giovedì 8 ottobre 2015

Dove Le Luci Non Brillano

Guardai il cielo annuvolarsi e pensai a cosa avrebbero scritto all’indomani i giornali dell’omicidio di quel ragazzino. Stavamo tutti quanti ballando sull’orlo di un vulcano, ma ero certo che ci avrei trovato le solite cazzate. Il solito paraculismo di facciata dei soliti noti. Il tutto per nascondere la verità. Tanto quella non conviene a nessuno conoscerla. In questa storia però siamo tutti coinvolti, nessuno può farsi da parte. Quello che è accaduto che ci crediate o no, poteva succedere a chiunque di noi. Siamo nella merda, per colpa di politicanti da strapazzo che non si sa per quale strana alchimia, se ne stanno rinchiusi in quei palazzi da tempo immemore. È colpa di questi personaggi se nel mondo ci sono solo vittime e carnefici, interscambiabili tra loro. Mi sentii invadere da una sensazione di paura e orrore. E mi chiesi cosa c’era in quegli occhi fissi di odio e disprezzo, per fare fuoco su un ragazzo di appena sedici anni. Quell’uomo si era affidato ad un revolver per guadagnarsi da vivere, ma questo non spiegava nulla. Forse c’era dell’altro che gli rodeva dentro. Promesse scadute, repressione, rabbia. Chissà! Certo, nessuno di noi è innocente, ma questo non basta a discolpare quel furore selvaggio. Mai poi per cosa santo cielo. Quel ragazzo aveva fatto solo un po’ il furbo. Ma anch’io faccio il furbo, lo fanno tutti. Forse gli avevano ordinato di ammanettare la preda con ogni mezzo? 

La libertà è andarsene nella direzione dei propri sogni. Ma non tutti ci riescono. Long May You Run suonò all’improvviso dall’autoradio accesa. Quel passato dov’era finito? Forse era dentro il bagagliaio della mia auto mentre me la filavo via nella notte. O forse nelle corde di chitarra di una nuova rock’n’roll band. Gli sconfitti di oggi, sono come quelli di ieri. Sempre gli stessi. 

Quante ne abbiamo passate di cose insieme. Con bauli di ricordi ancora a venire. Troveremo sempre qualcosa da fare nei giorni tempestosi .Possa tu correre a lungo. Possa tu correre a lungo. Possa tu correre a lungo . Nonostante  tutti  questi cambiamenti. Col tuo cuore cromato che splende nel sole. Possa tu correre a lungo  (Long May You Run- NEIL  YOUNG)



Questa è una terra ingiusta, cattiva. Troppe vite l’attraversano senza che quasi nessuno se ne accorga. È come se queste anime percorressero un solo tragitto, in un paesaggio senza sfondo, senza emozioni. Ma c’è qualcosa che non torna indietro mai, e si corrono  troppo rischi quando nasci dalla parte sbagliata della città. Dove le luci non brillano. Incominci da subito a tremare e battere i denti, e non riesci mai a trovare strade più tranquille da attraversare. Senza volerlo fai paura a tanti soltanto per quello che rappresenti, e tutto questo ti fotte, ti blocca la vita per sempre. Come una premonizione quella sera, quel ragazzino sentii il freddo della morte fin dentro le ossa. Ma lui lo aveva già dovuto sapere, che non si può andare da nessuna parte quando nessuno ti desidera. Saremmo dovuti nascere con un terzo occhio, per vedere i nostri demoni inseguirci da dietro le spalle. Perché il diavolo ci mette sempre il suo zampino. 


Mentre guidavo in uno dei paesaggi più stralunati che avessi mai attraversato, le note di It Dosen’t Matter furono come un dono divino. Riuscirono a riempire quel vuoto immenso che sentivo dentro di me. Tutto se n’era andato lungo la strada, e mi ero portato appresso solo la mia disperazione, come fosse un cimelio, la cornice di un quadro, una barriera di protezione. Me la portavo nell’esatto modo in cui ci portiamo appresso quelle poche canzoni, che ci hanno cambiato la vita per sempre. Non si ha mai abbastanza tempo ma anche se ci costa fare un inventario doloroso, con una semplice capriola si può rotolare all’indietro, e si può tentare di rianimare quel fuoco che ci covava dentro, e che ci faceva esplodere di rabbia e indignazione. Cercare in fondo a quello smarrimento tutte le parole, e le musiche, che ci hanno illuminato le notti solitarie e meste. Quelle che ci hanno portato a parlare con il lampione e la luna, e come per magia ci hanno fatto sentire come se fossimo il nuovo Eddie Cochrane, o Gene Vincent. Anche loro dispersi giù in fondo alla vita. Nell’oscurità della notte. Sopra la città le nuvole erano piene di angeli stravaganti. Un piccolo cielo tutto per loro. Schiacciai con le mani la lattina di birra, accessi una bionda, e scesi dall’auto. Sotto la luce fioca del lampione, mi sembrò di essere come uno straniero arrivato in un paese spaventoso.



