L’amore è solo dentro quelle stupide canzonette da quattro soldi,
che fanno arricchire quei cantanti e discografici da strapazzo che le
mettono ancora in giro. Sono scritte e suonate a immagine e somiglianza
dei loro sogni… ma chi cazzo se ne frega del festival di Sanremo,
con tutti i problemi che abbiamo. Per uno come me poi, che ha preso da
tempo brutte abitudini e non ha più fiducia in nessuno, l’amore è solo
una bella e sana scopata, quando capita. Il mio compare di tavolino è davvero un tipo loquace, e da un bel pezzo mi cicaleggia vicino l’orecchio le sue inquietudini. “Li sento già gli innamorati, seguita a dire inveendomi contro; ehi stronzo, l’amore e quello che ti cambia la vita, che ti fa volare, e ti riempie di speranza”…. e bla, bla, bla,
via discorrendo. Ma a queste cose ci credono solo quei poveracci, che
ancora abboccano a quelle filastrocche. Certo, quando sei giovane e
preda dei furori infantili, sei giustificato: l’amore ti abbaglia la vista e il cuore, e ti rende vulnerabile.
Dopo, è come la pioggia e il vento. È un farsi compagnia, un tentare di
comprendersi nell’infinita differenza dei caratteri di ciascuno di noi.
Allungò un braccio e ordinò un whiskey. “Per sopportare meglio il marciume che mi porto appresso”,
asserì. Ho udito il sibilo della macchina del caffè dietro di me, e
sorridendogli ho vuotato il mio bicchiere. Mi sono messo a fumare,
cercando di far passare le ore di quel giorno di merda. Sono solo stronzate quelle canzoni.
Non hanno niente a che vedere con l’amore, folle, ribelle,
disinteressato e infuocato. Quello che ti contorce le budella e ti
ubriaca di passione. “Il fatto, amico mio, è che vogliamo prendere tutto per noi, senza mai pagare niente”, concluse, gettandosi dentro le viscere il J&B che il barista gli aveva posato sul tavolino. Poi, con tono scuro mi chiese: “E tu, da quanto sei andato a fondo?” Non è un posto cattivo il bar scommesse
dove mi trovo. Si sta tranquilli. Il titolare è un ragazzo che ci
lascia anche fumare… ma non troppo. Da lì dentro posso vedere la gente
passare di fretta, e sbirciare anche una fetta di cielo. Non è poco. La
maggior parte dei clienti sta radunata attorno a un tavolino in fondo
alla sala dove prepara le proprie scommesse, senza fare troppo baccano.
Navigano nella speranza di acchiappare, quantomeno, i soldi per la spesa
dell’indomani. Sembra di essere sospesi in un altro mondo, c’è una
strana atmosfera. Come se John Coltrane si fosse celato da qualche parte e suonasse un blues, in modo lieve ma doloroso. Mi piace questo posto… e anche quella ragazza
con tutti quei capelli sciolti di fronte a me che ha due labbra
fantastiche. Sembra una puttana, non lo dico in senso sprezzante, ma
solo per individuare le tipe per cui un uomo è pronto a fare follie, pur
di possederle. Le altre che uno incontra sono come l’aperitivo prima
del pranzo domenicale, come una pietanza un po’ sciapa. Questo loro lo
sanno bene. Difatti sono le più stronze, le più dure, le più arrabbiate
di tutte. Sono rientrato nel mio piccolo buco, e ho guardato le cose di cui mi circondo. Le chitarre, i dischi, la scrivania, i libri, e il divano malandato che mi ha lasciato in regalo il vecchio inquilino. Sullo scrittoio c’è la mitica macchina da scrivere di mio padre, che però non uso mai. Ho staccato il cellulare, ho acceso lo stereo e messo del blues a ciclo continuo. Sono andato alla finestra, dietro di me la musica si è fatta sempre più straziante.
Si resta soli senza rimedio. Succede sempre così quando hai smesso di
piacere. Chiodo schiaccia chiodo è la migliore soluzione. Ho preso la
chitarra e con le dita ho sfiorato le corde. Era intonata e pronta a
suonare. Non è altro che un combattimento la nostra esistenza,
fatta di rinunce, tristezza, piccoli e grandi dubbi. Allora si
retrocede verso la trincea, stanchi esausti, e non si ha più voglia di
combattere, ma solo di starsene lontani dal genere umano. Rintanati in
silenzio nel proprio pertugio. Quelli che hanno visto la mano della
fortuna cambiare rotta sanno che non c’è proprio nulla da vincere in
questa vita. Lei se n’era andata alla chetichella. Era fuggita di mattina presto.
Come anche a me era capitato di fare. Succede, a chi confessa qualcosa,
che provi un senso di paura, di vuoto. Può anche darsi che non aveva
retto alla mia confusione… ma non mi andava di darle alcuna colpa. In
fondo, non volevo neppure saperlo il perché. Sono andato a lavoro a piedi… è davvero piccola la mia città. Un paio di chilometri e l’attraversi tutta. Ho pensato a mia madre mentre camminavo. Una donna sola, battagliera, austera. Fumava Marlboro pacchetto duro, che comprava a stecche. Dopo passò alle Merit.
Quando la penso, lo sento ancora presente quell’odore di sigarette che
le impregnava i capelli ispidi. E la rivedo seduta vicino alla finestra
della cucina, silenziosa e assorta, con il busto piegato in avanti che
si regge il viso fra le mani. Ho attraversato la strada e ho sentito
dentro di me Bessie Smih cantare Shipwreck Blues. Come molta gente che soffre di depressione, anche lei nascondeva la bottiglia. Si comportava normale, mentre era esattamente il contrario. Se ne andava a fondo, imbarcando acqua da tutte le parti. Non era riuscita in alcun modo a trovare una rampa di salvataggio… e quei gorghi se l’inghiottirono piano piano. Era una bella donna, mia madre, sfortunata in amore come lo sono in tanti. Io l’ho amata – e anche molto – così com’era. Gli ultimi settecento dollari destinati alla droga li trovarono nascosti nella vagina a Billie Holiday.
Li aveva guadagnati in quel letto d’ospedale, dov’era ricoverata. Aveva
venduto ad un giornale i diritti sulla storia della sua vita. Ogni
tanto servirebbe fare come Sleepy John Estes per
dimenticare ogni cosa. Schiacciare dei pisolini nei posti più impensati…
è davvero un buon modo per staccare la spina e risollevarsi. John viveva a Brownswille, una squallida periferia del Tennessee, un esistenza precaria e indigente, insieme ai genitori e a quindici fratelli. “Quando sei nero, questo basta per farti vivere nella miseria”, ripeteva. Da piccolo fu colpito da un sasso e perse la vista dell’occhio destro. Suo padre gli regalò una chitarra che lui iniziò a suonare nelle feste e ai banchetti, facendosi accompagnare dal mandolinista James “Yank” Rachell e da suo cognato Hammie Nixon all’armonica. Un bluesman Sleepy
dalla voce rauca e sofferente, che arrivava a spezzarsi di commozione
nei momenti più intensi, eseguendo un blues semplice e scarno, ma assai
emozionante. L’aria era di nuovo fredda. Mi sono fatto un caffè e versato due dita di Jack Daniels
in un bicchiere. Ho acceso la lampada sulla scrivania. Non mi va di
firmare assegni in bianco, ed è per questo che non ho mai preteso nulla
da nessuno. Ho sentito un freddo pazzesco, e nella penombra della stanza ho visto molte cose di me. Mi sono reso conto che sono stanco di fingere e di dire bugie per cercare di salvarmi ad ogni costo. Ho sentito una profonda tristezza attraversarmi. Al diavolo! Alle volte occorrerebbe lanciarsi a volo d’angelo nel precipizio e senza paracadute. Il rullo del piano di Poor John Blues mi ha fatto tremare di paura. Sleepy John Estes iniziò a registrare nel 1929 in una stanza del Peadboy Hotel di Memphis per la casa discografica Victor. Fu in quelle sessions che incise anche una rivisitazione magnetica del classico Milk Cow Blues di Kokomo Arnold. Bisogna
stare attenti che non si finisca di sognare. Può accadere tutto in una
volta, senza che nessun campanello d’allarme ce lo segnali… ad un tratto si diventa pigri, abulici, e non si vuol fare più niente, neanche parlare con le nostre ombre.
Me lo disse lei una sera, mentre eravamo seduti a tavola, che
l’esistenza è una messa in scena. C’è ne andiamo tutti quanti in giro,
con la nostra pantomima, calandoci sempre più nel nostro personaggio… e
non c’è verso che si cambi finzione. Siamo attori e registi del nostro
film. Ho fatto una smorfia ed ho pensato che, alla fine, sono quelli che
hanno smesso di dire bugie ad essere chiamati pazzi. Sleepy John Estes era come un cane che aveva preso troppe botte,
e non si fidava più di nessuno. Sin da ragazzo gli piaceva starsene da
solo, e camminare nell’oscurità. Non aveva paura, era in quei meandri
che, in fondo, si sentiva a suo agio. Aveva un carattere ruvido,
difficile, e con l’ombra del male di vivere sempre presente nella sua anima.
Fu una vita durissima la sua. Se penso ad un volto per definire il
blues, quello è il suo. Senza dubbio. Dopo le incisioni per la Victor, se ne andò a Chicago, dove incise per la Decca e anche per la Bluebird, vivendo, però, sempre in modo assai precario. Arrivò a registrare anche con la Sun Records, prima che Sam Philips scoprisse Elvis. Era diventato quasi cieco: si ritirò e scomparve di scena, finendo nel dimenticatoio più assoluto. Nel 1962 lo riscopre, alloggiato in un fienile con la moglie e i suoi cinque figli alla periferia di Brownsville, il regista David Blumenthal che stava girando un documentario sul blues.
Una musica nata nella povertà e nell’ignoranza che, a dispetto del
tempo, non ha perso un grammo della sua magia. Una musica indefinibile
perché racchiude dentro di sé lo spirito stesso dell’uomo. “Il blues non si scrive ma si vive”. Questo me lo ha detto Johnny Shines. Non sempre, ma è possibile dimenticare. Le strade traboccano di bar, di visi, di sorrisi, di cose che lei non avrebbe potuto darmi. Nel primo pomeriggio qualcuno aveva suonato più volte al citofono, ma non avevo risposto. Sleepy John è morto nella povertà più assoluta, i suoi funerali furono pagati da Michael Bloomfield e Ry Cooder, suoi grandi estimatori. Come sempre mi ha soccorso la musica. Mi ha salvato dal precipizio.
Forse, sarà stata colpa della luna, ma avevo trovato ciò che cercavo.
Quando ho smesso di prestarle attenzione, ho pensato che a quell’ora della notte solo i lupi mannari erano in giro, e chi viaggia dalla parte opposta della strada. Il dolore, però, si era tramutato in rabbia, ed allora sono uscito. I miei passi risuonavano sul selciato, e faceva un freddo boia. Ho camminato per dei chilometri, nascosto nel buio. I blues continuavano a venire giù, come in un diluvio. Nudo, diritto, silenzioso, immobile, ho ascoltato il vento… ed era come se mi parlasse. In quelle folate ho avvertito l’anima di mia madre,
e anche di altri che non ci sono più. E’ probabile che non abbia saputo
comprendere il suo disagio e prendermi cura di lei. Avevo il morale a
terra. Forse non ho capito mai nulla… ma forse un giorno… Forse,
domani…
mercoledì 10 gennaio 2018
mercoledì 27 dicembre 2017
Viaggiatori nella Notte
L’aria sapeva di temporale. Camminavo di sbieco con le mani nel soprabito, attraversando la notte. Guardai l’orologio. Erano le due passate da un quarto. Il cuore mi batteva come fosse un motore ingolfato e gorgogliava nostalgie brucianti.
In qualche modo, ognuno di noi si porta appresso le proprie menzogne,
riflettei, senza le quali è impossibile tirare avanti… ma bisogna saper
mentire, e non tutti sono in grado di farlo. Matilda
non c’era mai riuscita. Lo compresi subito, dalla prima sera che uscimmo
insieme. I suoi occhi erano di un azzurro cielo, che ci si poteva
specchiare. Occhi troppo puliti per avere imparato a dire bugie. Accesi una sigaretta di controvoglia, tirai una boccata e la gettai via. Specchiandomi nella vetrina di un negozio di articoli da regalo, notai che avevo la faccia greve e dolente, la faccia di un blues.
In fondo, le nostre falsità ci fanno sopportare anche quelle degli
altri, seguitai a pensare. E mi sentii come un mucchio d’avanzi, gettati
via dopo il cenone di capodanno. “Cavalieri nella tempesta /
Cavalieri nella tempesta / nati in questa casa / buttati in questo
mondo / come cani senza un osso / come attori senza la parte” (Riders On The Storm – Jim Morrison). Non c’è niente di gratuito in questo mondo, neanche la pietà. Alla fine è sempre la nostalgia che ci permette di restare in piedi,
che ci rapina i sentimenti, che fa scattare quella molla e ci salva
dalla tempesta. Anche quando pensiamo di esserci liberati per sempre da
quella cosa che ci faceva penare, non sappiamo mai se lei ha lasciato
noi. Pioveva sempre. Accidenti. Il vento sferzò la pioggia strizzandola.
