martedì 16 ottobre 2012
lunedì 15 ottobre 2012
Sul Letto Del Demonio
Divenne
un sanguinario, una macchina telecomandata da Cosa Nostra, pronto in
qualsiasi momento ad entrare in azione. Si arruolò per un periodo nella
legione straniera dove perfezionò le tecniche di guerriglia, mentre il
suo mito si espandeva oltre confine, a un punto tale che altre
organizzazioni mafiose richiesero i suoi “servizi”. Dopo quell’uccisione
si distaccò dai ragazzi, sapeva che la sua vicinanza li avrebbe potuti
mettere in pericolo, loro rappresentavano la sua famiglia e lui da quel
momento era un possibile obiettivo.
Aveva
piovuto abbondante durante l’inverno in Sicilia e il ciglio della
strada era cosparso di fiori. Il rumore di passi lo mise in allerta, si
spostò a ridosso del muro e osservò tre uomini aprire il cancello
automatico ed entrare nella villa, ma erano troppo brilli e fatti di
coca per accorgersi di quell’ombra nel buio. Li sentiva ancora oggi: il
rumore di quei passi sulla scala che scricchiolava sotto il peso del
corpo del suo patrigno. Un uomo dalla stazza enorme, un bruto che viveva
di espedienti e alla sera si beveva al bar tutto il denaro che riusciva
a raggranellare durante il giorno Non era stato il suo primo delitto.
Quello era avvenuto molto tempo prima, appena dodicenne, nel silenzio di
una notte senza memoria. Il patrigno tornava a casa sempre ubriaco
fradicio. Lui e sua madre erano terrorizzati da quell’uomo al punto che
iniziavano a tremare non appena lo sentivano salire per la scala di
legno che portava a quel minuscolo pertugio chiamato casa. Sotto il suo
peso la scalinata ondeggiava paurosamente e data la sua mole faceva una
fatica boia a salire. Ad ogni gradino superato bestemmiava da fare
schifo. Raggiunto il piccolo ballatoio, ansimando come un animale,
apriva la porta con un calcio e, una volta dentro, sera per sera, senza
motivo, li massacrava di botte. Una volta, furono talmente violente le
bastonate che la madre rischiò di morire tant’é che finì in ospedale,
quasi in coma, ma, nonostante ciò, la donna non ebbe il coraggio di
denunciarlo.
Mentre era in convalescenza in ospedale, ci pensò lui a sistemare le cose. Non era più in grado di sopportare la disperazione che gli leggeva negli occhi. La quinta notte che trascorse da solo pioveva e faceva freddo. Aspettò accovacciato nel buio del piccolo ballatoio, attese paziente che il patrigno raggiungesse quasi la cima e a quel punto gli si piazzò davanti. Tenendosi con le braccia da parete a parete gli sferrò un calcio a piedi uniti in pieno petto. L’energumeno dapprima vacillò, cercando un appiglio, poi cadde pesantemente all’indietro rotolando per tutta la scala, finendo a sbattere la testa sul muro del portone d’ingresso. Morì sul colpo con l’osso del collo spezzato. Attese una manciata di minuti per vedere se arrivava qualcuno, dato il frastuono che la caduta aveva provocato, ma, come immaginava, nessuno si fece vivo. Scese le scale, si avvicinò per la prima volta a quell’uomo e, guardandolo con spregio, lo prese per i capelli e gli sputò in faccia. Poi risalì nuovamente le scale rientrò in quel buco e si mise a dormire. Lo trovarono all’alba accartocciato su se stesso, nell’androne di quella fatiscente abitazione . La sua morte divise il quartiere: per alcuni fu una disgrazia, per altri un segno di Dio. Non è facile allontanarsi da Dio, anche quando vai in rovina, anche quando ti ritrovi oltre la linea in cui batte il sole. Dentro di te sai che non puoi sfuggirgli, lo sai bene. Anche se il mondo dimenticasse i tuoi orrori, Lui non poteva farlo. Era davanti a Lui che ti saresti presentato un giorno. Come per chiunque era solo una questione di tempo.
