano a disagio. La osservai mentre preparava il mio Johnny Walker etichetta nera. Era bella, ma di quella bellezza artificiale. Troppo perfetta, per uno come me. Quando mi passò il whisky e si mise a parlottare del più e del meno, mi sembrò più vera di come mi era apparsa di primo acchito. Un altro viaggiatore della notte, rassomigliante a Jena Plissken, prese posto accanto a me. Mi scrutò con occhi vitrei e ordinò un bourbon liscio. Lo sai il giorno distrugge la notte. La notte divide il giorno. Ho provato a correre. Ho provato a nascondermi. Fatti strada verso l'altro lato (Break On Through - J. Morrison)

Erano tre anni che non stavo più con una donna. Da quando Matilda si era ammalata. Da quando diceva che voleva addormentarsi, per non svegliarsi più. Allora non provai mai a forzarla, e pensandoci adesso, probabilmente sbagliai. Forse lei non si era sentita più desiderata, ma io l’amavo con tutto me stesso e avevo solo paura di ferirla, di farle del male. A volte, non sai mai qual è la cosa giusta da fare. Uscii dal bar e presi a camminare senza meta per la città. Era solo un modo per non impazzire del tutto. Non riuscivo a dormire e, per seminare i miei spettri, vagare nell’ombra era diventato quasi un obbligo. Le volte che mi capitava di non aver voglia di muovermi, restavo chiuso in casa. Mi accadeva di chiamarla ad alta voce e continuare a farlo pensando che lei mi rispondesse. Ma i morti non parlano. Reami di felicità, reami di luce. Qualcuno è nato per vivere benissimo. Qualcuno è nato per stare in delizia. Qualcuno è nato per una notte senza fine.. (The End of the night - J. Morrison). Quella mattina risvegliatomi, misi sul fornello la macchina del caffè e aspettai che venisse fuori. Lo versai in due tazze e ancora fumante ne portai una a Matilda, che sonnecchiava raggomitolata nel letto. La baciai tra i capelli come facevo sempre, lei scoperchiò le coperte e mi abbracciò. Fu un abbraccio inconsueto, forte e lungo. Ma solo dopo mi resi conto che non lo aveva mai fatto in passato. Prima che tu diventi incosciente. Vorrei un altro bacio Un'altra possibilità di grande felicità. Un altro bacio, un altro bacio. I giorni sono luminosi e pieni di dolore. Prendimi nella tua sottile pioggia (The Crystal Ship – J. Morrison).

Anna mi attese tutto il giorno sotto il portone d’ingresso. E non permise a nessuno di avvicinarsi e neanche di contattarmi al telefono. Quando mi vide svoltare l’angolo del palazzo, mi venne incontro. Non ci fu bisogno che dicesse nulla, lessi tutto in quello sguardo perso nel vuoto, in quell’abbraccio senza fine che mi diede. Se ne era andata per sempre, ingerendo barbiturici. Così è la vita. E’ così che tutto finisce! Anna aveva suonato alla porta, senza ottenere risposta. Suonò ancora una volta. Niente. Alla fine, apri con la chiave e la trovò riversa sul letto. Dal controllo che fecero gli inquirenti non risultò che avesse lasciato alcun biglietto per spiegare il suo gesto. A quel punto la mia guerra era terminata. Perché, finchè lottiamo, ci aggrappiamo alla speranza; dopo si penetra sgomenti dentro al buio. Nel nulla più assoluto. Yeah, vieni/ Quando la musica é finita/ Quando la musica é finita,/ Spegni le luci /spegni le luci(When The Music’s Over – J. Morrison). Qualcuno mi consigliò di lasciare quella casa, ma non l’ascoltai. Era l’unico modo per sentirla ancora viva, per continuare a parlarle, per seguitare ad amarla. Il cielo si punteggiò di stelle. Attraversai la notte, prima con passi lenti, poi sempre più spediti. Un viaggiatore solitario si spinge sempre più lontano. Ma fino a dove si può arrivare? Dove bisogna che si fermi? Nessuno lo sa con precisione. Entrai in casa che erano quasi le cinque della stessa notte, il giorno dopo. Mentre ululavo alla luna, nella semioscurità avevo notato due ragazzi che camminavano abbracciati, come Dylan e Susan Rotolo, nella foto di copertina di The Freewheelin. Le era sempre piaciuto quello scatto, sosteneva che noi assomigliassimo a quei due. Abbassai le palpebre che quasi mi s’incenerirono e mi venne un capogiro che dovetti appoggiarmi alla parete. Quando mi scollai, il cuore prese a battermi in maniera inaudita e iniziai a sudare freddo. Nel chiaroscuro del salottino, strinsi quell’ellepì e mi avvicinai alla finestra. Scostai la tenda, una bava di luce penetrò. Tirai fuori il disco e un foglietto cadde a terra. Lo raccolsi e, con le mani che mi tremavano, lessi quell’ultimo brandello di vita: Sei l’essenza di tutti i miei sogni, Al. Ti amo. Come un’altra, voglia Dio, possa amarti. Matilda.