A che serviva prendersela con gli altri, è sempre con noi stessi che
dobbiamo fare i conti. Come nodi che vengono al pettine, abbiamo tutti
qualcosa da regolare. Camminavo lento, con la sottile percezione di aver inseguito le cose sbagliate… e quella notte non ebbe fine. Sono sempre stato il miglior nemico di me stesso. Nulla da invidiare a nessuno, per questo. Ho commesso un errore dopo l’altro, ho abbassato la guardia e mi sono fatto fottere dalle circostanze. Erano le quattro e tre quarti della notte. “Quando sei strano i volti vengono fuori dalla pioggia. Quando sei strano nessuno ricorda il tuo nome” (People Are Strange – Jim
Morrison). Attraversai la strada, nel momento esatto in cui un’auto
sfrecciò veloce e mi schizzò del fango sul soprabito. Al market aperto 24 ore su 24, comprai un giornale, latte e biscotti in offerta speciale. Nel distributore automatico presi le sigarette e un accendino. Dovevo smettere di fumare.
Con quello che costavano e con il poco denaro che guadagnavo dovevo
pensare solo ai bisogni primari. A conservarmi. Dopo tutto, non è che
abbia mai avuto grandi pretese, anche quando frequentavo l’altra vita,
quando avevo un lavoro stabile. Adesso, a furia di scagliare colpi alla
cieca, mi sentivo vuoto e senza prospettive. Avevo perso tutte le forze, ero inerte. Ma dovevo pur esistere. Stavo in silenzio, seduto sulla poltrona, ascoltando la pioggia che crepitava sul vetro e “The Boatmnan’s Call” di Nick Cave. Mi assopii. Avevo sempre lavorato come operaio in una fabbrica di profilati d’alluminio, impiegato alla fusione. In quella fabbrica avevo conosciuto Matilda. Il mio amore. Era un addetta alle pulizie. Quando la vidi la prima volta, dentro quella salopette
celeste di una taglia più grande, aveva i capelli raccolti dentro una
cuffia bianca e armeggiava con scope e strofinacci, mi sembrò stupenda.
Come lo era d’altronde. E mi tremarono le gambe, quando mi accorsi che
mi osservava con interesse. “Ora, ti amerò / Finché dal paradiso non pioverà più / ti amerò finché le stelle non sprofonderanno dal ciel o/ Per te e per me”. (Touch me – Jim Morrison). Anna mi svegliò delicatamente, toccandomi la spalla. Possedeva una copia delle chiavi di casa che gli aveva dato Matilda
e che io le avevo lasciato. Tutto era tale e quale a quel giorno in
cui se ne era andata. Anche gli oggetti sui mobili di casa erano nella
stessa posizione di quando c’era lei. Aprii gli occhi mostrandole un
sorriso stinto. “Vieni a mangiare Al – mi borbottò – si fredda tutto”. Era il mio angelo custode.
Poco prima di cedere al sonno, una paura tremenda mi aveva invaso. Poi
la sentii respirare e ascoltai la sua voce, la vidi alzata davanti a me.
Tutto era ritornato… lì in un attimo. “Nella
casa dell’amore / Io conosco il sogno / Di cui vai sognando / Io
conosco la parola / Che spasimi per udire /Io conosco la più profonda e
segreta delle tue paure”. (The Spy – Jim Morrison). Cenammo, ascoltando il notiziario delle 19.30.
Aveva preparato una zuppa di ceci con i crostini di pane e del purè di
patate. Mentre mangiavamo, mi schernì con tenerezza , provando a tenermi
alto il morale. Come avrei fatto senza di lei, mi chiesi, restituendole
un sorriso dolce. Mi aiutava perfino con l’affitto di casa quando non
c’è la facevo a pagare. Tra un boccone e l’altro mi raccontò che avevano arrestato un ragazzo, perché aveva preso una barretta di cioccolata in un supermercato. Il personale lo aveva inseguito e consegnato alla polizia. “Solo serpi che strisciano si comportano in questo modo. Gliela avrei pagata io quella barretta – disse – se
fossi stata lì. E anche adesso, se servisse a qualcosa. Non c’è più
umanità nella gente, siamo l’uno contro l’altro, pronti a scannarci, ad
ammazzarci, per un nonnulla. In un paese dove la cancrena è nello Stato,
dove tutti razziano, dove si commettono crimini terribili, dove
sciacalli internazionali ci succhiano il sangue, dove si spezzano le
vite di milioni di persone, riducendole sul lastrico economico e morale.
In un paese dove nessuno ha mai pagato per le stragi commesse, devi
mandar giù che un ragazzo venga condannato a due anni di carcere per una
simile stupidaggine. Mi chiedo Al, ma che razza di giudici abbiamo, se
non hanno provato nessuna vergogna, ad emettere questa sentenza?. Se non
hanno provato nessun disagio a guardare i loro figli in faccia, la
sera. E’ un paese che merita solo l’indulgenza del disprezzo”
– affermò… e lo disse con rabbia, quasi gridando. Per quanto mi
riguardava, da un bel po’avevo smesso di credere alla giustizia degli
uomini e anche a quella divina. “Questa
e’ la fine / bellissima amica / Questa e’ la fine / Mia unica amica/ la
fine / dei nostri piani elaborati / la fine di ogni cosa stabilita / la
fine / né salvezza o sorpresa / la fine…” (The End. – J Morrison) “Bisogna che vi arrangiate!” ci avevano detto i capi dell’azienda. Le classi dirigenti e i mafiosi usano gli stessi metodi per liquidarti. Sacchi d’immondizia da gettare in qualsiasi momento. Questo eravamo. La nostra vita non contava un cazzo. I loro numeri parlavano chiaro. Era più conveniente spostare la produzione in Cina, dove il lavoro non viene pagato come dovrebbe essere. Dove i più elementari diritti umani vengono calpestati e nessuno fa nulla. Anzi, si fa finta di non vedere. Perché il grasso cola. Quel giorno ci contestarono quasi di esistere. La globalizzazione, il liberismo, la concorrenza, l’euro… di tutto questo ne avremmo tratto solo benefici. Saremmo cresciuti economicamente, diventati competitivi, questo andavano blaterando i politici, nei loro dibattiti televisivi, sorretti da giornalisti ed economisti, pagati per assecondarli. C’era un odore nauseabondo, che mi perforava le narici. Il piano era chiaro, ci volevano rendere ancora più servili, cosi proni ai loro comandi da accettare qualunque decisione avessero preso a riguardo delle nostre vite. Avevano pensato a salvare le banche,
con i loro bilanci fittizi e le loro schifezze perpetrate a scapito di
tutti noi, le uniche responsabili di questo dolore collettivo. Aziende
con un evasione fiscale che avrebbe risanato l’intera economia. Ma dubito che in quelle stanze gli agenti del fisco sarebbero andati a verificare. Piuttosto, lo Stato aveva trovato il modo di raggranellare il denaro per rimpinguargli gratuitamente le casse. Stavano rendendo il lavoro un illusione, un miraggio che, se e quando lo ottenevi, era facilissimo ricattarti. La solita storia dei ricchi contro i poveri, ma questa partita si stava giocando con una crudeltà senza pari. Mai fidarsi degli uomini, è come farsi uccidere. “I
servi hanno il potere / gli uomini cane e le loro meschine donne /
Tirano su povere coperte / I nostri marinai / Sono stanco delle facce
austere / che mi fissano dalla tv / Torre / ci voglio delle rose dentro”. (The Severed Garden – Jim Morrison). Ci sarebbero voluti i poeti al potere.
Forse, gli unici in grado di ridare una nuova anima al mondo.
Nonostante tutto, avevo provato a reagire allo sconforto, mi ero dato da
fare. Finito il periodo di cassa integrazione e di
lotta, per tentare di riprendermi il posto perso, cercai di svolgere
qualsiasi mansione. Accettavo tutto quello che mi si proponeva. Guardiano notturno nei cantieri edili, imbianchino, autista, anche piccoli lavoretti a servizio di chiunque mi pagasse la giornata. Cercavo di andare avanti, al contrario di Matilda, che dopo il licenziamento era precipitata nella notte più nera. Si era distaccata da tutto e da tutti, non riusciva a reagire a quello stato di cose. Era finita per inghiottirsi dentro se stessa,
ogni giorno di più. Il suo fu un viaggio spaventoso nelle tenebre. Mi
versai un whisky e accesi una sigaretta. Il buio si era insediato nella
stanza. Per non restare da solo, cercai il suo disco preferito, “Closing Time” di un giovanissimo Tom Waits, allora scombussolato di romanticismo. La puntina si poggiò frusciando: “Una
ninnananna alla mia piccola, non piangere tesoro. Ci sono gocce di
rugiada sulla finestra, caramelle di gelatina nei tuoi pensieri. Stai
scivolando nel mondo dei sogni mentre reclini, lentamente il capo”. (Midnight Lullaby Tom Waits).
Mi alzai dalla poltrona per prendere il posacenere. Lo feci lentamente,
molto lentamente, per paura che andassi del tutto in frantumi. Mentre il cielo diventava color rame, quella città mi sembrò un posto non peggiore di altri. Entrai in un bar qualsiasi e mi sedetti sullo sgabello vicino al banco. La cameriera
mi accolse con un sorriso opaco e senza quei formalismi del cazzo che
mi mettevano a disagio. La osservai mentre preparava il mio Johnny
Walker etichetta nera. Era bella, ma di quella bellezza artificiale.
Troppo perfetta, per uno come me. Quando mi passò il whisky e si mise a
parlottare del più e del meno, mi sembrò più vera di come mi era apparsa
di primo acchito. Un altro viaggiatore nella notte, rassomigliante a Jena Plissken, prese posto accanto a me. Mi scrutò con occhi vitrei e ordinò un bourbon liscio. “Lo
sai il giorno distrugge la notte. La notte divide il giorno. Ho provato
a correre. Ho provato a nascondermi. Fatti strada verso l’altro lato”. (Break On Through – Jim Morrison) Erano tre anni che non stavo più con una donna. Da quando Matilda
si era ammalata. Da quando diceva che voleva addormentarsi, per non
svegliarsi più. Allora non provai mai a forzarla, e pensandoci adesso,
probabilmente sbagliai. Forse lei non si era sentita più desiderata, ma
io l’amavo con tutto me stesso e avevo solo paura di ferirla, di farle
del male. A volte, non sai mai qual è la cosa giusta da fare.
Uscii dal bar e presi a camminare senza meta per la città. Era solo un
modo per non impazzire del tutto. Non riuscivo a dormire e, per seminare
i miei spettri, vagare nell’ombra era diventato quasi un obbligo. Le
volte che mi capitava di non aver voglia di muovermi, restavo chiuso in
casa. Mi accadeva di chiamarla ad alta voce e continuare a farlo
pensando che lei mi rispondesse… ma i morti non parlano. “Reami
di felicità, reami di luce. Qualcuno è nato per vivere benissimo.
Qualcuno è nato per stare in delizia. Qualcuno è nato per una notte
senza fine..” (The End of the night – J. Morrison).
Quella mattina risvegliatomi, misi sul fornello la macchina del caffè e
aspettai che venisse fuori. Lo versai in due tazze e ancora fumante ne
portai una a Matilda, che sonnecchiava raggomitolata
nel letto. La baciai tra i capelli come facevo sempre, lei scoperchiò le
coperte e mi abbracciò. Fu un abbraccio inconsueto, forte e lungo… ma
solo dopo mi resi conto che non lo aveva mai fatto in passato. “Prima
che tu diventi incosciente. Vorrei un altro bacio Un’altra possibilità
di grande felicità. Un altro bacio, un altro bacio. I giorni sono
luminosi e pieni di dolore. Prendimi nella tua sottile pioggia” (The Crystal Ship – J. Morrison). Anna
mi attese tutto il giorno sotto il portone d’ingresso… e non permise a
nessuno di avvicinarsi e neanche di contattarmi al telefono. Quando mi
vide svoltare l’angolo del palazzo, mi venne incontro. Non ci fu bisogno
che dicesse nulla, lessi tutto in quello sguardo perso nel vuoto, in
quell’abbraccio senza fine che mi diede. Se ne era andata per sempre, ingerendo barbiturici. Così è la vita. E’ così che tutto finisce! Anna aveva suonato alla porta, senza ottenere risposta. Suonò ancora una volta. Niente. Alla fine, apri con la chiave e trovò Matilda
riversa sul letto. Dal controllo che fecero gli inquirenti non risultò
che avesse lasciato alcun biglietto per spiegare il suo gesto. A quel punto la mia guerra era terminata. Perché, finché si lotta, ci si aggrappa alla speranza; dopo si penetra sgomenti dentro al buio. Nel nulla più assoluto. “Yeah, vieni / Quando la musica é finita / Quando la musica é finita, / Spegni le luci / spegni le luci…“ (When The Music’s Over – Jim Morrison). Qualcuno
mi consigliò di lasciare quella casa, ma non l’ascoltai. Era l’unico
modo per sentirla ancora viva, per continuare a parlarle, per seguitare
ad amarla. Il cielo si punteggiò di stelle. Attraversai la notte, prima con passi lenti, poi sempre più spediti. Un viaggiatore solitario si spinge sempre più lontano. Ma fino a dove si può arrivare?
Dove bisogna che si fermi? Nessuno lo sa con precisione. Entrai in casa
che erano quasi le cinque della stessa notte, il giorno dopo. Mentre
ululavo alla luna, nella semioscurità avevo notato due ragazzi che camminavano abbracciati, come Dylan e Susan Rotolo, nella foto di copertina di “The Freewheelin”.
Le era sempre piaciuto quello scatto, sosteneva che noi assomigliassimo
a quei due. Abbassai le palpebre che quasi mi s’incenerirono e mi venne
un capogiro che dovetti appoggiarmi alla parete. Quando mi scollai, il
cuore prese a battermi in maniera inaudita e iniziai a sudare freddo.
