mercoledì 10 settembre 2014

Pazzo Vento



Me ne stavo rintanato sotto una striscia di pioggia, e anche se non c’erano porte che m’impedivano di scappare, mi sentivo come fossi in una prigione. In strada non c’era nessuno tranne me, e qualche cane puzzolente. Se gironzoli troppo ti perdi e non si arriva da nessuna parte. La tristezza e l’indifferenza poi fanno il resto. Stavo cercando di rimettermi a posto lo spirito, ma quel senso di smarrimento con cui mi ero alzato al mattino faticava a sparire. Come invece avevano fatto in fretta e furia, un mucchio di altre cose. Però! le cose, quando le ritroviamo sembrano diverse. Anche se vecchie e raggrinzite, hanno la forza di parlarci e di fondersi nuovamente dentro di noi. L’ascolto di They Are Not Like Us una canzone dei The Walkabouts mi aveva lasciato inebetito. Come quel senso di paura che ti assale quando ti guardi alle spalle, e vedi i tuoi errori muti osservarti di sbieco quasi fossero spine d’odio. E’ dura ammetterlo che qualcosa è finito, ma non s’invecchia mai con entusiasmo. Lo senti che le speranze, gli ardori, ed anche le menzogne, non sono più così eccitanti come un tempo. Allora si finisce per nascondere tutto in qualche luogo imprecisato di noi stessi.


Da piccolo l’unica cosa che si poteva vedere nella tivù in bianco e nero, erano i film western. Terre soleggiate, disabitate, piene di polvere e sogni bruciati su percorsi tracciati tra la roccia e il fossato, dove si inseguivano uomini duri e testardi, giocatori d’azzardo, sceriffi e cowboy, indiani e banditi. Gente malinconica e struggente. Mi sono sempre piaciuti i banditi anche quelli che hanno attraversato il rock’n’roll  contromano. Personaggi schivi, riottosi, che non si sono mai allineati. Romantici nella loro fuga su quelle strade solitarie, assomigliano tanto a quei fuorilegge che imperversavano nel vecchio West che avvolti in quei mantelli di polvere, cavalcavano la pianura sconfinata e silenziosa. Con quei volti tirati che raccontavano il loro desolante sconforto, e che nonostante tutto trasudavano di passione e amore. Li ho ritrovati anni dopo quei banditi nelle canzoni di Joe Ely uno a cui anche i Clash, hanno dato il loro benvenuto facendogli fare da apripista ai loro concerti. Musta Notta Gotta Lotta e uscito nel 1981, ed io l’ho scovato per caso tutto impolverato e unto di caffè, mentre se ne stava appoggiato sul frigorifero di casa di un mio amico, a cui lo avevano regalato e che lui aveva bellamente ignorato. La barattai con un disco dei Police quella mezz’ora circa di rock’n’roll spettacolare e intensa, degna di quel pazzo di Jerry Lee Lewis. Un disco da portarsi in fondo alla notte in mezzo al diluvio, tanto t’infiamma il cuore, ovunque tu sia. “Un altro giro” avverte il croupier ma i giocatori d’azzardo seduti attorno a quel tavolo sembrano annoiati e stanchi. Un altro giro per Dallas urlano invece quei ragazzi che sono arrivati con il treno della sera, con in tasca solo un dollaro e un centesimo. Ai loro occhi quella città sconosciuta, pare come una donna che cammina e brucia di passione. La vita è davvero troppo corta per riuscire a fare tutto quello che vorremmo.



Quando si è giovani si ha sempre fretta. Ha questo di speciale la giovinezza. Ogni luogo è da scoprire, ogni strada e da percorrere, non hai bisogno di recitare è tutto una prima. Mi porterò da bere e qualcosa da mangiare. Bisogna che continui la strada da solo, nella notte. Me ne andrò dove non c’è nulla, solo polvere e buche. Su quelle vecchie strade che corrono in zone proibite, o su tratti infernali. Ho con me un vecchio disco di Jerry Jeff Walker uno che ha ingurgitato birra ghiacciata a secchiate per sciacquarsi la bocca dalla polvere. Ho serrato la mascella e mi sono fiondato nel buio. Con cuore impavido ho attraversato strade piene di sassi,  e come in uno di quei film in bianco e nero, mi sono messo anche il cappello da cowboy. Quello che tenevo appoggiato su quella bottiglia di bourbon, ormai vuota. Ho riconosciuto da subito quella linea blu, era la mia strada da sempre. Ed anche quelle solitudini che ho sbirciato nella penombra, erano ancora piene di dignità. Certo era soltanto una replica ma mi sono reso conto che avevo ancora voglia di andare a sentire, e di stare sulla corda delle cose. Nel bel mezzo della notte ho cantato una vecchia canzone, l’ho cantata come fosse un urlo punk. Mi piacciono ancora questi posti dove tutto sembra sparso lungo il tragitto. Mentre camminavo Lone Wolf l’ho suonata a più riprese, e la mia solitudine non mi è sembrata poi così spietata. Il mio cuore come un vecchio orgoglioso figlio di puttana, non si dava ancora per vinto.