Bartolo Federico

sabato 3 ottobre 2015

Un Duro Addio



Ero rimasto a fissare la strada con quella tristezza che ti assale e ti sorprende, quando i ricordi diventano commoventi. Non so perché ma rispolverando vecchie sensazioni scrostate con le unghie da un tempo che ci batte inesorabile, mi sentii nuovamente selvaggio su quella carrabile sgangherata e capricciosa. La strada davanti a me era un sali-scendi, e la giornata carica di luce. L’ideale per un viaggiatore solitario. Sapevo bene che l’importante era andare, camminare, arrivare da qualche parte, per cercare di mettere a freno quella frenesia che mi tormentava il cuore. Mi sentivo da molto tempo ormai come uno che aveva perso il suo orientamento, e che non sapendo più’ cosa fare con la propria vita, si era rimesso in viaggio su quelle strade rimaste chiuse dentro un archivio di memorie e cianfrusaglie. Sempre pronte tuttavia ad accogliere chiunque. Un ramingo, un rambler, o un bandito raccattato in una bettola, nascosta ai lati del mondo.  Vedevo i loro occhi brillare nel buio. Ma dalle mie parti, c’erano un sacco di rompicoglioni che brulicavano nell'ombra. Gente pronta a farsi un banchetto con la mia carcassa. Non era ancora tempo per finire nei loro inganni.

A quei tanti disperati che aspettavano i treni della notte, li penetrava un vento gelido. Ma loro non si facevano troppi scrupoli ad attraversare il mondo con quel luccichio negli occhi, e la chitarra a tracolla. Percorrevano vie oscure, e provando e riprovando, le canzoni che scrivevano, confessavano i loro peccati. Non c’era nessun virtuosismo vuoto e inutile nella loro musica, ma solo la voglia di scoprire cosa si nascondeva dietro l’emozione di una nota ostinata, e dolente. Quello che desideravano era soltanto un’anima nuova, afferrare l’attimo. Le loro canzoni però ti facevano tremare, scuotendoti fin dentro le ossa. Mi chiesi cos’era rimasto di tutti quei sogni? Di quelle gocce di speranza, che avevano lasciato dietro le loro spalle. Era stato tutto seppellito sotto rotoli di catrame? Oppure quella magia era rimasta ancora appiccicata nell’aria? Girai la chiavetta del motore e mi ricordai di quando mi nascondevo da qualche parte con quei dischi, che mi alleviavano le ferite. E’ al buio che l’angoscia diventa ancora più insopportabile da domare.


Qualcuno in strada stava suonando un sassofono, e tirava fuori emozioni ammaccate e sciupate, ma ancora buone da origliare. Sotto i neon accesi, ho riguardato delle vecchie foto in bianco e nero. E anche quell’addio venuto fuori dal fondo della mia memoria. Sono rimasto ad ascoltare come un bambino incredulo, allo stesso modo di quand’ero ragazzo e non c’era nessuno che mi spiegasse quello che non capivo. La musica è sempre stata l’unica cosa che mi ha fatto sentire vivo, come nessun’altra cosa al mondo. Ed è con la musica che ho tenuto a bada quel sentimento di dolore che provavo sotto quel cielo tumefatto di lividi grigi, e malinconici. Tom Gruning e le sue ninnananne sono stati preziosi in quelle notti senza nome, e senza volto.