Nel chiaroscuro del salottino, strinsi quell’ellepì e mi avvicinai alla
finestra. Scostai la tenda, una bava di luce penetrò. Tirai fuori il disco e un foglietto cadde a terra. Lo raccolsi e, con le mani che mi tremavano, lessi quell’ultimo brandello di vita: “Sei l’essenza di tutti i miei sogni, Al. Ti amo. Come un’altra, voglia Dio, possa amarti. Matilda”. A ricordo di Jim Morrison, Re Lucertola.
Bartolo Federico
domenica 17 dicembre 2017
Nessuna via d’uscita
La pioggia si era messa a schizzare da ogni parte,
l’uomo si passò una mano sulla fronte, ma incomprensibilmente tardò ad
andare via. Era vestito con abiti signorili e vederne uno in quella zona
della città, era davvero una cosa che non passava inosservata. A guardarlo da dietro il vetro della mia finestra di casa, pareva uno di quelli che si vedono nei film noir. Con quelle scarpe nero lucide, l’abito di grisaglia e il trench beige portato con il collo alzato… doveva essere un manager
o un uomo d’affari. Di certo apparteneva a quella razza umana, dei
sicuri di sé. Uomini che anche sotto la pioggia (che lo stava inzuppando
dalla testa ai piedi) restavano indifferenti. Mi allontanai dalla
persiana e spensi il radioregistratore che suonava Are You Gonna Be There (At the Love-In) una canzone della Chocolate Watch Band contenuta in “No Way Out”, album uscito nel 1967. Una garage band tosta, rude, messasi insieme nel 1964 a San Jose, città vicino San Francisco. Il gruppo, composto da Ned Torney, Mark Loomis, Jo Kemling e Tom Anton,
aveva una passione sfrenata nel suonare con chitarre taglienti un
rock’n’roll grezzo, di grande impatto emotivo. Esordirono con un 45 giri contenente la cover ben fatta di It’s All Over Now Baby Blue di Bob Dylan, anche se la loro influenza principale restava quella congrega di bastardi e drogati dei Rolling Stones. Si racconta che la versione di Come on fece impallidire lo stesso Mick Jagger quando
la sentì. Non so perché ma mi ero tolto le scarpe, e dopo un po’ la
pioggia smise di cadere. Guardai nuovamente fuori dal vetro, e di quell’uomo non c’era più traccia.
Sparito nel nulla, come alle volte scompaiono certe cose di noi. Era da
un po’ che il peso di quello che facevo, o che non facevo, mi
schiacciava verso il fondo. Cercare un senso a tutto questo non è che
migliorasse la situazione. La mia voglia di verità e giustizia era fatica sprecata,
destinata a rendermi la vita ancora più triste. Così quella sensazione
di sentirmi in trappola aumentava. Forse, ragionai, è solo una questione
di prospettive ma, in fondo, vale sempre la pena di viverla questa
vita. Anche quando inghiottiamo merda a palate, e ci sentiamo soffocare
dagli eventi. C’è sempre un modo per rimetterci nuovamente sulla strada
dei sogni. Alle volte una frase, un libro, una giornata di sole, un
bicchiere di Jack Daniel, una scopata con i fiocchi, bastano
per superare quei marciapiedi malconci e sconnessi, in cui ci troviamo a
camminare. Alle volte serve anche una canzone dei Kinks, per sorreggerci e riprenderci dallo sbandamento. Turbolenti e aggressivi i fratelli Davies,
tanto che i loro concerti si trasformavano sovente in gigantesche
risse. Con liriche ironiche sostenute da un rock-beat energico e
diretto, Ray e Dave entrambi chitarre e voce, prendevano di mira con le loro canzoni la piccola borghesia inglese. Nati nel 1963, dopo un breve rodaggio volarono in cima alle classifiche con You Really Got Me, un pezzo che diventerà negli anni un classico riproposto da un infinità di artisti. Nel 1979 vanno in tour in America, ed è da quelle notti passate sui palchi che nel 1980 venne tirato fuori “One For The Road”. Un disco che offre abbastanza materiale di successo, e che diventerà suo malgrado come un antologia… ma è anche vero che è un disco per chi si muove in tante direzioni diverse, e si trasforma in tante persone diverse. La vita non è altro che una concatenazione di eventi, di frammenti, di ricordi. Non esiste una giusta lotta. Ho spento la sigaretta con odio. Non sapevo più cosa pensare. Il diavolo mi era saltato fuori con un ruzzolone da una scatola di ricordi, chiusa da chissà quanto tempo.
Ebbi come l’impressione di essermi infilato dentro una di quelle buche
da cui è difficile uscirne senza niente di rotto. Udivo il suo respiro,
la sentivo muoversi nell’oscurità. La porta del bagno che si chiudeva,
l’acqua che scorreva nel lavandino, i suoi morbidi passi mentre mi
raggiungeva nel letto. Mi sentivo distrutto da quei pensieri. Allora
accesi la luce e lo stereo in contemporanea, ricordandomi di un vecchio
amico che in passato aveva riempito un vuoto. American Fool uscì nel 1982 e mi fece conoscere John Cougar, un ragazzo nato in un paesino del Midwest, nello stato americano dell’Indiana.
Veniva dalla periferia quel figlio di puttana, bastardo e spocchioso,
con il giubbino di pelle, una moto e i Ray-Ban sul viso. Mi sembrava che
fosse giunto finalmente a casa mia il fratello più grande, che tanto
avevo desiderato. Così, tenendomi sotto le ascelle la busta con quel
disco comprato da “Melluso” un sabato pomeriggio, John entrò nella mia vita, mentre in sella al mio ciclomotore, un Bravo col motore truccato di colore rosso, guidavo nel traffico cittadino, credendo di avere un Harley Davidson. China Girl, Jack & Diane, Thunder Hearts, Hurts So Good,
furono una scossa di adrenalina. Canzoni che centrarono il bersaglio, e
mi colpirono direttamente al cuore. Dopo aver pubblicato nel 1983 “Uh Uh”, un 33 giri dal piglio rollingstoniano, da sempre un suo grande amore, nel 1985 esce “Scarecrow”, un lavoro musicalmente più maturo dei precedenti, pensato e scritto in difesa della causa dei contadini, strangolati dalle banche e dalle scelte socio-economiche dell’allora presidente Reagan, che qui viene attaccato duramente in The Face Of The Nation. L’esempio che ha in testa Cougar (da sempre animato da una forte sensibilità sociale) è quello di Woody Guthrie… ma per questa battaglia non si presenta come faceva il vecchio Woody solo con una semplice chitarra “ammazza fascisti”, porta con se una band di duri e puri rock’n’roller, una band che suona pungente e acre quanto basta, per rafforzare il suo urlo di battaglia e di dolore.
“Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro Questa terra ha alimentato una nazione, questa terra mi ha reso orgoglioso E figlio mio, mi dispiace, ma non erediterai niente. Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro.” (Rain On The Scarecrow – John Mellencamp/George M. Green).
La schiavitù del lavoro, le disparità, l’odio razziale, la povertà dilagante e le ferite dell’anima inflitte dai governi alla gente, sono i passi che servono per distruggere intere popolazioni. “The Lonesome Jubilee” è uscito nel lontano 1987 ma la solitudine, le difficoltà economiche ed esistenziali, i problemi del lavoro della gente di mezza età che sono i temi fondanti di questo disco, risuonano tragicamente attuali. Queste canzoni sono come tagli profondissimi, inflitti sulla carne viva delle persone. E’ uno di quei casi in cui le cose restano sempre le stesse, quando invece non dovrebbero esserlo più. Per uscire dallo sconforto, mi misi a suonare del blues. Charlie Patton, Blind Willie McTell, Son House, Bukka White, tutta roba incredibile. Mentre li ascoltavo cantare accesi una sigaretta, e ripensai a quello che mi aveva detto un anziano signore al supermercato: “alla fine le cose che ci distruggono non sono soltanto quelle che non facciamo, ma anche quelle che facciamo”… e che ci vuole molto tempo per venirlo a sapere. Ci vuole tempo per imparare tutto… perfino a difendersi. Anche i Flamin Groovies che sono un gruppo di rock’n’roll e rhythm&blues nato in California nel 1965, hanno dovuto impararlo. Il classico esempio, quello dei Groovies, di chi arriva sempre in ritardo all’appuntamento con la notorietà. Un po’ di sfiga, ma anche la voglia di essere controcorrente, sono sempre state le peculiarità della loro carriera. Per potere esordire furono costretti a stamparsi il disco da soli. Duemila copie in tutto. Solo in seguito la Epic, li mise sotto contratto… ma l’esito delle vendite di “Supersnazz”, per loro sarà disastroso. Nel tempo però quel vinile sarebbe divenuto un cimelio, ambito e ricercato da tutti i collezionisti di musica dei sixties. I Groovies, come chiunque abituato ad arrabattarsi, è gente abituata a masticare amaro, ma pur con mille difficoltà la band è arrivata con gli strumenti in mano fino ai giorni nostri. “Fantastic Plastic” uscito in questi giorni, mantiene ancora inalterata la loro voglia di rock’n’roll, in un era in cui questa musica ha perso molto della sua vivacità, e del suo antico estro. In tutti questi anni passati (pur restando nell’ombra) a servizio del rock, di loro rimangono comunque un pugno di canzoni, che t’incendiano l’anima. Anche se c’è soprattutto una loro canzone che ancora oggi viene suonata sui palchi dei seminterrati, dei garage o dei piccoli club, che avrebbe meritato palcoscenici più blasonati. Un vero classico Shake Some Action, per chi è rimasto seduto in seconda fila, nel grande Luna-Park del rock… e la versione che suonarono Charlie Pickett And The Eggs nel disco d’esordio intitolato “Live At the Button” del 1982, è semplicemente fantastica. Un brivido lungo un miglio. Una canzone che suona come un canto di vittoria per tutti quei sognatori, canaglie e solitari, caduti e sperduti per il troppo furore di vivere. Graham Bond era uno dei padri del blues inglese. Morì travolto da un convoglio della metropolitana londinese, contro il quale era caduto ubriaco e drogato. Ci sono inferni che non si immaginano neppure… ma nessuno può fermare lo scorrere del tempo. Nessuno. Possiamo solo sistemare i ricordi dentro i cassetti della memoria e, andando avanti, cercare solo di limitare i danni. Prima che arrivi il silenzio.
“Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro Questa terra ha alimentato una nazione, questa terra mi ha reso orgoglioso E figlio mio, mi dispiace, ma non erediterai niente. Pioggia sullo spaventapasseri, sangue sull’aratro.” (Rain On The Scarecrow – John Mellencamp/George M. Green).
La schiavitù del lavoro, le disparità, l’odio razziale, la povertà dilagante e le ferite dell’anima inflitte dai governi alla gente, sono i passi che servono per distruggere intere popolazioni. “The Lonesome Jubilee” è uscito nel lontano 1987 ma la solitudine, le difficoltà economiche ed esistenziali, i problemi del lavoro della gente di mezza età che sono i temi fondanti di questo disco, risuonano tragicamente attuali. Queste canzoni sono come tagli profondissimi, inflitti sulla carne viva delle persone. E’ uno di quei casi in cui le cose restano sempre le stesse, quando invece non dovrebbero esserlo più. Per uscire dallo sconforto, mi misi a suonare del blues. Charlie Patton, Blind Willie McTell, Son House, Bukka White, tutta roba incredibile. Mentre li ascoltavo cantare accesi una sigaretta, e ripensai a quello che mi aveva detto un anziano signore al supermercato: “alla fine le cose che ci distruggono non sono soltanto quelle che non facciamo, ma anche quelle che facciamo”… e che ci vuole molto tempo per venirlo a sapere. Ci vuole tempo per imparare tutto… perfino a difendersi. Anche i Flamin Groovies che sono un gruppo di rock’n’roll e rhythm&blues nato in California nel 1965, hanno dovuto impararlo. Il classico esempio, quello dei Groovies, di chi arriva sempre in ritardo all’appuntamento con la notorietà. Un po’ di sfiga, ma anche la voglia di essere controcorrente, sono sempre state le peculiarità della loro carriera. Per potere esordire furono costretti a stamparsi il disco da soli. Duemila copie in tutto. Solo in seguito la Epic, li mise sotto contratto… ma l’esito delle vendite di “Supersnazz”, per loro sarà disastroso. Nel tempo però quel vinile sarebbe divenuto un cimelio, ambito e ricercato da tutti i collezionisti di musica dei sixties. I Groovies, come chiunque abituato ad arrabattarsi, è gente abituata a masticare amaro, ma pur con mille difficoltà la band è arrivata con gli strumenti in mano fino ai giorni nostri. “Fantastic Plastic” uscito in questi giorni, mantiene ancora inalterata la loro voglia di rock’n’roll, in un era in cui questa musica ha perso molto della sua vivacità, e del suo antico estro. In tutti questi anni passati (pur restando nell’ombra) a servizio del rock, di loro rimangono comunque un pugno di canzoni, che t’incendiano l’anima. Anche se c’è soprattutto una loro canzone che ancora oggi viene suonata sui palchi dei seminterrati, dei garage o dei piccoli club, che avrebbe meritato palcoscenici più blasonati. Un vero classico Shake Some Action, per chi è rimasto seduto in seconda fila, nel grande Luna-Park del rock… e la versione che suonarono Charlie Pickett And The Eggs nel disco d’esordio intitolato “Live At the Button” del 1982, è semplicemente fantastica. Un brivido lungo un miglio. Una canzone che suona come un canto di vittoria per tutti quei sognatori, canaglie e solitari, caduti e sperduti per il troppo furore di vivere. Graham Bond era uno dei padri del blues inglese. Morì travolto da un convoglio della metropolitana londinese, contro il quale era caduto ubriaco e drogato. Ci sono inferni che non si immaginano neppure… ma nessuno può fermare lo scorrere del tempo. Nessuno. Possiamo solo sistemare i ricordi dentro i cassetti della memoria e, andando avanti, cercare solo di limitare i danni. Prima che arrivi il silenzio.
