sabato 24 settembre 2016

Miagolando Il Blues (vagabondo per orgoglio)



Passai una notte insonne nella stanza di quel motel. Una vera topaia, ma al prezzo che chiedevo, non avevo trovato altro. La mattina quando ripartì, il tempo era ancora messo male. Una schiera di nuvole basse e grigie, coprivano il cielo rendendo l’atmosfera cupa. Per non annoiami infilai nello stereo della macchina “Blues From Laurel Canyon”, il primo album americano di John Mayall. Un disco influenzato da sonorità psichedeliche, molto in voga nel 1969 anno in cui fu pubblicato. Accompagnato da una band ridotta all’osso, con la chitarra di Mick Taylor, il basso di Stephen Thompson, e le percussioni di Colin Allen, ne venne fuori un blues stringato ed essenziale, figlio dei Canned Heat perfetto per guidare nei grandi spazi aperti. Musica che ti fa scorazzare con la fantasia in un tempo polveroso, quando il deserto era attraversato da chopper con a bordo Dennis, Jack, e Peter, e tutto poteva ancora accadere. Il cofano della macchina era pieno di reliquie, schegge di memoria, testi di canzoni, graffi e poesie. Da qualche parte c’era anche la Polaroid di mio padre. Guidavo e avevo non so perché, la netta sensazione di essere come un reduce di un altro mondo. Durante quel viaggio mi ero prefisso di piantare qualcosa lungo il tragitto, come fosse un segnalibro infilato in un racconto. Un modo come un altro per lasciare qualche traccia di me.



Nella tarda mattinata finalmente le nuvole si aprirono, e nel cielo comparve un sole caldo. La sera della partenza alla chiusura del negozio, avevo salutato il signor Alfredo comunicandogli che non sarei tornato a lavoro, e spiegandogli  quello che avevo in mente di fare. Inaspettatamente fu molto comprensivo e generoso nei miei riguardi, tanto che mi regalò l’incasso del giorno. Quel gesto mi colpì molto. 

I "travellin’ man" così venivano chiamati i vagabondi di colore, si spostavano lungo le strade polverose battute da operai ferroviari, braccianti agricoli, giocatori, prostitute, e sbandati di ogni tipo. Tutti si muovevano con un'unica direzione Chicago. Dal 1920 al 1950 cinque milioni di neri migrarono dagli Stati del Sud, verso la città del vento. 

Io non avevo una meta da raggiungere, stavo solo cercando di prendere il mio tempo. Dovevo chiudere delle porte, e riaprirne delle altre, guardando a destra e a sinistra, su e giù.  Un vagabondo per orgoglio. 



Dopo che Peter Green lasciò i Bluesbreakers di John Mayall portandosi appresso anche il bassista John Mc Vie, reclutato il chitarrista slide Jeremy Spencer, e il batterista Mick Fleetwood, nel 1967 diede origine ai Fleetwood Mac. “Peter Green’s Fleetwood Mac”, fu registrato nel 1968 in solo tre giorni. Il blues si era rimesso in cammino emettendo un nuovo ruggito. Ispirato e lirico pronto ad esplodere, in questo disco si omaggia Elmore James, Howling Wolf, e Robert Johnson. Ma quando Peter Green è la sua chitarra prendono le redini, la musica comincia già a intrufolarsi nella foschia del mattino.


La statale è sinuosa ed è piacevole da attraversare. Mi tornano in mente certe fughe solitarie che avevo fatto da ragazzo, tra spiagge e scali ferroviari. Come allora cerco nuovi luoghi per rimettermi a sognare. 

È un netto cambiamento quello che avvenne nei Fleetwood Mac con la pubblicazione nel 1970 di Then Play On. Peter Green inizia il suo volo nello spazio, dentro atmosfere trasognati e cosmiche. La musica come nella migliore tradizione psichedelica si dilata camminando sperduta, fino a quando non ricade sulla strada. Il suo vero unico rifugio. Qui non c’è più il filo spinato a recintarla. Quel filo che aveva fatto ingoiare umiliazioni e rinunce viene spezzato, il blues torna a viaggiare libero. E diventa un veicolo per l’anima, perché non ha altro posto dove nascondersi, se non in un fremito, o in un dubbio. 


