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lunedì 25 marzo 2019

L’Anima Di Un Uomo

Stavo in sella alle mie illusioni in un alba rosso prugna. Mi fermai in un area di servizio e feci colazione con un doppio caffè e brioche. Comprai una cartolina e in un angolo scrissi “Ti Amo. Gliel’avrei spedita da qualche punto lungo il tragitto. Poco prima che andassi, lei mi disse abbracciandomi: “Non mi spezzare il cuore, se puoi non farlo mai”. Guidavo e non riuscivo a dimenticare la sua ultima frase, era quella che mi rimbombava nella testa come una palla da biliardo: “Lo sai che il tempo prima o poi porta tutto alla luce, lo sai che è cosi. Non fingere su questo neanche con te stesso”. Mi domandavo perché mai mi avesse detto quelle cose. Forse le mie ombre, i miei buchi erano visibili. La muffa sul mio cuore mi aveva sovrastato. Cosa mi era successo? Perché non avvertivo più quel segnale che mi aveva sempre messo in allerta? Avrei disinfettato e guarito definitivamente le mie ferite. Avrei tenuto fede ai miei propositi prima che, ancora una volta, fosse troppo tardi… ma tutto ero stagnante. Mi guardavo come fossi un passante davanti ad una vetrina di un negozio che, gettata un occhiata veloce, proseguiva dritto per la propria strada. Un visitatore frettoloso di me stesso. Ecco cos’ero diventato. St. James Infirmary suonata da Allen Toussaint in “The Bright Mississippi” (2009): un disco che è un tributo ai grandi del Jazz come Louis Armstrong, Sidney Bechet, Jelly Roll Morton, e Joe “King” Oliver, reggeva quei pensieri cullando i mie deliri. La strada era rivestita dei sogni frantumati di tutti quei randagi che l’avevano attraversata. Mentre lo scenario che mi circondava toglieva il fiato, ebbi quasi paura che disturbassi quell’immensa bellezza con il mio passaggio. La strada era da sempre l’unico luogo dove riuscivo a fare chiarezza, sin da ragazzo era stato così. Sanguinavo sotto il cielo che era un tappeto di sogni usati, ma era anche il luogo da dove lei era sbucata tutto ad un tratto riempiendo la mia vita. Dopo, lentamente si era iniettata nelle vene e il muro era crollato. Adesso era l’essenza di tutti i miei sogni. Adesso avevo ricominciato a vivere dopo essere scivolato nel regno dei morti. Sistemo nel lettore il cd “One foot in the Ether” (2009) dei The Band Of Heathens che è un disco dove il gospel, il blues e certo funky&roll si attorcigliano come serpenti alle tre voci dei leaders che, accompagnate da chitarre slide che sanno di polvere e fango, si intersecano in canzoni avvolgenti che ti ronzano nelle orecchie fino a diventare appiccicose come le zanzare. L.A. Country Blues ha lo spirito fiero del rock di strada e germoglia di libertà, narrando la storia dello scrittore Hunter S. Thompson, morto suicida mentre era al telefono con la moglie… in realtà assassinato per le sue inchieste dopo l’attacco terroristico alle torri gemelleLet Your Heart Not Be Troubled è una ballata alla StonesShine a Light un gospel con slide e organo e le voci che si inseguono, What’s this world è la canzone che Steve Earle non scrive più da quando ha lasciato il Sud e la Gibson. Ancora oggi, pur in pellegrinaggio dal vecchio Hank Williams, non gli gira più come un tempo. Torna indietro Steve! Say è un R&B che mi riporta alla mente i Semi-Twang di “Salty Tears” (1988), ma anche gli Statesboro Revue. Ad eccezione di Look at Miss Ohio di Gillan Welch, è tutta farina del sacco dei leadersEd Jurdi, Gordy Quisty e Colin Brook. La luna sottile è un cerino pronto a dar fuoco al cuore di tutti i soul lovers che bazzicano ancora le terre cattive del rock e Golden Calf, con il suo incedere voodoo è perfetta per andare incontro alla notte. Cosa avrà provato il piccolo Willie Johnson quando quel liquido tossico lo accecò, cosa fece dopo che quel secchio da bucato gettato con rabbia durante una lite tra suo padre e la matrigna gli bruciò le pupille?. Forse avrà corso con le mani sugli occhi piangendo per il dolore e la disperazione attraversando i campi di Marlin in Texas senza riuscire a fermarsi, mentre il mondo si oscurava per sempre. Avrei voluto essere lì e tenerlo forte, abbracciarlo sorreggerlo ed avrei pregato Dio in qualche modo affinché gli restituisse la vista. Avrei voluto esserci quando scisse Dark was the night And Cold The Ground , un blues strumentale che esprimeva il dolore la sofferenza, il bene e il male, con note raschiate sulle corde della chitarra da un coltellino usato come slide, mentre spargeva tutto il suo tormento. Avrei voluto vederlo suonare per strada mentre predicava, perché era nella fede che si era rifugiato per trovare ristoro ad una vita fatta di stenti e miseria. Avrei voluto conoscerlo ed essergli amico. Gesù Cristo era un uomo e aveva viaggiato in lungo e in largo. Era un lavoratore coraggioso e instancabile. Diceva ai ricchi: “Date la vostra roba ai poveri”. Così hanno fatto il funerale a Gesù Cristo” (Jesus Christ Woody Guthrie).
Blind Willie Johnson si fece predicatore battista e iniziò a divulgare il credo per le strade del Sud. Era un abilissimo chitarrista, dal suo strumento traeva suoni limpidi e puliti che lo differenziavano da tutti gli altri bluesmen che bazzicavano l’area del Delta. La sua musica era un misto di gospel, blues e folk dai toni caldi e seducenti ed aveva un canto che scuoteva l’animo come un fuscello. La sua voce, potente e roca ma velata di tristezza, era il suo grido profondo, per una vita durissima, che sapeva donare comunque consolazione a chi gli prestava ascolto. Willie, come tanti altri bluesmen ciechi, si guadagnava da vivere suonando per le strade in cambio dell’elemosina.
Well, who’s that a-writing? / John The Revelator / Who’s that a-writing? / John The Revelato r/ Who’s that a-writing? / John The Revelator / A book of the seven seals” (John the Revelator).
Quando conobbe Angelina, un’ex cantante gospel, si sposa e va a vivere a Dallas… ed è in Texas che inizia ad incidere le sue canzoni, una trentina in tutto, che nel tempo diventeranno pietre miliari del bluesIf I Had My Way, Let YourLlight Shine On Me, You’re Gonna Need Somebody On Your Bond, Motherless Children Have A Hard Time, Make Up Dying Bed. Canzoni spesso accompagnate dal controcanto di Angelina che diedero alla sua musica un fascino tutto particolare. Un uomo sensibile e toccato nel profondo dagli eventi ingrati che lo perseguitarono. Una vita passata nell’indigenza, dove solo la musica riuscì a lenire il suo profondo dolore… un musicista sincero e speciale, ma sfortunato, anche nell’orribile morte che fece.
“Qualcuno qui mi può dire che cosa è l’anima di un uomo? / Ho viaggiato in diversi paesi / Ho viaggiato per terre straniere / Non ho trovato nessuno che mi dica che cosa è l’anima di un uomo”
.(Soul of a Man).
La sua casa andò in fumo e Willie Johnson, che non sapeva dove andare, restò a dormire tra quelle macerie. Quella sera il cielo lampeggiò e faceva un freddo cane. Si rannicchiò su se stesso e si addormentò. A testa in giù, nella fredda terra sprofondò. Quando Ry Cooder suonò Dark Was The Night  nella colonna sonora di “Paris Texas” (1984) di Wim Wenders sono certo che ogni nota che centellinò con la sua chitarra, fu guidata dalla mano e dal cuore di Blind Willie Johnson. Eccomi in cammino, con il tempo che mi spia, cercando di mettere in chiaro quello che non so. Ho le mani sudate e il cuore che mi martella mentre salgo le scale del Motel. Ho con me la mia piccola chitarra da viaggio, getto la sacca da marinaio sul letto e cerco la melodia per quei versi che da tutto il giorno mi frullano nel cervello:
A meta strada sto tra le tue braccia / correndo nella notte / guidando contromano / ho trovato la chiave / Se piovono stelle vienimi vicino / non guardarti indietro / in fondo siamo vivi ed è quel che conta / Trattieni il respiro / manda giù la promessa / non lasciamoci più / non lasciamoci più / non lasciamoci più / Ci si abitua a tutto anche a morire / Oggi come allora / prendi la mia mano tienimi cosi / Oggi come allora/ prendi la mia mano tienimi cosi” (Come Allora)
.
Il giorno dopo scrissi quelle strofe sulla cartolina e prima di ripartire la imbucai.

