lunedì 15 giugno 2015

Guidando Tutta La Notte

Quando ti ho persa tesoro
a volte penso di avere perso anche il mio coraggio
e vorrei che Dio mi mandasse una parola
mi mandasse qualcosa
che potessi avere paura di perdere
distesi nell’afa notturna
come prigionieri per tutta la vita
ho brividi lungo la schiena
e tutto ciò che voglio è stringerti forte
Giuro che guiderò tutta la notte
solo per comperarti un paio di scarpe
e assaporare il tuo dolce fascino
e voglio solo dormire stanotte
ancora nelle tue braccia
Stanotte ci sono angeli caduti
e ci stanno aspettando giù in strada
stanotte ci sono sconosciuti che ci chiamano
li sento urlare sconfitti
lasciali andare, lasciali andare, lasciali andare
a fare le loro danze della morte
(lasciali andare avanti)
devi solo asciugarti gli occhi ragazza
e coraggio, coraggio coraggio
andiamo a letto, piccola, piccola, piccola
Giuro che guiderò tutta la notte
solo per comperarti un paio di scarpe
e assaporare il tuo dolce fascino
e voglio solo dormire stanotte
ancora nelle tue braccia
Ci sono macchine e fuochi
che ci aspettano ai margini della città
sono lì fuori in affitto ma piccola
non ci possono fare del male ora
perché tu hai, tu hai, tu hai
tu hai il mio amore, tu hai il mio amore
attraverso il vento, attraverso la pioggia
la neve, il vento, la pioggia
tu hai, tu hai il mio, il mio amore

il cuore e l’anima”.

domenica 14 giugno 2015

Ore Invisibili

Pioveva sulla mia follia. Certo che pioveva, in quelle ore invisibili che mi hanno messo a nudo. Era davvero eccitante mentre rotolavo e gemevo, quasi sul punto di rompermi in mille pezzi. Non importa il perché, ma sono in vena di confidenze. Ad un tratto mi sono fermato per sentire il mio cuore battere. Minuti, ore, il resto del mio tempo l'ho passato tra l'inebetimento e il delirio puro. Ero fatto così'. Volevo andare a vedere, ero alla ricerca di non so cosa.Volevo incontrare altre anime, che avevano come me quella stupida sciocca angoscia. Mi ero stancato di parlare agl'invisibili. Mi sembrò persino di barare, mentre me ne stavo abbracciato a quelle cose che si nascondono nel buio. Camminavo con cautela, senza accorgermi che invecchiavo. Sono tornato a trovare i miei fantasmi. Ma è la vita che ti obbliga a farlo. Essere se stessi è la cosa più' complicata che ti può capitare. Ti viene da impazzire cercando di difendere la tua anima, da quei cialtroni che non hanno mai risposte. Ti rendi conto di quanto sia difficile scendere dall'autobus in mezzo al traffico, sghignazzando, traballando. Allora capisci che ti hanno fregato. Sei anche tu senza pretese, senza ambizioni. Hai solo voglia di startene tranquillo e rifiatare. Mentre coli a picco. Bisogna ricominciare da capo.... Una cosa disgustosa... Si lo so. Un piccolo delirio... Supplementare.

sabato 13 giugno 2015

Angeli Ubriachi


Dopo un paio di canzoni country, qualche blues strascicato che saliva a galla dal buio più' profondo, qualcuno soffio' sul microfono e la musica riparti'. Lei arrivò con quel semplice riff di chitarra. Mi guardai nello specchio e mi sentii davvero speciale. La sua voce inciampava e strisciava, dandomi sensazioni uniche. Sono tornato giù' al sud,dove sono cresciuto. Ho tenuto duro durante tutti questi anni, con il vento che mi accarezzava i capelli, e una civetta sul balcone. E' bello poter parlare con qualcuno attraverso una canzone. Poi i suoi occhi hanno incrociato i miei. Siamo rimasti in silenzio, stringendoci come angeli ubriachi. Ho bevuto un altro sorso e ho chiuso gli occhi. In attesa di altri sogni.



venerdì 12 giugno 2015

Semplice Scherzo Del Destino


Sedevano insieme nel parco mentre il cielo della sera diventava scuro, lei guardò verso di lui e lui sentì un brivido percorrergli le ossa. Fu allora che si sentì solo e desiderò di aver proseguito dritto e aspettò un semplice scherzo del destino. Camminarono lungo il vecchio canale un po’ confusi. Lo ricordo bene e si fermarono in uno strano hotel con una luce al neon lampeggiante. Lui sentì il calore della notte investirlo come un treno merci muovendosi con un semplice scherzo del destino. Un sassofono suonava da qualche parte in lontananza mentre lei camminava sotto i portici. Mentre la luce apparve improvvisamente attraverso un'ombra dove lui si stava svegliando, lei lasciò cadere una monetina nella tazza di un cieco al cancello e dimenticò un semplice scherzo del destino. Lui si svegliò, la stanza era deserta non la vide da nessuna parte. Disse tra sè che non gliene importava, spalancò completamente la finestra, sentì un vuoto dentro che proprio non poteva spiegare causato da un semplice scherzo del destino. Sente il ticchettio degli orologi e cammina con un pappagallo che parla, la cerca sulle banchine di fronte al mare dove tutti i velieri fanno ritorno. Forse lei lo ritroverà ancora per una volta, ma per quanto tempo dovrà aspettare una volta di più un semplice scherzo del destino. La gente mi dice che è un peccato un sapere ed un sentire esagerato. Io ancora credo che lei fosse la mia gemella, ma ho perduto l'anello. Lei nacque in primavera, ma io nacqui troppo tardi diamo la colpa ad un semplice scherzo del destino.