Frosty breath on the hillside See that sun goin' down Tracks in the snow to the city below Lone wolf now he's coming to town, who a Lone wolf, oh, he's lonesome And looking tonight Whoa, lone wolf, better lock up Your women and hide sneakin' down the back streets of town He lives on the lam Takes what he can, not giving a damn You know how he is, he just do what he can.(Lone Wolf-Lee Clayton)


Andare ancora per quelle strade non era stata una stupidaggine come mi era sembrata che fosse di primo acchito. Certo all’inizio ho avuto paura, quella paura che ti assale quando ci sono troppe cose da capire, ma non farlo sarebbe stata un’ingiustizia. Alle volte ci tormentiamo senza motivo. Senza sapere che tutto quello che non riusciamo a confessare, è arte. Provavo però una bella sensazione a rimettermi in gioco, mi sentivo come quei giovani bluesman che risalivano con i treni dal sud verso Chicago. Come loro ero alla ricerca della mia terra promessa. Time sure flies when you're having fun your mind's all made up now and it's all said and done flying down the four lane with the morning sun in your eyes ( Crazy Wind -J Mcmurtry) La stanchezza mi stava sovrastando, ma bastò il fischio di un treno per farmi spingere l'accelleratore a rotta di collo. Non sapevo dove ero diretto ma mi parve di essere tornato nuovamente un vagabondo solitario, un anima perduta nel grande nulla. Un motociclista mi superò proprio vicino ad un motel infarinato di polvere, nell’esatto momento in cui James Mcmurtry stava cantando Angeline. Ripensai a quando risalivo lentamente il suo corpo con la mano, e poi la toccavo dentro le sue cosce piegate. Il calore ci danzava intorno e tremavamo nel buio. Too Long In The Wasteland è uscito nel 1989 ed è l’album di debutto di James Mcmurtry, prodotto da John Cougar Mellencamp. È ancora emozionante sentire quelle canzoni che in tutti questi anni non hanno perso un grammo della loro bellezza. E' sentirsi nuovamente vivi come un brivido che ti danza lungo il corpo, e t’incanta l’esistenza. Un disco può entrarti nel cuore per mille motivi. Too Long In The Wasteland è come una carta stradale, una mappa del cuore, che ti guida e ti spinge ad andare avanti per molte miglia, anche se hai dormito poco e sei a stomaco vuoto da molte ore. I sogni raggomitolatisi da qualche parte adesso sembrano avere gambe e fiato, e anche una certa frenesia. Sono diventati persino rabbiosi in questa fuga solitaria. Bisogna non tradirli però, cogliere l’occasione e godersi la notte fino in fondo.



Alle volte serve solo aprire quella finestra chiusa da tempo. Certo molte cose ci feriranno, e ci schianteranno a terra sanguinanti come  tori al macello. E' per questo che non tutti hanno voglia di andare a vedere. Ma ne vale la pena quando il baule è pieno di ricordi, che stanno per esplodere.  Si diventa noiosi in un colpo solo. Ed è la cosa più triste che può accaderci. È cosi' che tutto finisce. Quando la noia ci mangia il cervello, il nostro destino sembra compiersi. Tornare da quelle parti era come stare su un lettino dello psicanalista. Riuscivo a capire nuovamente le cose, o almeno credevo che fosse così. Ed era bello non essere confessato da nessuno, ma solo da se stessi. Hollywood Town Hall dei The Jayhawks penetra proprio in quei momenti in cui zoppichi, quando sembra che stai per cadere per sempre. Non bisogna mai stare troppo fermi, inevitabilmente le cose cominciano a deteriorarsi fin quando non le sopporti più. Ed allora getti via tutto. Il buono e il cattivo. Ma la strada non finisce mai di stupirti, basta rispolverare quei desideri e la nostalgia ti riprende con se. Asfalto nero e lucido, vecchie insegne, luci al neon, fallimenti, e angeli che corrono nel silenzio desolato. Con uno strano sorriso dipinto sul volto.


I was waiting for the sun. Then I walked on home alone. What I didn't know. Was he was waiting for you to fall. So I never made amends. For the sake of no one else. For the simple reason. That he was waiting for you to fall.(Waiting For The Sun- The Jayhawks) 


Bartolo Federico

sabato 6 settembre 2014

Sulle Strade Secondarie (prigioniero del blues)



Guidare mi era sempre piaciuto, specie quando non avevo mete da raggiungere e potevo tenere gli occhi incollati sull’asfalto e naufragare dentro le mie rovine interiori. Ma era anche un modo per staccarmi da me stesso e da quello che mi circondava innalzando le mie barriere di protezione. In quel pomeriggio dai colori opachi provavo quella sensazione. Guidavo con la radio spenta, accompagnato dal rumore della pioggia che era arrivata fredda e inaspettata picchiando con foga sul parabrezza dell’auto. Facevo strada e mi chiedevo perché mai le cose che mi riguardavano avessero preso da molto tempo ormai quella brutta piega. Certo non ero mai stato un tipo accomodante, di quelli che si mettono seduti in silenzio dopo un buffetto sulla guancia. No, non  ero mai stato quel genere di persona. Anzi, a guardarmi col senno del poi, ero stato anche fin troppo ribelle ma anche un ingenuo. Tanto che, per non impazzire del tutto, avevo dovuto saltare la staccionata infilandomi dritto dritto su quelle strade secondarie, intrise dalla polvere e battute da un venticello muto e solitario. Quelle strade ignorate, dimenticate dai più. Troppo scomode per percorrerle, se sei un turista, con quell’asfalto abraso dal tempo ma proprio per questo suggestive e struggenti. Quelle strade che ti restano incollate al cuore, fatte apposta per tutti quei pazzi allo stato brado che in questo mondo si sentono soffocare. 


