giovedì 20 novembre 2014

Nient’altro che strade diverse.



Sono rimasto in compagnia della musica bevendo e rinvangando, quelle cose che mi avevano reso la vita meno dura. Ci ho messo anche lei. I suoi seni, le sue cosce, la sua bocca, i suoi desideri, e le mie voglie. Nella mattinata ho scaraventato tutto dentro un secchio profondo e buio, e mi sono assopito. Tutto qua. Quando mi sono svegliato, nella piccola cucina ho fumato un paio di sigarette, e ho pensato che avrei fatto bene a dimenticarla, e anche in fretta. Dopo il telefono ha squillato, e sono trasalito. Ho alzato la cornetta, ma non ho detto nulla. Sapevo che c’era lei dall’altre parte del filo. Con un tono falsamente imbronciato, mi ha salutato e poi ha riso, ma era un riso scosso, nervoso, di chi sa che la sua preda sta per sfuggirgli di mano. Ho guardato la bottiglia di scotch, e dalla finestra ho sbirciato il cielo rosso. Ero il suo trofeo da esibire in pubblico. Da presentare alle amiche. Il suo cane da guardia. Ma anche per chi era stato sbattuto troppe volte nella tempesta, quella era una roba troppo faticosa. Allora ho chiuso la comunicazione, e quando ho ripensato al suo corpo, mi è mancato il respiro. 


Bartolo Federico

domenica 16 novembre 2014

Non Sto Aspettando Nessuno



Non riuscivo più a dormire. Da tempo il mio sonno era intermittente e leggero. Avevo acceso la radiolina portatile che era appoggiata sul pavimento al minimo del volume, e fissavo il soffitto nella penombra. Aspettavo con gli occhi sbarrati il sorgere del giorno. Stavo fermo immobile su quella branda ascoltando i rumori che provenivano dalla notte chiusa fuori. Mentre con le mie contese combattevo una dura battaglia, mi sentivo rattrappito e dolente cercando di chiudere quei conti che non si finiscono mai di pagare. In quella città che non mi cercava più, mi toccava uscire. Piovigginava. Ho acceso una sigaretta e ho preso a camminare. Era un modo per farci pace. Non avevo nessun blues in testa ma solo dei giri armonici di chitarra intensi e ficcanti, che si andavano a saldare direttamente con le mie paranoie. Ha smesso di piovere e le strade sono rimaste solitarie e gelide. Ho tirato fuori un sospiro inquieto. Mi sembrò di essere finito dentro Marquee Moon, una canzone dei Television. Ad un tratto un vento spigoloso mi ha costretto ad abbottonarmi il giubbino, ed ad alzare il bavero. Ma non avevo nessuna fretta e neanche una direzione da seguire. Questo è il vantaggio che hai quando non ti aspetta più nessuno. Ti puoi prendere tutto il tempo che vuoi. Nel silenzio non c'era spazio per molte cose. Pero' non mi sentivo di fargliene una colpa. La vita è fragile, vulnerabile. Si può avere bisogno di tante cose che tu non sei in grado di donare. Premure, dolcezze. Psycho Killer cantavano i Talking Heads. Siamo sempre in affanno senza una ragione precisa, corriamo dietro cose inutili e fasulle. Poi  restiamo da soli delusi e colmi di tristezza, per tutte le promesse non mantenute e le false speranze, che abbiamo alimentato. Sono rientrato in casa ero stanco e spaesato. Ma non avevo bisogno di nulla. Sul comodino la sveglia segnava le quattro e quarantacinque del mattino. Ho acceso la luce della lampada e mi sono seduto sulla poltroncina di velluto. In sottofondo ho riascoltato le sue parole pronunciate con voce greve e sorda. Ho riflettuto e ho confessato le mie paure. Ma ormai era troppo tardi. Mi sono coricato ho acceso la radiolina portatile che era appoggiata sul pavimento al minimo del volume, e ho fissato il soffitto. Nella penombra non aspettavo nessuno.


