mercoledì 15 aprile 2015

Giovani Bastardi ( Rock'n'Roll Ghost )

Le canzoni erano immagini che sarebbero diventate familiari a chiunque avesse avuto meno di trent’anni. Avevano l’aria minacciosa accompagnate com’erano da quel suono selvaggio, e da quel canto disperato. Rappresentavano tutti quelli che avevano passato un’infanzia difficile, trascorsa nei centri sociali e nei ghetti, in mezzo a spacciatori di crack e genitori in crisi di astinenza. Oh dottore fa un freddo cane qui fuori. Alle volte mi vengono dei blues che sono come un risucchio. Otto. Mi dia un piccolo consiglio dottore, una medicina per le mie noie, un soffio, un’elica, un sasso. Ho cercato in giro una via d’uscita, un riparo, con le mani dietro la schiena. Sono tornato sanguinante insieme al rock'n'roll. In quella stanza l’aria era impregnata di fumo di sigarette e spinelli. Si suonava musica imperfetta, trascurata, spesso indecifrabile.  È questo però che la rende migliore. Il rock quando è sincero, colpisce allo stomaco, come un blues del delta. White and Lazy. Li hanno cacciati a calci in culo, mentre vomitavano la loro rabbia mista a quel desiderio di ricerca dell’anima. Fateli entrare il resto verrà da se. Dissolvenza.


Bartolo Federico


domenica 12 aprile 2015

Uccelli Randagi

Non c'è più' un posto dove scappare non c'è più' un posto dove nascondersi. Non so voi cosa pretendete di sentire, ma io non ho bisogno d'altro, mentre tengo d'occhio la strada. Dal cielo grigio scende la pioggia, le foglie cadono giù. Sembrano i miei sogni che svolazzando si adagiano lungo la carreggiata. Mi sono tolto il cappello, poi me lo sono rimesso. Sono uno di quegli uomini destinato ad errare, senza nome, senza volto, bianco di polvere. Un uccello randagio.

martedì 7 aprile 2015

Rispolverando Il Blues

E' sempre dentro al blues che trovi il rimedio a tutti i tuoi mali passati, presenti, futuri. Spensi la luce e mi sdraiai sul divano. Speravo che il sonno prendesse il sopravvento. Ma non ci fu niente da fare. Anche gli occhi si abituano alla penombra. Di colpo mi ritrovai nuovamente nella pioggia. Picchiava da tutte le parti. Poi cessò così com'era arrivata, in un botto. Accesi la luce e misi un disco, il primo che mi capitò sotto mano. E l'attesa ricominciò. 

venerdì 3 aprile 2015

Prima Della Guerra

Ancora con queste storie di perdenti e sogni andati a male. Di gente cresciuta in piccole città, con il mal di testa perenne, e gli occhi tumefatti. Sempre alla ricerca di una via di fuga, per rendere meno amara la propria esistenza. Anime tormentate che con un pieno di benzina si sono infilati su percorsi tortuosi, incroci e curve a gomito. Strade che portano ad altre strade. Fin quando non ci si ritrova dentro un vicolo cieco. È come un senso di ebbrezza che ti offusca la vista, quel desiderio di un’ultima occasione, che brucia più di ogni altra cosa. E vale molto di più dell’innocenza, della libertà. Per molto tempo sono stato come un marinaio di una nave in secca, ero incapace di muovermi, di fare qualunque cosa. Sgocciolavo nel vento, come una bottiglia vuota. Le cose che tenevo in pugno se ne erano andate tutte in malora. Come un estraneo chiuso nel suo silenzio, non sapevo che stava andando così. Adesso però guardo la strada, o almeno mi pare di farlo. All’interno dell’auto con la mano sui tasti della radio, cambio stazione continuamente. Un disk jockey appesta l’aria con del rock’n’roll. E’ come un sogno che passa in questa merda di posto. Ci ho incollato le mie iniziali sul cruscotto della macchina, e anche sulla carrozzeria. Ieri mi sono comprato una chitarra nuova, che è un po’ come cambiare donna. Ti si attacca addosso, e non c’è verso di mandarla via. Ho voglia di riempirmi il cuore di sabbia e vento, di trovarmi solo e smarrito, di sentire il sole dietro le spalle. La mia strada è questa. Quella dei pazzi, dei solitari, che non riescono a scorgere nulla se non i fantasmi nelle tenebre. Ho benzina a sufficienza per correre lungo  quella strada, che ho lasciato.

