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domenica 20 dicembre 2015

Il Cartello -Don Winslow-

Keller è diventato un blues, uno dei perdenti di Tom Waits, uno dei santi di Jack Kerouac, un eroe di Springsteen sotto le luci delle autostrade americane e i neon dei locali. Un fuggiasco, un bracciante, un vagabondo, un cowboy, che, pur sapendo di essere arrivato alla fine della prateria continua a  galoppare, perché non c'è altro da fare.(Don Winslow)





Keller è steso sul letto, nel suo appartamento. La sua solitudine è come un dolore lieve, una vecchia ferita che non noti più perché ormai è parte di te.(Don Winslow)


domenica 27 ottobre 2013

Fuggiasco

Stavamo sdraiati sulla schiena guardando il soffitto ed Helena mi chiese chi ero. La domanda mi colse talmente di soppiatto che trasalii. Quando sei mesi prima ci eravamo conosciuti avevo sperato che ciò non accadesse. Ci avevo sperato sapendo di non poter dare spiegazioni, sapendo che non avevo nulla da offrirle eccetto le mie paure. Nonostante tutto cercai le parole migliori per spiegarmi, ma era come se le stesse mi morissero dentro. Era evidente che per lei qualcosa era cambiato. Forse aveva dato spazio ai sentimenti o forse ero io che mi ero illuso da quella notte in cui c’incontrammo in un bar di Tijuana. Entrambi avevamo fatto il pieno di tequila e Cerveza, riso e chiacchierato come se ci conoscessimo da sempre. Poi giocando d’attacco lei mi aveva invitato a casa sua. Sgusciammo in strada abbracciati ma ad un tratto mi spinse contro il muro e disse: niente sentimenti, ed io che di norma ero molto prudente annuii col capo. La radio sul comodino gracchia in sordina, mi sembra di riconoscere la canzone ma crollo in un torpore e mi addormento. Quando riapro gli occhi è già mattino. Sulla poltroncina ai piedi del letto c’è la mia valigia. E’ il suo chiaro invito ad andarmene. Helena è già uscita e non posso biasimarla per questo. Mentre mi vesto penso che forse è meglio che le cose vadano così. So bene com’è che funziona, quel che è nuovo è sempre bello, poi con il passare del tempo ci saremmo rinfacciati tutto, avremmo cominciato a mettere steccati per dividere i nostri confini e alla fine ci saremmo odiati. Quando esco dal portone e mi ritrovo in strada un vento caldo mi colpisce in pieno viso. Eccomi di nuovo solo e senza un posto dove andare . Fa niente penso, io me la cavo sempre in un modo o nell’altro. Mi recai ai telefoni pubblici, avevo voglia di sentire Jack, speravo che fosse rientrato dal suo viaggio. Composi il numero e mi rispose al primo squillo. Era la mia giornata fortunata. Mi raccontò che aveva contratto la malaria ma che adesso stava molto meglio. Parlammo a lungo del più e del meno e mi rassicurò che l’avvocato aveva fatto un buon lavoro. “Le cose volgono al meglio, rientra”, mi disse, “ma fa attenzione a non combinare casini quando passi il confine! Il mandato di cattura è sempre valido”. Mi consigliò alcuni percorsi per evitare i posti di blocco dei federali e aggiunse che mi avrebbe atteso a Denver. Prima di chiudere la comunicazione, non so perché, gli parlai di Helena e dell’anima. Quando finii di vestirmi, dal cassetto dove Helena teneva i contanti presi quanto mi bastava. Le scrissi un biglietto rassicurandola che le avrei restituito il denaro non appena possibile e di non dubitare di me. Le scrissi anche: ”Quel che mi hai dato non lo getterò mai via. Grazie di tutto”. Affittai una Chevrolet Baby Blazer LT, e pagai in contante cosa che fece insospettire l’impiegato. Allora gli allungai una banconota da cento e il messicano mi sorrise amichevolmente. Firmai i documenti per l’affitto con le generalità false ed uscii dal parcheggio. L’auto era in buone condizioni ed aveva un impianto stereo da mille e una notte. Sulla strada per il confine mi fermai in un centro commerciale dove acquistai biscotti secchi, cibo e frutta in scatola e delle cassette d’ acqua potabile . Comprai anche dei Ray-Ban fasulli, e una guida delle strade blu come mi aveva suggerito Jack.Mentre caricavo la spesa nel bagagliaio mi accorsi di un negozio di strumenti musicali che stava all’angolo della strada. Mi incuriosì l’insegna: “The Lobo Solitario”. Terminai di caricare, chiusi la macchina e andai a vedere. Dentro era veramente piccolo che si faceva fatica a entrare e straboccava di strumenti acustici vintage. Mi fermai a scrutare le chitarre; c’erano veramente pezzi pregiati , ero ipnotizzato da tanta bellezza che non mi accorsi che il proprietario mi salutava calorosamente. L’uomo aveva l’aria di chi sa il fatto suo; ricambiai il saluto e gli feci i complimenti. Non avendo denaro a sufficienza per lasciarmi stregare da una di quelle meraviglie, gli chiesi se avesse dei Cd usati. Si chinò sotto il bancone è tirò fuori due scatole di cartone piene zeppe. Scartabellai velocemente i Cd e ne tirai fuori un paio che facevano al caso mio. Il Signor Cesar , così si chiamava, li contò. - Dieci in totale- , disse, guardandomi negli occhi, - ma per quanta polvere hanno accumulato, sono una sporca decina. E rise di gusto. Gli sorrisi, pagai il conto e ritornai alla macchina. Al primo rifornimento feci il pieno, lavai i vetri e bevvi una birra. Proseguii verso il confine e ci arrivai che era quasi il tramonto. Per non dare all’occhio mi infilai dietro un SUV nero. Arrivammo alla barriera che il cuore mi scoppiava. Le guardie fecero un controllo accurato al SUV che durò parecchio. Notai che c’era molto nervosismo tra i poliziotti, finché, armi in pugno tirarono fuori gli occupanti e li fecero sdraiare faccia in terra. Pensai che fosse finita anche per me, invece dopo un’occhiata veloce ai documenti alzarono la sbarra e mi fecero passare. Guidai lentamente per una trentina di miglia e ad un bivio fermai la macchina. Spensi il motore e scesi. Feci qualche passo e mi sentii stanco, profondamente stanco, ma non era sonno. Ero stanco di scappare, di correre da un posto a un’altro sempre appeso ad un filo, ero stanco di perdere tutto era come se avessi fatto un capitombolo e non riuscissi più a rialzarmi. Le ombre della notte fecero capolino, allungandosi nel deserto e nel mio cuore. Helena era speciale, lo capì dal primo momento che la vidi e provai una grande tristezza in quel luogo desolato. Jack, il vecchio Jack me lo sussurrò al telefono: “Lungo il tragitto avrai tutto, ragazze, visioni, tutto; in qualche punto lungo il tragitto ti sarà donata una perla!”. Mi rimisi in macchina, accesi il motore  e guardai il deserto, inesorabile, inospitale. Ripartii sgommando, e non mi accorsi che stavo piangendo.

