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mercoledì 30 novembre 2016
domenica 20 dicembre 2015
Il Cartello -Don Winslow-
Keller è diventato un blues, uno dei perdenti di Tom Waits, uno dei santi di Jack Kerouac, un eroe di Springsteen sotto le luci delle autostrade americane e i neon dei locali. Un fuggiasco, un bracciante, un vagabondo, un cowboy, che, pur sapendo di essere arrivato alla fine della prateria continua a galoppare, perché non c'è altro da fare.(Don Winslow)
Keller è steso sul letto, nel suo appartamento. La sua solitudine è come un dolore lieve, una vecchia ferita che non noti più perché ormai è parte di te.(Don Winslow)
domenica 27 ottobre 2013
Fuggiasco
Bartolo Federico
domenica 7 aprile 2013
Sulle Strade Secondarie (prigioniero del blues)
Guidare mi era sempre piaciuto,
specie quando non avevo mete da raggiungere e potevo tenere gli occhi incollati
sull’asfalto e naufragare dentro le mie rovine interiori. Ma era anche un modo
per staccarmi da me stesso e da quello che mi circondava innalzando le mie
barriere di protezione. In quel pomeriggio dai colori opachi provavo quella sensazione.
Guidavo con la radio spenta, accompagnato dal rumore della pioggia che era
arrivata fredda e inaspettata picchiando con foga sul parabrezza dell’auto. Facevo
strada e mi chiedevo perché mai le cose che mi riguardavano avessero preso da
molto tempo ormai quella brutta piega. Certo non ero mai stato un tipo accomodante,
di quelli che si mettono seduti in silenzio dopo un buffetto sulla guancia. No,
non ero mai stato quel genere di
persona. Anzi, a guardarmi col senno del poi, ero stato anche fin troppo
ribelle ma anche un ingenuo. Tanto che, per non impazzire del tutto, avevo
dovuto saltare la staccionata infilandomi dritto dritto su quelle strade secondarie,
intrise dalla polvere e battute da un venticello muto e solitario. Quelle
strade ignorate, dimenticate dai più. Troppo scomode per percorrerle, se sei un
turista, con quell’asfalto abraso dal tempo ma proprio per questo suggestive e
struggenti. Quelle strade che ti restano incollate al cuore, fatte apposta per tutti
quei pazzi allo stato brado che in questo mondo si sentono soffocare.
La stanza dove alloggiavo aveva i
muri screpolati e grandi chiazze di umidità negli angoli. Le tende di
poliestere una volta bianche erano ingiallite e quasi trasparenti. Il copriletto
di colore beige con grandi fiori rossi era una vera sciccheria che neanche a
girare in un mercatino dell’usato lo
avresti trovato più. Un tavolinetto da picnic, una sedia pieghevole e un
piccolo televisore in bianco e nero che non funzionava facevano l’arredamento. Una
stanza senza troppi fronzoli, a modo suo anche rivoluzionaria, nella sua semplicità. Una stanza che aveva visto
alloggiare un’umanità di diseredati, di persone che dalla vita non pretendevano
più nulla se non di starsene in santa pace con se stessi. Uomini soli che
cercavano il modo per non finire omologati e di conseguenza anche di esistere. Tutto il tuo denaro riuscirà a comprare il
perdono, a tenerti lontano dalla malattia o dal freddo? Tutto il tuo denaro ti
proteggerà dalla follia? Ti terrà lontano dalla tristezza quando sei giù in
fondo al buco?(Down In The Hole - Rolling Stones)
In quella camera con le pareti disegnate,
scarabocchiate, imbrattate di frasi celebri, ma anche di espressioni senza senso
apparente, respiravo le storie di quegli uomini che si erano dispersi
nell’immaginario di un mondo troppo vasto, ma anche troppo crudele. Uomini
bruciatisi in fretta, sovrastati dalla malinconia dei loro stessi sogni. Quella
solitudine profonda che regnava in quelle quattro mura metteva a nudo quelle
anime che ci potevo quasi parlare. Mi addormentai senza mangiare con la faccia
rivolta alla finestra mentre gocce di pioggia entravano dall’infisso bagnandomi
il viso. L’indomani un sole sparato filtrò dalla persiana svegliandomi. E quando
schiusi gli occhi lessi quella frase che la sera nella penombra mi era sfuggita. Qualcuno l’aveva scritta con
una biro nera e con mano tremante ”ogni
obbedienza è un’abdicazione”(Bakunin). Mi alzai dal letto di scatto ché ero
pronto ad andare. Alle volte bisogna accontentarsi e prendere quel che capita
per tirare avanti.
