domenica 18 dicembre 2016

Romantici Bastardi


Il rock è uno sbuffo di vento, dentro la nebbia. L’innocenza perduta. Ma soprattutto il coraggio. Quel coraggio di andare fino in fondo alle cose. Attraversai la stanza e rimasi fermo davanti alla libreria, mi chinai nella fila sottostante dei dischi e scartabellai le copertine. Trovai degli spartiti per chitarra infilati in una custodia, e un vecchio disegno, che ritraeva lo strano profilo di un uomo con un buffo naso. Il vento fece cigolare le finestre. Mi versai della vodka ghiacciata in un bicchiere a palla, e me ne stetti assorto seduto sul divano. Bere alle volte migliora la visione delle cose. Non appena accesi lo stereo A Apolitical Blues s’infilò con prepotenza dentro la stanza, grattando e fumando, la musica del diavolo. Lo fece poco prima che quella mezza luna gialla, sparisse dalla mia visuale. "Be' il mio telefono squilla e mi hanno detto che era il presidente Mao. Non ditegli niente, non ho voglia di parlarci adesso. Ho il blues apolitico, il più terribile dei blues" Ci sono posti perfetti per certo rock’n’roll. Come quegli hotel che sorgono nelle zone malfamate delle città, che hanno camere con le crepe nel tetto, e porte fatiscenti. Luoghi abitati da fuggiaschi, alcolisti cronici, attricette, puttane, spacciatori, e qualche sbirro in cerca d’informazioni. Ma anche da scrittori e romantici dal cuore gracile, come il Willie Nile dell’esordio(1980) e di Golden Down(1981), due dei miei dischi preferiti di sempre. Un songwriter Willie Nile influenzato da Springsteen e Tom Waits, che sotto la luna vagabonda di una New York deserta suona un rock poetico, elettrico e spigoloso. Una luce nel cielo secco e nero, per quegli angeli vagabondi che girano la notte a vuoto in cerca di un po’ di calore, di sole, e che al mattino non ricordano mai i sogni che hanno fatto. Posti perfetti quei motel per far venir fuori canzoni dure e piene di dubbi, ma anche ballate che parlano di quegli angeli che pur con gli occhi scivolati all’indietro, non hanno smesso di farsi domande. Across the river, arcoss the bay people starving, every day nearly naked, pale and wan with crowds of people, looking on. Hearts and pounding, heads are still as tears begin to fall, I'm dreaming. (Across The River) Una pioggia furiosa batteva sui tetti delle case, andai in bagno e con l’acqua gelida mi lavai la faccia. Dalla finestra osservai il cielo farsi ancora più scuro, mentre dallo stereo la voce di Lowell George attaccò Dixie Chichen. Alle volte certi dischi rispecchiano il tuo stato d’animo, altri ti spingono verso le tue radici. Con i Little Feat sono diventato adulto, e ci ho regolato un sacco di conti interiori. Nei giorni in cui anch’io mi sono alzato al mattino con la gola raschiata dalle troppe sigarette, e un freddo nelle ossa, che non se ne andava in nessuna maniera. Ma quelle canzoni sembrano ancora possedere la chiave della serratura. Non sai mai il perché questo accada ma serpeggiando, sterzando e stridendo, sanno come arrivare in cima alle scale del tuo cuore. Sailin’ Shoes (1972) e Dixie Chichen(1973) suonano quel blues&roll maledetto, che ti fa tremare come una foglia nel buio della notte. Ha con sé quel furibondo richiamo della strada, che con le sue speranze e i suoi desideri, conficca i suoi speroni nella profondità della tua anima. Hanno il ritmo dello sferragliare dei treni, e il sapore delle cose perdute. E’ come se tutto il sangue caldo del Mississippi, scorresse dentro il corpo di Lowell George. E poi quando arriva Roll Um Easy una di quelle ballate dolenti e drogate di romanticismo mistico, i falliti del mio stampo sentono di poter riprendere a sognare. Oh I am just a vagabond. A drifter on the run. And eloquent profanityIt rolls right off mq tongue. And I have dined in palaces. Drunk wine with Kings and Queens. But darlin', oh darlin'. You're the best thing I’ve ever seen. (Roll Um Easy) Da ricordare anche il doppio album Waiting For Columbus del 1978, registrato al Rainbow Theatre di Londra. Un album che sta sul podio dei migliori dischi degli anni settanta, insieme At Fillmore East degli Allman Brothers Band anno di grazia 1971. Waiting For Columbus è uno di quei live che se non lo hai mai ascoltato, ti sei davvero perso qualcosa nella vita. Sul palco i Little Feat suonano da paura, stirando le versioni dei loro classici in maniera impressionante. Quello che viene fuori è una musica solida, diretta, e mai troppo innocente, come non lo è mai il blues e la malinconia. Nonostante tutto questo tesoro musicale Lowell George, è uno di quei musicisti di cui si parla sempre troppo poco. E non c’è peggio di un agonia troppo lunga, per finire del tutto dimenticati. Con l’età che avanza sono diventato debole e vulnerabile, come lo era Lowell George quando devastato dai suoi vizzi nel 1979, pubblicò quel bellissimo disco solista che è Tank’s, I’ll Eau It Here. Ma si era spinto davvero oltre Lowell, per riuscire a venirne fuori integro. Nel maggio di quello stesso anno un attacco cardiaco si portò via un uomo sincero e vero, un musicista eccellente, un bambino sperduto nella grande terra desolata del rock’n’roll, che sapeva scrivere grandi canzoni con gli occhi e il cuore pieni di pioggia, e una malinconia indelebile cucita nell’anima. E’ una strada faticosa quella del rock. Non basta avere una voce, o sapere suonare in maniera iperbolica il proprio strumento. Ci vuole passione, lo splendore di un rigagnolo, la visione di un risveglio, qualcosa che brucia, che cade a pezzi dentro di te. Per suonare il rock’n’roll ci vogliono uomini pieni di paura, ricoperti di polvere e fango, che come granelli di sabbia sanno riempire la vita di chi li ascolta. Il cielo era ancora scuro, e i guai cascano sempre indosso a chi c’è già dentro. Poi però si trasformano in incubi, che ti perseguitano. Il bassista era stato in galera, e questo creava dei problemi a quel coglione del manager. Anche se l’accusa di omicidio era regredita in legittima difesa, non era bastato a tranquillizzarlo. Per questo quella chiamata d’ingaggio tardava ad arrivare. Ma nessun componente della band, desiderava prenderne un altro. Perché quel basso sapeva suonare lacrime e sangue. E questo per un gruppo di rock’n’roll è qualcosa di magico. Bob bevve del gin e modulò la canzone che stava provando in tonalità di Re minore. Suonò un accordo di Do, poi un Sol, e nuovamente un Re minore. Il testo scorreva bene dentro gli accordi. Doveva