Bartolo Federico

 



sabato 15 novembre 2014

Come Un Blues Sporco E Cencioso



Fuori pioveva a dirotto, mentre un vento fortissimo arcuava gli alberi. Ho lasciato ricadere la tenda e mi sono girato. Lei fumava nel bel mezzo della stanza. Ho accesso una sigaretta e mi sono versato un dito di whisky. Ce ne siamo stati per un bel pezzo in questo modo, ciascuno raggomitolato sul proprio lato della vita. Era ormai notte quando ho alzato le spalle e me ne sono andato. Ho guardato la strada, ho tossito, e la ferita ha ripreso a sanguinare. Andavamo avanti a forza di sfuriate, cose del tutto inutili quando due non si sopportano più. Un sacco di blues parlano di uomini che se ne vanno per sempre. Uomini soli che saltano su un vagone merci, e scompaiono nella notte. Gente ostinata che nonostante il mondo si metta di traverso, vuole continuare a sognare. Ho guardato la pioggia che scivolava sulla città e anche su di me. Non avevamo più niente da dirci, ma sono sempre quelli che non ti amano, che fai fatica a lasciare. La notte era ancora lunga e ci potevo camminare dentro, senza disturbare nessuno. Ho acceso una sigaretta. In fondo ero un tipo triste, e la nostra occasione l’avevamo buttata via. Ho tirato due boccate sovrappensiero. In un'altra vita avremmo potuto anche essere amici. Ma era inutile ricamarci sopra. Adesso avrei lasciato solo le cose che mi servivano per sopravvivere. Quelle utili, fondamentali. E un po’ per volta la penombra si sarebbe fatta chiara. Come un blues sporco e cencioso.


Bartolo Federico

giovedì 13 novembre 2014

Stupido Mondo

Mi sono svegliato e ho guardato fuori dalla finestra. Il mondo che ho visto, mi è sembrato un pò piu' sbiadito del solito. C'è un'aria di pioggia e tristezza, mentre il traffico in strada corre con la solita intensità di sempre. Ho appoggiato il viso sul vetro freddo, ed ho pensato che quando sveli un segreto ti lascia sempre l'amaro in bocca. La stanza è molto piccola, c'è un letto, la tv portatile, alcune sedie, il tavolinetto in formica marrone, e tanta polvere. Quando me ne sono andato ho spento la luce, e aperto la finestra. Nella stanza è arrivato un getto d'aria fredda, ma stranamente pulita. Lei era vestita di nero, portava dei pantaloni a vita bassa con il fondo a zampa d'elefante, e aveva un taglio di capelli, che la faceva sembrare piu' giovane dei suoi anni. Quando mi ha visto ha fatto finta di niente, ha aperto il suo libro e si è messa a leggere. Mi sono guardato intorno, ma non ho visto nulla. E' pazzesco quanto tempo s'impiega a riabituarsi al silenzio. 

Bartolo Federico

mercoledì 5 novembre 2014

Miagolando Il Blues (vagabondo per orgoglio)



Passai una notte insonne nella stanza di quel motel. Una vera topaia, ma al prezzo che chiedevo, non avevo trovato altro. La mattina quando ripartì, il tempo era ancora messo male. Una schiera di nuvole basse e grigie, coprivano il cielo rendendo l’atmosfera cupa. Per non annoiami infilai nello stereo della macchina “Blues From Laurel Canyon”, il primo album americano di John Mayall. Un disco influenzato da sonorità psichedeliche, molto in voga nel 1969 anno in cui fu pubblicato. Accompagnato da una band ridotta all’osso, con la chitarra di Mick Taylor, il basso di Stephen Thompson, e le percussioni di Colin Allen, ne venne fuori un blues stringato ed essenziale, figlio dei Canned Heat perfetto per guidare nei grandi spazi aperti. Musica che ti fa scorazzare con la fantasia in un tempo polveroso, quando il deserto era attraversato da chopper con a bordo Dennis, Jack, e Peter, e tutto poteva ancora accadere. Il cofano della macchina era pieno di reliquie, schegge di memoria, testi di canzoni, graffi e poesie. Da qualche parte c’era anche la Polaroid di mio padre. Guidavo e avevo non so perché, la netta sensazione di essere come un reduce di un altro mondo. Durante quel viaggio mi ero prefisso di piantare qualcosa lungo il tragitto, come fosse un segnalibro infilato in un racconto. Un modo come un altro per lasciare qualche traccia di me.