A ricordo di Jim Morrison, Re Lucertola.


Bartolo Federico

giovedì 6 giugno 2013

L'Ultima Foglia


Guardò la strada mentre le note di “Animal Skin” avvolgevano la notte che dilagando si era presa la parte migliore di lui. Poi la pioggia pian pano aveva fatto il resto. Anche se non aveva mai avuto grandi bisogni e conduceva una vita modesta si era reso conto che non aveva fatto bene i conti con questo mondo che gli chiedeva di continuo un cambio di passo. In piena corsa, magari in affanno, qualcuno ad un tratto batteva il tempo e allora tutti dietro come impazziti a rincorrere non si sa cosa. Non c’è l’aveva fatta più a reggere quel ritmo, cosi quando credeva di avere tutto in pugno, poco a poco, era precipitato. Certo, non è che fin lì avesse combinato grandi cose, di sicuro non aveva cambiato il corso dell’umanità con una nuova scoperta scientifica, non aveva fatto nulla di memorabile se non tentare di essere se stesso, di vivere secondo la sua morale e i suoi principi. Non era mai andato a bussare alle porte di quelli che contano. Aveva cercato di farcela da solo, ma si era illuso, il prezzo che pagava per questa libertà che si era preso era altissimo. Nessuno ama i cani sciolti, specie quelli che ringhiano.

Era sempre stato una persona complessa, rigorosa, ma credibile e generosa con chiunque incontrasse. Sulla strada percorsa aveva imparato che gli uomini non erano affatto così buoni come pensava. Bastava comunque non dare troppa corda a nessuno. C’era voluto del tempo per capirlo, nel frattempo gli era toccato cambiare e indossare una catafratta di protezione per non finire miseramente accoppato. Ora non era più sicuro di nulla, neanche che questo stratagemma funzionasse davvero. La paura aveva preso il soppravvento e si sentiva disarmato, le sue barriere si erano indebolite, non aveva più le idee tanto chiare. Di certo aveva bisogno di soldi, ma non così tanti, solo quel giusto che gli avrebbe consentito una vita dignitosa. Si aprì una birra ed era chiaro che non poteva continuare ad innaffiare le sue disgrazie, doveva in qualche modo trovare una via d’uscita. Ma quella notte di sicuro non aveva di meglio da fare.

Dalla finestra guardò le nuvole grigie che erano comparse all’improvviso, nel tardo pomeriggio, sulle montagne proprio di fronte casa sua. Quando erano giunte non promettevano nulla di buono, tanto è vero che adesso la pioggia scendeva copiosa. Aveva infranto le regole quel giorno ed aveva scaricato dal computer i file del nuovo disco di Tom Waits, Bad As Me, con la promessa a se stesso che se le cose sarebbero cambiate lo avrebbe comprato quel cd, magari in versione deluxe, con tre brani in più. Tom era stato un compagno di viaggio prezioso, la colonna sonora della sua vita il suo blues quotidiano. Intanto che sorseggiava la birra, Kiss Me lo riportava indietro, al tempo in cui era stato davvero troppo solo e anche troppo lontano. Small Change, Blue Valentine e Foreign Affairs gli avevano offerto una sponda di salvataggio stringendolo nel loro caldo abbraccio. Quei vecchi brividi li sentii vagare nuovamente sulla sua pelle, ma fu per un attimo. Il cinismo che si era impossessato di lui lo portò a pensare che alla fine passa tutto, anche la voglia di resistere, di essere amati, di combattere. Pian piano le forze ti lasciano e ti abbandoni, fino a scivolare nel limbo e non badi più a nulla, lasci tutto sospeso, come delle cambiali che sai che non potrai onorare.”Baciami come un estraneo ancora una volta. Voglio credere che il nostro amore è un mistero, voglio credere che il nostro amore è un peccato. Voglio che tu mi baci come un estraneo, ancora una volta”.(Kiss Me)