Bartolo Federico 

domenica 7 aprile 2013

Sulle Strade Secondarie (prigioniero del blues)



Guidare mi era sempre piaciuto, specie quando non avevo mete da raggiungere e potevo tenere gli occhi incollati sull’asfalto e naufragare dentro le mie rovine interiori. Ma era anche un modo per staccarmi da me stesso e da quello che mi circondava innalzando le mie barriere di protezione. In quel pomeriggio dai colori opachi provavo quella sensazione. Guidavo con la radio spenta, accompagnato dal rumore della pioggia che era arrivata fredda e inaspettata picchiando con foga sul parabrezza dell’auto. Facevo strada e mi chiedevo perché mai le cose che mi riguardavano avessero preso da molto tempo ormai quella brutta piega. Certo non ero mai stato un tipo accomodante, di quelli che si mettono seduti in silenzio dopo un buffetto sulla guancia. No, non  ero mai stato quel genere di persona. Anzi, a guardarmi col senno del poi, ero stato anche fin troppo ribelle ma anche un ingenuo. Tanto che, per non impazzire del tutto, avevo dovuto saltare la staccionata infilandomi dritto dritto su quelle strade secondarie, intrise dalla polvere e battute da un venticello muto e solitario. Quelle strade ignorate, dimenticate dai più. Troppo scomode per percorrerle, se sei un turista, con quell’asfalto abraso dal tempo ma proprio per questo suggestive e struggenti. Quelle strade che ti restano incollate al cuore, fatte apposta per tutti quei pazzi allo stato brado che in questo mondo si sentono soffocare. 


La stanza dove alloggiavo aveva i muri screpolati e grandi chiazze di umidità negli angoli. Le tende di poliestere una volta bianche erano ingiallite e quasi trasparenti. Il copriletto di colore beige con grandi fiori rossi era una vera sciccheria che neanche a girare in un mercatino dell’usato  lo avresti trovato più. Un tavolinetto da picnic, una sedia pieghevole e un piccolo televisore in bianco e nero che non funzionava facevano l’arredamento. Una stanza senza troppi fronzoli, a modo suo anche rivoluzionaria,  nella sua semplicità. Una stanza che aveva visto alloggiare un’umanità di diseredati, di persone che dalla vita non pretendevano più nulla se non di starsene in santa pace con se stessi. Uomini soli che cercavano il modo per non finire omologati e di conseguenza anche di esistere. Tutto il tuo denaro riuscirà a comprare il perdono, a tenerti lontano dalla malattia o dal freddo? Tutto il tuo denaro ti proteggerà dalla follia? Ti terrà lontano dalla tristezza quando sei giù in fondo al buco?(Down In The Hole - Rolling Stones)
 

In quella camera con le pareti disegnate, scarabocchiate, imbrattate di frasi celebri, ma anche di espressioni senza senso apparente, respiravo le storie di quegli uomini che si erano dispersi nell’immaginario di un mondo troppo vasto, ma anche troppo crudele. Uomini bruciatisi in fretta, sovrastati dalla malinconia dei loro stessi sogni. Quella solitudine profonda che regnava in quelle quattro mura metteva a nudo quelle anime che ci potevo quasi parlare. Mi addormentai senza mangiare con la faccia rivolta alla finestra mentre gocce di pioggia entravano dall’infisso bagnandomi il viso. L’indomani un sole sparato filtrò dalla persiana svegliandomi. E quando schiusi gli occhi lessi quella frase che la sera nella penombra  mi era sfuggita. Qualcuno l’aveva scritta con una biro nera e con mano tremante ”ogni obbedienza è un’abdicazione”(Bakunin). Mi alzai dal letto di scatto ché ero pronto ad andare. Alle volte bisogna accontentarsi e prendere quel che capita per tirare avanti.


Uscito dal paese, proseguii diritto per un paio di chilometri, poi svoltai a destra e subito dopo a sinistra. Seguendo le indicazioni che un uomo fermo sul ciglio della strada mi aveva dato, mi ritrovai lungo quella via polverosa, stretta e tortuosa. Una stradina piena di buche e avvallamenti, affiancata da un ruscello ormai in secca. Una stradina davvero solitaria. Fu allora che ripensai a quella frase che avevo letto sulla parete della stanza, quella frase di Bakunin l’anarchico, che avevo scritto anch’io da ragazzino cerchiando una A sulla pagina interna della mia copia di On The Road. E non so spiegare perché mi venne in mente il villaggio dov’ero cresciuto io, mio nonno Sebastiano e tutti i miei amici del quartiere. Mi ricordai di quel senso del vicinato che avevano le nostre famiglie, del sentirci una comunità che ci rendeva davvero la vita speciale. La nostalgia arrivò e stringò il cielo limpido proprio dove due uccelli stavano svolazzavano e, intanto che riaprivo la pellicola dei ricordi sui visi di quelle persone, accesi la radio. Ebbene, sono così stanco di piangere. Ma sono di nuovo fuori in strada. Sono di nuovo in strada. Ebbene, sono così stanco di piangere. Ma sono di nuovo fuori in strada. Sono di nuovo in strada.(On The Road Again - Canned Heat)


