sabato 8 febbraio 2014
venerdì 7 febbraio 2014
domenica 26 gennaio 2014
Bollettino Delle Emozioni 5 (al bar da Gino)
La signora Fina mi telefonò che
era fuori di sé nella tarda mattina di giovedì, infierendo contro Toni che da
due giorni se ne stava chiuso nella stanza e non era uscito neanche per
mangiare, ascoltava solo quella cazzo di musica a tutto volume. Disse proprio così:
quella cazzo di musica. Cercai di calmarla, ma lei urlava come un ossessa e così,
per non farla imbestialire ancora di più, mi tappai la bocca. Quando alle tre
del pomeriggio suonai il campanello di casa, lei venne ad aprirmi con un
espressione che diceva già tutto sul suo stato d’animo. La salutai quasi timoroso
e mi diressi nella camera del poeta. Spaparanzato sul divano con le mutande
nere e la canottiera bianca, si guardava il video con il volume altissimo di “Baby Did A Bad Bad Thing” una canzone
di Chris Isaak. Era davvero mal
ridotto e aveva una faccia da perfetta copertina dei Grateful Dead. Appena mi
scorse fermo sull’uscio, iniziò a blaterare in maniera sconnessa di avere una
relazione con Laetitia Casta, e che
doveva smascherare un complotto contro di lui da parte del governo e della Asl,
che bramavano di spedirlo in manicomio perché non volevano che la sposasse. Ci
passava le sue giornate dentro gli ospedali psichiatrici Toni, e un po’ tonto a
dire il vero lo stava diventando. Ma forse è normale che questo accada ad uno
psicologo. Raccolsi una bottiglia di bourbon da terra e richiusi la porta, ma dal
momento che ce n’era ancora un mezzo bicchiere, me lo scolai d’un fiato. Tanto
per gradire. “Che cazzo succede, amico?” gli strillai. “Siamo alle solite?” “Non
ti muovere essere blasfemo”, mi rispose, “il tuo cervello è sordido”, e si alzò
in piedi sul divano restando immobile come fosse una statua di marmo, poi
riprese: “sei solo un essere malridotto nella tua cupa scelleratezza”, e mentre
parlava si ciucciò un sorso dalla bottiglia che teneva in mano. “Non fare alcun
passo in avanti”, proseguì, guardandomi con gli occhi guerci. Il grande vate William Blake scrisse che “Se il matto persistesse nella sua follia,
andrebbe incontro alla saggezza”. Era davvero in pieno sballo, ed era
meglio, conoscendolo, non rompergli troppo le palle. Stava pronunciando qualche
altra cosa ma all’improvviso cadde; come cadono alle volte quegli stronzi
mattutini, in maniera strana, lenta, svenuto sul divano.
Spensi la musica che suonava distorta per come era forte
il volume, e aprii la finestra per fare uscire il malo odore d’alcool e fumo di
cui era impregnata la stanza. Però, ci sapeva fare con le donne il poeta,
sapeva come imbambolarle con la sua filosofia da parole crociate. Ma che
cultura ha quest’uomo!, ripetevano adoranti le signorine, senza sapere che
quella era solo la sua tattica per scoparsele. Devo ammettere che il più delle
volte ci riusciva. E lo dico senza invidia. Intanto che se ne stava inerme sul
divano, in quel casino che aveva combinato cercai di rimettere un po’ d’ordine,
soprattutto prima che spuntasse sua madre. Da sotto il tavolino raccattai la
copertina di “Gremlins Have Pictures”
di Rocky Erickson, uno dei miei
tanti dischi che gli avevo prestato e che non aveva fatto più ritorno a casa.