Bartolo Federico
sabato 9 dicembre 2017
Selvaggio Blues
“Ehi Chinaski, sbraitò il diavolo, spegni
quel sigaro che mi stai impuzzendo il manto e smettila di ruttare e
scorreggiare. Dal tuo arrivo quest’inferno è diventato una bolgia, tanto
che non riesco più ad avere un attimo di pace. Questi maledetti che mi
stanno intorno, sembrano dei pazzi, non fanno altro che bere, scopare,
fumare, e prendersi a cazzotti. Delle vere bestie. Sei riuscito a
infettare persino il mite Ferdinand; da quando gli hai passato quel nastro ha ritrovato lo slancio dei suoi giorni migliori. Non fare il furbo con me Hank,
quella cassetta te l’ha messa in tasca l’infermiera il giorno che ti ha
vestito per spedirti qua sopra. Ti sei fatta anche lei eh! vecchio
tralignato. Di la verità! Ad ogni modo, il tuo amico Celine
se ne sta sempre nell’ombra della sua celletta a scrivere appunti,
grugnendo e sospirando, e non la smette di ascoltare le canzoni che
quell’altro matto urla come un ossesso, quel Richard Wayne Penniman”. Satana
si asciugò la fronte. Aveva i tendini del collo arcuati e le dita delle
mani piegate. Lo fissò negli occhi e riprese la chiacchierata. “Ah!
quel fetente mi tormenta. Però a furia di sentirli quei rock’n’roll, li
ho imparati a memoria. Te la ridi eh, stronzo di un Chinanski,
sei il solito rotto in culo, non ti passa mai a te. Ghigni sbavando,
perché lo sai che lui si trova a suo agio nei tragitti bui e tenebrosi, e
anche unti di grasso. Quello squilibrato, si è ingozzato di sogni per
resistere quassù, si è portato tutti quelli che gli riscaldano meglio
l’anima, quelli sporchi e cattivi, come i tuoi… ma oggi sono in vena di
confidenze e ti dirò che mi piacciono un casino quelle canzoni che
ascolta, specialmente quella che inizia con Wop bop a ba loo bop a lop bam boom!“. Ad
un tratto, come serpenti inquieti, arrivò una valanga di anime che non
finiva mai. Il demonio le squadrò esaminandole attentamente. “Adesso Hank
sono davvero incazzato nero perché devo andare a lavorare, e sai quanto
mi rompe i coglioni, quindi porgimi quella cazzo di birra e vodka che
hai a lato, almeno mi metto un po’ su di giri”. Era andato via, e l’aria puzzava nuovamente di scoreggia. Ma tornò indietro e con un colpo riaprì la porta. “Visto che ci sei dammi anche quel sigaro, se no per punizione ti spedisco in paradiso… non te lo scordare Chinaski, gli proferì minaccioso, che comando io qui.”
e richiuse la porta con un colpo solo. C’è una vena passionale e
romantica in ognuno di noi, che ci spinge a cercare la nostra natura.
Nei Sud del mondo non e mai stato facile vivere, se sei povero e per giunta di colore allora sono solo guai. Il piccolo Richard si sedette sul gradino insieme ai suoi zii, e a suo nonno, predicatori battisti
che se ne stavano assorti in preghiera. In quel pomeriggio in cui la
temperatura arrivò oltre i quaranta gradi, che anche i rospi negli
stagni non saltavano più, qualcuno nel vento infuocato stava suonando un
blues arido. Richard chiuse gli occhi e assaporò
quell’odore di pesce gatto fritto, che arrivava da chissà dove e che gli
perforò le narici, trapanandogli lo stomaco vuoto. Era l’estate del 1939 e il piccolo Penniman ultimo di una famiglia di quattordici figli, aveva circa sette anni e lavorava per strada. Suo padre vendeva alcool di contrabbando, ed era un uomo duro che gli metteva una paura boia… ma quando culli un sogno fai di tutto pur di avverarlo. Costi quel che costi. “War Hawk”
com’era chiamato per via della sua voce energica e tonante dagli altri
ragazzi di colore che cantavano con lui nel coro della chiesa, se ne andava di nascosto a lezione di pianoforte dopo aver racimolato con molta pazienza il denaro per pagare l’insegnante. Perché alla fine è solo con le bugie che atterri dove ti pare,
e sono solo le bugie a renderti la vita meno difficile. Bugie
innocenti, bugie vitali. Tanto nella tomba ci finisci sempre da solo.
Erano tempi quelli, in cui la gente di colore aveva paura a mettere
anche un pianoforte in chiesa, perché pensava che fosse il diavolo
incarnato. Un’istituzione fondamentale la chiesa per la vita della comunità di colore, l’unico luogo consentito ai neri per riunirsi in gruppo… ed è proprio in quei raduni che Little Richard fu
in grado di mostrare il suo enorme talento. Ma un uomo libero non starà
mai dalla parte di nessuno, e tantomeno nessuno vorrà stare con lui.
Allora cercheranno di rinchiuderlo in modo da averne il controllo.
Quando il mercato discografico fiutò l’affare rock’n’roll, gli piombò addosso come un avvoltoio, e se lo divorò con cupidigia. Era il nuovo peccato, e il peccato è commercio.
Ammiccante, sfolgorante. La paura che abbiamo è sempre quella di
sentirci vuoti, e non avere nessuna ragione per vivere. Appena
tredicenne Little Richard si vestì stravagante e se ne andò insieme al “medicine show” del Dottor Hudson per le strade polverose piene di miseria e dolore del Mississippi. Quando fece ritorno a Macon (Georgia)
sua città natale, il padre non trovò di meglio che cacciarlo di casa…
ma mai perdere la speranza e dolersi troppo per il domani. “L’incudine sopravvive al martello”. Little Richard venne adottato da una coppia di bianchi, Ann e Johnny Johnson, che lo rimandano a scuola e lo fanno anche esibire nel loro locale, il Tick Tock Club. A soli sedici anni vince un audizione con la casa discografica Rca, che gli fa incidere quattro 78 giri. Every Hour, Taxi Blues, Get Rich Quick, Thinkin’ About My Mother,
incisioni che vengono eseguite da band di blues locali. La sua voce
spicca su tutto, e quel suo modo di aggredire la canzone e le parole,
che saranno in seguito il suo marchio di fabbrica. Il diavolo lo sa bene
che tutti i giocatori d’azzardo sono dei fottuti sognatori, e che
suonano il rock’n’roll… ed è loro che aspetta per quel giro finale di
poker. A quel tempo Richard ascoltava molto il blues di Howlin Wolf, ma anche il gospel di Mahalia Jackson e del pioniere Fats Domino. Adesso era arrivato il momento di sperimentare nuove emozioni. Lavora con diversi musicisti, passando per gruppi vocali come i Deuces Of Rhythm & Tempo Toppers, ed incide nuovi pezzi per la Houston-Based Peacock, label di Don Robey.
Queste canzoni non sono altro che dei blues ma sempre meno
convenzionali. Il suo lato selvaggio sta pian piano venendo fuori e
prendendo il sopravvento. Nel 1953 vengono pubblicati Fool At The Wheel, e Ain’t That Good News. I cani nel vicolo abbaiavano, ringhiando minacciosi. Erano le quattro meno un quarto di un mattino del 1955. Richard
si sentiva stanco e demoralizzato perché tutti i suoi tentativi di
arrivare al successo con la musica sembravano non portare a nulla.
Diventare una star per un uomo di colore significava
riscattarsi da una vita di umiliazioni e privazioni. Aveva acquisito una
grande professionalità a contatto con musicisti del calibro di Johnny Otis, artista
con cui continuerà a lavorare anche in seguito. In questo lasso di
tempo era stato anche caparbiamente sincero con se stesso, ma sembrava
che tutto questo non bastasse per trovare la via del successo. “Se non riuscissi a sopravvivere con la musica pazienza”
pensò sfregando la brace dalla sigaretta, e infilando il mozzicone
nella tasca della camicia. Girò tutta la notte per le strade della
città, tra case di legno, e cortili di terra battuta. Quando fu sulla
via principale traballando tentò di cantare una canzone. Un vecchio
blues… ma era troppo ubriaco per ricordarsi le parole. Si inginocchiò e sparse ululati da lupo ferito alla luna.
Poco più tardi il gallo cantò tre volte. E’ molto meglio non
filosofeggiare troppo sulle cose, perché la paura non porta da nessuna
parte. Little Richard, alquanto scoglionato e afflitto, si ritira dalle scene e se ne va a fare il lavapiatti, in un terminal del Greyhound ma
non lascia la musica, continua a scrivere canzoni e anche sul lavoro
non smette mai di cantare. Un motivo per il proprietario per insultarlo e
trattarlo male… ma è proprio mentre lavora qui che scrive il suo jolly. Tutti Frutti è una canzone che fa ascoltare al suo amico Lloyd Price che gli consiglia di spedirla alla Specialty Records di New Orleans.
Questo pezzo suona come una corrente d’aria fresca, in un anima piena
zeppa di tagli e graffi. Fa uno strano effetto bagnarsi di luce, dopo
essere stati per tanto tempo nell’ombra. Che sia chiaro a tutti. La vita è una botta di culo, senza non si va da nessuna parte. Talento o non talento, Charles Bukowski fu tratto in salvo da John Martin, un
appassionato delle sue poesie, che gli propose di lasciare l’impiego
alle poste per dedicarsi alla scrittura, offrendogli un assegno mensile
di cento dollari. ”Quel giorno il signor Rolls incontrò il signor Royce”. Art Rupe il boss della Specialty Records se
ne stava spaparanzato nel suo ufficio con le gambe sul tavolo,
ascoltando quel nastro che gli era appena arrivato. Il ventilatore era
guasto e faceva un caldo infernale. Era ridotto uno straccio quando il
telefono squillò. Alzò la cornetta grattandosi le palle e riattaccò.
Quella voce, ragionò, forse poteva tenere testa a quel Ray Charles che in quei giorni si era preso la scena con I Got A Woman,
una canzone che stava spopolando nelle classifiche di vendita. Dopo
mezz’ora il telefono trillò nuovamente, ma questa volta rispose. Era il
suo direttore artistico “Bumps”. “Ti stavo cercando” lo aggredì Art. Vieni subito in ufficio che abbiamo qualcosa di veramente esplosivo”. “Bumps” Blackwell ascoltò quel nastro e con il boss decisero di comprare il contratto di Little Richard dalla Peacock. Dopo qualche giorno prenotarono un biglietto d’aereo per fare arrivare Richard a Hollywood dove i tre si incontrarono per prendere accordi sulle session da tenere, e che dovevano avvenire il più presto possibile. Anche la Specialty non
se la passava finanziariamente tanto bene in quel periodo, e il tempo
per chi fa affari è denaro. Si cammina a piccoli passi con il piatto in
mano, in una sorta di equilibrio instabile. Non ci vuole poi molto a
ruzzolare. Era pratico e attrezzato il J&M studios di New Orleans messo a sua disposizione. Il quattordici settembre del 1955 Little Richard, inizia a registrare le sue canzoni. He’s My Stars, Wondering, Directly, I’m Just A Lonely Guy, Kansas City. L’atmosfera
tra i musicisti è rilassata e complice. Tra uno stacco e un altro, si
beve, si fuma erba, e si scherza. Ogni tanto Little rulla al piano le note di Tutti Frutti e si accorge che i musicisti gli vanno dietro divertiti… ma quella canzone non fa parte di quelle session perché il suo testo è troppo volgare per essere pubblicato. Glielo aveva detto Blackwell
ad inizio seduta che quella canzone restava fuori ma, con il passare
delle ore, tutti si accorgono che è davvero impossibile non inciderla.
Si decide su due piedi di far arrivare in studio Dorothy LaBostrie, una scrittrice del luogo, per affinare quel linguaggio sporco e da strada contenuto nel testo. Quando tutto fu pronto, Little
batté il piano con un ritmo ancora più folle delle prove precedenti, le
percussioni entrarono dure, e arrivò la sua voce rauca, ansante, carica
di sesso. Tutti i musicisti a quel punto si lasciarono andare, e fu
allora che Richard saltò sul piano, cadde in ginocchio,
singhiozzò e si mosse lento… poi veloce, e quando entrò il sax, cazzo
quando entrò il sax, tutti ballavano in una follia seducente e bastarda.
