mercoledì 11 gennaio 2017

Un Minuto Per Pregare, Un Secondo Per Morire


Più me ne stavo disteso sul letto, più ero indifeso dai pensieri che mi assalivano e mi tormentavano. Il registratore a cassetta cigolava il sound rauco e sporco di un maleducato blues del Delta, cantato e suonato con una feroce intensità espressiva. La brezza si era mutata in un vento pigro e ostinato, che correva appreso ai miei pensieri, mentre l’aria era rigonfia di pioggia. Mi alzai e mi osservai nello specchio della stanza da letto e come succede quando invecchiamo, vidi riflesso il volto dei miei genitori. Me lo aveva detto anche lei che alla fine le cose che servono, sono quelle che lasciamo andare. Ma come uno sfigato bluesman, anch’io sono un ruvido lupo a cui piacciono le donne, la strada, e l’alcool. Appunto per questo quella sera dopo che lei se ne andò via in silenzio, ci diedi dentro. Lasciai terminare la musica e spensi il registratore. Sguainai la mia chitarra dal suo loculo rigido, e presi a suonarla nervosamente, cantando con la voce rotta Blood And Tears una ballata rock che tenevo stretta da qualche parte dentro di me. Dopo, inerme come una batteria scarica, ricordai che era stata una passione travolgente a trascinarci entrambi. E sarei stato disposto a tutto per proteggerla e farla felice. Ripensai a quella sensazione che avevo provato all’inizio della storia, e al suo scemare. Ma, ora, anche questo mi pareva un altro reperto del passato. Le cose alla fine non vanno mai meglio, finiscono solo per cambiare. Aveva mani magre e usava uno smalto rosso fuoco sulle unghie lunghe. Non aveva bisogno di molto per essere seducente. Lo era di natura. Ma era troppo perfetta per uno come me. Mai un pensiero controcorrente o un gesto fuori luogo. Non avevo cosa darle. Se non fare l’amore come non aveva mai fatto in vita sua, e questo me lo disse lei stessa girata di schiena. La danza dei fantasmi serviva agli indiani per resuscitare gli avi. Ecco un buon sistema per sopravvivere e rivivere. Ed evitare anche di parlare delle cose che ci fanno del male. Piangi mille lacrime Tesoro non disperare So che il tuo cuore sanguina ancora. Cara non ti preoccupare se c’è del sangue nelle tue lacrime. Tutta sola nella tua infelicità. Così tutta sola. Sei persa in maniera infinita. Da quando sei andata via Ho sentito che piangevi. (Blood And Tears-Danzing-) Appoggiai il disco sul tavolo rigirando la copertina. Chris Desjardins in arte Chris D, era stato il redattore capo della fanzine Slash ed aveva conquistato una certa fama underground come cantante dei Flesh Eaters, ma anche come produttore. Le retrovie del rock devono molto a Chris D.  Fire Of Love dei Gun Club, The Days Of Wine And Roses dei Dream Syndicate, Gravity Talks dei Green On Red, e Walk Among Us dei Misfits sono dischi che hanno visto la luce grazie a lui. E siccome ognuno di questi titoli ha una parte preponderante nella mia vita, in cuor mio non smetterò mai di essergliene grato. In A minute To Pray, A Second To Die un disco dei Flesh Eaters del 1981 ci suonano Dave Alvin, John Doe, Bill Bateman, Steve Berlin e DJ Bonebrake. A definire questo disco punk-rock si commetterebbe una scempiaggine e non gli si renderebbe giustizia. È questa davvero l’antitesi del vecchio cliché del rock. Un disco che come allora oggi suona rivoluzionario e combattivo. Visionario e precursore dei tempi, tanto che quando uscì non tutti capirono quello che avveniva in quei solchi. Canzoni che brillano di luce propria, in perfetto equilibrio e senza paura. Canzoni che guardano avanti, e che sono come un viaggio mentale tradotto in sensazioni partendo dalle radici del rock (termine che nessuno usava in quei giorni) per arrivare con il sax di uno strepitoso Steve Berlin in stato di grazia, a lambire territori sonori inusuali per una band di rock’n’roll. La forza di questo disco è anche quella di avere dalla sua parte musicisti che oltre a segnare una delle pagine più belle della storia dell’american music, erano pure persone coinvolte nella voglia di combattere le ingiustizie del mondo, con la musica e le parole. Il rock è dei giovani che dovrebbero tornare a riprenderselo, per continuare ad inquinare il mondo con la sua forza. Noi adesso possiamo solo tenergli la fiamma accesa, perché continui a rompere i coglioni al potere. Perché oggi più di prima il mondo ha bisogno del rock’n’roll. Le radio non trasmettono più musica alternativa, ma effetti speciali. Non c’è limite, e censura, nessuno può fermare la musica. Ma è come avere un profondo graffio nel cuore. La depressione che mi aveva colpito a più riprese per come mi aveva ridotto l’ultima volta, mi aveva costretto ad un ricovero in una clinica psichiatrica. Gli attacchi di panico erano troppo frequenti per non prendere seri provvedimenti. Mi misero un pigiama a righe, e dato una stanza dalle pareti bianco latte. Non c’era nulla oltre al letto e al comodino. La finestra era sprangata e avevano, da subito, incominciato ad iniettarmi dei sedativi. Avevo portato con me solo il libro “Viaggio Al Termine Della Notte”, niente musica. Ti stavo a dire lasciami fuori da qui, prima che io nasca. E’ una grossa scommessa quando assumi un volto. E’ affascinante guardare cosa fa lo specchio quando sono a cena, è sulla parete che io prendo il posto. Appartengo alla generazione vuota e posso prendere o lasciare ogni volta. (Blank Generation - Richard Hell) Si può combattere attraverso molte cose, ma io stavo lottando semplicemente con il collo di una bottiglia. Durante quel party dove lei mi aveva trascinato controvoglia ero circondato da gente imbalsamata, stretta nei loro vestiti firmati, che sorseggiava un Martini, e si scambiava falsi sorrisi di circostanza. I camerieri vestiti come dei pinguini servivano tartine, e ti riempivano il bicchiere non appena lo vedevano mezzo vuoto. Non sapevo più che fare Richard Hell era appoggiato ad un altoparlante wurlitzer, e teneva in mano una chitarra Fender Stratocaster. Sembrava più pallido del solito sotto la luce smorta del neon. Era vestito con una T-shirt strappata, aveva i capelli corti e arruffati, e portava il suo inseparabile giubbino di pelle nero. Lo stesso look che Malcom McLaren copiò, e che sarebbe diventato l’emblema del movimento punk. Richard Hell era un ragazzo che nutriva dentro di se il demone della ribellione. Era giunto a New York appena diciottenne proveniente dal Kentucky, e prima di diventare un musicista si era occupato di scrivere articoli per riviste underground. Aveva lavorato nella libreria The Strand insieme a Patti Smith, finché con il chitarrista Tom Verlaine diede vita ai Neon Boys. Ma erano troppo diversi i due per restare nella stessa squadra. Così Richard va ad unirsi agli Hearthbreakers, per poi subito dopo fondare una band tutta sua i Voidoids. E’ il 1977 quando sugli scaffali dei negozi arriva quell’autentico manifesto sonoro che prende il titolo di Blank Generation. Un rock nevrotico, secco e diretto discendente del Bob Dylan più allucinato e drogato che si ricordi. La voce tesa, irrequieta, di Richard si fa spazio tra le chitarre diaboliche di Robert Quinne e Ivan Julian, in un autentico inferno metropolitano. Ci deve essere sempre una luce a schiarire la nostra esistenza. Sempre. Richard Hell riuscì a trasformare la musica rock in poesia maledetta, ridando una nuova speranza a quei ragazzi che stavano sospesi nel limbo metropolitano. Terry Ork era il manager della libreria cinematografica dove Richard Hell e Tom Veraline lavoravano. Gli piacevano i ragazzi carini a Terry e quindi era sempre molto socievole con i due. Fu lui quando seppe che stavano formando una band che gli fece conoscere il chitarrista Richard Lloyd. Nello scorso anno è uscita una doppia raccolta di tutti i 45 giri che la casa discografica Ork Records, fece uscire nella sua breve vita. Fondata nel 1975 per far uscire il singolo di debutto “Little Johnny Jewel” dei Television durò un quinquennio, e fu il trampolino di lancio di gente come Alex Chilton, Chris Stamey, Marbles, Richard Hell, The Feelies, the Idols, Richard Hell. Musica grezza e poco rifinita rispetto ai canoni del tempo, ma vera e dirompente. Una raccolta che è uno squarcio di artisti cresciuti sul palco del locale CBGB, un incredibile epoca quella per il rock’n’roll. Vogliamo che la parola esploda nel discorso come una mina e urli come il dolore di una ferita e sghignazzi come un urrà di vittoria". (Vladimir Majakovskij) Il mattino si era trascinato portando ancora con sé pioggia e vento. Faceva freddo e l’umido della notte mi aveva accartocciato e intorpidito. A furia di starsene da soli, ci facciamo un sacco di pregiudizi su tutto e tutti. Anche su di noi. Avrei voluto dirle che il tempo passato insieme era stato un bel tempo. Che a letto si andava d’accordo e per questo ci saremmo anche potuti adattare nella vita di tutti i giorni. C’era forse tanto altro da dirle ma non lo feci. Marc Bolan è morto in un incidente automobilistico nel settembre del 1977. David Bowie, in questa occasione, si è fatto promotore di un fondo a favore di Roland Bolan, il figlio di due anni di Marc. Gloria Jones la donna che guidava l’auto e che conviveva con Marc da più di tre anni, invece, se l’è cavata nonostante le varie lesioni, compresa una alla mascella. Da una radiolina accesa mi parve di riconoscere le note di “Gimme Shelter”, nella versione oscura e demoniaca di “The Sisters Of Mercy”. “Ti dico l’amore, sorella, è lontano solo un bacio, è lontano solo un bacio E ‘lontano solo un bacio, è lontano solo un bacio”. Ma non ne ero sicuro intontito com’ero dai sedativi. Forse era solo un vago ricordo del mio passato. Avevo la bocca impastata come se avessi mangiato colla, e mi era ritornato il mal di testa. Sdraiato su quel letto, vidi il mio corpo fluttuare e andarsene alla deriva, per poi imboccare una strada buia. Ma nessuna cosa è davvero così malevola come lo sono gli uomini. Dopo mi sono messo a tremare dalla testa ai piedi. Fino a quando non mi è sopraggiunta una grande stanchezza, e una qualche forma di rimorso. Non sembrava una puttana. Come io non sembravo un coglione. Non ho chiamato nessuno. Ho smesso da solo di tremare. Majakovskij, fu la prima rock’n’roll star russa. Un poeta anarchico, con una faccia triste come la mia. Uno che si scagliava contro tutti e che credeva nella rivoluzione. La vita e io siamo pari. Inutile elencare offese, dolori, torti reciproci. Voi che restate siate felici» scriveva. Una mattina, dopo essersi guardato intorno, si sparò un colpo dritto al cuore. Howlin Wolf lo chiamava il piccolo lupo, e Booba Barnes si crogiolava di piacere.  Non aveva un buon carattere l’arcigno Booba, e sapeva come ficcarsi nei guai. Suonava un blues sporco e rauco, con passione e avidità. Gli piaceva vivere senza vincoli, ma soprattutto senza che nessuno gli rompesse le palle. Dovevo ricominciare tutto da capo e risalire la china. Ma non avevo paura. E’ una strana cosa la paura, ti blocca e ti tiene fermo. Alle volte si perde tutto per niente, anche per quello che non hai fatto. La cicatrice aveva ripreso a bruciarmi. E dura quando ti ritrovi a secco e non hai nulla a cui aggrapparti. Allora ho tirato un respiro profondo, ho preso la chitarra, e suonato un blues. Stamattina quando mi sono alzato i blues passeggiavano intorno al mio letto, stamattina quando mi sono alzato i blues passeggiavano intorno al mio letto, quando mangiavo la colazione, pensate i blues erano tutti nel mio pane. (Good Morning Blues -  Huddie Ledbetter)