Si finisce sempre per attaccarsi alla vita e alle sue molteplici sfumature, ma bisogna essere fortunati, o non troppo sfortunati, a seconda dei casi, per restare sempre sobri. Dopo sette anni di silenzio, da Real Gone, Waits era riapparso al mondo con il suo blues schiacciato a caldo sul ferro battuto e inzuppato in quell’umanità di derelitti che questo mondo cerca in tutti i modi di ignorare. Poetico e polveroso come quelle vecchie scatole ammucchiate in cantina, cantato come solo lui può. Tom Waits è sempre stato un puro, un visionario, uno che non ha mai ceduto di un passo alle lusinghe del mercato discografico, anche quando questo gli avrebbe fatto ponti d’oro. Rifiutò l’offerta di salire le scale della celebrità realizzando un capolavoro sotterraneo come Swordfishtrombones che egli stesso definii “il diario di un delirio”. Testardo come un mulo ha sempre fatto quello che riteneva più giusto, anche sbagliando, ma restando sempre leale a se stesso e al suo pubblico. Bad as me sembra un greatest hits delle sue mille facce musicali, e lui ci mette tutto il cuore e l’amore possibile per fare sembrare queste canzoni nuove di zecca. Le torce e le sbrindella, ma nello stesso tempo le rende meno ostiche che in passato, le veste di quei suoni che lo hanno reso unico e che provengono direttamente da quel blues centenario che ha nel sottofondo il rumore della strada e delle monete che i passanti facevano cadere nel bicchiere di latta dei bluesman.

La pioggia aveva dipinto pozzanghere concentriche sull’asfalto, che lui osservava dalla finestra di casa. La lampada sul comò spargeva una luce fioca come la sua speranza che, si sa, è sempre l’ultima a morire. Si appoggiò al vetro e si sentii la testa vuota, non aveva nessuna protezione sociale, era stato lasciato solo nella tana dei lupi. Il finto liberismo aveva provocato una caduta verticale dei più elementari sostegni sociali, la grande finanza si era inghiottita il mondo in una bolla speculativa che pagavano sempre i soliti, i più deboli e i più indifesi. Il suo lavoro, come quello di milioni di altri sventurati, era svanito nel nulla mentre lo stato restava inoperoso. Tanto lo Stato è in mano alle banche, alle multinazionali, ai narcotrafficanti, ai signori della guerra, che sono poi quelli che hanno il potere economico. “Beh, è difficile per alcuni momenti / Per altri è dolce / Qualcuno fa i soldi quando c'è il sangue in strada ... Beh, abbiamo salvato tutti i milionari / Hanno ottenuto il frutto / Abbiamo ottenuto la buccia” (Talking at the Same Time).


Il rock’n’roll di Get Lost, in puro stile anni ’50, lo scosse da quei pensieri. Come era ormai consuetudine, da Swordfishtrombones in poi, anche Bad as me, era stato scritto e prodotto insieme alla moglie Kathleen Brennan. Questa volta i due avevano optato per canzoni brevi, quasi delle istantanee in bianco e nero, ma ingrandite e manipolate come sempre nella camera oscura dell’anima. L’album conteneva diverse ballate, da sempre il suo piatto forte, che sanno entrare sotto la pelle e scucire il cuore. Back In The Crowd è una canzone per chi viaggia verso il confine ed oltre ad essere un velato omaggio a Roy Orbison, il re dei solitari, per come è arrangiata e cantata sembra che provenga dalle “Baja Session” di Chris Isaak. In Face To The Highway Marc Ribot e David Hidalgo, due magistrali musicisti, con le loro chitarre danno vita ad un blues arido e spettrale, in una città che non ha più roba da bere. “Il diavolo vuole un peccatore Il cielo vuole un uccello La tabella vuole una cena e le labbra che lei.” (Face To The Highway)