Ascoltai un giornale radio e, mio malgrado, le previsioni del tempo. Dopo presi a seguire un dibattito politico sullo stallo governativo che si era verificato in seguito alle votazioni politiche. Ma tutto quello sbattimento mi suonava alquanto anomalo. Mio nonno e mio padre erano di pasta antica e da loro avevo appreso che una volta che stringi un patto, caschi il mondo, lo devi onorare. Un paese dalla memoria corta, il nostro. Tutto è concesso ai signori del potere e, abituati come siamo al vassallaggio, non ci si scandalizza dei loro misfatti. Il dibattito si fece sempre più rovente e basato sul nulla. Eravamo davvero un paese diviso, lacerato nel profondo, un paese di tifosi che sapevano farsi egregiamente del male, ma la partita che si giocava riguardava un’orda di persone senza lavoro e senza alcuna protezione sociale. Gente lasciata sola al proprio destino che, insieme ad un marea di giovani, era la, vittima sacrificale di quelle politiche, orrende e disumane, che i belzebù europei avevano dettato e che i politici senza scrupoli avevano messo in vigore. Ma adesso, come non era mai accaduto prima, una massa di disperati premeva sull’uscio del grande portone e questa volta si percepiva che qualcosa sarebbe accaduto. In un modo o nell’altro. E’ indispensabile che la gente sia ispirata ad ideali universali,che essi abbiano una generale idea dei loro diritti e una profonda appassionata fede nella validità di questi diritti. Quando quest’idea e questa fede popolare si uniscono alla miseria che porta alla disperazione,allora la Rivoluzione Sociale è vicina ed inevitabile e nessuna forza al mondo può fermarla.(Michail Bakunin)


Guidai per ore con la mente impegnata a mettere insieme i tasselli degli ultimi avvenimenti, accompagnato da qualche nuvola vagabonda e dalla musica di uno strepitoso John Mayall dell’album The Turning Point. Un disco senza batteria ridotto strumentalmente ai minimi termini e registrato al Fillmore di New York il 12 luglio 1969, insieme a Jon Mark, chitarra acustica, Steve Thompson, basso, e Johnny Almond, sax e flauto. Come un vero beatnik, Mayall da vita ad un set formidabile, suonando un blues fantasioso e pieno d’anima, mescolando jazz, strada e poesia che il tempo non ha corroso. Quel sentiero ad un tratto prese a salire. Il percorso era pieno di gobbe e curve a gomito. Nello specchietto retrovisore cumuli di polvere si alzavano al mio passaggio. Cosa hanno fatto loro per la terra? Cosa hanno fatto per la nostra sorella sempre giusta? Devastata, saccheggiata, strappata e colpita. Bloccata con pugnali dalla parte dove nasce il sole e bloccata da recinti e trascinata nella desolazione. (When The Music Is Over - The Doors)



Con Sal ci andavamo spesso sul monte Navajo. Così avevamo battezzato quel luogo da dove potevamo osservare dall’alto la città. Da quel punto sembrava che potessimo afferrarla e stringerla nel palmo della mano per poi farla sparire. Ci inerpicavamo in sella alla moto di suo fratello che utilizzavamo di nascosto quando lui era a lavoro e ci sentivamo liberi, con il vento che ci tagliava in due il viso, accelerando per quei tornanti e urlando con quanto fiato avevamo in gola: We want the world and we want it ..Now Now Now! Era il nostro urlo di liberazione intanto che bruciavamo e la pazzia iniziava a serpeggiare dentro di noi mentre ci “aprivamo come ragni tra le stelle” (Jack Kerouac).

In quale inferno puoi andare lontano dalle cose che conosci, lontano dalle distese di cemento che continuano a serpeggiare mille miglia al giorno? Guardati ancora una volta alle spalle, dedica ciò alla memoria e ricorda: che non ti manchi questo deserto, questo luogo tremendo. Quando te ne vai lascia il cuore fuori dalle maniche. (Motherland - Natalie Merchant).



Io e Lucilla eravamo andati a vivere in un monolocale che avevamo affittato nella zona nord della città dove i prezzi erano più abbordabili per due squattrinati come noi. Entrambi eravamo studenti alla facoltà di scienze politiche e per mantenerci quell’alcova ci arrangiavamo con dei lavoretti nei fine settimana o dando lezioni private ad ore. Ma era pur vero che la madre di Lucilla veniva in nostro aiuto puntualmente ogni fine mese. I primi tempi le cose tra di noi andarono a gonfie vele, addirittura pensavo fosse la donna della mia vita. Poi, con il passare dei giorni, i nostri rapporti si incrinarono e divennero sempre più difficoltosi, a tal punto che quando ci si parlava non ci ascoltavamo. Una sera al mio rientro, trovai la tavola apparecchiata con la cena già pronta e un solo posto. Mi tolsi il giubbino e lo appoggiai sulla sedia, poi andai nella camera da letto. Lei era  sotto le coperte girata di fianco e non si voltò. Le chiesi se stava bene. Di rimando mi bofonchiò qualcosa del tipo che era tutto a posto.  Tornai in cucina e cenai. Mangiai molto lentamente e bevvi la bottiglia di vino per intero. Poi fumai una sigaretta. Mi guardai intorno e mi sentii un estraneo in quella casa. Ero dentro un mondo che non era il mio che non mi apparteneva più. Cercai un appiglio a cui aggrapparmi, non  trovai nulla. Davvero, non c’era niente che mi appartenesse in quel posto. Continuai a sbandare e sentii la testa girarmi, ma fu solo per un attimo. Mi accesi un’altra sigaretta. Ad un tratto lei apparve sull’uscio, mi guardò con gli occhi gonfi di lacrime e la faccia stravolta e disse “ci sono mille ragioni per odiare uno come te, ma anche per amarti. Ancora non ho ben capito quale delle due sovrasta l’altra”. Girò le spalle e ritornò a letto. Fu tutto. Non le risposi, non dissi nulla. Racimolai le mie cose ed uscii da quell’appartamento senza fare rumore. Senza farmi più sentire. Correvamo verso i sobborghi stringendo tra i denti la fede, dormivamo sulla spiaggia, in quella vecchia casa abbandonata, distrutti dal caldo, e ci nascondevamo nelle strade secondarie. Con un amore così difficile e pieno di sconfitte. Correvamo nella notte per salvare la vita, per quelle strade secondarie (Backstreets - Bruce Springsteen).