lunedì 2 aprile 2018

Sperduto nel diluvio

L’ultima luce del giorno se la inghiottì un mare che pareva di vetro. Nell’oscurità che atterrava a rilento cercò una soluzione, intanto che la luna si impossessava del cielo. In quella città in perenne movimento nessuno poteva sentirsi al sicuro, neanche lui. Come inseguito da una melodia irresistibile, si spostava di continuo, nascondendosi con le altre creature che brulicavano nell’ombra. Accese la radio tenendola a basso volume.
Una pupa al silicone assieme al gorilla del suo boss mi ha detto che avevo ciò che serve, disse: ”ti accenderò io ragazzo mio con qualcosa di forte se mi suoni quella canzone dal ritmo funky”.
(Blinded By The Light – Bruce Springsteen).
Scese dall’auto e prese a camminare come faceva tutte le notti. Gli piaceva guardare i marciapiedi e le luci delle vetrine e gli piacevano quelle solitudini che arrancavano per le strade. Sentì la rivoltella con l’impugnatura di gomma che gli premeva sullo stomaco. Non si era mai fidato delle pistole automatiche, aveva paura che si inceppassero. Sempre solo come un cane bastardo, considerò… ma i silenzi a volte fanno un po’ di bene, specie quando i ricordi si induriscono e non hanno più gusto a pensarli. Tutto in un colpo s’invecchia.
Beh, saltai, girai in tondo, sputai in aria, caddi in terra. Gli domandai quale fosse la strada del ritorno a casa. Disse:prendi la destra al lampione vai sempre dritto finché è notte, e poi, ragazzo, sei solo”. (Blinded By The Light – Bruce Springsteen).
Da bambino con suo padre ci passava un sacco di tempo. Lui amava raccontargli le storie di quei musicisti del Mississippi che avevano viaggiato sulle strade impolverate. Storie che conosceva bene, essendo stato un appassionato di blues, ma anche un bravo chitarrista. Nel soggiorno, seduto su quel vecchio divano di velluto scolorito, prima gli cantava qualcosa, poi si accendeva un sigaro e, riempiendosi il bicchiere di uno strano miscuglio alcolico, con voce bassa prendeva a parlare. Per lui quei minuti e quelle ore, passati insieme a suo padre, erano stati momenti preziosi che aveva cancellato dalla mente dopo che questi morì. Una sera si era addormentato e non si era più risvegliato. Da allora Rocco con quella pena nel cuore si inasprii e, aspettando l’occasione che non arriva mai, s’incamminò sulle cattive strade.
“E non rimane altro che del sangue dove cade il corpo, cioè niente che si può vendere, solo cianfrusaglie all’orizzonte, un vero saluto da bandito. E dissi ”hey ragazzo! Credi che sia olio, è sangue ”mi chiedo a cosa pensasse quando è incappato in quella tempesta:o era solo sperduto nel diluvio?” (Lost In The Flood – Bruce Springsteen)
Il 12 novembre del 1909 a Houston nel Mississippi nacque Booker Taliaferro” Washington White, il primo di cinque fratelli. Bukka, come fu soprannominato, fu la raffigurazione vivente del dolore. Un uomo sensibile, lacerato nell’animo dalla vita durissima che condusse. Le sue vicende umane rispecchiarono in pieno la sua musica. Suonava un blues feroce, viscerale, capace di strapparti la carne di dosso e ridurti il cuore a pezzetti. Cantando con voce possente ed emozionale, ti scuoteva i sensi. Il suo fu il blues della solitudine, della fatica di vivere, del freddo interiore, di quelle anime che hanno sempre vissuto nella penombra bluastra del silenzio, agitandosi nell’anticamera dell’inferno. Dal padre John, un manovale delle ferrovie, ma anche musicista part-time, impara a suonare la chitarra e, nello stesso tempo, un pastore della chiesa battista gli insegna a cantare… ma non c’è spazio per la musica, la pancia è vuota e bisogna lavorare. A 14 anni trova occupazione in una segheria e si trasferisce da suo zio Alec Johnson, a Grenada. Ma quel lavoro è davvero troppo duro per un ragazzino anche se ben messo fisicamente. Così, con la sua chitarra fa fagotto e se ne va via errando per il Delta del Mississippi, mantenendosi suonando i suoi blues ancora acerbi. In uno di quei giorni fortunati che ad ogni uomo almeno una volta il buon Dio concede di avere, incappa in Charlie Patton che lo prende sotto la sua tutela. Un incontro che al giovane Bukka lascerà un segno indelebile dentro l’anima e nello stile musicale.
la mia pelle era come cuoio e il mio sorriso di diamante sembrava quello di un cobra. Sono nato triste e consunto ma ho bruciato le tappe”. (It’s Hard To Be A Saint In The City – Bruce Springsteen)
Era invecchiato senza accorgersene. Camminava ogni notte per la città per rifiatare almeno un po’. In periferia dove era nato, le luci non erano uguali a quelle del centro. Le ciminiere delle fabbriche avevano scurito i muri delle case e c‘era melma e puzza di piscio dappertutto. Il cielo, poi, era grigio come se vi fosse stata applicata una pellicola che l’offuscava. Si rese conto che lo avevano relegato a vivere in una grossa fogna, ad annerirsi sotto un sole artificiale.
Ero il re dei vicoli, potevo parlare un po’ sboccato. Ero il principe dei poveri incoronato là, fra i mendicanti, ero il vero profeta dei magnaccia, tenevo tutto sotto controllo. Un giocatore da bassifondi che poteva perdere solo la sua fortuna.” (It’s Hard To Be A Saint In The City – Bruce Springsteen).
Del quartiere era diventato il boss. Con la galera aveva anche conquistato il rispetto della paura, ma certamente non quello degli uomini. Gli anni passati dentro quelle quattro mura, però, lo avevano reciso come il gambo di una rosa, indebolendolo invece di temprarlo. Non sapeva perché era successo, ma era andata così. 
Bukka White solo con la musica non riesce proprio a sbarcare il lunario, per cui si vede costretto ad andare a lavorare nei campi di cotone… ma il richiamo del blues resta sempre forte dentro di lui e, non appena possibile, scappa per andare a suonare nelle bettole o nelle feste. Così ben presto riprende il cammino. Intorno agli anni trenta arriva a Memphis dove riesce a farsi apprezzare dalla comunità nera. Qui viene notato da un figlio di puttana come ce ne sono tanti sparsi per il mondo, un certo Ralph Limbo, un talent scout che possedeva un negozio di dischi e che, con la promessa di lauti guadagni, gli fa incidere dei pezzi per la Victor sotto il nome di Washington White… brani che restano per lo più inediti. La grande depressione rende la vita difficile a chiunque e Bukka White deve darsi da fare se non vuol morire di stenti. Per questo motivo fa i lavori più disparati, dal lattaio allo strillone, dallo sguattero allo spazzino, fino a diventare un giocatore professionista di baseball nel campionato di colore e tentando anche una carriera nel pugilato… ma il diavolo è girovago e non ti dà il tempo di fermarsi. Si sposta ad Aberdeen e, finalmente, riesce a liberarsi del contratto con la Victor che non gli ha fruttato un centesimo. Succede però che, durante la solita lite, Bukka spara ad un uomo e lo uccide. Fugge ma viene presto catturato e mandato in prigione. Dopo poco tempo, tuttavia, riesce a evadere e a rifugiarsi a Chicago, dove incide anche alcuni brani: Shake em on down e Pinebluff Arkansas. Nuovamente catturato, è condannato a sette anni di lavori forzati e viene inviato nella peggiore delle galere, la più dura, la più violenta, quella Parchaman Farm in Mississippi, che solo ad evocarne il nome mette terrore.
