venerdì 11 luglio 2014

La Strada

Nella notte aveva piovuto di continuo e al mattino la carreggiata era ancora bagnata. Sembrava una giornata di fine ottobre per quella malinconia che aveva avvolto il paesaggio. Dei pettirossi passarono sopra la mia testa sfarfallando qua e là. Li osservai massaggiandomi la schiena. Avevo il corpo indolenzito dopo la nottata trascorsa a riposare sul sedile del furgone. Ma era anche vero che non ero più vispo come una volta. Fatto il pieno, controllato l’olio e l’acqua del radiatore, cambiate le pasticche dei freni e riparate le ammaccature che ricoprivano la carrozzeria del camioncino, ero partito. Mi sentivo braccato dagli eventi, e quell’ inquietudine di andarmene senza meta mi aveva nuovamente morso nel cuore. Ma non era più il tempo di fughe precipitose, della ricerca frenetica, da perdenti sballati, o da esausti, che una volta ingolfavano la linea bianca di mezzeria. Non era più il tempo di facce sperdute, di capelloni con chitarra, di mistici, tutti quanti diretti verso i propri confini interiori. No, non era più quel tempo. Ma avevo la consapevolezza che la strada era l’unico luogo dove potevo fare chiarezza alla mia stessa confusione e in qualche modo salvarmi dalla pazzia. Sapevo che durante il viaggio sarei stato ciò che sono, finalmente senza più alcuna finzione. Per questo avevo deciso di seguire quell’ansia che ad un tratto mi attaccava e mi lasciava senza respiro. Quella smania che provavo sin da ragazzo e che mi aveva divorato la vita. La strada era ancora lì, nera e lucente, selvaggia e inafferrabile, apparentemente immobile, e con occhi spalancati aspettava di essere nuovamente percorsa.


Il blues è la storia di un popolo di migranti. Un popolo che riusciva a sentire, ascoltare e guardare in faccia le cose che accadevano ed a parlarne con la forza della musica. Persone ricettive, i bluesman, che tramite il viaggio, il continuo spostamento da un luogo ad un altro, aprivano gli occhi sul mondo. “Voglio piangere, voglio urlare, mi sento così male, che ho voglia di morire. Ma se domani mi sento come mi sento oggi, preparerò la valigia e me ne andrò via”(Big Bill Broonzy). Howlin’ inizia ad incidere che è già abbastanza grande e questo giocherà a suo favore. Nel suo blues saprà convogliare la tradizione dei  vecchi poeti del Delta, con quello che la strada gli ha spiegato. 
 

Look down the road, cantava Skip James mentre osservavo l’orizzonte di fronte a me. Il blues con la sua scala di note tradizionali del Delta esprime l’angoscia, il rimpianto, l’amarezza. Il blues rurale era istintivo senza nessuna convenzione e sgorgava libero dall’anima del musicista. Alle volte era fragile, fragilissimo, come gli uomini che lo cantavano. Ma per questo pieno di pathos e mistero. I bluesman del Delta non sapevano mai cosa avrebbero suonato quando imbracciavano la chitarra o soffiavano in un armonica. Solo dopo, con l’avvento degli strumenti elettrici furono costretti a suonare sequenze derivanti dall’armonia. Era un nuovo modo per farsi ascoltare nel frastuono della città ed anche per continuare ad esistere. Questo rese certamente più fruibile la loro musica, ma tolse qualcosa alla magia primordiale. “Oh, baby don't you want to go, Oh, baby don't you want to go, Back to the land of California, To my sweet home Chicago (Sweet home Chicago - Robert Johnson).   