domenica 7 giugno 2015

Camminando Da Solo

Nella notte aveva piovuto di continuo e al mattino la carreggiata era ancora bagnata. Sembrava una giornata di fine ottobre per quella malinconia che aveva avvolto il paesaggio. Dei pettirossi passarono sopra la mia testa sfarfallando qua e là. Li osservai massaggiandomi la schiena. Avevo il corpo indolenzito dopo la nottata trascorsa a riposare sul sedile del furgone. Ma era anche vero che non ero più vispo come una volta. Fatto il pieno, controllato l’olio e l’acqua del radiatore, cambiate le pasticche dei freni e riparate le ammaccature che ricoprivano la carrozzeria del camioncino, ero partito. Mi sentivo braccato dagli eventi, e quell’ inquietudine di andarmene senza meta mi aveva nuovamente morso nel cuore. Ma non era più il tempo di fughe precipitose, della ricerca frenetica, da perdenti sballati, o da esausti, che una volta ingolfavano la linea bianca di mezzeria. Non era più il tempo di facce sperdute, di capelloni con chitarra, di mistici, tutti quanti diretti verso i propri confini interiori. No, non era più quel tempo. Ma avevo la consapevolezza che la strada era l’unico luogo dove potevo fare chiarezza alla mia stessa confusione e in qualche modo salvarmi dalla pazzia. Sapevo che durante il viaggio sarei stato ciò che sono, finalmente senza più alcuna finzione. Per questo avevo deciso di seguire quell’ansia che ad un tratto mi attaccava e mi lasciava senza respiro. Quella smania che provavo sin da ragazzo e che mi aveva divorato la vita. La strada era ancora lì, nera e lucente, selvaggia e inafferrabile, apparentemente immobile, e con occhi spalancati aspettava di essere nuovamente percorsa.



        
    Ero partito con il sole che spaccava le pietre ma poi, verso sera, all’improvviso aveva iniziato a piovere fitto. Mi fermai in uno spiazzo ed aspettai che smettesse. E intanto che la notte correva giù, ascoltai della musica. “Attraverso la pioggia scrosciante andrò dove il clima è adatto ai miei vestiti. Riparandomi dal vento del Nord Est Navigando sulla brezza estiva...E saltellando sull'oceano, come una pietra”. (Harry Nilsson - Everybody's Talkin').  Stando chinato sullo sterzo per il male alla schiena, ma anche attento ai particolari che sono quelli che fanno la differenza, mi riavviai lungo il tragitto. Quando lasciai la città mi sentii nel mezzo delle cose come se  fossi stato Joe lo Straniero, il Clint Eastwood del film “Per Un Pugno Di Dollari”. La differenza era che, invece delle famiglie dei Baxter e dei Rojo, avevo da una parte lo Stato con le sue infami richieste di pagamento e dall’altra il lavoro che non avevo più. Il sole nella mattinata era tornato a splendere e Caligola, l’anticiclone africano, aveva nuovamente avvolto la terra con la sua calura soffocante. Nella calda luce del giorno, pensai che i miei avi avevano tracciato la strada con coraggio e sacrificio. Gente umile, la mia, analfabeti che firmavano con una ics, che si spostarono dalle campagne verso le città industrializzate credendo di muoversi verso la terra promessa. Ma erano finiti a fare i manovali,  i minatori, gli operai, i facchini, o tutt’al più i camerieri. Quel sangue versato era servito ad arricchire altre nazioni,  fornendo mano d’opera a basso costo. Ma quegli uomini volevano restarsene dove erano nati, nell’isola sorretta dal gigante Tifeo. A terra ca’ brucia. Come una iattura ancora oggi quel passato ci perseguita, in una sequenza che sembra senza fine. La strada che percorrevo era così contorta con tutti quei tornanti che a furia di fare gincana tra le curve mi era venuto il mal di testa. Finalmente, dopo un arrampicata di quasi un’ora, il paese che era arroccato sul cucuzzolo della montagna si presentò in tutta la sua magnificenza alla mia vista. 

“Attento alla strada lanciata sotto le mie ruote non so come dirti quanto avverta la pazzia di questa vita” (Running On Empty - Jackson Browne).



            Pranzai con maccheroncini fatti in casa al sugo di pomodoro fresco e basilico, e della salsiccia arrostita sulla brace, in uno di quei posti dove ti senti trattato come uno di famiglia. Chiacchierai con il proprietario Don Alfio Zaccone del luogo e delle tradizioni centenarie che a dispetto di tutta la tecnologia continuavano a resistere. Il mondo va avanti, mi disse Don Alfio, continua a girare imperterrito, ed è giusto che sia così. Ma grazie a Dio, ci sono uomini che hanno ancora del buon senso e si muovono verso lo spirito delle cose. Le rondini garrivano felici, aggrappate alle travi di legno del tetto della chiesa. Dal telefono fisso dell’osteria chiamai Concetta ma non mi rispose. Bevvi un bicchiere di vino rosso che profumava di corteccia d’albero e mi accesi una sigaretta aspirandone lentamente il fumo. “Siamo nati prima del vento siamo anche più giovani del sole. Prima che la graziosa barca fosse vinta navigavamo nel mistico ”(Into The Mystic- Van Morrison). Quando un paio d’ore più tardi raggiunsi nuovamente la pianura, vidi il mare lì davanti a me che era piatto e libero e mi diede una sensazione d’immensità. Come d’incanto mi ero già lasciato tutto dietro.



   
         ”Metà cotone va al banchiere, l’altra metà al negozio, sul bancone. Mentre alla moglie del contadino resta solo un vecchio vestito di cotone, pieno di buchi,pieno di buchi (Bo Weevil).  