Il segnale è indiscutibile. Quel tizio dice un sacco di falsità, non vuole altro che ridurci in brandelli. Ma molti fanno finta di non capire. Siamo come tanti coglioni bastonati e derubati di tutto. Erano quasi le cinque del mattino e la luce del sole stava per tornare. Merda... Un sacco di cose si soffocarono in gola. Fu in quel momento che il blues prese nuovamente il sopravvento. Chi ha ucciso Jesse James, Billy The Kid, Sacco e Vanzetti, Stagolee? Buddy Holly perché è morto così giovane? Mi mancano Brian Jones, Bobby Fuller e Jim Morrison. Tim e Jeff Buckley. E pure quel pazzo scatenato di Keith Moon. Quel locale in fondo alla strada era chiuso. Allora pregai e implorai il diavolo per potergli vendere l’anima, e suonare finalmente il blues come Tommy Johnson.

Mississippi John Hurt  cantava e suonava un folk blues assai lontano dal quel suono di Robert Johnson, quel suono maledetto e spregiudicato, che ha fatto grande il rock’n’roll. E’ stato un testimone musicale della cultura tramandata per via orale. Molto amato dal pubblico bianco, anche per via della sua mestizia d’animo. I suoi blues sussurrati da una voce nasale e da un picking chitarristico pulito e preciso, hanno fatto breccia nel cuore di Doc Watson, Bob Dylan, e John Fahey. Senza di lui non ci sarebbe stato neppure quel twang notturno e malinconico di J.J.Cale. La risposta è tutta qui, chiusa nel palmo della mano. Frank Stokes suonava il blues, ma si stava rovinando con i suoi vizi. Le cose erano fuori dalla sua portata. Brandiva venti dollari che aveva racimolato cantando a una festa di matrimonio, e beveva del pessimo whiskey. Il mazziere distribuì le carte raccogliendo i soldi posati sul tavolino. La partita era appena cominciata. Sapeva troppe cose quel ragazzo, ma aveva bisogno di un sacco di trucchi per eccitarsi, e cominciare a suonare la sua rabbia, la sua disperazione. Un ultimo giro per favore.

La cerchiamo come ossessi la felicità. Si tira avanti tenendoci compagnia, facendo l’amore e abbracciandoci, nonostante la nostra cattiveria. Camminiamo per questo mondo, sbattendo le ali, cadendo e rialzandoci. È molto più facile però rinunciare all’amore, che alla vita. Guthrie Thomas è scampato solo per miracolo, al suo diluvio interiore. Perché quando ci si sente fuori posto, si fanno tante cazzate. Un giorno è scomparso sotto la pioggia battente. Rifugiatosi da qualche parte, scrive ancora canzoni destinate a oscuri angeli neri, e canta sempre di promesse infrante, di terre sconosciute, di sogni giurati sottovoce all’ombra di una candela. Sullo sfondo della notte ci sono tanti uomini lasciati soli, che non troveranno altro che il loro misero destino, mentre se ne vanno dritti all’inferno.


Non mi restava che spingere sull’acceleratore, come avevo fatto un mucchio di altre volte. Quando non ti senti più te stesso, è come spegnersi lentamente. Mi resi conto che accumulando macerie su macerie, continuavo a inerpicarmi in questa fottuta storia. Ero in marcia con quel dolore antico, che mi trafiggeva il cuore. Poi la vidi da lontano quella linea blu, la mia strada. E respirai. Me lo ricordavo quel bivio e anche la pompa di benzina, con il cilindro di vetro rotto. Sembravano che mi stessero aspettando. La mia vena non si era indurita e neanche rinsecchita. Bastava scavare un po’ nei meandri per trovare illusioni, fughe e orgoglio. C’ero finito un mucchio di volte al confine con gli occhi che mi bruciavano. Allora avevo poche cose con me. Una di queste però era veramente preziosa. La musica di Chicken Skin Music di Ry Cooder che mi faceva sentire davvero un clandestino dell’anima, mentre viaggiavo su quelle strade percorse dal vento, e dalla solitudine. Quelle canzoni mi conciliavano con il mondo, e anche la mia paura spariva. Con gli occhi dell’immaginazione e con il cuore minuscolo, riuscivo a trovare una speranza. E’ difficile da spiegare ma è andata così. Devi aspettare mi diceva lei. Devi sapere aspettare. Se corri troppo rischi di perderti. Come per incanto Wildwood Flower della Carter Family risuonò da qualche parte.