Il vinile, grazie a Dio, era sano e salvo sul piatto con la puntina franata
sulla cover di Heroin, la canzone di
Lou Reed che rese vietato nel 1966 trasmettere
per le radio americane l’album The
Velvet Underground and Nico. Lo levai
dallo stereo e lo rimisi nella sua custodia. Nel posarlo sullo scaffale notai anche
“Roy Orbison and Friends” - “A Black and White
Night”, un altro dei miei fuggiaschi perduti. La stella di Roy
Orbison aveva finito di brillare ormai da tempo quando nel 1986 il regista David
Lynch utilizzo una sua canzone “In Dreams” in una scena del film “Velluto
Blu”. Fu con questa botta di culo improvvisa che Roy, ormai dimenticato da
tutti, si ritrovò nuovamente sul palcoscenico. Veniva dal mondo del bianco e
nero del profondo degli anni cinquanta, questo signore gentile, dai modi
garbati, che si presentava con occhiali scuri e un maglione nero, e che non era
nato per fare la rockstar. Ma aveva una voce sconvolgente, bellissima e, a
dispetto di tanti che si credono geni, sapeva scrivere canzoni. Ooby dooby, Dream
Baby, Tryin’ To Get To You, Only The Loney (citata da Springsteen in Thunder Road), Dream Baby,
Down The Line affidata all’amico Buddy Holly, Cryin’, Running Scared ed
altre sono alcuni dei suoi successi sparsi lungo il tragitto. Poi toccò l’apice nel
1964 con Oh, Pretty Woman che gli valse un contratto con la Warner
Brothers. Ma un destino crudele si accanisce contro di lui. Dapprima la
moglie Claudette muore in seguito ad un incidente automobilistico e nel
1968 due dei suoi tre figli perdono la vita nell’incendio della sua casa di
Nashville. Eventi che lo faranno ammalare di cuore e che, dopo una complicata
operazione, lo inducono a ritirarsi. A Black and White Night viene
pensato nel 1987 come uno speciale televisivo, un’occasione concessa a Orbison
per consolidare la sua riesumazione. La “The Coconut Grove Band” fu
formata appositamente per questo evento e furono chiamati: Elvis Costello,
Bruce Springsteen, James Burton (ex Elvis Presley band), J.D.Shoutert,
Tom Waits, T Bone Burnette e, ancora, Jackson Browne, K.D.Lang, Bonnie
Raitt e Jennifer Warnes. Ma è come se non ci fossero, tutte queste star, sul
palco. Non si sentono neppure, il proscenio è tutto suo. Adesso è molto facile
reperire queste filmato, provate a guardarvi il momento in cui questo solitario
cantante, intona Cryin’ e capirete di cosa era capace Orbison, e perché
quei musicisti che lo attorniano lo adoravano. L’avvenimento colpì in pieno il
pubblico e la sua carriera si rimise in moto. Insieme a George Harrison,
Bob Dylan, Tom Petty e Jeffy Line, Orbison, forma i
Traveling Wilburys, un supergruppo che nel 1988 fece uscire un album che
andò a finire al terzo posto delle classifiche e sfornò singoli come Handle
With Care e End Of The Line. Roy si rimise anche a scrivere canzoni
per un nuovo disco, Mystery Girl, che fu pubblicato nel 1989 che ancora
oggi suona affascinante e commovente. Lui però morì d’infarto due settimane
prima della sua uscita.
Il
venerdì si presentò come una giornata lòfia, buia e piovosa. Toni si era
ripreso dalla sbornia e sua madre si era calmata. La mattina prima di uscire
ascoltai Del Shannon cantare Runaway, e lasciai la zia Amalia
intenta a parlare al telefono con sua cugina Emma. Una conversazione che andava
avanti da un pezzo, con uno scambio di: “cosa hai detto, eh.. ah..”, “non ho
capito, ripeti per favore,.. ah”, “si, lo zio Alfio, come..? Parla più forte!” Avviai
il motore, misi la marcia e non potei fare a meno di guardare una ragazza
bionda che passava con due tette e un culo da capogiro. Meglio vivere giorno
per giorno e cercare di non cadere a pezzi tutto in una volta, pensai mentre me
ne andavo a cercare qualcosa da fare. Non avendo più un’occupazione stabile, mi
arrangiavo con dei piccoli lavoretti che riuscivo a raccattare qua e là. La
strada che percorrevo mi sembrò ancora più deprimente del solito, sarà stato
per via della pioggia o di quella apatia che mi aveva avvolto da qualche tempo.