Se nasci nel sud, puoi starne certo, sarai un emigrante. Mio nonno Iano me lo ripeteva sempre. Ad un uomo del sud gli viene il blues. Gli viene dal cuore quel modo di dirti come vive, come viene trattato da chi in tutti i modi cerca di umiliarlo, di fotterlo, di piegarlo sulle ginocchia. Chester Burnett aveva sentito che la gente se la passava meglio nella Wind City. Saltò in piena notte su un treno merci e dal profondo sud del Mississippi si spostò a nord. Cantando il blues. Al sud a quasi tutti viene affibbiato un soprannome. Chester, veniva chiamato “Bull Cow”, ma anche “Big Foot”, per via della sua stazza. Ma poi suo nonno John Jones, sentendo i racconti di un songster, un certo John “Funny Papa” Smith, per via del suo carattere intemperante lo chiamò Howlin’ Wolf. Il giovane lupo lavora nelle piantagioni di cotone ed è qui che incontra Charlie Patton e Willie Brown. Patton lo prende subito sotto la sua custodia insegnandogli i primi rudimenti alla chitarra, impressionato da quella voce selvaggia e roca che ricordava la sua. Howlin’ è un uomo alto quasi due metri e dal peso di un quintale  ma questo non gli impedisce di dare libero sfogo a tutta la sua fisicità. Durante le esibizioni dal vivo, salta per il palcoscenico, si arrampica sugli amplificatori e si getta ululando sul pubblico. È il blues nel suo aspetto più carnale, è il diavolo che si impossessa del suo corpo e guaisce. Il blues è la storia di un popolo di migranti. Un popolo che riusciva a sentire, ascoltare e guardare in faccia le cose che accadevano ed a parlarne con la forza della musica. Persone ricettive, i bluesman, che tramite il viaggio, il continuo spostamento da un luogo ad un altro, aprivano gli occhi sul mondo. “Voglio piangere, voglio urlare, mi sento così male, che ho voglia di morire. Ma se domani mi sento come mi sento oggi, preparerò la valigia e me ne andrò via”(Big Bill Broonzy). Howlin’ inizia ad incidere che è già abbastanza grande e questo giocherà a suo favore. Nel suo blues saprà convogliare la tradizione dei  vecchi poeti del Delta, con quello che la strada gli ha spiegato. 



            La statale passava su ponti, costruiti sopra ampi letti ghiaiosi, che collegavano le sponde delle fiumare. Ero circondato dal verde intenso degli agrumeti che si estendevano per chilometri e da incolti dominati dalla canna.  In un pomeriggio avanzato seguivo il sentiero sterrato che avevo imboccato per caso. Percorrendo un'altra via, ad un tratto, senza alcun preavviso, mi ritrovai su quella strada delimitata da muretti di pietra, costruiti a secco, che continuava a entrare in aperta campagna. In questa beata solitudine ad un tratto vidi un uomo camminare su una mulattiera limitrofa. Anche se non c’era nessuno nei paraggi, azionai la freccia e mi fermai su un lato. Scesi dal camioncino e mi diressi verso di lui. Antonio Strazzera era stato un uomo-tonno, a capo di una paranza con otto marinai a bordo. Me lo raccontò lui stesso più tardi a casa sua mentre mangiavamo una frittura di pesce cucinata dalla moglie Giuseppina e che, per quanto buona, era da erigere a divinità. Sono sempre i poveri che ti offrono tutto quello che hanno. Dopo cena, sotto il patio con un venticello caldo che soffiava dietro le nostre spalle sorseggiammo della birra artigianale ghiacciata. Il tempo trascorse in un baleno e si fece notte. Gli Strazzera vivevano di una modesta pensione in quella piccola ma accogliente casa che grazie a Dio gli era stata lasciata in eredità dal padre. Non avevano avuto figli ma non se ne erano mai fatto un cruccio. Erano felici della vita che avevano vissuto e il signor Antonio continuava ad arrangiarsi ancora con piccoli lavoretti. Nonostante l’età avanzata, era ancora robusto e nodoso come un rovere. Il mare lo aveva forgiato a dovere. Quella sera mi addormentai su un lettino improvvisato nel magazzino degli attrezzi agricoli.  All’indomani mattina quando mi svegliai il sole era già alto nel cielo e prima di andarmene la signora Giuseppina abbracciandomi mi sussurrò di guardare alle cose nuove che avrei incontrato con curiosità e rispetto. Loro avevano vissuto aggrappati ai sogni e dandogli molto spazio. E me lo disse porgendomi un sorriso luminoso. 

“Ho sognato di avere un miliardo e per moglie una bella sirena. Ho sognato di vincere il ponte di Brooklyn giocando a dadi in ginocchio. Ho sognato che giocavo al lotto, e che scommettevo ai cavalli. Ho vinto tanti di quei soldi da non sapere più cosa farne. Ma era un sogno solo un sogno nella mia testa. Quando al mattino mi sono svegliato, neanche un soldo ho più ritrovato” (Just A Dream - Big Bill Broonzy.



            Mi aveva fatto bene quell’incontro. La solitudine del viaggio mi rendeva disponibile con la gente. E poi quel sorriso della signora Giuseppina fu così bello che me lo portai appresso per giorni. Guidavo su una litoranea con il mare distante uno o due chilometri. All’improvviso la strada prese a salire dolcemente e mi trovai attorniato da filari di viti coltivate ad alberello. Sulle colline distinguevo chiaramente le dimore rurali degli agricoltori raggruppate in piccoli nuclei ma anche isolate. Misi su un cd e mi fermai sotto la cresta ombrosa di un albero di carrubo. “Apri la porta al tuo cuore, apri la porta alla tua anima, torna sulla cresta dell’onda. apri la porta al tuo cuore i soldi non ti danno soddisfazione i soldi pagano soltanto le bollette. Si tratta di necessità, non di avidità. Apri la porta al tuo cuore” (Open The Door - Van Morrison). Durante gli anni venti e trenta Howlin’ Wolf coltivava la terra e si dedicava a suonare soltanto nei fine settimana. Alle feste del sabato sera, oppure nei jukes o nelle bettole clandestine, sempre e comunque in compagnia di Charlie Patton. Per un po’ di tempo si fece anche trascinare in giro da gente come Rice Miller, Robert Johnson, Robert Lockwood Jr. e Baby Boy Warren. Ma il lupo non amava la vita sgretolata fatta di whiskey, donne, e spesso fuori legge. Perciò si ritira nella fattoria del padre per scomparire dalla scena attiva del blues. Questo almeno fino alla seconda guerra mondiale. Look down the road, cantava Skip James mentre osservavo l’orizzonte di fronte a me. Il blues con la sua scala di note tradizionali del Delta esprime l’angoscia, il rimpianto, l’amarezza. Il blues rurale era istintivo senza nessuna convenzione e sgorgava libero dall’anima del musicista. Alle volte era fragile, fragilissimo, come gli uomini che lo cantavano. Ma per questo pieno di pathos e mistero. I bluesman del Delta non sapevano mai cosa avrebbero suonato quando imbracciavano la chitarra o soffiavano in un armonica. Solo dopo, con l’avvento degli strumenti elettrici furono costretti a suonare sequenze derivanti dall’armonia. Era un nuovo modo per farsi ascoltare nel frastuono della città ed anche per continuare ad esistere. Questo rese certamente più fruibile la loro musica, ma tolse qualcosa alla magia primordiale. 