Nella tarda mattinata finalmente le nuvole si aprirono, e nel cielo comparve un sole caldo. La sera della partenza alla chiusura del negozio, avevo salutato il signor Alfredo comunicandogli che non sarei tornato a lavoro, e spiegandogli  quello che avevo in mente di fare. Inaspettatamente fu molto comprensivo e generoso nei miei riguardi, tanto che mi regalò l’incasso del giorno. Quel gesto mi colpì molto. 

I "travellin’ man" così venivano chiamati i vagabondi di colore, si spostavano lungo le strade polverose battute da operai ferroviari, braccianti agricoli, giocatori, prostitute, e sbandati di ogni tipo. Tutti si muovevano con un'unica direzione Chicago. Dal 1920 al 1950 cinque milioni di neri migrarono dagli Stati del Sud, verso la città del vento. 

Io non avevo una meta da raggiungere, stavo solo cercando di prendere il mio tempo. Dovevo chiudere delle porte, e riaprirne delle altre, guardando a destra e a sinistra, su e giù.  Un vagabondo per orgoglio. 



Dopo che Peter Green lasciò i Bluesbreakers di John Mayall portandosi appresso anche il bassista John Mc Vie, reclutato il chitarrista slide Jeremy Spencer, e il batterista Mick Fleetwood, nel 1967 diede origine ai Fleetwood Mac. “Peter Green’s Fleetwood Mac”, fu registrato nel 1968 in solo tre giorni. Il blues si era rimesso in cammino emettendo un nuovo ruggito. Ispirato e lirico pronto ad esplodere, in questo disco si omaggia Elmore James, Howling Wolf, e Robert Johnson. Ma quando Peter Green è la sua chitarra prendono le redini, la musica comincia già a intrufolarsi nella foschia del mattino.


La statale è sinuosa ed è piacevole da attraversare. Mi tornano in mente certe fughe solitarie che avevo fatto da ragazzo, tra spiagge e scali ferroviari. Come allora cerco nuovi luoghi per rimettermi a sognare. 

È un netto cambiamento quello che avvenne nei Fleetwood Mac con la pubblicazione nel 1970 di Then Play On. Peter Green inizia il suo volo nello spazio, dentro atmosfere trasognati e cosmiche. La musica come nella migliore tradizione psichedelica si dilata camminando sperduta, fino a quando non ricade sulla strada. Il suo vero unico rifugio. Qui non c’è più il filo spinato a recintarla. Quel filo che aveva fatto ingoiare umiliazioni e rinunce viene spezzato, il blues torna a viaggiare libero. E diventa un veicolo per l’anima, perché non ha altro posto dove nascondersi, se non in un fremito, o in un dubbio. 


C’erano un sacco di strade che portavano a Chicago, tutte dei numeri dispari. La 45, la 51, la 23, la 13, la 49. La 61 è la più famosa per via di quel disco di Bob Dylan, ed è anche il luogo dove Robert Johnson strinse il patto con il diavolo. Vie di fuga per i neri delle piantagioni di cotone del sud, celebrate come fossero delle donne. Perché la strada rimane la più grande puttana del mondo. Big Joe Williams dedicò un disco a questi tragitti secondari, polverosi e malinconici. Ascoltare Blues On Highway 49 è come avere di fronte una cartina stradale del delta, dove però si scorgono nitidi i vagabondi che ci correvano sopra furtivamente, e che suonavano la chitarra in stile bottleneck, per miagolare il loro blues nella notte.