Mentre era in convalescenza in ospedale, ci pensò lui a sistemare le cose. Non era più in grado di sopportare la disperazione che gli leggeva negli occhi. La quinta notte che trascorse da solo pioveva e faceva freddo. Aspettò accovacciato nel buio del piccolo ballatoio, attese paziente che il patrigno raggiungesse quasi la cima e a quel punto gli si piazzò davanti. Tenendosi con le braccia da parete a parete gli sferrò un calcio a piedi uniti in pieno petto. L’energumeno dapprima vacillò, cercando un appiglio, poi cadde pesantemente all’indietro rotolando per tutta la scala, finendo a sbattere la testa sul muro del portone d’ingresso. Morì sul colpo con l’osso del collo spezzato. Attese una manciata di minuti per vedere se arrivava qualcuno, dato il frastuono che la caduta aveva provocato, ma, come immaginava, nessuno si fece vivo. Scese le scale, si avvicinò per la prima volta a quell’uomo e, guardandolo con spregio, lo prese per i capelli e gli sputò in faccia. Poi risalì nuovamente le scale rientrò in quel buco e si mise a dormire. Lo trovarono all’alba accartocciato su se stesso, nell’androne di quella fatiscente abitazione . La sua morte divise il quartiere: per alcuni fu una disgrazia, per altri un segno di Dio. Non è facile allontanarsi da Dio, anche quando vai in rovina, anche quando ti ritrovi oltre la linea in cui batte il sole. Dentro di te sai che non puoi sfuggirgli, lo sai bene. Anche se il mondo dimenticasse i tuoi orrori, Lui non poteva farlo. Era davanti a Lui che ti saresti presentato un giorno. Come per chiunque era solo una questione di tempo.
Era un uomo schivo Sarino, ma leale, non metteva nessuno a rischio che non facesse parte del giro. Per questo motivo non s’innamorò mai, aveva appreso bene che non era possibile tenere una relazione. Questo lo avrebbe reso debole e un facile bersaglio. Ma la solitudine lo stava consumando a piccoli bocconi, tanto che cominciò a bere e fumare hascisc. Quando si annega ci si appiglia a qualunque cosa. Quella sera si era scolato due bottiglie di vino rosso ed era uscito, aveva voglia di camminare. Aveva saputo che sua madre era morta tramite un messaggio che aveva trovato nella cassetta di sicurezza. Avrebbe voluto correre da lei, metterle un fiore sulla tomba, ma era rinchiuso in quel carcere all’aperto che per lui era diventata da anni New York. Camminava col suo tormento e si chiedeva il perché di tutto questo. Era a secco di energia, si stavano spalancando le feritoie della sua corazza, si erano rimossi quei brandelli di vita che possono essere la nostalgia o il rimorso. Così quando passò dal quel locale e decise di entrarci per continuare a bere non pensava che l’imponderabile era lì che lo attendeva. Si accomodò nel salottino buio ordinando dello scotch liscio. Il locale era pieno di gente, sul piccolo palco un quartetto di jazz stava suonando. Non aveva mai provato interesse per la musica, se si sforzava non riusciva neanche a ricordare una canzone, ma il suono di quel sassofono, quei colori, l’intensità di quella musica, man mano che prestava la sua attenzione, si insinuavano dentro di lui profondamente, provava emozioni che non sapeva di possedere.
