domenica 4 gennaio 2015

Sporco Boulevard


Pedro vive accanto al Wilshire Hotel
guarda fuori dalla finestra senza vetri
i muri sono di cartone
ha dei giornali sotto i piedi
e suo padre lo picchia
perché è troppo stanco per mendicare 
Ha nove fratelli e sorelle
tirati su e sottomessi
è difficile correre quando hai segni
di frustate sulle gambe
Pedro sogna di essere più vecchio
e di uccidere suo padre
ma è una cosa improbabile
e va nello sporco boulevard
Finirà nello sporco boulevard
esce fuori, per lo sporco boulevard
va giù, nello sporco boulevard
Questa stanza costa 2.000 dollari al mese
puoi crederci, amico, è vero
da qualche parte un proprietario ride
al punto di pisciarsi sotto
nessuno sogna di diventare un dottore
o un avvocato o qualcosa
sognano solo di spacciare nello sporco boulevard
Portatemi gli affamati, gli stanchi
i poveri e gli piscierò addosso
questo è ciò che la Statua dell’Intolleranza dice
le vostre masse di poveri accalcati
picchiamoli a sangue facciamola finita
e buttiamoli nel boulevard
Bisogna finire, su quello sporco boulevard
andare fuori per lo sporco boulevard
sta scendendo giù per lo sporco boulevard
uscire
Fuori è una notte luminosa
danno un’opera al Lincoln Center
le star del cinema arrivano in limousine
le luci al laser proiettate oltre il profilo di Manhattan
ma le luci sono spente nelle strade malfamate
Un bambino è in piedi vicino al Lincoln Tunnel
vende rose di plastica per un dollaro
il traffico è intasato sulla 39esima strada
le troie della TV chiamano i poliziotti per succhiarglielo
E intanto al Wilshire Pedro sta seduto e sogna
ha trovato un libro di magia dentro un bidone della spazzatura
guarda le figure e fissa il soffitto crepato
“al tre” dice “spero di scomparire”
E volare, volare via
da questo sporco boulevard
voglio volare, da questo sporco boulevard
voglio volare, da questo sporco boulevard
voglio volare volare volare volare
da questo sporco boulevard
Voglio volare via
voglio volare
volare volare via
voglio volare via


sabato 3 gennaio 2015

Lucidi, Lucidi, Lucidi Stivali Di Cuoio(e pellicce psichedeliche)


Schiocco di frusta di una donna-bambina nel buio arriva veloce il tuo servo, non lo abbandonare colpisci, padrona cara, e cura il suo cuore.

mercoledì 31 dicembre 2014

Angeli Solitari


Stamattina quando mi sono svegliato stava nevicando. Ho guardato fuori dalla finestra, è ho desiderato il sole accecante, il caldo e l'afa. Per tanti di noi, non è più' una vita tranquilla. Qualcuno dormendo per strada, è morto di freddo stanotte. Ma questa sarà soltanto una notizia di secondo piano, che non farà male a nessuno. I giornali parleranno come sempre del nulla, dedicando pagine a quel tigrotto di Mompracem, che è venuto a liberarci da tutti i mali. Daranno spazio al discorso di quel re, che sta per lasciare il suo trono. Finalmente dirà qualcuno di voi. Lo dico anch'io. Ma non sarà una liberazione. Qualcuno peggiore è pronto a prendere il suo posto. Tutto si è già svolto in perfetto silenzio, e a nostra insaputa. I poliziotti americani uccidono i negri come fossero cani, e nessuno fa niente perché tutto questo finisca. Neanche quel pallido Presidente, muove un dito. E' troppo preso dalle sue partite di golf. Il mio mondo non è migliore il prossimo anno. I miei amici poveri, sfruttati, senza tetto, esodati, cassaintegrati, ubriaconi, perdenti, falliti, sognatori, romantici e fottuti, resteranno tali e quali. I miei blues, suoneranno ancora strazianti e clandestini. Si adageranno sul bordo della strada, con la stessa rassegnazione di sempre. Forse ci dovremmo fermare tutti quanti in un botto, e capire dove cazzo stiamo andando, che cazzo sta accadendo. Ma non lo faremo mai. Abbiamo smesso di badare, e guardare la strada. Continueremo noncuranti a parlare di rock, di figa, di cinema, di arte, di bellezza, salutando il tutto con qualche ululato, e un bel brindisi. Dopo ce ne staremo con gli occhi incollati su un monitor, imprigionati nelle nostre case, nel tentativo di sbirciare quello che non c'è. Nonostante tutto, nonostante i miei deliri,voglio ringraziare tutti quelli che sono passati da questo blog, e che mi hanno letto nell'anima. Grazie a tutti voi, che in un modo o nell'altro, mi avete fatto compagnia. Buon Anno