Mi sistemai a un tavolino che dava sulla strada ordinai un toast e un birra grande. Tirai fuori un libro dalla sacca e lessi qualche riga. Lo riposi quasi subito perché non riuscivo a concentrarmi. Bevvi altre due birre, pagai il conto ed andai via. Quali tracce di me stavo seguendo, mi chiesi mentre raggiungevo l’automobile.  Perché tutto era sempre così complicato?  Era proprio vero, per alcuni la vita non cambia mai di foglio. Quando ripartii, sgommando, erano le sei del pomeriggio e mi sembrò di essere come un ladro del mio tempo. Accesi la radio e la slide di Johnny Shines, un perdente pieno di dignità, mi colpì come un pugno nello stomaco. La sua voce tonante chiamò il buio e la disperazione, e mi ritrovai all’incrocio tra due strade, solitario e mesto. Come sempre prigioniero del blues.
 

Bartolo Federico

lunedì 25 marzo 2013

Ho Un Debole Per I Treni

 Glauco se ne stava sulla branda tentando di familiarizzare con la penombra ma, avendone viste fin troppe di cose non chiare, era troppo suscettibile per riuscire a rilassarsi e dormire di botto. Così, i fantasmi che lo avevano in custodia fecero presto ad arrivare per tormentarlo. Non aveva mai avuto vita facile con quegli esseri inquieti e dalle mille facce strane. Scrutò il soffitto per tentare di scacciarli e iniziò a porsi degli interrogativi. Il treno delle due e trenta passò puntuale sotto la finestra con il suo carico di anime tremolanti, facendo oscillare le pareti della casa. Hai voglia a credere a tutti quei progetti, a quei tentativi per continuare a fare quello che avevi sempre fatto. Ogni sforzo è inutile se il destino non ha l'intenzione. Persino ritrovare dentro di sè quello slancio furioso è complicato. Mentre un angoscia profonda lo prendeva si sentii sempre più solo. Bisogna cadere in piedi, pensava, ma con l’età ad un certo punto la musica che hai dentro finisce. E non ha più voglia di ballare con la vita. Nel buio si era giocato pure quel po’ di sonno ristoratore. Assopirsi con tutti quei dubbi, quelle paure, quegli enigmi che gli rimbalzavano nella mente, non era per niente facile.

Si alzò dal letto, accese la lampada e controllò l’orologio alla parete. Da settimane non beveva più un goccio. Si era convinto di dover restare lucido per assistere al proprio tracollo. Che, comunque, era una cosa che non riguardava nessun altro all’infuori di lui. In quei giorni sobri aveva provato a ripercorrere il proprio cammino, cercando di metterne in chiaro le vicende. Ma alla fine si era arenato in un nulla di fatto. La verità muore sempre da sola, nell’ignoto di noi stessi. Non aveva quasi più un soldo e nessuno che gli pubblicasse i suoi scritti. A quasi cinquant’anni era un vecchio solitario, tagliato fuori da tutto. Mentre attendeva che il caffè uscisse dalla piccola moka, accese lo stereo. Ognuno sceglie i sogni che gli riscaldano meglio il cuore. Johnny Cash era tra quelli che raccoglieva i suoi supplizi. Un uomo che era vissuto e morto con gli occhi aperti. Con la sua vita ci aveva fatto una partita, sfidandola a più riprese. Intensamente e senza compromessi, aveva bruciato la candela da entrambi i lati, e dentro le canzoni aveva scacciato la sua solitudine. Ma con la stessa intensità aveva amato e si era ingozzato di sogni. Canticchiò insieme a lui i versi di Hurt. 

Oggi mi sono ferito da solo, per vedere se ero ancora in grado di sentire, mi sono concentrato sul dolore, la sola cosa reale, l'ago fa un buco, la vecchia familiare trafittura (che) cerca di eliminare ogni cosa. Ma io ricordo tutto. Cosa sono diventato? Mio dolce amico tutti quelli che conosco sono andati via alla fine.


Uscì dalle tenebre del suo appartamento che erano le quattro del mattino. La strada lo prese con sè, insieme agli altri nottambuli. Lungo il marciapiede, mentre si mescolava con la città, pensò che doveva stare attento a non cadere in nessuna discordia. Quel che restava di lui avrebbe fatto bene a ficcarlo nel primo tombino che incontrava, cosi da non cedere a nessun impulso. Si sa che i desideri dei pezzenti sono puniti con durezza. 

Dove è scuro come un cunicolo ed umido come la rugiada, dove i rischi sono molti ed i piaceri pochi, dove la pioggia non cade mai ed il sole mai risplende. E' scuro come un cunicolo giù nelle miniere. (Dark As A Dungeon)

Quello che in seguito fu conosciuto come l’uomo in nero, nacque a Kingsland in Arkansas il 26 febbraio del 1932, in piena depressione economica. Figlio di mezzadri poverissimi, a soli sei anni si trovò a lavorare nei campi aiutando, come poteva, i suoi genitori. Lo diceva la mia mamma e me lo diceva anche la mia maestra che ci sono un sacco di lavori che posso fare, asciugare i piatti, spazzare il pavimento. Ma se lavoreremo tutti assieme non ci vorrà un granché.(All Work Toghether - Woody Guthrie). L’America era in ginocchio, ridotta alla fame. Ovunque ci si girasse a guardare, c’era dolore, disperazione. In questo clima di assoluto abbandono, Johnny Cash crebbe dedito all’introspezione. La musica popolare americana, che gli arrivava per radio attraverso le canzoni di Jimmie Rodgers e della Carter Family, ben presto divenne la sua amica speciale. 

E poi vedo l'oscurità, e poi vedo l'oscurità. Non sai quanto ti voglio bene? E’ una speranza che in qualche modo tu possa salvarmi da questa oscurità...(I See A Darkness).