solo provare una variazione di note per il ritornello. Né parlò con il sassofonista che provò quel cambio. La sensazione fu grandiosa. Aveva cominciato a usare la cocaina per tenersi sveglio. E perché secondo il credo comune di chi la usa, lo faceva trombare come un indemoniato. E visto che lui voleva scopare a più non posso, s’ingozzava di roba. Una sera una banale discussione con il suo spacciatore, era finita in lite. Sembrava che tutto fosse rientrato, invece quel pusher lo aveva aspettato sotto casa armato di coltello. Era stata solo una mano iellata, la sua. Non voleva certo ammazzarlo. Ma si era ritrovato in un colpo solo nella merda fino al collo. Viviamo in un modo dove si adorano le proprie menzogne. Popolato da gente che sputa su qualsiasi cosa volti loro le spalle. Un mondo smarrito. Adesso Bob se ne stava fermo in quel caos. Depresso, incazzato e brillo. Ma la musica come sempre si prendeva tutto, anche quel mezzo sorriso, e tutti i suoi sogni. Solo la musica lo faceva vibrare, come i pazzi di Jack Kerouac. Sai che ho fumato un sacco di erba. Sai che ho spuntato un sacco di pillole. Ma non ho mai toccato niente che il mio spirito potrebbe uccidere. (Hoyt Axton- The Pusher) Ci credeva nel potere redentore del rock’n’roll. Era la sua arma di difesa per arginare quei deliri che alle volte lo opprimevano, fino a farlo quasi soffocare. Alzò il volume e le casse scricchiolarono. La pazienza è una cosa che s’impara. La vita ti allena ogni giorno. Ma se si perde l’entusiasmo, non si va da nessuna parte. Gli era già successo altre volte. Nel 1974 Nick Drake morì per un’overdose di Typatasol un antidepressivo. Così affermò l’autopsia. Ma forse fu soltanto il suicidio di un ragazzo che ascoltava silenzioso, il ronzare del giorno. Che guardava il mondo con stupore e perplessità, con quegli occhi chiari che ormai erano diventate fessure troppo strette. La depressione è un’arma micidiale. E nella stanza di Nick filtrava da ogni angolo, pronta a balzargli addosso in qualunque momento. Raccatta una manica di matti il rock’n’roll. Spudorati che aspettano solo che accada qualcosa di nuovo, che li faccia sbalordire, confondere, eccitare. E quei loro occhi tristi, sono celle di luce. Occhi che pungolano e strattonano. Forza e dolore. Urla nervose in stanze buie. Dove tutti però vogliono vedere che succede. I Modern Lovers capitanati da un giovanissimo Jonathan Richman, erano quattro fanatici ammiratori dei Velvet Underground e del rock anni 50. Il loro primo disco The Modern Lovers registrato nel 1973 e prodotto da John Cale (che nel 1975 produrrà anche Horses di Patti Smith) vide la luce nel 1976, con etichetta “Home of the Hits”. Era di colore nero con scritte blu. Roadrunner era la prima canzone del disco, e suonava senza tregua nel juke-box della boutique di Malcolm McLaren. Fu adottata dal gruppo dei Sex Pistols prima che il loro "Never Mind The Bollocks" con il suo fragore, scompigliasse il mondo del rock. Si sa che la giovinezza è un lusso è quando si è turbolenti e colmi di talento come quei ragazzi, può capitare di tutto. Col senno del poi converrebbe a tutti noi, giocarselo meglio quel tratto di vita. Nel 1974 i Modern Lovers non esistevano più, si erano già sciolti come neve al sole. Per i soliti motivi per cui litiga una rock’n’roll band. Così quando nel 1976 quel vinile arrivò nei negozi di dischi tutti gli elementi della band erano già impegnati su nuove strade, con altri sogni sotto il cappello. Jerry Harrison si era trasferito nei Talking Heads, David Robinson aveva formato i Cars, Ernie Brooks sbarcava il lunario suonando nelle band di David Johansen, ed Elliott Murphy. Nel 1973 Jonathan Richman e i suoi amici giocando a fare le stelle, scivolarono e svanirono per sempre nel dimenticatoio. Ma quando si è giovani si è troppo distratti, ingenui, e coglioni. E non si sa che le cose possono cambiare bruscamente, in modo repentino e irrecuperabile. In quel periodo se accendevi la radio e giravi la manopola, potevi sentire gente come i Doors, gli Stones, Hendrix, The Who, Stooges, New York Dools, Lou Reed. Poesia e rock messi insieme. Tutti vogliono aver successo con la propria arte. Pure i Moden Lovers che suonavano canzoni torbide, anfetaminiche, spiazzanti e convulse, che alle volte ruotavano anche su un solo assillante accordo, cercavano la popolarità. Ma con canzoni che ti fanno barcollare e cadere verso l’ignoto, avvolte dentro atmosfere che tinteggiano la mediocrità della vita, non si va lontano. Ma fu per quel suono rudimentale, noir e disadorno, che negli anni a venire Jonathan Richman e i Modern Lovers, diventano fonte d’ispirazione per una miriade di band che attraverseranno i sotterranei del rock. Dalle Violent Femmes, ai Feelies, passando per i Minutemen, Pavement, Sonic Youth, Died Pretty, Jazz Butcher, Sebadoh, Gang Of Four, Pere Ubu, e molti altri ancora. Tutti loro devono qualcosa a Jonathan Richman, se non altro perché questo ragazzo si è sempre rifiutato di fare parte di quel sistema usa e getta, caro all’industria discografica. Troppo duro e puro per diventare un mostro di cartapesta da adorare. La mia abitazione è situata in periferia, a nord della città. Una casa piccola e modesta, che i miei genitori hanno comprato con grandissimi sacrifici. Il giorno del mio quattordicesimo compleanno, mio padre firmò il contratto. E per la prima volta in vita sua delle cambiali, che non lo fecero più dormire la notte. Anche se le finestre e le facciate degli edifici limitrofi erano ancora tutti da dipingere, e fuori dai terrazzini c’erano appesi stracci, camicie stinte, pantaloni fuori moda, lenzuola, tovaglie da tavola, e bavette per bambini, quella fu una vera e propria svolta per la mia famiglia. Nessuno poteva mandarci via da quella casa, com’era successo altre volte. Un edificio abitato da gente comune, dalla vita anonima. Quando da ragazzo salivo le scale del palazzo, potevo sentire l’odore del cibo spandersi nei pianerottoli, le grida dei bambini, e le urla disperate delle loro mamme. Un trambusto continuo a qualsiasi ora del giorno. Adesso che è l’una di notte, e le luci nelle case del quartiere sono tutte spente, sdraiato sul letto ascolto in cuffia “I Wanna Sleep In Yours Arms”. Poi quando le cuffie hanno cominciato a darmi fastidio, me le sono tolte rimanendo a scrutare il vuoto. Fuori dalla finestra vedo solo un buco nero, come il mio cuore. Senza volerlo in un giorno qualunque, è andato tutto a puttane.