Dal bar avevo telefonato nuovamente a Concetta, ma anche questa volta non aveva risposto. Una macchina mi superò suonando nervosamente il clacson. Erano le dieci della sera e faceva un caldo boia. Mi sentivo teso con il corpo sveglio ma la mente addormentata. Non riuscivo a tenere in piedi un pensiero e  quello strano senso di  vuoto si era nuovamente impadronito di me.  Facevo strada cambiando umore di continuo. Adesso avrei potuto rimanere per sempre immobile nella notte. Quando avevo sedici anni me ne stavo a fantasticare romanticherie, ero nel pieno di quel desiderio di solitudine ma anche convinto che un incontro mi avrebbe cambiato la vita. Poi le cose avevano fatto il loro corso e c’erano stati lunghi inverni passati da lupo. Alla fine qualcuno aveva bussato alla porta. Guidavo stando a colloquio con i miei spiriti, e avrei voluto che piovesse nuovamente. Non c’era più quella magia intorno a me che rendeva tutto più sopportabile. Il tempo si era distorto. Ma il tempo è l’unica certezza che abbiamo. Forse, pensai, avrei dovuto imparare a lasciarmi andare, a nuotare senza gli stivali e guidare senza freni. Guardai la strada nera e profonda davanti a me e poi il cielo che era un fragore di stelle. Calai il finestrino e ascoltai  il vento sibilare tra l’erba. (Camminando Da Solo tratto da Viaggiatori Nella Notte)


Bartolo Federico



domenica 6 luglio 2014

Polvere & Diamanti ( e qualche stella del rock’n’roll )



Quasi estate. Il giorno con il passare delle ore si era fatto sempre più caldo. Cercavo di starmene tranquillo seduto su quella veranda da dove potevo osservare il mare. Rimisi il libro sul tavolino e rientrai in casa, stappai una birra e sistemai un disco sul piatto dello stereo. “Glamour Girl” di “T-Bone Walker” mi esaminò con attenzione, mentre guardavo gli ultimi raggi di sole pieghettare le onde. La mia mente vagava senza sosta nel tentativo di rimettere insieme il filo degli ultimi eventi. Il mare era piatto e lucido e non c’era un alito di vento. La notte stava giungendo e tutte quelle stelle sparse nel cielo dicevano che la bella stagione era ormai approdata. Anche se stavo attraversando un momento difficile, mi ripetevo che non dovevo farmi prendere la mano, che quei sogni strani che mi scuotevano e mi turbavano fin nel profondo sarebbero andati via, prima o poi. Come ogni cosa. Era da mesi che durante il sonno mi svegliavo di continuo e, quando non riuscivo a riaddormentarmi, aspettavo con gli occhi sbarrati l’alba. Quella notte, però, aveva ringhiato da subito le sue intenzioni e continuò a tormentami la mente. Non c’è la feci più a rivoltarmi tra le lenzuola, mi alzai, infilai le ciabatte blu, la camicia di jeans, e andai in cucina. Tirai fuori dal frigo la bottiglia del latte, ne versai un bicchiere abbondante, ci misi dentro due cucchiaini di zucchero e mi accomodai sulla veranda.Era una notte strana, impregnata d’immagini chiare e inumidita da bagliori solitari. Guardai per un pezzo il mare e il cielo, e anche quella luna che sembrava arrivata lì per caso. Era come un urlo quel brandello di memoria che non voleva andar via. Di fronte a me avevo case scolorite dal sole e dalla penombra, e c’era poca gente intorno. Soffiava una leggera brezza, afferrai la Martin DX1 piena di cicatrici che era appoggiata sul muro del terrazzino, e strimpellai. 

A volte sei felice. A volte piangi. Metà di me è come l’oceano e metà è cielo. Tu hai un cuore davvero grande che potrebbe schiacciare questa città. Ed io non posso arrendermi sempre. Tutti i muri cadono. Talune cose sono già finite. Altre cose vanno avanti. Tu porti una parte di me, una una parte è già andata via  (Walls - Tom Petty)



            Non puoi farci niente. Le cose accadono e il mondo continua ad andare avanti, che tu lo voglia o meno. Tanto vale prendere la vita con distacco. L’esatto opposto del rock’n’roll. Non avevo programmi a breve termine, ma non serviva farne, in modo da non alimentarmi di altre delusioni. Mi ero rintanato in quella casetta che mi avevano lasciato i miei genitori e che fino ad ieri non avevo mai sfruttato a dovere. Ma volevo fare tabula rasa di molte cose e quello era di sicuro il luogo più adatto. 