C’erano un sacco di strade che portavano a Chicago, tutte dei numeri dispari. La 45, la 51, la 23, la 13, la 49. La 61 è la più famosa per via di quel disco di Bob Dylan, ed è anche il luogo dove Robert Johnson strinse il patto con il diavolo. Vie di fuga per i neri delle piantagioni di cotone del sud, celebrate come fossero delle donne. Perché la strada rimane la più grande puttana del mondo. Big Joe Williams dedicò un disco a questi tragitti secondari, polverosi e malinconici. Ascoltare Blues On Highway 49 è come avere di fronte una cartina stradale del delta, dove però si scorgono nitidi i vagabondi che ci correvano sopra furtivamente, e che suonavano la chitarra in stile bottleneck, per miagolare il loro blues nella notte.


In Italia accadono sempre cose strane. Un paese dai mille segreti di Stato, dove si può ammazzare un ragazzo massacrandolo di botte, è tutti sono assolti. Un paese dove a pagare il prezzo più alto tocca sempre è solo, alla povera gente. La corporazione degli industriali appoggiati dalle multinazionali, hanno assoldato quel presentatore della Ruota Della Fortuna, per reprimere gli elementi a loro indesiderati. Operai, studenti, pensionati, precari, esodati, gay, una filiera di deboli, di condannati, che rompono le palle, scioperando e protestando. Vogliono un mondo senza diritti, un mondo di schiavi ubbidienti. Ma gli sta sfuggendo che quel popolo si sta ingrossando velocemente, e a dismisura. Ma quegli artisti o presunti tali, quei progressisti, che si ribellavano veementemente allo strapotere del bullo di Arcore, e si stracciavano le vesti nei vari talk televisivi. Quei cantautori, comici, registi, attori, tutti appartenenti a quell’area (si dice così no?) adesso di potere. Gente che si è tenuta in vita con la cannula dell’ossigeno, grazie a quel partito. Che fine hanno fatto? Dove sono finiti ? Il loro silenzio è assordante, di fronte a questo disastro collettivo. Ah dimenticavo l'ipocrisia.


La cantavano gli hobo sui treni merci questa canzone. 

Non m’importa se piove o gela starò bene tra le braccia di Gesù.’ Anche se dovessi perdere camicia e pantaloni lui amerà lo stesso i figli di puttana come me. Sono l’agnellino di Gesù? Si ci puoi scommettere che lo sono. 


Con quel sole che scaldava l’abitacolo della macchina, mi sentii ozioso ma mio agio. E mi fermai in uno spiazzale.  Dall’altro lato della carreggiata il traffico scorreva senza troppa fretta. In questo momento dei poveri disgraziati stavano sicuramente su qualche carretta del mare per cercare di arrivare, in una terra che non li voleva. Potevo essere in qualunque posto del mondo, con chiunque, ma ero anch’io come molti, un prigioniero. Quella guerra sociale stava sterminando milioni di famiglie. E nessuno faceva niente. Chissà perché’? Mi sentivo arrabbiato, ma anche sconsolato. Così decisi di andarmene al diavolo. Ma a modo mio. Con una grande scossa di musica. Quando ai Derek And The Dominos si aggiunse la chitarra di Duane Allman il più grande sliderman di tutti i tempi, le cose per la band di Eric Clapton, Bobby Whitlock, Carl Radle e Jim Gordon presero un'altra piega. Negli studi del Criteria di Miami nel 1970 si registrò Layla And The Other Assorted Love Songs, uno dei dischi fondamentali del rock blues. Certo che portarsi i ricordi dappresso può far davvero male. Dentro quello studio girava un mucchio di droga, e la musica che scorreva come un fiume in piena, era creativa ed eccitante. Doveva essere una sensazione meravigliosa, starsene lì ad ascoltare quei musicisti che esploravano il blues, il soul, il rock. Tutti correvano sulla stessa strada. E’ stata questa l’alchimia. Canzoni che rimangono nella memoria, come un brivido, una nostalgia, un colpo di fulmine. Per anni si è accreditato l’assolo di Layla ad Eric Clapton, ma quella fu un intuizione di Duane Allman. Uno che stirava le note come un elastico, senza timore che si rompessero.


Se un nero ammazzava un altro nero, “Jim Crow” telefonava alla polizia, e questo bastava per metterlo in libertà, e riportarlo a lavorare nei campi di cotone. La strada è un sogno, ed io voglio attraversare strade che non ho mai attraversato, per imparare nuovamente a sognare. Accesi la radio e infilai Blue Matter dei Savoy Brown. Mi sentivo le dita delle mani intorpidite, girai la chiavetta del motorino d’avviamento, e il motore ed io tornammo a vivere. Miagolando il blues.