Gli uomini del blues sono stati sempre in bilico tra i richiami dello spirito e quelli della carne. Niente di meglio poteva trovare in giro per questo sporco lavoro se non un altro ribelle del rock, quel Keith Richards che con la sua chitarra ritmica e la voce sbilenca sembra che esca direttamente da una sua canzone. “Sei la punta della lancia, il chiodo della croce, la mosca nella mia birra, la chiave che ho perso, la lettera di Gesù scritta sul muro del bagno/ la madre superiore vestita solo con un reggiseno/ Sei cattivo, sei della mia stessa razza. (Bad As Me). I due avevano già lavorato insieme sin dai tempi dello straordinario Rain Dogs. Allora Waits ebbe a dire di Richards “Stavo per buttare via Union Square, ero deciso a chiamare l’uomo delle pulizie, quel pezzo era trito e ritrito. Qualcuno però diceva che aveva qualcosa di interessante. Diavolo dicevo, non ha un bel niente. Poi arrivò lui.” Dire che c’è idillio tra loro e dire poco, tanto che Tom omaggia Richards e Jagger nell’ironica Satisfied, R&B che sembra provenire dall’indimenticato “Heartattack and Vine”. «Prima di andarmene e morire, avrò soddisfazione/ Sarò soddisfatto/ E adesso, signori Jagger e Richards, mi gratterò dove mi prude». Poi incrociano le due voci nell’acustica Last Leaf, una canzone che è tra le cose migliori di questa raccolta. “Sono l'ultima foglia sull'albero l'autunno ha preso il resto. Ma non mi prenderanno. (Last Leaf)

I contorni apocalittici de “La Strada”, il romanzo di Cormac Mc Carthy, lo stavano soggiogando, quando vide un ombra fare un balzo nel buio. Il cuore gli salì in gola, ma era solo un gatto che cercava rifugio nella veranda di casa. Aveva messo tutti l’uno contro l’altro, quell’intrattenitore da crociera sul mediterraneo, che governava il paese. Un tipo bislacco, senza nessun particolare talento, senza nessuna vergogna che non si sa da dove sia sbucato fuori. Ad un tratto il mondo se lo era ritrovato dappertutto, perfino nel gabinetto, con quel sorriso stampato sulla faccia da furbo imbonitore. Ma il tempo anche per lui stava per scadere. Si sentono nell’aria certe cose. “Quando i lombrichi si nascondono qualcosa sta accadendo”, cosi diceva suo nonno. Alzò gli occhi e li vide che volteggiavano prominenti nel cielo. La puzza si faceva sempre più forte e presto o tardi gli avvoltoi sarebbero scesi giù. Nell’oscurità gli sembrò di conoscerli tutti .

Intanto che il blues bruciante di Chicago e l’armonica di Charlie Musselwhite, percuotevano le pareti della cassa acustica, si staccò dalla finestra. Era ora di andare, di lasciarsi alle spalle tutto il marcio, di non chiedersi più perché, ma Pay me catturò ancora la sua attenzione. Quella triste ninnananna dal cuore infinito gli parve che stesse parlando di lui e dei suoi amici che erano rimasti a vagare nella notte in cerca delle proprie tracce che la pioggia aveva cancellato per sempre. “… ho cucito un pizzico di fortuna in un lembo del mio abito..”(Pay Me). Era quello che ci voleva, solo un po’ di fortuna. Lei era sempre stata orgogliosa di lui e continuava ad esserlo. Lo guardava da chissà quanto tempo dal ciglio della porta con la faccia appiccicata al vetro. Le fece tenerezza vederlo immerso nei suoi pensieri. Quando lui si giro i loro sguardi si intrecciarono,lei gli sorrise e si avvicinò e con un lieve, lievissimo bacio gli sfiorò le labbra. “Ray ha detto accidenti a te. E qualcuno ha rotto la mia macchina fotografica. Ed è stato Capodanno. E tutti abbiamo cominciato a cantare.”(New Year’s Eve)