La notte era buia ma il cielo era blu. Il treno di ghiaccio correva lungo la valle. Il rumore di un urto e qualcuno che urla. Tu potresti avere udito ciò che io ho appena visto. Chi ami, tu? Chi ami, tu? (Who do yo love? - B. Diddley)


            Il “simpatico contafrottole” (questo è più o meno il significato in slang del nome) Bo Diddley è uno di quei personaggi che ha seminato molto ottenendo il minimo sindacale. Di lui non si ricorda quasi mai nessuno, perfino i testi di musica lo bistrattano e lo liquidano frettolosamente. Come fosse una rogna. Probabilmente paga per avere cambiato spesso panni e identità musicale, e non si sa come catalogarlo. Ma, questo è certo,  la storia del rock senza le sue canzoni avrebbe avuto un altro corso. E tra il 1955 e il 1962 che Ellas McDaniel in arte Bo Diddley, nome impostogli da Leonard Chess quando incise il suo primo 45 giri , scrive tutti i suoi capolavori caratterizzati da un ritmo primitivo, ma anche brutalmente gioioso. I’m a Man, Road Runner, Mona, Story Of Bo Diddley, Cracking Up, Nursey Rhyme, Diddley Daddy , Who Do You Love sono canzoni che verranno riprese da Jimi Hendrix, Muddy Waters, John Fogerty, Stones, Quicksilver, Doors, e un'altra miriade di artisti. Il creolo Diddley, nato nel Mississippi nel 1929, fu adottato dalla famiglia McDaniel all’età di cinque anni. E come è successo a quasi tutti quelli baciati dal talento, la chitarra che gli fu regalata dalla sorella quando compì dieci anni la imparò a suonare da solo. E a tredici era già all’angolo della Langley Avenue con un suo complessino. 



            La mattina mentre andavo al supermercato notai i tanti bar che avevano aperto nella zona e le case di legno dei contadini diventate ormai grigie per effetto della salsedine. Comprai della pasta, uova, biscotti artigianali, del latte, un pacco triplo di caffè e delle verdure. Presi anche qualche birra e una bottiglia di vino. Il J&B lo presi anche ma poi lo riposai nel suo scaffale. Rientrai e mi feci una doccia, restandomene un bel quarto d’ora seduto sotto una cascata di acqua tiepida. Mi lavai i denti e mi rasai abbastanza velocemente. Dopo, mentre mi rivestivo, osservai dalla finestra del salone la spiaggia ancora vuota. Preparai il caffè, ascoltando una cassetta degli Zeppelin che avevo registrato anni prima per portarmela in macchina. “Polvere e Diamanti” lo avevo chiamato quel nastro, perché a quel tempo avevo l’abitudine di dargli un titolo, ai miei nastri. Questa è la sequenza dei brani sul lato A: “Travelling Riverside Blues", “Ramble On”, “Immigrant Song”, ”Going To California”, “When The Levee Breaks”, “The Rain Song”, “Battle Of Evermore”, ”Over The Hill And Far Away”, “Misty Mountain Hop”, “Babe I'm Gonna Leave You”. Dovevo cercare la regolarità, pensare dei pensieri normali, non potevo seguitare a essere un disadattato, un cavaliere errante, uno che rincorreva ancora quegli spiriti furiosi che mi danzavano nella testa. Uscii di casa e feci una lunga passeggiata sulla spiaggia che tra non molto si sarebbe animata da decine di famiglie con bambini e ombrellone a seguito. Mal sopportavo l’ipocrisia della gente e quelli che non si volevano annoiare mai. Conoscevo l’iniquità dell’animo umano, e la normalità mi aveva fatto sempre paura.