“Oh, baby don't you want to go, Oh, baby don't you want to go, Back to the land of California, To my sweet home Chicago (Sweet home Chicago - Robert Johnson).   




            Alle tre del pomeriggio mi fermai per fare rifornimento lungo una strada a doppia corsia completamente deserta. Il ragazzo della pompa di benzina aveva la faccia stanca e ansimava per l’alto tasso di umidità che rendeva l’aria irrespirabile. Mentre attendevo che si riempisse il serbatoio parlottammo del più e del meno. Poi ripresi il viaggio. Su quel versante dell’isola l’acqua era davvero poca, tanto che la campagna intorno era senza alberi, gialla e rinsecchita. Il cielo, però, era di una luce come non l’avevo visto mai prima di allora. Costeggiai una lunghissima spiaggia dai sapori oceanici e mi ritrovai su una grande piana. Con l’ultimo bagliore del giorno arrivai in una città. “La tua mente ti dice di viaggiare dovunque. Quando sei là, non ci starai molto. Non sai restare in nessun luogo” (Out On Santa Fè Blue s- Arthur Petties). Wolf a Chicago arrivò nel 1952, insieme alla sua chitarra e l’armonica a bocca che Sonny Boy Williamson, nel frattempo diventato suo cognato, gli aveva insegnato a suonare. Quel contadino portava con sé il suo caratteraccio smanioso e diffidente sempre pronto alla rissa, tanto che i suoi rapporti con gli altri bluesman furono problematici, specie con Muddy Waters, suo eterno rivale. Scritturato da Leonard Chess, per l’omonima casa discografica, condivise con Waters, le canzoni che il prolifico e immenso Willie Dixon gli scrisse. Spoonful, Little Red Rooster, Evil, Back Door Man, I Ain’t Superstitious, sono alcune di quelle perle. Quando nel 1955 il chitarrista della sua band Willie Johnson viene sostituito da Hubert Sumlin troverà in lui uno dei pochi musicisti in grado di assecondarlo, tanto che lo considerò sempre come un figlio. Il blues del “lupo ululante” era oscuro e martellante, aggressivo e privo di compromessi. Wolf era un figlio del Mississippi, radicato nelle tradizioni e cresciuto con la lezione del grande Charley Patton. Anche quando alla fine della sua carriera il successo gli arrise, non si scordò mai dei suoi dolori, dei suoi disagi, delle sue origini. Non scordò mai chi era stato. 

Ho i buchi nelle tasche, piccola, e le toppe nei calzoni. Sono in arretrato con l’affitto e il padrone di casa lo vuole tutto in anticipo. Ho le cavalette nel cuscino, piccola,ho i grilli nei miei pasti. Ho i chiodi nelle scarpe, piccola, e mi pungono il calcagno (I’m Leaving Blues- Leadbelly).



            I macconi, una serie di grandi dune, orlavano la costa. Oltrepassai un lungo e altissimo viadotto, e subito dopo un paesino quasi disabitato. La notte avevo dormito nel sacco a pelo su una spiaggia bianchissima. All’alba dopo una doccia gelata in uno dei tanti lidi balneari che spuntano come funghi a deturpare i litorali, avevo ripreso il cammino, in compagnia della chitarra magica e speciale di Peter Green che suonava I Believe My Time Ain’t Long, un blues inquieto di Robert Johnson. Qualche chilometro dopo aver superato il paesino, notai in un piazzale assolato il bar “Gianni”. Decisi di fermarmi per un caffè. Gianni Siracusa aveva fatto il camionista per vent’anni  e percorso l’Italia, ma anche buona parte dell’Europa, guidando uno di quei mostri d’acciaio che solo a guardarli ti mettono paura. Un giorno, al suo rientro a casa, non trovò più nessuno ad attenderlo. La moglie se ne era andata da qualche altra parte del mondo, portandosi con se anche il figlio. Dopo i primi tempi di autentico e comprensibile sconforto, decise di riprendersi la sua vita. Si licenziò dalla ditta di autotrasporti e partì per Lipari e quella che doveva essere una breve vacanza si rivelò invece un vero cambio di esistenza. Ci restò cinque anni in quell’isola, anche per via di Susy, la sua nuova compagna, una ragazza danese che aveva conosciuto appena arrivato. Poi la nostalgia lo aveva lavorato sui fianchi e trafitto. Così era rientrato al paese e investito tutto quel che aveva in quel  bar-ristoro che gestiva insieme a lei. Avevo lasciato la radio accesa nel furgone e i finestrini abbassati, il cd di Peter Green adesso suonava Love That Burns,e mi  sorprese non poco scoprire che Susy era una sua fan. Assaporai lentamente una granita di mandorla in un atmosfera surreale con il blues in sottofondo e una schiera di cani secchi come chiodi poco lontano, sdraiati al fresco di una tettoia di quello che una volta doveva essere un lavaggio per auto. Mi sembrò di essere stato fortunato a fermarmi in quel posto. Un brutto momento non è la fine, mi disse Gianni allungandomi la granita. La  curiosità è sempre una buona motivazione per ricominciare. Forse ogni tanto serve prendere batoste perché queste ti aiutano a ripartire verso i tuoi sogni. Ma qui non succede mai niente, aggiunse sommessamente. Poi un cliente lo reclamò per pagare il conto e la conversazione si chiuse lì. Lo osservai mentre batteva i tasti della cassa e annotai il suo sorriso semplice e bonario, e non so perché mi venne in mente Don Alfio e i suoi uomini di buon senso.
  