“Giudice dammi la vita stamane a Parchman Farm. Non voglio odiare così, ma ho lasciato mia moglie nel dolore. Oh, buona moglie, ciò che hai fatto è tutto andato. Ma spero che un giorno potrai udire il mio canto solitario. Ascoltate. Non voglio dire nulla di male se volete far bene, meglio star fuori da Parchman Farm. Cominciamo a lavorare al mattino, proprio all’alba, fino al tramonto. Questo accade quando il lavoro è finito, io sto a Parchman Farm, ma vorrei tornare indietro a casa dove spero un giorno di sopraggiungere”.
( Parchman Farm Blues – Bukka White).
Doveva stare attento alla polizia, non voleva finire nuovamente dentro. Quella era l’unica cosa che gli faceva davvero paura, non avrebbe resistito più di un giorno questa volta. Ogni uomo è un anello del mondo, ma lui cos’era? Forse solo un bersaglio che passeggiava nell’oscuro della notte.
la notte era buia, ma il marciapiede illuminato e foderato della luce di vita notturna. Dalla finestra di un appartamento una radio suonava a pieno volume. Girato l’angolo, tutto ammutoliva improvvisamente. Entrai così nella decima avenue fuori gioco, la decima avenue fuori gioco. Sono solo, completamente solo. E tu, ragazzo, dovresti diventare un personaggio, sono solo, assolutamente solo, e non riesco ad andare a casa”. (Tenth Avenue Freeze Out – Bruce Springsteen).
Si era costruito una reputazione nel peggiore dei modi, con la violenza e i soprusi, scegliendo la parte sbagliata del mondo… ma, se non altro, sapevi chi era. Non come i nostri governanti. Si era rifugiato nell’oscurità e poteva contare solo su se stesso. Come una bestia feroce si mimetizzava in modo perfetto, pronto a colpire la sua preda ma, adesso, ondeggiava nella risacca, come una foglia già caduta lentamente giù da un albero. Adesso aveva occhi che ballavano di nostalgia.
“E’ solamente uno l’errore che ho fatto. Restare in Mississippi un giorno di troppo”. (Traditional).
La prigione di Parchaman, che è pari ad un campo di concentramento, è il regno della violenza e della crudeltà. Bukka White ci trascorre due anni ed è attraverso la musica che riesce in qualche modo a lenire quelle atroci sofferenze. Si esibisce per gli altri detenuti cantando e suonando i suoi blues che sono divenuti aspri e durissimi, perché esprimono tutto il dolore e lo sconforto della sua anima. In quel periodo registra insieme al musicologo Alan Lomax, inviato nel terribile penitenziario, alcuni brani per la Biblioteca del Congresso. Poco dopo quell’evento, viene liberato. Bukka, però, è ferito, traumatizzato dai suoi spettri che sono la prigionia, l’alcool e l’ossessione della morte. Adattarsi alla libertà, in queste condizioni psicologiche, non gli è per niente facile.
“Mi sento strano, Signore, credo che morirò. Mi sento strano, Signore, credo che morirò. Beh, non mi importa di morire, ma non sopporto di dover lasciare i miei bambini in lacrime. Guardo lassù quel terreno per la sepoltura. Guardo lassù quel terreno per la sepoltura. Sembra molto solitario, Signore, quando il sole tramonta”. (Fixin’To Die – Bukka White).
Una brezza che pareva venisse dall’inferno, lo investi in pieno viso mentre camminava a testa bassa, là in fondo alla notte. Era molto tardi e la strada era silenziosa come un cimitero. Salì in macchina e il motore al primo giro di chiave rombò. Accese la radio ed alzò il volume:
”E guido un auto rubata in una notte buia. E dico a me stesso che andrà tutto bene. Ma corro nella notte e viaggio col timore di sparire nell’oscurità”. (Stolen Car – Bruce Springsteen).
Si sentiva come se gli avesse fatto schifo, all’esistenza. Non aveva niente di cui parlare, perché non gli capitava più nulla che lo interessasse. Avrebbe voluto uscire da quel business, ne aveva abbastanza di quella vita, ma come fare? Alla fine ne sarebbe valsa la pena? Se lo chiedeva intanto che l’auto sfilava lenta nelle strade deserte. Occorreva ritrovare il coraggio perduto, ripartire dalle stradine laterali. Aveva come la percezione che tutte le cose che aveva tenuto dentro, per tutto quel tempo, fossero uscite all’improvviso e si fossero messe tutte insieme a parlargli… ma, questa volta, voleva capire fino in fondo quello che avevano da raccontargli.
“Ti decidi e scegli l’occasione da sfruttare. Guidi fin dove la strada termina e inizia il deserto. Fuori, in strada, guidi fino a che fa giorno. Impari a dormire di notte con il prezzo che pagh”.
(The Price You Pay – Bruce Springsteen).
Dopo Il servizio militare Bukka White torna a Memphis, dove vive insieme a un suo secondo cugino, un certo Riley B.King (in seguito sarà conosciuto col nome di B.B. King), il quale apprende molto dalle vicissitudini umane di quel parente assai sfortunato ma, come succede a tutti i diseredati del mondo, Bukka scompare dalla circolazione. Nel 1963, un appassionato di blues, il virtuoso chitarrista John Fahey, riscopre questo enorme talento. A dirla tutta, l’anno precedente, fu il giovane Bob Dylan, incidendo Fixin’ To Die Blues nel suo disco d’esordio, a riaprire la passione per questo dimenticato randagio. Un contratto per la Arhoolie di Cris Strachwitz e varie esibizioni nei folk club fanno crescere l’interesse per il suo blues… ma lui resta un uomo dolorante, la vita lo ha enormemente devastato e quel terrore profondo per tutto quello che ha visto e subito è troppo difficile da cancellare. Le sue canzoni restano un patrimonio per chiunque voglia conoscere l’autenticità del blues di strada. Canzoni che sono alla pari di quelle di Robert Johnson, Charlie Patton, Tommy Johnson o Blind Willie Mc Tell. Canzoni dimenticate dai più, che provengono dal profondo del cuore di un uomo arrivato in cima a tutto quello che di brutto può capitare. Riscoprirle significa toccare il suo dolore e quello di un intero popolo esule. “Ricordati, Rocco,” concluse suo padre: “quando la tua pena non ti risponde più, quando si scivola, si sbanda, bisogna ritornare lì dove tutto ha avuto inizio, dove tutto ricomincia, anche solo per piangere”.
“Tutti hanno un segreto, Sonny, qualcosa che non possono affrontare. Alcuni passano la vita cercando di mantenerlo. Se lo portano dietro a ogni passo che fanno, finché un giorno lo abbandonano, lo abbandonano o si lasciano trascinare a fondo, dove nessuno fa domande o ti guarda in faccia troppo a lungo, nel buio ai margini della città”. (Darkness On The Edge Of Town -Bruce Springsteen) 
 