Bartolo Federico

venerdì 26 dicembre 2014

Al Crocicchio (con gli amici del diavolo)

Bene, ho lasciato casa mia e me ne sono andato per la strada rurale. Ho detto ai miei amici che me ne andavo in giro senza meta. Ho gli "honky tonk blues" i tristi "honky tonk blues" Oh Signore, li ho, ho gli "honky tonk blues" (Honky Tonk Blues - Hank Willams)  

Guidavo senza sosta con il gomito appoggiato al finestrino. L’auto andava che era una meraviglia, intanto che il vento alzava nuvole di polvere bianchiccia. Bevvi un sorso d’acqua e infilai un cd nell’autoradio. Non appena la musica venne fuori, mi sentii al sicuro dentro le canzoni di Blind Willie Mc Tell. Nonostante quei blues fossero cantati con toni scuri e ruvidi e all’improvviso si impennassero in falsetti che mi turbavano, le sue canzoni parlavano di speranza che non capitolava mai, neppure di fronte alla sfortuna più nera, di quella determinazione che occorre sempre per affrontare i periodi più duri cui la vita ci mette al cospetto. Mc Tell era uno zingaro, un vero vagabondo. Per lui il richiamo della strada era qualcosa di irresistibile. Pur se cieco, era sempre in movimento, all’inseguimento di quella cosa che mai nessuno raggiungerà. Hot Shot Wille, Georgia Bill, Pig’n Whistle Red e Blind Sammie erano i suoi fantasmi che utilizzava per incidere e aggirare gli obblighi contrattuali con le case discografiche dell’epoca, dato che era anche un autore prolifico. Ma pur celandosi, il suo stile restava unico e riconoscibilissimo. Per tutto il giorno lavorano duro finché il sole non tramonta. Lavorano sulle highways e sulle stradine. E con cipiglio minaccioso. Li senti gemere per la loro vita che passa. Allora senti qualcuno dire... E' il suono di uomini ai lavori forzati E' il suono di uomini ai lavori forzati (Sam Cooke - Chain Gang)

Nel cielo del mattino, avevo ingranato la marcia indietro dei ricordi e sotto un sole cocente un po’ di nostalgia mi sbucciò gli occhi. La notte l’avevo trascorsa nel buio di una squallida stanza di un fottuto motel che avevo trovato lungo il tragitto. Un posto senza clienti che costava poco. Buono per chi non si attende più nulla dalla vita. O per chi non ha più voglia di parlare. Manco con se stesso. Correvo in auto e mi chiedevo come fossero state quelle strade polverose, percorse da quell’esercito di pezzenti di cui anche il giovane cieco Mc Tell faceva parte e che, come tanti altri, percorreva per unirsi agli spettacoli itineranti dei medicine show. Era davvero bravo a spostarsi, nonostante il suo handicap. Suonava ovunque capitasse i suoi blues che poi divennero assi portanti del rock. Statesboro Blues ne è un esempio. Gli Allman Brothers ne fecero una versione stupefacente. Ma anche Mama,Tain’t Long For Day, Three Women Blues e Broken Down Engine Blues lasciarono il loro segno indelebile. Era un esploratore della chitarra dodici corde. Lo strumento non aveva segreti per lui. Sapeva usare benissimo le accordature aperte e il suo repertorio abbracciava svariati stili che andavano dal ragtime, al folk, alla ballata popolare. E, come gran parte dei musicisti girovaghi di quel tempo, sapeva adattarsi alle richieste del pubblico. Il cielo sulla mia testa mi sembrò una prateria con tutte quelle piccole nuvole a pecorella che giocavano a rincorrersi. E m’immaginai per un attimo che goduria sia stata per tutti quelli che lo incrociarono, magari in compagnia del suo compagno di viaggio, il texano Blind Willie Johnson, per le strade di un America che è andata via via sbiadendosi. Beh, ho sentito cantare il gufo. Mentre stavano smontando le tende. Le stelle lassù, gli alberi spogli, erano il suo solo pubblico. Quelle ragazze zingare di carboncino, sanno muovere bene le loro piume. Ma nessuno sa cantare il blues. Come Blind Willie McTell .(Bob Dylan)