Ripiegò
il plico e lo bruciò nella scodella. Raccattò tutte le cose che poteva
portarsi e quella sera stessa andò via da New York. Prese un aereo
diretto a Parigi e si sistemò in una pensione. Non gli restava molto da
vivere e nella sua faccia cinerea si poteva leggere il rimpianto e
l’amarezza per non avere mai saputo chi fosse. Ma un soldato non può
disobbedire agli ordini, la reazione di Cosa Nostra a quello sgarro fu
spropositata. Neanche lui si aspettava una cosa del genere. Tutti in un
giorno furono ammazzati i ragazzi come scarafaggi: Rocco ,Gaspare, Bruno, Lillo,
persone innocenti che avevano avuto la sfortuna di essergli stati
amici. Anche se non lo vedevano da anni era sempre nei loro pensieri,
nei loro cuori. Gli mancava Sarino enormemente come loro mancavano a lui
. Ma la mafia è una bestia crudele che ti spreme dalla coda, per
succhiarti il cervello che colpisce chiunque con inaudita ferocia.. Che
non ha rispetto per nessuno, se non per i suoi sporchi traffici. Questo
aveva imparato.
Un
paio di giorni dopo aver appreso la notizia, affittò una macchina e
viaggiò fino a Milano. Lì cambiò auto fino a Firenze dove sostituì
ancora la vettura. Quando stava per arrivare a Villa San Giovanni, dal
ponte dell’autostrada vide la costa della sua terra ma non provò nessuna
emozione. S’imbarcò sul traghetto e raggiunse la Sicilia. Arrivò a
Palermo nella notte. Prima di lasciare Parigi aveva aperto dei conti
correnti a nome delle famiglie dei ragazzi dove aveva depositato tutti i
suoi soldi. Stava a loro accettarli o meno . Nessuno sapeva che un
giorno a Pippo “u Surici “ aveva salvato la vita e da allora gli
era debitore. Sarebbe passato ad incassare la ricompensa. Gli bussò alla
porta in piena notte che quasi schiattava dalla paura. Quando aprì non
lo riconobbe subito. Sarino restò fermo sull’uscio, poi prese a
parlargli e fu allora che “u Surici” capì chi era e
l’abbracciò. Sarino gli spiegò cosa avrebbe dovuto fare, poi si
allontanò nel buio. Il giorno dopo verso le nove di sera al posto
convenuto Pippo si presentò puntuale e gli fornì le informazioni
richieste. Tutto era rimasto tale e quale a quando aveva lasciato
Palermo. Rosario gli disse che aveva apprezzato quanto fatto e gli
allungò del denaro che lui rifiutò dicendo che i ragazzi non si
meritavano quella fine. Si salutarono e andò via. Raggiunse Carini
dall’autostrada. Una volta uscito dallo svincolo attraversò il paese ed
arrivò nella zona dove c’erano le ville dei capi cosca,lo conosceva bene
quel posto per averlo in passato frequentato. Era estate, il caldo era
soffocante. Prima d’imboccare la stradina che portava alla villa
posteggiò la macchina e s’incamminò a piedi. Si nascose nell’agrumeto,
dietro il muro a secco, ed aspettò.
Il Boss era abitudinario, non aveva nessun timore ad uscire da solo, le famiglie erano in pace non correva pericoli. Alle cinque del mattino il cancello automatico della villa si spalancò ed il Capo uscì in pantaloncini e maglietta per la sua consueta camminata mattutina. Rosario aspettò che il cancello si richiudesse. Mentre il capo prese a camminare verso l’agrumeto, gli sbucò dal buio e l’affiancò. I due si guardarono negli occhi per un lungo istante e mentre il "morto che camminava" capì cosa stava per succedere, un rumore sordo squarciò il silenzio, la pallottola gli spappolò il cervello e cadde riverso in terra. Rosario trascinò con fatica il corpo dietro il muro a secco, lo ricopri con rami e foglie di limone, prese il telecomando dal piccolo borsello che portava al collo e si diresse alla villa. Da fuori con un colpo preciso uccise il pitbull, ed entrò. Passò veloce il terrazzino, arrivò alla porta di casa . Salì le scale con movimenti rapidi e silenziosi, raggiunse il piano notte, sgusciò nella stanza da letto,dove la moglie del boss dormiva con il televisore acceso, si avvicinò , prese il cuscino, lo appoggio delicatamente sul volto della donna e gli sparò. Uscì dalla stanza e si diresse dove dormivano i tre figli, li sentì russare. Non si accorsero nemmeno di morire.Rifece il percorso inverso , raggiunse la macchina, imboccò l’autostrada ed uscì ad Alcamo est. Salì fino al paese e proseguì per la strada provinciale che portava a Sciacca. Arrivò in quel luogo che conosceva perché aveva accompagnato le donne dei boss quando faceva l’autista. Era un radura circondata dai vigneti, ma non era visibile quello spiazzo dalla strada, ci potevi arrivare solo se conoscevi il luogo.