 Bartolo Federico

martedì 6 marzo 2018

Strade Polverose


Lentamente riprenderò a scrivere, perchè le strade polverose sono le uniche che posso ancora  percorrere. Insieme ai miei amici lupi .

Bartolo Federico


domenica 18 febbraio 2018

Gli amici del diavolo

“Metto in valigia i miei vestiti ed inizio la mia fuga Sono nei guai, tesoro, sono in viaggio Non riesco ad essere soddisfatto Ma proprio non riesco a smettere di provarci.” (I Can’t Be Satisfied – Muddy Waters).
Guidavo senza sosta con il gomito appoggiato al finestrino
. L’auto andava che era una meraviglia, intanto che il vento alzava nuvole di polvere bianchiccia. Bevvi un sorso d’acqua e infilai un cd nell’autoradio. Non appena la musica venne fuori, mi sentii al sicuro dentro le canzoni di Blind Willie McTell. Nonostante quei blues fossero cantati con toni scuri e ruvidi e all’improvviso si impennassero in falsetti che mi turbavano, le sue canzoni parlavano di speranza che non capitolava mai, neppure di fronte alla sfortuna più nera, di quella determinazione che occorre sempre per affrontare i periodi più duri cui la vita ci mette al cospetto. McTell era uno zingaro, un vero vagabondo. Per lui il richiamo della strada era qualcosa di irresistibile. Pur se cieco, era sempre in movimento, all’inseguimento di quella cosa che mai nessuno raggiungerà. Hot Shot Wille, Georgia Bill, Pig’n Whistle Red e Blind Sammie erano i suoi fantasmi che utilizzava per incidere e aggirare gli obblighi contrattuali con le case discografiche dell’epoca, dato che era anche un autore prolifico… ma pur celandosi, il suo stile restava unico e riconoscibilissimo. Nel cielo del mattino, avevo ingranato la marcia indietro dei ricordi e sotto un sole cocente un po’ di nostalgia mi sbucciò gli occhi. La notte l’avevo trascorsa nel buio di una squallida stanza di un fottuto motel che avevo trovato lungo il tragitto. Un posto senza clienti che costava poco. Buono per chi non si attende più nulla dalla vita. O per chi non ha più voglia di parlare. Manco con se stesso. Correvo in auto e mi chiedevo come fossero state quelle strade polverose, percorse da quell’esercito di pezzenti di cui anche il giovane cieco McTell faceva parte e che, come tanti altri, percorreva per unirsi agli spettacoli itineranti dei medicine show. Era davvero bravo a spostarsi, nonostante il suo handicap. Suonava ovunque capitasse i suoi blues che poi divennero assi portanti del rock. Statesboro Blues ne è un esempio. Gli Allman Brothers ne fecero una versione stupefacente. Ma anche Mama,Tain’t Long For Day, Three Women Blues e Broken Down Engine Blues lasciarono il loro segno indelebile. Era un esploratore della chitarra dodici corde. Lo strumento non aveva segreti per lui. Sapeva usare benissimo le accordature aperte e il suo repertorio abbracciava svariati stili che andavano dal ragtime, al folk, alla ballata popolare e, come gran parte dei musicisti girovaghi di quel tempo, sapeva adattarsi alle richieste del pubblico. Il cielo sulla mia testa mi sembrò una prateria con tutte quelle piccole nuvole a pecorella che giocavano a rincorrersi…. e m’immaginai per un attimo che goduria sia stata per tutti quelli che lo incrociarono, magari in compagnia del suo compagno di viaggio, il texano Blind Willie Johnson, per le strade di un America che è andata via via sbiadendosi. Certo, tutti più o meno siamo stati innocenti una volta. Poi il tempo ha fatto il suo corso e ci ha cambiato ferocemente. Me ne andavo vagando in un posto sperduto, lontano da tutto e da tutti, e mi sentivo come se il mondo di cui facevo parte non mi appartenesse. Mi fermai per una sosta. Comprai un panino e bevvi acqua frizzante ghiacciata. Presi anche un caffè. Ci voleva una volontà di ferro per proseguire con tutto quello che stava accadendo. .. ma avrei di gran lunga preferito essere un viaggiatore furtivo, uno di quelli che dormiva in spiaggia nel sacco a pelo e al mattino se ne andava cercando la linea ferrata per saltare sul primo treno che passava.
“Il treno merci è stato quello che mi ha insegnato a piangere Il grido del macchinista è stata la mia ninna nanna Ho il blues del treno merci Oh cara, ce l’ho sulla cima delle mie scarpe vagabonde”. (Freight Train Blues – Traditional)
Avrei voluto incrociare sguardi ed emozioni che mi assomigliassero, ma in quel posto non c’era più nulla. Mi rimisi in macchina e me ne andai così come ero venuto. Senza fretta. Se davvero vuoi imparare a suonare e scrivere canzoni – diceva Tommy Johnson – devi andare da solo a mezzanotte a un crocicchio. Un enorme uomo nero arriverà, prenderà la chitarra e suonerà un brano. Bere era sempre stata la sua ossessione e quando non trovava il whiskey riusciva a mandare giù qualsiasi cosa, anche l’alcool denaturato o il lucido da scarpe a base alcolica. Tommy aveva fraternizzato con il diavolo o, forse, era lui stesso un demone e bruciava dentro quel fuoco in cui poi molti protagonisti del rock finiranno. Vederlo suonare dal vivo era sconvolgente. Si dimenava come posseduto, cantando con una voce drammatica e intensa i suoi blues indemoniati. Anche lui, come Charlie Patton con cui aveva condiviso alcune esibizioni, suonava la chitarra dietro le spalle… ma non era per niente ossessionato dalla tecnica. Gli bastava semplicemente far venire fuori il suo boogie woogie maligno, per graffiare a sangue l’anima. Per sempre. Di questo passo all’inferno ci finirò io pensai, dando fuoco a una cicca. Era già il crepuscolo, e la quiete era assoluta. Non so più cosa voglio o forse non l’ho mai saputo… ma ci sono cose che ti piovono addosso, e che devi accettare supinamente. Hai voglia a scuoterti come un tarantolato, cercando di mandarle via. Si portano con sé anche quel po’ di magia che possedevi… allora ti rendi conto che è stato il mondo a prenderti a calci nel culo, e non viceversa. Cosi smetti di credere. Mentre tenevo gli occhi fissi sulla strada avrei voluto che piovesse. Cercai un indizio per non capitolare e mi chiesi in quale cazzo di direzione era mai la terra promessa. Il fantasma William George Tucker nasce il 14 novembre del 1905 a Henning in Tennessee. Nello stesso anno di Arthur “Big Boy” Crudup. Quel giorno, suo padre mise delle ciotole sul davanzale della finestra e raccolse la pioggia. Più tardi con quella stessa acqua lo battezzarono. Fu in quella circostanza che si accorsero di quegli strani graffi scarlatti che aveva sul petto.
“Una zingara disse a mia mamma, il giorno in cui nacqui, “Oh, sta per arrivare un maschietto. Oh Signore, sarà un vero diavolo”. (Hoochie Coochie Man – Willie Dixon).
Nessuno di noi può prevedere il proprio destino, ma quello riservato a William George Tucker fu davvero spietato. A quel tempo quando nascevi nel Delta del Mississippi, la musica ti veniva servita sin dalla prima poppata. Ben presto William imparò a tenere una chitarra in mano e con questa si esibiva alle feste, nei bordelli e per strada. Nella prima metà degli anni trenta arrivò a suonare con John Lee Williamson (Sonny Boy I) e Sunnyland Slim. Il suo blues rozzo e primitivo, ma pieno di pathos e cantato con una voce sgraziata che toccava nel profondo. Le cose sembravano andare per il meglio, ma quei segni che il diavolo gli aveva lasciato sul petto erano premonitori. In circostanze che resteranno per sempre oscure venne accusato dell’assassinio di un uomo bianco, tale Mr. Charlie. Sapendo bene che il giudizio sarebbe stato scontato, fece perdere le sue tracce per diventare un vero spettro. Ricomparve dopo qualche anno a Chicago con una nuova identità, facendosi chiamare John Henry Barbee. Si esibì sui marciapiedi di Maxell Street, in compagnia di altri randagi e della sua fedele sei corde… ma per sopravvivere dovette svolgere i lavori più umili, convivendo sempre con la paura di essere riconosciuto. Paura che lo smantellò irrimediabilmente nel fisico e nell’animo. Durante il blues revival degli anni sessanta fu riscoperto e incise per l’etichetta di Victoria Spivey. Andò anche in Europa a suonare a seguito dell’America Folk Blues Festival… ma il diavolo volle il saldo.
“Ho due ragioni per piangere tutte le notti solitarie La prima si chiama Sweet Anne Marie ed è la delizia del mio cuore. La seconda è la prigione, bimba, lo sceriffo è sulle mie tracce e se mi raggiunge passerò tutta la mia vita in cella”. (Friend Of The Devil – Garcia-Hunter-Dawson).
Perdutamente alla deriva, una sera restò coinvolto in brutto incidente d’auto. Quest’evento cagionò un effetto devastante su di lui, tanto che lo indusse a costituirsi per dimostrare finalmente la sua innocenza. In carcere, in attesa del processo, si sentì male. Un’ambulanza lo caricò per trasportarlo all’ospedale ma morì d’infarto durante il percorso. C’è solo un album che testimonia la sua umanità, “Portrait In Blues vol 9″, che è la colonna sonora di tutti quei fantasmi che come lui non hanno mai avuto giustizia. Il suo blues è disperato, drammatico, carico di dolore lacerante come solo questa musica può esserlo, quando sgorga direttamente dal cuore. Ero lì da solo e guidavo su quella strada tortuosa e solitaria. Con i miei sogni raggrinziti che sentivo, anche se stancamente, pulsare… e quel vuoto immenso dentro di me. Imboccai la statale e oltrepassai un ponte. Udii il rumore del traffico venirmi dinanzi. Non riuscivo ad essere in pari con me stesso, era questa la verità: il fatto di essere stato più e più volte ferito aveva cambiato la mia prospettiva, la mia visuale delle cose. Avrei dovuto trovare un posto dove stare. Con il finestrino abbassato, il caldo afoso mi ansimò in faccia. Una farfalla volteggiò nell’abitacolo. Le farfalle simboleggiano il calore dell’estate. I sacerdoti Zuñi usano mettere le farfalle nere dentro i tamburi in modo che il loro suono porti al delirio gli ascoltatori. Proprio come i blues. I miei maledetti blues.