Bartolo Federico


                                                                     
                          

martedì 31 marzo 2015

Cambio Casa

Le carte che mi ritrovavo in mano erano sempre più inutili. Avevo guidato con il finestrino abbassato, su strade deserte, illuminato dal bagliore della luna. Era in quei momenti che mi ritrovavo, che le mie barriere difensive si abbassavano. Echi di vita quasi spariti, desideri e ingenue speranze. Vite sognate.

domenica 29 marzo 2015

Un Respiro Dopo L’altro

Mi svegliai all’alba e misi la caffettiera sul fuoco. La luce del mattino era ancora fumosa, me ne restai immobile davanti al fornello a fissare un punto indefinito della parete. Provavo nuovamente quel dolore, e la rividi sorridermi mentre mi abbracciava. La cosa migliore era quella di farla uscire al più presto dalla mia vita, se volevo raccogliere ancora qualche coccio di me. Quando impari ad amare, anche le cose più banali ti mancano terribilmente. Devo ammettere che pure quella era una sorpresa. Lo scroscio della sua risata mi fece trasalire, mentre il caffè gorgogliava. Con quel sorriso scavato sul volto, che avevo imparato a esibire a chiunque incrociassi, andavo a fondo. Inaspettatamente però le canzoni di John Kilzer mi avevano costretto a guardare in quei punti che non illuminavo più. Dove le tracce di me stesso, si erano rese molto labili. Era da qualche tempo che questo non mi capitava. Mi ero chiuso come un vecchio rancoroso, cinico e bastardo. L'amore è Guerra. Pensa in che razza di mondo viviamo. Quando uscii da casa, la città sembrava un deserto. Un luogo per appestati. Non c’era quasi più traccia di vita. La metà dei negozi era chiusa, e in quelli che resistevano, non c’erano clienti. Anche tanti uffici avevano serrato i battenti. Ero circondato da una marea di annunci di immobili in vendita, che campeggiavano ovunque sui muri. Quel nuovo Presidente aveva detto che tutto questo era stato necessario, c’era bisogno di rigore. Quando l’economia va male, sono sempre i più deboli a pagare il prezzo più alto. Questo particolare però lo aveva tralasciato. Mentre camminavo, la citta prendeva forma in tutte le sue sfaccettature. La spazzatura ammassata contro il muro di un edificio era coperta di mosche, e faceva puzza di pesce andato a male. Entrai in una caffetteria che aveva ancora le sedie rovesciate sui tavoli. La proprietaria, una donna grassa stava lavando il pavimento. Il cappuccino che sorseggiai, mentre la radio del locale suonava una vecchia canzone che non sentivo da decenni, era piuttosto buono.

Di andare ai cocktails con la pistola non ne posso più. Piña colada o coca cola non ne posso più. Di trafficanti e rifugiati ne ho già piena la vita. Oh maledetta traversata non sarà mai finita ma vedete a nove nodi appena si è un punto fisso nel mare che sa di nafta e lo nasconde con l'odore del té e dell'erba da fumare.(Panama-Ivano Fossati)


Planet Love cantava per me, e solo per me. Ma anche questa era una bugia. Restai a fissarla a lungo negli occhi quella canzone, con un respiro affannoso, senza sapere cosa ribattere. Dopo li abbassai e respirai profondo, inumidendomi le labbra. Nel 1988 John Kilzer con un colpo di fortuna era arrivato alla Geffen, un’etichetta discografica di grande prestigio. In quella scuderia c’erano anche John Hiatt i Sonic Youth, e Peter Gabriel. Scriveva canzoni che parlavano di uomini e donne lasciati soli a tremare nel buio. Gente bastonata, derubata, gettata a testa in giù. Ma anche se sei bravo e hai talento, per avere successo questo non basta. Ci vuole una botta di fortuna. Altrimenti il tuo nome resta come scritto sull’acqua. Poi l’acqua si asciuga. Ebbe un fremito leggero quando l’ago affondò in vena. La stanza girò vorticosamente su se stessa, provò un ondata di calore che si profuse su tutto il corpo. Restò con gli occhi chiusi, e la bocca aperta. La sensazione di un orgasmo. Con calma si sedette sul bordo del letto, e prese a suonare la chitarra acustica. Le parole arrivavano da sole, mentre il vento soffiava dentro la stanza, portando con sé l’odore del Mississippi. Bevvi un sorso di birra, e guardai fuori dalla finestra con occhi stinti la notte. Nel silenzio il fruscio della mia anima, fece soltanto un po’ di rumore. Scivolando Fading Man se ne andò sotto pelle, e sentii il cuore che martellava forte nel petto. Rimasi a fissare il vuoto. Non si può risolvere sempre tutto. Ma la musica è come una medicina, ti aiuta a guarire. L’assolo di sax arrivò dapprima portentoso, come se avvertisse anche lui il fuggire delle cose. Dopo barcollò triste come un ubriaco, girando lo sguardo alla malinconia di Love Wants To Give Its Heart To You che suonava come un batticuore per l’emozione profonda di quell’armonica, che riportava tutto sulle quelle strade secondarie dov’ero cresciuto.