            L’estate si allunga lenta e dilata il tempo e i giorni si muovono in armonia.  Il caldo scioglie il catrame e le emozioni corrono veloci, come la pazzia. Ma sono cose che non tutti riescono a percepire. La notte era atterrata rastrellando alcuni pensieri, mentre altri erano rimasti sparpagliati nel buio. Lungo il tragitto mi accompagnavo con le note di I've Got A Mind To Give Up Living/ All Over Again, che mi sfibbiarono il giusto l’anima. Dal bar avevo telefonato nuovamente a Concetta, ma anche questa volta non aveva risposto. Una macchina mi superò suonando nervosamente il clacson. Erano le dieci della sera e faceva un caldo boia. Mi sentivo teso con il corpo sveglio ma la mente addormentata. Non riuscivo a tenere in piedi un pensiero e  quello strano senso di  vuoto si era nuovamente impadronito di me.  Facevo strada cambiando umore di continuo. Adesso avrei potuto rimanere per sempre immobile nella notte. Quando avevo sedici anni me ne stavo a fantasticare romanticherie, ero nel pieno di quel desiderio di solitudine ma anche convinto che un incontro mi avrebbe cambiato la vita. Poi le cose avevano fatto il loro corso e c’erano stati lunghi inverni passati da lupo. Alla fine qualcuno aveva bussato alla porta. Guidavo stando a colloquio con i miei spiriti, e avrei voluto che piovesse nuovamente. Non c’era più quella magia intorno a me che rendeva tutto più sopportabile. Il tempo si era distorto. Ma il tempo è l’unica certezza che abbiamo. Forse, pensai, avrei dovuto imparare a lasciarmi andare, a nuotare senza gli stivali e guidare senza freni. Guardai la strada nera e profonda davanti a me e poi il cielo che era un fragore di stelle. Calai il finestrino e ascoltai  il vento sibilare tra l’erba. 



Bartolo Federico

giovedì 4 giugno 2015

Il Tempo Non Aspetta Nessuno(reprise)


Seduto in un bar qualsiasi bevo caffè e fumo di tanto in tanto qualche mozzicone. Me ne sto con le tempeste sonore di Bob Dylan nelle orecchie e sono davvero su di giri. Ho la stessa eccitazione che si prova quando si fa una cosa che non si può fare. O come quando cerchi delle risposte e non le trovi neanche a spremerti il cervello come un limone. “Dici che sono un giocatore d’azzardo, dici che sono un magnaccia. Ma non sono nessuno dei due. Ascolta il fischio di Duquesne che soffia” (Duquesne Whistle). Qualche giorno fa sono andato per l’ennesima volta all’ufficio di collocamento. Un nuovo impiegato, simpatico come un becchino delle pompe funebri, mi ha detto che non c’era trippa per gatti, per cui facevo meglio a ripassare tra qualche mese o tra qualche anno, tanto era lo stesso. Nel frattempo frusciai ad alta voce: “vengo a mangiare da lei”. Il tizio ha fatto finta di non capire. Mi incamminai a testa bassa rovistando nei pensieri più infimi verso i bassifondi della città, che poi non sono altro che il quartiere dove sono nato e cresciuto. Ho  molti amici da queste parti è un lavoretto più o meno lecito sarebbe venuto fuori.

Avevo sempre sognato di scivolare nel ventre della notte per perdermi nella sua anima. Ma anche di andarmene da qualche parte dove il sole splende sempre. Avrei voluto fare un sacco di cose, anche amare qualcuno, ma non facevo un cazzo di niente. Mi ero laureato in giurisprudenza con il massimo dei voti. I miei genitori avevano tirato la cinghia e anche qualcos’altro per farmi studiare perché sin da piccolo promettevo bene e il loro sogno era quello di avere un figlio da chiamare dottore. Quasi fossi una roulette, avevano puntato tutto su di me. Indubbiamente, avevo fatto la mia parte fino in fondo, se lo meritavano, ma a dire il vero anche allora alle volte avrei voluto dileguarmi come un fuggiasco nella notte. A cosa sono serviti tutti quei sacrifici, pensai ingoiando un sorso di caffè, se sono uno dei tanti che rimpingua la fila dei disoccupati? Mi do da fare, svolgo mille lavoretti, anche cose odiose come il venditore porta a porta. Però, in questo cazzo di paese, vendere è l’unica prospettiva che ti viene data. Alla fine qualcosa vendo e qualcosa riscuoto, ma sempre troppo poco per tirare avanti. Insomma, mi sento  bello e inguaiato e non ho un piano B. In fondo la questione è una sola: c’è chi ha le possibilità e chi no. In quale categoria rientro l’avrete capito da  soli, immagino.  Mi tocca ancora aspettare, pensai, tirando una lunga boccata di fumo velenoso. Mi alzai e andai via dal bar. Ero davvero stufo di tutto questo. Il tempo non aspetta nessuno, figuratevi uno come me.

Il tempo non aspetta nessun uomo e non mi aspetta. Si il tempo non aspetta nessuno e non aspetta me. Sfrutta la tua estate, raccogli il grano. I sogni di una notte svaniranno all’alba. E il tempo non aspetta nessuno. (Time Waits For No One – The Rolling Stones).

