domenica 5 ottobre 2014

L'Ultima Foglia




Guardò la strada mentre le note di “Animal Skin” avvolgevano la notte che dilagando si era presa la parte migliore di lui. Poi la pioggia pian pano aveva fatto il resto. Anche se non aveva mai avuto grandi bisogni e conduceva una vita modesta si era reso conto che non aveva fatto bene i conti con questo mondo che gli chiedeva di continuo un cambio di passo. In piena corsa, magari in affanno, qualcuno ad un tratto batteva il tempo e allora tutti dietro come impazziti a rincorrere non si sa cosa. Non c’è l’aveva fatta più a reggere quel ritmo, cosi quando credeva di avere tutto in pugno, poco a poco, era precipitato. Certo, non è che fin lì avesse combinato grandi cose, di sicuro non aveva cambiato il corso dell’umanità con una nuova scoperta scientifica, non aveva fatto nulla di memorabile se non tentare di essere se stesso, di vivere secondo la sua morale e i suoi principi. Non era mai andato a bussare alle porte di quelli che contano. Aveva cercato di farcela da solo, ma si era illuso, il prezzo che pagava per questa libertà che si era preso era altissimo. Nessuno ama i cani sciolti, specie quelli che ringhiano. 


Era sempre stato una persona complessa, rigorosa, ma credibile e generosa con chiunque incontrasse. Sulla strada percorsa aveva imparato che gli uomini non erano affatto così buoni come pensava. Bastava comunque non dare troppa corda a nessuno. C’era voluto del tempo per capirlo, nel frattempo gli era toccato cambiare e indossare una catafratta di protezione per non finire miseramente accoppato. Ora non era più sicuro di nulla, neanche che questo stratagemma funzionasse davvero. La paura aveva preso il soppravvento e si sentiva disarmato, le sue barriere si erano indebolite, non aveva più le idee tanto chiare. Di certo aveva bisogno di soldi, ma non così tanti, solo quel giusto che gli avrebbe consentito una vita dignitosa. Si aprì una birra ed era chiaro che non poteva continuare ad innaffiare le sue disgrazie, doveva in qualche modo trovare una via d’uscita. Ma quella notte di sicuro non aveva di meglio da fare.


Dalla finestra guardò le nuvole grigie che erano comparse all’improvviso, nel tardo pomeriggio, sulle montagne proprio di fronte casa sua. Quando erano giunte non promettevano nulla di buono, tanto è vero che adesso la pioggia scendeva copiosa. Aveva infranto le regole quel giorno ed aveva scaricato dal computer i file del nuovo disco di Tom Waits, Bad As Me, con la promessa a se stesso che se le cose sarebbero cambiate lo avrebbe comprato quel cd, magari in versione deluxe, con tre brani in più. Tom era stato un compagno di viaggio prezioso, la colonna sonora della sua vita il suo blues quotidiano. Intanto che sorseggiava la birra, Kiss Me lo riportava indietro, al tempo in cui era stato davvero troppo solo e anche troppo lontano. Small Change, Blue Valentine e Foreign Affairs gli avevano offerto una sponda di salvataggio stringendolo nel loro caldo abbraccio. Quei vecchi brividi li sentii vagare nuovamente sulla sua pelle, ma fu per un attimo. Il cinismo che si era impossessato di lui lo portò a pensare che alla fine passa tutto, anche la voglia di resistere, di essere amati, di combattere. Pian piano le forze ti lasciano e ti abbandoni, fino a scivolare nel limbo e non badi più a nulla, lasci tutto sospeso, come delle cambiali che sai che non potrai onorare.


Baciami come un estraneo ancora una volta. Voglio credere che il nostro amore è un mistero, voglio credere che il nostro amore è un peccato. Voglio che tu mi baci come un estraneo, ancora una volta”.(Kiss Me )