Scese dalla macchina lasciando lo sportello aperto,dal sedile prese il sassofono si sentiva terribbilmente stanco, il dolore si faceva fortissimo. Si portò fino al centro della spiazzo, tirò fuori la pistola dalla cinta e la lanciò il più lontano possibile. S’inginocchiò in terra, ne raccolse un pugno s’imbrattò il viso e ne assaporò un po’: in quel momento per la prima volta sentì l’odore delle zagara, del gelsomino, dell’uva, dell’erba fresca, si rannicchiò in posizione fetale sotto il sole che sorgeva e si strinse forte al cuore il sassofono. Restò in quella posizione due giorni e due notti come un animale braccato che si leccava le ferite, ebbe gl’incubi e tutti quelli che aveva ammazzato lo andarono a trovare. Li chiamò per nome uno ad uno, mentre finalmente il suo essere prendeva forma .Poi sognò i ragazzi in un punto irraggiungibile che gli sorridevano e fu allora, che Faccia d'Angelo chiuse gli occhi per la prima volta nella sua vita. Dolcemente.
Il Boss era abitudinario, non aveva nessun timore ad uscire da solo, le famiglie erano in pace non correva pericoli. Alle cinque del mattino il cancello automatico della villa si spalancò ed il Capo uscì in pantaloncini e maglietta per la sua consueta camminata mattutina. Rosario aspettò che il cancello si richiudesse. Mentre il capo prese a camminare verso l’agrumeto, gli sbucò dal buio e l’affiancò. I due si guardarono negli occhi per un lungo istante e mentre il "morto che camminava" capì cosa stava per succedere, un rumore sordo squarciò il silenzio, la pallottola gli spappolò il cervello e cadde riverso in terra. Rosario trascinò con fatica il corpo dietro il muro a secco, lo ricopri con rami e foglie di limone, prese il telecomando dal piccolo borsello che portava al collo e si diresse alla villa. Da fuori con un colpo preciso uccise il pitbull, ed entrò. Passò veloce il terrazzino, arrivò alla porta di casa . Salì le scale con movimenti rapidi e silenziosi, raggiunse il piano notte, sgusciò nella stanza da letto,dove la moglie del boss dormiva con il televisore acceso, si avvicinò , prese il cuscino, lo appoggio delicatamente sul volto della donna e gli sparò. Uscì dalla stanza e si diresse dove dormivano i tre figli, li sentì russare. Non si accorsero nemmeno di morire.Rifece il percorso inverso , raggiunse la macchina, imboccò l’autostrada ed uscì ad Alcamo est. Salì fino al paese e proseguì per la strada provinciale che portava a Sciacca. Arrivò in quel luogo che conosceva perché aveva accompagnato le donne dei boss quando faceva l’autista. Era un radura circondata dai vigneti, ma non era visibile quello spiazzo dalla strada, ci potevi arrivare solo se conoscevi il luogo.