La stanza dove alloggiavo aveva i muri screpolati e grandi chiazze di umidità negli angoli. Le tende di poliestere una volta bianche erano ingiallite e quasi trasparenti. Il copriletto di colore beige con grandi fiori rossi era una vera sciccheria che neanche a girare in un mercatino dell’usato  lo avresti trovato più. Un tavolinetto da picnic, una sedia pieghevole e un piccolo televisore in bianco e nero che non funzionava facevano l’arredamento. Una stanza senza troppi fronzoli, a modo suo anche rivoluzionaria,  nella sua semplicità. Una stanza che aveva visto alloggiare un’umanità di diseredati, di persone che dalla vita non pretendevano più nulla se non di starsene in santa pace con se stessi. Uomini soli che cercavano il modo per non finire omologati e di conseguenza anche di esistere.


Tutto il tuo denaro riuscirà a comprare il perdono, a tenerti lontano dalla malattia o dal freddo? Tutto il tuo denaro ti proteggerà dalla follia? Ti terrà lontano dalla tristezza quando sei giù in fondo al buco?(Down In The Hole - Rolling Stones)


  In quella camera con le pareti disegnate, scarabocchiate, imbrattate di frasi celebri, ma anche di espressioni senza senso apparente, respiravo le storie di quegli uomini che si erano dispersi nell’immaginario di un mondo troppo vasto, ma anche troppo crudele. Uomini bruciatisi in fretta, sovrastati dalla malinconia dei loro stessi sogni. Quella solitudine profonda che regnava in quelle quattro mura metteva a nudo quelle anime che ci potevo quasi parlare. Mi addormentai senza mangiare con la faccia rivolta alla finestra mentre gocce di pioggia entravano dall’infisso bagnandomi il viso. L’indomani un sole sparato filtrò dalla persiana svegliandomi. E quando schiusi gli occhi lessi quella frase che la sera nella penombra  mi era sfuggita. Qualcuno l’aveva scritta con una biro nera e con mano tremante ”ogni obbedienza è un’abdicazione”(Bakunin). Mi alzai dal letto di scatto ché ero pronto ad andare. Alle volte bisogna accontentarsi e prendere quel che capita per tirare avanti.


Uscito dal paese, proseguii diritto per un paio di chilometri, poi svoltai a destra e subito dopo a sinistra. Seguendo le indicazioni che un uomo fermo sul ciglio della strada mi aveva dato, mi ritrovai lungo quella via polverosa, stretta e tortuosa. Una stradina piena di buche e avvallamenti, affiancata da un ruscello ormai in secca. Una stradina davvero solitaria. Fu allora che ripensai a quella frase che avevo letto sulla parete della stanza, quella frase di Bakunin l’anarchico, che avevo scritto anch’io da ragazzino cerchiando una A sulla pagina interna della mia copia di On The Road. E non so spiegare perché mi venne in mente il villaggio dov’ero cresciuto io, mio nonno Sebastiano e tutti i miei amici del quartiere. Mi ricordai di quel senso del vicinato che avevano le nostre famiglie, del sentirci una comunità che ci rendeva davvero la vita speciale. La nostalgia arrivò e stringò il cielo limpido proprio dove due uccelli stavano svolazzavano e, intanto che riaprivo la pellicola dei ricordi sui visi di quelle persone, accesi la radio. 


Ebbene, sono così stanco di piangere. Ma sono di nuovo fuori in strada. Sono di nuovo in strada. Ebbene, sono così stanco di piangere. Ma sono di nuovo fuori in strada. Sono di nuovo in strada.(On The Road Again - Canned Heat)


Ascoltai un giornale radio e, mio malgrado, le previsioni del tempo. Dopo presi a seguire un dibattito politico sullo stallo governativo che si era verificato in seguito alle votazioni politiche. Ma tutto quello sbattimento mi suonava alquanto anomalo. Mio nonno e mio padre erano di pasta antica e da loro avevo appreso che una volta che stringi un patto, caschi il mondo, lo devi onorare. Un paese dalla memoria corta, il nostro. Tutto è concesso ai signori del potere e, abituati come siamo al vassallaggio, non ci si scandalizza dei loro misfatti. Il dibattito si fece sempre più rovente e basato sul nulla. Eravamo davvero un paese diviso, lacerato nel profondo, un paese di tifosi che sapevano farsi egregiamente del male, ma la partita che si giocava riguardava un’orda di persone senza lavoro e senza alcuna protezione sociale. Gente lasciata sola al proprio destino che, insieme ad un marea di giovani, era la vittima sacrificale di quelle politiche, orrende e disumane, che i belzebù europei avevano dettato e che i politici senza scrupoli avevano messo in vigore. Ma adesso, come non era mai accaduto prima, una massa di disperati premeva sull’uscio del grande portone e questa volta si percepiva che qualcosa sarebbe accaduto. In un modo o nell’altro.