Certo, tutti più o meno siamo stati innocenti una volta. Poi il tempo ha fatto il suo corso e ci ha cambiato ferocemente. Me ne andavo vagando in un posto sperduto, lontano da tutto e da tutti, e mi sentivo come se il mondo di cui facevo parte non mi appartenesse. Mi fermai per una sosta. Comprai un panino e bevvi acqua frizzante ghiacciata. Presi anche un caffè. Ci voleva una volontà di ferro per proseguire con tutto quello che stava accadendo. Ma avrei di gran lunga preferito essere un viaggiatore furtivo, uno di quelli che dormiva in spiaggia nel sacco a pelo e al mattino se ne andava cercando la linea ferrata per saltare sul primo treno che passava. Il treno merci è stato quello che mi ha insegnato a piangere Il grido del macchinista è stata la mia ninna nanna Ho il blues del treno merci Oh cara, ce l'ho sulla cima delle mie scarpe vagabonde. E quando suona il fischio, devo andare bimba, lo sai beh, sembra che non mi passerà mai quel blues del treno merci (Freight Train Blues - Traditional) Avrei voluto incrociare sguardi ed emozioni che mi assomigliassero, ma in quel posto non c’era più nulla. Mi rimisi in macchina e me ne andai così come ero venuto. Senza fretta.

Se davvero vuoi imparare a suonare e scrivere canzoni – diceva Tommy Johnson – devi andare da solo a mezzanotte a un crocicchio. Un enorme uomo nero arriverà, prenderà la chitarra e suonerà un brano.Bere era sempre stata la sua ossessione e quando non trovava il whiskey riusciva a mandare giù qualsiasi cosa, anche l’alcool denaturato o il lucido da scarpe a base alcolica. Tommy aveva fraternizzato con il diavolo o, forse, era lui stesso un demone e bruciava dentro quel fuoco in cui poi molti protagonisti del rock finiranno. Vederlo suonare dal vivo era sconvolgente. Si dimenava come posseduto, cantando con una voce drammatica e intensa i suoi blues indemoniati. Anche lui, come Charlie Patton con cui aveva condiviso alcune esibizioni, suonava la chitarra dietro le spalle. Ma non era per niente ossessionato dalla tecnica. Gli bastava semplicemente far venire fuori il suo boogie woogie maligno, per graffiare a sangue l’anima. Per sempre. Di questo passo all’inferno ci finirò io pensai, dando fuoco a una cicca. Era già il crepuscolo, e la quiete era assoluta. Non so più cosa voglio o forse non l’ho mai saputo. Ma ci sono cose che ti piovono addosso, e che devi accettare supinamente. Hai voglia a scuoterti come un tarantolato, cercando di mandarle via. Si portano con sè anche quel po’ di magia che possedevi. Ed allora ti rendi conto che è stato il mondo a prenderti a calci nel culo, e non viceversa. Cosi smetti di credere. Mentre tenevo gli occhi fissi sulla strada avrei voluto che piovesse. Ma cercai un indizio per non capitolare. E mi chiesi in quale cazzo di direzione era mai la terra promessa. Esiste un posto, così mi han detto, dove ogni strada è lastricata d'oro ed è appena al di là del confine. Quando sarà il tuo turno c'è una lezione che dovrai imparare che puoi perdere più di quello che mai potrai sperare di trovare. E quando avrai raggiunto quella terra di promesse infrante, tutti i tuoi sogni ti svaniranno tra le mani saprai che è troppo tardi per cambiare idea. Hai pagato il prezzo per esserti spinto così lontano. Resterai dove sei e sarai ancora al di là del confine. (Across The Bordeline – Ry Cooder, John Hiatt, Jim Dickinson)