Alle volte, però, per non farsi troppo del male converrebbe davvero gettare la
spugna. Fissavo la pioggia, e le macchine mi strombazzavano da dietro perché
tenevo un andatura lentissima, ma lo facevo apposta. Non avevo un cazzo da fare,
e che se ne andassero tutti affanculo. Accesi la radio e, nel momento esatto in
cui presi una sigaretta, il cellulare iniziò a trillare. Mi arrestai sul lato
della strada e scrutai il numero. Era il poeta che con la sua voce tenue mi
disse che stava andando a lavoro e, mentre mi parlava, captai nella sua
macchina le note di “Papa’s Got A Brand New Bag“ di James Brown. Ci
saremmo visti sabato sera al bar da Gino, perché c’era una novità. Di che tipo
e natura non era dato saperlo. Io intanto ero rimasto fermo sotto la pioggia, e
ci restai ascoltando Tom Waits cantare “Whistle
Down the Wind”. Guardai l’orologio,
erano ancora le 10,45, abbassai il finestrino e buttai via la sigaretta di
fronte a me, guardando il bagliore rosso della cicca spegnersi nella pioggia. Mi
riavviai e spensi la radio. Svoltai l’angolo e lo scroscio cessò.
Abito qui fin dalla
nascita, ma sognavo che un giorno me ne sarei andato. In un posto di ragazze
dagli occhi blu. Chitarre rosse e fiumi puliti. Non sono niente di quello che
volevo, sono sempre rimasto qui. Mi sono spinto fino a Mercy e Grand, una fifa
boia. Non riesco a stare qui e ho paura di andare via (baciami però di tanto in
tanto). Andrò all’inferno ma potrei anche rinunciare. Il bus all’angolo,
l’orologio appeso al muro, mulini a vento in rovina. Non c’è un alito di vento.
Ho urlato, ho bestemmiato, se rimango qui arrugginisco. (Whistle
Down the Wind - Tom
Waits).
Nessuno cambia idea, e nessuno ci mette mai del suo per
farlo. Avevo posteggiato l’auto e camminavo senza un punto d'arrivo. Passai
davanti al baracchino di fiori di Donna Concetta, che se ne stava seduta nel
suo bugigattolo in attesa dell’arrivo di qualche cliente, e si raschiava nervosamente
le unghie fino a farle sanguinare. Forse era anche quello un piacere. Faceva
freddo ed ero solo. Allora contai le monete che avevo in tasca. Il primo grande
hit di Al Green, “Tired
Of Begin Alone”, fu pubblicato nel 1971 e seguito da “Let’s Stay Together” e “I’m
Still In Love With you”, oggi dei classici della soul music. Una vocalità da
crooning, invocante e penetrante, quella di Al Green, un cantante che riuscì ad aprirsi al mercato dei bianchi,
senza snaturare la sua identità. Complice anche la sua grandissima band,
formata dai fratelli Hodges, Tennie,
Charles e Leroy, e dal batterista Al
Jackson, un vero talento che fu ucciso nella sua casa di Memphis e
sostituito da Howard Grimes, un
altro batterista dal grande senso del ritmo. Musicisti con le contropalle, che
sapevano seguire le sue inflessioni vocali fino a scandagliargli l’animo, con
tocchi musicali sempre appropriati. Ci vuole capacità per fare bene le cose, ma
anche coraggio e forza. L’onestà? Quella non sempre è richiesta. Mi sentivo
smarrito con quel fondo di amarezza che mi accompagnava e scendendo il viale
sentii una malinconia dolce, come una melodia, come una canzone di Smokey Robinson and the Miracles affacciarsi
.
Al bar da Gino il sabato arrivai che erano le nove
passate, e già c’era un bel po’ di trambusto. Aveva organizzato un reading di
musica e poesie quella sera Toni, era questa la sua bella sorpresa. Non appena
mi vide si avvicinò spiegandomi che sarebbero intervenuti tanti autori tutti sconosciuti.
I poeti dell’ombra, li aveva battezzati. Ma, in fin dei conti, cos’è un poeta? La
radio del bar stava trasmettendo uno di quei cantautori con quell’inclinazione
alla superiorità, che dà su i nervi, uno che stornella canzoni con correnti
gravitazionali, ascensionali, ipocondriache. Abituato come sono a canzoni
stridule, a chitarre dissonanti e a testi semplici, seppur drammatici, che
nascono dalla paura che si tramuta in arte, queste canzoni non le riesco
proprio a capire. E nessuno mi può sgozzare perché non le capisco. Ma costui è considerato
un genio, un maestro, una fonte d’ispirazione. Ma in fin dei conti cos’è un
poeta? Bevvi un paio di birre in compagnia di Pippo “Il Bandito” che era uscito
da poco dal carcere e, quando il locale fu pieno zeppo di ubriaconi, operai,
giocatori di briscola, senza tetto, vagabondi, canaglie, musicisti, scrittori,
giocatori di biliardo, punk, visionari, prostitute, perdigiorno, sognatori, cameriere,
badanti, sartine e pezzenti, si diede inizio. Toni interpretò la sua lirica a
tarda notte, con il sottofondo di “Harlem Nocturne” di King Curtis, e fu un momento
davvero toccante per l’intensità emotiva con cui recitò i suoi versi.