Bartolo Federico

mercoledì 10 gennaio 2018

Promesse Spezzate

 L’amore è solo dentro quelle stupide canzonette da quattro soldi, che fanno arricchire quei cantanti e discografici da strapazzo che le mettono ancora in giro. Sono scritte e suonate a immagine e somiglianza dei loro sogni… ma chi cazzo se ne frega del festival di Sanremo, con tutti i problemi che abbiamo. Per uno come me poi, che ha preso da tempo brutte abitudini e non ha più fiducia in nessuno, l’amore è solo una bella e sana scopata, quando capita. Il mio compare di tavolino è davvero un tipo loquace, e da un bel pezzo mi cicaleggia vicino l’orecchio le sue inquietudini. “Li sento già gli innamorati, seguita a dire inveendomi contro; ehi stronzo, l’amore e quello che ti cambia la vita, che ti fa volare, e ti riempie di speranza”…. e bla, bla, bla, via discorrendo. Ma a queste cose ci credono solo quei poveracci, che ancora abboccano a quelle filastrocche. Certo, quando sei giovane e preda dei furori infantili, sei giustificato: l’amore ti abbaglia la vista e il cuore, e ti rende vulnerabile. Dopo, è come la pioggia e il vento. È un farsi compagnia, un tentare di comprendersi nell’infinita differenza dei caratteri di ciascuno di noi. Allungò un braccio e ordinò un whiskey. “Per sopportare meglio il marciume che mi porto appresso”, asserì. Ho udito il sibilo della macchina del caffè dietro di me, e sorridendogli ho vuotato il mio bicchiere. Mi sono messo a fumare, cercando di far passare le ore di quel giorno di merda. Sono solo stronzate quelle canzoni. Non hanno niente a che vedere con l’amore, folle, ribelle, disinteressato e infuocato. Quello che ti contorce le budella e ti ubriaca di passione. “Il fatto, amico mio, è che vogliamo prendere tutto per noi, senza mai pagare niente”, concluse, gettandosi dentro le viscere il J&B che il barista gli aveva posato sul tavolino. Poi, con tono scuro mi chiese: E tu, da quanto sei andato a fondo? Non è un posto cattivo il bar scommesse dove mi trovo. Si sta tranquilli. Il titolare è un ragazzo che ci lascia anche fumare… ma non troppo. Da lì dentro posso vedere la gente passare di fretta, e sbirciare anche una fetta di cielo. Non è poco. La maggior parte dei clienti sta radunata attorno a un tavolino in fondo alla sala dove prepara le proprie scommesse, senza fare troppo baccano. Navigano nella speranza di acchiappare, quantomeno, i soldi per la spesa dell’indomani. Sembra di essere sospesi in un altro mondo, c’è una strana atmosfera. Come se John Coltrane si fosse celato da qualche parte e suonasse un blues, in modo lieve ma doloroso. Mi piace questo posto… e anche quella ragazza con tutti quei capelli sciolti di fronte a me che ha due labbra fantastiche. Sembra una puttana, non lo dico in senso sprezzante, ma solo per individuare le tipe per cui un uomo è pronto a fare follie, pur di possederle. Le altre che uno incontra sono come l’aperitivo prima del pranzo domenicale, come una pietanza un po’ sciapa. Questo loro lo sanno bene. Difatti sono le più stronze, le più dure, le più arrabbiate di tutte. Sono rientrato nel mio piccolo buco, e ho guardato le cose di cui mi circondo. Le chitarre, i dischi, la scrivania, i libri, e il divano malandato che mi ha lasciato in regalo il vecchio inquilino. Sullo scrittoio c’è la mitica macchina da scrivere di mio padre, che però non uso mai. Ho staccato il cellulare, ho acceso lo stereo e messo del blues a ciclo continuo. Sono andato alla finestra, dietro di me la musica si è fatta sempre più straziante. Si resta soli senza rimedio. Succede sempre così quando hai smesso di piacere. Chiodo schiaccia chiodo è la migliore soluzione. Ho preso la chitarra e con le dita ho sfiorato le corde. Era intonata e pronta a suonare. Non è altro che un combattimento la nostra esistenza, fatta di rinunce, tristezza, piccoli e grandi dubbi. Allora si retrocede verso la trincea, stanchi esausti, e non si ha più voglia di combattere, ma solo di starsene lontani dal genere umano. Rintanati in silenzio nel proprio pertugio. Quelli che hanno visto la mano della fortuna cambiare rotta sanno che non c’è proprio nulla da vincere in questa vita. Lei se n’era andata alla chetichella. Era fuggita di mattina presto. Come anche a me era capitato di fare. Succede, a chi confessa qualcosa, che provi un senso di paura, di vuoto. Può anche darsi che non aveva retto alla mia confusione… ma non mi andava di darle alcuna colpa. In fondo, non volevo neppure saperlo il perché. Sono andato a lavoro a piediè davvero piccola la mia città. Un paio di chilometri e l’attraversi tutta. Ho pensato a mia madre mentre camminavo. Una donna sola, battagliera, austera. Fumava Marlboro pacchetto duro, che comprava a stecche. Dopo passò alle Merit. Quando la penso, lo sento ancora presente quell’odore di sigarette che le impregnava i capelli ispidi. E la rivedo seduta vicino alla finestra della cucina, silenziosa e assorta, con il busto piegato in avanti che si regge il viso fra le mani. Ho attraversato la strada e ho sentito dentro di me Bessie Smih cantare Shipwreck Blues. Come molta gente che soffre di depressione, anche lei nascondeva la bottiglia. Si comportava normale, mentre era esattamente il contrario. Se ne andava a fondo, imbarcando acqua da tutte le parti. Non era riuscita in alcun modo a trovare una rampa di salvataggio… e quei gorghi se l’inghiottirono piano piano. Era una bella donna, mia madre, sfortunata in amore come lo sono in tanti. Io l’ho amata – e anche molto – così com’era. Gli ultimi settecento dollari destinati alla droga li trovarono nascosti nella vagina a Billie Holiday. Li aveva guadagnati in quel letto d’ospedale, dov’era ricoverata. Aveva venduto ad un giornale i diritti sulla storia della sua vita. Ogni tanto servirebbe fare come Sleepy John Estes per dimenticare ogni cosa. Schiacciare dei pisolini nei posti più impensati… è davvero un buon modo per staccare la spina e risollevarsi. John viveva a Brownswille, una squallida periferia del Tennessee, un esistenza precaria e indigente, insieme ai genitori e a quindici fratelli. “Quando sei nero, questo basta per farti vivere nella miseria”, ripeteva. Da piccolo fu colpito da un sasso e perse la vista dell’occhio destro. Suo padre gli regalò una chitarra che lui iniziò a suonare nelle feste e ai banchetti, facendosi accompagnare dal mandolinista James “Yank” Rachell e da suo cognato Hammie Nixon all’armonica. Un bluesman Sleepy dalla voce rauca e sofferente, che arrivava a spezzarsi di commozione nei momenti più intensi, eseguendo un blues semplice e scarno, ma assai emozionante. L’aria era di nuovo fredda. Mi sono fatto un caffè e versato due dita di Jack Daniels in un bicchiere. Ho acceso la lampada sulla scrivania. Non mi va di firmare assegni in bianco, ed è per questo che non ho mai preteso nulla da nessuno. Ho sentito un freddo pazzesco, e nella penombra della stanza ho visto molte cose di me. Mi sono reso conto che sono stanco di fingere e di dire bugie per cercare di salvarmi ad ogni costo. Ho sentito una profonda tristezza attraversarmi. Al diavolo! Alle volte occorrerebbe lanciarsi a volo d’angelo nel precipizio e senza paracadute. Il rullo del piano di Poor John Blues mi ha fatto tremare di paura. Sleepy John Estes iniziò a registrare nel 1929 in una stanza del Peadboy Hotel di Memphis per la casa discografica Victor. Fu in quelle sessions che incise anche una rivisitazione magnetica del classico Milk Cow Blues di Kokomo Arnold. Bisogna stare attenti che non si finisca di sognare. Può accadere tutto in una volta, senza che nessun campanello d’allarme ce lo segnali… ad un tratto si diventa pigri, abulici, e non si vuol fare più niente, neanche parlare con le nostre ombre. Me lo disse lei una sera, mentre eravamo seduti a tavola, che l’esistenza è una messa in scena. C’è ne andiamo tutti quanti in giro, con la nostra pantomima, calandoci sempre più nel nostro personaggio… e non c’è verso che si cambi finzione. Siamo attori e registi del nostro film. Ho fatto una smorfia ed ho pensato che, alla fine, sono quelli che hanno smesso di dire bugie ad essere chiamati pazzi. Sleepy John Estes era come un cane che aveva preso troppe botte, e non si fidava più di nessuno. Sin da ragazzo gli piaceva starsene da solo, e camminare nell’oscurità. Non aveva paura, era in quei meandri che, in fondo, si sentiva a suo agio. Aveva un carattere ruvido, difficile, e con l’ombra del male di vivere sempre presente nella sua anima. Fu una vita durissima la sua. Se penso ad un volto per definire il blues, quello è il suo. Senza dubbio. Dopo le incisioni per la Victor, se ne andò a Chicago, dove incise per la Decca e anche per la Bluebird, vivendo, però, sempre in modo assai precario. Arrivò a registrare anche con la Sun Records, prima che Sam Philips scoprisse Elvis. Era diventato quasi cieco: si ritirò e scomparve di scena, finendo nel dimenticatoio più assoluto. Nel 1962 lo riscopre, alloggiato in un fienile con la moglie e i suoi cinque figli alla periferia di Brownsville, il regista David Blumenthal che stava girando un documentario sul blues. Una musica nata nella povertà e nell’ignoranza che, a dispetto del tempo, non ha perso un grammo della sua magia. Una musica indefinibile perché racchiude dentro di sé lo spirito stesso dell’uomo. Il blues non si scrive ma si vive”. Questo me lo ha detto Johnny Shines. Non sempre, ma è possibile dimenticare. Le strade traboccano di bar, di visi, di sorrisi, di cose che lei non avrebbe potuto darmi. Nel primo pomeriggio qualcuno aveva suonato più volte al citofono, ma non avevo risposto. Sleepy John è morto nella povertà più assoluta, i suoi funerali furono pagati da Michael Bloomfield e Ry Cooder, suoi grandi estimatori. Come sempre mi ha soccorso la musica. Mi ha salvato dal precipizio. Forse, sarà stata colpa della luna, ma avevo trovato ciò che cercavo. Quando ho smesso di prestarle attenzione, ho pensato che a quell’ora della notte solo i lupi mannari erano in giro, e chi viaggia dalla parte opposta della strada. Il dolore, però, si era tramutato in rabbia, ed allora sono uscito. I miei passi risuonavano sul selciato, e faceva un freddo boia. Ho camminato per dei chilometri, nascosto nel buio. I blues continuavano a venire giù, come in un diluvio. Nudo, diritto, silenzioso, immobile, ho ascoltato il vento… ed era come se mi parlasse. In quelle folate ho avvertito l’anima di mia madre, e anche di altri che non ci sono più. E’ probabile che non abbia saputo comprendere il suo disagio e prendermi cura di lei. Avevo il morale a terra. Forse non ho capito mai nulla… ma forse un giorno… Forse, domani… 