Scese dalla macchina lasciando lo sportello aperto,dal sedile prese il sassofono si sentiva terribbilmente stanco, il dolore si faceva fortissimo. Si portò fino al centro della spiazzo, tirò fuori la pistola dalla cinta e la lanciò il più lontano possibile. S’inginocchiò in terra, ne raccolse un pugno s’imbrattò il viso e ne assaporò un po’: in quel momento per la prima volta sentì l’odore delle zagara, del gelsomino, dell’uva, dell’erba fresca, si rannicchiò in posizione fetale sotto il sole che sorgeva e si strinse forte al cuore il sassofono. Restò in quella posizione due giorni e due notti come un animale braccato che si leccava le ferite, ebbe gl’incubi e tutti quelli che aveva ammazzato lo andarono a trovare. Li chiamò per nome uno ad uno, mentre finalmente il suo essere prendeva forma .Poi sognò i ragazzi in un punto irraggiungibile che gli sorridevano e fu allora, che Faccia d'Angelo chiuse gli occhi per la prima volta nella sua vita. Dolcemente.
Bartolo Federico
domenica 14 ottobre 2012
Fleetwood Mac - Live at Capital Centre (Largo 1975 - Concert Nights DHV 2011)
- Get Like You Used To Be
- Spare Me A Little (Of Your Love)
-Station Man [after Station Man lost signal ~10 sec]
- Rhiannon
- Why
- I'm So Afraid
- Oh Well - Green Manalishi
- World Turning
- Blue Letter
- Hypnotized [cut end]
Lindsey Buckingham -- guitar, vocals
Stevie Nicks -- vocals
Christine McVie -- keyboard, vocals
John McVie -- bass
Mick Fleetwood -- drums
sabato 13 ottobre 2012
In Fuga Sulle Strade Del Rock
Cosi insieme a Billy Payne alle tastiere, Richie Hayward alla batteria e Roy Estrada al basso, Lowell George a Los Angeles dà vita ai Little Feat, nome ispirato da una battuta di Estrada sul suo piede piccolo. “Little Feat” è il disco di debutto di Lowell George più che quello di una band, ed è un disco “punk”
per l’urgenza creativa con cui è proposto. Un album da sottoscala del
rock pieno di suggestioni e struggente malinconia, per quel senso di
solitudine che hanno tutti quei piccoli eroi che popolano le canzoni,
mentre attraversano il grande sogno americano. Qui non ci sono ancora i
ritmi funky & roll, le trame intricate delle loro
improvvisazioni che li faranno diventare una delle migliori band live di
tutti i tempi. Queste canzoni urlano un blues desertico suonate da una
chitarra slide che ti raschia la pelle per come taglia le note. Canzoni
infettate da un rock paludoso quasi di stampo rollingstoniano. Musica
diretta, senza fronzoli, per chi viaggia libero sulle strade che i poeti
Beat hanno esaltato in una stagione ricca di ideali che non vogliono saperne di morire. Buoni allora come adesso.

I
brani contenuti non sono estremamente lavorati. Questo aspetto credo
che sia decisamente voluto, teso a catturare da parte di Lowell più il
lato emotivo, psicologico, che quello puramente tecnico. La versione di “Willin” sicuramente è molto vicina a quella che ascoltò Frank Zappa
rispetto a quando i Little Feat diventeranno una band e il loro sound
impegnerà altre tinte e rimorchierà altri ritmi. Qui basta il suo canto
bastardo è la slide di Ry Cooder per consegnarci un capolavoro che i fans del gruppo tenderanno sempre a sottovalutare. Ma Truck
stop girl, Takin my Time, Strawberry Flats, Hamburgher Midnight, Crazy
Captain Gunboat Willie, Forty Four Blues, How Many More Years e le altre del lotto, scartavetrano
l’animo inquieto di un ragazzo che con l’immaginazione ha cercato di
sconfiggere l’ansia e i demoni che lo divoravano " per essere stato preso a calci dal vento e derubato dalla grandine” con sbornie colossali e altre sostanze illecite.