            I Quicksilver Messanger Service nacquero per volontà di Dino Valenti, un folk singer già affermato della bay-area. John Cipollina e Terry Dolan lo incontrarono nel 1963. Valenti innamorato della musica dei Jefferson Airplane, Beatles e Grateful Dead, si era stancato di suonare da solo e stava cercando di mettere su una rock-band. Dal momento che era alla ricerca di musicisti, quei due tipi davvero bizzarri facevano al caso suo. Dino spiegò quale era la sua idea al gruppo, che voleva includere anche due ragazze al tamburino e che si dovevano anche vestire in maniera eccentrica. Stabilirono di iniziare il giorno dopo. Johnny e Terry si portarono appresso Jimmy Murray e Gary Duncan, due loro amici. Quando arrivarono, tutto era pronto, gli strumenti, il manager, la sala. Mentre aspettavano che arrivasse Dino, si fecero una pasticca di lsd. Dopo una lunga attesa, finalmente, arrivò una ragazza che disse che Dino era stato arrestato, che lo avevano beccato mentre fumava marijuana, ma che sarebbe stato rilasciato tra qualche giorno. Passarono i mesi e Dino non arrivava, dato che era ancora in prigione. Nel frattempo i ragazzi conobbero David Freiberg, un amico di Valenti, anche lui uscito da poco di prigione e che suonava la dodici corde in modo eccellente. Ma dal momento che David voleva suonare il basso dopo varie e animate discussioni fu accontentato. I Quicksilver erano nati. Dino Valenti uscì dal carcere dopo un anno e mezzo, ma ormai non c’era più posto nella band. Nel marzo del 1969 esce Happy Trails. Il disco, eccetto “Maiden Of The Cancer Moon”, è il risultato di alcune registrazioni live fatte nel 1968 nei due teatri Fillmore East e West di San Francisco, ed è la prova di quanto fosse emozionante e travolgente la Quicksilver Messanger Service dal vivo. La prima facciata è composta da una lunga suite di venticinque minuti che prende spunto da Who Do You Love di Bo Diddley per poi diventare, strada facendo, qualcos’altro, in un impasto musicale fantastico. La seconda facciata si apre con Mona sempre di Bo Diddley e, passando per la strumentale Maiden Of The Cancer Moon, si finisce con Calvary, un pezzo scritto da Gary Duncan. C’è di tutto intinto in questo disco, svisate, arpeggi, chitarre distorte e laceranti, tocchi di acustica e improvvisazione. Un vero autentico trip sonoro. Uno dei momenti migliori del rock californiano degli anni sessanta. 


            Stavo cercando di adattarmi alla situazione ma ero sempre animato da una profonda sfiducia verso il genere umano. Mi sedetti in un bar sotto un pergolato e ordinai da bere. Dal cestino poggiato sul tavolino presi dei fazzolettini e mi asciugai il sudore sulla fronte. Mentre aspettavo osservai dei ragazzini che indisturbati giocavano al videopoker. Il cameriere mi allungò il bicchier gelato con la vodka alla pesca che mandai giù in un botto, solo per il gusto di sentirmi le budella bruciare. Non mi andava d’ingannare nessuno, ma ogni domanda che mi facevo restava senza risposta, e questo non era un buon modo per andare avanti. Pensieri cupi si accavallarono nella mente mentre rientravo a casa. Mi fermai sotto una palma ormai morta, perché attaccata dal punteruolo rosso, un insetto che al suo interno compie tutto il suo ciclo vitale, e mi accesi una sigaretta. Il nome The Byrds in americano non ha alcun significato razionale, invece il suono dei Byrds rimane ancora oggi un mistero. Innovatori, eccentrici, geni, alieni chi lo sa. Forse solo musicisti. 