Oh, m’insegnò ad amarlo e mi chiamava il suo fiore. Che sbocciava per rallegrarlo nell’ora triste della vita. Oh, non vedo l’ora di rivederlo e dimenticare quest’ora oscura. Se n’è andato via e ha abbandonato quel fiore selvatico di bosco.

L’aria della sera si fece sempre più fresca. Non so perché, ma cominciai a provare un po’ di risentimento verso il mondo, e anche verso me stesso. Le cose che mi circondavano presero a ondeggiarmi davanti agli occhi. E in quel silenzio che mi avvolgeva, la mia rabbia si fece buio. Avevo bisogno di parlare con qualcuno, di mostrarmi, di condividere quello che mi tormentava. Lei aveva lavorato in un locale, dove si suonava del rock’n’roll vecchia maniera. Ero molto vicino a quel posto, e dentro di me sperai di trovarla ancora lì. Quando ci arrivai, il bar era colmo di gente. Mentre mi guardavo intorno, bevvi un bicchiere di whiskey. Il ricordo della sua voce, delle sue carezze, mi fece capire quanti errori avevo commesso solo per stare dietro alle mie ossessioni, alle mie debolezze. Tutto invece era molto semplice. Dovevo solo dirle che ero pronto, che sarei stato con lei, che avremmo avuto una vita normale. Che quella rabbia che provavo era svanita. Che avevo delle soluzioni. L’ho sempre saputo che i miei primi piani fanno schifo, e che l’amore è qualcosa d’inafferrabile. Si rifugia sempre dove meno te lo aspetti. Il colpo era andato a segno, e faceva molto male. E’ il dolore che ci cambia. Ma adesso non aveva più alcuna importanza. Bevvi il mio drink e me ne andai.


Bartolo Federico

giovedì 1 ottobre 2015

Strade Polverose(intorno alle nuvole)


Mi sono svegliato come mi capita spesso alle quattro del mattino, senza avere niente di particolare in mente, ma con quel senso d’inquietudine che da tempo mi attanaglia la vita. Da quando le cose hanno preso a girarmi male, mi sono ritrovato parcheggiato sotto un ombra scura e maledetta. Mia moglie insieme a nostro figlio, dopo che la nostra unione ha avuto una brusca deviazione e non siamo riusciti in alcun modo a raddrizzarne il corso, è tornata a casa dei suoi genitori. Adesso vivo da scapolo, in una casa popolare di tre stanze che era stata di mio nonno. Anche in questa condizione cerco di fare il mio lavoro di padre a distanza, ma è inutile dirlo che non è per niente facile. Come ogni mattino le campane della chiesa si sono messe a suonare, ricordano ai fedeli che al risveglio bisogna purificarsi lo spirito. La mia anima io l’ho consegnata al blues, quando il diavolo mi ha divorato.

La ditta dove per vent’anni ho lavorato è fallita sotto i colpi micidiali di una crisi economica, che sta mietendo vittime come in una guerra nucleare. L’unica prospettiva che mi è rimasta è quella di arrangiarmi come meglio posso. Tutta colpa dei nostri governanti che con le loro scelte insensate, ci hanno condotto in un vicolo cieco. Per non farci capire quello che sta accadendo, cercano di convincerci tramite una schiera di giornalisti, economisti, intellettuali, e uomini di spettacolo prezzolati, che le angosce di ognuno sono quelle di tutti quanti, quindi di nessuno. Un modo per restare sulla breccia, e indurre i pochi oppositori alla ritirata. Il presentatore di kermesse ha sentenziato che non c’è più il posto fisso, invece di ammettere che non c’è più il lavoro. Il birbone sicuramente era distratto nel farsi un selfie, con qualche ministra. Bisogna fare attenzione anche alla sua combriccola di cortigiani cattivi e rabbiosi, persone con la bava alla bocca. Gente di cui avere paura. 