Bartolo Federico

sabato 11 novembre 2017

Ombre Lunghe

E’ davvero piacevole un posto nuovo. Ci vuole un po’ perché la gente impari a conoscerti ed è di questo lasso di tempo che conviene approfittare per godersi un po’ la vita, perché dopo, statene certi, si daranno da fare per trovare un modo per fottervi. Gira e rigira, scopriranno la via da dove è più facile ferirvi. Il motel sulla strada 61 era messo male, sembrava cadesse a pezzi per come era ridotto ma ero troppo stanco per proseguire. Nel buio pesto della notte posteggiai l’auto ed entrai. Il proprietario, seduto dietro un bancone scalcinato, mi osservò attentamente e con fare indisponente mi chiese i documenti. “Dall’aspetto mi sembri un musicista”, disse, “sei venuto nel sud per il blues, vero?” e prosegui “quella tiritera è una rottura di coglioni, dopo due tre pezzi diventa noiosa sia ascoltarla, che suonarla. Lasciatelo dire da uno che se ne intende. Tutto il mondo adora i Beatles anche quel pazzo di Charles Manson, quella sì che è musica!”. Doveva appartenere al Ku Klux Klan meditai, per cui restai in silenzio. Dalla sacca da viaggio estrassi il portafoglio e mi avvicinai al bancone. Sotto la luce fioca della lampadina gli tesi un documento e lo scrutai. Era sulla cinquantina di corporatura media. Portava capelli lunghi incanutiti, divisi da una riga nel mezzo, che gli ornavano degli occhietti chiari ed un naso acuminato. Il suo abbigliamento era anonimo come quello di un impiegato delle poste o del catasto, ma aveva dipinta sul volto un’espressione che esprimeva tutta la sua ostilità. Quella faccia mi ricordava qualcuno che avevo intravisto di sguincio tempo addietro in una piccola foto. Qualcuno che, come lui, allora avevo catalogato come una vera faccia di cazzo. Firmai il foglio delle generalità e agguantai la chiave della camera. Quando girai le spalle il tizio mi mormorò qualcosa dietro. Ero talmente stanco che avevo solo voglia di dormire e feci finta di nulla. In un pericoloso e pittoresco quartiere chiamato Deep Ellum a Dallas in Texas nel 1920, accompagnato da un adolescente T-Bone Walker che gli regge la lattina per le offerte e custodisce gli incassi, si aggira suonando agli angoli delle strade il cieco bluesman Lemon Jefferson. Non temete gente avvicinatevi ad ascoltare quest’uomo. Non vi restituirà lo sguardo i suoi occhi sono solo bulbi, ma è con il cuore che vi parlerà”. La sua tazza ogni giorno si riempie di elemosina, straripa di soldi, fa buoni affari quest’uomo rissoso, puttaniere e ubriacone… è lui il primo cantautore della storia del blues ed è dotato anche di una grande abilità nel suonare la chitarra. Disegna fraseggi irregolari dilatando l’assetto ritmico della canzoni e costruisce complicate strutture armoniche. Sa anche improvvisare, arricchendo il suo blues con accenni jazzistici. La sua voce, poi, è alta e chiara, ha vigore, proviene direttamente da quei binari dell’anima raschiati dal dolore.
O la sua strada è oscura e solitaria. Non guida nessuna Cadillac. O la sua strada è oscura e sacra. Non guida nessuna Cadillac. Se quel cielo gli serve come occhio. Allora la luna è una cataratta (Nick CaveBlind Lemon Jefferson).
Quando non hai più niente da perdere puoi incominciare da dove vuoi. La strada è lì che aspetta. Memphis Slim lo aveva cantato che ”devi piangere un poco, morire un poco” per capire cos’è il blues. Colpi di pistola, bottiglie di bourbon, case abbandonate, desolazione, vecchi bar, cocci di vetro, viali alberati, muri scrostati. Polvere e cielo. Chitarre da due soldi, melodie soffocate in un lamento notturno. Due monetine, una è per te, una è per i sogni. Tre anni bastarono a Lemon Jefferson per diventare uno dei musicisti più importanti del country blues. Un centinaio di titoli, registrati tra il 1926 e il 1929, lo fecero assurgere a cantante di successo nell’America dei neri insieme alle regine di quel tempo Bessie Smith, Gertrude Rainey e Ida Cox. Fu anche il primo, insieme a Gertrude Rainey, a figurare sull’etichetta dei suoi dischi. Pur cieco, Lemon Jefferson trovò sempre la strada di casa… ma non la notte in cui si perse in una tormenta di neve e morì. Di lui ci restano le sue canzoni e quell’unica foto arrivata fino ai nostri giorni che ci mostra un uomo robusto di età indefinibile con gli occhialini da vista su due pupille agghiacciate dal buio. La sera dopo il mio arrivo me ne sono andato per come sono arrivato, da quel motel e dal signor Charles, un vero uomo bianco del sud. Uno con una voce tremenda, che ogni volta che apriva bocca sparava cazzate. Glielo dissi sull’uscio della porta prima di sparire. “Quando ti viene il blues è il cuore che parla; veda di trovarlo da qualche parte, il suo, signor Charles! Perché io questa notte ho una stella nel cielo che mi segue, che brilla e, nascosti da qualche parte nell’oscurità, ci sono pure due occhi che mi guardano e mi fanno luce… e se la luna è nel rigagnolo, io non ho paura, signor Charles! No, non ho paura, c’è il cieco Lemon Jefferson accanto a me”.
Sorse il gran vecchio sole del mattino. Lunghe erano le ombre degli alberi. Proprio dal ramo a cui avevo appeso la chitarra
(Nick Cave – Blind Lemon Jefferson).
