sabato 29 ottobre 2016

Luce Che Viaggia







Passeggero Del Rock' n' Roll










Dammi La Chiave





 
Lady, Give Me Your Key: The Unissued 1967 Solo Acoustic Sessions
01 Sixface
02 Contact
03 Lady, Give Me Your Key
04 Once Upon a Time
05 Once I Was
06 I Never Asked to Be Your Mountain
07 Pleasant Street
08 Knight-Errant
09 Marigold
10 Carnival Song
11 No Man Can Find the War
12 I Can’t Leave You Lovin’ Me
13 She’s Back Again

domenica 23 ottobre 2016

Più Luce Della Luna



C’è stato un momento tra il 1973 e il 1978, che il mercato discografico sembrava non facesse altro che cercare dei nuovi Dylan. Ci sono finiti in tanti in quella "maledizione", perché essere paragonati a Dylan è stata un aspettativa che alla fine ha portato quasi sempre al fallimento commerciale. Chiunque a quel tempo stringesse tra le braccia una chitarra acustica e aveva un pugno di canzoni scritte di proprio pugno, finiva dentro quella "condanna". Ne sanno qualcosa Elliott Murphy, Phil Ocks, John Prine, Dirk Hamilton, Steve Forbet, James Talley e tanti altri. Adesso Dylan è solo un vecchietto, per qualcuno anche maleducato e arrogante, che non fa più tendenza. Pensate a quante inutili polemiche si sono levate contro la sua nomina al Nobel per la letteratura. Ma  in un modo o nell'altro, il mondo non finisce in Norvegia. Quello che invece è chiaro, che non ci sarà mai un nuovo Dylan. Anche perché  il mercato discografico non lo cerca più uno come lui. Il rock’n’roll ha dispetto di noi vecchi romantici ancora sulle barricate, è qualcosa che sta al chiuso di qualche sottoscala pieno di polvere e ragnatele.  Figuratevi oggi a chi diavolo importi di diventare un folk-singer, squattrinato e solitario. I ragazzi inseguono altri suoni, hanno altri idoli. Gira in un altro modo il mondo della musica. Si va solo nei talent show per emergere. La strada "maestra di vita" non conta più un cazzo, la gavetta non si fa più sui palchi scalcagnati di periferia. Tutti vogliono diventare  delle star e viaggiare in prima classe. La tivù offre questo sogno effimero, questo salto nel vuoto. L’apparire più della sostanza. Ma come al solito ci sono le eccezioni che rimettono tutto in discussione. John Calvin Abney con il suo “Far Cries and Close Calls” mi ha spiazzato sin dalla prima canzone quando con una voce nasale e sporca di polvere, si è messo a cantare il suo amore per il rock’n’roll. Mi ha preso con se e mi ha portato tra quelle strade dove sono stato un mucchio di altre volte, in quei luoghi consumati dal tempo e dalla nostalgia, e lo ha fatto con un piglio fresco e genuino, sincero e onesto. E allora la sua solitudine è diventata anche la mia. Sono un mazzo di canzoni che vale la pena ascoltare e consumare, fino alla nausea. Certo John Calvin Abney non è il nuovo Dylan, ma ci somiglia accidenti a lui, se ci somiglia. Perché volenti o nolenti si resta soli nella nebbia, e l’unica luce che abbaglia sono queste piccole stelle nel cielo.

Bartolo Federico


giovedì 20 ottobre 2016

Non Viene Mai Nessuno A Trovarmi


La sbronza mi era passata è il mattino era arrivato sornione, portando con sé il vento caldo di scirocco. Mi sono alzato e ho guardato fuori dalla finestra. La strada si era già riempita di macchine e camioncini, che rifornivano le varie botteghe della zona. Ho notato due ragazze carine camminare a piedi, ma erano troppo giovani per uno come me.  Nel frattempo ho anche guardato l’ora nel pendolo sopra la mia testa. Mi sentivo tutto indolenzito e avevo un certo amaro in bocca. Ho fatto il caffè e messo sul piatto un disco che era da giorni che volevo riascoltare. La casa aveva un aspetto gentile. Anche senza le rose che lei posava ogni giorno in un vaso sopra la cucina. Il suono dei clacson e lo strascichio dei passi sotto l’imposta, mi tolsero da quei pensieri. Mi piace indugiare in fantasie inutili è un modo come un altro, per tirare avanti. Per alleviare il dolore. Treeless Plain dei Triffids lo comprai appena uscito nel 1983, solo per la curiosità di sentire la cover di I Am Lonesome Hobo di Bob Dylan. Ma alla fine mi piacque tutto quel disco per quell’atteggiamento d’irriverenza e spavalderia che aveva nel proporre cose vecchie, che sembravano nuove. La band era capitanata da David Mc Comb un tipo smunto e solitario che proveniva dai deserti australiani, e suonava musica vestita di nero,  impiastricciata da quella malinconia cara ai Velvet Underground. Allora però ero come dentro un grande tunnel e filavo verso cose ignote. Così quelle canzoni, mi fecero tremare dalla testa ai piedi. Quando è arrivata Madeline ho provato un po’ di calore, come quando ero tra le sue cosce. Dopo ho chiuso la tapparella perché il vento stava portando troppo scompiglio nella stanza. Non puoi fare sempre il coglione alla fine la gente si stanca, e anche tu. Mi sono fatto una doccia, mi sono messo dei vestiti puliti, e ho guardato nuovamente in strada. Certe volte mi sembro un sensitivo. Anche stavolta lo avevo previsto che non sarebbe durata a lungo.