A furia di prendere randellate, si diventa duri come il marmo. Così i minuti passano e anche le ore. E poi i giorni, i mesi e gli anni. Insomma, il resto del nostro tempo se ne va in un baleno, lasciandoci storditi e anche nauseati. Ma resistiamo ugualmente, con fatica teniamo duro di fronte a tutto. Siamo fatti così, noi uomini trascuriamo, però, che alla fine si diventa qualcun‘altro. E si è vecchi in un colpo solo.  Raggiungo  Cinzia al suo negozio di chincaglierie perché quando ho voglia di parlare con qualcuno lei è l’unica che ascolta con amore le mie peripezie. Non appena mi vede fermo sull’uscio della porta  del negozio, mi mostra un sorriso complice e avvicinandosi mi esclama schietta: “per essere qui suppongo che sei di nuovo nei guai, vieni dentro, dai” .”Abbiamo dei problemi questo è sicuro. abbiamo milioni di disoccupati. bambini che non sanno scrivere. bambini che non sanno leggere. ce ne sono di affamati e sovralimentati. il nostro capo alla TV baldanzosamente annuncia la parola di Cristo. cerca di pregare abbiamo bisogno di tener saldo il cammino. la forza dell’oscurità ancora è tra noi. deve essere un inferno vivere nel mondo. vivere nel mondo come fai tu.(It Must Be Hell – The Rolling Stones). Da ragazzi avevamo provato a stare insieme, dico come coppia. Non aveva funzionato, era finita che quasi ci odiavamo. Facevamo le cose pensando di compiacerci, ma in questo modo si combinano solo casini. In compenso, da allora non avevamo più segreti fra di noi. Scuoto la testa ed entro nel negozio. La guardo e stranamente non riesco a dire niente. Ero andato da lei pensando di raccontarle chissà cosa ma adesso non riesco più a parlare non mi viene niente. E per la prima volta mi sento a disagio. Le prendo la mano, lei sospira e si lascia andare:  “Bart quando esci dai sogni e vieni a vivere in questo mondo, quando lo farai?”. 

“Il tempo può tirar giù un palazzo o distruggere il viso di una donna. le ore sono come diamanti non sciupatele. Il tempo non aspetta nessuno non regala niente. Il tempo non aspetta nessuno. E non vuole aspettarmi”. (Time Waits For No One – The Rolling Stones).

Me ne torno nel mio stambugio, afflitto e più tenebroso che mai. Non me la sono sentita di speculare ancora sulla sua bontà, sul suo garbo. Adesso è tempo di mettere le cose in chiaro con me stesso. Nella solitudine il divino se ne va via e sparisce per sempre. Eccola, già pronta una nuova angoscia da accudire. “A Scarlet Town la fine è vicina. Le Sette Meraviglie del mondo sono qui. Il bene e il male convivono fianco a fianco. Tutte le forme umane paiono glorificate. Metti il tuo cuore su un vassoio e vediamo chi lo morderà. Vediamo chi ti stringerà e ti darà il bacio della buona notte.”(Scarlet Town - Bob Dylan). Incontrai Rickie Lee Jones per caso, mentre giù dal cielo i sogni piovevano a grappoli sulla mia testa. Camminavo sonnolento e anche un po’ brillo alle porte della notte, quando ad un tratto da una macchina ferma con l’autoradio accesa sentii quella canzone. 

It's your last chance To check under the hood Last chance She ain't  soundin' too good, Your last chance To trust the man with the star You've found the last chance Texaco Well, he tried to be Standard He tries to be Mobil He tried living in a world And in a shell There was this block-busted blonde He loved her - free parts and labor But she broke down and died And threw all the rods he gave her. (The Last Chance Texaco).

Mi fermai ad ascoltarla sotto gli occhi guardinghi della coppia che stava sull’auto. Avevo i brividi che facevano le capriole sulla pelle. Ancora oggi,  riascoltandola, provo la stessa sensazione. E’ come se ad un tratto fossi passato con una ramazza su quella nuvola di polvere che copre i ricordi. Dopo tanto tempo, finalmene mi sono riconosciuto nell’ombra. Capita di rado, ma capita, che alle volte le cose che nascondiamo dentro di noi non marciscono e di conseguenza non si mettono a puzzare insieme al tempo che passa.

Ma i sogni che attraversano troppe cose, lasciano sempre e comunque una scia di rimpianti e nuvole. I primi due album di Rickie Lee Jones, l’omonimo e Pirates, sono stati un toccasana per tutti gli innamorati della notte, per chi è annegato nei sentimenti. Rickie Lee Jones è stata la duchessa incontrastata di chi si è fatto fregare dalla luna e dal randagio di Pomona e ciondolava scompigliato nell’animo appresso a quelle canzoni, come se anch’esso si trovasse con i suoi esecutori in una discarica di oggetti usati che nessuno voleva più. Cicche di sigarette, gabbie e barattoli, poltrone di pelle coi sedili sfondati, riviste ingiallite, un ventilatore arrugginito, la canna del gas, veleno per topi in bustina, una tromba di plastica, la carcassa di un cane, libri strappati, bottiglie vuote, pezzi di ferro, un caminetto, una lampada ad olio ed ancora cicche di sigarette, una tenda bruciata, un trenino elettrico. Tre seggiole e un tavolino. 

Sin da quando nei primi anni settanta si esibiva nei bar, Rickie Lee Jones amava fare cover. Nella sua discografia sono state una costante. Dotata di una voce che sa scavare in profondità, le sue interpretazioni riescono a tirare fuori quella parte di sfumature che precedentemente ci era sfuggita, rivelando significati nascosti e trasformando la canzone in una sua creatura. Girl At Her Volcano, il mini lp uscito nel 1983,  ne è un esempio lampante. "Il Diavolo Che Tu Sai" ci racconta del suo lungo viaggio attraverso la musica. E’ un album così intimo che si possono sentire i battiti del suo cuore e vedere le cicatrici che l’hanno segnata. C’è profondità ed emozione, c’è il blues dentro queste canzoni che rappresentano tutti i suoi amori musicali. Per citarne uno su tutti, il Van Morrison stellare di Astral Weeks. Una produzione attenta, affidata a Ben Harper, risulta essere perfetta, mai ingombrante, talmente delicata da farci percepire in pieno questa intimità. Rickie Lee Jones canta nella sua splendida solitudine canzoni musicalmente ridotte all’essenziale che sono già belle di loro ma che, attraverso la sua voce che li scortica fin dentro le ossa, sembrano essere tutte nuove. E come se lei ci facesse l’amore con questi pezzi, li accarezza senza violenza, senza cinismo, con una tenerezza e una sensibilità di cui tutti noi ci siamo dimenticati.