Si finisce sempre per attaccarsi alla vita e alle sue molteplici sfumature, ma bisogna essere fortunati, o non troppo sfortunati, a seconda dei casi, per restare sempre sobri. Dopo sette anni di silenzio, da Real Gone, Waits era riapparso al mondo con il suo blues schiacciato a caldo sul ferro battuto e inzuppato in quell’umanità di derelitti che questo mondo cerca in tutti i modi di ignorare. Poetico e polveroso come quelle vecchie scatole ammucchiate in cantina, cantato come solo lui può. Tom Waits è sempre stato un puro, un visionario, uno che non ha mai ceduto di un passo alle lusinghe del mercato discografico, anche quando questo gli avrebbe fatto ponti d’oro. Rifiutò l’offerta di salire le scale della celebrità realizzando un capolavoro sotterraneo come Swordfishtrombones che egli stesso definii “il diario di un delirio”. Testardo come un mulo ha sempre fatto quello che riteneva più giusto, anche sbagliando, ma restando sempre leale a se stesso e al suo pubblico. Bad as me sembra un greatest hits delle sue mille facce musicali, e lui ci mette tutto il cuore e l’amore possibile per fare sembrare queste canzoni nuove di zecca. Le torce e le sbrindella, ma nello stesso tempo le rende meno ostiche che in passato, le veste di quei suoni che lo hanno reso unico e che provengono direttamente da quel blues centenario che ha nel sottofondo il rumore della strada e delle monete che i passanti facevano cadere nel bicchiere di latta dei bluesman. 


La pioggia aveva dipinto pozzanghere concentriche sull’asfalto, che lui osservava dalla finestra di casa. La lampada sul comò spargeva una luce fioca come la sua speranza che, si sa, è sempre l’ultima a morire. Si appoggiò al vetro e si sentii la testa vuota, non aveva nessuna protezione sociale, era stato lasciato solo nella tana dei lupi. Il finto liberismo aveva provocato una caduta verticale dei più elementari sostegni sociali, la grande finanza si era inghiottita il mondo in una bolla speculativa che pagavano sempre i soliti, i più deboli e i più indifesi. Il suo lavoro, come quello di milioni di altri sventurati, era svanito nel nulla mentre lo stato restava inoperoso. Tanto lo Stato è in mano alle banche, alle multinazionali, ai narcotrafficanti, ai signori della guerra, che sono poi quelli che hanno il potere economico.


 “Beh, è difficile per alcuni momenti / Per altri è dolce / Qualcuno fa i soldi quando c'è il sangue in strada ... Beh, abbiamo salvato tutti i milionari / Hanno ottenuto il frutto / Abbiamo ottenuto la buccia” (Talking at the Same Time).
 

Il rock’n’roll di Get Lost, in puro stile anni ’50, lo scosse da quei pensieri. Come era ormai consuetudine, da Swordfishtrombones in poi, anche Bad as me, era stato scritto e prodotto insieme alla moglie Kathleen Brennan. Questa volta i due avevano optato per canzoni brevi, quasi delle istantanee in bianco e nero, ma ingrandite e manipolate come sempre nella camera oscura dell’anima. L’album conteneva diverse ballate, da sempre il suo piatto forte, che sanno entrare sotto la pelle e scucire il cuore. Back In The Crowd è una canzone per chi viaggia verso il confine ed oltre ad essere un velato omaggio a Roy Orbison, il re dei solitari, per come è arrangiata e cantata sembra che provenga dalle “Baja Session” di Chris Isaak. In Face To The Highway Marc Ribot e David Hidalgo, due magistrali musicisti, con le loro chitarre danno vita ad un blues arido e spettrale, in una città che non ha più roba da bere. 


Il diavolo vuole un peccatore Il cielo vuole un uccello La tabella vuole una cena e le labbra che lei.” (Face To The Highway)


Gli uomini del blues sono stati sempre in bilico tra i richiami dello spirito e quelli della carne. Niente di meglio poteva trovare in giro per questo sporco lavoro se non un altro ribelle del rock, quel Keith Richards che con la sua chitarra ritmica e la voce sbilenca sembra che esca direttamente da una sua canzone. “Sei la punta della lancia, il chiodo della croce, la mosca nella mia birra, la chiave che ho perso, la lettera di Gesù scritta sul muro del bagno/ la madre superiore vestita solo con un reggiseno/ Sei cattivo, sei della mia stessa razza. (Bad As Me). I due avevano già lavorato insieme sin dai tempi dello straordinario Rain Dogs. Allora Waits ebbe a dire di Richards “Stavo per buttare via Union Square, ero deciso a chiamare l’uomo delle pulizie, quel pezzo era trito e ritrito. Qualcuno però diceva che aveva qualcosa di interessante. Diavolo dicevo, non ha un bel niente. Poi arrivò lui.” Dire che c’è idillio tra loro e dire poco, tanto che Tom omaggia Richards e Jagger nell’ironica Satisfied, R&B che sembra provenire dall’indimenticato “Heartattack and Vine”. «Prima di andarmene e morire, avrò soddisfazione/ Sarò soddisfatto/ E adesso, signori Jagger e Richards, mi gratterò dove mi prude». Poi incrociano le due voci nell’acustica Last Leaf, una canzone che è tra le cose migliori di questa raccolta.