 Bartolo Federico


lunedì 9 gennaio 2017

Fantasmi Senza Pugni



Ho il cranio che mi frulla di strane cose e passo la mia giornata ascoltando Elvis, che continua a cantare le sue fottute canzoni. Mi è rimasto solo lui mentre me ne vado da questa città, e non so neanch’io con quali intenzioni. Mi chiedo mentre me la filo su questa deserta strada, come farò a sopravvivere in un posto che non conosco. Ma andarmene è l’unica cosa che posso fare per cercare di tirare avanti, aspettando che il mio destino si compia. Mio padre come mio nonno, è stato un contadino. Mia madre invece accudiva le galline, come faceva mia nonna. Sono stati genitori devoti e amorevoli, onesti e cortesi, e anche molto tolleranti con me che sono sempre stato un ragazzo difficile, strano, chiuso, e forse anche con qualche rotella fuori posto. Forse per questo motivo non ho mai incontrato una ragazza che avesse voglia di mettere in questa forsennata e delirante testa, un po’ d’ordine. Darò l’impressione che abbia voglia di lamentarmi, e penserete che abbia paura. Ma non è così. E’ tutta colpa di una strana configurazione d'eventi  se mi trovo in questa situazione, ma siccome ho ancora molta strada da fare, parlare con voi mi rilassa. Perché il rumore della mia voce mi ferisce. Un respiro dopo l’altro farò come Jack di Denari quel furfante che sgusciava tra pilastri di fiches, e stava sulla sua preda. Sarò uno duro da battere. Adesso però è il momento di bere un sorso di rum, alla salute di tutti. Anche di chi mi vuole male. Salvo era uno dei miei migliori amici, se ne andava per la sua strada e non gl’importava di vincere o di perdere, ma l’hanno ucciso in galera. Quando hanno compilato il verbale ci hanno scritto che era stato un incidente, che si era fracassato la testa sbattendosela sulla parete. Ma lui stava cercando solo un posto sotto questo cielo. L’altro giorno al bar del rione su un quotidiano ho letto che andava tutto bene, che non c’era nulla di cui preoccuparsi. La disoccupazione, la povertà, l’ingiustizia non esistevano più. E neanche gl’invidiosi e i traditori. È stato così che ho pensato che il successo di quelli che ci governano, assomigliava in maniera impressionante al mio fallimento. Viviamo nella terra degli sconvolti, e le risposte non soffiano più neppure nel vento. Si era semplicemente rotto le palle Bob Dylan (nome d’arte preso da Matt Dillon eroe di una serie western TV degli anni 50, e non dallo scrittore Dylan Thomas) di starsene a suonare seduto su un divano attorniato da quei giovani intellettuali che lo osannavano. Era diventato il simbolo della loro condizione sociale, del loro modo di pensare, e anche della loro appartenenza politica. Tutti studenti universitari che si definivano innovatori, ma in fondo non erano altro che figli di papà con la puzza sotto il naso. Ultimamente ne ho incontrato anch’io qualcuno. Per questi folkniks che vestivano con camicie a quadri, che frequentavano gli stessi locali ascoltando gli stessi dischi, e che parlavano allo stesso modo, la riscoperta della canzone come strumento di comunicazione era solo una moda. Tutto il contrario di quel giovinetto taciturno e scorbutico, che si era abbeverato al sapere popolare di Woody Guthrie, e che aveva imparato a suonare l’armonica a bocca e la chitarra ascoltando attraverso la radio le canzoni di quell’ubriacone di Hank Williams, il rock’n’roll blasfemo di Little Richard, e il blues paludoso di Muddy Waters e Howlin Wolf. Alla fine si era pure identificato nella gioventù bruciata di Marlon Brando e James Dean. Quel loro mondo pulito e ridotto a pura estetica che serviva solo a mostrare ai mass-media il loro volto intelligente e impegnato, era quanto di più lontano potesse esserci dalla sua anarchia intellettuale, e anche dal suo intendere la musica folk stessa. Sin dai tempi in cui dodicenne si esibiva ai festival per dilettanti, pur continuando a leggere Steinbeck e ascoltare i dischi di hillibilly di sua madre, ambiva in cuor suo a diventare una rock’n’roll star. “Mi misi in spalla la mia vecchia chitarra afferrai al volo un treno del subway, e dopo un viaggio di rock’n’roll ondeggiando, approdai nel down town.” (Talking New York) Dylan a sempre diviso in due il pubblico. C’è chi lo adora incondizionatamente, e chi invece non lo sopporta per quel suo carattere taciturno e scontroso. Nelle note di copertina di “Bringing It All Back Home” ebbe a dire che” un poeta è una persona nuda… qualcuno dice che io sia un poeta”. Anche oggi nominato per il Nobel alla letteratura, i suoi detrattori si sono fatti sentire con una valanga d’insulti e parole avvelenate. Tanto che Richard Ford e Don De Lillo due scrittori con la esse maiuscola, hanno rilevato come invece sia un giusto premio alla sua poesia. C’è chi non è d’accordo, e mai lo sarà. Comunque la pensiate il mondo non finisce in Norvegia. Questo Nobel però lo sento come un premio per quei fantasmi senza pugni che vivono ai margini del luccichio del mondo. Quel popolo di dimenticati, diseredati, furfanti, giocatori d’azzardo, che trovano le loro risposte nelle sue canzoni. La storia racconta che tutto ebbe inizio al festival folk di Newport, nel 1965. Quel giorno il rock’n’roll ebbe nuovamente voce. Era stufo Dylan di sentirsi dire: bravo questo ragazzo, anche se è stonato e suona maluccio la chitarra. Così quel 25 luglio con un ghigno diabolico dipinto sul viso si presentò con una chitarra elettrica a tracolla, seguito dal chitarrista Mike Bloomfield, e l'armonicista Paul Butterfield. Alzò il volume degli amplificatori e la sua Fender sibilò nell’aria che i tempi erano cambiati, una volta e per sempre. Che andassero tutti quanti a farsi fottere. Lo guardarono terrorizzati quei giovinetti, che cominciarono a rumoreggiare e a respingerlo in malo modo. Ma Bob continuò a suonare mentre il pubblico protestò scandalizzato, osteggiandolo di continuo. L’erede di Woody Guthrie chi si credeva di essere? Era solo uno che si stava compromettendo con una musica volgare, blasfema, impura. E per di più lo stava facendo proprio di fronte a chi lo aveva sempre osannato e vezzeggiato. Ma in quel trambusto nessuno si rese conto che per la prima volta due mondi il folk e il rock che si erano da sempre guardati con avversità e sospetto, attraverso l’arte di quel ragazzo finalmente diventavano complementari. Sfruttando l’energia di quei suoni Dylan tirò fuori dal suo cilindro qualcosa che non esisteva. E questa volta con buona pace di tutti senza restarne prigioniero. Bringing All Back Home, Highway 61 Revisited e Blonde On Blonde, sono i dischi che seguiranno quell’evento e che deformeranno, plasmeranno per sempre la musica rock. Il loro avvento produrrà un cambiamento radicale nel mercato discografico. Il rock’n’roll non sarà più solo musica da ballo, ma diverrà la colonna sonora per tutte quelle minoranze silenziose che nessuno rappresentava. Dentro queste canzoni c’è una musica carica d’idee, di fatti, di slogan. Una musica anche politica