Oggi, rovistando in una cesta ho ritrovato scampoli del mio passato, in forma di nastri musicali. Uno sta già cigolando nella vecchia piastra di registrazione. The Notorius Byrd Brothers è un disco dalle atmosfere sognanti e psichedeliche, che mi riporta dentro una stagione del rock indimenticabile, dove forse era più facile fantasticare. Tra cactus, saguari e allucinogeni, nel 1968 il duo Roger Mc Guinn, e Chris Hillman, unici sopravvissuti alla formazione originale dei Byrds, dopo essere stati  abbandonati anche da David Crosby, pubblicarono quest’album che alla sua uscita fu preso sottogamba da tutti. In queste incisioni però c’è un sacco di magia, di visioni, di speranze, di viaggi e di emozioni. E c’è un senso di libertà che è difficile spiegare. Certo quell'andare era una smania ingenua, ma per molti fu un salvagente a cui aggrapparsi. La musica aveva gli occhi di una nuova speranza, un bagliore di luce che faceva strada verso una nuova avventura. Un modo di comunicare di certe solitudini ad altre solitudini. Uomini che oggi non ricordano più neanche il loro nome.


Dopo che mi sono alzato, ho bevuto un bicchiere di latte ho guardato le previsioni del tempo, e mi sono messo a leggere un vecchio libro. Ho deciso di lasciare andare le cose per il loro verso e aspettare che succede. Mi sono detto che forse miglioreranno. Le probabilità sono uguali. Fuori il mattino è tranquillo e silenzioso, la giornata è luminosa anche se è arrivato il primo freddo. La gente del quartiere (quasi tutti  anziani) si sta muovendo per andare al mercato a fare la spesa. Li vedi che camminano lentamente sul lato del marciapiede, dove batte sempre il sole. Mio figlio stamattina,prima che uscissi di casa, mi ha chiamato al telefono. “Solo per sentire come stai” mi ha fatto piacere. Fino a quando non ti capita non pensi mai che tutto possa precipitare in fretta, talmente in fretta, da lasciarti sbigottito e paralizzato dalla paura.

Furono Jorma Kaukonen e Jack Casady membri dei Jefferson Airplane a riportare in auge nei primi anni settanta il blues acustico del Delta. I due formarono gli Hot Shit (Merda Calda) ma prima della pubblicazione del primo disco, che è anche il primo unplugged della storia del rock, la casa discografica gli impose di cambiarlo in Hot TunaBurgers invece arriva nel 1972, e i due freak si ritrovarono nella band anche John Creach e Sammy Piazza. Questa combriccola di pazzi accompagnati dalla voce di David Crosby, dalla slide di Richmond Talbott, e dall’organo di Nikki Buck, suona un blues aguzzo e stridente, cantato dalla voce nasale e acida di Jorma Kaukonen. E’ musica per strade secondarie e spazi aperti, che ti spinge ad andare ovunque tu voglia. Asfalto nero e sentieri dimenticati, pompe di benzina, paesaggi e benzedrina a go go. Frisco è quasi alle porte, e il Reverendo Gary Davis è un angelo sul cruscotto. Il vento tiene il cielo pulito e intanto che tu guidi e guidi, non senti di sprecare il tuo tempo. Sarà anche un itinerario di memorie, ma è una botta di vita per tutti quelli che ancora si tirano appresso i loro desideri.


La mattina lavoro dal signor Alfredo che ha un negozio di scarpe, tutte prodotte in Italia. I suoi fornitori sono per lo più aziende artigiane, prevalentemente della zona di Frattamaggiore. Mi paga a giornata,, e a secondo di come vanno gl’incassi. Sistemo gli scaffali, faccio le vetrine e servo i clienti. Quando non ci sono acquirenti spolvero i banchi e lavo i vetri. Il negozio lavora sempre con i prezzi in saldo ma nonostante questo, i guadagni sono magri. Molti dei negozi del quartiere hanno chiuso i battenti, e ceduto il loro posto ai cinesi. La vita scorre lenta, e io mi sento sempre piu’ solo e annoiato. Il mattino è morto e il giorno è passato. Non c’è nulla che mi guidi se non la luna di velluto. Tutta la solitudine l’ho sentita oggi. E’ poco piu’ che sufficiente per far si che un uomo si butti via. Ma io continuo a bruciare la Lampada Di Mezzanotte..Da solo. (Jimi Hendrix)