 “Sono l'ultima foglia sull'albero l'autunno ha preso il resto. Ma non mi prenderanno. (Last Leaf) 


I contorni apocalittici de “La Strada”, il romanzo di Cormac Mc Carthy, lo stavano soggiogando, quando vide un ombra fare un balzo nel buio. Il cuore gli salì in gola, ma era solo un gatto che cercava rifugio nella veranda di casa. Aveva messo tutti l’uno contro l’altro, quell’intrattenitore da crociera sul mediterraneo, che governava il paese. Un tipo bislacco, senza nessun particolare talento, senza nessuna vergogna che non si sa da dove sia sbucato fuori. Ad un tratto il mondo se lo era ritrovato dappertutto, perfino nel gabinetto, con quel sorriso stampato sulla faccia da furbo imbonitore. Ma il tempo anche per lui stava per scadere. Si sentono nell’aria certe cose. “Quando i lombrichi si nascondono qualcosa sta accadendo”, cosi diceva suo nonno. Alzò gli occhi e li vide che volteggiavano prominenti nel cielo. La puzza si faceva sempre più forte e presto o tardi gli avvoltoi sarebbero scesi giù. Nell’oscurità gli sembrò di conoscerli tutti . 



Intanto che il blues bruciante di Chicago e l’armonica di Charlie Musselwhite, percuotevano le pareti della cassa acustica, si staccò dalla finestra. Era ora di andare, di lasciarsi alle spalle tutto il marcio, di non chiedersi più perché, ma Pay me catturò ancora la sua attenzione. Quella triste ninnananna dal cuore infinito gli parve che stesse parlando di lui e dei suoi amici che erano rimasti a vagare nella notte in cerca delle proprie tracce che la pioggia aveva cancellato per sempre. “… ho cucito un pizzico di fortuna in un lembo del mio abito..”(Pay Me). Era quello che ci voleva, solo un po’ di fortuna. Lei era sempre stata orgogliosa di lui e continuava ad esserlo. Lo guardava da chissà quanto tempo dal ciglio della porta con la faccia appiccicata al vetro. Le fece tenerezza vederlo immerso nei suoi pensieri. Quando lui si giro i loro sguardi si intrecciarono,lei gli sorrise e si avvicinò e con un lieve, lievissimo bacio gli sfiorò le labbra.


“Ray ha detto accidenti a te. E qualcuno ha rotto la mia macchina fotografica. Ed è stato Capodanno. E tutti abbiamo cominciato a cantare.”(New Year’s Eve)



Bartolo Federico 


L'Ultima Foglia (tratto da :Viaggiatori Nella Notte)

sabato 4 ottobre 2014

Lucinda Williams – Down Where the Spirit Meets the Bone (2014)




Diamanti Sul Parabrezza.

Avevo imboccato quella strada solitaria, senza nulla da attraversare, né paesi né città, nulla. Guidavo e volevo che le cose scivolassero per i fatti propri. Volevo abbandonare tutto quello che mi aveva ferito, come vuoto a perdere, sul ciglio della carreggiata. Volevo mettere un po’ d’ordine in me stesso, perduto nel grande spazio. Ma qualcosa stava accadendo in quel luogo di desolazione, in quella giornata carica di luce.

Lei era tornata dal suo vagabondare e mi aveva mandato delle canzoni che mi parlavano di un’ America smarrita, di piste battute dal vento, di amore, morte e guerra, di souvenir raccattati al confine e mi sentii come l’ultimo dei pionieri, mi sentii come un robivecchi dell’anima. Mi spiegava che non potevo lasciare certe cose, perché quelle erano nel profondo di me stesso, mi appartenevano. Non potevo emigrare da quelle sensazioni o da certe canzoni. No, non potevo farlo davvero, dovevo solo andargli incontro.

Cosi presi quella pista che mi portava dentro il cuore dell’America, imboccai la strada 51, la strada che i vecchi bluesman percorrevano per seminare le loro perle e che lei ha raccolto quando, selvaggia e ribelle, viaggiava su strade di polvere, mentre incredula osservava il West scorrere dietro di lei e, scriveva la sua poesia sul parabrezza dell’auto .

Mi prendono a sberle queste canzoni con parole omicide che s’infilano dentro, come pirati all’arrembaggio. Sono dense e aspre, ma anche fragili come i blues, e prendono qualsiasi direzione come pallottole vaganti. Sprigionano gioia, disperazione, tristezza. Si ricordano che sono figlie delle Pietre Rotolanti e del folk asciutto e grezzo di Dylan. Ma lui è ovunque, lui è dappertutto, anche nel più crudo disco di punk. Lui è sempre lì.