rinnovatrice, sovversiva, ribelle, anarchica, che nessuno riuscirà mai a eguagliare. Neanche lui. Le sue canzoni lievitano fino a diventare lunghissime, con cascate di versi che si fondono magicamente insieme ai suoni. E dentro quel caos apparente c’è tutto quello che nessuno aveva mai osato metterci. Letteratura, ideologia, vita vissuta, fantasie, bugie, visioni, poesia, rabbia e violenza. Ma anche le tradizioni, la strada, le droghe, Rimbaud, Baudelaire, e Charley Patton. Tutto questo sta in piedi in un clima da incubo urbano, da sogno ad occhi aperti, in una baraonda che è rock, folk, blues. Dylan ancora una volta diventa un simbolo. Questa volta però del disagio e della coscienza di massa. Ma anche un punto di riferimento per una miriade di musicisti. Quei versi sputati fuori con giochi di parole, rime martellanti, scioglilingua, per la rapidità dell’informazione contenuta sembrano dei moderni tweet. Quel poco che so l’ho imparato grazie al rock’n’roll. Non voglio neanche pensarci a come sarebbe stata la mia vita senza la musica. Mi ha aperto gli occhi, e in ogni caso non mi ha fatto alcun male. Ho messo il cd di Kent Eugene Goolsby nel lettore dell’auto, il suo disco Temper Of The Times uscito nel 2016 e un brivido che mi ha scombinato. Si rifà anche lui alla grande lezione di Dylan e dopo di Bruce Springsteen, e anche ad autori come Cormac McCarthy. Ma è uno che non finge sapendo che non c’è niente di certo, e che la menzogna si annida nelle parole. Lo sento sulla mia pelle che anche lui si muove inquieto, cercando nel viaggio quello che non troverà mai. Mentre guidavo all’improvviso mi è venuto da ridere, prima sommessamente poi via via con veemenza, ed era come se sentissi tutto il mondo ridere di me e della mia goffaggine. Sono arrivato in città prima dell’alba e mi sono addormentato sui sedili posteriori della macchina. Quando nella tarda mattina mi sono alzato accecato dai raggi del sole, avevo un terribile mal di testa che mi accudiva. Sono sceso dall’auto e mi sono seduto sul ciglio della strada. Per farmi compagnia mi sono messo ad ascoltare il vento bisbigliare tra l’erba. Dopo un po’ che ero seduto in quel posto un camion mi è passato quasi radente, mi sono rizzato in piedi e sono andato via. Avevo perso non so quante volte l’equilibrio, e ogni volta prima che riuscissi nuovamente a rialzarmi avevo dovuto lottare come un leone in un’arena gremita da mille gladiatori. Ma dopo il mio ennesimo fallimento era molto meglio riprendere fiato. Quando ero ancora a casa dei miei genitori, alle volte in estate il cielo era di colore rosso porpora. Me ne stavo alla finestra con accanto una bottiglia di vino e osservavo l’infinito, mentre udivo mia madre rassettare la cucina e mio padre russare sulla poltrona. Anche se la maggior parte delle giornate passava in una meticolosa routine, mi sentivo tranquillo. Una sera ho sistemato l’antenna della radio e ho visto delle nuvole nere nel cielo arrivare sopra casa mia. Prima che piovesse ho ascoltato una canzone che dico una voce profonda, chiara, poi scura, forte, tenue, che sfumava le parole e poi le assaliva. Sembrava volesse superare qualsiasi barriera quella voce. Per un attimo mi sono chiesto se fosse un’allucinazione, o un mio tormento. Io sono giovane, io vivrò, io sono forte, io posso darti lo strano seme del giorno: senti il mutamento, conosci la strada (Goodbye And Hello). Tim Buckley non era nato per fare la rockstar. Anche se l’industria discografica sin dall’inizio aveva tentato in tutti i modi di costruirgli quel ruolo. Ma un uomo schivo, onesto e sensibile, con un carattere emotivo, introverso, tormentato come il suo, non avrebbe mai potuto esserlo. Per via di quell’indole i discografici di quel tempo lo avevano preso per uno squilibrato. Gente superficiale che invece si credeva ingegnosa. Un artista Buckley che non si può categorizzare in nessun genere. La sua musica è inafferrabile, turbolenta, libera da qualsiasi costrizione. Con il suo canto allucinato ma prorompente e straripante di passione, era quasi riuscito a deformare la realtà con la poesia. Com’è stato per Dylan i dischi di Buckley hanno rotto qualsiasi barriera musicale ed emozionale. Un uomo che ha sofferto la tristezza e la bruttezza del mondo, e che sognava la leggerezza di un viaggio fantastico. Un viaggio che partiva dall’ombra per poi tentare di volare, di respirare, cercando un appiglio, uno spunto, per tornare nella luce del mattino. Un uomo che riusciva a cantare completamente nudo nell’anima. Un innamorato della vita, tanto da non sopportare le sue miserie e trovare riparo nell’eroina. Uno che toccava e accarezzava le parole come i riccioli dei suoi capelli, cercando sempre un nuovo punto di partenza da cui poterle trasfigurare. L’acqua, le nuvole, il mare, i fiumi, le ragazze gitane, i treni, le melodie tristi, i solitari, sono le cose da cantare, quelle che animano il suo sentire. E non ci sono steccati interdizioni che tengono, di fronte a quel flusso di passione. Da poco tempo circola “Lady, Give Me Your Key: The Unissued 1967 Solo Acoustic Sessions” un cd che contiene 13 demo registrati in acustico, e rimasterizzati dai nastri analogici originali risalenti a una session che Buckley fece nel 1967, e dove è possibile ascoltarlo mentre allarga la coscienza e il suo cuore semplice. È stato un anno di grazia quello per il rock’n’roll. Circolavano i debutti di Velvet Underground, Doors, Pink Floyd insieme a Syd Barrett, solo per citarne alcuni. Tim Buckley con la sola chitarra acustica invece affronta il suo mondo di suggestive visioni, comunicando con gli angeli, graffiando e avvolgendo le parole, distendendo la melodia. Commuove e spacca l’anima mentre con la sua voce baritonale che non conosce risposte né verità, ma solo la paura di non potere più sognare, apre nuovi orizzonti. Era un uomo solo Buckley che faceva un mucchio di sogni, e che amava anche quello che perdeva. Con il vento che gli annodava i capelli era pronto a mettersi in marcia. Se né andato troppo presto il 29 giugno del 1975 nel cuore della notte, per un’overdose di eroina. Stava solo volando cercando di afferrare qualcosa che gli era sfuggita nel buio. Ho rallentato per rendermi conto di dove fossi arrivato, poi mi sono fermato davanti a un lampione. Non ero solo. Lo avevo capito sin da subito da quando la incontrai che la musica non mi avrebbe mai lasciato. Durante questi anni passati insieme l’ho vista sorridere, piangere, lamentarsi. Avere l’aria corrucciata, aggrottare la fronte, e fumarsi una sigaretta nervosamente. Spostarsi nei miei incubi, per poi tornare insieme a me a sognare. L'ho sentita come Tim, triste e felice. Curiosa e sconvolta, come Bob. Per poi incazzarsi e mentire, come Iggy. Un’irruzione continua, una voglia infernale di vita. Sedersi e svignarsela. Mi sono guardato intorno, la strada era di nuovo ricoperta di poesia. La musica è l’ultima resistenza al potere. Lei non va mai via, nelle vite da niente non va mai via.