Il fantasma William George Tucker nasce il 14 novembre del 1905 a Henning in Tennessee. Nello stesso anno di Arthur “Big Boy” Crudup. Quel giorno, suo padre mise delle ciotole sul davanzale della finestra e raccolse la pioggia. Più tardi con quella stessa acqua lo battezzarono. Fu in quella circostanza che si accorsero di quegli strani graffi scarlatti che aveva sul petto.Una zingara disse a mia mamma, il giorno in cui nacqui, "Oh, sta per arrivare un maschietto. Oh Signore, sarà un vero diavolo (Hoochie Coochie Man - Willie Dixon). Nessuno di noi può prevedere il proprio destino, ma quello riservato a William George Tucker fu davvero spietato. A quel tempo quando nascevi nel Delta del Mississippi, la musica ti veniva servita sin dalla prima poppata. Ben presto William imparò a tenere una chitarra in mano e con questa si esibiva alle feste, nei bordelli e per strada. Nella prima metà degli anni trenta arrivò a suonare con John Lee Williamson (Sonny Boy I) e Sunnyland Slim il suo blues rozzo e primitivo, ma pieno di pathos e cantato con una voce sgraziata che toccava nel profondo. Le cose sembravano andare per il meglio, ma quei segni che il diavolo gli aveva lasciato sul petto erano premonitori. In circostanze che resteranno per sempre oscure venne accusato dell’assassinio di un uomo bianco, tale Mr. Charlie. Sapendo bene che il giudizio sarebbe stato scontato fece perdere le sue tracce per diventare un vero spettro. Ricomparve dopo qualche anno a Chicago con una nuova identità, facendosi chiamare John Henry Barbee.

Si esibì sui marciapiedi di Maxell Street in compagnia di altri randagi e della sua fedele sei corde. Ma per sopravvivere dovette svolgere i lavori più umili, convivendo sempre con la paura di essere riconosciuto. Paura che lo smantellò irrimediabilmente nel fisico e nell’animo. Durante il blues revival degli anni sessanta fu riscoperto e incise per l’etichetta di Victoria Spivey. Andò anche in Europa a suonare a seguito dell’America Folk Blues Festival. Ma il diavolo volle il saldo.Ho due ragioni per piangere tutte le notti solitarie La prima si chiama Sweet Anne Marie ed è la delizia del mio cuore. La seconda è la prigione, bimba, lo sceriffo è sulle mie tracce e se mi raggiunge passerò tutta la mia vita in cella (Friend Of The Devil- Garcia-Hunter-Dawson). Perdutamente alla deriva, una sera restò coinvolto in brutto incidente d’auto. Quest’evento cagionò un effetto devastante su di lui tanto che lo indusse a costituirsi per dimostrare finalmente la sua innocenza. In carcere, in attesa del processo, si sentì male. Un’ambulanza lo caricò per trasportarlo all’ ospedale ma morì d’infarto durante il percorso. C’è solo un album che testimonia la sua umanità, Portrait In Blues vol 9,che è la colonna sonora di tutti quei fantasmi che come lui non hanno mai avuto giustizia. Il suo blues è disperato, drammatico, carico di dolore lacerante come solo questa musica può esserlo, quando sgorga direttamente dal cuore. Sono nato vicino al fiume, in una piccola tenda, e come il fiume ho sempre corso E' passato tanto, tanto tempo, ma so che ci sarà un cambiamento, oh sì ci sarà E' stato troppo difficile vivere, ma ho paura di morire. Non so cosa c'è lassù in cielo E' passato tanto, tanto tempo, ma so che ci sarà un cambiamento, oh sì ci sarà (A Change Is Gonna Come - Sam Cooke).

Ero li da solo e guidavo su quella strada tortuosa e solitaria. Con i miei sogni raggrinziti che sentivo, anche se stancamente, pulsare e quel vuoto immenso dentro di me. Imboccai la statale e oltrepassai un ponte. Udii il rumore del traffico venirmi dinanzi. Non riuscivo ad essere in pari con me stesso, era questa la verità, il fatto di essere stato più e più volte ferito aveva cambiato la mia prospettiva, la mia visuale delle cose. Avrei dovuto trovare un posto dove stare. Con il finestrino abbassato, il caldo afoso mi ansimò in faccia. Una farfalla volteggiò nell’abitacolo. Le farfalle simboleggiano il calore dell’estate. I sacerdoti Zuñi usano mettere le farfalle nere dentro i tamburi in modo che il loro suono porti al delirio gli ascoltatori. Proprio come i blues. I miei maledetti blues. Metto in valigia i miei vestiti ed inizio la mia fuga Sono nei guai, tesoro, sono in viaggio Non riesco ad essere soddisfatto Ma proprio non riesco a smettere di provarci (I Can’t Be Satisfied - Muddy Waters)