“Se vuoi diventare una stella del rock & roll, ascolta quello che devo dirti, prendi per un po’ una chitarra elettrica ed impara a suonarla, e quando i tuoi capelli sono lunghi abbastanza e hai i blue jeans ben attillati, allora sei a buon punto ed è tempo che tu vada giù in città dove troverai un agente. Vendi la tua anima alla compagnia discografica che aspetta di vendere la sua merce di plastica. In una settimana o due, se c’è la farai, le ragazze ti prenderanno da parte, il prezzo che tu hai pagato per la tua ricchezza e la tua fama è un gioco strano. Sei un po’ pazzo, il denaro che ti arriva e l’urlo della folla..non scordare chi sei: tu sei una stella del rock & roll.”(So you want to be a rock and roll star),


            Nell’estate del 1964 Jim McGuinn stava suonando al Troubadour di Los Angeles e si stava divertendo improvvisando imitazioni delle canzoni dei Beatles. Seduto tra la folla c’era Gene Clark, un ragazzo apache del Missouri a cui quell’esibizione fece venir voglia di formare una rock’n’roll band. The Jet Set, con al basso David Crosby, incisero due brani sulla raccolta Early L.A., pubblicata dalla casa discografica Elektra. 


            I nostri politici sono dei pazzi invasati. Finanziano i conflitti solo per la loro avidità di denaro. Ma li avete mai visti combattere una guerra a questi cacasotto? Mi sono nascosto nel buio ascoltando “You Don’t Love Me Yet” cantata da Rocky Erickson. Per non sentire la fredda indifferenza che avvolge la morte.  McGuinn, Clark e Crosby, giusto per affinare l’intesa, si esibirono in qualche locale dove reclutarono un virtuoso del mandolino, un certo Chris Hillman, e un batterista alla sua prima esperienza, Michael Clarke. Dopo un periodo in cui si chiamarono The Beefeaters, il gruppo prese il nome di The Byrds. Con la produzione di Jim Dickson incisero ai World Pacific Studios l’album Preflyte, che vedeva composizioni scritte da Clark McGuinn e Crosby. Per la prima volta una band di rock eseguiva canzoni di musica folk e questo cambiò le cose per sempre nel rock’n’roll. “Mr Tambourine Man” è il brano di Dylan che li avrebbe, da lì a breve, catapultati nel mondo delle rockstar. La notte del 20 agosto 1965 la FM’s di L.A., San Francisco e San Diego iniziarono a trasmettere le loro canzoni due volte ogni ora. Ho avuto sempre un debole per Clark,  uno  che voleva starsene lontano dal caos e che non voleva essere una rock’n’roll star. La sua Here Without You è una delle mie canzoni preferite. 


“Il giorno serve a farmi sentire solo. Di notte non posso far altro che sognarti. Ragazza, sei ogni istante nella mia mente. E’ così difficile starmene qui senza di te. Parole nella mia testa continuano a ripetere quello che hai detto quando stavo con te. Mi chiedo se sia vero che tu provi le stesse cose. E’ così difficile, qui, senza di te, stare qui, senza di te.”


            Il pomeriggio la strada sterrata vicino casa era inondata da un sole incredibilmente luminoso. Il ventilatore sul tre piedi ruotava cigolando. Quando ci stavano i miei genitori era una casa aperta a tutti. Per questo loro ci tenevano così tanto. Gli era costato molto economicamente, ma ne era valsa la pena. Io ero stato il prescelto dei tre figli, perché a mano mia non sarebbe mai stata venduta. In tutte le stanze c’era ancora qualcosa che parlava di loro. Quella notte avevo dormito molto e mi sentivo migliore. Era un pomeriggio caldo e senza particolari pretese. La vita non mi aveva fabbricato felice. E in qualche modo sarei sopravvissuto.