Eletric Ladyland venne pubblicato nel 1968 dopo una gestazione delle session al Record Plant di New York, assai difficile e complicata per via dei continui litigi di Hendrix con il resto della band. Un’anima introversa e tormentata, quella di Jimi, che tratteggiava con la sua Stratocaster musica per il futuro. Un hippie con un calore blues, uno che stava provando una cosa nuova, che guardava avanti saltando da uno scoglio all’altro, su percorsi impervi e vertiginosi. Per completare Eletric Ladyland arrivarono anche i contributi di Stevie WinwoodAl KooperChris WoodJack Casady, e Buddy Miles. Ma nonostante ciò, era lui e solo lui che si muoveva intorno alle nuvole. Questo è il suo viaggio, le sue visioni, la sua eccitante disperazione. Nello studio c’è un odore di marijuana che ti penetra fin dentro le narici, e la musica sgorga come un fiotto di sangue. La sua voce è una voce pura e libera. C’è sempre un rischio quando premi troppo sull’acceleratore, che è quello di schiantarti. Ma è tanta la tensione che spingi al massimo, pensando che quella strada non finisca mai. Hendrix superò ogni curva e sorpassò tutti. Arrivò in cima al mondo. Poi su quel letto, la discesa sembrò infinita.


La  polizia è diventata sempre più aggressiva verso gli operai, gli studenti, in genere verso chi protesta. L’altro ieri hanno picchiato a sangue degli operai che tentavano inutilmente di far valere i propri diritti. In testa al corteo ho visto un uomo con uno sguardo arcigno, che gridava e urlava, e inveiva arrabbiato contro le forze dell'ordine. Il giorno dopo, ho rivisto quell'uomo nelle stanze del potere. Sorrideva e stringeva mani. Queste sono frottole, naturalmente. La maggior parte della gente si fida. Ho acceso la radio, nella speranza di sentire parole rivoluzionarie. Artisti impegnati contro questa deriva autoritaria, interessati a cantare e suonare per il benessere della gente, come accadde in If I Could Only Remember My Name di David Crosby, un disco uscito nel 1971Intorno a David si raccolse tutta la comunità freak di San Francisco. Da  Nash a Young, a Joni Mitchell, passando per i Grateful Dead, Jefferson Airplane, Jorma Kaukonen e Jack Casady e molti altri ancora. La gente crede a tutto fuorché alla verità.

Questa notte me la sto filando su una vecchia strada polverosa. Sembro quasi un rigattiere. Ho accatastato dentro il cofano tante reliquie del passato, cose che oggi sono completamente scomparse.  Un telefono a gettoni, lettere e cartoline, dischi di blues. Cose buffe e singolari. Poi mi sono fermato in un'area di servizio con il volume dello stereo a palla.  Suonava Dèjà Vu. 
  

Finestre blu, blu dietro le stelle  Luna gialla che sorge Grandi uccelli che volano attraverso il cielo Gettano ombra sui nostri occhi  Ci lasciano indifesi, indifesi, indifesi Baby riesci a sentirmi adesso? Le catene tengono chiusa e legata la porta   Baby canta con me in qualche modo. Indifesi, Indifesi, Indifesi(Helpless CSN&Y)





Bartolo Federico

mercoledì 30 settembre 2015

Dove Hai Dormito La Scorsa Notte (pancia di piombo)

Al tramonto Huddie camminava silenzioso sulla mulattiera che portava a casa. La giornata di lavoro nei campi di cotone era stata più dura del solito e non vedeva l’ora di rientrare per stendersi un po’. A casa avrebbe cucinato come ogni sera la solita minestra con la cotenna di maiale avanzata dal giorno prima e questo lo metteva di cattivo umore. Dietro di lui in lontananza sentì il treno sbuffare, si fermò un istante mentre gli altri braccianti proseguivano il tragitto. Ogni notte gli veniva in sogno quel lungo treno nero che correva sulle rotaie all’ impazzata e che, dopo una curva affrontata a tutta velocità, gli pareva lo stesse per travolgere e i fari lo accecassero al punto di svegliarlo spaventato e madido di sudore. Quel sogno era divenuto un incubo, un’ossessione che lo tormentava. Non ne aveva mai parlato con nessuno per via del carattere schivo e taciturno, ma non sapeva più cosa pensare se prenderlo come un presagio o una bizzarria dovuta alla pancia perennemente vuota. Guardò verso i pascoli oltre la staccionata dove passava la strada ferrata ed aspettò che il lungo convoglio transitasse. Lo continuò a seguire con gli occhi fin quando non divenne un macchiolina nera nel verde della prateria. Poi, lentamente, proseguì il cammino.Era nato in Louisiana da una indiana Cherokee ed un musicista nero girovago. Sin da piccolo aveva dimostrato enorme talento per la musica, sua madre gli insegnava gli spiritual e i canti religiosi indiani mentre un vecchio zio lo istruiva a suonare l’accordeon ed a cantare le ballate tradizionali. In seguito lo introdusse anche alla cultura Cajun insegnandogli il piano ed il mandolino. Lavorando nei campi di cotone imparò le “worksong “.