Glauco s’infilò per una stradina stretta e malridotta che lo portò all’ingresso laterale del mercato ortofrutticolo. Il guardiano lo salutò e, come faceva sempre, gli chiese una sigaretta che lui gli negò, solo perché non ne aveva. Quel tizio, a sentir parlare gli altri scaricatori, era un magnaccia rotto in culo per quella sua attitudine a mangiare a ufo. Ma a lui di tutta questa faccenda non gliene importava granché. Aveva ben altri pensieri su cui arrovellarsi. Raggiunse il box numero 16, si cambiò e prese a svuotare il tir frigorifero che era arrivato qualche ora prima. Lavorò in silenzio fino alle due del pomeriggio e quando terminò si spogliò, passò dalla cabina dove c’era accomodato il padrone. Se ne andò via dopo aver messa in tasca i trentacinque miserabili euro che il capo gli allungò. Non appena fuori dal mercato, prese il tram e, giacché era senza biglietto, si posizionò vicino la porta in modo che, se fosse salito il controllore, sarebbe sceso al volo. Il chiosco-bar vicino la stazione centrale aveva cambiato proprietario e da allora c’era la fila a qualunque ora del giorno. Con tre-quattro euro si riusciva a mangiare e bere decentemente. Si mise in fila e al suo turno ordinò dei panini e una birra piccola. Poi si diresse nella villetta attigua e si sedette su una panchina. I colombi lo accerchiarono appena addentò la pagnottella. Glauco li scacciò in malo modo. Mangiò pensando che la vita si era trasformata in un lungo rifiuto e che, non avendo mezzi economici, tutto si era complicato terribilmente. Aveva perso pure l’abitudine a fantasticare. A furia di prendere legnate, era pieno di escoriazioni e ferite. Se avesse potuto guardarsi l’anima allo specchio, sicuramente si sarebbe spaventato per come era scrostata. Un treno che stava entrando in stazione fischiò lungamente facendolo trasalire. Boom Chicka Boom. 

Sento quel treno che arriva, arriva da dietro la curva. Non ho più veduto la luce del sole da talmente tanto tempo che nemmeno io mi ricordo da quando (Folsom Prison Blues - J.C.)


Johnny Cash adorava quei vecchi treni sferraglianti e instabili che erano il simbolo di un’ America polverosa rimasta, ormai, solo un souvenir e le storie dei suoi viaggiatori solitari, che se la filavano con i propri sogni lungo le rotaie fumanti. Ma, soprattutto, amava i fuorilegge come John Wesley Hardin. Un Robin Hood che toglieva ai ricchi e dava ai poveri. Ci fece un disco nel 1960, raccontando quelle gesta. Ride This Train è un album che dà dignità e splendore a tutti quegli uomini, impegnati a superare il loro martirio quotidiano, costretti a spingere la vita giorno e notte. Che con un orgoglio che spaccava il cuore hanno dovuto ingoiare umiliazioni e rinunce. Uomini soli che hanno viaggiato sulle piantane dei treni e sputato sangue in cerca di lavoro, per respingere l’incubo della miseria. Senza l’ombra di un biglietto. 

Jesse James e i suoi ragazzi cavalcarono lungo il Dodge City Trail, rapinarono il postale di mezzanotte delle ferrovie del sud. Ma nessun uomo di legge è mai riuscito a mettere in prigione Jesse James. Frank e Jesse James uccisero molti uomini, è vero. Ma in cuor loro non furono mai dei banditi (Jesse James – traditional)


La luce del sole lo accecava maledettamente. Abituato a eclissarsi nell’ombra, tutta quella luminosità gli faceva girare la testa. La vita che conduceva da quando era caduto in disgrazia si era divorata tutta la poesia che aveva dentro. Tanto che non riusciva quasi più a scrivere i suoi deliri. Prese a camminare verso casa, senza fretta, un passo dopo l’altro. Forse doveva imparare a prendere le cose come venivano. Un brivido di paura lo percorse mentre loro tuonavano nel cielo, perché vide i cavalieri irrompere ed udì il loro lugubre canto yippie i ohhh ohh ohh yippie i aye ye ye. Cavalieri fantasma nel cielo (Ghost Riders In The Sky). Johnny si era spinto fino a Juárez in Messico dove aveva comprato mille pasticche di anfetamina. Le nascose dentro la chitarra, ma a El Paso, in Texas, venne arrestato dagli agenti federali. Era un uomo tormentato dagli incubi, trafitto dai suoi stessi fantasmi. La lunga dipendenza dalle droghe e dall’alcool lo aveva stremato. In Song Of Our Soil del 1959, aveva tentato di liberarsi dal demonio con canzoni che parlavano di sofferenza e solitudine. Guardando, ma non vedendo il buio che lo assediava.Dietro la valle dove il vento sussurra piano. 

Qualche volta la notte, dove il vento freddo sembra un lamento, vestita di un lungo velo nero, Lei piange sulle mie ossa, Lei cammina per queste colline, vestita di un lungo velo nero, Lei fa visita alla mia tomba quando geme il vento della notte. Nessuno sa, no, e nessuno vede. Nessuno, tranne me. Nessuno, tranne me. (Long Black Veil - tradidional)

Gli sembrò che stesse camminando sulle sabbie mobili, vigili e pronte a risucchiarlo al primo passo falso. Certo, aveva anche lui giocato e vinto, altre volte perso. Ora, però, procedeva a tentoni zigzagando, frenando e accelerando, sempre meno sicuro che tutto questo servisse a qualcosa. Tentava di fare il duro con se stesso, ma sapeva bene di mentire. Era come un fiore nel buio. Sentiva il bisogno di aiuto, di essere protetto. Sotto quel cielo tentava di trovare un percorso sicuro, lontano dall’oscurità del passato e del futuro. 

Ascolta quel triste caprimulgo, sembra troppo triste per volare. Si sente il tenue lamento del treno di mezzanotte E io sono così triste che potrei piangere. Non ho mai visto una notte così lunga dove il tempo passa così lentamente La luna si è appena nascosta dietro una nuvola per nascondere il suo volto e piangere. ( I’m So Lonesome I Could Cry - Hank Williams)


Quando Rick Rubin, quel genio dall’anima rock che di lavoro faceva il produttore indipendente, dopo un esibizione che Johnny Cash tenne in un piccolo ristorante a Santa Ana in California, si avvicinò per chiedergli se volesse lavorare con lui ad un progetto che gli frullava da tempo in testa, l’uomo in nero lo guardò circospetto, pensando che quel tizio gli ricordava fin troppo se stesso. Ma, oltre a essere un uomo buono e generoso, incuriosito e in cerca di rilancio Johnny si fece ben presto convincere. Nel 1993 registra oltre trenta canzoni, ossute e febbrili, accompagnandosi solo con la sua Martin nera. A quel tempo nessuno dei due immaginava che quello che stavano realizzando potesse dare un nuovo corso alla vita di entrambi e cambiare, per sempre e nel profondo del cuore, la musica. Tutte le cover contenute in quelle registrazioni americane che avrebbero visto, negli anni, altri episodi non potranno più essere cantate da alcuno. Sono destinate a rimanere versioni inarrivabili e chiunque si vorrà cimentare con quel repertorio dovrà fare i conti con questi dischi che adesso sono dei monumenti. Il magnetismo dell’anima di Cash le imprigiona per sempre dentro quell’anello di fuoco che solo lui sapeva e poteva sprigionare.