Guardo la foto appesa al muro, è una di quelle fotografie ingrandite e ritoccate in una cornice ovale dorata. Risale a quando ero bambino e stavo in braccio a mia madre. C’è anche mio padre con i baffi neri che sorride. E’proprio vero, non si ha mai abbastanza tempo se non per pensare a se stessi. Mi ha fatto bene incontrarla ancora, mi sono sentito addosso lo stesso rovescio di pioggia arrivato attraverso quel buco nel cielo dal quale una notte di tanto tempo fa sono fuggito insieme a lei per le strade del mondo. 

Si la stella passava dolcemente, la corrente continuava a scorrere. Si eravamo tranquilli e rilassati. E la guardavamo volare. E il tempo non aspetta nessuno. E non vuole aspettarmi. E il tempo non aspetta nessuno. E non vuole aspettarmi. (Time Waits For No One – The Rolling Stones).

Bartolo Federico

martedì 2 giugno 2015

Dove Cadono Le Lacrime (reprise)

 Secchiate di malinconia gli caddero addosso. Rivide lei, colma di odio e con il diavolo nel cuore strepitargli che era un coglione, un bastardo, una merda rinsecchita. Fermo sotto un cartello stradale con quella faccia da tenebre e nebbia che si ritrovava, fece una risata rauca.  Le aveva replicato questo è ciò che mi hanno fatto diventare, bambina, non averne a male. E glielo disse con una voce metallica, puntando dritto dentro i suoi occhi freddi. Poi, lentamente, girò lo sguardo intorno e con garbo si  aggiustò il cappello. E si sentì andare in pezzi. Si avviò arrancando lungo la strada fosca. Dal taschino della giacca prese il pacchetto nuovo di sigarette e scartandolo si rese conto di avere il cervello come appannato da cumuli di polvere. Le lacrime gli sfondarono le palpebre e attese che il suo cuore si calmasse. La pioggia continuava a cadere diritto sulla sua testa, incurante di tutto. Come la sorte. Lontano dove il vento leggero soffia, lontano da tutto, c'è il posto dove vai dove cadono le lacrime. Lontano nella notte tempestosa, lontano ed oltre il muro, sei là in una luce lampeggiante dove cadono le lacrime. (Where Teardrops Fall - Bob Dylan)


Con il passare del tempo le cose si mischiano un po’. Così quelle certezze che ti sei cullato lasciano posto ai dubbi, alle indecisioni, alla paura. Camminava piano costeggiando il muro delle case, senza fare rumore, come se stesse aspettano qualcuno. La pioggia, fredda zampillando sul corrimano di un balcone, gli schizzò sul viso facendogli increspare la pelle. Trattenne il respiro e sentì il suo cuore cigolare nel buio. Doveva riorganizzarsi, ma così su due piedi non era facile. Non era per niente semplice mettere in fila gli eventi e farsene una ragione. Si sentiva strano, come sperduto nel guazzabuglio di se stesso. Certo, c’erano alcune cose da recuperare e altre da buttare, ma doveva farlo alla svelta prima che queste s’infilassero tutte insieme in quella strettoia buia dell’anima. Correva il rischio di vederle sbucare dall’ombra, tenendosi strette strette l’una con l’altra. Allora sarebbe stata davvero la fine. Bottiglie spaccate, vassoi spaccati, interruttori spaccati, cancelli spaccati, piatti spaccati, oggetti spezzati, le strade sono piene di cuori spezzati, parole spezzate che non si sarebbe mai voluto pronunciare, tutto e' spezzato. (Everthing Is Broken-Bob Dylan). 


Lungo la via un umanità di derelitti soggiornava pacifica. Gente che si lamentava con se stessa, imprecando al cielo. Tanto, nessuno gli avrebbe mai prestato attenzione. Neanche lui. Il camion della nettezza urbana stava raccogliendo la spazzatura. Il conducente, stiracchiandosi sul sedile, fumava tirando lunghe boccate e scomparendo dietro una strato di nebbia azzurra. Gli altri operatori, intenti a raccattare i sacchetti sparpagliati in mezzo alla strada, scherzavano tra di loro, ridendo così forte da fare un baccano inaudito. Li osservò al riparo di un muro. Il suo lavoro lo aveva portato tante volte a rovistare nel pattume e, suo malgrado, vi era scivolato dentro. Ma fin quando gli era stato possibile aveva tenuto duro. Poi era bastato un istante, un nonnulla, e tutto era precipitato, trasformandogli qualsiasi cosa in raccapriccio. Quello che non si spiegava è che era accaduto per cose che alla fine potevano essere anche irrilevanti. Abbiamo battuto sul tamburo lentamente e suonato il piffero sommessamente, tu conosci la canzone nel mio cuore. Nel volgere del tramonto fra le ombre della luce lunare puoi mostrarmi un nuovo posto per cominciare. (Where Teardrops Fall - Bob Dylan) 


Ci prendiamo gusto a sfidare la vita a dichiararle guerra. Ma la partita è persa, questo sia chiaro. Il cielo si era capovolto sulla sua testa ma, nonostante ciò, i colori del passato gli tornavano in mente nitidi, insieme a quelle storie che sua nonna gli raccontava prima che lui andasse a dormire. Non le sue brutte storie, no, quelle non aveva il coraggio di raccontarle neanche a se stesso. E sentì nell’aria nuovamente forte quella puzza di sangue e merda. Il giorno stava sorgendo sulla città. Si accese una sigaretta ma lasciò che si  bruciasse tra le dita. Da un balcone aperto  il crepitio di una radio lo scosse. Viviamo in un mondo politico la saggezza e' sbattuta in prigione marcisce in una cella e viene fuorviata come dal diavolo senza lasciare nessuno che ne segua le orme. Viviamo in un mondo politico dove la pietà cammina sull'asse la vita e' negli specchi, la morte scompare sui gradini della banca più vicina (Political World-Bob Dylan).