Uscito dal paese, proseguii diritto
per un paio di chilometri, poi svoltai a destra e subito dopo a sinistra. Seguendo
le indicazioni che un uomo fermo sul ciglio della strada mi aveva dato, mi
ritrovai lungo quella via polverosa, stretta e tortuosa. Una stradina piena di
buche e avvallamenti, affiancata da un ruscello ormai in secca. Una stradina davvero
solitaria. Fu allora che ripensai a quella frase che avevo letto sulla parete
della stanza, quella frase di Bakunin l’anarchico, che avevo scritto anch’io da
ragazzino cerchiando una A sulla pagina interna della mia copia di On The Road.
E non so spiegare perché mi venne in mente il villaggio dov’ero cresciuto io,
mio nonno Sebastiano e tutti i miei amici del quartiere. Mi ricordai di quel
senso del vicinato che avevano le nostre famiglie, del sentirci una comunità che
ci rendeva davvero la vita speciale. La nostalgia arrivò e stringò il cielo
limpido proprio dove due uccelli stavano svolazzavano e, intanto che riaprivo
la pellicola dei ricordi sui visi di quelle persone, accesi la radio. Ebbene, sono così stanco di piangere. Ma sono
di nuovo fuori in strada. Sono di nuovo in strada. Ebbene, sono così stanco di
piangere. Ma sono di nuovo fuori in strada. Sono di nuovo in strada.(On The Road
Again - Canned Heat)
Ascoltai un giornale radio e, mio
malgrado, le previsioni del tempo. Dopo presi a seguire un dibattito politico sullo
stallo governativo che si era verificato in seguito alle votazioni politiche. Ma
tutto quello sbattimento mi suonava alquanto anomalo. Mio nonno e mio padre
erano di pasta antica e da loro avevo appreso che una volta che stringi un
patto, caschi il mondo, lo devi onorare. Un paese dalla memoria corta, il
nostro. Tutto è concesso ai signori del potere e, abituati come siamo al
vassallaggio, non ci si scandalizza dei loro misfatti. Il dibattito si fece sempre
più rovente e basato sul nulla. Eravamo davvero un paese diviso, lacerato nel
profondo, un paese di tifosi che sapevano farsi egregiamente del male, ma la partita
che si giocava riguardava un’orda di persone senza lavoro e senza alcuna
protezione sociale. Gente lasciata sola al proprio destino che, insieme ad un
marea di giovani, era la, vittima sacrificale di quelle politiche, orrende e disumane,
che i belzebù europei avevano dettato e che i politici senza scrupoli avevano messo
in vigore. Ma adesso, come non era mai accaduto prima, una massa di disperati premeva
sull’uscio del grande portone e questa volta si percepiva che qualcosa sarebbe
accaduto. In un modo o nell’altro. E’ indispensabile che la gente sia
ispirata ad ideali universali,che essi abbiano una generale idea dei loro
diritti e una profonda appassionata fede nella validità di questi diritti. Quando
quest’idea e questa fede popolare si uniscono alla miseria che porta alla
disperazione,allora la Rivoluzione Sociale è vicina ed inevitabile e nessuna
forza al mondo può fermarla.(Michail Bakunin)
Guidai per ore con la mente impegnata
a mettere insieme i tasselli degli ultimi avvenimenti, accompagnato da qualche
nuvola vagabonda e dalla musica di uno strepitoso John Mayall dell’album The
Turning Point. Un disco senza batteria ridotto strumentalmente ai minimi
termini e registrato al Fillmore di New York il 12 luglio 1969, insieme a Jon
Mark, chitarra acustica, Steve Thompson, basso, e Johnny Almond, sax e flauto.
Come un vero beatnik, Mayall da vita ad un set formidabile, suonando un blues fantasioso
e pieno d’anima, mescolando jazz, strada e poesia che il tempo non ha corroso. Quel
sentiero ad un tratto prese a salire. Il percorso era pieno di gobbe e curve a
gomito. Nello specchietto retrovisore cumuli di polvere si alzavano al mio
passaggio. Cosa hanno fatto loro per la
terra? Cosa hanno fatto per la nostra sorella sempre giusta? Devastata,
saccheggiata, strappata e colpita. Bloccata con pugnali dalla parte dove nasce
il sole e bloccata da recinti e trascinata nella desolazione. (When The Music
Is Over - The Doors)
Con
Sal ci andavamo spesso sul monte Navajo. Così avevamo battezzato quel luogo da
dove potevamo osservare dall’alto la città. Da quel punto sembrava che
potessimo afferrarla e stringerla nel palmo della mano per poi farla sparire. Ci
inerpicavamo in sella alla moto di suo fratello che utilizzavamo di nascosto
quando lui era a lavoro e ci sentivamo liberi, con il vento che ci tagliava in
due il viso, accelerando per quei tornanti e urlando con quanto fiato avevamo
in gola: We want the world and we want it
..Now Now Now! Era il nostro urlo di liberazione intanto che bruciavamo e
la pazzia iniziava a serpeggiare dentro di noi mentre ci “aprivamo come ragni tra le stelle” (Jack Kerouac).