Bartolo Federico




giovedì 3 luglio 2014

Dove Il Fiume Finisce



Dormire negli ultimi tempi è diventato un vero tormento, al tal punto che Il sonno mi sembra una discesa negli inferi. Colpa di tutti quegli spettri che vengono a trovarmi. Al risveglio mi sento stanco, spossato, come una di quelle ballate febbrili, claudicanti e senza sole dei Jacobites di Nikki Sudden e Dave Kusworth, o del Johnny Thunders di Hurt Me. Il medico a cui mi sono rivolto ha confermato che è un problema legato alla mia depressione ansiosa, e che sono molto peggiorato rispetto all’ultima volta che mi ha visitato. Stampando la ricetta con gli antidepressivi da prendere, asserì anche che il mio comportamento compulsivo e ossessivo era da tenere sotto stretta osservazione. Non è che mi vergognassi a dirlo, ma quei sogni che facevo la notte erano diventati come una ragnatela. Non mi lasciavano mai continuando ad inseguirmi anche di giorno. Però, allo strizzacervelli questo non glielo dissi. Ero seduto in cucina quando squillò il telefono portatile e risposi con voce rauca ad una signorina dai toni suadenti, che mi illustrava un offerta vantaggiosa, ma non compresi se era per la rete telefonica o del gas. Dopo un po’ che le prestavo attenzione la sua voce mi sembrò metallica, come se provenisse da un altro pianeta. Non sapeva niente di me, né io di lei, ma stavamo lì a conversare come se ci conoscessimo da chissà quanto tempo. Restai con la cornetta attaccata all’orecchio, pensando ad altro, perché mi sembrava davvero sgarbato chiuderle il telefono in faccia. Mentre l’operatrice continuava ad illustrarmi la sua proposta, mi alzai dalla sedia e azionai  lo stereo: Autumn Stone degli Small Faces, l’ascoltai come sottofondo a quella strana cicalata mattutina.



Ero nel nulla, finchè tu non hai cambiato la mia mente, l’amore viaggia attraverso l’essere buono con te. Dopo sei stata da qualche parte, un luogo difficile da trovare, quel che tu sei sempre stata, è la verità. Cerco una porta aperta, dove mi posso mettere seduto e giocare in pace con te. Il domani cambia l’odierno verde dei prati, ieri è deceduto, ma non i miei ricordi, eravamo stranieri, e poi sei arrivata tu. La più dolce alba primaverile a cantare per me. E così ho trovato un suono che vive, che si muove, che respira e fa all’amore con me.



Quando esco il traffico è ancora scarso. Camminando per strada incrocio Gianni un vagabondo che assomiglia in maniera impressionante a Lemmy dei Motörhead, che con i suoi anfibi neri e gli abiti stazzonati vive tra i binari della ferrovia. Una volta era stato un chitarrista, ma con il passare del tempo aveva perso il contatto con la musica. Mi chiesi, salutandolo, quali erano stati i suoi peccati da espiare. Forse il suo elenco di cose che non avrebbe dovuto fare era troppo lungo? O gli era capitato qualcosa di così tremendo, che lo aveva spinto a lasciare il mondo? Vallo a sapere, anche perché era sempre difficile interloquirci. Comunque erano andate le cose, stava pagando il suo prezzo. Io, invece, nonostante le profezie del dottore non mi sentivo ancora alla resa dei conti, e il mio livello di guardia restava alto. L’arteria principale della città adesso è intasata da automobilisti che suonano impazziti il clacson dell’auto. Nessuno di noi è padrone di nulla, anche se molti credono il contrario. Nessuno di noi possiede l’alba, il cielo, la pioggia. Una piccola ombra mi protegge dal sole. Cammino come tanti sulla strada dei sogni infranti, con la cognizione che è questo l’inferno. Anche se in molti non se ne sono ancora accorti. 


Bene, ho incontrato una ragazzina in una città di campagna. Lei dice “cosa hai saputo?” C’è Slim Harpo, non ho mosso la mia testa, non le mie mani, non ho mosso le mie labbra. Lei agita i suoi fianchi, la bambina ha mosso i suoi fianchi. Agita i tuoi fianchi, bambina.