Bartolo Federico 





sabato 7 gennaio 2017

Incrociando Le Dita


Puoi anche pensare di correre via da tutto, ma dal tuo destino non potrai farlo mai. Quel vecchio signore barbuto aveva l’aria di un mendicante matto. Si era accomodato sul sedile accanto al mio in quel pullman pieno di anime ferite, immigrati, clandestini, disoccupati, pensionati con la minima sociale, esodati, donne con bambini a seguito, e cinquantenni scarburati come me. Tutti quanti in viaggio in cerca di un posto migliore. E’ il destino che t’insegue mi disse quell’uomo, e ti lascia senza fiato quasi tramortito. Hai voglia a ruminarci sopra, tutto continua ad accadere, che tu lo voglia o meno. Certamente proverai a scansarlo cercando di cambiare percorso, frenando di botto, andando a zig zag, ma è sempre la tua sorte che sta facendo il suo giro. Mettiti l’animo in pace amico mio. E mi lanciò un’occhiata dolce come per rincuorarmi. Gli restituii un piccolo sorriso a fior di labbra. Il conducente con tanto di occhi sgranati, fissava la strada. Dopo qualche chilometro fermò il bus e aprì la portiera. Una ragazza con uno strano cappello in testa, e una piccola valigia, salì a bordo. Siamo come morti che passeggiano, non gl’importa nulla di noi. Non ti accorgi cosa è capitato alla nostra vita? È un mondo fatto di legno. Ci sono sette, otto, persone che comandano tutto, che scrivono i libri di storia, che s’inventano le notizie. Ed è come se azionassero dei telecomandi a distanza, e ci controllassero il cervello. Questi pezzi di merda plasmano a loro piacimento qualunque cosa, e ti fanno credere che puoi avere un'altra possibilità. Ma stanno bleffando. Chi ci prende a lavorare alla nostra età? Ti convincono che sei tu che hai sbagliato, ed è solo colpa tua, se ti trovi con il culo a terra. Il loro è solo uno sporco gioco. L’uomo che stava dietro al mio sedile stava conversando con il suo compagno di viaggio, e mentre il mio cuore si era messo a correre nel buio, non potei fare a meno di prestargli attenzione. L’autista teneva la radio accesa che adesso stava suonando un tango argentino. Musica da bordello come la definì il poeta Jorge Luis Borges. Prima però mi ero dovuto sorbire Laura Pausini, Gigi D’Alessio, e anche un pezzo di George Michael. Per un jihadista del rock come sono stato ostracizzato dal nuovo super-eroe della musica, uno di quelli che vogliono piacere a tutti,  è stata dura da sopportare. L’aria sul bus si era fatta stantia, tanto che qualcuno pensò di abbassare il finestrino. Il vento improvviso mi colpì in faccia come uno schiaffo. Mi sentivo dentro la scena di un vecchio film in bianco e nero, di quelli girati in super otto. Una partenza alle volte può sembrare un cambio, ma non è sempre così. La mia strada era una confusione di cose, ero un ex marito, un ex lavoratore, un ex di tante cose, stanco e senza molta speranza. Per non farmi prendere troppo dallo sconforto, cercai di ricordarmi qualche canzone che mi faceva sentire fiero di me stesso, e provai a intonarla. Ooooh! mi venne fuori solo un gemito sordo. Un ondata di paura mi assalì e mi seccò la gola. Capita quando certi ricordi ritornano a galleggiare. Incrociando le dita sarei arrivato in una nuova città, per ricominciare tutto da capo. Era un prezzo davvero troppo alto da pagare, ma non avevo alternative. Reclinai il capo e cercai di riposare su quei sedili duri e scomodi. L’autobus di tanto in tanto si fermava per consentirci di andare al gabinetto e sgranchirci un po’ le gambe. Se c’era un bar si beveva un caffè, una birra, cose così. Prima di una di queste tappe mi svegliai agitato perché sentivo la donna seduta nella fila accanto alla mia singhiozzare lentamente. La guardai sotto la luce gialla della lampadina d’emergenza che era sempre accesa, e mi accorsi che gli calavano copiose lacrime lungo il viso. La vita di chi mi stava intorno mi si riversava addosso, come una colata lavica. La strada anche per quella donna era un grande buco nero che faceva paura. Si muoveva anche lei senza una direzione, in un mondo crudele che ti getta via se non sai tenergli il passo. Ma sopra quel bus nessuno era in grado di aiutare nessuno. Adesso qualcuno in fondo ai sedili si stava fumando uno spinello. Era un odore dolce, inconfondibile, quello che mi arrivava. E mi voltai indietro solo per capire chi fosse. Sono cresciuto in un quartiere ai margini della città. Un posto che mi è rimasto nel cuore troppo allungo, e che non mi ha fatto cambiare pelle, quando invece avrei dovuto. Mi ha condizionato la vita quel luogo. Ma allora mi sembrava che non ci fosse posto migliore al mondo, per stare. Erano i primi anni ottanta e trascorrevo il mio tempo quasi sempre immerso nella musica, per questo mi fu naturale propormi a una radio privata della mia città. Dopo un provino mi assunsero. Quel giorno in sella al mio vespone bianco mi sembrò di volare, per l’occasione che avevo di poter trasportare altri sognatori nel mio viaggio sonoro. Andavo in onda due volte la settimana, il martedì e il venerdì, dalle ventidue alla mezzanotte. Il nome del programma Nightfly, lo rubai a Donal Fagen.  La copertina di quel disco la trovavo davvero bellissima con quel dj che sembrava Marlowe. Quello scatto racchiudeva tutto quello che avrei voluto essere, anche se a dire il vero, il contenuto musicale non mi entusiasmava più di tanto. Dopo qualche tempo però quel nome lo cambiai in Nightlights dal disco del cantautore americano Elliott Murphy, un pugno di canzoni in cui si riflettevano meglio le mie inquietudini. La sigla del programma l’avevo invece presa in prestito da un disco dei Fleshtones, ed era l’omonima canzone del loro esordio discografico Roman Gods. Trasmettevo per due ore di fila senza interruzioni commerciali, e con mio sommo stupore fui seguitissimo da quel popolo dei sotterranei del rock. La mia prima trasmissione la dedicai interamente a Ian Hunter e al suo doppio live, Welcome To The Club. Era con quella musica che fuggivo dalla mediocrità della mia vita, e mi sentivo stregato dal buio. Come un fantasma perso in quella giungla di cemento, mi aggiravo per la città con quell’odore di benzina bruciata che mi sfondava i buchi del naso, in cerca di quegli incontri magici che mi avrebbero cambiato per sempre la vita. Ma in quelle scorribande notturne incontravo spesso solo uomini con occhi da pazzi, figli di puttana, criminali, e molestatori. E alle volte potevo sentire anche il click di una rivoltella, che mi faceva gelare il sangue nelle vene. Ma i sogni avevano preso il sopravvento su di me, e con le mani alzate al cielo percorrevo la mia strada solitaria. Il duo Ian Hunter, Mick Ronson, aveva pubblicato nel 1979 You’re Never Alone With A Schizophrenic, un disco che era stato acclamato dalla critica e dal pubblico, ed è ancora oggi considerato tra i suoi lavori migliori. Il banco di prova per quelle canzoni fu il tour che scaturì da quell’inaspettato successo. Welcome To The Club fu registrato al Roxy di Los Angeles nello stesso anno, e mostra come non si è mai soli a stare con uno schizofrenico. È una festa questo disco che ti scaraventa nella notte ubriaco e felice. Un rock schietto e sincero, pieno di quelle grandi ballate alla Blonde On Blonde che traboccano di emozione, e che ti annebbiano gli occhi. Musica che ti fa ballare anche se te ne stai fermo. Ma se scappi puoi sentire il loro fiato sibilarti dietro, fino a quando non ti abbracceranno per non lasciarti mai più. Vince sempre chi ti fa tremare le gambe e il cuore. Ecco tutto. Ci sono cose perdute e cose che ritornano, altre che svaniscono per sempre nel vuoto. E ci sono facce e parole che non dimentichi. Mai. Il vento calava giù freddo. Ad un tratto un senso di rilassamento mi pervase il corpo. Ero pronto a seguire il corso delle cose? O forse era solo una mia recondita speranza? L’uomo barbuto si mise a pregare ad alta voce. “Padre Nostro che sei nei cieli...” Me lo sentivo che da qualche parte dentro di me c’era una mossa segreta che avrebbe cambiato le cose, ma non avevo capito di cosa si trattasse, e come fare per catturarla. Il cuore si agitò come in un turbinio. Forse avrei dovuto deviare la rotta, e smetterla una volta per tutte di perdermi nel mondo dei sogni. Ma farmi buttare merda addosso da chiunque, e continuare a vivere come se fosse niente, è una cosa che non sono mai riuscito a fare. Il vento aveva alzato nuvole di polvere che avevano avvolto il bus, e la strada tornò ad essere quel luogo, dove tutto poteva ancora accadere. Hey Lord Don't Ask Me Questions cantava Graham Parker accompagnato dai Rumour in The Parkerilla, un doppio album dal vivo uscito nel 1978. Uno di quei dischi che mi ha cambiato la vita per sempre. In quel periodo il rock stava cambiando pelle ed era stato preso nuovamente in mano dai giovani che suonavano con rabbia e disperazione, la loro crisi d’identità. Non era importante fare un assolo come Jim Hendrix o Joe Bonamassa, ma semplicemente provare a fare qualcosa. Il rock’n’roll era un immenso regalo a chi non aveva nulla, perché lo faceva vibrare come una corda di violino. Niente compromessi, ne censura delle parole. Cose che in molti devono ancora imparare. Il rock è libertà, una fiamma che ti accende, e ti brucia per sempre con se. The Parkerilla suona un rock ruvido e pieno di passione, con al centro della scena una voce sgraziata, imbottita di fumo e alcool. È un rock eccitante che viene fuori dalle viscere, e che esprime tutto quello che un uomo prova. Odio, impotenza, amore. In queste canzoni anche se guardano avanti, c’è un legame con il passato rispetto ai dischi punk che in quei giorni si riversavano sul mercato discografico. Graham Parker è il fratello inglese di Southside Johnny, insieme dividono la stessa passione, lo stesso sofferto modo di cantare, che viene dall’ascolto di pile di dischi soul e rhythm and blues, ammucchiati nelle loro stanze. Musica che ha avuto il potere di farmi sognare, nonostante il mondo anche allora cadesse furiosamente su di me. Però non si è mai soli a stare con i pazzi, mai. Ma tutto è andato in pezzi, perché adesso non abbiamo neanche la forza di ribellarci. Allora la gente che era incazzata e aveva paura del futuro, perché sottoposta ad ogni genere di stress da parte dei governi centrali, ha cercato in qualche modo di fare una rivoluzione. Oggi accade la medesima cosa, ma tutto resta fermo, immobile. E allora cosa abbiamo insegnato ai nostri figli? Questa potrebbe essere una storia ideale per una canzone, ma nessuno più scrive canzoni su questi argomenti. L’autobus attraversò una zona deserta l’autista ne approfittò per accelerare, traballammo tutti quanti su quei sedili di legno. Era giovane e massiccio quel conducente con un taglio di capelli stile militare, si accarezzò il mento e accese nuovamente la radio che trasmetteva musica pop inconcludente, proseguendo la sua pazza corsa. Mi alzai dal mio posto cercando di mantenere l’equilibrio. Mi doleva tutto del mio corpo il sedere, la schiena, la nuca. Il vecchio barbuto mi guardò rivolgendomi la parola. Ragazzo lo sai che ci vogliono delle regole perché le cose funzionino, ma se te ne viene una migliore vai contro il regolamento. E’ strano questo mondo. Ogni cosa che accade sembra che sia già accaduta. Ma la strada è una sola e va in tutte le direzioni, per tutti gli uomini. E me lo disse mentre guardava fuori dal finestrino la strada deserta. 
Bartolo Federico



venerdì 6 gennaio 2017

Detroit City (non smettere di ballare il rock’n’roll)