Nell’anno 1976, Keith Relf cantante e fondatore del gruppo degli Yardbirds, è morto fulminato dalla corrente, mentre provava a casa sua una nuova chitarra elettrica. Tommy Bolin chitarrista che aveva sostituito Ritch Blackmore nei Deep Purple, moriva all’Hotel Newport di Miami in Florida, poco dopo un concerto. La causa è da addebitare a un cocktail di droghe e alcool. Aveva 25 anni.
Anche se ci sentiamo come un guscio silenzioso e vuoto, quello è il momento in cui bisogna parlare con l’anima. È l’anima non è responsabile di nulla. La musica serve per comunicare. Il rock’n’roll è nato per questo. Per fare incontrare tutti quei disadattati che girano solitari per il mondo. È per loro che si è messo a nudo e ha manifestato la sua rabbia, la sua integrità, la sua passione, la sua fragilità. Il rock appartiene alla gente. È l’ancora di salvezza, prima del possibile naufragio. Dobbiamo liberarci di tutte queste etichette che gli mettono sopra, e anche di certi pseudo musicisti, che si credono intelligenti e visionari. Squallidi figuri. È pericoloso non meravigliarsi più di nulla. Dobbiamo continuare a fare resistenza. La musica è tutto quello che ci resta. La nostra energia vitale. Se non altro lei non ti giudica mai. La musica deve continuare a viaggiare, infettarsi, mescolarsi, e ricordarci che chiunque può salire su un palco, se ha qualcosa da dire. Chiunque. Mentre il frigo rumoreggia, posso contare su quelle cose che ho conservato nella nebbia e nel silenzio di me stesso. Le ho custodite per quei momenti in cui non voglio essere visto da nessuno. I tempi cambiano ma non sono sicuro neanche di questo. Patti Smith vide i Television esibirsi il 3 febbraio 1974 al Townhouse Theatre di New York, e definì quell’esperienza indimenticabile. Il loro disco d’esordio Marquee Moon del 1977 è un album introspettivo e inquieto. Un manifesto di quegli anni in cui la musica perlustrava altre strade, e nessuno cercava di soffocarla. Raccoglie dentro di se l’anima di quelli che sono fuggiti lungo tragitti secondari con il cuore pulsante, e le mani tremanti. Hanno un’aria matura queste canzoni, come se qualcosa di perfetto fosse sceso all’improvviso su questa terra. Qualcosa che è rimasta per sempre anche quando la luce si è spenta. Musica suonata per sottrazione, ossuta ed efficace. Non ci sono fronzoli, assoli riempitivi, e pose da star. E la musica non si perde mai dentro se stessa. Avevo solo quattordici anni allora, ma dischi così belli non ne ho più sentito. Sto pensando troppo e sono così confuso cantava Jonathan Richman nel 1998, in un album prodotto da Rick Ocasek dei Cars.
Siamo stati troppo accondiscendenti con chi tiene le redini del gioco. Ci siamo fatti infinocchiare dalle loro bugie, per poi sentirci soli di fronte alle nostre piccole verità. Tutti vogliono fare soldi, anche con il rock’n’roll, potete crederci. E come una vecchia troia lui batte il tempo, solo per il bisogno di sorprenderci, di salvarsi, e di andare contro qualsiasi discriminazione. La musica deve rimanere libera di brancolare nel buio, di contorcersi, perdere l’equilibrio, cadere e rialzarsi. Il rock deve continuare a sopravvivere. In un modo o nell’altro. Quando mi svegliai la luce fuori era ancora grigia, e la stanza silenziosa. Il mio cane mi ha visto muovermi e battendo la coda si è avvicinato, leccandomi il viso. Mi sono alzato e ho messo la caffettiera sul fuoco. Dopo ho acceso lo stereo, e ho fatto partire una canzone che mi era tornata in mente nella notte. Frankie Teardrops dei Suicide. Dalla finestra adesso entrava un pallidissimo sole. Frankie lacrimevole. Frankie ventenne. È sposato e ha un bambino.
E ha un lavoro in una fabbrica.

Lavora dalle sette alle cinque.
Lo fa per sopravvivere. Beh, bravo Frankie
 Frankie Frankie. 
Ma Frankie non ce la fa
, perché la situazione sta facendosi troppo dura. Frankie non riesce a fare abbastanza soldi. Non riesce a comprare abbastanza cibo.
E Frankie sta per essere sfrattato. Oh, bravo Frankie
Oh, Frankie, Frankie
 Oh, Frankie, Frankie
Frankie è così disperato. Sta per uccidere sua moglie e i suoi figli.
Frankie sta per uccidere suo figlio.
Frankie ha impugnato una pistola.
 L'ha puntata verso il bambino di sei mesi nella culla.
Oh Frankie
(urla) Frankie sta guardando sua moglie. Le ha sparato
(urla)"Oh cosa ho fatto? "
Bravo Frankie Frankie lacrimevole.
Frankie si è puntato la pistola alla testa.
(urla). Frankie è morto. (urla). Frankie giace all’inferno. (urla).  Siamo tutti Frankie. Giacciamo tutti all’inferno. (urla)
S’incontrarono a New York nel 1971 al Project un locale d’avanguardia culturale, Alan Vega e Martin Rev. Il primo è uno scultore, il secondo un musicista jazz. Il rock’n’roll che è musica che abbatte ogni barriera, fece il miracolo di metterli insieme. Volevano fare una rivoluzione quei due, mettere gli uni di fronte agli altri. Cantavano la paura della guerra, le psicosi della vita quotidiana, le nevrosi, e la rabbia. Con un sintetizzatore, un piano, e un organo suonati da Rev, e il canto spettrale e schizzato di Vega. Il duo esordisce nel 1977 con un disco che è il più triste dei dischi punk di quel periodo. Frankie Teardrops è una sorta di Sister Ray dei Velvet Underground, un pezzo angosciante che parla di un operaio che spara alla moglie e al suo bambino, prima di uccidersi. Finalmente la “pop art” guardava la classe operaia, e quelli che avrebbero voluto una vita meno domestica. Gente pronta a scappare da qualunque parte del mondo, se non avesse avuto una fifa da morire. Senza chitarra e batteria quest’esordio resta a mio parere il più futuristico, il più folle, dei dischi, che ho sentito e amato. La vita è come un frammento di luce che finisce per oscurarsi in fondo alla notte. E questa vita in qualche modo, c’è la stanno rapinando con un tempo triste, che fa disgusto, anche a starsene fuori a trotterellare per strada. Sembra una lenta agonia. Ma non si può continuare a giocare con le carte degli altri, perché sono sempre truccate. Bisogna trovare un modo per sopravvivere. Dobbiamo cominciare a dare peso alla nostra esistenza. Ci sono cose cui solo noi possiamo rispondere. Bisogna ricominciare a cercare quella luce. Bisogna ricominciare a sognare. In un modo o nell’altro.