In
quale inferno puoi andare lontano dalle cose che conosci, lontano dalle distese
di cemento che continuano a serpeggiare mille miglia al giorno? Guardati ancora
una volta alle spalle, dedica ciò alla memoria e ricorda: che non ti manchi
questo deserto, questo luogo tremendo. Quando te ne vai lascia il cuore fuori
dalle maniche.
(Motherland - Natalie Merchant).
Io e Lucilla eravamo andati a vivere
in un monolocale che avevamo affittato nella zona nord della città dove i
prezzi erano più abbordabili per due squattrinati come noi. Entrambi eravamo
studenti alla facoltà di scienze politiche e per mantenerci quell’alcova ci arrangiavamo
con dei lavoretti nei fine settimana o dando lezioni private ad ore. Ma era pur
vero che la madre di Lucilla veniva in nostro aiuto puntualmente ogni fine
mese. I primi tempi le cose tra di noi andarono a gonfie vele, addirittura
pensavo fosse la donna della mia vita. Poi, con il passare dei giorni, i nostri
rapporti si incrinarono e divennero sempre più difficoltosi, a tal punto che
quando ci si parlava non ci ascoltavamo. Una sera al mio rientro, trovai la
tavola apparecchiata con la cena già pronta e un solo posto. Mi tolsi il
giubbino e lo appoggiai sulla sedia, poi andai nella camera da letto. Lei era sotto le coperte girata di fianco e non si
voltò. Le chiesi se stava bene. Di rimando mi bofonchiò qualcosa del tipo che
era tutto a posto. Tornai in cucina e
cenai. Mangiai molto lentamente e bevvi la bottiglia di vino per intero. Poi
fumai una sigaretta. Mi guardai intorno e mi sentii un estraneo in quella casa.
Ero dentro un mondo che non era il mio che non mi apparteneva più. Cercai un
appiglio a cui aggrapparmi, non trovai nulla.
Davvero, non c’era niente che mi appartenesse in quel posto. Continuai a
sbandare e sentii la testa girarmi, ma fu solo per un attimo. Mi accesi
un’altra sigaretta. Ad un tratto lei apparve sull’uscio, mi guardò con gli
occhi gonfi di lacrime e la faccia stravolta e disse “ci sono mille ragioni per odiare uno come te, ma
anche per amarti. Ancora non ho ben capito quale delle due sovrasta l’altra”. Girò
le spalle e ritornò a letto. Fu tutto. Non le risposi, non dissi nulla. Racimolai
le mie cose ed uscii da quell’appartamento senza fare rumore. Senza farmi più
sentire. Correvamo verso i sobborghi
stringendo tra i denti la fede, dormivamo sulla spiaggia, in quella vecchia
casa abbandonata, distrutti dal caldo, e ci nascondevamo nelle strade
secondarie. Con un amore così difficile e pieno di sconfitte. Correvamo nella
notte per salvare la vita, per quelle strade secondarie (Backstreets - Bruce
Springsteen).
Mi sistemai a un tavolino che dava sulla
strada ordinai un toast e un birra grande. Tirai fuori un libro dalla sacca e
lessi qualche riga. Lo riposi quasi subito perché non riuscivo a concentrarmi. Bevvi
altre due birre, pagai il conto ed andai via. Quali tracce di me stavo seguendo,
mi chiesi mentre raggiungevo l’automobile. Perché tutto era sempre così complicato? Era proprio vero, per alcuni la vita non cambia
mai di foglio. Quando ripartii, sgommando, erano le sei del pomeriggio e mi
sembrò di essere come un ladro del mio tempo. Accesi la radio e la slide di
Johnny Shines, un perdente pieno di dignità, mi colpì come un pugno nello
stomaco. La sua voce tonante chiamò il buio e la disperazione, e mi ritrovai
all’incrocio tra due strade, solitario e mesto. Come sempre prigioniero del
blues.
Bartolo Federico
lunedì 25 marzo 2013
Ho Un Debole Per I Treni
Si
alzò dal letto, accese la lampada e controllò l’orologio alla parete.
Da settimane non beveva più un goccio. Si era convinto di dover restare
lucido per assistere al proprio tracollo. Che, comunque, era una cosa
che non riguardava nessun altro all’infuori di lui. In quei giorni sobri
aveva provato a ripercorrere il proprio cammino, cercando di metterne
in chiaro le vicende. Ma alla fine si era arenato in un nulla di fatto.
La verità muore sempre da sola, nell’ignoto di noi stessi. Non aveva
quasi più un soldo e nessuno che gli pubblicasse i suoi scritti. A quasi
cinquant’anni era un vecchio solitario, tagliato fuori da tutto. Mentre
attendeva che il caffè uscisse dalla piccola moka, accese lo stereo.