Tirammo
l’alba, ma prima che andassimo via un ragazzo cantò accompagnandosi con
una chitarra acustica “Dead Radio”, una canzone di Rowland S. Howard,
con una passione e un’intensità, che mi spezzò il cuore.
Hai sempre paura di ciò che non
conosci. E il buio fa paura a molti. Come la poesia. Noi uomini marciamo su
questa terra come fossimo al supermercato e, pronti col numerino in mano,
restiamo in attesa del’eternità, rincorrendo la giovinezza. Ma in fin dei conti,
cos’è sta giovinezza? Forse è lo sconvolgersi? O forse farebbe più giovane se
tutti quanti riuscissimo ad amare tutti? Questo sarebbe sconvolgente, nuovo, rivoluzionario.
Dovremmo perdere per strada le spregevoli menzogne di cui ci nutriamo. Ma,
invece, guai se proviamo a rifilare le nostre angosce, o le nostre poesie, a
quelli che vengono a trovarci! Ci saremmo belli è fregati l’esistenza, resteremmo
da soli a tormentarci. Finisce allora che nascondiamo tutto dentro e ci
consumiamo nella notte, dove sostiamo esitanti insieme al diavolo, perché possiede,
lui sì, tutti i trucchi per ammaliarci.
E venne il grande giorno dell’ira. E c’è
fango nel tuo grande occhio rosso. Il poker è sul fuoco. E le locuste
guadagnano il cielo. E la terra è morta urlando. (Earth Died Screaming - Tom Waits)
Bartolo Federico
martedì 21 gennaio 2014
Polvere & Diamanti(e qualche stella del rock’n’roll)

Quasi estate. Il giorno con il passare delle ore si era fatto
sempre più caldo. Cercavo di starmene tranquillo seduto su quella veranda da
dove potevo osservare il mare. Rimisi il libro sul tavolino e rientrai in casa,
stappai una birra e sistemai un disco sul piatto dello stereo. “Glamour Girl”
di “T-Bone Walker” mi esaminò con attenzione, mentre guardavo gli ultimi raggi
di sole pieghettare le onde. La mia mente vagava senza sosta nel tentativo di
rimettere insieme il filo degli ultimi eventi. Il mare era piatto e lucido e
non c’era un alito di vento. La notte stava giungendo e tutte quelle stelle
sparse nel cielo dicevano che la bella stagione era ormai approdata. Anche se
stavo attraversando un momento difficile, mi ripetevo che non dovevo farmi
prendere la mano, che quei sogni strani che mi scuotevano e mi turbavano fin
nel profondo sarebbero andati via, prima o poi. Come ogni cosa. Era da mesi che
durante il sonno mi svegliavo di continuo e, quando non riuscivo a
riaddormentarmi, aspettavo con gli occhi sbarrati l’alba. Quella notte, però,
aveva ringhiato da subito le sue intenzioni e continuò a tormentami la mente.
Non c’è la feci più a rivoltarmi tra le lenzuola, mi alzai, infilai le ciabatte
blu, la camicia di jeans, e andai in cucina. Tirai fuori dal frigo la bottiglia
del latte, ne versai un bicchiere abbondante, ci misi dentro due cucchiaini di
zucchero e mi accomodai sulla veranda.Era
una notte strana, impregnata d’immagini chiare e inumidita da bagliori
solitari. Guardai per un pezzo il mare e il cielo, e anche quella luna che
sembrava arrivata lì per caso. Era come un urlo quel brandello di memoria che
non voleva andar via. Di fronte a me avevo case scolorite dal sole e dalla
penombra, e c’era poca gente intorno. Soffiava una leggera brezza, afferrai la Martin DX1 piena di cicatrici
che era appoggiata sul muro del terrazzino, e strimpellai.