C’ero finito per caso in quel posto di anime sperdute, l’unico aperto a quell’ora della notte. Un caffè con due grandi ventilatori sul soffitto, e un vecchio flipper scassato messo in un angolo. Sorseggiando un whisky allungato con acqua, guardai la ragazza con cui mi ero incrociato uscendo dalla toilette. Nel bagno si era rifatta il trucco e sistemata l’acconciatura, poi con aria spavalda aveva attraversato la sala e si era seduta sullo sgabello del bar, proprio davanti al bancone. Guardando dritto negli occhi il barman, ordinò da bere appoggiando i gomiti sul ripiano di marmo. Il barista in una coppa che tirò fuori dal frigo ci versò due terzi di vermouth dry, un terzo di kirsch, ci aggiunse un cucchiaino di granita, e le allungò il suo bicchiere di Jack Rose. Si beve per svariati motivi. Per la paura del presente, del futuro, per smorzare l’ansia, o come anestetico. Ci sono però anche quelli più imprudenti, quelli che bevono per il piacere di bere. Gente che non si crea nessun senso di colpa, come quella donna lì. Smorzai gli occhi nel momento esatto in cui una fitta al collo mi fece mancare il fiato, e presi a massaggiarmi delicatamente la nuca. Era da giorni che pioveva in città per il passaggio di una perturbazione africana, e l’umido aveva riacutizzato i miei disturbi alla cervicale. La ragazza terminò di bere si alzò e si avviò lentamente verso l’uscita, cosa che fecero in contemporanea anche altri due clienti. Non appena fuori si fermò davanti al lampione che stava proprio di fronte all’ingresso, si girò verso il barman e scambiandosi un occhiata di complicità, scomparve nel buio. Abito al secondo piano di un palazzo di colore giallino, l’appartamento è di tre stanze. Sulla mensola della cucina ci ho messo una radio, che ogni tanto accendo quando i miei vicini si mettono a litigare. Il venerdì di buon mattino mi sono infilato le scarpe da jogging, e me ne sono andato a correre sulla riviera nord. Ho percorso una strada rettilinea a non più di sei sette metri dalla riva del mare. L’aria era fresca e siccome mi sentivo in vena, ho fatto uno sprint secco e deciso, come l’attacco di una canzone di Deniz Tek. Un chitarrista che ha trovato nuovi equilibri per far suonare il suo rock lirico, passionale e metropolitano, iniettandoci anche una vena aurifera di blues. Nel 2013 con Detroit ci aveva raccontato della sua città, regalandoci un disco bellissimo e imperdibile. Rinverdendo quel suono caro a tutti gli orfani di quella banda di rocker che ti levava il silenzio dal cuore, che erano i Radio Birdman. Detroit in questi anni di crisi mondiale è diventata una città fantasma con i suoi capannoni immersi nel degrado urbano, con i quartieri periferici sconfinati abitati da persone in preda alla disperazione più cupa, e abbandonate in un declino economico e occupazionale che sembra non trovare argini. Colpito profondamente da quel disagio sociale Deniz Tek ha scritto quelle canzoni per offrire un seme di speranza e di rinascita alla sua gente, e a tutti quelli sparsi per il mondo, che si trovano nelle loro stesse condizioni. Quell’album gli ha dato nuova linfa e così da allora non ha più smesso. Mean Old Twister si presenta con dodici brani in cui rinnova il suo credo, la sua dottrina, e placa le sue ansie con un rock semplice, che però t’inquieta e ti fa ribollire il sangue di una nuova voglia di trovare una generazione disposta a riempire quel vuoto nel rock, che si sta allargando a dismisura. Un disco di canzoni adatte a chi vive per strada e vaga silenzioso. La novità di un sax e di certe ballate notturne, mettono nuovi brividi intorno alle palpebre screpolate. Deniz Tek ha maturato notevolmente la sua scrittura e Mean Old Twister  lo conferma come uno dei più grandi outsider, nel panorama rock mondiale. Adesso le strade di Detroit sono più pericolose di un tempo e le zone critiche si sono allargate a dismisura per tutta la città. Gil Scott-Heron dall’alto della sua sensibilità lo aveva cantato nel lontano 1977 che cominciavamo a perdere The Motown, così come la chiamano i suoi abitanti Detroit. C’è guerra vera sparsa per il mondo. Alle volte è visibile perché veste i colori delle divise militari, altre volte è più subdola perché capitanata da gente fasulla, meschina, con il sorriso facile, che se ne sta spaparanzata come uno stronzo sotto il sole a sparare cazzate. Siamo dentro un conflitto, guardinghi e intolleranti verso tutto ciò che non si conosce. C’è stato un periodo in cui il cuore dell’industria a stelle e strisce era nel Midwest, nello stato del Michigan. The Motown è stata la città della General Motors, della Chrysler, GMC, Chevrolet, ma anche del soul, del rock’n’roll, del garage rock, del proto-punk. Bob Seger, Commander Cody And His Lost Planet Airmen, Al Green, Diana Ross, Hank Ballard, The Four Tops, Martha Reeves And The Vandellas, MC5, The Stooges, Alice Cooper, Ted Nugent, Funkadelic, Suzi Quattro, Stevie Wonder, Marvin Gaye, Smokey Robinson And The Miracles, The Falcons, Jackie Wilson, Aretha Franklin, John Lee Hooker, The Knack, Grand Funk Railoard, Del Shannon, ed il burbero e scontroso Mitch Rider, sono tutti musicisti che provengono da quell’area geografica. Ma questa lista è solo parziale. Ho spostato la radio sopra una pila di libri. Dopo mi sono messo a fare le pulizie. Fuori piove e il vento increspa l’acqua nelle pozzanghere. Chi come Mitch Ryder è cresciuto ascoltando Sweet Jane, Subterranean Homesick Blues, Like A Rolling Stones, CC Rider, Rock’n’Roll, Soul Kitchen, Good Golly Miss Molly, Gimme Shelter, War, Heart Of Stone, House Of Rising Sun, On The Road Again, è di certo uno che ha il cuore al posto giusto. Uno con le palle quadrate, un vero dannato del rock. Nei primi anni sessanta pur giovanissimo se ne andava in giro con quelle canaglie dei Detroit Wheels cantando con quella voce aspra che si ritrova, musica R&B e soul. Iniziò come tanti a suonare per non finire prigioniero dentro una fabbrica, oggi che quel lavoro appare come un miraggio. Ma per via del suo carattere che non gli ha fatto accettare compromessi che lo avrebbero sicuramente spedito diritto dentro le hit-parade, è rimasto ai margini ad arrancare. Ma alle volte nei pugni che la vita ci riserva e che ci sconcertano, c’è racchiuso un dono. Quando le speranze di rivederlo in giro si erano spente sbucò John Cougar Mellencamp, che lo tirò fuori da sotto quella pioggia torrenziale in cui era finito. La copertina di Never Kick A Sleeping Dog del 1983 è uno scatto che lo riproduce come un bastardo selvaggio, come il Marlon Brando di Fronte Del Porto, e questo dà subito indicazioni sul contenuto del disco. Il leone di Detroit sigaretta tra le dita, carte da poker gettate sul tavolo, e uno sguardo di chi non è abituato a piangersi addosso ti guarda dritto negli occhi, fiero di ruggire un blue-collar rock senza compromessi. Cantando un pugno di canzoni che ti fanno correre a perdifiato, Mitch aspetta solo che calino le tenebre per dilatare il petto e spremere il dolore, e gonfiarsi di rock’n’roll su qualche scalcinato palco di periferia. Nel 1982 Bruce Springsteen resuscitò Gary US Bonds, partecipando al disco Dedication. Tom Petty invece si prese cura di Del Shannon producendo e suonando nel 1981 Drop Down And Get Me, un piccolo capolavoro passato quasi inosservato, e ancora oggi dimenticato da tutti. Avrebbe meritato ben altri riconoscimenti questo cantautore, e non l’oblio a cui è stato destinato. Cammino sotto la pioggia e vorrei che tu fossi qui con me, per mettere fine a questa sofferenza. E mi chiedo mi chiedo perché, perché lei è corsa via si, mi chiedo dove sarà la mia piccola fuggitiva. Corri, corri, corri, corri, fuggitiva. (Runaway) Se non fosse per Runaway il suo hit del 1961, nessuno se lo ricorderebbe a Del Shannon. La gente dimentica troppo in fretta e il vento tignoso continua a soffiare con forza, specie su quelli che non si adeguano. Del Shannon si sentiva vuoto in quella strada senza luce dov’era finito a passeggiare in compagnia delle ombre gelide.  E quando si arriva a quel punto che non si ha più paura di nulla. Neppure di puntarsi una calibro 22 alla tempia, e fare fuoco. Nelle canzoni contenute in Drop Down And Get Me, c’è una dolcezza che è vera e sincera. E quando alla fine ci si ritrova faccia a faccia con Help Me, si avverte una disperazione che ti fa capire tutto di lui. Un uomo può anche morire ma noi possiamo tenere accesa la sua fiamma. Per sempre. Ritornai in quel bar il sabato sera. A mezzanotte passata quattro cani rabbiosi entrarono nel locale. Li guardai con aria assonnata sotto la luce smorta. Non c’è pace, non c’è libertà, non c’è rivoluzione, perché nessuno di noi può cambiare la mente delle persone. Specie a delle teste di cazzo. Una pioggia velata veniva giù dal cielo, la osservai da dietro il vetro sporco di manate e polvere appiccicata e mai tirata via. Quando ero ragazzo mi piaceva guidare lungo le strade senza una meta da raggiungere, nel caldo soffocante, come nel freddo pungente. Erano i giorni del coraggio, della passione incontenibile, di un sognatore che osservava la vita da un'altra angolazione. Me ne stavo ore sotto il muro del torrente a fissare i rami dei rampicanti attorcigliarsi tra loro, con le lucertole e le formiche a passeggiarmi sulle dita delle mani, e niente mi intimoriva. Neanche quelle nuvole nere sparse nel cielo. Adesso quei bambocci con quell’aria insolente se ne stavano nel vento ululante, li guardavo ed era come se mi rivedessi. Erano arroganti com’ero lo ero stato anch’io, per riuscire a fiutare le menzogne di chi trama nell’ombra. Ancora non lo sapevano che conviene viaggiare sottovento, perché quanto meno si ha una speranza di salvezza. Quella sera ero ritornato in quel posto con il desiderio segreto di rivedere quella ragazza dai capelli rosso henné, ma non era venuta. Sprofondato nel mio angolino, avvertii da subito una certa tensione tra il barista e quei tizi. Il più duro di loro portava una montatura d’occhiali gigante, e anche se era ancora un ragazzino aveva davvero un'aria minacciosa. Mi alzai dal mio posto e mi avvicinai al barista prendendo a conversare con lui. Anche Bob Seger nei primi anni settanta aveva un aria da ribelle con quei capelli lunghi e lisci che gli cadevano sulle spalle, e quello sguardo denso e fiero mentre cantava dei bisogni del sottoproletariato, e del duro lavoro in fabbrica. Se lo poteva permettere Bob Seger perché anch’egli proveniva dalla miseria dei sobborghi di Detroit, ed era uscito da quelle strade con l’intento di svegliarsi per sempre da quell’incubo che lo circondava. Voleva solamente salvarsi l’anima suonando un rock caldo e sanguigno, intriso di soul e cantato con una voce forte e coraggiosa, che da sola valeva il prezzo del biglietto di un suo concerto. In Italia Bob Seger è sempre stato detestato e ignorato dai più, ma Live Bullett un doppio long-playing dal vivo del 1976, ti fa balzare in piedi per il calore e la forza che ha il suo rock selvaggio, e per quella versione pazzesca di “Nutbush City Limits” un hit di Ike & Tina Turner.  Sul palco insieme a lui c’è la Silver Bullett Band, che non ha niente da invidiare alla più famosa E Street Band, un gruppo di musicisti eccellenti e versatili che suonano una sequenza vertiginosa di canzoni che sono un alternanza di suoi successi, e cover straordinarie. Musica che ha avuto una forza d’urto dirompente per molti ribelli di strada. Gente fradicia di sudore, che per un brivido sulla pelle avrebbe fatto qualunque cosa. Ero brillo quando m’incamminai per far ritorno a casa. Rimuginai che avevo ancora paura dell’ignoto e che ero stato uno che da sempre aveva combattuto contro i propri demoni, in bilico su quella impercettibile linea di sbarramento che passa tra la luce e le tenebre. Che poi non è altro che la via che punta dritto al cuore, all’anima più profonda, dove vi è relegato quello che non abbiamo ancora saputo di noi. Conducevo silenziosamente la mia battaglia fra il bene e il male, fra pazzi e saggi, non sapendo niente di entrambi. Non comprendendo neanche dove collocarmi, in questa assurda lotta. Era una serata non troppo fredda segnata da strane luci nel cielo. Aveva smesso di piovere per cui mi sedetti sui gradini del porticciolo. Guardai la mia città attraverso una nebbiolina d’umido e pensai che avrei dovuto ricominciare a ballare il rock’n’roll.