Bartolo Federico 


venerdì 31 maggio 2013

Verso Mezzanotte

Una pioggia calda arrivò tamburellando sulla carrozzeria delle macchine, appannandone i vetri. Tossii nel palmo della mano una boccata di fumo aspra come il veleno, restituendo un sorriso di compiacenza alla cameriera che mi aveva servito un caffè, bollente che quasi mi raschiò la gola. Fuori dalla pensilina del bar soffiava un vento di scirocco che rendeva l’aria umida e tiepida. I passanti per strada sgattaiolavano rapidi. Come il mondo, d’altronde. Accesi un altra sigaretta e osservai la fiammella gialla e guizzante spegnersi tra le dita. Con un mal di testa in sordina che non si decideva a deflagrare, eccomi di nuovo solitario. Ordinai sempre alla stessa cameriera un Bloody Mary, che mandai giù di un fiato. A furia di stare da soli si diventa cauti, tanto che quella paura fottuta d’innamorarmi, di lasciarmi andare, di aprirmi e raccontarmi, continuava puntualmente a presentarsi, maltrattandomi e rivoltandomi in maniera feroce l’anima. Mentre i pensieri se ne andavano alla deriva, mi ricordai di quei brividi che mi avevano scosso prima che tutto finisse. Sapevo bene che era troppo tardi per cambiare rotta.

Attraversai la città a piedi con le palpebre strette e considerai che non si ha mai ragione da soli. Il vento era calato e una pioggerella, sorda e triste come un dolore, mi sorprese. Mi alzai il bavero del sgualcito soprabito, come per difendermi. Maddalena aveva portato scompiglio nella mia esistenza. Una vita senza infamia e senza lode, la mia, ma non mi andava di farmene una colpa. Camminavo sotto la pioggia e, rimasticando pensieri, tirai un sorso di gin dalla bottiglia che mi penzolava tra le mani. Era quasi mezzanotte quando rientrai in casa. Osservai le pile di dischi, i libri accatastati alla rinfusa sugli scaffali, il caos totale sopra il tavolo e mi sdraiai sul divano, osservando la luce obliqua della notte che penetrava dalla finestra. Avevo fatto in tempo a mettere sul giradischi Autumn in New York di Charlie Parker che caddi in un sonno tumultuoso.

Charlie Parker fu l’uomo della pioggia. Quella pioggia che si schioda ad un tratto dal cielo e viene giù come un diluvio universale. Un visionario delle sette note, che solo quando era intento a suonare riusciva a liberarsi dall’eroina. Una tossicomania acquisita sin dall’adolescenza. Era in quei frangenti che il suo dialogo interiore si metteva in moto. Attraverso di lui la musica si esprimeva in tutta la sua naturale bellezza. Notturna, violenta, brutale e, alle volte, tenera e dolce, la sua arte lambiva i contorni incerti del bene e del male, emanando un’ondata scura e affamata d’amore. Una storia, quella di Charlie “Bird” Parker, di ordinaria solitudine.

Un anima pesta, gettata tra le fauci di un mondo privo di delicatezza. Così come è capitato a tutti i dannati di questa terra, teneva più ai suoi veleni che a tutto il resto. Anche se, poi, lui trovava sempre uno spicchio di luce dentro i crepacci dove dimoravano i suoi mostri. Quegli scampoli d’innocenza e d’ingenuità, che gli restarono sempre attaccati dentro, lo preservarono dal cinismo del mondo. “e state a sentire vi prego, questo vecchio sax-tenore che suona come un dio”- alzò il volume della radio fino a far vibrare la macchina - “e ascoltatelo mentre racconta la sua storia ed esprime il vero rilassamento e le vera conoscenza” (Jack Kerouac - Sulla Strada)

Avevo collezionato un gran bel numero di errori non c’è che dire, ed ero pure cresciuto con la testa piena di cazzate. Guardai la mia immagine accigliata nello specchietto retrovisore dell’auto mentre procedevo a trenta all’ora, ascoltando Monk, il santone pazzo del jazz, in Round Midnight. E’ risaputo che a furia di cercare si finisce sempre per trovare qualcosa. Ma lei era ormai un capitolo chiuso. Avevo avuto il mio momento di gloria, non potevo più accedere ai suoi pensieri, né al suo corpo, ma di questo potevo biasimare solo me stesso. Guidavo non sapendo dove andare, solo che quell’unghiata mi doleva come un ostinato mal di denti. Uno stuolo di nuvole grigie si addensò nel cielo, ascoltai i gemiti sordi del vento. Tra non molto, ci avrei scommesso, sarebbe venuta giù la maledetta pioggia.