Il rock’n’roll nero era appena nato. Tutti Frutti vendette più di mezzo milione di copie e anche le stazioni radiofoniche dei bianchi la trasmisero visto che non era più “hot”. Quello fu solo il primo di una lunga serie di successi. Long Tall Sally, Slippin’ And Slidin’, Rip It Up, She’s Got It, Lucille, Jenny Jenny, Keep A Knocking… tutti brani entrati nelle hit-parade
dell’epoca.Rock’n’roll spinti da una rabbia furiosa, cantati con un
aggressività fuori dal comune, da una voce arrogante e disinibita che è
l’emblema stesso del rock. Sul palco Little Richard dà il meglio di sé,
si agita scomposto, muove gli occhi per sedurre, si trucca il viso con
il mascara e ha un’aria minacciosa, attaccato al suo pianoforte. Solo a guardarlo, emana una forza oscura e attraente,
mentre suona il suo rock terroristico e altamente rumoroso che porta
alla dannazione e al peccato. Scompare dalla scena quando è in testa
alle classifiche americane e inglesi con Good Golly Miss Molly. La sua complessa personalità lo spinge a ritirarsi in un mondo di studi religiosi ma non svenderà mai la sua musica, come hanno fatto altri rocker
dell’epoca. Ci nasconde tutto, la vita. E’ con il rumore che copriamo
qualunque cosa per non sentire nulla, neanche quelle voci che ci parlano
da lontano. Il serpente si contorce ancora, ritorna e sparisce,
trascinandosi nel buio per sfuggire alla presa di chiunque voglia
catturarlo. Il coraggio non è perdonare. Si perdona
anche troppo agli uomini, e questo non serve a nulla. Si erano seduti da
circa mezz’ora in un bar di quelli scadenti, Chinaski, Ferdinand, Ernest, e Van Gogh, per il solito poker serale, si stavano ancora studiando quando all’improvviso fece irruzione un tale dall’aria candida, con due fessurine per occhi. “Forse voi non lo sapete, disse, ma alcune persone sono destinate a trascorrere l’eternità all’inferno”. Era un topo di tunnel. Cazzo poteva andar peggio pensarono i quattro e versandosi un doppio scotch presero a cantare «Wop bop a ba loo bop a lop bam boom!» Subito dopo la porta si aprì con un colpo solo. Del resto non vale la pena parlarne.
Bartolo Federico
martedì 5 dicembre 2017
Dove cadono le lacrime
Secchiate di malinconia gli caddero addosso.
Rivide lei, colma di odio e con il diavolo nel cuore strepitargli che
era un coglione, un bastardo, una merda rinsecchita. Fermo sotto un
cartello stradale con quella faccia da tenebre e nebbia che si
ritrovava, fece una risata rauca. Le aveva replicato “questo è ciò che mi hanno fatto diventare, bambina, non averne a male”…
e le disse queste parole con una voce metallica, puntando dritto dentro
ai suoi occhi freddi. Poi, lentamente, girò lo sguardo intorno e con
garbo si aggiustò il cappello… e si sentì andare in pezzi. Si avviò
arrancando lungo la strada fosca. Dal taschino della giacca prese il
pacchetto nuovo di sigarette e scartandolo si rese conto di avere il
cervello come appannato da cumuli di polvere. Le lacrime gli sfondarono le palpebre
e attese che il suo cuore si calmasse. La pioggia continuava a cadere
diritta sulla sua testa, incurante di tutto. Come la sorte.
“Lontano dove il vento leggero soffia, lontano da tutto, c’è il posto dove vai dove cadono le lacrime. Lontano nella notte tempestosa, lontano ed oltre il muro, sei là in una luce lampeggiante dove cadono le lacrime”. (Where Teardrops Fall – Bob Dylan).
Con il passare del tempo le cose si mischiano un po’. Così quelle certezze che ti sei cullato lasciano posto ai dubbi, alle indecisioni, alla paura. Camminava piano costeggiando il muro delle case, senza fare rumore, come se stesse aspettano qualcuno. La pioggia, fredda zampillando sul corrimano di un balcone, gli schizzò sul viso facendogli increspare la pelle. Trattenne il respiro e sentì il suo cuore cigolare nel buio. Doveva riorganizzarsi, ma così su due piedi non era facile. Non era per niente semplice mettere in fila gli eventi e farsene una ragione. Si sentiva strano, come sperduto nel guazzabuglio di se stesso. Certo, c’erano alcune cose da recuperare e altre da buttare, ma doveva farlo alla svelta, prima che queste s’infilassero tutte insieme in quella strettoia buia dell’anima. Correva il rischio di vederle sbucare dall’ombra, tenendosi strette strette l’una con l’altra. Allora sarebbe stata davvero la fine.
“Bottiglie spaccate, vassoi spaccati, interruttori spaccati, cancelli spaccati, piatti spaccati, oggetti spezzati, le strade sono piene di cuori spezzati, parole spezzate che non si sarebbe mai voluto pronunciare, tutto e’ spezzato”. (Everthing Is Broken – Bob Dylan).
Lungo la via un umanità di derelitti soggiornava pacifica. Gente che si lamentava con se stessa, imprecando al cielo. Tanto, nessuno gli avrebbe mai prestato attenzione. Neanche lui. Il camion della nettezza urbana stava raccogliendo la spazzatura. Il conducente, stiracchiandosi sul sedile, fumava tirando lunghe boccate e scomparendo dietro una strato di nebbia azzurra. Gli altri operatori, intenti a raccattare i sacchetti sparpagliati in mezzo alla strada, scherzavano tra di loro, ridendo così forte da fare un baccano inaudito. Li osservò al riparo di un muro. Il suo lavoro lo aveva portato tante volte a rovistare nel pattume e, suo malgrado, vi era scivolato dentro ma, fin quando gli era stato possibile, aveva tenuto duro. Poi era bastato un istante, un nonnulla… e tutto era precipitato, trasformandogli qualsiasi cosa in raccapriccio. Quello che non si spiegava è che era accaduto per cose che alla fine potevano essere anche irrilevanti.
“Abbiamo battuto sul tamburo lentamente e suonato il piffero sommessamente, tu conosci la canzone nel mio cuore. Nel volgere del tramonto fra le ombre della luce lunare puoi mostrarmi un nuovo posto per cominciare”. (Where Teardrops Fall – Bob Dylan).
Ci prendiamo gusto a sfidare la vita a dichiararle guerra… ma la partita è persa, questo sia chiaro. Il cielo si era capovolto sulla sua testa ma, nonostante ciò, i colori del passato gli tornavano in mente nitidi, insieme a quelle storie che sua nonna gli raccontava prima che lui andasse a dormire. Non le sue brutte storie, no, quelle non aveva il coraggio di raccontarle neanche a se stesso. Sentì nell’aria nuovamente forte quella puzza di sangue e merda. Il giorno stava sorgendo sulla città. Si accese una sigaretta ma lasciò che si consumasse tra le dita. Da un balcone aperto il crepitio di una radio lo scosse. “Viviamo in un mondo politico la saggezza è sbattuta in prigione marcisce in una cella e viene fuorviata come dal diavolo senza lasciare nessuno che ne segua le orme. Viviamo in un mondo politico dove la pietà cammina sull’asse la vita è negli specchi, la morte scompare sui gradini della banca più vicina (Political World – Bob Dylan).
Nei momenti in cui il nostro egoismo ci lascia andare, i ricordi diventano autentici e allora ripensiamo a quelle donne che ci hanno amato almeno un po’. In un bar fece colazione con brioche e un cappuccino cremoso. Un poliziotto in divisa entrò e si mise vicino a lui ordinando un caffè ristretto. I loro sguardi s’incrociarono, ma solo per un attimo, attraverso lo specchio che avevano di fronte al bancone. Dopo lo sbirro se ne andò. Da quando era tornato in città la pioggia non aveva smesso di cadere. Uscì dal bar e riprese a camminare lento dando le spalle al marciapiede. Si fermò guardandosi nella vetrina di un negozio. Rimase lì, assorto per qualche minuto, poi riprese a camminare. Un antifurto suonò forte. Il suo passato gli tornava a sprazzi dall’abisso più profondo per annientarlo con le sue lingue di fuoco. Lei era uscita dalla sua vita definitivamente, pensò osservando la sua mano ossuta.
“C’era qualcuno che ci guardava quando mi hai dato quel bacio? Qualcuno là nell’ombra, qualcuno che potrei non aver visto? C’è qualcosa di cui hai bisogno, qualcosa che non capisco? Che cos’era che volevi? E’ qui nella mia mano?” (What Was It You Wanted – Bob Dylan).
Alla fine, dove vogliamo arrivare nessuno di noi lo sa. Era giovane quel poliziotto, di quelli palestrati e baldanzosi. Portava una giacca di pelle nera e un cappello di lana di colore grigio. Lo aveva fermato non appena uscito dalla villetta e stava salendo sull’auto. Lo agguantò dal polso, stringendolo con brutalità. Senza dire nulla gli fece appoggiare i palmi delle mani sulla macchina, obbligandolo ad allargare le caviglie con dei duri colpi al tallone. Mentre terminava questa operazione lo chiamò per nome due volte, ma lui non rispose. Con un gesto fulmineo l’agente gli mise le manette ai polsi intanto che un gruppo di altri cinque sei sbirri sbucati dal nulla arrivavano correndo. Una Mercedes bianca sgommando si accostò al marciapiede. Adesso lo tenevano fermo in due ma lui non si dimenava. Conosceva le regole e non fece nulla che potesse innervosirli. Lo spinsero con forza verso l’auto e, in quattro e quattr’otto, lo caricarono sui sedili posteriori coprendogli la testa con un cappuccio.
“Il predicatore stava parlando, stava facendo un sermone disse che la coscienza umana è vile e depravata, non puoi contare su questo per farti guidare quando sei tu che devi soddisfare tutto questo. Non è facile da mandare giù, ti si ferma in gola. Lei ha dato il suo cuore all’uomo dal lungo cappotto nero”. (Man In The Long Black Coat – Bob Dylan).
Attraversò il corridoio buio e spostò una tapparella per fare entrare uno spicchio di luce. Passò dalla camera da letto, dove c’era ancora appesa al muro la loro foto, e si tolse la giacca. L’odore di chiuso e alcool faceva venire il vomito, ma era come se non la sentisse più quella puzza di marcio. Aveva sempre cercato di uscire dalle menzogne, dalle umiliazioni, voleva fare a tutti i costi una buona impressione alla gente, voleva stare al passo dei ricchi… ma quando non sei abituato come loro a mentire la faccenda si complica. Mise sul piatto del giradischi “Gravity Talks” dei Green On Red, un 33 giri pieno di rughe e ferite e si versò da bere. Amava quel disco uscito nel 1983, amava quell’organo febbrile e irrequieto suonato da Chris Cacavas (il Roy Bittan dei poveri) e le canzoni di Dan Stuart. Quelle canzoni cantate con una voce irriverente, svogliata, ma anche profonda e lirica, aprivano un varco nella sua anima nera. Un disco ricco di influenze importanti, dai Doors ai Velvet Underground a Bob Dylan. Un disco che gli ricordava chi era stato, e cosa aveva amato.
“A che servo sia per gli altri che per me stesso se ho avuto tutte le possibilità e ancora non riesco a vedere se le mie mani sono legate, non dovrei domandarmi chi le ha legate e perché. Ed io dov’ero. A che servo se dico cose banali e rido in faccia a quello che il dolore porta e giro le spalle mentre tu muori in silenzio, a che servo?” (What Good Am I? – Bob Dylan).
Anni dopo lo aveva conosciuto Dan Stuart. Era successo d’estate, quando le giornate si allungano e la strada è inondata dal sole. Di solito non usciva mai, ma quella volta il richiamo fu davvero forte. Si esibiva in concerto insieme a Steve Wynn dei Dream Syndicate sotto la sigla di Danny&Dusty. Due bambini smarriti, due spiriti ribelli con in una mano una bottiglia di whisky e nell’altra una Fender. Non andare a vedere quelli che lui considerava gli ultimi romantici del rock’n’roll sarebbe stato un delitto. Un vero weekend di rock perduto.
“Mama, metti le mie pistole per terra non posso più sparare quella lunga nuvola nera sta scendendo mi sembra di bussare alle porte del cielo” (Knockin’On Heaven’s Door – Bob Dylan).
Subito prese posto in prima fila e dopo, quando ebbe inizio lo show, si posizionò lateralmente vicino all’organo dove un ispirato Cacavas dirigeva la band. Cantò le loro canzoni con passione e trasporto facendo il coro insieme a Chris che gli sorrideva dal palco. La luna era alta e il cielo era pieno di stelle. Quella sera si sentì leggero.
“Suona quelle campane per il cieco e il sordo, suona quelle campane per quelli di noi che sono abbandonati, suona quelle campane per i pochi eletti che giudicheranno i molti quando il gioco volgerà al termine. Suona quelle campane per il tempo che vola, per il bimbo che piange quando l’innocenza muore” (Ring Them Bells – Bob Dylan).
Il telefono squillò per terra, nell’ombra, una volta soltanto. Alzò il ricevitore e si sedette sulla seggiola. Con le labbra incollate alla cornetta disse: “Si!… Ciao, sono Wilma. Buon Natale“.
“Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. Cercavi di entrare in un altro mondo un mondo che non ho mai conosciuto. Mi sono sempre domandato se tu ce l’abbia fatta. Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te.” (Shooting Star – Bob Dylan).
“Lontano dove il vento leggero soffia, lontano da tutto, c’è il posto dove vai dove cadono le lacrime. Lontano nella notte tempestosa, lontano ed oltre il muro, sei là in una luce lampeggiante dove cadono le lacrime”. (Where Teardrops Fall – Bob Dylan).