Ognuno sceglie i sogni che gli riscaldano meglio il cuore. Johnny Cash
era tra quelli che raccoglieva i suoi supplizi. Un uomo che era vissuto
e morto con gli occhi aperti. Con la sua vita ci aveva fatto una
partita, sfidandola a più riprese. Intensamente e senza compromessi,
aveva bruciato la candela da entrambi i lati, e dentro le canzoni aveva
scacciato la sua solitudine. Ma con la stessa intensità aveva amato e si
era ingozzato di sogni. Canticchiò insieme a lui i versi di Hurt.
Oggi
mi sono ferito da solo, per vedere se ero ancora in grado di sentire,
mi sono concentrato sul dolore, la sola cosa reale, l'ago fa un buco, la
vecchia familiare trafittura (che) cerca di eliminare ogni cosa. Ma io
ricordo tutto. Cosa sono diventato? Mio dolce amico tutti quelli che
conosco sono andati via alla fine.
Uscì
dalle tenebre del suo appartamento che erano le quattro del mattino. La
strada lo prese con sè, insieme agli altri nottambuli. Lungo il
marciapiede, mentre si mescolava con la città, pensò che doveva stare
attento a non cadere in nessuna discordia. Quel che restava di lui
avrebbe fatto bene a ficcarlo nel primo tombino che incontrava, cosi da
non cedere a nessun impulso. Si sa che i desideri dei pezzenti sono
puniti con durezza.
Dove è scuro come un cunicolo ed umido come la
rugiada, dove i rischi sono molti ed i piaceri pochi, dove la pioggia
non cade mai ed il sole mai risplende. E' scuro come un cunicolo giù
nelle miniere. (Dark As A Dungeon)
Quello
che in seguito fu conosciuto come l’uomo in nero, nacque a Kingsland in
Arkansas il 26 febbraio del 1932, in piena depressione economica.
Figlio di mezzadri poverissimi, a soli sei anni si trovò a lavorare nei
campi aiutando, come poteva, i suoi genitori. Lo diceva la mia mamma e
me lo diceva anche la mia maestra che ci sono un sacco di lavori che
posso fare, asciugare i piatti, spazzare il pavimento. Ma se lavoreremo
tutti assieme non ci vorrà un granché.(All Work Toghether - Woody Guthrie).
L’America era in ginocchio, ridotta alla fame. Ovunque ci si girasse a
guardare, c’era dolore, disperazione. In questo clima di assoluto
abbandono, Johnny Cash crebbe dedito all’introspezione. La musica
popolare americana, che gli arrivava per radio attraverso le canzoni di Jimmie Rodgers e della Carter Family, ben presto divenne la sua amica speciale.
E
poi vedo l'oscurità, e poi vedo l'oscurità. Non sai quanto ti voglio
bene? E’ una speranza che in qualche modo tu possa salvarmi da questa
oscurità...(I See A Darkness).
Glauco
s’infilò per una stradina stretta e malridotta che lo portò
all’ingresso laterale del mercato ortofrutticolo. Il guardiano lo salutò
e, come faceva sempre, gli chiese una sigaretta che lui gli negò, solo
perché non ne aveva. Quel tizio, a sentir parlare gli altri scaricatori,
era un magnaccia rotto in culo per quella sua attitudine a mangiare a
ufo. Ma a lui di tutta questa faccenda non gliene importava granché.
Aveva ben altri pensieri su cui arrovellarsi. Raggiunse il box numero
16, si cambiò e prese a svuotare il tir frigorifero che era arrivato
qualche ora prima. Lavorò in silenzio fino alle due del pomeriggio e
quando terminò si spogliò, passò dalla cabina dove c’era accomodato il
padrone. Se ne andò via dopo aver messa in tasca i trentacinque
miserabili euro che il capo gli allungò. Non appena fuori dal mercato,
prese il tram e, giacché era senza biglietto, si posizionò vicino la
porta in modo che, se fosse salito il controllore, sarebbe sceso al
volo. Il chiosco-bar vicino la stazione centrale aveva cambiato
proprietario e da allora c’era la fila a qualunque ora del giorno. Con
tre-quattro euro si riusciva a mangiare e bere decentemente. Si mise in
fila e al suo turno ordinò dei panini e una birra piccola. Poi si
diresse nella villetta attigua e si sedette su una panchina. I colombi
lo accerchiarono appena addentò la pagnottella. Glauco li scacciò in
malo modo. Mangiò pensando che la vita si era trasformata in un lungo
rifiuto e che, non avendo mezzi economici, tutto si era complicato
terribilmente. Aveva perso pure l’abitudine a fantasticare. A furia di
prendere legnate, era pieno di escoriazioni e ferite. Se avesse potuto
guardarsi l’anima allo specchio, sicuramente si sarebbe spaventato per
come era scrostata. Un treno che stava entrando in stazione fischiò
lungamente facendolo trasalire. Boom Chicka Boom.
Sento quel
treno che arriva, arriva da dietro la curva. Non ho più veduto la luce
del sole da talmente tanto tempo che nemmeno io mi ricordo da quando (Folsom Prison Blues - J.C.)