Supero quella linea ferrata ormai in disuso e mi appaiono le ombre dei vecchi fuorilegge: John Wesley Harding, Billy The Kid , Jesse James, che fischiettano sottovoce, e mi sembra di riprendermi un pezzo d’identità che avevo smarrito. E’ in questo vuoto immenso che percorro in cerca delle mia città-fantasma, senza roba da bere, che risento forte e chiara la presenza dello sciamano Jim Morrison aleggiare in Awakening.

Il cielo è di un blu intenso e la strada è lucidata di nero. La vecchia Route 66 è malconcia e piena di nostalgia, per i vecchi motel e per quelle anime che l’hanno attraversata, come quei due solitari, bevuti di vita, che erano Jack &Neal mentre correvano controvento a toccare i sensi all’America. Aveva fatto i conti con se stessa, aveva rassettato la sua vita, ma non si era appagata, tutt’altro. Adesso era finalmente libera anche di vestire i ricordi con una nuova taglia e farli risplendere come fossero nuovi di zecca .

Ad ognuno le strade a misura dei propri sogni. Le valigie erano nuovamente sul marciapiede. Se n’era andata a vagare sotto un cielo di stelle cadenti, cosi Born To Be Loved l’aveva scritta sulla sedia a dondolo di Tony Joe White guardando la palude e sorseggiando una birra. Intanto che Buttercup mi agguanta e mi leva il respiro, orgogliosa e insofferente com’è, si tinge di scuro nel ricordo struggente di un amico in Copenhagen. Quando arriva Seeing back sobbalzo dal sedile con una sciabolata chitarristica alla Crazy Horse . Che cosa pazzesca mi stava capitando! Dentro quelle mappe del cuore continuai a guidare e ogni volta che arrivavo in fondo mi toccava ricominciare daccapo.

Poi quello sbuffo di vento mi porta un bacio lieve, Kiss like your kiss, che mi è finito sulla bocca, e lì me lo sono tenuto per tutto il giorno, e lo terrò per tutti i giorni che verranno, insieme alle altre sue strepitose ballate, dolenti e malinconiche, che mi riempiono gli occhi e l’anima, come angeli ubriachi di rock’n’roll , e di lei.(Tratto da Viaggiatori Nella Notte)

domenica 28 settembre 2014

Quando La Città Cade Nella Notte




Giorno e notte Sento la sua pelle è sottile e bianca come latte condensato. Chiusi gli occhi e lei svanì, come la seta bruciata. E ciò che resta è stato come qualche tuono caduto. E le mie labbra sono incatenate; piene di vuoto stupore. Ma le stelle dicono bugie, e accecano l'unico avvertimento. E quando il buio muore, non c’è più niente.(Day And Night – Jim Carroll)


Alle volte le uniche cose ad avere la luce, sono le stelle. Il resto sembra avvolto dalle tenebre. Dopo una gincana tra le auto dei clienti posteggiate sul marciapiede, entrai nel bar-tabacchi. L’unico a quell’ora della notte, ad essere ancora aperto. Dei ragazzi seduti sugli sgabelli vicino alla vetrina vestiti come Eminem, bevevano birra e ridevano. Comprai un pacchetto di Winston, un accendino zippo, ed uscì. Nella penombra una donna e un uomo camminavano abbracciati, poi s’infilarono nell’hotel con l’insegna bianca, in fondo alla strada. Le cose che fai passano e se ne vanno senza che tu te ne accorga. Ma nessuno di noi è in grado di sapere quello che uno farà, e neanche dove andrà a finire. Il più delle volte ci passiamo sopra a questo mondo, quasi inosservati. Capita pure che un giorno ci si svegli e ci si senta traditi, e non si riesca più a trovare le parole. Senza rendersene conto senza lotta, ci consegniamo agli eventi. Rabbrividendo. Tornai a casa e restai per un pezzo alzato, guardando fuori dalla finestra. Dopo mi distesi sul letto con la radio accesa, ascoltando il notiziario della notte. In strada non c’era quasi più nessuno, passava solo qualche macchina. L’ho amata. Poi all’improvviso tutto è peggiorato ed è andata via. La vita può cambiare così velocemente e in un modo repentino, che in un primo tempo non ci fai neanche caso, tanto si è distratti dalla casualità dell’accaduto. In seguito ci sente storditi, e si finisce a testa in giù. Dentro una ballata rock scura e dolente, come quelle di  Lee Fardon.