Con il passare del tempo le cose si mischiano un po’. Così quelle certezze che ti sei cullato lasciano posto ai dubbi, alle indecisioni, alla paura. Camminava piano costeggiando il muro delle case, senza fare rumore, come se stesse aspettano qualcuno. La pioggia, fredda zampillando sul corrimano di un balcone, gli schizzò sul viso facendogli increspare la pelle. Trattenne il respiro e sentì il suo cuore cigolare nel buio. Doveva riorganizzarsi, ma così su due piedi non era facile. Non era per niente semplice mettere in fila gli eventi e farsene una ragione. Si sentiva strano, come sperduto nel guazzabuglio di se stesso. Certo, c’erano alcune cose da recuperare e altre da buttare, ma doveva farlo alla svelta, prima che queste s’infilassero tutte insieme in quella strettoia buia dell’anima. Correva il rischio di vederle sbucare dall’ombra, tenendosi strette strette l’una con l’altra. Allora sarebbe stata davvero la fine.
“Bottiglie spaccate, vassoi spaccati, interruttori spaccati, cancelli spaccati, piatti spaccati, oggetti spezzati, le strade sono piene di cuori spezzati, parole spezzate che non si sarebbe mai voluto pronunciare, tutto e’ spezzato”. (Everthing Is Broken – Bob Dylan).
Lungo la via un umanità di derelitti soggiornava pacifica. Gente che si lamentava con se stessa, imprecando al cielo. Tanto, nessuno gli avrebbe mai prestato attenzione. Neanche lui. Il camion della nettezza urbana stava raccogliendo la spazzatura. Il conducente, stiracchiandosi sul sedile, fumava tirando lunghe boccate e scomparendo dietro una strato di nebbia azzurra. Gli altri operatori, intenti a raccattare i sacchetti sparpagliati in mezzo alla strada, scherzavano tra di loro, ridendo così forte da fare un baccano inaudito. Li osservò al riparo di un muro. Il suo lavoro lo aveva portato tante volte a rovistare nel pattume e, suo malgrado, vi era scivolato dentro ma, fin quando gli era stato possibile, aveva tenuto duro. Poi era bastato un istante, un nonnulla… e tutto era precipitato, trasformandogli qualsiasi cosa in raccapriccio. Quello che non si spiegava è che era accaduto per cose che alla fine potevano essere anche irrilevanti.
“Abbiamo battuto sul tamburo lentamente e suonato il piffero sommessamente, tu conosci la canzone nel mio cuore. Nel volgere del tramonto fra le ombre della luce lunare puoi mostrarmi un nuovo posto per cominciare”. (Where Teardrops Fall – Bob Dylan).
Ci prendiamo gusto a sfidare la vita a dichiararle guerra… ma la partita è persa, questo sia chiaro. Il cielo si era capovolto sulla sua testa ma, nonostante ciò, i colori del passato gli tornavano in mente nitidi, insieme a quelle storie che sua nonna gli raccontava prima che lui andasse a dormire. Non le sue brutte storie, no, quelle non aveva il coraggio di raccontarle neanche a se stesso. Sentì nell’aria nuovamente forte quella puzza di sangue e merda. Il giorno stava sorgendo sulla città. Si accese una sigaretta ma lasciò che si consumasse tra le dita. Da un balcone aperto il crepitio di una radio lo scosse. “Viviamo in un mondo politico la saggezza è sbattuta in prigione marcisce in una cella e viene fuorviata come dal diavolo senza lasciare nessuno che ne segua le orme. Viviamo in un mondo politico dove la pietà cammina sull’asse la vita è negli specchi, la morte scompare sui gradini della banca più vicina (Political World – Bob Dylan).
Nei momenti in cui il nostro egoismo ci lascia andare, i ricordi diventano autentici e allora ripensiamo a quelle donne che ci hanno amato almeno un po’. In un bar fece colazione con brioche e un cappuccino cremoso. Un poliziotto in divisa entrò e si mise vicino a lui ordinando un caffè ristretto. I loro sguardi s’incrociarono, ma solo per un attimo, attraverso lo specchio che avevano di fronte al bancone. Dopo lo sbirro se ne andò. Da quando era tornato in città la pioggia non aveva smesso di cadere. Uscì dal bar e riprese a camminare lento dando le spalle al marciapiede. Si fermò guardandosi nella vetrina di un negozio. Rimase lì, assorto per qualche minuto, poi riprese a camminare. Un antifurto suonò forte. Il suo passato gli tornava a sprazzi dall’abisso più profondo per annientarlo con le sue lingue di fuoco. Lei era uscita dalla sua vita definitivamente, pensò osservando la sua mano ossuta.
“C’era qualcuno che ci guardava quando mi hai dato quel bacio? Qualcuno là nell’ombra, qualcuno che potrei non aver visto? C’è qualcosa di cui hai bisogno, qualcosa che non capisco? Che cos’era che volevi? E’ qui nella mia mano?” (What Was It You Wanted – Bob Dylan).
Alla fine, dove vogliamo arrivare nessuno di noi lo sa. Era giovane quel poliziotto, di quelli palestrati e baldanzosi. Portava una giacca di pelle nera e un cappello di lana di colore grigio. Lo aveva fermato non appena uscito dalla villetta e stava salendo sull’auto. Lo agguantò dal polso, stringendolo con brutalità. Senza dire nulla gli fece appoggiare i palmi delle mani sulla macchina, obbligandolo ad allargare le caviglie con dei duri colpi al tallone. Mentre terminava questa operazione lo chiamò per nome due volte, ma lui non rispose. Con un gesto fulmineo l’agente gli mise le manette ai polsi intanto che un gruppo di altri cinque sei sbirri sbucati dal nulla arrivavano correndo. Una Mercedes bianca sgommando si accostò al marciapiede. Adesso lo tenevano fermo in due ma lui non si dimenava. Conosceva le regole e non fece nulla che potesse innervosirli. Lo spinsero con forza verso l’auto e, in quattro e quattr’otto, lo caricarono sui sedili posteriori coprendogli la testa con un cappuccio.
“Il predicatore stava parlando, stava facendo un sermone disse che la coscienza umana è vile e depravata, non puoi contare su questo per farti guidare quando sei tu che devi soddisfare tutto questo. Non è facile da mandare giù, ti si ferma in gola. Lei ha dato il suo cuore all’uomo dal lungo cappotto nero”. (Man In The Long Black Coat – Bob Dylan).
Attraversò il corridoio buio e spostò una tapparella per fare entrare uno spicchio di luce. Passò dalla camera da letto, dove c’era ancora appesa al muro la loro foto, e si tolse la giacca. L’odore di chiuso e alcool faceva venire il vomito, ma era come se non la sentisse più quella puzza di marcio. Aveva sempre cercato di uscire dalle menzogne, dalle umiliazioni, voleva fare a tutti i costi una buona impressione alla gente, voleva stare al passo dei ricchi… ma quando non sei abituato come loro a mentire la faccenda si complica. Mise sul piatto del giradischi “Gravity Talks” dei Green On Red, un 33 giri pieno di rughe e ferite e si versò da bere. Amava quel disco uscito nel 1983, amava quell’organo febbrile e irrequieto suonato da Chris Cacavas (il Roy Bittan dei poveri) e le canzoni di Dan Stuart. Quelle canzoni cantate con una voce irriverente, svogliata, ma anche profonda e lirica, aprivano un varco nella sua anima nera. Un disco ricco di influenze importanti, dai Doors ai Velvet Underground a Bob Dylan. Un disco che gli ricordava chi era stato, e cosa aveva amato.
“A che servo sia per gli altri che per me stesso se ho avuto tutte le possibilità e ancora non riesco a vedere se le mie mani sono legate, non dovrei domandarmi chi le ha legate e perché. Ed io dov’ero. A che servo se dico cose banali e rido in faccia a quello che il dolore porta e giro le spalle mentre tu muori in silenzio, a che servo?” (What Good Am I? – Bob Dylan).
Anni dopo lo aveva conosciuto Dan Stuart. Era successo d’estate, quando le giornate si allungano e la strada è inondata dal sole. Di solito non usciva mai, ma quella volta il richiamo fu davvero forte. Si esibiva in concerto insieme a Steve Wynn dei Dream Syndicate sotto la sigla di Danny&Dusty. Due bambini smarriti, due spiriti ribelli con in una mano una bottiglia di whisky e nell’altra una Fender. Non andare a vedere quelli che lui considerava gli ultimi romantici del rock’n’roll sarebbe stato un delitto. Un vero weekend di rock perduto.
“Mama, metti le mie pistole per terra non posso più sparare quella lunga nuvola nera sta scendendo mi sembra di bussare alle porte del cielo” (Knockin’On Heaven’s Door – Bob Dylan).
Subito prese posto in prima fila e dopo, quando ebbe inizio lo show, si posizionò lateralmente vicino all’organo dove un ispirato Cacavas dirigeva la band. Cantò le loro canzoni con passione e trasporto facendo il coro insieme a Chris che gli sorrideva dal palco. La luna era alta e il cielo era pieno di stelle. Quella sera si sentì leggero.
“Suona quelle campane per il cieco e il sordo, suona quelle campane per quelli di noi che sono abbandonati, suona quelle campane per i pochi eletti che giudicheranno i molti quando il gioco volgerà al termine. Suona quelle campane per il tempo che vola, per il bimbo che piange quando l’innocenza muore” (Ring Them Bells – Bob Dylan).
Il telefono squillò per terra, nell’ombra, una volta soltanto. Alzò il ricevitore e si sedette sulla seggiola. Con le labbra incollate alla cornetta disse: “Si!… Ciao, sono Wilma. Buon Natale“.
“Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te. Cercavi di entrare in un altro mondo un mondo che non ho mai conosciuto. Mi sono sempre domandato se tu ce l’abbia fatta. Ho visto una stella cadente stanotte e ho pensato a te.” (Shooting Star – Bob Dylan).
Bartolo Federico
sabato 18 novembre 2017
Polvere & Diamanti
Il giorno con il passare delle ore si era fatto sempre più caldo.
Cercavo di starmene tranquillo seduto su quella veranda da dove potevo
osservare il mare. Rimisi il libro sul tavolino e rientrai in casa,
stappai una birra e sistemai un disco sul piatto dello stereo. Glamour Girl di T-Bone Walker mi esaminò con attenzione, mentre guardavo gli ultimi raggi di sole pieghettare le onde. Il mare era piatto e lucido e non c’era un alito di vento.
La notte stava giungendo e tutte quelle stelle sparse nel cielo
dicevano che era quasi estate. Anche se stavo attraversando un momento
difficile, mi ripetevo che non dovevo farmi prendere la mano, che quei sogni strani che mi scuotevano e mi turbavano fin nel profondo sarebbero andati via, prima o poi.
Come ogni cosa. Era da mesi che durante il sonno mi svegliavo di
continuo e, quando non riuscivo a riaddormentarmi, aspettavo con gli
occhi sbarrati l’alba. Quella notte, però, aveva ringhiato da subito le
sue intenzioni e continuò a tormentami la mente. Non c’è la feci più a
rivoltarmi tra le lenzuola: mi alzai, infilai le ciabatte blu, la
camicia di jeans, e andai in cucina. Tirai fuori dal frigo la bottiglia
del latte, ne versai un bicchiere abbondante, ci misi dentro due
cucchiaini di zucchero e mi accomodai sulla veranda. Era una notte strana,
impregnata d’immagini chiare e inumidita da bagliori solitari. Guardai
per un pezzo il mare e il cielo, e anche quella luna che sembrava
arrivata lì per caso. Era come un urlo quel brandello di memoria che non voleva andar via.
Di fronte a me avevo case scolorite dal sole e dalla penombra, e c’era
poca gente intorno. Soffiava una leggera brezza, afferrai la Martin piena di cicatrici che era appoggiata sul muro del terrazzino, e strimpellai. A
volte sei felice. A volte piangi. Metà di me è come l’oceano e metà è
cielo. Tu hai un cuore davvero grande che potrebbe schiacciare questa
città. Ed io non posso arrendermi sempre. Tutti i muri cadono. Talune
cose sono già finite. Altre cose vanno avanti. Tu porti una parte di me,
una parte è già andata via. (Walls – Tom Petty).
Le cose accadono e il mondo continua ad andare avanti, che tu lo voglia
o meno. Tanto vale prendere la vita con distacco. Non avevo programmi a breve termine, ma non serviva farne.
Mi ero rintanato in quella casetta che mi avevano lasciato i miei
genitori e che fino a ieri non avevo mai sfruttato a dovere. Ma volevo
fare tabula rasa di molte cose e quello era di sicuro il luogo più
adatto. Il “simpatico contafrottole” questo è più o meno il significato in slang del nome Bo Diddley,
è uno di quei personaggi che ha seminato molto ottenendo il minimo
sindacale. Di lui non si ricorda quasi mai nessuno, perfino i testi di
musica lo bistrattano e lo liquidano frettolosamente. Come fosse una
rogna. Probabilmente paga per avere cambiato spesso panni e identità
musicale, e non si sa come catalogarlo ma, questo è certo, la storia del
rock senza le sue canzoni avrebbe avuto un altro corso. Tra il 1955 e il 1962 Ellas McDaniel in arte Bo Diddley (nome impostogli da Leonard Chess) incide il suo primo 45 giri, scrive tutti i suoi capolavori caratterizzati da un ritmo primitivo, ma anche brutalmente gioioso. I’m a Man, Road Runner, Mona, Story Of Bo Diddley, Cracking Up, Nursey Rhyme, Diddley Daddy, Who Do You Love sono canzoni che verranno riprese da Jimi Hendrix, Muddy Waters, John Fogerty, Rolling Stones, Quicksilver Messenger Service, Doors e un’altra miriade di artisti. Il creolo Diddley, nato nel Mississippi nel 1929, fu adottato dalla famiglia McDaniel all’età di cinque anni. Come è successo a quasi tutti quelli baciati dal talento, la chitarra che gli fu regalata dalla sorella quando compì dieci anni la imparò a suonare da solo e, a tredici era già all’angolo della Langley Avenue
con un suo complessino. La mattina mentre andavo al supermercato notai i
tanti bar che avevano aperto nella zona e le case di legno dei
contadini diventate ormai grigie per effetto della salsedine. Comprai
della pasta, uova, biscotti artigianali, del latte, un pacco triplo di
caffè e delle verdure, qualche birra e una bottiglia di vino. Il J&B lo presi anche ma poi lo riposai nel suo scaffale.