Johnny
Cash adorava quei vecchi treni sferraglianti e instabili che erano il
simbolo di un’ America polverosa rimasta, ormai, solo un souvenir e le
storie dei suoi viaggiatori solitari, che se la filavano con i propri
sogni lungo le rotaie fumanti. Ma, soprattutto, amava i fuorilegge come John Wesley Hardin. Un Robin Hood che toglieva ai ricchi e dava ai poveri. Ci fece un disco nel 1960, raccontando quelle gesta. Ride This Train
è un album che dà dignità e splendore a tutti quegli uomini, impegnati a
superare il loro martirio quotidiano, costretti a spingere la vita
giorno e notte. Che con un orgoglio che spaccava il cuore hanno dovuto
ingoiare umiliazioni e rinunce. Uomini soli che hanno viaggiato sulle
piantane dei treni e sputato sangue in cerca di lavoro, per respingere
l’incubo della miseria. Senza l’ombra di un biglietto.
Jesse James e i
suoi ragazzi cavalcarono lungo il Dodge City Trail, rapinarono il
postale di mezzanotte delle ferrovie del sud. Ma nessun uomo di legge è
mai riuscito a mettere in prigione Jesse James. Frank e Jesse James
uccisero molti uomini, è vero. Ma in cuor loro non furono mai dei
banditi (Jesse James – traditional)
La
luce del sole lo accecava maledettamente. Abituato a eclissarsi
nell’ombra, tutta quella luminosità gli faceva girare la testa. La vita
che conduceva da quando era caduto in disgrazia si era divorata tutta la
poesia che aveva dentro. Tanto che non riusciva quasi più a scrivere i
suoi deliri. Prese a camminare verso casa, senza fretta, un passo dopo
l’altro. Forse doveva imparare a prendere le cose come venivano. Un
brivido di paura lo percorse mentre loro tuonavano nel cielo, perché
vide i cavalieri irrompere ed udì il loro lugubre canto yippie i ohhh
ohh ohh yippie i aye ye ye. Cavalieri fantasma nel cielo (Ghost Riders In The Sky).
Johnny si era spinto fino a Juárez in Messico dove aveva comprato mille
pasticche di anfetamina. Le nascose dentro la chitarra, ma a El Paso,
in Texas, venne arrestato dagli agenti federali. Era un uomo tormentato
dagli incubi, trafitto dai suoi stessi fantasmi. La lunga dipendenza
dalle droghe e dall’alcool lo aveva stremato. In Song Of Our Soil
del 1959, aveva tentato di liberarsi dal demonio con canzoni che
parlavano di sofferenza e solitudine. Guardando, ma non vedendo il buio
che lo assediava.Dietro la valle dove il vento sussurra piano.
Qualche
volta la notte, dove il vento freddo sembra un lamento, vestita di un
lungo velo nero, Lei piange sulle mie ossa, Lei cammina per queste
colline, vestita di un lungo velo nero, Lei fa visita alla mia tomba
quando geme il vento della notte. Nessuno sa, no, e nessuno vede.
Nessuno, tranne me. Nessuno, tranne me. (Long Black Veil - tradidional)
Gli
sembrò che stesse camminando sulle sabbie mobili, vigili e pronte a
risucchiarlo al primo passo falso. Certo, aveva anche lui giocato e
vinto, altre volte perso. Ora, però, procedeva a tentoni zigzagando,
frenando e accelerando, sempre meno sicuro che tutto questo servisse a
qualcosa. Tentava di fare il duro con se stesso, ma sapeva bene di
mentire. Era come un fiore nel buio. Sentiva il bisogno di aiuto, di
essere protetto. Sotto quel cielo tentava di trovare un percorso sicuro,
lontano dall’oscurità del passato e del futuro.
Ascolta quel triste caprimulgo, sembra troppo triste per volare. Si sente il tenue lamento del treno di mezzanotte E io sono così triste che potrei piangere. Non ho mai visto una notte così lunga dove il tempo passa così lentamente La luna si è appena nascosta dietro una nuvola per nascondere il suo volto e piangere. ( I’m So Lonesome I Could Cry - Hank Williams)
Ascolta quel triste caprimulgo, sembra troppo triste per volare. Si sente il tenue lamento del treno di mezzanotte E io sono così triste che potrei piangere. Non ho mai visto una notte così lunga dove il tempo passa così lentamente La luna si è appena nascosta dietro una nuvola per nascondere il suo volto e piangere. ( I’m So Lonesome I Could Cry - Hank Williams)
Quando Rick Rubin, quel genio dall’anima rock che di lavoro faceva il produttore
indipendente, dopo un esibizione che Johnny Cash tenne in un piccolo
ristorante a Santa Ana in California, si avvicinò per chiedergli se
volesse lavorare con lui ad un progetto che gli frullava da tempo in
testa, l’uomo in nero lo guardò circospetto, pensando che quel tizio gli
ricordava fin troppo se stesso. Ma, oltre a essere un uomo buono e
generoso, incuriosito e in cerca di rilancio Johnny si fece ben presto
convincere. Nel 1993 registra oltre trenta canzoni, ossute e febbrili,
accompagnandosi solo con la sua Martin nera. A quel tempo nessuno
dei due immaginava che quello che stavano realizzando potesse dare un
nuovo corso alla vita di entrambi e cambiare, per sempre e nel profondo
del cuore, la musica. Tutte le cover contenute in quelle registrazioni
americane che avrebbero visto, negli anni, altri episodi non potranno
più essere cantate da alcuno. Sono destinate a rimanere versioni
inarrivabili e chiunque si vorrà cimentare con quel repertorio dovrà
fare i conti con questi dischi che adesso sono dei monumenti. Il
magnetismo dell’anima di Cash le imprigiona per sempre dentro
quell’anello di fuoco che solo lui sapeva e poteva sprigionare.