Era sbucato all’improvviso dalle nebbie londinesi quel ragazzo con il cuore pieno zeppo di sogni e canzoni, che trovavano ispirazione in Dylan ,Van Morrison, e Lou Reed. Il suo disco Stories Of Adventure uscito nel 1981, aveva suscitato l’attenzione di tutti quelli che si erano ritrovati per strada traballanti, è fuori moda. Gente che non aveva ancora acquisito la forza della saggezza per fermarsi di botto. In quei solchi c’era quella smania di andare a vedere i colori della notte, insieme a tutti quelli che si sentivano con le spalle al muro. Canzoni che sono come una cicatrice ruvida. Che hanno il colore bluastro del livido di una brutta botta. Pochi accordi per ricamare un sound roco e struggente. La voce profonda di un uomo che guarda la vita andare a rotoli, ma che cerca anche un modo per salvarsi. E ti batte direttamente sul cuore. Questo disco fragile e forte nello stesso tempo, racconta la sua rabbia, e la nostra malinconia. Lei mi aveva detto: Non era così che mi aspettavo che andasse. Mi spiace ma non posso più stare con te. Udii la porta sbattere nient’altro. Alle volte le cose finiscono tutte in una volta.


I miei genitori non divorziarono, ma era come se lo avessero fatto. Mia madre non faceva niente per non far trasparire l’odio che covava per mio padre. Ma il più delle volte s’ignoravano. Era stata una vita di sopportazione da parte di tutti che aveva prodotto un accumulo di rancori, e di disprezzo. Perché lo avevano fatto? Me lo sono chiesto un mucchio di volte. Ma non ho mai trovato una risposta. La mattina presto di buon ora, ero seduto in cucina. Avevo fatto il caffè e con una tazza fumante in mano, me ne stavo a scrutare i pensieri. Al di là dei proclami del governo e di quello sparacazzate, c’era molta gente a spasso e le cose peggioravano di giorno in giorno. Non avendo niente da fare dovevo solo trovare un modo per passare la giornata. Come molti cercavo di tirare avanti, ma alle volte mi frullavano cattivi pensieri. Per distogliermi accesi il computer e ascoltai una playlist musicale, che mi ero fatto qualche tempo prima. La prima canzone era The Have Nots degli X. 

Questa è la gara che è in atto mentre tu giochi. Come ci si sente ad avere la propria bottiglia di whisky accanto al bancone. Come ci si sente a giocare a carte con le cameriere, mentre loro lavorano.


Quella mattina, andai a trovare la moglie del mio amico Massi. Lo avevano arrestato dopo che una notte aveva forzato una finestra ed era entrato in un supermercato. Aveva arraffato un po’ di alimenti riponendoli dentro una busta di plastica. Aveva preso solo quello che gli serviva, niente di più. Tremava come una foglia e non si era nemmeno accorto, che l’allarme era scattato. Così ad aspettarlo fuori c’era già la polizia. Il giudice lo aveva condannato ad un anno di carcere senza concedergli alcuna attenuante. La ditta per cui lavoravamo, aveva licenziato ventitré membri del personale tra cui noi. Eravamo disoccupati da sei mesi. Ti mandano via e ti lasciano solo in un mondo impassibile. Ti umiliano e fanno si che perdi anche quel barlume di dignità, che prima t’illuminava la vita. La giustizia deve fare il suo corso mi disse il giorno del processo il Pubblico Ministero. Che se ne vada al diavolo. Non c’è mai stata giustizia per i poveri. Mai. Concussion di Matthew Ryan è un disco che parla di vita reale. E' un vuoto grande quanto un pugno, non più grande del cuore. E’ il resoconto di un uomo in fuga dalla legge, un piccolo sconosciuto Nebraska. Hanno toni scuri e violenti queste canzoni senza squarci di luce, ma cosi' profonde e liriche. che t’inchiodano al muro lasciandoti senza respiro. E’ il pulsare delle cose, il loro senso preciso. È un sogno per quello che non verrà mai. Ma è anche il conto alla rovescia di una vita ordinaria. Chi le canta, possiede una voce che è come carta vetrata, che ti ferisce come una scarica elettrica nelle orecchie. La pioggia cominciò a cadere, riempiendo l’aria di un odore stantio inzuppando d’acqua la città assetata. 