Rientrai e mi feci una doccia, restandomene un bel quarto d’ora seduto
sotto una cascata di acqua tiepida. Mi lavai i denti e mi rasai
abbastanza velocemente. Dopo, mentre mi rivestivo, osservai dalla finestra del salone la spiaggia ancora vuota. Preparai il caffè, ascoltando una cassetta degli Zeppelin che avevo registrato anni prima per portarmela in macchina. “Polvere e Diamanti”
lo avevo chiamato quel nastro, perché a quel tempo avevo l’abitudine di
dargli un titolo, ai miei nastri. Questa è la sequenza dei brani sul
lato A: Travelling Riverside Blues, Ramble On, Immigrant Song, Going To California, When The Levee Breaks, The Rain Song, The Battle Of Evermore, Over The Hill And Far Away, Misty Mountain Hop, Babe I’m Gonna Leave You. Dovevo
cercare la regolarità, pensare pensieri normali, non potevo seguitare a
essere un disadattato, un cavaliere errante, uno che rincorreva ancora
quegli spiriti furiosi che gli danzavano nella testa. Uscii di casa e feci una lunga passeggiata sulla spiaggia
che tra non molto si sarebbe animata da decine di famiglie con bambini e
ombrellone a seguito. Mal sopportavo l’ipocrisia della gente e quelli
che non si volevano annoiare mai. I Quicksilver Messenger Service nacquero per volontà di Dino Valenti, un folk singer già affermato della bay-area. John Cipollina e Terry Dolan lo incontrarono nel 1963. Valenti, innamorato della musica dei Jefferson Airplane, Beatles e Grateful Dead,
si era stancato di suonare da solo e stava cercando di mettere su una
rock-band. Dal momento che era alla ricerca di musicisti, quei due tipi
davvero bizzarri facevano al caso suo. Dino spiegò quale era la sua idea al gruppo… voleva includere anche due ragazze al tamburino che si dovevano anche vestire in maniera eccentrica. Stabilirono di iniziare il giorno dopo. Johnny e Terry si portarono appresso Jimmy Murray e Gary Duncan, due loro amici. Quando arrivarono tutto era pronto, gli strumenti, il manager, la sala. Mentre aspettavano che arrivasse Dino si fecero una pasticca di Lsd. Dopo una lunga attesa, finalmente, arrivò una ragazza che li informò dell’arresto di Dino. Lo avevano beccato mentre fumava marijuana, ma che sarebbe stato rilasciato entro qualche giorno. Passarono i mesi ma Dino non arrivava, perché era ancora in prigione. Nel frattempo i ragazzi conobbero David Freiberg, un amico di Valenti, anche lui uscito da poco di prigione e che suonava la dodici corde in modo eccellente ma, dal momento che David voleva suonare il basso, dopo varie e animate discussioni fu accontentato. I Quicksilver erano nati. Dino Valenti uscì dal carcere dopo un anno e mezzo, ma ormai non c’era più posto nella band. Nel marzo del 1969 esce “Happy Trails”. Il disco, eccetto Maiden Of The Cancer Moon, è il risultato di alcune registrazioni live realizzate nel 1968 nei due teatri Fillmore East e West di San Francisco, ed è la prova di quanto fosse emozionante e travolgente la Quicksilver Messanger Service dal vivo. La prima facciata è composta da una lunga suite di venticinque minuti che prende spunto da Who Do You Love di Bo Diddley per poi diventare, strada facendo, qualcos’altro, in un impasto musicale fantastico. La seconda facciata si apre con Mona sempre di Bo Diddley e, passando per la strumentale Maiden Of The Cancer Moon, si finisce con Calvary, (un pezzo scritto da Gary Duncan) e Happy Trails. C’è di tutto intinto in questo disco, svisate, arpeggi, chitarre distorte e laceranti, tocchi di acustica e improvvisazione. Un vero autentico trip sonoro. Uno dei momenti migliori del rock californiano degli anni sessanta. Stavo cercando di adattarmi alla situazione ma ero sempre animato da una profonda sfiducia verso il genere umano.
Mi sedetti in un bar sotto un pergolato e ordinai da bere. Dal cestino
poggiato sul tavolino presi dei fazzolettini e mi asciugai il sudore
sulla fronte. Il cameriere mi allungò il bicchiere gelato con la vodka
alla pesca che mandai giù in un botto, solo per il gusto di sentirmi le
budella bruciare. Non mi andava d’ingannare nessuno, ma ogni domanda che
mi facevo restava senza risposta, e questo non era un buon modo per
andare avanti. Pensieri cupi si accavallarono nella mente mentre
rientravo a casa. Il nome The Byrds in americano non ha alcun significato razionale, invece il suono dei Byrds rimane ancora oggi un mistero. Innovatori, eccentrici, geni, alieni chi lo sa. Forse solo musicisti. Nell’estate del 1964 Jim McGuinn stava suonando al Troubadour di Los Angeles e si stava divertendo improvvisando imitazioni delle canzoni dei Beatles. Seduto tra la folla c’era Gene Clark, un ragazzo apache del Missouri a cui quell’esibizione fece venir voglia di formare una rock’n’roll band. The Jet Set, con al basso David Crosby, incisero due brani sulla raccolta “Early L.A.”, pubblicata dalla casa discografica Elektra. McGuinn, Clark e Crosby, giusto per affinare l’intesa, si esibirono in qualche locale dove reclutarono un virtuoso del mandolino, un certo Chris Hillman, e un batterista alla sua prima esperienza, Michael Clarke. Dopo un periodo in cui si chiamarono The Beefeaters, il gruppo prese il nome di The Byrds. Con la produzione di Jim Dickson incisero ai World Pacific Studios l’album “Preflyte”, che vedeva composizioni scritte da Clark, McGuinn e Crosby. Per la prima volta una band di rock eseguiva canzoni di musica folk e questo cambiò le cose per sempre nel rock’n’roll. Mr. Tambourine Man è il brano di Dylan che li avrebbe, da lì a breve, catapultati nel mondo delle rockstar. La notte del 20 agosto 1965 le FM’s di L.A., San Francisco e San Diego iniziarono a trasmettere le loro canzoni due volte ogni ora. Ho avuto sempre un debole per Gene Clark,
uno che voleva starsene lontano dal caos e che non voleva essere una
rock’n’roll star. Il pomeriggio la strada sterrata vicino casa era
inondata da un sole incredibilmente luminoso. Il ventilatore sul tre
piedi ruotava cigolando. Quando ci stavano i miei genitori era una casa aperta a tutti.
Per questo loro ci tenevano così tanto. Gli era costata molto
economicamente, ma ne era valsa la pena. In tutte le stanze c’era ancora
qualcosa che parlava di loro. Quella notte avevo dormito molto e mi
sentivo migliore. Era un pomeriggio caldo e senza particolari pretese.
La vita non mi aveva fabbricato felice… e in qualche modo sarei
sopravvissuto.
sabato 11 novembre 2017
Ombre Lunghe
E’ davvero piacevole un posto nuovo.
Ci vuole un po’ perché la gente impari a conoscerti ed è di questo
lasso di tempo che conviene approfittare per godersi un po’ la vita,
perché dopo, statene certi, si daranno da fare per trovare un modo per
fottervi. Gira e rigira, scopriranno la via da dove è più facile ferirvi. Il motel sulla strada 61
era messo male, sembrava cadesse a pezzi per come era ridotto ma ero
troppo stanco per proseguire. Nel buio pesto della notte posteggiai
l’auto ed entrai. Il proprietario, seduto dietro un bancone scalcinato, mi osservò attentamente e con fare indisponente mi chiese i documenti. “Dall’aspetto mi sembri un musicista”, disse, “sei venuto nel sud per il blues, vero?” e prosegui “quella
tiritera è una rottura di coglioni, dopo due tre pezzi diventa noiosa
sia ascoltarla, che suonarla. Lasciatelo dire da uno che se ne intende.
Tutto il mondo adora i Beatles anche quel pazzo di Charles Manson,
quella sì che è musica!”. Doveva appartenere al Ku Klux Klan
meditai, per cui restai in silenzio. Dalla sacca da viaggio estrassi il
portafoglio e mi avvicinai al bancone. Sotto la luce fioca della
lampadina gli tesi un documento e lo scrutai. Era sulla cinquantina di
corporatura media. Portava capelli lunghi incanutiti, divisi da una riga
nel mezzo, che gli ornavano degli occhietti chiari ed un naso
acuminato. Il suo abbigliamento era anonimo come quello di un impiegato
delle poste o del catasto, ma aveva dipinta sul volto un’espressione che esprimeva tutta la sua ostilità.
Quella faccia mi ricordava qualcuno che avevo intravisto di sguincio
tempo addietro in una piccola foto. Qualcuno che, come lui, allora avevo
catalogato come una vera faccia di cazzo. Firmai il foglio delle generalità e agguantai la chiave della camera.
Quando girai le spalle il tizio mi mormorò qualcosa dietro. Ero
talmente stanco che avevo solo voglia di dormire e feci finta di nulla.
In un pericoloso e pittoresco quartiere chiamato Deep Ellum a Dallas in Texas nel 1920, accompagnato da un adolescente T-Bone Walker che gli regge la lattina per le offerte e custodisce gli incassi, si aggira suonando agli angoli delle strade il cieco bluesman Lemon Jefferson. “Non
temete gente avvicinatevi ad ascoltare quest’uomo. Non vi restituirà lo
sguardo i suoi occhi sono solo bulbi, ma è con il cuore che vi parlerà”.
La sua tazza ogni giorno si riempie di elemosina, straripa di soldi, fa
buoni affari quest’uomo rissoso, puttaniere e ubriacone… è lui il primo cantautore della storia del blues ed
è dotato anche di una grande abilità nel suonare la chitarra. Disegna
fraseggi irregolari dilatando l’assetto ritmico della canzoni e
costruisce complicate strutture armoniche. Sa anche improvvisare,
arricchendo il suo blues con accenni jazzistici. La sua voce, poi, è
alta e chiara, ha vigore, proviene direttamente da quei binari
dell’anima raschiati dal dolore.
O la sua strada è oscura e solitaria. Non guida nessuna Cadillac. O la sua strada è oscura e sacra. Non guida nessuna Cadillac. Se quel cielo gli serve come occhio. Allora la luna è una cataratta (Nick Cave – Blind Lemon Jefferson).
Quando non hai più niente da perdere puoi incominciare da dove vuoi. La strada è lì che aspetta. Memphis Slim lo aveva cantato che ”devi piangere un poco, morire un poco” per capire cos’è il blues. Colpi di pistola, bottiglie di bourbon, case abbandonate, desolazione, vecchi bar, cocci di vetro, viali alberati, muri scrostati. Polvere e cielo. Chitarre da due soldi, melodie soffocate in un lamento notturno. Due monetine, una è per te, una è per i sogni. Tre anni bastarono a Lemon Jefferson per diventare uno dei musicisti più importanti del country blues. Un centinaio di titoli, registrati tra il 1926 e il 1929, lo fecero assurgere a cantante di successo nell’America dei neri insieme alle regine di quel tempo Bessie Smith, Gertrude Rainey e Ida Cox. Fu anche il primo, insieme a Gertrude Rainey, a figurare sull’etichetta dei suoi dischi. Pur cieco, Lemon Jefferson trovò sempre la strada di casa… ma non la notte in cui si perse in una tormenta di neve e morì. Di lui ci restano le sue canzoni e quell’unica foto arrivata fino ai nostri giorni che ci mostra un uomo robusto di età indefinibile con gli occhialini da vista su due pupille agghiacciate dal buio. La sera dopo il mio arrivo me ne sono andato per come sono arrivato, da quel motel e dal signor Charles, un vero uomo bianco del sud. Uno con una voce tremenda, che ogni volta che apriva bocca sparava cazzate. Glielo dissi sull’uscio della porta prima di sparire. “Quando ti viene il blues è il cuore che parla; veda di trovarlo da qualche parte, il suo, signor Charles! Perché io questa notte ho una stella nel cielo che mi segue, che brilla e, nascosti da qualche parte nell’oscurità, ci sono pure due occhi che mi guardano e mi fanno luce… e se la luna è nel rigagnolo, io non ho paura, signor Charles! No, non ho paura, c’è il cieco Lemon Jefferson accanto a me”.
Sorse il gran vecchio sole del mattino. Lunghe erano le ombre degli alberi. Proprio dal ramo a cui avevo appeso la chitarra (Nick Cave – Blind Lemon Jefferson).