L’amore
è qualcosa di incandescente e da vita ad un cerchio ardente. Guidato da
un desiderio indomabile sono precipitato in un cerchio di fuoco. Sono
precipitato in un incandescente cerchio di fuoco. Cadevo sempre più giù,
sempre più giù Mentre le fiamme salivano. E brucia, brucia, brucia Il
cerchio di fuoco, Il cerchio di fuoco (Ring Of Fire - J.C.)
Glauco rientrò in casa e si lasciò cadere sulla poltrona, sistemò la macchina da scrivere. Ho Un Debole Per I Treni, punto e a capo. Il tasto della macchina si abbatté sulla carta come
una goccia di sangue nel lavandino. Scrisse di getto e continuò a
scrivere fin quando il treno delle due e trenta non passò, con il suo
carico di anime tremolanti, facendo oscillare le pareti della casa.
Delia, oh Delia, come può essere successo? Volevi tutti quegli ubriaconi, non hai mai avuto tempo per me. Tutti gli amici che avevo sono morti (Delia).
Delia, oh Delia, come può essere successo? Volevi tutti quegli ubriaconi, non hai mai avuto tempo per me. Tutti gli amici che avevo sono morti (Delia).
Bartolo Federico
sabato 9 marzo 2013
Giù nel Buco
Il
tono duro e minaccioso mi diceva che era nel panico più totale. Vedeva
la sua preda sfuggirgli e questo non poteva tollerarlo. Si dimenava,
urlava, voleva tenere ferme le redini del gioco, come sempre aveva fatto
o come pensava che fosse. La guardai ed anche così infuriata era bella
ed attraente. Ma ero stanco di fingere, di mentire. Come se poi fosse
così facile mentire a se stessi. Da un pezzo l’amore si era corroso il
resto era un dettaglio, uno stupido dettaglio da passarci sopra, da
annientare. Compreso io.
Probabilmente avevamo corso per la stessa meta, ma con il passare del tempo le crepe del nostro rapporto si erano allargate a un punto tale che era finito in sala di rianimazione, agonizzante.Ad Emma tutto ciò non interessava. Ne avevamo parlato spesso negli ultimi tempi ma, abilmente, sapeva far cadere il discorso. Ciò che le premeva era una cosa sola: il parere del suo entourage. Non poteva presentarsi ai loro occhi come una donna sconfitta. Proprio lei, brillante avvocato, sedotta e abbandonata da uno squattrinato, un fallito, un musicista del cazzo, come usava dirmi quando voleva ferirmi. Nel suo codice non era ammesso. Ma quella solitudine mi stava uccidendo, dovevo darci un taglio e provare a salvare quantomeno quel che restava di me.
Probabilmente avevamo corso per la stessa meta, ma con il passare del tempo le crepe del nostro rapporto si erano allargate a un punto tale che era finito in sala di rianimazione, agonizzante.Ad Emma tutto ciò non interessava. Ne avevamo parlato spesso negli ultimi tempi ma, abilmente, sapeva far cadere il discorso. Ciò che le premeva era una cosa sola: il parere del suo entourage. Non poteva presentarsi ai loro occhi come una donna sconfitta. Proprio lei, brillante avvocato, sedotta e abbandonata da uno squattrinato, un fallito, un musicista del cazzo, come usava dirmi quando voleva ferirmi. Nel suo codice non era ammesso. Ma quella solitudine mi stava uccidendo, dovevo darci un taglio e provare a salvare quantomeno quel che restava di me.
Il
mio compagno di cella restò qualche attimo in silenzio poi mi augurò la
buonanotte dicendomi: - Dormi Lee, domani sarà una dura giornata. Mi
avevano trasferito in quel penitenziario dopo aver tentato l’ennesima
fuga. Il trasferimento era una punizione e quello era un carcere di
massima sicurezza, uno dei più duri a cui ero approdato. Ma ero stato
fortunato a finire in cella con Teo perché a volte, raramente ma accade,
si incontrano persone che sin dalla prima occhiata si percepisce che
sono sulla stessa lunghezza d’onda. Con Teo fu proprio cosi. Non appena
varcai la soglia della cella, capii immediatamente che mi sarei potuto
fidare di lui.