Quello che ho imparato nell’andare avanti e di non avere mai fretta. Non serve a nulla la fretta se non a occultare e offuscare sfumature. Disperdere dettagli. E si può cambiare idea senza per questo sentirsi in colpa. Si resta però sempre sgomenti di fronte alla crudeltà degli uomini. Guardai il pendolo che produceva un rumore strano. Anch’io avrei potuto essere migliore. Fried di Julian Cope l’ex leader dei Teardrop Explodes fu pubblicato verso la fine del 1984. E' un disco che pare uscito da una notte di un uomo che guarda la luna andare alla deriva portandosi nel mattino, scrosci di pioggia e lacrime. Un uomo che non nasconde mai ciò che prova. Che stropiccia gli occhi nel buio e si agita come impazzito, fra creature dall’aria feroce e stanca. Ognuno può prendersi ciò che vuole da questo disco stralunato, psichedelico, visionario, barettiano. Basta imboccare le sue stradine senza luce e pur con quella leggera paura negli occhi, si può trovare persino un po’ di colore. Un disco da consumare per sempre. Anche se questo mondo fa fin troppo disgusto. Tutti imbrogliano e s’imbrogliano quindi non conviene mai abbassare la guardia, se non si vuol restare fottuti oltre il dovuto.
 
La vecchia scala del palazzo si attorciglia attorno ad una ringhiera sbieca e arrugginita. Sul corridoio ma solo nel mio pianerottolo, c’è un grande specchio appoggiato sul muro. Qualcuno lo ha lasciato lì, dopo aver traslocato. Un giorno o l'altro lo toglierò perché ogni volta che passo, devo fare i conti con me stesso. Quando risali il tragitto controcorrente il rischio che si corre, è di ammutolirsi. Con quel dolore che ci si porta appresso, e le mani infilate nelle tasche della giacca, si rimane a sognare ad occhi aperti. Quella fiumana di persone fuori il metrò che quasi mi sommerge, ha facce che paiono scavate nell’ombra. E mentre i graffitari hanno ricoperto i muri dei loro capolavori, qualcuno a quell'ora del giorno sta suonando a tutto volume The Living End, dei The Jesus And Mary Chain. Sembra tutto accettabile e presentabile ai nostri occhi, almeno fin quando le cose non prendono a girare storte.  Jesus And Mary Chain si erano rivelati grazie ad un 45 giri che conteneva Upside Down, e la cover di Vegetable Man di Syd Barrett. Il cuore fragile e sincero dei Pink Floyd. L’artista pazzo, rimasto prigioniero della sua stessa mente. Allora però ero sulla cresta dell’onda e non avevo cominciato la discesa. Sul vetro appannato adesso corrono rivoli di pioggia.
Psycocandy consumò tutta la luce del giorno, la mia amarezza, e mi diede anche una gran quantità di coraggio. Un disco di pop- rock suonato con chitarre distorte, avvolte da un ritmo frenetico, sconnesso, e dalla ruvida eleganza che il punk ci ha lasciato in eredità. Un disco dall’atmosfera torbida, semplice e perfetto. Abbiamo il diritto di girarci e rigirarci da un lato e dall’altro, senza che nessuno c’è lo impedisca. Abbiamo il diritto di difenderci dalla bramosia di potere di questi politicanti bugiardi e mostruosi, che fanno finta di governarci. Ho acceso una sigaretta e in qualche modo mi sono anche commosso.