A volte sei felice. A volte piangi. Metà di me è come l’oceano e metà è cielo. Tu hai un cuore davvero grande che potrebbe schiacciare questa città. Ed io non posso arrendermi sempre. Tutti i muri cadono. Talune cose sono già finite. Altre cose vanno avanti. Tu porti una parte di me, una una parte è già andata via (Walls - Tom Petty)
A volte sei felice. A volte piangi. Metà di me è come l’oceano e metà è cielo. Tu hai un cuore davvero grande che potrebbe schiacciare questa città. Ed io non posso arrendermi sempre. Tutti i muri cadono. Talune cose sono già finite. Altre cose vanno avanti. Tu porti una parte di me, una una parte è già andata via (Walls - Tom Petty)
Non puoi farci
niente. Le cose accadono e il mondo continua ad andare avanti, che tu lo voglia
o meno. Tanto vale prendere la vita con distacco. L’esatto opposto del
rock’n’roll. Non avevo
programmi a breve termine, ma non serviva farne, in modo da non alimentarmi di altre delusioni. Mi ero rintanato in
quella casetta che mi avevano lasciato i miei genitori e che fino ad ieri non
avevo mai sfruttato a dovere. Ma volevo fare tabula rasa di molte cose e quello era di sicuro il luogo più
adatto.
La notte era buia ma il cielo era blu. Il treno di ghiaccio correva lungo la valle. Il rumore di un urto e qualcuno che urla. Tu potresti avere udito ciò che io ho appena visto. Chi ami, tu? Chi ami, tu? (Who do yo love? - B. Diddley)
La notte era buia ma il cielo era blu. Il treno di ghiaccio correva lungo la valle. Il rumore di un urto e qualcuno che urla. Tu potresti avere udito ciò che io ho appena visto. Chi ami, tu? Chi ami, tu? (Who do yo love? - B. Diddley)
La mattina mentre
andavo al supermercato notai i tanti bar che avevano aperto nella zona e le
case di legno dei contadini diventate ormai grigie per effetto della salsedine.
Comprai della pasta, uova, biscotti artigianali, del latte, un pacco triplo di
caffè e delle verdure. Presi anche qualche birra e una bottiglia di vino. Il
J&B lo presi anche ma poi lo riposai nel suo scaffale. Rientrai e mi feci
una doccia, restandomene un bel quarto d’ora seduto sotto una cascata di acqua tiepida. Mi lavai i denti e mi
rasai abbastanza velocemente. Dopo, mentre mi rivestivo, osservai dalla
finestra del salone la spiaggia ancora vuota. Preparai il caffè, ascoltando una
cassetta degli Zeppelin che avevo registrato anni prima per portarmela in
macchina. “Polvere e Diamanti” lo avevo chiamato quel nastro, perché a quel
tempo avevo l’abitudine di dargli un titolo, ai miei nastri. Questa è la sequenza dei brani sul lato A: “Travelling Riverside
Blues", “Ramble On”, “Immigrant Song”, ”Going To California”, “When The
Levee Breaks”, “The Rain Song”, “Battle Of Evermore”, ”Over The Hill And Far
Away”, “Misty Mountain Hop”, “Babe I'm Gonna Leave You”. Dovevo
cercare la regolarità, pensare dei pensieri normali, non potevo seguitare a
essere un disadattato, un cavaliere errante, uno che rincorreva ancora quegli
spiriti furiosi che mi danzavano nella testa. Uscii di casa e feci una lunga
passeggiata sulla spiaggia che tra non molto si sarebbe animata da decine di
famiglie con bambini e ombrellone a seguito. Mal sopportavo l’ipocrisia della
gente e quelli che non si volevano annoiare mai. Conoscevo l’iniquità
dell’animo umano, e la normalità mi aveva fatto sempre paura.
I Quicksilver
Messanger Service nacquero per volontà di Dino Valenti, un folk singer già
affermato della bay-area. John Cipollina e Terry Dolan lo incontrarono nel
1963. Valenti innamorato della musica dei Jefferson Airplane, Beatles e
Grateful Dead, si era stancato di suonare da solo e stava cercando di mettere su
una rock-band. Dal momento che era alla ricerca di musicisti, quei due tipi
davvero bizzarri facevano al caso suo. Dino spiegò quale era la sua idea al gruppo, che voleva includere anche
due ragazze al tamburino e che si dovevano anche vestire in maniera eccentrica.