In questo periodo che i soldi sono veramente pochi, rispolvero sempre più spesso i miei vecchi dischi. Dal computer non scarico alcun file musicale perché ad un certo punto mi sono sentito come un ladro. Mi limito ad ascoltarla, la musica, quando mi incuriosisce sufficientemente.  James Moore in arte Slim Harpo è stato l’esponente di punta dello swamp blues. A soli quindici anni resta orfano ed è costretto ad abbandonare la scuola per mantenere il resto della famiglia. Si impiega come scaricatore di porto e dopo come manovale, ma appena finito il lavoro suona per strada le canzoni che scrive, accompagnandosi con l’armonica e la chitarra che ha imparato da autodidatta. Le monete cadono rumorosamente nella sua ciotola, ed è così che conosce Lightinin’Slim, che lo porta dal noto produttore Jay D Miller. Quest’ultimo, però, non si accorge del talento di questo ragazzo e lo lascia in disparte, fin quando Slim gli fa ascoltare quel suo nuovo brano dal titolo I’m A King Bee, un pezzo dalla ritmica martellante e devastante. La canzone diventa un grande successo, che viene bissato da “Rainin’ In My Heart”. Un blues notturno, lento e ipnotico, che viene fuori dal fruscio delle paludi della Louisiana. Queste sue prime canzoni rappresentano al meglio i suoi due volti musicali. Il primo lato del disco è terminato con la puntina che si inceppa proprio sul finale.  Mi alzo dal divano e giro il vinile. Poso con cura la puntina sul secondo pezzo, per evitare quell’altro graffio che ferisce la prima canzone. Muddy Waters, Kinks, Yardbirds, e Rolling Stones, anche quelli di Exile On Main Street, attinsero dal suo repertorio di canzoni straordinarie. Accendo una sigaretta e aspiro un paio di boccate, tenendola tra le dita come fosse un amante. Mentre il fumo mi scende nei polmoni, un pensiero mi attraversa. C'è come una fossa dentro di noi, ma se il dolore svanisce, sbiadisce anche il ricordo che lo mantiene vivo. Guardo la mia ombra riflessa sul muro della stanza, e non so perché le sorrido.


Non temo più l'inferno, adesso i morti  mi fanno molto meno paura dei vivi. Ho acceso la lampada sullo scrittoio ma i contorni delle cose continuano a sfumare nella mia mente. Fuori la luna è talmente piccola in quel cielo nero, che la potrei accogliere dentro il palmo della mia mano. Mi giro e qualcosa da dentro lo specchio mi osserva. Quel rantolo rauco di Hound Dog Taylor che arriva dallo stereo acceso mi scuote. Da qualche parte ho ancora del J&B, cerco la bottiglia accompagnato dalla musica e mi verso quel che rimane in un bicchiere di plastica. In questi ultimi tempi ho imparato tanti piccoli stratagemmi. Da quando sono rimasto da solo, sono diventato un casalingo esperto. Rimbocco le coperte sopra le lenzuola, lavo i pavimenti con l’aceto, stendo il bucato, pulisco i vetri asciugandoli con la carta di giornale, e ascolto la radio mentre sbatto i tappeti. 



Il giorno sta per finire. Sul tavolino del salone, non so come c’è finita, una mia vecchia foto di quando avevo diciotto anni. Ho i capelli lunghi e i Ray-Ban, e un aria smarrita. Non è che sia cambiato di molto. Almeno a guardarmi così di primo acchito. E’ un blues sporco e aggressivo, aspro e irruento. Un blues che partendo dal Mississippi si è formato per la strada, nei bordelli di Chicago, e si è irrorato di whiskey e imbottito di fumo. E’ un blues oscuro e genuino quello che suona Hound Dog Taylor con i suoi degni compari gli Houserockers, diretto discendente del suo maestro Elmore James. Con il suo stile bottleneck esuberante e distorto manda in visibilio il pubblico nei suoi concerti non stop, che gli fanno conquistare fama e credibilità nella difficile città del vento. E’ un selvaggio seduto in quella sedia pieghevole mentre pesta i piedi e getta la testa all’indietro. Il volume degli amplificatori è altissimo, ma lui possiede un drive che è una meraviglia del demonio. Accendendosi l’ennesima sigaretta, aizza la folla ad alzarsi e ballare. È ruspante e minaccioso, ed è un amante delle donne tanto che un suo amico gli affibbiò quel sopranome di cane segugio. Ma Hound Dog la vita la prendeva davvero con ironia e irriverenza. La sbatteva spiaccicandola sul manico della sua chitarra, per poi con la mano sinistra del diavolo e quel collo di bottiglia evocare gli spiriti del Delta e di quel cane bastardo di Robert Johnson. La puntina ha percorso tutti i solchi del vinile e nella stanza è calato il silenzio. Ma adesso chi è che mi sta guardando nel buio?