Bartolo Federico














venerdì 16 dicembre 2016

Corpo & Anima


Alle cinque e quarantacinque del mattino l’autostrada era un deserto. C’era solo una nuvola solitaria, che come un batuffolo di cotone ballonzolava nel cielo. Accesi la radio nel momento in cui due conduttori stavano commentando un’intervista che Keith Richard, aveva rilasciato al giornale Esquire. Mister Roll riteneva che Sgt Pepper’s Lonely Heart Club Band album dei Beatles uscito nel 1967, fosse un miscuglio di spazzatura. Secondo Richard era anche sbagliato considerarlo il miglior album rock di tutti i tempi. I due tizi come succede sempre quando ci sono di mezzo queste due band, erano invece di parere opposto. Imputavano a Keith di essere solo un vecchietto invidioso, e che questo suo livore era dovuto al fallimento che gli Stones avevano subito con il disco The Satanic Majesties Request, uscito nello stesso anno. Risi e attivi la freccia per entrare nell’area di servizio. Quella mattina l’aria era pulita e anche un po’ zuccherosa, e mi sentì compiaciuto di appartenere a quella pattuglia di amanti del blues, e di quelle canzoni che grattugiano la vita con suoni scarni e acuti. Canzoni in bianco e nero, povere ma dignitose, che non suonano mai troppo complicate. Sarò uno stupido valutai mentre sorseggiavo il caffè, ma la mia gente è rimasta ad alloggiare nei piani bassi del mondo. Sono spesso in affanno con le bollette, e l’affitto di casa, e quando cantano stonano quasi sempre sugli acuti. Quando ero un ragazzo è stato il rock che mi ha offerto una scappatoia dal grigiore della periferia in cui vivevo, e mi ha dato il coraggio di affrontare la vita guardandola da un altro punto di vista. Gliene sarò sempre grato. Scrollai l’uccello e mi sistemai la camicia a righe, che era identica a quella che indossava Tom Waits ai tempi delle foto promozionali dell’album Rain Dogs. Mi lavai le mani e uscii dalla toilette. Siamo come cacciatori di stelle mentre cerchiamo in tutti i modi di scovare nuove canzoni, per cibare lo spirito e la carne. Abbiamo dentro un demone che ci possiede. Lo stesso che aveva Harry Smith un antropologo, bizzarro e barbuto. Un collezionista di 78 giri, bramoso di scovare pezzi rari della musica americana. E’ con la sua collezione di dischi che la Folkways un’etichetta dedita alla folk music pubblica Anthology Of American Music nel 1952. Una specie di bibbia per tutti quegli uomini che se ne vanno in giro fumando in silenzio, e dormendo per strada. Un cofanetto diviso in tre volumi che parla delle gesta di persone sperdute, semplici, avvolte dentro una nuvola di polvere. Sempre ubriache di pessimo whiskey. Musica inquietante, piena zeppa di fruscii, di fantasmi, che si affacciano a ogni nota che viene scorticata da un banjo, o da una chitarra. Sangue e sofferenza. Musica popolare che ha l’affanno dell’uomo comune, del disoccupato, del migrante, di chi non sa più dove andare. Raccoglie dentro di sé immagini e speranze, rimpianti, ma anche entusiasmo e voglia di vivere, nonostante tutto. Ho spento la cicca sotto la suola della scarpa e mi sono diretto alla macchina. Un tempo le canzoni di Will T. Massey e Michael Mcdermott, erano come cuscini di stelle. Adesso i loro dischi sono copie umide e ammuffite, rintanate chissà dove. Due meravigliosi perdenti che erano tra quei musicisti che mi fornivano la colonna sonora per le mie fughe solitarie, in quella specie di sfida che avevo intrapreso con il mondo. Erano i giorni del vino e delle rose, delle asprine prese appena sveglio con gli occhi gonfi e rossi. Un dolore sordo mi ha attraversato dalla testa ai piedi. Ciascuno di noi ha qualcosa da perdere. Ma la vita cambia e non sarà mai più come prima. Lightnin’Slim aveva la pelle e i capelli neri come suo padre, una voce roca e profonda. Un giorno si comprò una chitarra e suonando sotto il ponte della ferrovia accordi semplici ed essenziali, gli venne fuori un blues. Un blues oscuro che sapeva di pioggia e nebbia, di sole e vento, e che si amalgamava perfettamente all’acqua stagnante. Il Bayou s’illuminò sotto i raggi del sole e Lightnin'Slim che una volta era stato Otis Hicks, seduto sotto il portico della sua baracca bevve della limonata ghiacciata, con dei ciuffetti di menta. Il blues non ti rende ricco, come invece fa la politica. Quella sì che fa diventare giganti uomini insignificanti, insulsi, banali. Gente che si occupa di costruire centri commerciali, finte autostrade, e qualunque cosa gli faccia guadagnare un sacco di soldi. Chissà poi perché a questi non li rinchiudono mai in un manicomio.  C'è chi si nutre di disprezzo, di odio, del sangue di gente lasciata sola a marcire sugli scogli di una spiaggia qualunque. La storia alle volte dovrebbe raddrizzare il tiro, e non prendersela sempre con gli stessi. Il mio amico è un nero del cazzo, uno che vorrebbero vedere morto, o appeso a una forca. Il filo della storia è questo, e non c’è rischio che si spezzi. Per esempio io sono uno di quelli che se ne sta svogliatamente a smanettare i tasti del telecomando, e sarà colpa mia credetemi, se non avrò da replicare quando mi rinfacceranno con stile sopraffino di essere uno stronzo, una carogna, che non ha fatto nulla per cambiare lo stato delle cose. Ma ho solo sentito bugie, su bugie. Che se la prendessero in quel posto tutti quei radical chic, con barbetta e occhialini alla Gramsci. Loro sì che stanno bene in uniforme. Io ho imparato a sbarcare il lunario, e a starmene tranquillo da una parte come dall’altra, in perfetto equilibrio. Fermo nell’oscurità. Adesso sento di poter mollare la paura, perché sono abbastanza alticcio. Il sole sta sbucando e in strada qualcuno ha tirato il grilletto, mentre i cani hanno preso ad abbaiare selvaggiamente. Signor presidente la ruota è ferma. Ma se la ruota si mette a girare, allora quello che è di sotto, sale di sopra. Quindi se può non disturbi troppo i cani che dormono. Nei miei sogni c’è una radio che suona Abba Zabba una canzone di Captain Beefheart, poi arriva anche Shane, She Wrote This dei Televison, e all’improvviso tutto va per il meglio. Finché vai avanti niente può ucciderti. Fanculo a tutta questa merda. Quei bastardi non sono i miei fratelli. Mi ha urlato un uomo in strada tra un frastuono terribile di clacson. Ma quanti romantici dondolano nel cielo? Lo sanno bene questi tizi che ci comandano, che stanno uccidendo degli uomini. Per loro è una sensazione fantastica. La gente però ha gli occhi chiusi e lo spiega in un altro modo. Come se fosse il volere di Dio. Ma quale Dio è così malvagio? Colpiscono tutti con la loro crudeltà, con le loro bombe. Bambini, ciechi, ammalati, orfani, vagabondi, che si dimenano nella tempesta furiosa. Ma forse un giorno arriverà un alba che porterà un po’ di vita. Non senti quel sole che splende? La marmotta che corre lungo il fiume. Dev'essere il giorno in cui si avverano tutti i miei sogni. Così felice solo di vederti sorridere sotto il cielo azzurro. In questo nuovo mattino, nuovo mattino. In questo nuovo mattino con te. (New Morning – Bob Dylan) Si forse accadrà che un giorno un contadino in ginocchio circondato da anatre e polli, con le mani scaverà un buco nella terra e pianterà un seme, e sarà come se tutto questo non fosse mai successo. Solo allora dirò una preghiera, e gli occhi mi si riempiranno di lacrime.