Bartolo Federico


giovedì 29 dicembre 2016

Un Buco Nel Cielo


Il cielo sulla sua testa si era fatto rossiccio e quella stella sperduta gli parve una borchia per capelli. La notte era calata ruvida come una ballata rock di Frankie Miller. Non c’era più niente in questo fottuto mondo che gli importasse, disse pensieroso fissando la strada buia e rigirandosi tra le mani la bottiglia vuota. Un vento umido proveniente dal mare saettò sul suo viso. Era caduto ancora una volta, ma non era una novità neanche questa per uno precipitato in terra ancora prima che nascesse. Spinse il tasto del play che stranamente schioccò come un bacio sulla guancia e la canzone ripartì. Melinda era mia fin al momento che la trovai stretta a Jim mentre lo amava. Poi arrivò Sue mi amava intensamente questo è quello che ho pensato. Io e Sue. Ma anche questo finì. Non so cosa farò. Ma fino a che non troverò la ragazza che vuole rimanere e non giocherà alle mie spalle. Sarò quello che sono. Un uomo solitario. Un Uomo solitario (Neil Diamond - Solitary Man). Hai voglia a spingerli da qualche parte, a seppellirli nell’immondizia o sotto fiumi di alcool, i ricordi tornano sempre, specie quelli più dolorosi. La strada silenziosa era gialla di luna. Strinse per un attimo gli occhi che gli bruciavano maledettamente e congiunse le mani a mo’ di preghiera. Nel palazzo di fronte si accese la luce di un bagno. Si sbottonò la camicia bianca intrisa di sudore e una smorfia gli irrigidì il volto. Il pallore del suo viso celava una rabbia mortale. Era sbucata all’improvviso quella donna, alta, bella, con uno charme tale da mandarlo in tilt come non gli era capitato mai in vita sua. Forse era un fantasma sbucato da chissà dove e a cui lui non doveva dire nulla. Adesso, però, seduto nell’abitacolo, sembrava che portasse tutto il peso del mondo sulle sue spalle e, a guardarlo negli occhi, faceva davvero spavento. Con quell’aria da animale ferito sembrava una ballata aspra dei Thin White Rope. E qualcuno al telefono seppe le cose che io avevo sempre conosciuto Colonne sonore canticchiate ai sogni che avevo dimenticato Ho amato il telefono, parlato col segnale di linea Mentre la gente sui marciapiedi fuggiva da me (Diesel Man –Thin White Rope). L’orologio a cucù sulla parete dell’ingresso misurava inesorabile il passare delle ore. Si racconta che il canto del cuculo è profetico, capace d’indicare la buona e la cattiva sorte. Poco prima che quell’uomo arrivasse, sua madre era solita chiuderlo a chiave nella viscere buie della sua stanza e solo dopo che il cuculo cantava tre volte gli riapriva la porta. Aveva otto anni, e questo succedeva ogni qual volta suo padre si allontanava per lavoro. Un commesso viaggiatore, suo papà, che ogni quindici giorni faceva il giro dei suoi clienti fuori città assentandosi anche tutta la settimana. Aveva memorizzato le gesta di sua madre e sapeva che quel giochino, così lei lo chiamava, stava per iniziare. Poco prima che quell’uomo arrivasse si sistemava i capelli, si profumava il collo e indossava sotto la vestaglia una sottanina nera di seta. Poi accendeva il giradischi e ascoltava quella canzone. Sempre la stessa. Mi ricordo quando noi eravamo due bambini e puntavamo le pistole dai cavalli a dondolo. Bang bang. Io sparo a te. bang bang. Tu spari a me. Bang bang. E vincerà bang bang. Chi al cuore colpirà (Bang Bang - Dalida).  Lo chiamava “Bang Bang”, era così che lo chiamava da sempre sua mamma. Avvicinandosi al suo viso, glielo raccomandava che quello era un segreto fra di loro e che doveva restare tale per sempre. “Ricordalo, Bang Bang, ricordalo”, gli ripeteva, “non dirlo mai a nessuno”. Lui, così piccolo, non capiva e si limitava ad annuire stringendosi forte alle sue gambe. Quando era chiuso nella stanza per non sentire i gemiti aveva imparato a svuotare la mente, a non pensare a nulla. Restava immobile seduto sulla poltroncina, inebetito chiudeva gli occhi e vedeva tutto nero. Ed era come se morisse. Solo il canto del cuculo lo scuoteva. Ma era un fremito che durava un attimo. Nella penombra dell’abitacolo si guardò le mani ingiallite dalla nicotina e quelle dita diventate tozze da sembrare gonfie. Erano mani possenti, le sue, mani che avrebbero potuto uccidere. Tali e quali a quelle di suo padre. Tre uomini in abiti eleganti con cravattino e scarpe lucide lo distolsero dai pensieri. Parlottando tra loro gli passarono accanto, e gettandogli un occhiata svogliata scomparvero nella notte. Aveva come l’impressione che dovesse stare sempre in castigo tanto che non ci capiva più nulla delle cose del mondo. Troppo dure le batoste che aveva ricevuto. Ma giù nei vicoli, se abbassi la guardia, ti fanno fuori in un baleno. E i teneri di cuore hanno vita breve. Accese una sigaretta, anche se si sentiva la gola grattare, e tirò una lunga boccata bruciando il filtro che divenne molle. Abbassò il finestrino e una folata di vento lo fece rabbrividire. Come una canzone dei Beasts Of Bourbon. Ridestato nella stanza di Johnny, Mama era proprio lì accanto al suo letto e le mie mani intorno alla sua gola, desiderando che entrambi fossimo morti. Pensi che sia pazzo, Mama, e tu? Ho appena ucciso il cagnolino di Johnny. Pensi che sia fuori di testa, e tu, Mama? Faresti meglio a farmi rinchiudere (Psycho - Beasts Of Bourbon). Con le dita si trastullò per un po’ sul volante. Poi si ricordò di prendere la pillola per i nervi che teneva nel taschino della giacca. Tirò fuori l’astuccio, ne staccò una e la inghiottì. La luce dei fari di una macchina che transitava in senso opposto illuminò per un attimo il marciapiede. Qualche isolato più avanti, sepolto nel buio riconobbe un uomo. La sua faccia era indubbiamente smorta, ma sinistra. Però su di lui non sortì alcun effetto. Mise il nastro di Otis Redding e Hard To Handle popolò le ombre. Era chiaro che non gli faceva bene rimuginare nel passato, ma quello torna sempre quando meno te lo aspetti ringhiandoti nell’anima. Certo, aveva fatto di tutto per dimenticare, ma alle volte dimenticare è quasi impossibile. Ho lasciato la mia casa in Georgia. Diretto verso la baia di Frisco. Perché non avevo niente per cui vivere. E sembra che niente incrocerà la mia strada (Sittin’On The Dock Of The Bay - Otis Reeding). Il cuculo aveva cantato tre volte e poi altre due. Le aveva contate con le dita della manina, tenendola aperta sulle ginocchia. Come pietrificato, se ne restava seduto immobile aspettando che sua madre lo facesse uscire. Dopo il primo cucù aveva udito dei passi nel corridoio ma era tornato subito con la mente nel vuoto, non immaginando nessuna cosa. O forse fingendo a se stesso. Finalmente la porta della stanza si schiuse. Con la coda dell’occhio vide entrare due poliziotti in divisa che si avvicinavano delicatamente. Uno di loro lo prese in braccio e si accorse che si era bagnato. Bisbigliandogli di stare tranquillo, con la sua grossa mano gli coprì il viso mentre lo portava fuori dalla stanza. Ma l’odore pungente della morte è inconfondibile, lo senti anche se sei un bambino e lo avverti perché ti penetra nelle narici quasi fino a sfondartele. Velocemente l’agente percorse il corridoio, ma lui gli spostò la mano e vide il corpo di sua madre nuda riverso in terra. C’era sangue, sangue sui muri, sul pavimento, sui quadri, sulle maniglie. Persino sull’orologio a muro. C’era sangue dappertutto. Vide anche quell’uomo accasciato sulla porta della stanza da letto con un profondo taglio nel petto. L’agente lo caricò alla svelta dentro un auto cercando di tenergli con molto garbo la testa bassa, ma bang bang, sempre con un gesto fulmineo si divincolò e dietro la siepe incrociò lo sguardo di suo padre. Lo scorse lì, fermo, ammanettato, con gli occhi stralunati e le sue grandi mani tinte di rosso. E fu quella l’ultima volta. Non c’è solo odio nel mondo. Non ci sono solo buchi nel cielo. C’è solo un destino che non puoi rinnegare. Due amanti aspettano di morire. Joe si è ammalato in guerra, tra le vene e la mente. Sammy si è ammalato a causa di tutte le bugie. Due amanti aspettano di morire…C’è solo una lacrima che continua a volar via… (Two lovers Waitin’ To Die - Green On Red) Anche se Bang Bang riusciva a svuotarsi la testa, quelle urla disumane non potevano essere ignorate. Suo padre li aveva uccisi con una crudeltà inaudita.  Durante quei momenti aveva azionato i meccanismi che ci portano a rinchiuderci nella nostra linea di difesa. Come una pietra scagliata in uno stagno forma dei cerchi che man mano si dilatano e si estendono per poi scomparire nell’infinito. Bang bang era scomparso da quel luogo e si era messo a volare nello spazio tra le nuvole. Ma quella puzza di morte, lui, la sentì sempre incollata addosso. Pure adesso la percepiva mentre sbucavano fuori dalle ombre anche i più piccoli dettagli. Quando fu tutto finito suo papà aveva azionato il giradischi e messo quella canzone. Sempre quella. Sempre la stessa. Ora non mi ami più Ed ho sentito un colpo al cuore Quando mi hai detto che Non vuoi stare più con me Bang bang… E resto qui Bang bang A piangere Bang bang hai vinto tu Bang bang Il cuore non l'ho più. (Bang Bang - Dalida).  Non era più tempo d’ ingannare nessuno, neppure se stesso. Lei aveva un bel viso liscio che assomigliava a Rickie Lee Jones. Indossava una giacca di pelle nera striminzita e una camicetta bianca di raso sopra un jeans attillato. Quando arrivò sorridendo e salì in macchina, si strinse contro di lui. Quel calore che lei emanava lo aveva scosso fino dentro le ossa e sentirsi vivo, per uno che aveva le carte del destino nate male, era una sensazione indescrivibile. Guardando la strada mentre calava la notte, aveva parlato e ancora parlato, fino a spurgarsi l'anima. Poi si era librato nel cielo, ma questa volta lo aveva fatto un attimo prima che non riuscisse più a piangere. Quando riaprì gli occhi lei lo stava guardando e sfiorandolo con un bacio si accorse che c’era ancora una certa tensione in lui. “Adesso puoi levarti quella faccia da lupo”, gli sussurrò con dolcezza accarezzandogli i capelli. Lui avviò il motore, inserì un nastro e fece partire Burn, una canzone dei Dream Syndicate. Il cielo era scintillante di un blu intenso. Lei si girò nuovamente verso di lui e, affondando lo sguardo nei suoi occhi, si accorse che per la prima volta gli sorridevano. Ma puoi sentirlo nel cuore. Sentirlo nell’anima. Sentirlo andare intorno finché non perdi il controllo. Sono solo poche cose che non possono essere raccontate. Non lo senti bruciare? (Burn - Dream Syndicate).