Con una barba lunga di tre giorni mi ripresentai al lavoro. Linda la mia collega di stanza, che solitamente era una donna gentile, mi guardò con attenzione e poi esclamò ambigua: “la malinconia alle volte non serve a nulla, non trovi Ferdinando?” Feci finta di non voler capire, mostrandole un ghigno da lupo e inabissandomi nelle pratiche arretrate che inevitabilmente si erano accatastate sulla mia scrivania. La vita mi aveva allenato a temere sempre il peggio e, in quanto a innocenza, non sapevo più che sapore avesse, da molto tempo ormai. Lavorai senza staccare neanche per la pausa pranzo, anche perché non avevo nessuna voglia di incrociare gli sguardi curiosi dei colleghi, né di scambiare con loro alcuna parola. Quando uscii dall’ufficio erano le sei e un quarto del pomeriggio. Avevo completato il lavoro arretrato e mi sentivo con la coscienza a posto. Nessuno, oltre me, doveva pagare le conseguenze delle mie condanne. Quelle erano solo le mie. Prima di rientrare a casa feci un giro a piedi nel centro della città. Una ragazza in carne con una maglia a fiori e un viso grazioso mi diede un volantino che pubblicizzava una palestra. Gli uomini come al solito andavano di fretta. Mi fermai nelle vicinanze del porto ad osservare le navi che attraversavano lo Stretto. Sembrava che graffiassero l’acqua piatta senza lasciare alcuna traccia del loro andirivieni, quei giganti del mare, a differenza di noi uomini che, ad ogni movimento, segniamo impronte profonde, persino dolorose, come quelle che Maddalena mi aveva impresso.

Florence disse che desiderava che Neal la stringesse anziché masticare quel sigaro. Jack fece segno di si con la testa e sognò di trovarsi in un bar con Charlie Parker sul palco e nessuna preoccupazione (Jack&Neal - Tom Waits). Durante gli anni settanta Tom Waits se ne stava rintanato al Tropicana Motel di Los Angeles. Prima di lui in quelle camere erano stati ospiti Janis Joplin, Jim Morrison, Jimi Hendrix ed Alice Cooper. Al Tropicana le band di rock’n’roll si lasciavano andare ai piaceri più sfrenati, quelli che Ian Dury riassunse in una semplice e perfetta canzoncina “Sex & Drugs & Rock’n’roll”. Waits a quel tempo abbaiava alla luna e dormiva fino a mezzogiorno. Viveva da vero beat in compagnia di Rickie Lee Jones e dell’ amico Chuck E. Weiss. Un trio di randagi che usavano il Motel come base, per poi spostarsi ad esplorare i sogni in bianco e nero che Jack aveva raccontato e che Neal aveva percorso con la sua lucida follia. Prima di morire lungo i binari della ferrovia agli inizi del 1968, dopo anni di abusi di alcool e droghe. Lungo le arterie americane la magnifica macchina faceva sibilare il vento; faceva sì che le pianure si svolgessero come un foglio di carta; staccava da sè l’asfalto bollente che la rispettava; una macchina da re. (Sulla Strada - Jack Kerouac). Nel 1975 insieme ad Allen Ginsberg, William Burroughs e Patty Smith, Waits prese parte al pranzo per la presentazione del libro di Ed Sanders Tales Of Beatnik Glory. Barba caprina arruffata, capelli incatricchiati e la bombetta dei jazzmen in testa. Tom Waits fumava come una pentola le ansie di chi, come lui, transitava nei territori che stanno in fondo all’oscurità.