Da una radio accesa.
All' armonica a bocca c'è "Wild" Bill Phillips.
Ed ecco a voi Lightnin’Slim. 
Piove sulla mia follia. Certo che piove. Non importa il perché ma sono in vena di confidenze. In quelle ore che mi hanno messo a nudo è stato davvero eccitante rotolare e gemere, sembravo quasi sul punto di rompermi in mille pezzi.  Ad un tratto però mi sono fermato, per sentire il mio cuore battere. Minuti, ore, il resto del mio tempo l'ho passato tra l'inebetimento, e il delirio puro. Sono fatto così. Voglio solo incontrare altre anime che hanno come me quella stupida sciocca angoscia, che li perseguita. Mi sono stancato di parlare da solo. Mi sembra di barare, mentre me ne sto abbracciato a quelle cose che si nascondono nel buio. Essere se stessi è la cosa più' complicata che ti può capitare. Ti viene da impazzire cercando di difendere la tua anima. Ti rendi conto di quanto sia difficile anche scendere dall'autobus in mezzo al traffico, sghignazzando e traballando. Allora capisci che ti hanno fregato. Sei anche tu senza pretese, senza ambizioni. Hai solo voglia di startene tranquillo e rifiatare. Mentre coli a picco. Bisogna ricominciare da capo.... Una cosa disgustosa... Si lo so…. Un piccolo delirio... Supplementare…
Dalla radio accesa:
It's mighty crazy
It's mighty crazy
It's mighty crazy
That you keep on rubbin' at the same old thing
You know it's crazy
It's mighty crazy
It's mighty crazy
That you keep on rubbin' at the same old thing
You know I met a little girl
All short, down and blue
She saw me rubbin' and she started rubbin' too…
La luna sanguinava. Rimasi in silenzio e allontanai il bicchiere. Lo diceva quel gigante di Leadbelly che ci vuole un uomo con il blues, per suonare il blues. Quando udii cantare Son House la sua musica penetrò dentro di me, ansante e sbuffante. Fui sommerso da quel sentimento di disperazione e angoscia, che la sua voce roca e passionale mi trasmettevano. Mi strappò con ferocia la pelle dal cuore, e diventai rosso per la paura. Quell’uomo con la sua emozione aveva superato qualsiasi frontiera, e mi parlava a tu per tu. Mentre Son cantava facendo scivolare la lama di un coltello tra le corde di un dobro, la musica si fece ancora più straziante. Bastava solo guardarlo e chiunque avrebbe capito cosa significava essere un negro, e avere il blues nell'anima. Un uomo che insegue i propri sogni, non ha nulla da rimproverarsi. E le cose non avranno mai fine, finché c'è qualcun'altro che le racconta.
Dalla radio accesa:
Well who's that shouting?
John the Revelator!
All he ever gives us is pain
Well who's that shouting?
John the Revelator!
He should boe his head in sahe
Bye-bye
Bye-bye
Bye-bye
Bye-bye
Seven lies, …
Bye-bye…
Qui da noi il clima è sempre uguale. Non cambia mai. Come i politici. Ho incrociato le braccia e lentamente sono andato via. Mentre quel blues continuava a risuonare. Dopo un paio di canzoni country, e qualche altro blues strascicato che saliva a galla dal buio più' profondo, qualcuno soffiò sul microfono e la musica rock ripartì. Lucinda Williams arrivò con un semplice riff di chitarra. Con la sua voce impastata, inciampava e strascicava emozioni. Nella pianura sconfinata era come avere una passerella, tra il cielo e la terra. Sensazioni uniche. E lei che con le sue canzoni dolenti e bastarde, mi ha spinto nuovamente verso sud. Il posto dove sono cresciuto. E' bello poter parlare con qualcuno attraverso una canzone. Non ti senti così solo, come invece sei. Poi i suoi occhi hanno incrociato i miei. Siamo rimasti in silenzio stringendoci come angeli ubriachi, guidando un po’ ciascuno in quella strada che portava a Lafayette, o a Jackson, adesso non lo ricordo bene. Ci sono cose che non spariscono mai. Ho bevuto un altro sorso e ho chiuso gli occhi. In attesa di altri sogni.
Da una radio accesa:
Can't find a damn thing in this place
Nothing's where I left it before
Set of keys and a dusty suitcase
Car wheels on a gravel road
There goes the screen door slamming shut
You better do what you're told
When I get back this room better be picked-up
Car wheels on a gravel road…
Le canzoni dei Replacement erano immagini che sarebbero diventate familiari, a chiunque avesse avuto meno di trent’anni. Avevano l’aria minacciosa accompagnate com’erano da quel suono selvaggio, e da quel canto disperato di Paul Westerberg. Rappresentavano tutti quelli che avevano passato un’infanzia difficile, trascorsa nei centri sociali e nei ghetti, in mezzo a spacciatori di crack, e genitori in crisi di astinenza. Oh dottore fa un freddo cane qui fuori. Alle volte mi vengono dei blues che sono come un risucchio. Mi dia un piccolo consiglio dottore, una medicina per le mie noie, un soffio, un’elica, un sasso. Ho cercato in giro una via d’uscita, un riparo, con le mani dietro la schiena. Sono tornato sanguinante insieme al rock'n'roll. In quella stanza l’aria era impregnata di fumo, di sigarette e spinelli. Si suonava musica imperfetta, trascurata, spesso indecifrabile.  È questo però che la rende migliore. Il rock quando è sincero, colpisce allo stomaco, come un blues del delta. Li hanno cacciati a calci in culo i Replacement, mentre vomitavano la loro rabbia mista a quel desiderio di ricerca dell’anima. Fateli entrare, il resto verrà da se. Dissolvenza.