A
quel tempo stava accadendo qualcosa. Ovunque ti giravi c’era fermento
creativo, il rock era poesia e rivoluzione e tutto sembrava potesse
accadere. Ma era un illusione. Perchè quelle erano solo canzoni, stati
dell’animo. Quelli erano solo giovani musicisti innamorati del blues,
non erano Messia venuti a predicare il verbo. Eppure in tanti che
percossero quelle strade non furono più gli stessi, la musica cambiò la
loro vita radicalmente.Alcuni diventarono viaggiatori solitari , uomini
in fuga da tutto e da tutti. Come l'Harry Dean Stanton muto e cencioso
di Paris Texas.


La
notte è luccicante di stelle e il vento soffia dolce sollevando la
sabbia che si va depositando sul vetro dell’auto. Guido con i miei
demoni appesi al tergicristallo che ha ingaggiato una battaglia con gli
elementi naturali. Osservo la strada mentre ritorno a casa e ascolto i North Mississippi Allstars di “Mississippi Folk Vol 1”. I fratelli e papà Dickinson si sono davvero superati con una versione da capogiro di “Master Of War”
di Bob Dylan. Ma in tutto il disco ammaliano e stregano l’ascoltatore
con canzoni che da esorcismi diventano uno speciale atto d’amore libero e
incondizionato per il blues. I ragazzi suonano con il cuore in mano in
un atmosfera rurale e sudista che profuma del Ry Cooder di “Into The Purple Valley”
per un blues dell'anima dedicato a tutti quegli uomini che non si sono
mai arresi, di allora e di adesso, e che continuano nonostante tutto, ad
essere in fuga sulle strade del rock
Bartolo Federico
Bartolo Federico
Tracce Nel Deserto
Restai
in quella buca tre notti prima di passare il confine. Se avessi potuto
avrei camminato all’indietro per cancellare le mie tracce e scomparire
per sempre, ma non si può tornare indietro a nostro piacimento. Quel che
è fatto è fatto. “E proprio vero, la vita di alcuni è più incasinata di
quelle di altri, com’è la tua in questo momento”, disse guardandomi
dritto negli occhi Louie Perez.
Quando
il giorno aprìì gli occhi, il cielo si stava scurendo. Dopo un po’
cominciò a piovere fitto. Continuai a guidare. Poi, sfinito, mi fermai
in quella piccola stazione di servizio. Prima di scendere mi guardai
nello specchietto retrovisore, quasi non mi riconoscevo. Mi diedi una
ripulita nella piccola toilette e andai a prendere un caffè. Il Signor
Perez era un messicano che aveva passato la frontiera e il deserto era
stato clemente con lui. Gestiva quella stazione insieme alla moglie ed
era un uomo loquace e generoso perché non aveva dimenticato chi era
stato.
Erano
le dieci del mattino e stavo assorto davanti a una tazza di caffè
ascoltando i suoi racconti quando mi chiese come mi chiamavo. Mi girai e
guardai in un punto indefinito. Chi c’era lì? Forse il fantasma di me
stesso. Un’identità sconosciuta che viaggiava con documenti falsi che
vanno bene quando si ha voglia di continuare a vivere e sperare non per
chi, come me, era piombato nel buio più assoluto.
La
voce di Louie Perez mi richiamò alla realtà . “Figliolo qual è il tuo
nome?” Respirai profondamente e biascicai: “Lee Clayton”. Allora Lee, ti
conviene prendere la tua roba dalla macchina è fermarti qui stanotte,
il tempo non è messo bene e tu hai bisogno di riposarti prima di
affrontare nuovamente il deserto. Non mi stupii di quell’invito, l’uomo
che avevo di fronte si preoccupava di un emerito sconosciuto. Quell’uomo
riusciva a vedere oltre. Pur sapendo che puzzavo di guai era pronto a
tendermi una mano. Per lui non esisteva il passato, contava solo il
presente. Mi leggeva come un libro aperto perché anche lui, un tempo,
era stato un fantasma.