Bartolo Federico
Tratto Da Viaggiatori Nella Notte

martedì 23 dicembre 2014

Malato D’Amore Blues

Quella piccola notte si era infilata in un'altra più grande. Fuori in strada c’era freddo e silenzio. Fu così che Nora mi sussurrò in un orecchio: ci si sbaglia sempre a giudicare il cuore degli altri. Mi girai verso di lei e la fissai per un lungo istante dritto negli occhi, ma non sapendo  cosa dire restai in silenzio. Di sicuro a quel punto della mia esistenza non pretendevo da nessuno di essere consolato e, per di più, non mi sentivo vulnerabile negli affari di cuore. Le miserie più intime, quelle che raccogliamo nel carrello della vita, le spingevo benissimo da me. Forse  in un attimo di compassione umana, lei cercava il modo migliore per non ferirmi. Per dirmi che voleva andar via, che si sentiva soffocare, che rivoleva la sua libertà. Insomma era pronta a dirmi le solite bugie, quelle che si raccontano quando semplicemente non si ha più voglia di farsi scopare. Ma io ero già pronto, al riparo da tempo. Da quando un giorno ero scivolato nel buio guardando la pioggia cadere. Da allora non esigevo più nulla dal genere umano. Avevo imparato a resistere, senza un singhiozzo, senza una parola, senza un sorriso, senza niente. Troppe volte c’ero cascato e il risultato era stato quello di ridurmi in un colabrodo. Facevo acqua da tutte le parti.

Si era tirata il lenzuolo sotto le braccia e nella penombra mi scrutava come fossi un animale braccato a cui stava dando la caccia. Ai piedi del letto c’era una scatola di cioccolatini ancora intatta. Erano del tipo con il liquore e la ciliegia dentro. L’aprii e ne mangiai uno. Sentivo un leggero fastidio ad essere osservato in quel modo, ma continuai a non dire nulla. Aspettavo paziente la sua prossima mossa. Certo, nel frattempo avrei potuto rimestare in quelle ceneri spente, cercando di attizzare la vecchia brace. Ma a cosa sarebbe servito? Allungai la mano sul comodino e presi il telecomando dello stereo. Pigiai il tasto del play e feci partire il cd. Hank Williams ,The Lost Concerts, iniziò a suonare. Quelle canzoni le conoscevo a memoria .Un tempo le avevo anche arrangiate, suonate e cantate con la mia Gibson J-45, in una versione folk- punk in stile Violent Femmes del loro primo album. Mi divertivo un casino a sbraitare nel microfono: I've grown so used to you some how Well, I'm nobody's sugar daddy now And I'm lo-on-lonesome I got the Lovesick Blu-es.(Lovesick Blues). In quel cd erano stati riproposti due concerti che Hank Williams aveva tenuto nel 1952, l’ultimo anno della sua vita. Uno a Niagara Falls, l’altro in Sunset Park. Il vento maligno, che lo aveva sempre accompagnato nella vita, li aveva portati fino ai nostri giorni. E questo era da considerarsi davvero un miracolo. 