Mi
svegliai di soprassalto mentre la guardia urlava: - Sveglia! Alzatevi!
Mi tirai su e rifeci il letto. Una volta terminato, uscimmo dalla gabbia
e camminammo in fila indiana. Attraversammo il corridoio fino alla sala
colazione. Stavo imparando le regole, perché ogni carcere ha le sue
regole, a cui devi attenerti se vuoi sopravvivere. Lo avevo appreso a
mie spese. Ci sedemmo nel mezzo del refettorio , di fronte a cinque
detenuti che mi osservarono senza mai rivolgermi la parola. Era il
“Consiglio di Amministrazione”, “i fine pena mai”, gli ergastolani. Teo
fece le presentazioni, spiegando il motivo per cui ero dentro; il mio
biglietto da visita alla comunità. Tra l’altro fu anche la prima cosa
che mi chiese quando varcai la porta della cella.
Teo
era un oriundo francese, medico e professore universitario. Un
intellettuale, un uomo leale e corretto, come se ne trovano pochi che,
un bel giorno, si era convertito all’eco-guerriglia. Fondò un quartetto,
chiamato “i Sabotatori”, un gruppo di visionari romantici decisi a
salvare il mondo dagli scempi ambientali voluti dal governo e
dall’industria. Aveva fatto saltare decine di mostruosità restituendo
alla natura ciò che l’uomo ingordamente le toglieva. Lo catturarono i
federali a St Louis insieme alla sua compagna, anch’essa sua complice,
prima che portasse a termine il progetto più ambizioso: far esplodere la
diga del Glen Canyon, che aveva provocato cambiamenti climatici e
geologici irreversibili in tutta l’Arizona.
BartoloFederico –
giovedì 7 marzo 2013
Lungo La Strada Ferrata
Mi
sono svegliato nella mia stanza d’albergo vicino la ferrovia con la
moquette sfilacciata e le tende bruciacchiate dalle sigarette; mi sono
lavato, ho afferrato la mia sacca da marinaio piena delle mie speranze e
me ne sono andato. Fuori non c’era anima viva, ma ho guardato bene lo
stesso alla ricerca di qualche sagoma da poliziotto. Mentre camminavo
già sentivo le ondate di calore dell’afoso mattino farmi colare gocce di
sudore dalla fronte. Sarei saltato sul primo treno che andava verso Jackson, Mississippi, e dal finestrino avrei guardato le paludi, le colline tondeggianti ed i grandi spazi che circondano l’America.
Avrei
cercato di stare in guardia, perché i vagabondi non piacciono alla
gente, né alla polizia. Ma con la mia chitarra non passavo inosservato.
Da ragazzo, quando andavo in giro con mio padre che suonava per hobby
agli angoli delle strade, avevo preso l’abitudine di portarla con me,
alla maniera di Arthur “Big Boy“ Crudup, a tracolla come un fucile con il manico rivolto verso il basso. Quella chitarra fu regalata a mio padre da Slim Harpo
di cui era amico e, a sua volta, papà la regalo a me che da allora la
tenni come una reliquia. In fondo, era l’unica cosa di valore che
possedevo. Una sola volta la prestai, lui è un mio amico e si chiama Sonny Landreth, perché gli serviva per incidere “Way Down in Louisiana”, ma è successo tanto tempo fa.
Quando
il lungo treno arrivò in stazione sbuffando, salii su una carrozza in
coda e presi posto vicino al finestrino. Da lì vidi il capotreno che con
un movimento della mano dava il segnale di partenza, dopo di che sentii
due volte il fischio e il convoglio si avviò: l’alba è ancora tinta di
rosa le canne ondeggiano nei campi ed io sono come il vento, vado dove
mi pare.
In Texas avevo ascoltato gli Statesboro Revue
e mi era presa la smania di rimettermi in viaggio verso sud. Volevo
rivedere le fattorie sgangherate, i campi di cotone e le acque fangose
del Mississippi, le liane e le querce, gli aceri della palude ed i
cachi. Quei ragazzi avevano fatto “Different Kind of Light “, un disco splendido, shakerando gli umori ed i sapori del sud, i canti della libertà e il rock selvatico dei Black Crowes di “Shake Your Money Maker”. Ad ogni generazione i suoi Rolling Stones, a loro erano toccati i Crowes .
“Mona
ha tentato di avvertirmi di stare alla larga dai binari ha detto che
tutti i ferrovieri bevono il sangue come vino ed io ho risposto “oh non
lo sapevo”, ma poi ne ho incontrato solo uno e mi ha solo affumicato le
palpebre e forato la sigaretta.” (Stuck Inside of Mobile With the
Memphis Blues Again -Bob Dylan-).