Sono dentro un sole accecante, in un giorno vestito d’estate, anche se sono i primi di maggio. Mi ero riempito gli occhi e l’anima di vento e polvere e avevo guidato tutto il tempo, accompagnato dal blues suonato da un bianco. Un vocalist, ma anche bassista e armonicista, un certo Paul Williams. Il tizio possedeva un buon pedigree, aveva suonato con Alexis Korner e Georgie Fame prima di far parte dei Wes Minster Five, un gruppo che suonava R&B. Nel 1964 fece parte della Big Roll Band guidata da Zoot Mooney, con cui registra due album. Poi sostituisce John McVie nei Bluesbreakers, quindi per un paio di mesi suona con il grande John Mayall. Dopo, fa altre cose, più o meno importanti, fin quando nel 1973 registra “In Memory of Robert Johnson”. Il manager dei Kinks, Nigel Thomas, gli supporta il progetto, mentre la casa discografica svedese Sonet accetta di registrare l’album. Nel disco ci suonano fior di musicisti: Bob Hall al piano, Glenn Campbell alla steel guitar, Spencer Davis, Alun Davies, John Mark e Mick Moody alle chitarre e Pat Donaldson al basso. Paul Williams si mette sulle strade del diavolo con umiltà e passione, sapendo bene che c’è un abisso tra lui e quel nero, che non potrà mai agguantarlo e, tuttavia, il blues che ne esce fuori suona sincero e penitente, la sua voce graffiante ha energia e creatività, che quasi mi vien voglia di abbracciare il mondo e andarmene in paradiso… ma sono solo e sperduto qui nell’inquieto Delta.
“Ci ho delle pietre sul mio passaggio e scuro come notte è il mio tracciato.” (Robert Johnson – Stones In My Passway).
Mi fermo alla pompa di benzina per fare il pieno, prendo anche un caffè dalla macchinetta a gettoni e scambio quattro chiacchiere con il benzinaio. Dopodiché me la filo tuffandomi su una strada che spiana la strada. Sembra che ce le siamo sposate le nostre pene, non le molliamo mai… e allora si finisce anche per amarle un po’. La musica di Big Bill Broonzy riempie l’abitacolo, il suo blues, anche se non è straziante come quello di Lemon Jefferson o di Son House, non ha nulla di meno. Broonzy canta con voce tonante e dolente. In più, ha quel riso amaro che ti vien fuori quando ti senti oppresso. Se è vero che le nostre verità le troviamo solo di notte, è anche vero che alle volte non ci accorgiamo neppure di cosa siamo diventati e di come il tempo ha cambiato tutte le nostre prospettive. Frank Broonzy era un diacono della chiesa battista ed era severo con i suoi figli, non permetteva loro di pescare di giocare a biglie la domenica né, soprattutto, di cantare il blues. Se avesse saputo che suo figlio un giorno sarebbe diventato un chitarrista del diavolo, probabilmente gli sarebbe venuto un colpo. Affinché questo non accadesse e per dissuaderlo da ogni tentazione, gli raccontava spesso la storia di un ragazzo che si era seduto sui gradini della chiesa a fischiettare il blues. Un uomo gli si era avvicinato rimproverandolo e con il dito teso gli aveva detto ”ragazzo, domani sarai di nuovo su questi gradini, ma non fischierai”. Il giorno dopo il giovane fu trovato morto su quegli stessi scalini. Accidenti… è bastato un attimo di distrazione che sono finito su una strada secondaria che sobbalza, si ingobbisce, s’inerpica. Una di quelle strade in terra battuta, piena di sterpi, che costeggia un torrente completamente asciutto… e non so perché adesso mi sento finalmente libero mentre vago sotto i cieli del Sud. Aveva fatto il bracciante Big Bill e guidato il mulo mentre attorno a lui l’atmosfera era stracarica di musica. Quando un violinista chiamato See-See Rider gli fece ascoltare delle canzoni rurali, gli si accese dentro il fuoco sacro del blues. Dall’esempio di quel musicista anche lui si costruisce un violino, utilizzando una scatola di sigari e, con una più grande, una chitarra e inizia a strimpellare le canzoni che See-See Rider gli insegna. Suona di nascosto alla sua famiglia ed è costretto a occultare gli strumenti sotto le assi del pavimento perché sua madre voleva che diventasse predicatore. Se non ci fosse stato Big Bill Broonzy, molti neanche se ne sarebbero accorti dell’esistenza del blues. “Young Big Bill Broonzy 1928-1935″ è la più bella collezione di canzoni di questo magnifico chitarrista, troppe volte bistrattato solo perché il suo eclettismo musicale era di difficile categorizzazione e, se qualche volta, come è capitato, ha ecceduto nelle moine musicali, è stato solo per la paura di rivivere la grande povertà che lo aveva segnato. Sfido chiunque a fare il contrario. Il Delta non è solo un posto geografico, è pure uno stato dell’anima. Questo penso nel momento in cui sto attraversando una Ghost Town, fatta di sole cinque case. Il cielo è diventato grigio e, ad un tratto, mi prende uno strano smarrimento. Allora ripenso a quello che mi ha detto un giorno Jack, il mio vecchio amico Kerouac: ”viviamo per desiderare, così io desidererò, e scenderò giù verso altri luccichii altrove”. Il diavolo possiede tutti i trucchi per tentarci. Se si vivesse così a lungo da conoscerli tutti, quei trucchi, non si saprebbe più dove andare, per ricominciare con la felicità. Avevo ancora molta strada da fare, camminando nell’inquietudine. Con la polvere negli occhi e i buchi nelle scarpe.
“Ho appeso al chiodo i finimenti. La vecchia tuta ho gettato via. Ho detto addio alla vecchia zappa. Big Bill non tornerà mai più.” (Big Bill Broonzy).
O la sua strada è oscura e solitaria. Non guida nessuna Cadillac. O la sua strada è oscura e sacra. Non guida nessuna Cadillac. Se quel cielo gli serve come occhio. Allora la luna è una cataratta (Nick Cave – Blind Lemon Jefferson).
Quando non hai più niente da perdere puoi incominciare da dove vuoi. La strada è lì che aspetta. Memphis Slim lo aveva cantato che ”devi piangere un poco, morire un poco” per capire cos’è il blues. Colpi di pistola, bottiglie di bourbon, case abbandonate, desolazione, vecchi bar, cocci di vetro, viali alberati, muri scrostati. Polvere e cielo. Chitarre da due soldi, melodie soffocate in un lamento notturno. Due monetine, una è per te, una è per i sogni. Tre anni bastarono a Lemon Jefferson per diventare uno dei musicisti più importanti del country blues. Un centinaio di titoli, registrati tra il 1926 e il 1929, lo fecero assurgere a cantante di successo nell’America dei neri insieme alle regine di quel tempo Bessie Smith, Gertrude Rainey e Ida Cox. Fu anche il primo, insieme a Gertrude Rainey, a figurare sull’etichetta dei suoi dischi. Pur cieco, Lemon Jefferson trovò sempre la strada di casa… ma non la notte in cui si perse in una tormenta di neve e morì. Di lui ci restano le sue canzoni e quell’unica foto arrivata fino ai nostri giorni che ci mostra un uomo robusto di età indefinibile con gli occhialini da vista su due pupille agghiacciate dal buio. La sera dopo il mio arrivo me ne sono andato per come sono arrivato, da quel motel e dal signor Charles, un vero uomo bianco del sud. Uno con una voce tremenda, che ogni volta che apriva bocca sparava cazzate. Glielo dissi sull’uscio della porta prima di sparire. “Quando ti viene il blues è il cuore che parla; veda di trovarlo da qualche parte, il suo, signor Charles! Perché io questa notte ho una stella nel cielo che mi segue, che brilla e, nascosti da qualche parte nell’oscurità, ci sono pure due occhi che mi guardano e mi fanno luce… e se la luna è nel rigagnolo, io non ho paura, signor Charles! No, non ho paura, c’è il cieco Lemon Jefferson accanto a me”.
Sorse il gran vecchio sole del mattino. Lunghe erano le ombre degli alberi. Proprio dal ramo a cui avevo appeso la chitarra (Nick Cave – Blind Lemon Jefferson).
Sono dentro un sole accecante, in un giorno vestito d’estate, anche se sono i primi di maggio. Mi ero riempito gli occhi e l’anima di vento e polvere e avevo guidato tutto il tempo, accompagnato dal blues suonato da un bianco. Un vocalist, ma anche bassista e armonicista, un certo Paul Williams. Il tizio possedeva un buon pedigree, aveva suonato con Alexis Korner e Georgie Fame prima di far parte dei Wes Minster Five, un gruppo che suonava R&B. Nel 1964 fece parte della Big Roll Band guidata da Zoot Mooney, con cui registra due album. Poi sostituisce John McVie nei Bluesbreakers, quindi per un paio di mesi suona con il grande John Mayall. Dopo, fa altre cose, più o meno importanti, fin quando nel 1973 registra “In Memory of Robert Johnson”. Il manager dei Kinks, Nigel Thomas, gli supporta il progetto, mentre la casa discografica svedese Sonet accetta di registrare l’album. Nel disco ci suonano fior di musicisti: Bob Hall al piano, Glenn Campbell alla steel guitar, Spencer Davis, Alun Davies, John Mark e Mick Moody alle chitarre e Pat Donaldson al basso. Paul Williams si mette sulle strade del diavolo con umiltà e passione, sapendo bene che c’è un abisso tra lui e quel nero, che non potrà mai agguantarlo e, tuttavia, il blues che ne esce fuori suona sincero e penitente, la sua voce graffiante ha energia e creatività, che quasi mi vien voglia di abbracciare il mondo e andarmene in paradiso… ma sono solo e sperduto qui nell’inquieto Delta.
“Ci ho delle pietre sul mio passaggio e scuro come notte è il mio tracciato.” (Robert Johnson – Stones In My Passway).
Mi fermo alla pompa di benzina per fare il pieno, prendo anche un caffè dalla macchinetta a gettoni e scambio quattro chiacchiere con il benzinaio. Dopodiché me la filo tuffandomi su una strada che spiana la strada. Sembra che ce le siamo sposate le nostre pene, non le molliamo mai… e allora si finisce anche per amarle un po’. La musica di Big Bill Broonzy riempie l’abitacolo, il suo blues, anche se non è straziante come quello di Lemon Jefferson o di Son House, non ha nulla di meno. Broonzy canta con voce tonante e dolente. In più, ha quel riso amaro che ti vien fuori quando ti senti oppresso. Se è vero che le nostre verità le troviamo solo di notte, è anche vero che alle volte non ci accorgiamo neppure di cosa siamo diventati e di come il tempo ha cambiato tutte le nostre prospettive. Frank Broonzy era un diacono della chiesa battista ed era severo con i suoi figli, non permetteva loro di pescare di giocare a biglie la domenica né, soprattutto, di cantare il blues. Se avesse saputo che suo figlio un giorno sarebbe diventato un chitarrista del diavolo, probabilmente gli sarebbe venuto un colpo. Affinché questo non accadesse e per dissuaderlo da ogni tentazione, gli raccontava spesso la storia di un ragazzo che si era seduto sui gradini della chiesa a fischiettare il blues. Un uomo gli si era avvicinato rimproverandolo e con il dito teso gli aveva detto ”ragazzo, domani sarai di nuovo su questi gradini, ma non fischierai”. Il giorno dopo il giovane fu trovato morto su quegli stessi scalini. Accidenti… è bastato un attimo di distrazione che sono finito su una strada secondaria che sobbalza, si ingobbisce, s’inerpica. Una di quelle strade in terra battuta, piena di sterpi, che costeggia un torrente completamente asciutto… e non so perché adesso mi sento finalmente libero mentre vago sotto i cieli del Sud. Aveva fatto il bracciante Big Bill e guidato il mulo mentre attorno a lui l’atmosfera era stracarica di musica. Quando un violinista chiamato See-See Rider gli fece ascoltare delle canzoni rurali, gli si accese dentro il fuoco sacro del blues. Dall’esempio di quel musicista anche lui si costruisce un violino, utilizzando una scatola di sigari e, con una più grande, una chitarra e inizia a strimpellare le canzoni che See-See Rider gli insegna. Suona di nascosto alla sua famiglia ed è costretto a occultare gli strumenti sotto le assi del pavimento perché sua madre voleva che diventasse predicatore. Se non ci fosse stato Big Bill Broonzy, molti neanche se ne sarebbero accorti dell’esistenza del blues. “Young Big Bill Broonzy 1928-1935″ è la più bella collezione di canzoni di questo magnifico chitarrista, troppe volte bistrattato solo perché il suo eclettismo musicale era di difficile categorizzazione e, se qualche volta, come è capitato, ha ecceduto nelle moine musicali, è stato solo per la paura di rivivere la grande povertà che lo aveva segnato. Sfido chiunque a fare il contrario. Il Delta non è solo un posto geografico, è pure uno stato dell’anima. Questo penso nel momento in cui sto attraversando una Ghost Town, fatta di sole cinque case. Il cielo è diventato grigio e, ad un tratto, mi prende uno strano smarrimento. Allora ripenso a quello che mi ha detto un giorno Jack, il mio vecchio amico Kerouac: ”viviamo per desiderare, così io desidererò, e scenderò giù verso altri luccichii altrove”. Il diavolo possiede tutti i trucchi per tentarci. Se si vivesse così a lungo da conoscerli tutti, quei trucchi, non si saprebbe più dove andare, per ricominciare con la felicità. Avevo ancora molta strada da fare, camminando nell’inquietudine. Con la polvere negli occhi e i buchi nelle scarpe.
“Ho appeso al chiodo i finimenti. La vecchia tuta ho gettato via. Ho detto addio alla vecchia zappa. Big Bill non tornerà mai più.” (Big Bill Broonzy).
Bartolo Federico
Iscriviti a:
Post (Atom)