Mi alzai dal letto ed andai in cucina a bere un bicchiere d’acqua. Avevo lasciato molte cose dietro di me che a guardarle adesso mi parevano come lividi tumefatti sulla pelle. Erano cose morte. Stare ora a rimuginarci sopra significava riaprire vecchi conflitti, ma quella notte stava andando così. Ero sempre stato un tipo difficile o, meglio, gli altri credevano che lo fossi. Indubbiamente, trascorrevo molto tempo da solo e conoscevo bene le strade per mettermi nei casini. Da ragazzo al liceo costruivo molotov. Ero uno specialista in quel genere di bombe. Le utilizzavano nei cortei  i compagni più grandi, quelli delle frange oltranziste per lanciarle contro i celerini o per incendiare i circoli frequentati dai fascisti. Erano gli anni settanta, c’era tensione sociale e molto subbuglio. Ma era la solita storia dei ricchi contro i poveri e viceversa. Solo che si era giovani e l’indifferenza non ci aveva ancora sopraffatto. Si aveva dentro un romanticismo maldestro. Dopo, quando si ha un passato alle spalle, la vita diventa più complicata. La poesia ce la divoriamo insieme a tutto il resto. La gente a quel tempo mi guardava in malo modo per come mi vestivo e per quello che combinavo. Mi cacciarono più volte dalla scuola per comportamento ribelle. Ma quando imbracciavo la chitarra e suonavo tutto cambiava, mi veniva naturale. La musica sgorgava dal mio cuore fluida e provavo sensazioni indescrivibili. E gli sguardi di chi mi ascoltava erano pieni di sorpresa e ammirazione. Tuttavia, avevo una grossa pecca, suonavo il rock dei Lynyrd Skynyrd, Allman Brothers, The Band, Lou Reed, Stones. Musica che a quelle truppe della sinistra stava sulle palle. La consideravano con disprezzo, musica imperialista. Il posto dove vivevo era una piccola città e le cose accadevano lentamente. Gli intellettuali che bazzicavo amavano ascoltare il free - jazz, e gruppi come Area o Perigeo e prediligevano le canzoni dei cantautori, definiti di protesta. Musicisti che tentavano in qualche modo, ma solo in qualche modo, di rifarsi al folk di Bob Dylan. Gli stavo indigesto a  quei radical-chic, con la puzza sotto il naso, che erano finiti per chiudersi in circoli e club, tanto da sembrarmi una setta massonica. Non fu una novità per me quando mi cacciarono via. Troppo solitario, testardo e indipendente, per portare un eskimo addosso. 

La spiaggia era lunga chilometri e d’inverno era sempre deserta. Lei mi teneva un braccio sulla spalla e guardavamo i gabbiani  tuffarsi in mare a capofitto. Il cielo era di un azzurro profondo e limpido. Indossava un vestito corto al ginocchio di maglia nero, e portava gli stivali con i tacchi alti e sottili. Era ancora più affascinante con i capelli scompigliati dal vento. Passeggiavamo tenendoci per mano su quella passerella che d’estate serviva per fare rifornimento agli yacht. Dopo ci rifugiavamo in quel peschereccio  abbandonato sull’arenile, per fare l’amore. Me lo sento ancora addosso quel sapore della sua pelle, che per via del vento salato, sapeva di mare. Ero un ingenuo, uno stupido imbottito di romanticherie, come le canzoni che ascoltavo. Riuscii nell’impresa di  abbandonarmi totalmente a lei, come non ho più fatto in vita mia. Quello, però, era un nuovo modo per farmi del male. 

Un giorno lei non venne all’ appuntamento. Era successo altre volte che saltasse l’incontro, per cui non mi preoccupai. La sera la chiamai a casa, il telefono squillò a lungo ma non rispose. Allarmato da chissà quali pensieri, uscii e mi recai in tutti gli ospedali della zona per vedere se le fosse successo qualcosa. Ma fortunatamente non vi era traccia nemmeno lì. Continuai a cercarla per giorni. Ma era come se brancolassi nel buio. Dopo un po’ mi arresi. Un anno dopo, nella buca della posta, trovai un cartoncino di quelli che si usano per mandare gli auguri di Natale. C’era solo scritto”Perdonami”. Forse Clio non è mai esistita e quello era un sogno, un brutto sogno che mi porto ancora appresso. 