Keys to the Kingdom i fratelli Dickinson
lo hanno registrato rendendo omaggio al padre, scomparso nel 2009.
Dentro ci sono tutti gli ingredienti emotivi e psicologici che il blues
sa spargere. Mentre suonavano queste canzoni magre e spigolose, sono
stati raggiunti da vecchi amici come Ry Cooder, Mavis Staples e Alvin Youngblood Hart.
Ne è venuto fuori un disco incazzato e amaro, impregnato di “canned
heat”, itinerante e sgretolato come solo il blues ancorato alla
tradizione può essere. Luther Dickinson dimostra, ancora una volta, la sua bravura alla chitarra riuscendo a sostenere, insieme al fratello Cody alla
batteria, un blues scavato e sofferto che sa emanare calore umano e,
nello stesso tempo, essere carismatico e semplice, che dosa tecnica e
feeling rendendo cosi alcuni momenti davvero straordinari. Tutte cose
che riescono solo ai fuoriclasse.
sabato 2 marzo 2013
Diamanti Sul Parabrezza.
Avevo
imboccato quella strada solitaria, senza nulla da attraversare, né
paesi né città, nulla. Guidavo e volevo che le cose scivolassero per i
fatti propri. Volevo abbandonare tutto quello che mi aveva ferito, come
vuoto a perdere, sul ciglio della carreggiata. Volevo mettere un po’
d’ordine in me stesso, perduto nel grande spazio. Ma qualcosa stava
accadendo in quel luogo di desolazione, in quella giornata carica di
luce.
Lei
era tornata dal suo vagabondare e mi aveva mandato delle canzoni che mi
parlavano di un’ America smarrita, di piste battute dal vento, di
amore, morte e guerra, di souvenir raccattati al confine e mi sentii
come l’ultimo dei pionieri, mi sentii come un robivecchi dell’anima. Mi
spiegava che non potevo lasciare certe cose, perché quelle erano nel
profondo di me stesso, mi appartenevano. Non potevo emigrare da quelle
sensazioni o da certe canzoni. No, non potevo farlo davvero, dovevo solo
andargli incontro.
Mi
prendono a sberle queste canzoni con parole omicide che s’infilano
dentro, come pirati all’arrembaggio. Sono dense e aspre, ma anche
fragili come i blues, e prendono qualsiasi direzione come pallottole
vaganti. Sprigionano gioia, disperazione, tristezza. Si ricordano che
sono figlie delle Pietre Rotolanti e del folk asciutto e grezzo di
Dylan. Ma lui è ovunque, lui è dappertutto, anche nel più crudo disco di
punk. Lui è sempre lì.
Supero quella linea ferrata ormai in disuso e mi appaiono le ombre dei vecchi fuorilegge: John Wesley Harding, Billy The Kid , Jesse James,
che fischiettano sottovoce, e mi sembra di riprendermi un pezzo
d’identità che avevo smarrito. E’ in questo vuoto immenso che percorro
in cerca delle mia città-fantasma, senza roba da bere, che risento forte
e chiara la presenza dello sciamano Jim Morrison aleggiare in Awakening.
Il
cielo è di un blu intenso e la strada è lucidata di nero. La vecchia
Route 66 è malconcia e piena di nostalgia, per i vecchi motel e per
quelle anime che l’hanno attraversata, come quei due solitari, bevuti di
vita, che erano Jack &Neal mentre correvano controvento
a toccare i sensi all’America. Aveva fatto i conti con se stessa, aveva
rassettato la sua vita, ma non si era appagata, tutt’altro. Adesso era
finalmente libera anche di vestire i ricordi con una nuova taglia e
farli risplendere come fossero nuovi di zecca .
Ad
ognuno le strade a misura dei propri sogni. Le valigie erano nuovamente
sul marciapiede. Se n’era andata a vagare sotto un cielo di stelle
cadenti, cosi Born To Be Loved l’aveva scritta sulla sedia a dondolo di Tony Joe White guardando la palude e sorseggiando una birra. Intanto che Buttercup mi agguanta e mi leva il respiro, orgogliosa e insofferente com’è, si tinge di scuro nel ricordo struggente di un amico in Copenhagen. Quando arriva Seeing back sobbalzo dal sedile con una sciabolata chitarristica alla Crazy Horse
. Che cosa pazzesca mi stava capitando! Dentro quelle mappe del cuore
continuai a guidare e ogni volta che arrivavo in fondo mi toccava
ricominciare daccapo.
Poi quello sbuffo di vento mi porta un bacio lieve, Kiss like your kiss,
che mi è finito sulla bocca, e lì me lo sono tenuto per
tutto il giorno, e lo terrò per tutti i giorni che verranno, insieme
alle altre sue strepitose ballate, dolenti e malinconiche, che mi
riempiono gli occhi e l’anima, come angeli ubriachi di rock’n’roll , e
di lei.
Bartolo Federico
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