Bartolo Federico

venerdì 9 settembre 2016

E' Tutto Finito Ora (bambina blue)

La pioggia si era messa a schizzare da ogni parte. L’uomo si passò una mano sulla fronte ma incomprensibilmente tardò ad andare via. Era vestito con abiti signorili, e vederne uno in quella zona, era davvero una cosa che non passava inosservata. Tanto che mi venne naturale chiedermi chi stesse aspettando. A guardarlo da dietro il vetro della mia finestra di casa, pareva un signorotto, di quelli che si vedono nei noir. Con quelle scarpe nero lucide, l’abito di grisaglia e il trench beige portato con il collo alzato, doveva essere un manager o un uomo d'affari. Di sicuro apparteneva a quella razza umana, lontana da me mille miglia. Uno di quelli che se la passava bene nella vita, con quell’aria di sufficienza anche sotto la pioggia che lo stava inzuppando dalla testa ai piedi. Quelle sciocche deduzioni spuntate davanti a un vetro sporco, mi furono sufficienti per farmelo stare ingiustificatamente sulle palle. Mi allontanai dalla persiana e spensi il radioregistratore che suonava “Are You Gonna Be There (At the Love-In)” una canzone della Chocolate Watch Band contenuta in “No Way Out”, album uscito nel 1967. Una garage band tosta, rude, messasi insieme nel 1964 a San Josè, città vicino San Francisco. Il gruppo, composto da Ned Torney, Mark Loomis, Jo Kemling e Tom Anton, aveva una passione sfrenata per suonare con chitarre taglienti un rock’n’roll grezzo, di grande impatto emotivo. Esordirono con un 45 giri contenente la cover ben fatta di “It’s All Over Now Baby Blue” di Dylan, anche se la loro influenza principale restava quella congrega di bastardi dei Rolling Stones. Si racconta che la versione di “Come on” fece impallidire lo stesso Mick Jagger quando la sentì. Non so perché mi ero tolto le scarpe e dopo un po’ la pioggia smise di cadere. Guardai nuovamente fuori dal vetro e di quell’uomo non c’era più traccia. Sparito in un lampo. Come alle volte scompaiono certe cose di noi. 

Era da un po’ che il peso di quello che facevo, o che non facevo, mi schiacciava verso il fondo. Cercare un senso a tutto questo non è che migliorasse la situazione. La mia voglia di verità e giustizia era fatica sprecata, destinata a rendermi la vita ancora più triste. Così, quella sensazione di sentirmi in trappola aumentava. Forse, ragionai, è solo una questione di prospettive. Ma in fondo vale sempre la pena di viverla questa vita. Anche quando inghiottiamo merda a palate, e ci sentiamo soffocare dagli eventi. C’è sempre un modo per rimetterci nuovamente sulla strada dei sogni. Alle volte una frase, un libro, una giornata di sole, un bicchiere di JD, una scopata con i fiocchi bastano per superare quei marciapiedi malconci e sconnessi, in cui ci troviamo a camminare. Alle volte serve anche una canzone dei Kinks per sorreggerci e riprenderci dallo sbandamento. Turbolenti e aggressivi, i fratelli Davies, tanto che i loro concerti si trasformavano sovente in gigantesche risse. Con liriche ironiche sostenute da un rock-beat energico e diretto, Ray e Dave entrambi chitarre e voce, prendevano di mira con le loro canzoni la piccola borghesia inglese. Nati nel 1963 dopo un breve rodaggio volarono in cima alle classifiche con “You Really Got Me”, un pezzo che diventerà negli anni un classico riproposto da un infinità di artisti. Nel 1979 vanno in tour in America ed è da quelle notti passate sui palchi che nel 1980 venne tirato fuori “One For The Road”. Un disco che offre abbastanza materiale di successo e che diventerà suo malgrado come un antologia. Ma questo è un disco per chi si muove in tante direzioni diverse, e si trasforma in tante persone diverse. La vita non è altro che una concatenazione di eventi, di frammenti, di ricordi.