Ero rimasto una pecora nera, pensai annuendo a me stesso. Mi affacciai al balcone e sentii il vento ululare tra gli alberi. Mi appoggiai al parapetto ghiacciato, guardando un punto indefinito della città che dormiva un sonno senza sogni. Nora mi sbucò dietro le spalle fumando e con voce flebile, come se stesse parlando a se stessa, mi chiese: Non hai paura?  Non c’era nessuno che mi inseguiva, se non i miei fantasmi. E poi la paura non dice né si né no. Si prende tutto la paura. Ero nauseato di come era andata avanti la mia vita, anche amareggiato. Ma avevo smesso di avere paura da quando mi ero incancrenito dentro, ed ero capace di difendermi. Il vento continuava a soffiare e sembrava che stesse piangendo tra i comignoli dei tetti. Volevo andarmene a sud, dove c’era il sole. Avrei voluto vivere un po’ più spensierato, ma non per questo mi impietosivo per il mio destino. In un modo o nell’altro me l’ero scelto. Avevo fatto tutto da me. Nora stese la mano e con le sue unghie lunghe mi sfiorò il viso. Entrambi eravamo vecchi allo stesso modo, entrambi eravamo soli. Mi agguantò un polso e lo strinse forte e poi, guardandomi dritto negli occhi, disse: Ci si sbaglia sempre a giudicare il cuore degli altri. Ma io ti ho amato dal primo momento che ti ho visto. Ascoltami,adesso. Era arrivata dove l’occhio non può più vedere, era dentro le cose e non aveva scelto la via più breve. Le cinsi il collo,  la percepivo nel profondo. Volevo toccarla, sentire il calore del suo corpo sul palmo delle mie mani. Volevo ricominciare ancora una volta, nonostante tutto, nonostante quello che mi portavo appresso. E la strinsi forte a me. Il tempo, poi, avrebbe fatto il resto.

Bartolo Federico
Tratto da: Viaggiatori Nella Notte



domenica 21 dicembre 2014

Naufragio Dalla Riva.

LA GUARDAI DRITTO NEGLI OCCHI. SENZA ALCUN TIMORE NE' RIMPIANTO. MI AVEVA COLPITO NUOVAMENTE, SEMPRE NELLO STESSO PUNTO. LA MUSICA, SENZA DIRE UNA PAROLA ERA RIPIOMBATA NELLA MIA VITA. MI SCROLLAI LENTAMENTE DAL MURO. NON AVEVO MAI AMATO LE COSE IN CUI SI PASSANO TROPPE MANI DI VERNICE, NASCONDONO TROPPE BUGIE. INVECE MI SONO SEMPRE PIACIUTE LE CANZONI, CHE HANNO UN CUORE FOLK, MA CHE SONO ANCHE INTRISE DI ELETTRICO E LUCIDO ROCK'N'ROLL. IL BUIO E LA LUCE. RITRATTI DI NOI STESSI, INTIMI E CRUDI. UN LUNGO FREMITO MI HA ATTRAVERSATO. LE ERANO SPUNTATE LE LACRIME AGLI OCCHI. L'ACOOL INVECE MI AVEVA ASCIUGATO LA BOCCA. APPOGGIAI IL BICCHIERE SUL LAVABO, E CI GUARDAMMO NUOVAMENTE IN SILENZIO. FUORI PIOVEVA GOCCIA A GOCCIA, LENTAMENTE SENZA RITEGNO.


sabato 20 dicembre 2014

Perso Nei Suoi Pensieri- Throttle Elevator Music – Area J (2014)

Alle 19:20 lei non era ancora arrivata. Vlad se ne stava per andare quando una tipa in jeans e giubbotto di pelle, entrò nel locale. Si avvicinò al suo tavolo, e lo guardò con aria circospetta. Dopo spostò una sedia e si accomodò. Vlad guardò fuori attraverso la vetrata del locale e vide due tizi che si stavano azzuffando, su per quella stradina polverosa. La solita lotta per il territorio pensò, l'incensante bisogno di stabilire gerarchie. Viveva in un complesso di case popolari, dove l'anarchia sociale aveva inghiottito buona parte della città, ed era circondato dalla povertà, dall'ignoranza, e dalla disgregazione sociale. Il suo istinto gli diceva di scappare al più' presto da quel luogo, ma sapeva che non era così' semplice farlo. I loro occhi per un attimo s'incrociarono. Erano entrambi consapevoli dell'abisso che li separava. La porta sul retro del locale, era un ottima via di fuga. "Cosa stai cercando" gli chiese Rosita. "Non lo so" rispose, con aria stanca. In ogni vita accade che qualcosa si chiuda in silenzio e l'impressione che si ha, e che non si sia più' nessuno. La notte arrivò ruzzolando dentro i suoi occhi. Non serve a niente scappare, non si sfugge dall'inferno, né alle brutture che ci portiamo dietro. Intanto che camminava quel suono del sax, era come una voce che gli parlava. Aveva un fraseggio animalesco, un timbro primitivo e schietto. Un motivo sufficiente per amarlo.