L’amore è qualcosa di incandescente e da vita ad un cerchio ardente. Guidato da un desiderio indomabile sono precipitato in un cerchio di fuoco. Sono precipitato in un incandescente cerchio di fuoco. Cadevo sempre più giù, sempre più giù Mentre le fiamme salivano. E brucia, brucia, brucia Il cerchio di fuoco, Il cerchio di fuoco (Ring Of Fire - J.C.)

Glauco rientrò in casa e si lasciò cadere sulla poltrona, sistemò la macchina da scrivere. Ho Un Debole Per I Treni, punto e a capo. Il tasto della macchina si abbatté sulla carta come una goccia di sangue nel lavandino. Scrisse di getto e continuò a scrivere fin quando il treno delle due e trenta non passò, con il suo carico di anime tremolanti, facendo oscillare le pareti della casa. 

Delia, oh Delia, come può essere successo? Volevi tutti quegli ubriaconi, non hai mai avuto tempo per me. Tutti gli amici che avevo sono morti (Delia).

Bartolo Federico 


 












sabato 9 marzo 2013

Giù nel Buco

Lei si accese una stupida sigaretta, di quelle lunghe e sottili. Aspirò un paio di boccate nervose e gettò il fumo dritto sul mio viso. Le luccicavano gli occhi per la rabbia. Si avvicinò ancor di più e attaccò: - Sei un piccolo uomo! Dopo averti dato tutto, levandoti dalla merda, te vieni fuori con questa storiella che le nostre strade non portano da nessuna parte. Hai sbagliato i conti! te la farò pagare. E con gli interessi, una volta per sempre.

Il tono duro e minaccioso mi diceva che era nel panico più totale. Vedeva la sua preda sfuggirgli e questo non poteva tollerarlo. Si dimenava, urlava, voleva tenere ferme le redini del gioco, come sempre aveva fatto o come pensava che fosse. La guardai ed anche così infuriata era bella ed attraente. Ma ero stanco di fingere, di mentire. Come se poi fosse così facile mentire a se stessi. Da un pezzo l’amore si era corroso il resto era un dettaglio, uno stupido dettaglio da passarci sopra, da annientare. Compreso io. 

Probabilmente avevamo corso per la stessa meta, ma con il passare del tempo le crepe del nostro rapporto si erano allargate a un punto tale che era finito in sala di rianimazione, agonizzante.Ad Emma tutto ciò non interessava. Ne avevamo parlato spesso negli ultimi tempi ma, abilmente, sapeva far cadere il discorso. Ciò che le premeva era una cosa sola: il parere del suo entourage. Non poteva presentarsi ai loro occhi come una donna sconfitta. Proprio lei, brillante avvocato, sedotta e abbandonata da uno squattrinato, un fallito, un musicista del cazzo, come usava dirmi quando voleva ferirmi. Nel suo codice non era ammesso. Ma quella solitudine mi stava uccidendo, dovevo darci un taglio e provare a salvare quantomeno quel che restava di me. 

- Sei un bastardo-, continuò feroce e cinica, - Ma chi credi di essere! Non avendo nulla da rimproverarmi glielo dissi, con una calma che la fece andare ancora più in bestia. Avrebbe voluto la battaglia, ma non le offrivo il fianco; allora mi colpì con un pugno. La guardai e, con quella stessa calma, le dissi di non farlo mai più. E glielo ripetei due volte. Ma non mi ascoltava, non l’aveva mai fatto prima, perché avrebbe dovuto farlo adesso che eravamo alla resa dei conti. Tutto il suo corpo sprizzava odio e disprezzo; aveva il sangue agli occhi e mi colpì nuovamente con più violenza. Le diedi uno schiaffo, un solo schiaffo in pieno viso. Barcollò e cadde battendo la testa sullo spigolo del mobile. 

Il mio compagno di cella restò qualche attimo in silenzio poi mi augurò la buonanotte dicendomi: - Dormi Lee, domani sarà una dura giornata. Mi avevano trasferito in quel penitenziario dopo aver tentato l’ennesima fuga. Il trasferimento era una punizione e quello era un carcere di massima sicurezza, uno dei più duri a cui ero approdato. Ma ero stato fortunato a finire in cella con Teo perché a volte, raramente ma accade, si incontrano persone che sin dalla prima occhiata si percepisce che sono sulla stessa lunghezza d’onda. Con Teo fu proprio cosi. Non appena varcai la soglia della cella, capii immediatamente che mi sarei potuto fidare di lui. 


Mi svegliai di soprassalto mentre la guardia urlava: - Sveglia! Alzatevi! Mi tirai su e rifeci il letto. Una volta terminato, uscimmo dalla gabbia e camminammo in fila indiana. Attraversammo il corridoio fino alla sala colazione. Stavo imparando le regole, perché ogni carcere ha le sue regole, a cui devi attenerti se vuoi sopravvivere. Lo avevo appreso a mie spese. Ci sedemmo nel mezzo del refettorio , di fronte a cinque detenuti che mi osservarono senza mai rivolgermi la parola. Era il “Consiglio di Amministrazione”, “i fine pena mai”, gli ergastolani. Teo fece le presentazioni, spiegando il motivo per cui ero dentro; il mio biglietto da visita alla comunità. Tra l’altro fu anche la prima cosa che mi chiese quando varcai la porta della cella. 

Teo era un oriundo francese, medico e professore universitario. Un intellettuale, un uomo leale e corretto, come se ne trovano pochi che, un bel giorno, si era convertito all’eco-guerriglia. Fondò un quartetto, chiamato “i Sabotatori”, un gruppo di visionari romantici decisi a salvare il mondo dagli scempi ambientali voluti dal governo e dall’industria. Aveva fatto saltare decine di mostruosità restituendo alla natura ciò che l’uomo ingordamente le toglieva. Lo catturarono i federali a St Louis insieme alla sua compagna, anch’essa sua complice, prima che portasse a termine il progetto più ambizioso: far esplodere la diga del Glen Canyon, che aveva provocato cambiamenti climatici e geologici irreversibili in tutta l’Arizona.