 E’ indispensabile che la gente sia ispirata ad ideali universali,che essi abbiano una generale idea dei loro diritti e una profonda appassionata fede nella validità di questi diritti. Quando quest’idea e questa fede popolare si uniscono alla miseria che porta alla disperazione,allora la Rivoluzione Sociale è vicina ed inevitabile e nessuna forza al mondo può fermarla.(Michail Bakunin)


Guidai per ore con la mente impegnata a mettere insieme i tasselli degli ultimi avvenimenti, accompagnato da qualche nuvola vagabonda e dalla musica di uno strepitoso John Mayall dell’album The Turning Point. Un disco senza batteria ridotto strumentalmente ai minimi termini e registrato al Fillmore di New York il 12 luglio 1969, insieme a Jon Mark, chitarra acustica, Steve Thompson, basso, e Johnny Almond, sax e flauto. Come un vero beatnik, Mayall da vita ad un set formidabile, suonando un blues fantasioso e pieno d’anima, mescolando jazz, strada e poesia che il tempo non ha corroso. Quel sentiero ad un tratto prese a salire. Il percorso era pieno di gobbe e curve a gomito. Nello specchietto retrovisore cumuli di polvere si alzavano al mio passaggio. 


Cosa hanno fatto loro per la terra? Cosa hanno fatto per la nostra sorella sempre giusta? Devastata, saccheggiata, strappata e colpita. Bloccata con pugnali dalla parte dove nasce il sole e bloccata da recinti e trascinata nella desolazione. (When The Music Is Over - The Doors)


Con Sal ci andavamo spesso sul monte Navajo. Così avevamo battezzato quel luogo da dove potevamo osservare dall’alto la città. Da quel punto sembrava che potessimo afferrarla e stringerla nel palmo della mano per poi farla sparire. Ci inerpicavamo in sella alla moto di suo fratello che utilizzavamo di nascosto quando lui era a lavoro e ci sentivamo liberi, con il vento che ci tagliava in due il viso, accelerando per quei tornanti e urlando con quanto fiato avevamo in gola: We want the world and we want it ..Now Now Now! Era il nostro urlo di liberazione intanto che bruciavamo e la pazzia iniziava a serpeggiare dentro di noi mentre ci “aprivamo come ragni tra le stelle (Jack Kerouac).


In quale inferno puoi andare lontano dalle cose che conosci, lontano dalle distese di cemento che continuano a serpeggiare mille miglia al giorno? Guardati ancora una volta alle spalle, dedica ciò alla memoria e ricorda: che non ti manchi questo deserto, questo luogo tremendo. Quando te ne vai lascia il cuore fuori dalle maniche. (Motherland - Natalie Merchant). 


Io e Lucilla eravamo andati a vivere in un monolocale che avevamo affittato nella zona nord della città dove i prezzi erano più abbordabili per due squattrinati come noi. Entrambi eravamo studenti alla facoltà di scienze politiche e per mantenerci quell’alcova ci arrangiavamo con dei lavoretti nei fine settimana o dando lezioni private ad ore. Ma era pur vero che la madre di Lucilla veniva in nostro aiuto puntualmente ogni fine mese. I primi tempi le cose tra di noi andarono a gonfie vele, addirittura pensavo fosse la donna della mia vita. Poi, con il passare dei giorni, i nostri rapporti si incrinarono e divennero sempre più difficoltosi, a tal punto che quando ci si parlava non ci ascoltavamo. Una sera al mio rientro, trovai la tavola apparecchiata con la cena già pronta e un solo posto. Mi tolsi il giubbino e lo appoggiai sulla sedia, poi andai nella camera da letto. Lei era  sotto le coperte girata di fianco e non si voltò. Le chiesi se stava bene. Di rimando mi bofonchiò qualcosa del tipo che era tutto a posto.  Tornai in cucina e cenai. Mangiai molto lentamente e bevvi la bottiglia di vino per intero. Poi fumai una sigaretta. Mi guardai intorno e mi sentii un estraneo in quella casa. Ero dentro un mondo che non era il mio che non mi apparteneva più. Cercai un appiglio a cui aggrapparmi, non  trovai nulla. Davvero, non c’era niente che mi appartenesse in quel posto. Continuai a sbandare e sentii la testa girarmi, ma fu solo per un attimo. Mi accesi un’altra sigaretta. Ad un tratto lei apparve sull’uscio, mi guardò con gli occhi gonfi di lacrime e la faccia stravolta e disse “ci sono mille ragioni per odiare uno come te, ma anche per amarti. Ancora non ho ben capito quale delle due sovrasta l’altra”. Girò le spalle e ritornò a letto. Fu tutto. Non le risposi, non dissi nulla. Racimolai le mie cose ed uscii da quell’appartamento senza fare rumore. Senza farmi più sentire.