Sono dentro un sole accecante, in un giorno vestito d’estate, anche se sono i primi di maggio. Mi ero riempito gli occhi e l’anima di vento e polvere e avevo guidato tutto il tempo, accompagnato dal blues suonato da un bianco. Un vocalist, ma anche bassista e armonicista, un certo Paul Williams. Il tizio possedeva un buon pedigree, aveva suonato con Alexis Korner e Georgie Fame prima di far parte dei Wes Minster Five, un gruppo che suonava R&B. Nel 1964 fece parte della Big Roll Band guidata da Zoot Mooney, con cui registra due album. Poi sostituisce John McVie nei Bluesbreakers, quindi per un paio di mesi suona con il grande John Mayall. Dopo, fa altre cose, più o meno importanti, fin quando nel 1973 registra “In Memory of Robert Johnson”. Il manager dei Kinks, Nigel Thomas, gli supporta il progetto, mentre la casa discografica svedese Sonet accetta di registrare l’album. Nel disco ci suonano fior di musicisti: Bob Hall al piano, Glenn Campbell alla steel guitar, Spencer Davis, Alun Davies, John Mark e Mick Moody alle chitarre e Pat Donaldson al basso. Paul Williams si mette sulle strade del diavolo con umiltà e passione, sapendo bene che c’è un abisso tra lui e quel nero, che non potrà mai agguantarlo e, tuttavia, il blues che ne esce fuori suona sincero e penitente, la sua voce graffiante ha energia e creatività, che quasi mi vien voglia di abbracciare il mondo e andarmene in paradiso… ma sono solo e sperduto qui nell’inquieto Delta.
“Ci ho delle pietre sul mio passaggio e scuro come notte è il mio tracciato.” (Robert Johnson  – Stones In My Passway).
Mi fermo alla pompa di benzina per fare il pieno, prendo anche un caffè dalla macchinetta a gettoni e scambio quattro chiacchiere con il benzinaio. Dopodiché me la filo tuffandomi su una strada che spiana la strada. Sembra che ce le siamo sposate le nostre pene, non le molliamo mai… e allora si finisce anche per amarle un po’. La musica di
Big Bill Broonzy riempie l’abitacolo, il suo blues, anche se non è straziante come quello di Lemon Jefferson o di Son House, non ha nulla di meno. Broonzy canta con voce tonante e dolente. In più, ha quel riso amaro che ti vien fuori quando ti senti oppresso. Se è vero che le nostre verità le troviamo solo di notte, è anche vero che alle volte non ci accorgiamo neppure di cosa siamo diventati e di come il tempo ha cambiato tutte le nostre prospettive. Frank Broonzy era un diacono della chiesa battista ed era severo con i suoi figli, non permetteva loro di pescare di giocare a biglie la domenica né, soprattutto, di cantare il blues. Se avesse saputo che suo figlio un giorno sarebbe diventato un chitarrista del diavolo, probabilmente gli sarebbe venuto un colpo. Affinché questo non accadesse e per dissuaderlo da ogni tentazione, gli raccontava spesso la storia di un ragazzo che si era seduto sui gradini della chiesa a fischiettare il blues. Un uomo gli si era avvicinato rimproverandolo e con il dito teso gli aveva detto ragazzo, domani sarai di nuovo su questi gradini, ma non fischierai. Il giorno dopo il giovane fu trovato morto su quegli stessi scalini. Accidenti… è bastato un attimo di distrazione che sono finito su una strada secondaria che sobbalza, si ingobbisce, s’inerpica. Una di quelle strade in terra battuta, piena di sterpi, che costeggia un torrente completamente asciutto… e non so perché adesso mi sento finalmente libero mentre vago sotto i cieli del Sud. Aveva fatto il bracciante Big Bill e guidato il mulo mentre attorno a lui l’atmosfera era stracarica di musica. Quando un violinista chiamato See-See Rider gli fece ascoltare delle canzoni rurali, gli si accese dentro il fuoco sacro del blues. Dall’esempio di quel musicista anche lui si costruisce un violino, utilizzando una scatola di sigari e, con una più grande, una chitarra e inizia a strimpellare le canzoni che See-See Rider gli insegna. Suona di nascosto alla sua famiglia ed è costretto a occultare gli strumenti sotto le assi del pavimento perché sua madre voleva che diventasse predicatore. Se non ci fosse stato Big Bill Broonzy, molti neanche se ne sarebbero accorti dell’esistenza del blues. Young Big Bill Broonzy 1928-1935″ è la più bella collezione di canzoni di questo magnifico chitarrista, troppe volte bistrattato solo perché il suo eclettismo musicale era di difficile categorizzazione e, se qualche volta, come è capitato, ha ecceduto nelle moine musicali, è stato solo per la paura di rivivere la grande povertà che lo aveva segnato. Sfido chiunque a fare il contrario. Il Delta non è solo un posto geografico, è pure uno stato dell’anima. Questo penso nel momento in cui sto attraversando una Ghost Town, fatta di sole cinque case. Il cielo è diventato grigio e, ad un tratto, mi prende uno strano smarrimento. Allora ripenso a quello che mi ha detto un giorno Jack, il mio vecchio amico Kerouac: ”viviamo per desiderare, così io desidererò, e scenderò giù verso altri luccichii altrove. Il diavolo possiede tutti i trucchi per tentarci. Se si vivesse così a lungo da conoscerli tutti, quei trucchi, non si saprebbe più dove andare, per ricominciare con la felicità. Avevo ancora molta strada da fare, camminando nell’inquietudine. Con la polvere negli occhi e i buchi nelle scarpe.
“Ho appeso al chiodo i finimenti. La vecchia tuta ho gettato via. Ho detto addio alla vecchia zappa. Big Bill non tornerà mai più.” (Big Bill Broonzy).