Louie
e sua moglie quella sera mi coccolarono amorevolmente e mi sentii per
la prima volta, dopo tanti anni, a casa. Quando andarono a dormire e
restai solo, in quel retrobottega con il pavimento di legno che
scricchiolava circondato da tutte le loro piccole cose appese, dal muro
tirai giù quella vecchia chitarra con le corde arrugginite. Era da non
so quanto tempo che non prendevo in mano uno strumento, ma era come se
non ci fossimo mai lasciati. E nel silenzio del deserto, insieme ai miei
ricordi, l’unica cosa in fondo solo mia. Suonai una mia vecchia
canzone.
“Non so davvero se riuscirò ad aprirmi abbastanza da cantarti questa canzone. Lo sai quante volte ho cercato di nascondermi, e so d'aver sbagliato, ma tu non sai cosa brucia di più nel dolore di non averti. Lasciami tentare di spiegare con le mie parole semplici quanto ti amo. Sento la tua voce ovunque e l'unica cosa che vedo e' il tuo viso e capisco quel che stai passando, così lascio che la vita scorra, ma a volte, se non mi trattengo, il mio cuore sprofonda nell'oceano, ma non sono qui di certo per rattristarti. Ti amo. I tuoi occhi bruciano dentro di me, nei sentimenti di cui ho paura, ma l'amore per te rende speciale quest'uomo, questo stupido che sono. Qualsiasi cosa io sia, ascoltami tesoro, ti amo e so d'averti detto che il mio nemico è chi ti dorme accanto stanotte e ti ho anche detto di non mentire, ma a volte ho mentito, ma credo verrà il giorno in cui la notte sarò con te, lo prometto ma fino ad allora prego Dio di proteggerti. Lo sai, ti amo piccola, ti amo, tesoro ti amo, amore ti amo, ti amo.” (I,LOVE YOU)
“Non so davvero se riuscirò ad aprirmi abbastanza da cantarti questa canzone. Lo sai quante volte ho cercato di nascondermi, e so d'aver sbagliato, ma tu non sai cosa brucia di più nel dolore di non averti. Lasciami tentare di spiegare con le mie parole semplici quanto ti amo. Sento la tua voce ovunque e l'unica cosa che vedo e' il tuo viso e capisco quel che stai passando, così lascio che la vita scorra, ma a volte, se non mi trattengo, il mio cuore sprofonda nell'oceano, ma non sono qui di certo per rattristarti. Ti amo. I tuoi occhi bruciano dentro di me, nei sentimenti di cui ho paura, ma l'amore per te rende speciale quest'uomo, questo stupido che sono. Qualsiasi cosa io sia, ascoltami tesoro, ti amo e so d'averti detto che il mio nemico è chi ti dorme accanto stanotte e ti ho anche detto di non mentire, ma a volte ho mentito, ma credo verrà il giorno in cui la notte sarò con te, lo prometto ma fino ad allora prego Dio di proteggerti. Lo sai, ti amo piccola, ti amo, tesoro ti amo, amore ti amo, ti amo.” (I,LOVE YOU)
mercoledì 10 ottobre 2012
Bob Dylan & The Band – The Basement Tapes (1975, MFSL 2012)
Bob Dylan and The Band, The Basement Tapes (Columbia, 1975 – reissued Mobile Fidelity, Hybrid SACD: CMFSA20082/180G 2LP: LMF382, 2012)
- Odds and Ends
- Orange Juice Blues (Blues for Breakfast)
- Million Dollar Bash
- Yazoo Street Scandal
- Goin’ to Acapulco
- Katie’s Been Gone
- Lo and Behold
- Bessie Smith
- Clothes Line Saga
- Apple Suckling Tree
- Please Mrs. Henry
- Tears of Rage
- Too Much of Nothing
- Yea! Heavy and a Bottle of Bread
- Ain’t No More Cane
- Crash on the Levee (Down in the Flood)
- Ruben Remus
- Tiny Montgomery
- You Ain’t Goin’ Nowhere
- Don’t Ya Tell Henry
- Nothing Was Delivered
- Open the Door, Homer
- Long Distance Operator
- This Wheel’s on Fire
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