Yes I called my woman this morning. I called her on the phone. You called somebody, told me "Look a here man, she really not at home, she said see you in the evening, oh yeah that's all she see you in the evening or she don't see you at all" (See me in the evening- Hound Dog Taylor) 


E’ il deserto il luogo preferito dei viaggiatori. Perché è in questo territorio che ci si illude di muoversi, per non arrivare mai. La mattina dopo aver rassettato la casa me ne sono andato all’ufficio postale per pagare delle bollette arretrate. Durante il tragitto mi ha fermato una chiromante che ha voluto leggermi la mano. Dopo averle sorriso, con un certo imbarazzo gli ho teso il palmo. Mi sembri ubriaco, mi fa guardandomi dritto negli occhi. No non lo sono, le risposi. Il tuo amore ritornerà, mi dice con tono sicuro. Adesso caracollo che sembra quasi che mi stia mettendo a ballare. Subito dopo infilo una mano in tasca e le do tutti gli spicci che ho. Quando arrivo alla posta la gente straripa fuori dalla porta. Ma dal momento che le bollette sono già scadute mi armo di pazienza e mi metto diligentemente in fila. Illegale non vuol dire che non sia giusto. Tiro a campare, mi nascondo e cerco di evitare di pensare. Ma mi sento stanco, stanco, della mia incapacità di adattarmi. La gente in fila è scoglionata, nevrastenica. Dal governo ci arrivano solo enormi tasse da pagare e il lavoro è un miraggio per tanti. Poi, quel Presidente ci prende a tutti per il culo. Un immigrato quando è il suo turno chiede all’impiegato se gentilmente gli può scrivere un indirizzo sulla busta, ma il tizio lo respinge in malo modo. Adesso è veramente troppo. Ed è così che ritorno per un attimo sulla terra, mi stacco dalla fila e sbatto le mani sul suo specchio di protezione. Come impazzito, prendo a urlare di uscire dalla sua comoda cuccia, che ho delle cose da spiegargli. Perché sono stufo, ma proprio stufo, di persone come lui. Ma evidentemente non si fida e resta fermo e silente sulla sua poltroncina. Lo so che non ci puoi sopportare, continuo a gridare, ma sai una cosa?, neanche noi sopportiamo individui come te. Poi con calma mi rimetto in fila mentre un silenzio glaciale scende giu'.


Weldon “Juke Boy” Bonner amava la strada. Con la sua chitarra dal suono primitivo e grezzo, accompagnandosi con l’armonica per sottolineare il suo tormento, il suo blues mise in scena la lotta di un uomo per l’affermazione dei propri diritti, ma anche della sua stessa sopravvivenza.



Ricordo che vivevo sulla costa occidentale francese. Avevo solo diciassette anni quando una ragazza mi tocco per la prima volta il cuore. Nonostante io abbia visto i fiumi, questi non sembrano mai belli come lo sei tu. Talvolta le luci dovrebbero affievolirsi. Talvolta il mondo è in bianco e nero (Where The Rivers End - Jacobites).


Non serve a niente ricominciare, le cose si mettono sempre come vogliono. Mi sedetti sul divano e alzai gli occhi verso lo specchio. Una volta scendevo al fiume con Maria ed è lì che ci siamo amati. Ma adesso quel fiume si è inaridito. Perché i cuori sono come i fiori. Sputai il tabacco che stavo masticando nel vaso e sentii bussare alla porta. 



Bartolo Federico