Correvamo verso i sobborghi stringendo tra i denti la fede, dormivamo sulla spiaggia, in quella vecchia casa abbandonata, distrutti dal caldo, e ci nascondevamo nelle strade secondarie. Con un amore così difficile e pieno di sconfitte. Correvamo nella notte per salvare la vita, per quelle strade secondarie (Backstreets - Bruce Springsteen).


Mi sistemai a un tavolino che dava sulla strada ordinai un toast e un birra grande. Tirai fuori un libro dalla sacca e lessi qualche riga. Lo riposi quasi subito perché non riuscivo a concentrarmi. Bevvi altre due birre, pagai il conto ed andai via. Quali tracce di me stavo seguendo, mi chiesi mentre raggiungevo l’automobile.  Perché tutto era sempre così complicato?  Era proprio vero, per alcuni la vita non cambia mai di foglio. Quando ripartii, sgommando, erano le sei del pomeriggio e mi sembrò di essere come un ladro del mio tempo. Accesi la radio e la slide di Johnny Shines, un perdente pieno di dignità, mi colpì come un pugno nello stomaco. La sua voce tonante chiamò il buio e la disperazione, e mi ritrovai all’incrocio tra due strade, solitario e mesto. Come sempre prigioniero del blues.(Tratto da: Viaggiatori Nella Notte)


 

Bartolo Federico


lunedì 1 settembre 2014

Viaggiatori Nella Notte



L’aria sapeva di temporale. Camminavo di sbieco con le mani nel soprabito, attraversando la notte. Guardai l’orologio Erano le due passate da un quarto. Il cuore mi batteva come fosse un motore ingolfato e gorgogliava nostalgie brucianti. In qualche modo, ognuno di noi si porta appresso le proprie menzogne, riflettei, senza le quali è impossibile tirare avanti. Ma bisogna saper mentire, e non tutti sono in grado di farlo. Matilda non c’era mai riuscita. Lo compresi subito, dalla prima sera che uscimmo insieme. I suoi occhi erano di un azzurro cielo, che ci si poteva specchiare. Occhi troppo puliti per avere imparato a dire bugie. Accesi una sigaretta di controvoglia , tirai una boccata e la gettai via. Specchiandomi nella vetrina di un negozio di articoli da regalo, notai che avevo la faccia greve e dolente, la faccia di un blues. In fondo, le nostre falsità ci fanno sopportare anche quelle degli altri, seguitai a pensare. E mi sentii come un mucchio d’avanzi, gettati via dopo il cenone di capodanno.


Cavalieri nella tempesta/Cavalieri nella tempesta/nati in questa casa/ buttati in questo mondo/ come cani senza un osso/ come attori senza la parte (Riders On The Storm -Jim Morrison). 


Non c’è niente di gratuito in questo mondo, neanche la pietà. Alla fine è sempre la nostalgia che ci permette di restare in piedi, che ci rapina i sentimenti, che fa scattare quella molla e ci salva dalla tempesta. Anche quando pensiamo di esserci liberati per sempre da quella cosa che ci faceva penare, non sappiamo mai se lei ha lasciato noi. Pioveva sempre. Accidenti. Il vento sferzò la pioggia strizzandola. A che serviva prendersela con gli altri, è sempre con noi stessi che dobbiamo fare i conti. Come nodi che vengono al pettine, abbiamo tutti qualcosa da regolare. Camminavo lento, con la sottile percezione di aver inseguito le cose sbagliate. E quella notte non ebbe fine. Sono sempre stato il miglior nemico di me stesso. Nulla da invidiare a nessuno, per questo. Ho commesso un errore dopo l’altro, ho abbassato la guardia e mi sono fatto fottere dalle circostanze. Erano le quattro e tre quarti della notte. 


Quando sei strano i volti vengono fuori dalla pioggia. Quando sei strano nessuno ricorda il tuo nome (People Are Strange. Jim Morrison).