Nei tre anni passati insieme diventammo amici inseparabili. In quella prigione, se non ci fosse stato Teo, sarei impazzito. Anche adesso, mentre guido lentamente su questa vecchia pista di polvere e sudore, battuta da un venticello tiepido, ho il cuore a brandelli e un immenso vuoto. Teo continua a mancarmi maledettamente ogni giorno che passa. Mi mancano le nostre conversazioni, il suo romanticismo squilibrato, la sua generosità, il suo sorriso semplice e schietto.Nel penitenziario era amato da tutti. Anche le guardie più “ostiche” lo stimavano. Mai uno scatto di rabbia o un gesto che potesse offenderle. Non potevi non volere bene a Teo. Ma a volte i sogni muoiono all’alba. E’ ciò che successe in quella mattina d’estate. Una debole luce filtrava da sotto la porta della cella. Mi svegliai agitato, quasi stessi soffocando nel sonno. Guardai verso la sua branda per chiedergli aiuto, ma non lo vidi. Appena il tempo di abituare gli occhi alla penombra e lui era lì che penzolava dal soffitto insieme alla lampadina. Restai nel mio lettino, accucciato e annichilito, con i brividi di freddo che mi scorticavano le ossa, incapace di qualsiasi azione. Da quel momento in poi nel carcere nessuno fu più lo stesso. Su tutti calò una tristezza che non andò mai più via. Non ricordo altro dei mesi che seguirono la sua scomparsa. Non sentii più fame, né freddo, né sonno. Ero ridotto uno zombie. E’ come se il mio cervello si fosse bloccato e avesse cancellato tutto. Fino al giorno in cui riuscii ad evadere e sparire ero ad un passo dal fare la sua stessa fine. “I fine pena mai” vennero in mio aiuto. 

Quando mi resi conto che Emma non si sarebbe più rialzata chiamai la Polizia e aspettai il loro arrivo, seduto sui gradini del salone. I poliziotti giunsero a sirene spiegate, entrarono in casa e fecero un veloce sopralluogo. Dopo, mi ammanettarono e mi portarono al comando. Sbrigate le formalità di rito, mi interrogarono. Avrebbero voluto una confessione, dato il blasone della vittima, ma non caddi mai in contraddizione, perché semplicemente raccontavo la verità. Risposi alle loro domande, anche le più scabrose, spiegando che era stato un incidente, un fottuto banale incidente. Lo gridai più volte, ma nessuno mi ascoltava, proprio come lei. Ero l’ultimo della fila. A chi vuoi che importi di un musicista del cazzo!La mattina dopo, ormai sfinito, con gli occhi che cadevano dalle palpebre, firmai il verbale della mia deposizione e mi chiusi nel silenzio più totale. Non parlai più neanche al processo. Non ne valeva la pena. Lo sbarramento di fuoco innalzato dalla famiglia di Emma contro di me avrebbe distrutto chiunque. E cosi fu.


BartoloFederico –

giovedì 7 marzo 2013

Lungo La Strada Ferrata




Mi sono svegliato  nella mia stanza d’albergo vicino la ferrovia con la moquette sfilacciata e le tende bruciacchiate dalle sigarette; mi sono lavato, ho afferrato la mia sacca da marinaio piena delle mie speranze e me ne sono andato. Fuori non c’era anima viva, ma ho guardato bene lo stesso alla ricerca di qualche sagoma da poliziotto. Mentre camminavo già sentivo le ondate di calore dell’afoso mattino farmi colare gocce di sudore dalla fronte. Sarei saltato sul primo treno che andava verso Jackson, Mississippi, e dal finestrino avrei guardato le paludi, le colline tondeggianti ed i grandi spazi che circondano l’America.

Avrei cercato di stare in guardia, perché i vagabondi non piacciono alla gente, né alla polizia. Ma con la mia chitarra non passavo inosservato. Da ragazzo, quando andavo in giro con mio padre che suonava per hobby agli angoli delle strade, avevo preso l’abitudine di portarla con me, alla maniera di Arthur “Big Boy“ Crudup, a tracolla come un fucile con il manico rivolto verso il basso. Quella chitarra fu regalata a mio padre da Slim Harpo di cui era amico e, a sua volta, papà la regalo a me che da allora la tenni come una reliquia. In fondo, era l’unica cosa di valore che possedevo. Una sola volta la prestai, lui è un mio amico e si chiama Sonny Landreth, perché gli serviva per incidere “Way Down in Louisiana”, ma è successo tanto tempo fa.

Quando il lungo treno arrivò in stazione sbuffando, salii su una carrozza in coda e presi posto vicino al finestrino. Da lì vidi il capotreno che con un movimento della mano dava il segnale di partenza, dopo di che sentii due volte il fischio e il convoglio si avviò: l’alba è ancora tinta di rosa le canne ondeggiano nei campi ed io sono come il vento, vado dove mi pare.

In Texas avevo ascoltato gli Statesboro Revue e mi era presa la smania di rimettermi in viaggio verso sud. Volevo rivedere le fattorie sgangherate, i campi di cotone e le acque fangose del Mississippi, le liane e le querce, gli aceri della palude ed i cachi. Quei ragazzi avevano fatto “Different Kind of Light “, un disco splendido, shakerando gli umori ed i sapori del sud, i canti della libertà e il rock selvatico dei Black Crowes di “Shake Your Money Maker”. Ad ogni generazione i suoi Rolling Stones, a loro erano toccati i Crowes . 


La musica degli Statesboro Revue viaggia per immagini e sensazioni, con la slide e il dobro in evidenza, le chitarre energiche ma mai invadenti, un piano ritmico che sembra sbucato fuori da qualche ”barrellhouse” ed un cantante intenso e ruvido, ma modulato e pieno di soul, che a tratti ricorda Van Morrison da giovane, ma anche il debordante Mike Farris di Salvation In Lights. Non prendono nessuna scorciatoia, nessuna deviazione, né sentieri paralleli. Gli Statesboro, vanno dritto al nocciolo, non facendosi mancare nulla del bagaglio del blues, incluso le armoniche, i cori gospel a sostenere le atmosfere paludose da Bayou, piene di passione e magia che hanno fatto di Different Kind Of Light un disco che suona duro e dolce come il pioppo e scuro come l’acqua del lungo fiume.