Dalla radio accesa:
I can wake up in the morning
Gonna stay up afternoon
Don't lie in a stutter
Get myself in my mood, yeah
Gonna get the corner baker
And I'll attend to my maker
I don't take no cigarettes
They got a mood…
La storia di Bob Forrest ti lascia la bocca amara, è come camminare lungo una strada buia, dove il sole non sorge mai. Le canzoni di Survival Songs un record uscito nel 2015, sono cantate da un sopravvissuto. Uno che è stato dentro l’inferno di alcool, cocaina ed eroina. Uno che non è morto solo per caso, o per fortuna, fate voi. Canzoni che disturberanno la quiete in cui vi siete bellamente ritirati, con le vostre convinzioni, le vostre certezze. Che vi metteranno a disagio. Canzoni balbettanti, nude, crude, suonate come sono uscite da quell’angolo di cuore che non è esploso, solo per caso, nel bel mezzo della notte. Se siete amanti dell’estetica lasciatele stare. Qui c’è solo un uomo con i suoi fantasmi e la voce traballante, che finalmente riesce a guardare il suo dolore. Bob Forrest è uno che ha tirato troppo la corda della vita, e intanto che urlava si aggrappava al rock’n’roll e al piano di Thelonious Monk. Era come una bagnarola bucata, imbarcava acqua da tutti i lati e andava affondo, vomitando le sue pene, nelle notti fredde e solitarie. Ha camminato su e giù per la strada, e la domanda che si faceva era sempre la stessa. Non capiva che quello che gli capitava era tutto dentro di se. Sono una ferita sanguinante queste canzoni. Sono il tempo che aspetta. Un delirio, che bisognava necessariamente strappare al buio. Come hanno fatto a suo tempo anche Johnny Thunders in Hurt Me, e Roky Erickson con The Holiday Inn Tapes. Canzoni perfette per chi invecchiando ha la faccia brutta e ripugnante dei suoi fallimenti, delle sue condanne. “See That My Grave Is Kept Clean” un blues terrificante di Blind Lemon Jefferson apre questo disco, e per la prima volta suona come un ritorno. Un ritorno alla vita. Non ci tiene nessuno a sapere la verità. Tutto si compra con le menzogne, la mediocrità. Lui l'aveva riconosciuto l'amore in una tromba di luce. Quando stava per cedere alle sue paure, tutto gli è parso più' chiaro. L'amore è tutto ciò che c’è. Anche questa è una rivelazione.
Dalla radio accesa:
Well, there's one kind-a favor I'll ask of you
Well, there's one kind-a favor I'll ask of you
There's just one kind favor I'll ask of you
You can see that my grave is kept clean
And there's two white horses following me
And there's two white horses following me
I got two white horses following me
Waiting on my burying ground…
Ancora con queste storie di perdenti e sogni andati a male. Di gente cresciuta in piccole città con il mal di testa perenne, e gli occhi tumefatti. Sempre alla ricerca di una via di fuga, per rendere meno amara la propria esistenza. Anime tormentate che con un pieno di benzina si sono infilati su percorsi tortuosi, incroci e curve a gomito. Strade che portano ad altre strade. Fin quando non ci si ritrova dentro un vicolo cieco. È come un senso di ebbrezza che ti offusca la vista, quel desiderio di un’ultima occasione, che brucia più di ogni altra cosa. E vale molto di più dell’innocenza, della libertà. Per molto tempo sono stato come un marinaio di una nave in secca, ero incapace di muovermi, di fare qualunque cosa. Sgocciolavo nel vento, come una bottiglia vuota. Le cose che tenevo in pugno se ne erano andate tutte in malora. Come un estraneo chiuso nel suo silenzio, non sapevo che stava andando così. Adesso però guardo la strada dall’interno dell’auto con la mano sui tasti della radio, e cambio stazione continuamente. Finalmente arriva una canzone di Jesse Malin dal suo New York Before The War album del 2015, ed è come un sogno che passa in questa merda di posto. Ci ho incollato le mie iniziali sul cruscotto della macchina, e anche sulla carrozzeria. Ieri mi sono comprato una chitarra nuova, che è un po’ come cambiare donna. Ti si attacca addosso e non c’è verso di mandarla via. Ho voglia di riempirmi il cuore di sabbia e vento, di trovarmi solo e smarrito, di sentire il sole dietro le spalle. La mia strada è questa. Quella dei pazzi che non riescono a scorgere nulla, se non gli spiriti nella notte. Ed ho benzina a sufficienza per correre lungo quella strada che ho lasciato.
Dalla radio accesa:
Wake me up when the world is dead
I think I missed you my whole life
With the un in your eyes
Every time I hear the sound of my international baby
Every time I fall asleep and wake up all alone
Bringin' it on
I lie awake and I watch the news
In a language I don't understand
But the blood still runs red…
Gli anni settanta roba datata, preistoria del rock, capelloni e spinelli, polvere e vento. La California. La terra dell’uva la chiamò Jack. E poi i Doobie Brothers. Si lo so non c’entrano un cazzo, adesso. Roba di facile ascolto, melodie raffinate dicevano i più intransigenti. Una macchina perfetta del rock business. Musica da radio a modulazione di frequenza. Certe cose non tornano lo so bene, e ci si sente ridicoli anche a sentire certa musica. Perché non sei alla moda, non sei figo, non sei al passo dei rottamatori. Ma io me ne fotto come ho sempre fatto, e vado dritto per la mia strada. Volevo tornare laggiù in qualche modo, per indossare ancora certi ricordi. Che male c’è? Mi piacciano sempre quelli che viaggiano fuori mano, anche se è solo per farti un dispetto. E poi in Stampede anno 1975 ci sono Ry Cooder, Bill Payne dei Little Feat, Maria Muldar, Curtis Mayfield, gente che si è tenuta lontano dalle grandi strade del business, e che si è cambiata d’abito dietro un distributore di benzina della Shell.
A suo tempo l’ho scovato quasi per caso, mentre se ne stava rannicchiato nel reparto dei forati della Warner. Bassifondi del rock, li chiamavano. Adatti alle tasche di sfaccendati, di gente che come me, non aveva mai una lira. Arrivò con uno strano sorriso in quei giorni della strada selvaggia, delle insegne al neon, delle cadute, dell’asfalto nero e lucente, della liberta, delle lacrime, delle passioni irrefrenabili, della mia impulsività. Con quell’aria da straniero che mi portavo appresso, era solo per un miracolo se restavo ancora in piedi. In quelle notti di seghe, di stordimenti, immaginavo il west, i saloon, i cespugli, i muri cadenti, e quelle vecchie case perse nella prateria. Stavo andando. Non so dove.
Adesso è solo un rimpatrio tra vecchi amici di sbronze. Ma allora era un continuo camminare senza stare in guardia, solo per vedere cosa nascondeva la notte nei suoi silenzi. E poi c’era sempre quella luna a forma di osso che s’ingrossava nel cielo, e illuminava i passi di chi ritornava a casa.