Attraversai la strada, nel momento esatto in cui un’auto sfrecciò veloce e mi schizzò del fango sul soprabito. Al market aperto 24 ore su 24, comprai un giornale, latte e biscotti in offerta speciale. Nel distributore automatico presi le sigarette e un accendino. Dovevo smettere di fumare. Con quello che costavano e con il poco denaro che guadagnavo dovevo pensare solo ai bisogni primari. A conservarmi. Dopo tutto, non è che abbia mai avuto grandi pretese, anche quando frequentavo l’altra vita, quando avevo un lavoro stabile. Adesso, a furia di scagliare colpi alla cieca, mi sentivo vuoto e senza prospettive. Avevo perso tutte le forze, ero inerte. Ma dovevo pur esistere. Anna, la mia vicina di casa, mi udii armeggiare con le chiavi nella porta e si affacciò sull’ammezzato. Tutto bene Al? - mi chiese con tono materno. Anna era un ex maestra elementare, vedova da molti anni. Non aveva figli e nessuno che la andasse a trovare. Viveva della sua pensione e della reversibilità del marito. Con molta discrezione, da quando Matilda se ne era andata, si prendeva cura di me. Lo faceva senza essere mai invadente, con una gentilezza e un amore che, ormai, sono merce rara a trovare. Si ,sono stato in giro a guardare la notte - le risposi in tono malinconico - a misurare il tempo che passa. Mi avvicinai e le diedi un bacio sulla fronte. Lei mi accarezzò il viso con la mano ossuta e mi sussurrò nell’orecchio: Ero in pensiero, scusami Al. Entrai in casa, attraversai il piccolo corridoio e mi diressi verso la finestra. Tirai la tenda, guardai giù in strada ed accesi a basso volume lo stereo. Intanto che mi preparavo una tazza di caffèlatte, sentii la pioggia cadere sulla grondaia. Lo bevvi, inzuppandoci i biscotti. 


Giù, giù lungo la sponda del mare./Ci andiamo davvero vicino/ Ci andiamo davvero ad attaccare/Bimba stanotte ci andiamo ad annegare. /Andremo giù giù giù. (Moonlight Drive- Jim Morrison).


Stavo in silenzio, seduto sulla poltrona, ascoltando la pioggia che crepitava sul vetro e The Boatmnan’s Call di Nick Cave. Mi assopii. Avevo sempre lavorato come operaio in una fabbrica di profilati d’alluminio, impiegato alla fusione. In quella fabbrica avevo conosciuto Matilda. Il mio amore. Era un addetta alle pulizie. Quando la vidi la prima volta, dentro quella salopette celeste di una taglia più grande, aveva i capelli raccolti dentro una cuffia bianca e armeggiava con scope e strofinacci, mi sembrò stupenda. Come lo era d’altronde. E mi tremarono le gambe, quando mi accorsi che mi osservava con interesse. Ora, ti amerò /Finché dal paradiso non pioverà più/ ti amerò finché le stelle non sprofonderanno dal cielo/ Per te e per me. (Touch me -J. Morrison). Anna mi svegliò delicatamente, toccandomi la spalla. Possedeva una copia delle chiavi di casa che gli aveva dato Matilda e che io le avevo lasciato. Tutto era tale e quale a quel giorno in cui se ne era andata. Anche gli oggetti sui mobili di casa erano nella stessa posizione di quando c’era lei. Aprii gli occhi mostrandole un sorriso stinto. Vieni a mangiare Al - mi borbottò - si fredda tutto. Era il mio angelo custode. Poco prima di cedere al sonno, una paura tremenda mi aveva invaso. Poi la sentii respirare e ascoltai la sua voce, la vidi alzata davanti a me. Tutto era ritornato… li in un attimo. 


Nella casa dell'amore /Io conosco il sogno/Di cui vai sognando/Io conosco la parola /Che spasimi per udire /Io conosco la più profonda e segreta delle tue paure (The Spy – J. Morrison).

 

Cenammo, ascoltando il notiziario delle 19.30. Aveva preparato una zuppa di ceci con i crostini di pane e del purè di patate. Mentre mangiavamo, mi schernì con tenerezza , provando a tenermi alto il morale. Come avrei fatto senza di lei, mi chiesi, restituendole un sorriso dolce. Mi aiutava perfino con l’affitto di casa quando non c’è la facevo a pagare. Tra un boccone e l’altro mi raccontò che avevano arrestato un ragazzo, perché aveva preso una barretta di cioccolata in un supermercato. Il personale lo aveva inseguito e consegnato alla polizia. Solo serpi che strisciano si comportano in questo modo. Gliela avrei pagata io quella barretta – disse - se fossi stata lì. E anche adesso, se servisse a qualcosa. Non c’è più umanità nella gente, siamo l’uno contro l’altro, pronti a scannarci, ad ammazzarci, per un nonnulla. In un paese dove la cancrena è nello Stato, dove tutti razziano, dove si commettono crimini terribili, dove sciacalli internazionali ci succhiano il sangue, dove si spezzano le vite di milioni di persone, riducendole sul lastrico economico e morale. In un paese dove nessuno ha mai pagato per le stragi commesse, devi mandar giù che un ragazzo venga condannato a due anni di carcere per una simile stupidaggine. Mi chiedo Al, ma che razza di giudici abbiamo, se non hanno provato nessuna vergogna, ad emettere questa sentenza?. Se non hanno provato nessun disagio a guardare i loro figli in faccia, la sera. E’ un paese che merita solo l’indulgenza del disprezzo - affermò. E lo disse con rabbia, quasi gridando. Per quanto mi riguardava, da un bel po’avevo smesso di credere alla giustizia degli uomini e anche a quella divina. 