Nei momenti in cui il nostro egoismo ci lascia andare, i ricordi diventano autentici e allora ripensiamo a quelle donne che ci hanno amato almeno un po’. In un bar fece colazione con brioche e un cappuccino cremoso. Un poliziotto in divisa entrò e si mise vicino a lui ordinando un caffè ristretto. I loro sguardi s’incrociarono, ma solo per un attimo, attraverso lo specchio che avevano di fronte al bancone. Dopo lo sbirro se ne andò. Da quando era tornato in città la pioggia non aveva smesso di cadere. Uscì dal bar e riprese a camminare lento dando le spalle al marciapiede. Si fermò guardandosi nella vetrina di un negozio. Rimase lì, assorto per qualche minuto, poi riprese a camminare. Un antifurto suonò forte. Il suo passato gli tornava a sprazzi dall’abisso più profondo per annientarlo con le sue lingue di fuoco. Lei era uscita dalla sua vita definitivamente, pensò osservando la sua mano ossuta. C'era qualcuno che ci guardava quando mi hai dato quel bacio? Qualcuno là nell'ombra, qualcuno che potrei non aver visto? C'è qualcosa di cui hai bisogno, qualcosa che non capisco? Che cos'era che volevi? E' qui nella mia mano? (What Was It You Wanted-Bob Dylan). 


Alla fine, dove vogliamo arrivare nessuno di noi lo sa. Era giovane, quel poliziotto, di quelli palestrati e baldanzosi. Portava una giacca di pelle nera e un cappello di lana di colore grigio. Lo aveva fermato non appena era uscito dalla villetta e stava salendo sull’auto. Lo agguantò dal polso, stringendolo con brutalità. Senza dire nulla gli fece appoggiare i palmi delle mani sulla macchina,  obbligandolo ad allargare le caviglie con dei duri colpi al tallone. Mentre terminava questa operazione lo chiamò per nome due volte, ma lui non rispose. Con un gesto fulmineo l’agente gli mise le manette ai polsi intanto che un gruppo di altri cinque sei sbirri sbucati dal nulla arrivavano correndo. Una Mercedes bianca sgommando si accostò al marciapiede. Adesso lo tenevano fermo in due ma lui non si dimenava. Conosceva le regole e non fece nulla che potesse innervosirli.  Lo spinsero con forza verso l’auto e, in quattro e quattr’otto, lo caricarono sui sedili posteriori coprendogli la testa con un cappuccio. Il predicatore stava parlando, stava facendo un sermone disse che la coscienza umana è vile e depravata, non puoi contare su questo per farti guidare quando sei tu che devi soddisfare tutto questo. Non e' facile da mandare giù, ti si ferma in gola. Lei ha dato il suo cuore all'uomo dal lungo cappotto nero.(Man In The Long Black Coat- Bob Dylan)


Attraversò il corridoio buio e spostò una tapparella per fare entrare uno spicchio di luce. Passò dalla camera da letto, dove c’era ancora appesa al muro la loro foto, e si tolse la giacca. L’odore di chiuso e alcool faceva venire il vomito, ma era come se non la sentisse più quella puzza di marcio. Aveva sempre cercato di uscire dalle menzogne, dalle umiliazioni, voleva fare a tutti i costi una buona impressione alla gente, voleva stare al passo dei ricchi. Ma quando non sei abituato come loro a mentire la faccenda si complica. Mise sul piatto del giradischi Gravity Talks dei Green On Red, un 33 giri pieno di rughe e ferite e si versò da bere. Amava quel disco uscito nel 1983, amava quell’organo febbrile e irrequieto suonato da Chris Cacavas, il Roy Bittan dei poveri e le canzoni di Dan Stuart. Quelle canzoni cantate con una voce irriverente, svogliata, ma anche profonda e lirica, aprivano un varco nella sua anima nera. Un disco ricco di influenze importanti, dai Doors ai Velvet Underground a Bob Dylan. Un disco che gli ricordava chi era stato, e cosa aveva amato. A che servo sia per gli altri che per me stesso se ho avuto tutte le possibilità e ancora non riesco a vedere se le mie mani sono legate, non dovrei domandarmi chi le ha legate e perché. ed io dov'ero. A che servo se dico cose banali e rido in faccia a quello che il dolore porta e giro le spalle mentre tu muori in silenzio, a che servo? (What Good Am I? – Bob Dylan)


Anni dopo lo aveva conosciuto Dan Stuart. Era successo d’estate, quando le giornate si allungano e la strada è inondata dal sole. Di solito non usciva mai, ma quella volta il richiamo fu davvero forte. Si esibiva in concerto insieme a Steve Wynn dei Dream Syndicate sotto la sigla di Danny&Dusty. Due bambini smarriti, due spiriti ribelli con in una mano una bottiglia di whisky e nell’altra una Fender. Non andare a vedere quelli che lui considerava gli ultimi romantici del rock’n’roll  sarebbe stato un delitto. Un vero weekend di rock perduto. Mama, metti le mie pistole per terra non posso più sparare quella lunga nuvola nera sta scendendo mi sembra di bussare alle porte del cielo (Knockin’On Heaven’s Door-Bob Dylan). Subito prese posto in prima fila e dopo, quando ebbe inizio lo show, si posizionò lateralmente vicino all’organo dove un ispirato Cacavas dirigeva la band. Cantò le loro canzoni con passione e trasporto facendo il coro insieme a Chris che gli sorrideva dal palco. La luna era alta e il cielo era pieno di stelle. Quella sera si sentì leggero. Suona quelle campane per il cieco e il sordo, suona quelle campane per quelli di noi che sono abbandonati, suona quelle campane per i pochi eletti che giudicheranno i molti quando il gioco volgerà al termine. Suona quelle campane per il tempo che vola, per il bimbo che piange quando l'innocenza muore (Ring Them  Bells - Bob Dylan) 


Il telefono squillò per terra, nell’ombra ,una volta soltanto. Alzò il ricevitore e si sedette sulla seggiola.Con le labbra incollate alla cornetta disse: Si!... Ciao, sono Wilma. Buon Natale.  Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. Cercavi di entrare in un altro mondo un mondo che non ho mai conosciuto. Mi sono sempre domandato se tu ce l'abbia fatta. Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. (Shooting Star-Bob Dylan)


Bartolo Federico