Nel cielo si formarono dal nulla delle nuvole. John scese dal camion e prosegui a piedi. Una pioggia calda venne giù. Seduto in quel bar davanti al suo bicchiere di vino, sperò in qualche modo di tirarsi indietro da quell’abisso. Era come un conto alla rovescia. Su quella nave dei folli vacillava, ma era ormai anche pronto a tutto. Crescent Moon giunse come se Neil Young si fosse nascosto nell’ombra. Una lurida chitarra infettò l’aria. Di chi cazzo è questa roba, grido qualcuno nel bar. Lui si alzò cercando di tenersi in equilibrio. Sono io urlò. Ma la sua voce svanì, lavata via dal rumore della pioggia. Babylon lo aveva reso felice con quel piano da bordello, e quei cori gospel. Sdraiato sul letto di quel motel mentre la pioggia cadeva, prese una capsula di anfetamina. La pillola aveva cominciato a fare effetto. Accese la radio e girando la manopola cercò qualcosa che gli facesse compagnia, che lo rassicurasse.  Graveyard Jones cominciò con un’armonica blues, di quelle sconce e selvagge.  Ed era come se lo stesse picchiando con le nocche delle mani. Da tanto non andava a Memphis. Si sentiva davvero strano in quel vuoto che si era aperto dentro il suo cuore. Gli sfuggì dalle dita Lay Down, non appena  spostò la radio per frugare nel sacchetto delle pillole. Forse non aveva sfruttato in pieno il suo talento. Non aveva fatto tutto il necessario per farlo emergere. Sapeva solo di essere in un mare di guai. il falsetto soul di Hide Away lo risollevò nel segno della pace. La cosa migliore che puoi fare quando sei in questo mondo è di uscirne vivo. Matto o no, paura o no.

Andammo in camera da letto, lei chiuse la finestra poi staccò il telefono e si spogliò. Mi tolsi i vestiti e lei venne su di me. Ci baciammo, aprì le gambe e mi si sedette sopra. Gli entrai dentro accarezzandole la schiena, e i capelli. Tutta la mia rabbia solitaria era svanita. Dopo ho acceso due sigarette e ce le siamo fumate. Non ho mai voluto che tu soffrissi per causa mia, disse guardandomi nel buio. Mi ero alzato per preparare del caffè.  Sono tornato vicino a lei. Quella notte restai sveglio ascoltando The White Rose And The Dove e il suo cuore. Ed era come sentire un respiro dopo l’altro.


Bartolo Federico


giovedì 26 marzo 2015

Ingannando Il Boia

Si lo so gli anni settanta roba datata, preistoria del rock, capelloni e spinelli, polvere e vento. La California. La terra dell’uva la chiamò Jack. Assomiglia tanto alla mia Sicilia, credetemi. E poi i Doobie Brothers. Roba di facile ascolto, melodie raffinate dicevano i più intransigenti. Una macchina perfetta del rock business. Musica da radio a modulazione di frequenza. Certe cose non tornano lo so bene, e ci si sente ridicoli anche a sentire certa musica. Perché non sei alla moda, non sei figo, non sei al passo dei renziani rottamatori doc. Ma io me ne fotto, come ho sempre fatto, e vado dritto per la mia strada. Volevo tornare laggiù in qualche modo per indossare ancora certi ricordi. Mi è capitato di farlo in un giorno di fine marzo. Che male c’è? Mi piacciano sempre i robivecchi dell’anima, quelli che viaggiano fuori mano anche se è solo per farti un dispetto. E poi in questo disco ci sono Ry Cooder, Bill Payne dei Little Feat, Maria Muldar, Curtis Mayfield gente che si è tenuta lontano dalle grandi strade del rock, e che si è cambiata d’abito dietro un qualsiasi distributore di benzina della Shell. A suo tempo l’ho scovato quasi per caso questo vinile, mentre se ne stava rannicchiato nel reparto dei forati della Warner. Che non erano altro che quei dischi che costavano poco. Bassifondi del rock. Adatti alle tasche di sfaccendati, di gente che come me, non aveva mai una lira. Arrivò con uno strano sorriso in quei giorni della strada selvaggia, delle insegne al neon, delle cadute, dei fallimenti. Dell’asfalto nero e lucente, della liberta, delle lacrime, delle passioni irrefrenabili, della mia impulsività. Con quell’aria da straniero che mi portavo appresso, carico di solitudine, era solo per  un miracolo se restavo ancora in piedi. In quelle notti di seghe, di stordimenti, immaginavo il west, i saloon, i cespugli, i muri cadenti, e quelle vecchie case perse nella prateria. Stavo andando. Non so dove. Adesso è solo un rimpatrio, tra vecchi amici di sbronze. Ma allora era un continuo camminare senza stare in guardia, solo per vedere cosa nascondeva la notte nei suoi silenzi. E poi c’era sempre quella luna a forma di osso, che man mano che s’ingrossava nel cielo illuminava lo straniero solitario che tornava a casa.

Bartolo Federico