Non esiste una giusta lotta. O forse si! Non sapevo più cosa pensare. Il diavolo mi era saltato fuori con un ruzzolone da una scatola di ricordi, chiusa da chissà quanto tempo. Nella penombra fissai l’estremità della sigaretta, e un sottile anello di fumo si alzò nell’aria. Precipitavo alla cieca verso l’ignoto. Spensi il mozzicone ed ebbi come l’impressione di essermi infilato dentro una di quelle buche da cui è difficile uscirne senza niente di rotto. Udivo il suo respiro, la sentivo muoversi nell’oscurità. La porta del bagno che si chiudeva, l’acqua che scorreva nel lavandino, i suoi morbidi passi mentre mi raggiungeva nel letto. Mi sentivo distrutto da quei pensieri. Allora accesi la luce e lo stereo in contemporanea, ricordandomi di un vecchio amico che in passato aveva riempito un vuoto. Dopo andai a dormire. American Fool uscì nel 1982 e come è capitato a tanti di noi, mi fece conoscere John Cougar un ragazzo nato in un paesino del Midwest, nello stato americano dell’Indiana. Veniva dalla periferia quel randagio. Con il giubbino di pelle e i Ray-Ban ti guardava dritto negli occhi, sfidandoti con quella spocchia tipica dell’età, mista alla diffidenza naturale di chi è abituato a sfidarla, l’esistenza. Mi sentivo come se fosse giunto a casa mia il fratello più grande che non avevo mai avuto.  Tenendomi stretto quel disco sotto le ascelle, comprato un sabato pomeriggio, John entrò nella mia vita mentre in sella al mio ciclomotore un Bravo truccato di colore rosso, guidavo nel traffico cittadino credendo di avere un Harley Davidson.

China Girl, Jack & Diane, Thunder Hearts, Hurts So Good furono una scossa di adrenalina, canzoni che centrarono il bersaglio e mi colpirono direttamente al cuore. Dopo aver pubblicato nel 1983 “Uh Uh”, un 33 giri dal piglio rollingstoniano, da sempre un grande amore di John Cougar, nel 1985 esce Scarecrow, un lavoro musicalmente più maturo dei precedenti, pensato e scritto in difesa della causa dei contadini, strangolati dalle banche e dalle scelte socio-economiche del presidente Reagan, che qui viene attaccato duramente in “The Face Of The Nation”. L’esempio che ha in testa Cougar, da sempre animato da una forte sensibilità sociale, è quello di Woody Guthrie. Ma per questa battaglia non si presenta come faceva Woody solo con una semplice chitarra acustica ammazza fascisti, porta con se una band di duri e puri rock’n’roller, una band che suona pungente e acre quanto basta, per rafforzare il suo urlo di battaglia e di dolore.

Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull'aratro Questa terra ha alimentato una nazione, questa terra mi ha reso orgoglioso E figlio mio, mi dispiace, ma non erediterai niente Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull'aratro Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull'aratro. Le colture cresciute la scorsa estate non sono bastate per pagare il mutuo Impossibile comprare il seme da piantare questa primavera e la Banca Agricoltori mi è preclusa. (Rain On The Scarecrow  - John Mellencamp/George M. Green)

La schiavitù del lavoro, le disparità, l’odio razziale, la povertà dilagante e le ferite dell’anima inflitte dai governi di mezza Europa alla gente, sono i passi che servono per distruggere intere popolazioni. The Lonesome Jubilee è uscito nel 1987. “Caro signor Presidente vivo in periferia. E’ molto lontano da Washington D.C. Facevo l’operaio ma la mia ditta si è trasferita e si sono scordati di me. Non ricevo il sussidio di disoccupazione per qualche ragione che mi è ignota. I miei figli hanno fame. Ho quattro bocche da sfamare (Down And Out In Paradise). Ne è passato di tempo. In questi anni trascorsi cercando di andare avanti in un modo o nell’altro, me lo sono sempre ripetuto che bisogna saper aspettare. Ma alla luce di quanto accade non ci credo più. La solitudine, le difficoltà economiche ed esistenziali, i problemi del lavoro, della gente di mezza età, sono i temi fondanti di questo disco, che risuonano tragicamente attuali. Queste canzoni sono come tagli profondissimi inflitti sulla carne viva delle persone. Qualcuno senza chiederci neanche il permesso ci ha rubato la vita. E’ uno di quei rari casi in cui le cose restano sempre le stesse, quando invece non dovrebbero esserlo più.