Questa e' la fine/ bellissima amica /Questa e' la fine/ Mia unica amica/ la fine/dei nostri piani elaborati/ la fine di ogni cosa stabilita/ la fine/ né salvezza o sorpresa/ la fine... (The End. - J Morrison)


Man in the rain on a city streetBisogna che vi arrangiate! - ci avevano detto i capi dell’azienda. Le classi dirigenti e i mafiosi usano gli stessi metodi per liquidarti. Sacchi d’immondizia da gettare in qualsiasi momento. Questo eravamo. La nostra vita non contava un cazzo. I loro numeri parlavano chiaro. Era più conveniente spostare la produzione in Cina, dove il lavoro non viene pagato come dovrebbe essere. Dove i più elementari diritti umani vengono calpestati e nessuno fa nulla. Anzi, si fa finta di non vedere. Perché il grasso cola. Quel giorno ci contestarono quasi di esistere. La globalizzazione, il liberismo, la concorrenza, l’euro; di tutto questo ne avremmo tratto solo benefici. Saremmo cresciuti economicamente, diventati competitivi, questo andavano blaterando i politici, nei loro dibattiti televisivi, sorretti da giornalisti ed economisti, pagati per assecondarli. C’era un odore nauseabondo, che mi perforava le narici. Il piano era chiaro, ci volevano rendere ancora più servili, cosi proni ai loro comandi, da accettare qualunque decisione avessero preso a riguardo delle nostre vite. Avevano pensato a salvare le banche, con i loro bilanci fittizi e le loro schifezze perpetrate a scapito di tutti noi, le uniche responsabili di questo dolore collettivo. Aziende con un evasione fiscale che avrebbe risanato l’intera economia. Ma dubito che in quelle stanze gli agenti del fisco sarebbero andati a verificare. Piuttosto, lo Stato aveva trovato il modo di raggranellare il denaro per rimpinguargli gratuitamente le casse. Stavano rendendo il lavoro un illusione, un miraggio che, se e quando lo ottenevi, era facilissimo ricattarti. La solita storia dei ricchi contro i poveri, ma questa partita si stava giocando con una crudeltà senza pari. Mai fidarsi degli uomini, è come farsi uccidere. 


I servi hanno il potere/ gli uomini cane e le loro meschine donne/Tirano su povere coperte/I nostri marinai/Sono stanco delle facce austere/che mi fissano dalla tv/ Torre/ci voglio delle rose dentro (The Severed Garden - J.Morrison)



Ci sarebbero voluti i poeti al potere. Forse, gli unici in grado di ridare una nuova anima al mondo. Nonostante tutto, avevo provato a reagire allo sconforto, mi ero dato da fare. Finito il periodo di cassa integrazione e di lotta, per tentare di riprendermi il posto perso, cercai di svolgere qualsiasi mansione. Accettavo tutto quello che mi si proponeva. Guardiano notturno nei cantieri edili, imbianchino, autista, anche piccoli lavoretti a servizio di chiunque mi pagasse la giornata. Cercavo di andare avanti,al contrario di Matilda, che dopo il licenziamento era precipitata nella notte più nera. Si era distaccata da tutto e da tutti, non riusciva a reagire a quello stato di cose. Era finita per inghiottirsi dentro se stessa, ogni giorno di più. Il suo fu un viaggio spaventoso nelle tenebre. Mi versai un whisky e accesi una sigaretta. Il buio si era insediato nella stanza. Per non restare da solo, cercai il suo disco preferito, Closing Time di un giovanissimo Tom Waits, allora scombussolato di romanticismo. La puntina si poggiò frusciando: Una ninnananna alla mia piccola, non piangere tesoro. Ci sono gocce di rugiada sulla finestra, caramelle di gelatina nei tuoi pensieri. Stai scivolando nel mondo dei sogni mentre reclini, lentamente il capo (Midnight Lullabay). Mi alzai dalla poltrona per prendere il posacenere. Lo feci lentamente, molto lentamente, per paura che andassi del tutto in frantumi.


Mentre il cielo diventava color rame, quella città mi sembrò un posto non peggiore di altri. Entrai in un bar qualsiasi e mi sedetti sullo sgabello vicino al banco. La cameriera mi accolse con un sorriso opaco e senza quei formalismi del cazzo che mi mettevano a disagio. La osservai mentre preparava il mio Johnny Walker etichetta nera. Era bella, ma di quella bellezza artificiale. Troppo perfetta, per uno come me. Quando mi passò il whisky e si mise a parlottare del più e del meno, mi sembrò più vera di come mi era apparsa di primo acchito. Un altro viaggiatore della notte, rassomigliante a Jena Plissken, prese posto accanto a me. Mi scrutò con occhi vitrei e ordinò un bourbon liscio. 