Dalla radio accesa:
The days grow short, the nights are gone
Since you were here, I can't go on
I cried for you, to no avail
Now my life runs cold when the night winds wail
But I cheat the hangman, cheated him many times before
The bell that tolls the hour has turned sweet lips to sour
Yes, I cheat the hangman and even when life has flown away
I leave a kiss behind…

Bartolo Federico

lunedì 12 dicembre 2016

Sulla Strada


Arrivava puntuale alle cinque del pomeriggio con la sua moto ape Don Mario, strombettando e bandendo: Torrone, cioccolato, pistacchio e caffè. Come lo volete il gelato, con panna? Da dieci, da venti, o da cinquanta lire? Nel mio quartiere si camminava a piccoli passi, la città era lontana con i suoi rumori, la sua brutalità. Noi ragazzi ce ne stavamo rintanati dentro quella piccola casa cantoniera, ai bordi della strada statale. Il nascondiglio perfetto per fumarci le sigarette che rubavamo dai pacchetti dei nostri genitori, e per farci le seghe sfogliando i fumetti sexy di Messalina. E’ dura dire che è finita, ammetterlo. Chissà che fine ha fatto il professor Trovato?  Ogni pomeriggio sempre la stessa storia. Lui che usciva sul suo balconcino bestemmiando e urlando che doveva riposare, e non tollerava i nostri schiamazzi. E noi di rimando che lo mandavamo affanculo, con odio.  Se poi usciva anche sua moglie per dargli man forte, era anche peggio. Non ascoltavamo nessuno. Ed erano botte da orbi, una volta tornati a casa. È un cazzo fritto la vita. L’ha scritto Celine, ed io a lui ci credo. È difficile guardare la gente nei suoi egoismi, nella sua miseria. Tutti hanno l’aria di sapere. Anch’io. Ho gli occhi arrossati è un’aria assonata. E non ho più risposte alle domande che mi faccio. Nel 1968 un viaggio in moto che va da Los Angeles a New Orleans, diventa la storia di un film che parla di strade polverose, di distributori di benzina deserti, di cartelloni pubblicitari, e di sogni strapazzati dal vento della Monument Valley. Dennis Hopper insieme a Peter Fonda e Terry Southern, ha scritto la sceneggiatura di Easy Rider (un termine che sta a indicare l’uomo di una puttana) oltre a esserne il regista. Il film inizia con le note di The Pusher una canzone di Hoyt Axton che è una denuncia contro gli spacciatori di cocaina, e prosegue con Born To Be Wild entrambe interpretate dagli Steppenwolf, una band che suonava una miscela potente di hard rock e psichedelica. In Easy Rider si sentono dieci canzoni, e per la prima volta è la musica che crea le immagini del film. La storia racconta di due motociclisti Billy (Hopper) e Captain America (Fonda) e del loro sogno di libertà. Entrambi finiscono ammazzati in una strada provinciale nell’America dell’intolleranza, di ieri e di oggi. La canzone The Weight fa parte della colonna sonora ed è suonata dal gruppo canadese The Band. Un brano epico che ti mette sulla strada, e ti fa immediatamente identificare con quei due viaggiatori solitari. In un mondo che ci vuole tutti uguali, la libertà si può trovare in mille piccole cose. In un viaggio in moto, o nel buio della notte, con la luce della luna a illuminare i tuoi passi. Oppure dentro i solchi di Music Big Pink (1968) e The Band (1969) due grandiosi album. Musica indefinibile quella di The Band, misteriosa, tormentata, che racchiude elementi che provengono dal blues, dal folk, dal ragtime, dal gospel, dal soul, dal rock’n’roll. Che trova la sua ispirazione in quell’America polverosa e di confine, nel diavolo come nella Bibbia. Musica corale, ricca di sentimento ed emozione, ma anche di paura e di colpa. I musicisti suonano al sevizio delle canzoni, e questo fa sì che la musica si modelli e si ricompatti in nuovi suoni, creando un nuovo stile. Non si era mai sentito nulla del genere nel rock, prima di quelle pubblicazioni. Ho messo un disco di Marvin Gaye e ho fatto una doccia, prima calda poi freddissima. Con cura mi sono fatto anche la barba, così quando ha suonato I Heard it Through The Gravepine mi sono sentito meno solo. Easy Rider mostra come si può finire in galera per una sciocchezza, e come si venga picchiati a sangue da una guardia giurata, con uno sceriffo che fa finta di nulla. Nessuno in questo mondo combatte in maniera leale. Nessuno. Si diventa fragili e insicuri, quando s’invecchia. E le cose vanno come vogliono, senza che tu possa farci nulla. Alle volte è una vera angoscia alzarsi dal letto, e rifare quello che hai fatto il giorno prima. Ma c’è una sola rabbia, quella utile. Il mio vecchio quartiere è scomparso, non è rimasto più nulla dei miei ricordi. Ed io mi sento un pesce fuori dall’acqua. La verità come sempre si attorciglia, sussulta, come un tempo ha fatto la mia gioventù. Tutti abbiamo piccoli segreti di cui ci vergogniamo. E le cose che ci lasciano, ci fanno sentire sempre più soli. Ci vorrebbe del whiskey per allontanare questi incubi. Per non bere ho continuato a scrivere. Gli Hawks era il gruppo di supporto di Ronnie Hawkins un cantante di rockabilly che dalla natia Arkansas si spostò in Canada, alla ricerca di quel successo che l’America gli aveva negato. Quando il gruppo originario cominciò a liquefarsi reclutò insieme al batterista Levon Helm, quattro giovanissimi musicisti canadesi. Robbie Robertson, Richard Manuel, Garth Hudson e Rick Danko. Fu un apprendimento duro e tosto come disse Garth Hudson, ricordando quel periodo: “Era un pubblico di puttane e vagabondi, buoni a nulla e ruffiani della peggior specie”.  “Che voleva solo ballare”, ci aggiunse Robbie Robertson. Però con il duro lavoro nei vari locali honky tonk, cantine malfamate e night club, la loro fama cominciò a prendere quota, tanto che nel 1965 Bob Dylan chiese a quei ragazzi di accompagnarlo in quello che è ritenuto uno dei più selvaggi e riusciti tour che abbia mai fatto. Fu un enorme successo e una volta finito quel viaggio, se ne andarono tutti insieme a Woodstock nelle cantine di Big Pink una casa di campagna presa in affitto, dove suonarono per mesi appuntando su un comune registratore domestico quelle prove. Dapprima il contenuto di quei nastri girò in forma di bootleg, poi nel 1975 la Columbia pubblicò The Basement Tapes, un estratto di 24 brani di quelle leggendarie session. Nel novembre del 2014 la Columbia ha pubblicato The Bootleg Series Vol 11, 6 CD con 139 tracce, e come doppio CD e triplo LP contenente le 38 tracce più significative con il titolo The Basement Tapes Raw. Quando sei