Stabilirono di iniziare il giorno dopo. Johnny e Terry si portarono appresso
Jimmy Murray e Gary Duncan, due loro amici. Quando arrivarono, tutto era
pronto, gli strumenti, il manager, la sala. Mentre aspettavano che arrivasse
Dino, si fecero una pasticca di lsd. Dopo una lunga attesa, finalmente, arrivò
una ragazza che disse che Dino era stato arrestato, che lo avevano beccato
mentre fumava marijuana, ma che sarebbe stato rilasciato tra qualche giorno.
Passarono i mesi e Dino non arrivava, dato che era ancora in prigione. Nel
frattempo i ragazzi conobbero David Freiberg, un amico di Valenti, anche lui
uscito da poco di prigione e che suonava la dodici corde in modo eccellente. Ma
dal momento che David voleva suonare il basso dopo varie e animate discussioni
fu accontentato. I Quicksilver erano nati. Dino Valenti uscì dal carcere dopo
un anno e mezzo, ma ormai non c’era più posto nella band. Nel marzo del 1969
esce Happy Trails. Il disco, eccetto “Maiden Of The Cancer Moon”, è il
risultato di alcune registrazioni live fatte nel 1968 nei due teatri Fillmore
East e West di San Francisco, ed è la prova di quanto fosse emozionante e
travolgente la
Quicksilver Messanger Service dal vivo. La prima facciata è
composta da una lunga suite di venticinque minuti che prende spunto da Who Do
You Love di Bo Diddley per poi diventare, strada facendo, qualcos’altro, in un
impasto musicale fantastico. La seconda facciata si apre con Mona sempre di Bo
Diddley e, passando per la strumentale Maiden Of The Cancer Moon, si finisce
con Calvary, un pezzo scritto da Gary Duncan. C’è di tutto intinto in questo
disco, svisate, arpeggi, chitarre distorte e laceranti, tocchi di acustica e
improvvisazione. Un vero autentico trip sonoro. Uno dei momenti migliori del
rock californiano degli anni sessanta. “Se vuoi diventare una stella del rock&roll, ascolta quello che devo dirti, prendi per un po’ una chitarra elettrica ed impara a suonarla, e quando i tuoi capelli sono lunghi abbastanza e hai i blue jeans ben attillati, allora sei a buon punto ed è tempo che tu vada giù in città dove troverai un agente. Vendi la tua anima alla compagnia discografica che aspetta di vendere la sua merce di plastica. In una settimana o due, se c’è la farai, le ragazze ti prenderanno da parte, il prezzo che tu hai pagato per la tua ricchezza e la tua fama è un gioco strano. Sei un po’ pazzo, il denaro che ti arriva e l’urlo della folla..non scordare chi sei: tu sei una stella del rock & roll.”(So you want to be a rock and roll star),
Nell’estate del
1964 Jim McGuinn stava suonando al Troubadour di Los Angeles e si stava
divertendo improvvisando imitazioni delle canzoni dei Beatles. Seduto tra la
folla c’era Gene Clark, un ragazzo apache del Missouri a cui quell’esibizione
fece venir voglia di formare una rock’n’roll band. The Jet Set, con al basso
David Crosby, incisero due brani sulla raccolta Early L.A., pubblicata dalla
casa discografica Elektra.
“Il giorno serve a farmi sentire solo. Di notte non posso far altro che sognarti. Ragazza, sei ogni istante nella mia mente. E’ così difficile starmene qui senza di te. Parole nella mia testa continuano a ripetere quello che hai detto quando stavo con te. Mi chiedo se sia vero che tu provi le stesse cose. E’ così difficile, qui, senza di te, stare qui, senza di te.”
Il pomeriggio la
strada sterrata vicino casa era inondata da un sole incredibilmente luminoso.
Il ventilatore sul tre piedi ruotava cigolando. Quando ci stavano i miei genitori
era una casa aperta a tutti. Per questo loro ci tenevano così tanto. Gli era
costato molto economicamente, ma ne era valsa la pena. Io ero stato il
prescelto dei tre figli, perché a
mano mia non sarebbe mai stata venduta.