Bartolo Federico



lunedì 26 dicembre 2016

Non Fate Prigionieri I Cuori Di Rock'n'Roll



Lei dentro un abito rosso lo scrutò nella penombra. Lui con lo sguardo un po’ annebbiato dall’alcool, gli accennò un sorriso. Era una notte umida di un sabato qualunque. Il traffico scorreva lento lungo l’arteria principale e Coney Island Baby una canzone di Lou Reed, risuonava da qualche parte nella mia testa. Là nel buio accadono cose terribili che ti cambiano per sempre, disse il ragazzo. E prese a raccontargli di quando a quel concerto, quegli assassini entrarono sparando all’impazzata sugli spettatori. Ai primi colpi restai immobile, pietrificato dalla paura. Poi non sapendo cosa fare mi gettai in terra, e caddi sopra il corpo di una ragazza che invece era stata centrata dalle pallottole. Mentre con gli occhi chiusi mi fingevo morto, sentì il suo sangue caldo bagnarmi il viso, per poi lentamente colarmi lungo il collo come una lacrima. Quando gli spari cessarono, mi alzai e vidi intorno a me centinaia di cadaveri, e macchie di sangue dappertutto. No, non si può morire in quel modo” osservò la ragazza. E con un gesto materno gli cinse un braccio. Siccome non ho mai creduto alla versione ufficiale dei fatti continuò il ragazzo, da quella sera ho sempre alimentato un dubbio. E poiché uno ne trascina altri, non faccio che tormentarmi. Restano troppi lati oscuri. E non sapremo mai la verità. Parigi quella notte sembrava davvero un cumulo di brillanti spenti. E l’affermò mantenendo un tono calmo. Al bar assistetti per caso a quel dialogo. Ero seduto accanto a quella coppia, e quando capii di cosa stavano parlando origliai volutamente. Poi a tarda notte rientrato a casa, colpa di quella smania che mi aveva reso nervoso e pensieroso, continuai a bere. Nel tempo ero diventato uno di quelli che avrebbe voluto vivere senza fastidi, senza preoccupazioni. Ma finché si è vivi, bisogna mettere in conto che ti succedono cose che non vorresti. Cose che ti colgono di sorpresa, e ti lasciano ammutolito e lacerato. Nessuno sa cosa ne sarà di noi. Mi alzai alle prime luci dell’alba e spensi la radio che era rimasta accesa, poi andai in bagno a vomitare. Invecchiando anche l’alcool mi dava problemi. Faceva cumulo con quelle crepe che continuavano ad aprirsi dentro di me. Così quell’onda gelida che spesso mi assale, fece la sua comparsa nel primo sole del mattino. Continuavo a non capire come avevo fatto a bruciare quel poco di talento, che in fondo pensavo di avere. Ero andato alla deriva naufragando lentamente, senza metterci nemmeno troppa fatica. Ma non era il momento di fare inventari e riposi sul giradischi Take No Prisoners, un doppio live di Lou Reed registrato al Bottom Line di New York, nel 1978. Un disco pieno di rabbia e caos. Musica splendida e travolgente, libera di andare dove gli pare. Un Lou Reed austero, acido, iconoclasta, che canta canzoni ombrose, abbigliate con nuovi travestimenti. Impregnate dall’odore di cera e plastica bruciata, e da un dolore pungente, che non va mai via. Questo disco traccia un nuovo ritratto della sua complessa personalità. Alle volte sembra di essere precipitati dentro un night club, altre in mezzo a gente che sotto palpebre cadenti, ha occhi maligni. La sua voce echeggia il cupo della miseria metropolitana, degli sguardi stinti, che spariscono sotto nuvole di fumo. Di tossici che la notte insegue con occhi inceneriti. E di quella bambina preda del buio che in pantaloncini corti e maglietta scollata sulla schiena, cerca quello che è rimasto di lei. Solo guardando in basso si scopre la verità, il reale significato della vita. E il male per Lou Reed resta sempre fuori dalla luce del sole. Per farla breve ho il morale a terra. Ma mi comporto come una persona normale. Vado a lavoro, parlo, ascolto. Voglio continuare a dare agli altri, l’impressione di essere perfettamente integrato. Ma è vero il contrario. Mi sento sommerso sotto tonnellate di pioggia. Annaspo e vaneggio, mentre mi dirigo verso il nulla. Avendo in qualche modo imparato a riconoscere le bugie, non mi fa più neanche tanto male. E poi ho sempre i miei dischi e alcuni libri, come ancore di salvataggio. Ricorda che la città è un posto divertente. Qualcosa come un circo o una fogna. E adesso, la città è una fogna per me, tesoro. (Coney Island Baby) I segni delle sconfitte alle volte non vanno mai via. Facciamo finta di non saperlo ma andiamo tutti quanti verso gli stessi posti, facciamo le stesse cose, che qualcuno prima di noi ha già fatto. E allora perché spargiamo tutto questo dolore? Perché non ci meravigliamo più di nulla? Ce ne restiamo avvinghiati a quelle cose che ci hanno scaldato il cuore. Canzoni, poesie, e amori che ci hanno ferito profondamente, lasciandoci attoniti con la testa sul cuscino. Sembra strano ma quando eravamo deboli, eravamo forti. Poi abbiamo trovato la nostra ragione d'essere, e allora giù a bere un altro bicchiere, per celebrare il nostro decadimento. Abbiamo cercato di tenere tutto il piacere del mondo stretto nella morsa delle nostre dita, di approfittarne in quei giorni quando il presente, il futuro, il passato, non erano niente. E a quelle parole che rotolavano dentro di noi, gli siamo andati contro, le abbiamo sfilacciate, ammucchiate, e nella notte dato fuoco. Mentre c'incendiavamo di musica. Fin quando stremati lo abbiamo confessato all'alba di un giorno qualunque, a questo stupido mondo, che era proprio quello che stavamo cercando. Quel qualcosa che ci meravigliasse un po'. E' di artisti che ha bisogno il mondo, perché in loro sopravvivono le nostre paure e la nostra beatitudine. Ma come sempre gettiamo tutto noi uomini, con il nostro sonnecchiare sprecone. Schiviamo tutto noi uomini, con la nostra arroganza. Sparpagliati come stelle nel cielo corriamo nella notte, cercando di scimmiottare i nostri eroi. Ma siamo uomini soli. Un po' come i cani. Teneri e fedeli. La vita è piena di delusioni, di sogni rancidi, di profili sbiaditi, di amori fasulli, di merda e morte. Ma tutto sommato la speranza non costa nulla. Anche quella di diventare ricchi e famosi, non costa nulla. Gli Spirit suonavano musica davvero difficile da etichettare. Erano tra i pochi a sapere mescolare il pop, (uno dei più grandi riff rock rimane la loro I Got A Line On You) con spunti jazzistici, musica psichedelica e limpide armonie vocali. Musicisti eccelsi, impeccabili, ma non per questo privi di cuore. Ed Cassidy aveva suonato la batteria con Thelonious Monk, Gerry Mulligan, Art Pepper, Cannonball Adderley. Quando a Los Angeles incontra Randy California, un chitarrista fantasioso e originale che aveva accompagnato Hendrix e Jimmy James The Blue Flames, insieme a Mark Andes, John Locke e Jay Ferguson, danno vita a uno dei gruppi più atipici della scena rock americana. The Family That Plays Together venne fuori nel dicembre del 1968, e conteneva sette canzoni che suonano ancora misteriose e inquietanti, ambigue e tenebrose. Ma anche oniriche e rilassanti. Riuscendo ad aprirsi un varco in quei frammenti di luce che in un modo o nell’altro, ci tengono vivi. Alle volte non riesci a respirare e quel morso che ti attanaglia, non si placa in alcun modo. Nella strada una voce roca e profonda, fece oscillare gli ascoltatori. Con gli occhi chiusi David Johansen sta cantando Somebody Buy Me A Drink.  Dopo una carriera da rocker di razza (il suo Live It Up è uno dei più grandi dischi dal vivo di musica rock) e aver mutato pelle diventando l’intrattenitore Buster Poindexter, nell’anno duemila registra insieme al suo gruppo gli Harry Smiths (dal nome del fautore dell’Anthology Of American Music) un omaggio al blues, la musica con cui è cresciuto nelle strade nel Bronx. Un viaggio nel fango del Mississippi fumando a testa bassa, e cantando canzoni impregnate del sudore di tutti quelli che sono fuggiti su strade polverose, con il demonio alle calcagna. Canzoni che azzardano e si stagliano fiere all’orizzonte, dove un bagliore le illumina di passione. Blues selvaggi per cuori impavidi, cantati da una voce piena di pathos e ruggine. Anche se uno fa finta di niente s’impara tutto da piccoli, quando si è deboli e insicuri. David si fermò ansimando come un cane. In quel grande vuoto poteva anche marcire di malinconia. E allora si mise a canticchiare Sunny. Quella canzone lo faceva sentire meglio. Il suo cuore riprese lentamente a battere. La musica lo ripuliva, e quel sogno era come un’ambulanza che lo soccorreva. Così riprese a camminare a testa alta, con il passo di chi non ha più paura. “E musica che potete sentire in ogni luogo, alla radio, nelle strade, blues, soul, country, rock, musica religiosa e suoni del traffico, della folla, della strada e dei prati, il suono del silenzio della gente”. Questo scriveva il chitarrista Mike Bloomfield nelle note