giovane ti fai trasportare da quel magma di emozioni che ti rullano dentro, e che ancora non sai controllare. Cosi ti convinci che puoi guidare il tempo. Ma in Time Waits For No One, i Rolling l’hanno spiegato che il tempo non aspetta nessuno. Il tempo ti sommerge sotto cumuli di macerie, ti spezza le ossa, e ti getta annichilito in un angolo. Ho messo una delle mie canzoni preferite, quella che mi ricorda chi sono, e che non posso arrendermi, anche quando finisco nei cattivi pensieri. Hey Hey My My mi ha scaraventato una chitarra animalesca nella stanza, e un sacco di decibel in pieno viso. Una rabbia prepotente si è messa a vibrarmi nel petto. Mi sono alzato e in un bicchiere d’acqua ho preparato una bustina per il mal di testa. Ho bevuto appoggiandomi al tavolo della cucina. Ci ho creduto, eccome se ci ho creduto, alla rivoluzione. Come tutti quei babbei puri di cuore. Ho creduto che potevo cambiare il mondo. Per questo sono sceso in strada e ho lottato, anche se i celerini mi hanno gonfiato di botte. Colpi di manganello e di scudo, sulla testa, nelle braccia, tra le gambe, sempre da inerme. Perché io non ho mai alzato un dito contro di loro. Resto ancora oggi frastornato da tutta quella brutalità. Ho lasciato molte cose dietro di me, che a guardarle mi sembrano come lividi tumefatti sulla pelle. Cose morte. Fermarsi a rimuginarci sopra, non ne vale la pena. Da ragazzo, erano gli anni settanta, c’era molta tensione sociale. Ma era la solita storia dei ricchi contro i poveri. Solo che si era giovani e l’indifferenza non ci aveva ancora sopraffatto. Si aveva dentro un romanticismo maldestro. Dopo, quando si ha un passato alle spalle, la vita diventa più complicata. La poesia ce la divoriamo insieme a tutto il resto. Sono state un bluff quelle barricate, come molte altre cose che ho saputo solo dopo. Ma a quel tempo ero come quei “nastri della cantina” spontaneo e genuino, perfino nei miei difetti. Ma chi parlava di lotta, di autonomia operaia, d’immaginazione al potere, del Che, e urlava in piazza: hasta la victoria siempre, stava solo fingendo. Si sono rimangiati tutto in un batti baleno. Roba da far venire il voltastomaco. È sempre così che va a finire, quando con il potere ci vai a braccetto. Pure Jerry Rubin un agitatore politico, che nel 1970 scrisse Do It! Scenarios Of The Revolution una volta passatagli l’ubriacatura giovanile, si convertì al capitale. Nel 1976 diventa un super manager con investimenti nella appena nata Apple Computer. In culo alla rivoluzione. In culo a tutto. E’ il mio rifugio la musica. Lo è sempre stato. E nel rock’n’roll che ho trovato altri sbandati di cuore, altri folli sentimentali e malinconici attaccabrighe.  Che per quanti lividi, ferite, inganni, alibi, e porcherie si porta appresso, oggi sembra la faccia grinzosa di Iggy Pop. L’unico re del rock’n’roll rimasto in circolazione. Mi sono fatto un bourbon, solo per riprendere conoscenza. Ci vuole molto tempo per imparare, ma anche questo serve a poco. Le cose vanno per come vogliono, e nessuno può farci niente. Gram Parson, come The Band, è stato un precursore nella musica. Aveva la strada nel cuore, il luogo dove inseguiva quei brividi e quegli sguardi che t’incantano. E lo faceva guidando sempre nella corsia di sorpasso. Una vita bruciata in fretta la sua, in quell’esplosione selvaggia, pura e genuina di sentimenti, che solo un pazzo allo stato brado possiede. Gli piaceva stirarla al limite della rottura l’esistenza, solo per la voglia di andare a vedere e sentire le cose che non sapeva. In quelle strade di un America polverosa e genuina, che ancora raccattava qualsiasi autostoppista fermo ai bordi dei propri sogni, diretto nel deserto di Joshua Tree. E' sempre dentro alla musica che trovi il rimedio a tutti i tuoi mali passati, presenti, futuri. Ho spento la luce e mi sono sdraiato sul divano. Speravo che il sonno prendesse il sopravvento. Ma non c’è stato niente da fare. Anche gli occhi si abituano alla penombra. Di colpo mi sono ritrovato nuovamente nella pioggia. Picchiava da tutte le parti. Poi è cessata così com'era arrivata, in un botto. Ho acceso la luce e ho messo “The Gilded Palace of Sin” dei Flying Burrito Brothers anno 1969. Un pugno di canzoni che hanno cambiato per sempre il country rock (i semi però Gram Parson li aveva già sparsi in “Sweetheart Of The Rodeo” (1968) dei Byrds) le sue visioni si concretizzarono dentro queste melodie, che suonano tenere e psichedeliche, solitarie e senza timori. Con quella sfrenata voglia di far tornare la musica sulla strada. Per capire che nulla dopo questo disco fu come prima, basta ascoltare la cover di Dark end of the Street che da ballata soul notturna, diventa un pezzo per attraversare le strade blu con la faccia attaccata al finestrino. L’ex groupie Pamela Des Barres oggi scrittrice, ha spiegato con queste parole a cui non mi sento di aggiungere altro, la musica di Gram Parson. “La chiamava Cosmic American Music ed era la miscela perfetta: la tradizione country per la prima volta sedeva sulla motocicletta del rock'n'roll, o se preferite, il vino proibito del folk bianco veniva assaporato di nascosto durante la cerimonia soul di mezzanotte. Era riuscito in questa fusione sensuale, scoppiettante: il suo viaggio, la sua missione, consisteva nel trasportare gli ascoltatori verso quella nuova dimensione, accompagnarli più in alto, cullarli con la sua voce profonda, passionale e poi scappare via, a cento all'ora, sull'onda lunga di una pedal steel guitar, di un pianoforte scordato da saloon, una chitarra elettrica o un violino ubriaco. Lui sapeva come accenderti, come farti andare su di giri. Ma conosceva anche le corde segrete dei sentimenti, sapeva come farle vibrare dolcemente, facendole risuonare dentro di te. Senza i suoi insegnamenti non so proprio dove sarebbero oggi molti paladini del genere alternative-Country”. Lo posso vedere sognare sotto le luci della città, quel viso d’angelo. Posso vedere i suoi occhi umidi di lacrime, quando con la radio accesa guardava la sua innocenza infrangersi nel mondo. Lo avevano avvertito di stare lontano dai guai, ma a lui piaceva fottutamente il rock’n’roll. Gli piaceva quel rumore basso e morbido. Nel deserto barcollò un attimo, poi riprese a sudare freddo. Si raggomitolò come un bambino impaurito, sotto le stelle di Joshua Tree. Voleva lasciare il suo cuore in quel paesaggio che amava molto, e così accadde.
Bartolo Federico