In Italia accadono sempre cose strane. Un paese dai mille segreti di Stato, dove si può ammazzare un ragazzo massacrandolo di botte, è tutti sono assolti. Un paese dove a pagare il prezzo più alto tocca sempre è solo, alla povera gente. La corporazione degli industriali appoggiati dalle multinazionali, hanno assoldato quel presentatore della Ruota Della Fortuna, per reprimere gli elementi a loro indesiderati. Operai, studenti, pensionati, precari, esodati, gay, una filiera di deboli, di condannati, che rompono le palle, scioperando e protestando. Vogliono un mondo senza diritti, un mondo di schiavi ubbidienti. Ma gli sta sfuggendo che quel popolo si sta ingrossando velocemente, e a dismisura. Ma quegli artisti o presunti tali, quei progressisti, che si ribellavano veementemente allo strapotere del bullo di Arcore, e si stracciavano le vesti nei vari talk televisivi. Quei cantautori, comici, registi, attori, tutti appartenenti a quell’area (si dice così no?) adesso di potere. Gente che si è tenuta in vita con la cannula dell’ossigeno, grazie a quel partito. Che fine hanno fatto? Dove sono finiti ? Il loro silenzio è assordante, di fronte a questo disastro collettivo. Ah dimenticavo l'ipocrisia.


La cantavano gli hobo sui treni merci questa canzone. 

Non m’importa se piove o gela starò bene tra le braccia di Gesù.’ Anche se dovessi perdere camicia e pantaloni lui amerà lo stesso i figli di puttana come me. Sono l’agnellino di Gesù? Si ci puoi scommettere che lo sono. 


Con quel sole che scaldava l’abitacolo della macchina, mi sentii ozioso ma mio agio. E mi fermai in uno spiazzale.  Dall’altro lato della carreggiata il traffico scorreva senza troppa fretta. In questo momento dei poveri disgraziati stavano sicuramente su qualche carretta del mare per cercare di arrivare, in una terra che non li voleva. Potevo essere in qualunque posto del mondo, con chiunque, ma ero anch’io come molti, un prigioniero. Quella guerra sociale stava sterminando milioni di famiglie. E nessuno faceva niente. Chissà perché’? Mi sentivo arrabbiato, ma anche sconsolato. Così decisi di andarmene al diavolo. Ma a modo mio. Con una grande scossa di musica. Quando ai Derek And The Dominos si aggiunse la chitarra di Duane Allman il più grande sliderman di tutti i tempi, le cose per la band di Eric Clapton, Bobby Whitlock, Carl Radle e Jim Gordon presero un'altra piega. Negli studi del Criteria di Miami nel 1970 si registrò Layla And The Other Assorted Love Songs, uno dei dischi fondamentali del rock blues. Certo che portarsi i ricordi dappresso può far davvero male. Dentro quello studio girava un mucchio di droga, e la musica che scorreva come un fiume in piena, era creativa ed eccitante. Doveva essere una sensazione meravigliosa, starsene lì ad ascoltare quei musicisti che esploravano il blues, il soul, il rock. Tutti correvano sulla stessa strada. E’ stata questa l’alchimia. Canzoni che rimangono nella memoria, come un brivido, una nostalgia, un colpo di fulmine. Per anni si è accreditato l’assolo di Layla ad Eric Clapton, ma quella fu un intuizione di Duane Allman. Uno che stirava le note come un elastico, senza timore che si rompessero.


Se un nero ammazzava un altro nero, “Jim Crow” telefonava alla polizia, e questo bastava per metterlo in libertà, e riportarlo a lavorare nei campi di cotone. La strada è un sogno, ed io voglio attraversare strade che non ho mai attraversato, per imparare nuovamente a sognare. Accesi la radio e infilai Blue Matter dei Savoy Brown. Mi sentivo le dita delle mani intorpidite, girai la chiavetta del motorino d’avviamento, e il motore ed io tornammo a vivere. Miagolando il blues.


Bartolo Federico