Angelina la conobbi che portava degli stivali texani di pelle di serpente, jeans sdruciti, e una maglietta bianca della Levi’s. La prima volta che si spogliò davanti a me rimase ferma in mezzo alla stanza in mutandine e reggiseno, che erano di colore nero. Mi guardò con quei suoi occhi profondi come per invitarmi a prenderla tra le mie braccia. Ma restai fermo nella penombra, per poterla osservare ancora un po’. Era di una bellezza prepotente. Poi abbiamo fatto l’amore senza dire una parola. Le parole ci avrebbero portato fin troppo lontano, e non era il caso. La vita viene e non fa male, cantò Syd Barret. Più tardi stappai una bottiglia di vino rosso, e presi due bicchieri. Mi stava di fronte graffiando la copertina di un disco con l’unghia del mignolo. Ho preso la bottiglia e me la sono messa accanto. Il cuore sembra impazzito. Ho acceso lo stereo. Pleasee To meet Me è un disco dei "The Replacements" prodotto da Jim Dickinson all’Ardent Studio di Memphis, nel 1987. Era il loro quinto disco e anche il primo e unico suonato come trio. Nightclub Jitters ha fatto irruzione alle tre e venti della notte.  Le cose tristi mi rendono davvero romantico, e mi fanno perdere dentro la musica. Angelina ha lasciato molti indizi sparsi per l’anima, è un fantasma nel riquadro della mia porta di casa. Avvertirla è come incidere con un coltello su una vecchia ferita. Certi ricordi quando ti arrivano sono davvero devastanti.  Dovrei imparare a chiuderla per sempre quella porta. Pleasee To meet Me fece invece breccia nel cuore di molti drogati, insonni, e fuori di testa. Gente in collera con il mondo, con le labbra serrate e l’anima in fiamme. Anche l’ombroso Tom Waits, lo nascose sotto il suo cappello.

Agitarsi non serve a nulla perché tutto passa. Anche il dolore. Basterebbe avere la pazienza di aspettare e tirare fuori al momento giusto un po’ di coraggio. Fuori la pioggia sibila e la mia anima è come un avanzo di cibo avariato. Robyn Hitchcok ha sempre scritto canzoni sghembe e affascinanti. “I Often Dreams Of Trains” album del 1984, suona come un abbandono, un saluto rubato dietro un finestrino appannato dalla pioggia, di qualcuno che se ne va per sempre. Brividi folk scheletrici e grigi. Una luce gialla in un piccolo buco maleodorante. Fogli di giornali e scarabocchi sulle pareti, fiammiferi bruciati, croste di pane, occhi tetri, e pioggia che cola sulla faccia. Canzoni per solitari, che si assottigliano sotto il cielo di Londra. Mentre aspettano un altro treno.  Una sera mentre camminavo per far ritorno a casa ho buttato la cicca per strada, una cosa che di solito non faccio mai. Mentre una leggera emicrania stava facendo capolino ho guardato la punta delle mie scarpe, e mi sono fermato appoggiandomi nel portone di un palazzo. Un piccolo spacciatore è sbucato dall’ombra e mi ha guardato come per capire se fossi uno sbirro. Di quegli sbirri solitari che se ne vanno alla ricerca di prostitute, alcolizzati, e piccoli malviventi. Persone che il mondo schiva. Ma il marciume sta da un’altra parte. Ai voglia quanto criminali troverebbero quegli sbirri se gli facessero fare davvero il loro mestiere. Se potessero davvero bussare in quelle porte che non si possono mai scardinare. Nelle porte del potere. Non mi piace questo mondo così come è messo. Ma non posso farci nulla. Chi fermerà tutte le guerre? Le nostre disgrazie stanno lì. Non ci vuole poi molto a capirlo. Ma ognuno ha le sue rogne in questa vita, e si tiene stretto dentro le sue debolezze. Di solito è il dolore quello che si esibisce, il piacere si tiene nascosto come fosse una vergogna.

Il primo album delle Violent Femmes è uscito nel 1983, ed è un disco rivoluzionario. Contiene canzoni piene d’umanità, di rabbia e d’amore, che prendono qualsiasi deviazione sia loro concessa. Qui non ci sono paillettes, ne falsi sorrisi, e neanche inganni. C'è solo musica che ridà una speranza a chi è rimasto senza più nulla. Tre ragazzi fermi all’angolo della strada. Due giri di strofe e ti ritrovi a cantare insieme a loro, immerso nella nebbia. Chi se lo sarebbe mai aspettato. Ho ancora qualche libro con me. Una vecchia radio, le foto della mia famiglia, una chitarra, una macchina fotografica, dei vecchi scritti. Niente di speciale. Ma questi sono i miei ricordi. Nella buca della posta ho ritirato due bollette. Ho risalito lentamente la scala di casa tenendomi dal corrimano. Mi sento al sicuro in questo palazzo anche se dal lucernario sfondato, piove sui pianerottoli. Ma tanto a me non viene mai nessuno a trovarmi.



Bartolo Federico