Bartolo Federico

mercoledì 8 febbraio 2017

Maschere Di Lamiera

Buio e anima e maschere di lamiera. Bisogna rassegnarsi a conoscersi un po' meglio. Pelli di topo e garze bianche, per le piccole ferite del cuore. Gli straccivendoli dell'anima si tengano lontani, perché se ti ritrovi a guardare il vuoto, c'è qualcosa che non va, qualcosa di turpe dentro di te. Scivola un blues nero e pestifero in queste canzoni, che non faranno alcuna fortuna. Come quei sogni di troppo, saranno lasciate a marciare in qualche angolo delle intenzioni. Per sparire alla svelta, ci vuole coraggio. Ci vuole quel senso di paura, per finirla con i propri piagnistei. Ma bisogna ricominciare a capire perché un ragazzo si toglie la vita, scrivendo una lettera piena d'amore, che ti lascia con la morte nel cuore, con la morte che ti corre dappresso, e un bel mucchio di cose non fatte. E' brutto quello che vedo, e sono diventato nuovamente triste.  Adesso non ho più voglia di fare granché, perché a furia di rinunce ti passa la voglia, ti passa la vita. Dormi Michele, dormi con gli angeli neri, sotto qualche macchia di sole. Se adesso puoi.

Bartolo Federico

           DUKE GARWOOD-GARDEN OF ASHES(2017)

venerdì 27 gennaio 2017

Oh, Lady Day



Sono come una pietra che cadendo lungo il pendio di una cima rotola, rotola e non sa più come fare per fermarsi, a cosa appigliarsi, per non finire a sbattere. Accade quando la vita ti costringe in un modo o nell’altro a guardare dalla parte opposta a quella in cui stai camminando. O quando qualcuno o qualcosa butta giù quel muro che ti oscurava la visuale. Allora sei costretto ad uscire dagli sgabuzzini segreti dove ti sei bellamente rifugiato e a guardare in faccia dritto negli occhi i tuoi fallimenti. A me è bastato un bacio nel buio della notte sul labbro sinistro, per andare in malora e sentire il mio corpo tremare molle ogni volta che il cuore batteva. In un piccolo bagaglio ho chiuso tutto quello che è rimasto della mia vita. Ci ho messo dentro le mie angosce, i miei odi, le mie speranze e, forse, anche qualcos’altro. Poi mi sono infilato nella notte che è da sempre la mia amante preferita e me ne sono andato via attraverso quei cortiletti bui senza luna. Lì, in fondo ai miei blues. Bimba, son solo uno di quei vagabondi Sto vagabondando da nemmeno io so quando Quando sarà notte me ne sarò di nuovo andato” (Bound To Loose Bound To Win-Bob Dylan) E’ di notte che la vita vibra a rallentatore e l’esistenza ci divora. E’ di notte che si sussurrano le confidenze e si diventa teneri e romantici. Ma tutto questo non mi accade più da molto tempo ormai. Può darsi che abbia perso quella parte di me e che tutte le voglie, a furia di ristrettezze, mi sono passate in un botto. Ed è inutile che io mi affanni a cercare i dettagli non li troverei neanche a stanarli con il lanternino. Lì come sono sparpagliati in fondo ai miei blues. Nell’umidità della notte una puzza di piscio acidulo mi attraversa il naso. Mi passo una mano sul viso come per cancellare ogni traccia di me, come per mettere una pausa ai miei pensieri. Non piove più e un venticello si è alzato sulla città. Le profezie che cerco, me lo ripeto, sono lì, in fondo ai miei blues. E’ solo dentro le canzoni che soffiano le risposte. Bisogna semplicemente aspettarle e loro, come per incanto, arrivano imprevedibili, violente, ciniche e, alle volte, anche sensuali. Succede pure quando si è prigionieri dell’angoscia che agguanta e svilisce scaraventandoci nella mediocrità. Quelle parole, però, sono fragili come vetro, e una volta catturate, bisogna tenersele strette al cuore, cullarle come si fa con un amante nella notte. Sul far del mattino, il freddo che si è piazzato dentro di noi, per un po’ andrà via. Da quanto, da quanto tempo è partito il treno della sera? da quanto, da quanto bambina mia, da quanto? (How Long Blues-Leroy Carr) Alla stazione della vita, ho comprato un biglietto di sola andata e nel posto dove vado non c’è nessuno che mi aspetta. Il vento ha preso ad abbaiare come fosse un cane rabbioso. La strada brilla, sotto le luce bianca del neon. Mi appoggio ad un lampione e con lo sguardo prendo a vagare intorno. Dalla sigaretta aspiro una boccata di fumo strizzando gli occhi. C’è stato un tempo in cui mi infilavo nella bruma, sotto la pioggia, e spingevo a fondo il pedale della vita. C’è stato un tempo in cui nulla riusciva a farmi paura, neppure ricominciare da capo. Sapevo sempre cosa fare o cosa non fare e, se sbagliavo, andava bene lo stesso. Non come adesso che ho solo voglia di andarmene a nascondermi il più in fretta possibile. Non come adesso che nessuno capisce, che davvero mi dispiace per qualcosa. Ma a nessuno sembra importargliene. Non come adesso che non ho più nessuno che mi può aiutare. Non riesco ad esser più buono come prima. Non ci riesco, bimba, perché il mondo è diventato ingiusto, dolcezza. Preparami la valigia, dammi il cappello non chiedere di me, bimba, perché non tornerò.” (World Gone Wrong - tradizionale- arrangiato da Bob Dylan) Mia madre me lo diceva di essere gentile con gli altri che loro lo sarebbero stati con me. Alla luce dei fatti forse si era sbagliata. Adesso non ho più voglia di sorridere, ma ho anche una paura fottuta di smettere di essere come sono stato. Bevo un altro sorso di vino e un altro ancora. Non so proprio che fare. Dio! So che voglio e che devo fare. Ma farlo realmente è davvero un'altra cosa. Do un occhiata alla bottiglia la porto alla bocca e ricomincio a bere. Tossisco, barcollo e cado nel vuoto, spalanco gli occhi e rabbrividisco. La bottiglia mi cade in terra, gli tiro un calcio e sferro un pugno nel vuoto. Visioni di Billie Holiday in bianco e neroLady Day entra in un bar, cammina lentamente con lo sguardo rivolto a terra e si dirige verso lo sgabello che è lì, fermo come se la stesse aspettando. Quando ci si siede, lo fa con una grazia che lascia tutto il pubblico di stucco. A quel punto Lester Young si avvicina e si mette al suo fianco. Lady Day ha i capelli attorcigliati in un garbato chignon. Alza lievemente il capo e la band inizia a suonare. Alle prime note degli ottoni una piccolissima smorfia gli contrae il labbro sinistro. Adesso, sempre lentamente, gira gli occhi che sembrano immensi specchi neri e osserva un punto indefinito della sala. Poi cade in trance e inizia a cantare Fine and Mellow. La notte e i graffi che la pioggia lascia sui vetri si specchiano sul suo viso. Lì, in fondo ai suoi blues. Dopo che gli applausi erano finiti e la gente se n’era andata. Scendeva le scale del bar e usciva verso l’albergo che lei chiamava casa. Aveva muri verdastri e il bagno nel corridoio. E dissi no, no, no oh, Lady Day. (Lady Day-Lou Reed) C’è sempre un prima in ognuno di noi. Ed è sempre un dolore quello che ci cambia. Mi tornano i pensieri, quelli tristi, ma adesso non ho più fretta. Perché con l’età so bene che qualcosa perdo ad ogni ora che passa. La strada del tempo è spietata, cambia tutte le prospettive. Così quella follia, quella vanità che avevo da ragazzo, nell’andare avanti si è fiaccata e vorrei fermarmi di botto per rivederla passare, quella giovinezza, adesso che il tempo mi ha detto come sono la gente e le cose. Adesso che me ne sto qui e non riesco a muovermi, quasi a respirare. Tremo soltanto. Fermo qui ad aspettare.  Quando l'ultima rosa dell'estate mi pungerà il dito ed il caldo sole mi farà gelare fino alle ossa. Quando non riuscirò più a sentire la canzone E non riuscirò a distinguere il mio cuscino da una pietra. Camminerò da solo accanto al nero fiume fangoso e canterò una canzone da solo. Camminerò da solo accanto al nero fiume fangoso e sognerò un sogno tutto da solo”. (Black Muddy River-Robert Hunter) Mi ha tolto tutto quel bacio sul labbro sinistro, tutto quel che avevo. Ma è stato un raggio di sole in un mare di merda. Lì, in fondo ai miei blues. 



Bartolo Federico