Il cielo del Mississippi è chiuso da nuvole, ma non sono nuvole di pioggia, l’aria profuma di zucchero di canna e miele. Jim Dickinson ha avuto il permesso di sbarco e cammina fin dietro l’angolo con il suo cappello e la pistola dentro i jeans. Adesso, per purificarsi l’anima, è arruolato per sempre nell’esercito della salvezza.

“Mona ha tentato di avvertirmi di stare alla larga dai binari ha detto che tutti i ferrovieri bevono il sangue come vino ed io ho risposto “oh non lo sapevo”, ma poi ne ho incontrato solo uno e mi ha solo affumicato le palpebre e forato la sigaretta.” (Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again -Bob Dylan-).

Keys to the Kingdom i fratelli Dickinson lo hanno registrato rendendo omaggio al padre, scomparso nel 2009. Dentro ci sono tutti gli ingredienti emotivi e psicologici che il blues sa spargere. Mentre suonavano queste canzoni magre e spigolose, sono stati raggiunti  da vecchi amici come Ry Cooder, Mavis Staples e Alvin Youngblood Hart. Ne è venuto fuori un disco incazzato e amaro, impregnato di “canned heat”, itinerante e sgretolato come solo il blues ancorato alla tradizione può essere. Luther Dickinson dimostra, ancora una volta, la sua bravura alla chitarra riuscendo a sostenere, insieme al fratello Cody alla batteria, un blues scavato e sofferto che sa emanare calore umano e, nello stesso tempo, essere carismatico e semplice, che dosa tecnica e feeling rendendo cosi alcuni momenti davvero straordinari. Tutte cose che riescono solo ai fuoriclasse. 

Ecco che me ne andavo tranquillo per la mia strada, con la barba ispida e incolta e i capelli arruffati, quando in un sonnolento pomeriggio bussai alla sua porta, mentre i pescatori all’ombra delle querce bevevano birra e mangiavano salsiccia. “Va tutto bene”, mi disse guardandomi, “non saresti dovuto venire” proseguì, ma i suoi occhi rotondi e neri mentivano. La guardai intanto che il sole stava tramontando proprio dietro casa sua e l’unica cosa che riuscii a dire fu: “Che bello essere a casa”.

Bartolo Federico

sabato 2 marzo 2013

Diamanti Sul Parabrezza.



Avevo imboccato quella strada solitaria, senza nulla da attraversare, né paesi né città, nulla. Guidavo e volevo che le cose scivolassero per i fatti propri. Volevo abbandonare tutto quello che mi aveva ferito, come vuoto a perdere, sul ciglio della carreggiata. Volevo mettere un po’ d’ordine in me stesso, perduto nel grande spazio. Ma qualcosa stava accadendo in quel luogo di desolazione, in quella giornata carica di luce.

Lei era tornata dal suo vagabondare e mi aveva mandato delle canzoni che mi parlavano di un’ America smarrita, di piste battute dal vento, di amore, morte e guerra, di souvenir raccattati al confine e mi sentii come l’ultimo dei pionieri, mi sentii come un robivecchi dell’anima. Mi spiegava che non potevo lasciare certe cose, perché quelle erano nel profondo di me stesso, mi appartenevano. Non potevo emigrare da quelle sensazioni o da certe canzoni. No, non potevo farlo davvero, dovevo solo andargli incontro.

Cosi presi quella pista che mi portava dentro il cuore dell’America, imboccai la strada 51, la strada che i vecchi bluesman percorrevano per seminare le loro perle e che lei ha raccolto quando, selvaggia e ribelle, viaggiava su strade di polvere, mentre incredula osservava il West scorrere dietro di lei e, scriveva la sua poesia sul parabrezza dell’auto .

Mi prendono a sberle queste canzoni con parole omicide che s’infilano dentro, come pirati all’arrembaggio. Sono dense e aspre, ma anche fragili come i blues, e prendono qualsiasi direzione come pallottole vaganti. Sprigionano gioia, disperazione, tristezza. Si ricordano che sono figlie delle Pietre Rotolanti e del folk asciutto e grezzo di Dylan. Ma lui è ovunque, lui è dappertutto, anche nel più crudo disco di punk. Lui è sempre lì.

Supero quella linea ferrata ormai in disuso e mi appaiono le ombre dei vecchi fuorilegge: John Wesley Harding, Billy The Kid , Jesse James, che fischiettano sottovoce, e mi sembra di riprendermi un pezzo d’identità che avevo smarrito. E’ in questo vuoto immenso che percorro in cerca delle mia città-fantasma, senza roba da bere, che risento forte e chiara la presenza dello sciamano Jim Morrison aleggiare in Awakening.

Il cielo è di un blu intenso e la strada è lucidata di nero. La vecchia Route 66 è malconcia e piena di nostalgia, per i vecchi motel e per quelle anime che l’hanno attraversata, come quei due solitari, bevuti di vita, che erano Jack &Neal mentre correvano controvento a toccare i sensi all’America. Aveva fatto i conti con se stessa, aveva rassettato la sua vita, ma non si era appagata, tutt’altro. Adesso era finalmente libera anche di vestire i ricordi con una nuova taglia e farli risplendere come fossero nuovi di zecca .

Ad ognuno le strade a misura dei propri sogni. Le valigie erano nuovamente sul marciapiede. Se n’era andata a vagare sotto un cielo di stelle cadenti, cosi Born To Be Loved l’aveva scritta sulla sedia a dondolo di Tony Joe White guardando la palude e sorseggiando una birra. Intanto che Buttercup mi agguanta e mi leva il respiro, orgogliosa e insofferente com’è, si tinge di scuro nel ricordo struggente di un amico in Copenhagen. Quando arriva Seeing back sobbalzo dal sedile con una sciabolata chitarristica alla Crazy Horse . Che cosa pazzesca mi stava capitando! Dentro quelle mappe del cuore continuai a guidare e ogni volta che arrivavo in fondo mi toccava ricominciare daccapo.

Poi quello sbuffo di vento mi porta un bacio lieve, Kiss like your kiss, che mi è finito sulla bocca, e lì me lo sono tenuto per tutto il giorno, e lo terrò per tutti i giorni che verranno, insieme alle altre sue strepitose ballate, dolenti e malinconiche, che mi riempiono gli occhi e l’anima, come angeli ubriachi di rock’n’roll , e di lei.

Bartolo Federico