Huddie aveva la poesia nel cuore e la malinconia negli occhi, a dispetto della sua prestanza fisica e di quella propensione a cacciarsi nei guai. Era bravo in quello. Restava spesso coinvolto in risse o aggressioni, circostanze che gli avevano causato parecchie problemi con la giustizia. Per questo motivo era già finito più di una volta in prigione. Una notte, in un locale malfamato di una contea del Texas, la rissa fu talmente brutale che finì in sparatoria, ma nonostante la grave ferita allo stomaco e il proiettile che non gli fu mai estratto sopravisse. Da quel momento si guadagnò l’appellativo di Pancia di Piombo. Percorse la strada che gli rimaneva da fare per arrivare a casa senza mai guardarsi intorno e anche se era solo ed ancora un ragazzo con quella mole che si ritrovava non aveva paura di nessuno. Con la sua forza poteva spezzare la schiena ad un asino. Quando arrivò era già buio, mangiò in silenzio nell’oscurità mentre osservava fuori dalla finestra i campi arati e silenziosi, illuminati da una fragile luna. Nella sua stanza c’erano poche cose: il letto con il materasso sopra e una sedia di legno. Si sedette e prese la chitarra a dodici corde che si era costruito da solo. La prima volta che sentì quel suono cosi ricco e corposo fu quando ascoltò dei messicani suonare al bordello che frequentava in Texas e se ne innamorò perdutamente. Per scaldarsi le dita provò a riprodurre le linee di basso dei pianisti barrelhouse di Fannin Street che tanto lo divertivano. Poi eseguì una sua composizione che aveva chiamato “Cotton Fields”, accompagnandosi col battito del piede e con un canto aspro, quasi rotto dall’emozione. Infine bevve del pessimo whisky, si sdraiò sul letto e non molto tempo dopo si addormentò. La mattina appena sveglio mise in un fagotto quel che possedeva, prese la chitarra e parti alla volta di Dallas con l’intenzione di raggiungere il suo amico Blind Lemon Jefferson. Era stufo di quella vita fatta di repressioni ed umiliazioni da parte di padroni crudeli e sanguinari. Il mondo lo aveva espulso da quando era nato e si doveva accontentare di lavorare come uomo di fatica. Quello era il prezzo da pagare per restare fuori dalla galera. Ma lui avrebbe voluto essere libero di fare delle scelte che senza denaro non si possono fare, per questo motivo adesso andava a guadagnarsi da vivere suonando che era la cosa che meglio gli riusciva nella vita. Voleva diventare celebre e rispettato, come il suo amico Lemon Jefferson. Quando finalmente giunse sulla strada principale, si girò e guardò indietro mentre un cane appariva dal sentiero laterale abbaiando rauco . Un vento gelido lo investii in pieno viso, ma da dietro la montagna filtrò una bava di sole che lo rianimò. Si sedette su un masso al ciglio della strada e accompagnandosi con la chitarra cantò “Goodnight Irene”.