Mi misi a suonare del blues, bevendomi qualche birra. Charlie Patton, Blind Willie Mc Tell, Son House, Bukka White, tutta roba incredibile. Il cuore aveva preso a battermi forte quando ad un tratto qualcosa si mosse nell’ombra. Mi spostai senza respirare e mi appoggiai alla parete. Guardai attentamente anche nelle fessure dei muri, ma non c’era nulla in quella stanza, se non io e i miei fantasmi ad agitare la notte. Forse avevo solo sognato. Accesi una sigaretta e ripensai a quello che mi aveva detto un anziano signore al supermercato mentre eravamo in fila alla cassa. Alla fine: le cose che ci distruggono non sono soltanto quelle che non facciamo, ma anche quelle che facciamo. E che ci vuole tempo per venirlo a sapere. Ci vuole tempo per imparare tutto. Anche a difendersi. I Flamin Groovies, un gruppo rock’n’roll e rhythm & blues nato in California nel 1965, sono il classico esempio di chi arriva sempre in ritardo all’appuntamento con la notorietà. Un po’ di sfiga, ma anche la voglia di essere controcorrente sono sempre state le peculiarità della loro carriera. Per potere esordire furono costretti a stamparsi il disco da soli. Duemila copie in tutto. Solo in seguito la Epic li mise sotto contratto. Ma l’esito delle vendite di Supersnazz per loro sarà disastroso. Nel tempo però quel vinile sarebbe divenuto un cimelio ambito e ricercato da tutti i collezionisti di musica dei sixties. Ma i Groovies sono gente abituata a masticare amaro. In qualche modo sono arrivati con gli strumenti in mano fino ai giorni nostri. In tutti questi anni passati a servizio del rock rimane una loro canzone che ancora oggi viene suonata sui palchi dei seminterrati, dei garage o dei piccoli club. Ma avrebbe meritato anche palcoscenici più blasonati. E’ un vero classico “Shake Some Action”, per chi è rimasto seduto in seconda fila, nel grande Luna-Park del rock. E la versione che suonò Charlie Pickett And The Eggs nel disco d’esordio, intitolato Live At the Button del 1982, è semplicemente fantastica. Da brividi. Una canzone che suona come un canto di vittoria per tutti quei sognatori, canaglie e solitari, caduti e sperduti per il troppo furore di vivere.
Graham Bond era uno dei padri del blues inglese. Morì travolto da un convoglio della metropolitana londinese contro il quale era caduto ubriaco e drogato.
Nessuno può fermare lo scorrere del tempo. Nessuno. Possiamo solo sistemare i ricordi dentro i cassetti della memoria. Avevo portato con me la bottiglia di whisky e una scodella piena di ghiaccio. Andando avanti cerchiamo solo di limitare i danni. Prima che arrivi il silenzio.

Bartolo Federico


sabato 3 settembre 2016

Contava Solo La Notte(gabba gabba hey)

Il punk era una novità assoluta, era il presente, un'apoteosi, era potente. Ma non aveva niente a che vedere con la politica. Cioè, forse anche essere apolitici è una forma di politica. Quello che intendo dire è che la cosa bella del punk era che non aveva obbiettivi politici. Si trattava della forma più vera di libertà, la libertà personale. Si trattava anche di adottare qualsiasi comportamento potesse rivelarsi offensivo per gli adulti. Ci si sforzava di essere il più offensivi possibile. Il che ti dava una sensazione magnifica, davvero euforica. Devi essere ciò che sei, capisci? E a me piaceva da pazzi.
Ricordo che le mie nottate preferite erano quelle in cui mi sbronzavo e andavo a passeggiare nell'East Village e a tirare calci ai bidoni della spazzatura. Contava solo la notte. Solo la notte non vedevi l'ora che passasse la giornata e tornasse la notte. Perché di notte potevi uscire, capisci. Era entusiasmante. E canticchiavi queste canzoni splendide e poteva succedere di tutto, e di solito erano cose piuttosto belle. Magari rimorchiavi una ragazza. Avevi un'avventura. Vivevi una fantasia che non avevi mai sperimentato prima.(Legs McNeil)