Una sera Charlie Parker, mentre improvvisava con il suo sassofono suonando ripetutamente Cherokee, un brano di Ray Noble, si accorse che impiegando sulla linea melodica del pezzo gli intervalli più alti degli accordi e mettendoci sotto delle nuove armonie abbastanza affini, il brano catturava un nuova percezione. Il bebop nacque da questa sua intuizione. Provavo un senso di benedizione dolce, travolgente, come un grosso getto di eroina nella vena principale; come un sorso di vino nel tardo pomeriggio che ti fa rabbrividire (JackKerouac - Sulla Strada).Prima di salire nell’appartamento mi fermai a parlare con il giardiniere della villetta di fronte casa. Un uomo acuto e affabile che mi illustrò alcune caratteristiche della forsizia, una pianta che mi attraeva e a cui teneva molto. Intanto che parlavamo, scrutai il palazzo dove abitavo e mi parve come un dipinto di Edward Hopper, per quell’ aria triste e solitaria che aveva. Al pari del sax di Charlie Parker in Out Of Nowhere. Salendo le scale rimuginai tra me e me che se pure l’avessi chiamata non avrei avuto più niente da perdere. Era inutile macerarsi nell’incertezza, al massimo mi sarei potuto afferrare un sonoro vaffanculo. Lo avevo letto da qualche parte che i dannati non piangono, ma era pur vero che avevo l’anima come mangiata dalla ruggine. Ed allora sarebbe stato meglio morire subito che in una lenta agonia.

Non appena rientrai in casa, accesi lo stereo e misi sul piatto Foreign Affair di Tom Waits. Un disco che porta con sè brandelli di pioggia, destinato a tutti quei pazzi di vita che hanno ricevuto un colpo da ko, ma che, pur traballando, riescono in qualche modo a non cadere. Vecchio figlio di puttana ti sei finalmente messo su questa benedetta strada (Jack Kerouac - Sulla Strada). Canzoni che sono come tante piccole lacrime tra le ciglia, narrate in notti spese alla ricerca di quella cosa che mai raggiungeremo. Ballate dolci e amare, perfette per coloro che si sentono in fuga dal mondo. Preparai delle uova fritte con prosciutto e formaggio e bevvi del vino. Un Nero d’Avola acquistato al supermercato. In Foreign Affairs Tom Waits è un vero vagabondo, in viaggio con la sua signora Fortuna. Ha un ombrello di malinconia aperto sulla testa e insegue a rotta di collo quei sogni selvaggi che crescono ai margini della strada dalle parti di Burma Shave. Ma è anche un bastardo pianista da luride bettole ”dove tutti hanno un piede nella fossa” mentre, avvolto dal fumo di una sigaretta che si consuma da sola nel posacenere, alticcio e stralunato, sussurra alla luna che: L’ossessione è nell’inseguire qualcosa non nell’apprenderla. Nel continuare a muoversi senza riposarsi mai. Presi il telefono e composi il numero di Maddalena.

Dall’altra parte del filo la suoneria squillò cinque, sei volte e poi entrò il bip della segreteria telefonica che mi invitò a lasciare un messaggio. Non mi persi d’animo e recitai: Piccola ti prego non andartene ti chiedo scusa cara. Ho scambiato una bottiglia per una tromba e una cappelliera per una batteria. Ti chiedo scusa cara. Sono dispiaciuto ho perso la testa. Non pensavo davvero le cose che ho detto. Tu sei l’essenza dei miei sogni. Cara ti chiedo scusa(*). Mi addormentai un pò brillo sulla sedia a dondolo, aspettando che mi richiamasse. La mattina dopo, appena sveglio, feci un caffè come si deve e mi affacciai sul balcone. Vagliai che mi sarei dovuto fermare, correvo il rischio di non ritrovarmi più. Ero già sotto la linea di galleggiamento. Udii i passeri cinguettare, sbattei le palpebre e guardai nel giardino di fronte la pioggia di fiori gialli delle forsizie. Me lo aveva spiegato il giardiniere. Queste piante fioriscono con l’approssimarsi della primavera, quando preannunciano l’allungarsi delle giornate e l’aumentare delle temperature.

Il cielo era di un azzurro nuovo. Mi accesi una sigaretta, e pensai ad alta voce che questa volta sarebbe andata bene.

 Bartolo Federico

(*) I beg your pardon (da One from the heart - Tom Waits)