Il bar era abbastanza spazioso appoggiai i gomiti sul bancone, e ordinai del gin con ghiaccio. Il barista finì di lavare frettolosamente i bicchieri, che sistemò in fila su un canovaccio si asciugò le mani, e mi versò da bere. Abbassai gli occhi e sorseggiai il contenuto. Da un po’ di tempo mi tremavano le mani, era il mio stato nervoso che era molto scosso. Me lo aveva detto il medico della mutua che mi ordinò dei psicofarmaci, che però non prendevo. Lo stress mi stava sgretolando. Faccia pure pensai tanto di qualcosa si deve pur morire. Quattro persone si sedettero a un tavolino rotondo in fondo alla sala, e presero a parlare ad alta voce. La mia abitazione era un edificio a tre piani col tetto piatto, in un quartiere popolare. Una casa piccola insignificante. Dietro c’era un campetto di calcio in terra battuta. I ragazzini della zona ci passavano il pomeriggio giocando al pallone. Ripensai a Nella, la moglie di Massi, mentre rientravo. Era stata contenta di vedermi l’aveva apprezzata la mia visita. Non ci andavo spesso da lei mi pareva d’importunarla, e poi non volevo che i suoi vicini pensassero chissà cosa e mettessero in giro voci strane, che avrebbero ferito un mucchio di persone. Lavorava ad ore come donna delle pulizie. Non era molto quello che ricavava, ma quanto meno riusciva a comprarsi da mangiare.


Le case del vicinato erano tutte al buio. Mi sembrò di poter sentire i suoi passi, e anche altri suoni che riempivano la stanza. Ma il suo calore era una cosa che non potevo cogliere più. Accesi una sigaretta, e soffiai il fumo contro il vetro della finestra. Perché era successo? Non lo sapevo, e non lo avrei mai saputo. Avevo pensato tante cose. Ma l’amore finisce. Bisogna solo farsene una ragione. Fuori in strada i rumori della notte stavano tramando qualcosa di sospetto. Ma io voglio solo un indizio. Perche quando la città cade nella notte, prima dell’oscurità c'è un istante di luce. E tutto allora sembra chiaro e l'altro lato, sembra così vicino. (City Drops Into The Night-Jim Carroll) Dei ragazzi in mezzo alla strada stavano spacciando eroina. Si atteggiavano da veri duri con i loro cappelli da baseball con la visiera girata all'indietro, la canottiera bianca, e i jeans, che lasciavano intravedere i boxer. Il grassone ubriaco faceva il gesto della pistola con la mano, puntandola su chiunque passasse. Una macchina nera transitò a velocità ridotta, girò a destra e sparì. A casa di Jim il televisore era appoggiato a terra, e una sigaretta si stava consumando da sola nel posacenere. Regnava il cattivo odore in quell’appartamento in cui mancava l’aria. Il fetore era come quello di un frigorifero sporco. Le tende e le persiane erano abbassate, e  tutto era avvolto nell’oscurità. Lui stava riverso sul letto strafatto, con il laccio emostatico ancora legato al braccio.

Ciò che ti trovi tra le mani è soltanto un altra iniezione, e ce ne sarà sempre un’altra, con soltanto un po’ meno roba della prossima. (City Drops Into The Night- Jim Carroll)


Tutti i suoi amici erano morti, ed era davvero troppo tardi per innamorarsi. Ma anche troppo presto per morire. Avrebbe voluto un mondo senza gravità per volare e vedere finalmente le stelle, e gli angeli dormire. Era nato in una pozzanghera mentre sua madre era in piedi, lasciandogli aperta solo la strada per la tomba. Quando vide il mondo era peggio che incazzato. Poi decise di purificare la sua anima, perché era un ragazzo cattolico. Ma c’era sempre qualcuno che lo aspettava per rubargli la luce dagli occhi. Pur precipitando ha continuato a cantare. Ma  quando gli hanno strappato il vento dall’anima, la città è caduta nella notte. Massi era innamorato di Nella. Ed io lo ero stato di mia moglie. Sentì la nausea salirmi e quella paura del vuoto, si prese tutto di me. Mi diceva che  era una vita da cani quella. Non potevo darle torto. Adesso un po’ d’alcool mi avrebbe migliorato le cose, la loro visuale. Ero stato forse un egoista ma non ero mai stato capace di mentire, rubare, imbrogliare. Le luci del quartiere stranamente risplendevano. Sembravo uno spettro dentro quella casa. Ma era per tutte le cose che amavo che sarei rimasto lì. In attesa della luce del giorno.


Bartolo Federico