domenica 28 agosto 2016

Generazione Vuota


Malcom McLaren mi piaceva perché a lui piacevo io. Non sapevo molto di lui, ma sembrava veramente interessato  a me. Non erano molte le persone che ci portavano almeno un po' di rispetto, sai?
Mi incazzai parecchio però quando sentii per la prima volta Pretty Vacant dei Sex Pistols. Malcom aveva copiato tutta l'atmosfera di Blank Generation.
E' vero però che le idee sono di tutti. Anch'io ho copiato un sacco di roba.(Richard Hell)




domenica 21 agosto 2016

Tago Mago


Tieni Duro

Hanno lasciato un segno fuori città
“Se vivrai con onore, non sarai
dimenticato”
Così, lei lasciò Monte Rio, figlio
Proprio come una pallottola lascia un fucile
Con gli occhi di carbone e i fianchi della Monroe
Andò e fece quel viaggio in California
Bene, la luna era d’oro, i suoi
Capelli come il vento
Disse: non guardare indietro,
Vai avanti e basta, Jim
Oh devi
Tenere duro, tenere duro
Devi tenere duro
Prendi la mia mano, sono proprio qui fermo
Devi tenere duro
Bene, lui le diede un orologio da quattro soldi
E un anello ricavato da un cucchiaio
Ognuno sta cercando qualcuno a cui dare la colpa
Ma tu condividi il mio letto, tu condividi il mio nome
Bene, va avanti e chiama i poliziotti
Non incontri le ragazze carine nei bar
Lei disse tesoro, ti amo ancora
E a volte non c’è nient’altro da dire
Oh devi
Tenere duro, tenere duro
Devi tenere duro
Prendi la mia mano, sono proprio qui fermo
Tieni duro e basta.
Bene, Dio benedica il tuo piccolo cuore ferito, St. Louis ha
Il meglio di me
Mi manca la tua voce da porcellana rotta
Come vorrei che fossi ancora qui con me
Bene, tu l’hai costruito, tu ora lo distruggi
Bruci il tuo palazzo a terra
Quando non c’è rimasto niente per tenerti qui, quando
Stai cadendo dietro a questo
Grande triste mondo
Oh devi
Tenere duro, tenere duro
Devi tenere duro
Prendi la mia mano, sono proprio qui fermo
Tieni duro e basta.
Giù dal motel Riverside
È 10 gradi sottozero e cade
Da un negozio a 99 cent, chiude gli occhi
E inizia a fluttuare
Ma è così difficile ballare in quel modo
Quando è caldo e non c’è musica
Bene, la tua città natale è così lontana
Ma, dentro la tua testa c’è un disco
Sta suonando una canzone chiamata
Tieni duro, tieni duro
Devi davvero tenere duro
Prendi la mia mano, sono proprio qui fermo
E tieni duro e basta.


domenica 14 agosto 2016

Fumo Sull'Acqua




Me ne sono stato per un pezzo seduto sul divano, in silenzio, ad ascoltare i rumori che venivano dalla strada. Dopo ho acceso la tele, ma l’ho richiusa immediatamente.  A cinquantatré anni suonati m’illudo ancora che ascoltare il tintinnio della pioggia, e quasi come sentire un blues di Skip James. Sono il solito babbeo, che brancola nel buio. E’ un mondo pieno di guerre e di inutili idioti, che ci governano e ci rovinano l’esistenza, con i loro insensati metodi. Nonostante la mia incostanza, il mio nervosismo, e i tanti anni passati insieme, la musica resta l’unica cosa che sa parlarmi al cuore. Tanto che mi è venuta voglia di ricominciare a scoprire nuove cose, anche in cose, che mi sono state sotto il naso per anni, e che ho colpevolmente trascurato. Imprudenza della mia gioventù da ribelle senza causa, che alle volte mi ha turato gli occhi, e anche le orecchie. Ma allora era quel rock di chi tirava pugni in faccia e sullo stomaco, che aveva il sopravvento su di me. Poi invecchiando, capita pure che ci affiniamo. Il primo vinile che ho comprato di Frank Zappa è stato “Hot Rats” anno 1969, anche perché non avevano altro nell’unico negozio di dischi, della mia triste e fottutissima città. Comunque sia, ci sono andato di lusso. Willie The Pimp è la canzone dove ho anche sperimentato l’incredibile voce di Capitan Beefheart, ed è stato subito amore. Narra la leggenda che il Capitano era rimasto tre giorni con i capelli bagnati per cambiare voce, e somigliare al vecchio lupo Howlin Wolf. “Sono un piccolo ruffiano con i capelli impomatati, un paio di pantaloni coloro kaki, e le scarpe nere tirate a lucido”. Hot Rats è ancora oggi un disco pieno di colori e suggestioni, un opera zappiana da esplorare con sommo stupore. Nel mezzo degli anni settanta come chiunque ascoltavo i Deep Purple, fu con la loro ormai famosa “Smoke On The Water” che conobbi Frank Zappa.Eravamo andati tutti a Montreux sulla spiaggia del lago di Ginevra, per fare dischi con un furgoncino. Non avevamo molto tempo Frank Zappa e i Mothers erano in una posizione migliore. Ma qualche stupido con una pistola a razzi incendiò l'edificio radendolo al suolo. Fumo sull'acqua, fuoco nel cielo”.  Gong è stata una rivista di musica rock, nata con l’apporto di Riccardo Bertoncelli. Uno scriba che mi ha toccato nel profondo, per quel suo modo visivo di raccontare il rock. Ritagli di giornale, una foto in bianco e nero, il manico di una chitarra acustica, cicche di sigarette, una bottiglia da 66cl di birra Messina. “Stato e Anarchia” di Michail Bakunin. “On the road” insieme a quel fuorilegge di Johnny Cash. Pile di musicassette al cromo da 90. The Doors, J. Airplane, Hendrix, Janis Joplin, Joe Cocker, Allman Brothers, gli Stones di Sticky Fingers, Bob Dylan. Niente Beatles (perdonatemi) solo Kinks. Ciao 2001, Popster, Rockstar. Il Mucchio Selvaggio.