In tutte le stanze c’era ancora qualcosa che parlava di loro. Quella notte
avevo dormito molto e mi sentivo migliore. Era un pomeriggio caldo e senza
particolari pretese. La vita non mi aveva fabbricato felice. E in qualche modo
sarei sopravvissuto.
Bartolo Federico
venerdì 10 gennaio 2014
Mick Jagger & The Doors- Me & the Devil Blues-
Aspirai avidamente un paio di boccate,tenendo la sigaretta tra le dita come fosse un amante.Mentre il fumo mi scendeva nei polmoni un pensierò mi attraversò.C'è come una fossa dentro di noi ,ma se il dolore svanisce,sbiadisce anche il ricordo che lo mantiene vivo.Guardai la mia ombra e le sorrisi.
John Campbell - One Believer -
Non temo l'inferno,adesso i morti mi fanno meno paura dei vivi. Ho acceso la lampada sullo scrittoio ma i suoi contorni continuavano a sfumare.La luna era cosi' piccola in quel cielo nero, che l'avrei potuta raccogliere dentro il palmo della mia mano.Qualcosa da dentro lo specchio mi guardava. Poi un rantolo rauco, mi ricordò chi ero. Con sufficiente precisione.
The winter trees stand naked. It's almost dark.
One man walks slowly, alone in the park.
His mind is full of visions only he can see,
And Lord, Lord, Lord, he sure looks a lot like me.
One Believer
That's all he's praying for.
One Believer
To open just one door.
He goes down by the lake. It's solid ice.
Pigeons gather round, he throws them some rice.
He's got a picture running technicolor through his mind.
He sees his name in lights and damned if it ain't the same as mine.
He goes back to his room. He writes a bit.
He's sure as always, this one will be a hit.
He switches of the lamp so his loneliness won't show,
And that prayer inside his head, that's one I know.
One Believer
That's all he's praying for.
One Believer
To open just one door
One man walks slowly, alone in the park.
His mind is full of visions only he can see,
And Lord, Lord, Lord, he sure looks a lot like me.
One Believer
That's all he's praying for.
One Believer
To open just one door.
He goes down by the lake. It's solid ice.
Pigeons gather round, he throws them some rice.
He's got a picture running technicolor through his mind.
He sees his name in lights and damned if it ain't the same as mine.
He goes back to his room. He writes a bit.
He's sure as always, this one will be a hit.
He switches of the lamp so his loneliness won't show,
And that prayer inside his head, that's one I know.
One Believer
That's all he's praying for.
One Believer
To open just one door
The Rolling Stones - Dancing With Mr D-
Questa mattina, presto quando hai bussato alla mia porta.Questa mattina,presto quando hai bussato alla mia porta ho detto:Buon giorno Satana credo sia ora di andare.(Me And The Devil Blues-Robert Johnson)
Down in the graveyard where we have our tryst
The air smells sweet, the air smells sick
He never smiles, his mouth merely twists
The breath in my lungs feels clinging and thick
But I know his name, he's called Mr. D.
And one of these days he's gonna set you free
Human skulls is hangin' right 'round his neck
The palms of my hands is clammy and wet
Lord, I was dancin', dancin', dancin' so free
Dancin', dancin', dancin' so free
Dancin', Lord, keep your hand off me
Dancin' with Mr. D., with Mr. D., with Mr. D.
Will it be poison put in my glass
Will it be slow or will it be fast?
The bite of a snake, the sting of a spider
A drink of Belladonna on a Toussaint night
Hiding in a corner in New York City
Lookin' down a fourty-four in West Virginia
I was dancin', dancin', dancin' so free
Dancin', dancin', dancin' so free
Dancin', Lord, keep your hand off me
Dancin' with Mr. D., with Mr. D., with Mr. D.
One night I was dancin' with a lady in black
Wearin' black silk gloves and a black silk hat
She looked at me longin' with black velvet eyes
She gazed at me strange all cunning and wise
Then I saw the flesh just fall off her bones
The eyes in her skull was burning like coals
Lord, have mercy, fire and brimstone
I was dancin' with Mrs. D.
Lord, I was dancin', dancin', dancin' so free
I was dancin', dancin', dancin' so free
Dancin', dancin', dancin' so free
Dancin', dancin'
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