di copertina di A Long Time Comin’ l’album d’esordio targato 1968, degli Electric Flag. Con Michael c’è anche il vecchio amico Nick Gravenites, Buddy Miles, Barry Goldberg, e Harvey Brooks. Una sezione di fiati completa l’ensemble, per un progetto stilistico ambizioso. La band è davvero esplosiva, soprattutto dal vivo. Si esibiscono con buon successo al festival di Monterey, e partecipano alla colonna sonora del film The Trip. Ma in studio forse per colpa di certi arrangiamenti, non riescono a essere convincenti. Sicuramente Bloomfield è l’esatto opposto di una rockstar. Un uomo stracarico di tormenti interiori. Un carattere schivo e taciturno, che lo mette in difficoltà a stare sotto le luci della ribalta. Soffre anche di una grave forma d’insonnia, tanto che comincia a farsi di eroina. Prima di formare gli Eletric Flag tra il 1964 e il 1965, suona in studio con Bob Dylan in Highway 61 Revisited. In seguito farà parte della Butterfield Blues Band, e dopo aver accompagnato per un pezzo di strada Eddie Vinson, forma i Flag. A Long Time Comin rappresenta uno spaccato di quell’epoca del rock, quand’era più facile tuffarsi su qualche strada, e dare gas ai propri sogni. Ci sono dentro queste canzoni i frastuoni ossessivi della città del vento, e i suoi rumori. E anche i miei giorni innocenti. La musica è condivisione. E’ come una buona bottiglia di vino, del buon cibo, una scopata coi fiocchi. Cose che vanno godute fino in fondo. Non riesco a farmela passare però quest’angoscia, che mi fa sentire un relitto. Non posso pensarci a come sarà stato. A come si saranno sentiti quei ragazzi al Bataclan, mentre gli sparavano addosso. Mi ha cambiato per sempre quella notte, quel rantolo d’umanità che serbavo me l’ha portato via. Penso a tutte le occasioni che si sono persi, alle cose che non riusciranno a fare, perché qualcuno in nome di non si sa che cosa, si è preso il loro tempo. Una volta la terra è stata un paradiso terrestre. Sono rimasto avvolto nel buio mentre aspettavo i primi raggi del sole. La mia cucina è in miniatura e dà su un piccolo cortiletto sporco e pieno di vecchie cose arrugginite, accatastate l’una sull’altra. Un motore diesel, dei copertoni, un manubrio. Fusti di latta, scatole di polistirolo, sopramobili, un portacenere di marmo, un quadretto con foto in bianco e nero. Ferri da stiro, un campanello elettrico, caraffe di legno, quel che resta di una macchina per cucire, un paraurti, delle scatolette di cibo per gatti. Un ventilatore a colonna, un saldatore elettrico, un rullo per pittura, mazze da carpentiere, uno scappello a punta. Un cane arrotolato su se stesso, dorme sempre a ridosso di quella catasta. Nella tromba delle scale del palazzo, da ragazzo giocavo a carte, bevendo succo di pera mischiato a gin. Presi una birra e accesi lo stereo. Con mio fratello da bambini, giocavamo ad ammazzare gli scarafaggi che passavano sul davanzale del balcone della cucina. Un pomeriggio né contai più di cinquanta. Ero cresciuto in quel quartiere dove conoscevo tutti, e in qualche modo in quel luogo mi sentivo al sicuro. Ma nel tempo molte cose sono cambiate. Molti luoghi della mia memoria sono spariti, per fare spazio a brutti palazzi, e a inutili centri commerciali che stanno sterminando tutto il mio passato. Alle prime note di God Bless The Child, alzai il volume dello stereo. Aveva sempre uno strano effetto quella canzone su di me. Rimasi a guardare fuori dalla finestra la strada che si faceva buia. Quando la musica terminò, stappai la birra e mi sedetti sul bordo del letto. Dopo mi distesi e mi addormentai di colpo. Certo che non sarebbe male se ci fosse qualcosa che ci facesse distinguere da subito, i buoni dai cattivi. Ma alle volte basterebbe guardarle da vicino le cose, per vederle. Il mio quartiere è abitato da operai, gente umile, alla buona. Fin da piccolo ho imparato frequentando quelle strade, che c’erano solo due modi per cavarsela nella vita. O ci penetravi inzuppandoti fino alla testa, col rischio di soffocare, oppure era meglio risalire il fiume spingendo lentamente la canoa, in modo tale da potere vedere i giorni che passano. Lo avevano svenduto in nome del progresso il quartiere, quei fantocci dei politici. I piccoli negozi avevano chiuso, ed erano arrivati i cinesi ad arraffare tutto quello che potevano, per aprire i loro punti vendita e riempirli del loro ciarpame. Ma la sera al bar da Gino, arriva ancora gente di ogni risma. Musicisti, pittori, scrittori, mattoidi, ubriaconi, malviventi, truffatori, e borsaioli. Randagi e qualche depresso. Adesso c’è anche un gruppo d’intellettuali che ci fa base. Molti però non ci vanno più perché tra un bicchiere e un altro, questi fighetti del sapere, con quell’aria del cazzo che si ritrovano, sembra che li canzonano. Non so perché ma mi ricordano tanto quei finti sovversivi degli anni settanta, oggi ricchi e famosi, alla corte del potere politico-televisivo. Grandi facce di merda. La vecchiaia avanza prendendomi per il culo. Anzi ci prendiamo a vicenda per il culo, tanto per spassarcela un po’. L’altra volta ho infranto la mia pigrizia, e sono andato al bar per incontrare qualche vecchio amico. L’atmosfera era malinconica, come una ballata dei Tindersticks. Sono tornato a casa molto presto. Al ritorno un marocchino si è avvicinato per vendermi qualcosa. Per la prima volta in vita mia l’ho scansato. Lui mi ha guardato e ha scosso la testa. Avrà pensato ma cosa ho fatto? E ha continuato a guardarmi, fin quando non ho girato l’angolo. Quando sono rientrato a casa accovacciato sul divano, mi sono chiesto a che punto ero con la mia intolleranza. C’è stato un tempo in cui la terra promessa per il rock era la Francia. Parigi ha accolto tutti quei bastardi che il music business cacciava a pedate. Accadeva nel 1980 quando il punk la più grande rivoluzione culturale di massa, si stava spegnendo sotto le grandi luci del mondo, e i due amici Patrick Mathé e Louis Thevenon gestori del negozio di dischi Music Box, e della piccola etichetta Flamingo Records, decidono di trasformarsi in New Rose Records, etichetta che prese il nome da una canzone dei Damned. Tra nuove band e gruppi musicali francesi la New Rose, ha dato un’opportunità a questi fuggitivi del rock: Willie Alexander, Alex Chilton, Sky Saxon, Roky Erickson, The Real Kids, Charlie Feathers, Tav Falco, True West, Calvin Russell, Gun Club, Dead Kennedys, Cramps, Green On Red, Giant Sand, The Primevals, Alejandro Escovedo, Bo Diddley, Alvin Lee, Robert Gordon, Elliott Murphy The Slickee Boys, Paul Roland, Dr Feelgood, That Petrol Emotion, The Chesterfield Kings, Maureen Tucker, The Inmates, Percy Sledge, Johnny Thunders l’anima maledetta delle New York Dolls, e molti altri ancora. Stamattina mi sono alzato e fuori pioveva. La pioggia picchettava sulla veranda noiosamente. Me li ricordo bene quei giorni quando anch’io volevo tutto e subito. Con gli anni però ho dovuto imparare ad avere pazienza, a tessere la tela, ad aspettare il momento propizio. Ma non vado orgoglioso di questo. Perché le cose più belle sono quelle che hai lasciato scritto da qualche parte, sul muro dei ricordi. Un caldo e umido pomeriggio di settembre, io e lei in una piccola stanza d’albergo. La radio accesa che suonava Bermuda di Rocky Erickson. Abbiamo fatto l’amore con voracità e trasporto, standocene aggrappati l’uno all’altro come ad uno scoglio. Poi abbiamo dormito a lungo. Lei aveva diciannove anni, io venti. E’ sempre quello che non hai previsto che ti mette al tappeto. Il vicolo è stracolmo di spazzatura, di bottiglie di liquore, e piatti sporchi. Ma anche di gente che barcolla e cade. Il rock della New Rose ha i denti macchiati di sangue, e la faccia spigolosa. Il più delle volte soffre di nausea, e sente il corpo fluttuare. Vaneggia ed è costretto a mentire, per sfuggire a chiunque voglia ingabbiarlo. Le chitarre ringhiano e prendono fuoco. Dietro le sbarre di una prigione qualcuno strizza gli occhi, e con la mano si tocca quel rozzo tatuaggio rammendato sul braccio. Rock’n’roll Heart c’è scritto. Nient’altro. Non mi piace l’opera e non mi piace il balletto e i film della nouvelle vogue francese mi urtano be’, sarò stupido, visto che so di non essere brillante ma dentro di me ho un cuore da rock and roll sì, sì, sì, nel profondo ho un cuore da rock and roll. (Lou Reed) E’ tremendo osservare come ce ne sono di cose e persone smarrite nei ricordi, che non si muovono più. Quando uno invecchia non sa più chi risvegliare. Ascolti e vai! Sali in cima e scendi, guardi dappertutto. Come un uccello rapace, ti fiondi sulla preda. Un passo, due passi, adagio, non vedi nessuno. Bentornate angosce. Si cade a pezzi come rottami. Niente di grave. La gente sbraita e rompe le palle. Ma siamo tutti tremendamente soli in questo mondo.



Bartolo Federico