Vista la mia passione per la musica, il regalo dei miei genitori per il mio diploma di geometra, fu l’impianto stereo da me tanto desiderato. Per contenere un pochino la spesa, rinunciai al sintonizzatore. Erano tanti soldi e si viveva di un solo stipendio. Tanto adesso potevo ascoltare al meglio, i dischi che mi compravo. Ma tutto cambiò nel 1982 quando venne fuori Rai Stereo Notte, un programma ideato da Pier Luigi Tabasso. Allora decisi che avevo bisogno di quel sintonizzatore. Il mio amico Sal come al solito venne in mio aiuto, e riuscì a procurarmene uno di seconda mano, per poche lire. Così a mezzanotte e trenta dentro le mura della mia stanzetta accadeva una magia. Con una rotazione di quattro conduttori, la musica mi accompagnava fino alle prime luci dell’alba. Era un diluvio esorbitante, una giostra che mi portava in alto e che mi riempiva il cuore. E che toccava quasi tutta la tastiera dei piaceri. Erano gli anni dell’innocenza. La musica è il sogno supremo, rabbia e speranza. Nessuno di noi può fingere, può resistere, di fronte alla musica. Al di là della quale, c’è solo il buio.

Farsi una cultura è da sempre uno sforzo che richiede un sacco di tempo, e anche parecchi quattrini. Anche per la musica vale questo concetto. Ho incontrato gente con impianti stereo faraonici, e la puzza sotto il naso, quando ero alla ricerca di notizie sui musicisti che via via andavo scoprendo. Persone che facevano sfoggio del loro sapere, tutti accomunati da quell’onda lunga del radicalismo chic di sinistra. Compresi che il rock non si addiceva a quelle menti illuminate. E neanch’io. Come sempre sono rimasto da solo. Sono arrivato alla musica rock poco prima che il punk portasse subbuglio, e anche un illusoria rivoluzione. Nata e morta subito. The Clash però li riconobbi come i miei fratelli maggiori, perché anche loro avevano la mia stessa rabbia, e mi parlavano con una musica grezza e semplice. Musica da strada, buona per fare le barricate, che riportava il rock’n’roll alla sua vera forma. Se non amate i Clash, allora il rock non fa per voi.

Si cresce e si diventa grandi, e ci si sente dei grulli, che hanno caracollato per la strada sbagliata senza mai centrare un obbiettivo. Ci si sente anormali con quei dischi che non conosce nessuno, e quelle musiche sghembe che adesso mi prendono sempre più. Ma continuo a vedermi correre per questo pazzo mondo, senza volermi perdere ancora nulla. Perché la pioggia continua a parlarmi, e la strada a raccontarmi sogni, e il rock nonostante tutto è il mio rifugio, la mia casa prediletta.

Bartolo Federico