Lo sai il giorno distrugge la notte. La notte divide il giorno. Ho provato a correre. Ho provato a nascondermi. Fatti strada verso l'altro lato (Break On Through - J. Morrison)



Erano tre anni che non stavo più con una donna. Da quando Matilda si era ammalata. Da quando diceva che voleva addormentarsi, per non svegliarsi più. Allora non provai mai a forzarla, e pensandoci adesso, probabilmente sbagliai. Forse lei non si era sentita più desiderata, ma io l’amavo con tutto me stesso e avevo solo paura di ferirla, di farle del male. A volte, non sai mai qual è la cosa giusta da fare. Uscii dal bar e presi a camminare senza meta per la città. Era solo un modo per non impazzire del tutto. Non riuscivo a dormire e, per seminare i miei spettri, vagare nell’ombra era diventato quasi un obbligo. Le volte che mi capitava di non aver voglia di muovermi, restavo chiuso in casa. Mi accadeva di chiamarla ad alta voce e continuare a farlo pensando che lei mi rispondesse. Ma i morti non parlano. Reami di felicità, reami di luce. Qualcuno è nato per vivere benissimo. Qualcuno è nato per stare in delizia. Qualcuno è nato per una notte senza fine.. (The End of the night - J. Morrison). Quella mattina risvegliatomi, misi sul fornello la macchina del caffè e aspettai che venisse fuori. Lo versai in due tazze e ancora fumante ne portai una a Matilda, che sonnecchiava raggomitolata nel letto. La baciai tra i capelli come facevo sempre, lei scoperchiò le coperte e mi abbracciò. Fu un abbraccio inconsueto, forte e lungo. Ma solo dopo mi resi conto che non lo aveva mai fatto in passato. 


Prima che tu diventi incosciente. Vorrei un altro bacio Un'altra possibilità di grande felicità. Un altro bacio, un altro bacio. I giorni sono luminosi e pieni di dolore. Prendimi nella tua sottile pioggia (The Crystal Ship – J. Morrison).


Anna mi attese tutto il giorno sotto il portone d’ingresso. E non permise a nessuno di avvicinarsi e neanche di contattarmi al telefono. Quando mi vide svoltare l’angolo del palazzo, mi venne incontro. Non ci fu bisogno che dicesse nulla, lessi tutto in quello sguardo perso nel vuoto, in quell’abbraccio senza fine che mi diede. Se ne era andata per sempre, ingerendo barbiturici. Così è la vita. E’ così che tutto finisce! Anna aveva suonato alla porta, senza ottenere risposta. Suonò ancora una volta. Niente. Alla fine, apri con la chiave e la trovò riversa sul letto. Dal controllo che fecero gli inquirenti non risultò che avesse lasciato alcun biglietto per spiegare il suo gesto. A quel punto la mia guerra era terminata. Perché, finchè lottiamo, ci aggrappiamo alla speranza; dopo si penetra sgomenti dentro al buio. Nel nulla più assoluto. Yeah, vieni/ Quando la musica é finita/ Quando la musica é finita,/ Spegni le luci /spegni le luci(When The Music’s Over – J. Morrison). Qualcuno mi consigliò di lasciare quella casa, ma non l’ascoltai. Era l’unico modo per sentirla ancora viva, per continuare a parlarle, per seguitare ad amarla. Il cielo si punteggiò di stelle. Attraversai la notte, prima con passi lenti, poi sempre più spediti. Un viaggiatore solitario si spinge sempre più lontano. Ma fino a dove si può arrivare? Dove bisogna che si fermi? Nessuno lo sa con precisione. Entrai in casa che erano quasi le cinque della stessa notte, il giorno dopo. Mentre ululavo alla luna, nella semioscurità avevo notato due ragazzi che camminavano abbracciati, come Dylan e Susan Rotolo, nella foto di copertina di The Freewheelin. Le era sempre piaciuto quello scatto, sosteneva che noi assomigliassimo a quei due. Abbassai le palpebre che quasi mi s’incenerirono e mi venne un capogiro che dovetti appoggiarmi alla parete. Quando mi scollai, il cuore prese a battermi in maniera inaudita e iniziai a sudare freddo. Nel chiaroscuro del salottino, strinsi quell’ellepì e mi avvicinai alla finestra. Scostai la tenda, una bava di luce penetrò. Tirai fuori il disco e un foglietto cadde a terra. Lo raccolsi e, con le mani che mi tremavano, lessi quell’ultimo brandello di vita: Sei l’essenza di tutti i miei sogni, Al. Ti amo. Come un’altra, voglia Dio, possa amarti. Matilda.(Tratto da: Viaggiatori nella Notte)


A ricordo di Jim Morrison, Re Lucertola.

Bartolo Federico


Johnny Winter – Step Back (2014)

Tracklist:
01. Unchain My Heart (With Blues Brothers Horns) (3:14)
02. Can’t Hold Out (Talk To Me Baby) (With Ben Harper) (4:07)
03. Don’t Want No Woman (With Eric Clapton) (3:04)
04. Killing Floor (With Paul Nelson) (4:28)
05. Who Do You Love (2:49)
06. Okie Dokie Stomp (With Brian Setzer) (2:57)
07. Where Can You Be (With Billy Gibbons) (3:57)
08. Sweet Sixteen (With Joe Bonamassa) (7:57)
09. Death Letter (3:38)
10. My Babe (With Jason Ricci) (4:24)
11. Long Tall Sally (With Leslie West) (2:52)
12. Mojo Hand (With Joe Perry) (3:49)
13. Blue Monday (With Dr. John) (2:59)