Lemon Jefferson era un uomo grassoccio e possente che in passato si era guadagnato da vivere facendo il pugile, un vero duro come la corazza di un armadillo, nato nel Texas anche se nessuno sapeva quando. Amava le donne, il vagabondaggio e la vita dissoluta e, quando era ubriaco, aveva un caratteraccio che lo portava ad essere triviale e violento ma con in braccio la chitarra diventava un musicista dal talento smisurato che tratteggiava trame melodiche incredibili e inusuali dentro quei blues evoluti e monumentali che componeva. Il suo canto chiaro e pungente assumeva toni drammatici ed intensi quando raccontava del duro vivere quotidiano, della vita randagia e, da vero poeta di strada, sentiva i tempi che cambiavano. Lemon ci sapeva fare, nonostante la cecità, si spostava accompagnato da altri musicisti (T-Bone Walker e Lightnin’ Hopkins) stregati dalla sua musica esibendosi alle feste campestri e ai balli di piazza, negli angoli delle strade ed era molto apprezzato dal pubblico. La sua ciotola di latta era sempre colma di denaro. Possedeva due auto e viaggiava accompagnato da un autista. Fu la prima vera “pietra rotolante” della storia. “Ecco”, pensò Huddie, “anch’io avrò tutto questo”, dimenticandosi del suo temperamento e di quell’aggressività che invece Lemon sapeva tenere a bada nei momenti cruciali. Ci vollero tre giorni di duro viaggiare, spesi saltando sui treni nell’oscurità per raggiungere Dallas. Con Lemon prese ad esibirsi per strada e suonavano il blues anche se tormentati dalla pioggia o dal freddo. Huddie lo accompagnava con il mandolino mentre Jefferson suonava la chitarra bottleneck. Fu in quel periodo che Huddie Pancia Di Piombo apprese la musica del diavolo nella sua immortalità essendo cresciuto, in termini musicali, più da cantante folk che da vero bluesman. La città ancora dormiva quando Huddie uscì in strada dal bordello dove aveva passato la notte. Mentre avanzava per la via vide un uomo procedere verso di lui che camminava lento lento. Non ci badò e prosegui, ma il tipo quando gli fu vicino lo aggredì estraendo un revolver e fu allora che Huddie esplose nella sua furia cieca. Ne seguì una violenta colluttazione e alla fine Will Stafford - così si chiamava l’uomo che cercava vendetta a causa di una donna - rimase ucciso. Per quell’omicidio fu condannato a trent‘anni di lavori forzati da trascorrere nel penitenziario di Huntsville nel Texas. 

Per raggiungere dal carcere la cava di pietra Huddie doveva percorrere con le catene a piedi quasi sei chilometri di salita. Quando la sera rientrava dal lavoro era ridotto uno straccio. Si rendeva conto che non poteva continuare in quel modo e allora cercò di sfruttare le sue doti musicali, se non altro per svincolarsi da quella condizione che con l’andare del tempo lo avrebbe portato diritto alla tomba. La cosa funzionò, fu dispensato dai lavori pesanti e in cambio doveva suonare e cantare per carcerati e guardie rendendo così la giornata più sopportabile. Una notte, gli riapparve in sogno quel vecchio treno che correva all’impazzata e fu in quella cella che capì di cosa si trattava. Era il treno della mezzanotte che con la sua luce abbagliava il carcerato che cosi avrebbe riacquistato la libertà. Il mattino dopo ci scrisse una canzone che raccontava di quel sogno: “Bene, ti alzi nel mattino, ascolti uno scampanellìo, vai a marcia verso il tavolo, vedi le solite dannate cose. Bene, sul tavolo coltello, forchetta e tegame, e se dici qualcosa sei nei guai con l’uomo. Midnight special mi illumini, Midnight special mi accenda della sua luce amorevole” (da Midnight Special). 

Trascorsero sette anni, Huddie smaniava per tornare a vagabondare sotto il cielo della Louisiana. Una notte scrisse una canzone al governatore del Texas Pat Neff per ottenere il perdono . “La prego, governatore Neff, sia misericordioso e comprensivo abbia pietà per la mia condanna...io non vedo salvezza per la mia anima se non avrò il perdono, metta alla prova la mia parola d'onore...se io fossi al suo posto, governatore Neff, mi alzarei al mattino e llibererei.” Pancia di Piombo incredibilmente ottenne la clemenza che il governatore Neff firmò dopo avere ascoltato la canzone. 

Attese nell’oscurità che il treno rallentasse la sua corsa, si avvicinò alla vettura e con un balzo felino ci fu dentro. Il vagone era pieno di vagabondi che, osservando la sua stazza, gli fecero spazio per sedersi. Stava tornando a Lake Caddo, in Louisiana, la zona dov’era cresciuto. Lì era ancora la casa dei suoi genitori. Adesso doveva rigare dritto come aveva promesso a se stesso e al governatore, doveva fare in modo di starsene il più lontano possibile dai guai e soprattutto dal carcere. Arrivò a casa che era notte fonda. Passò da quello che un tempo era l’orto, spalancò la porta che era mezza aperta e capì subito che qualcosa non andava. La casa era completamente vuota. Guardò in tutte le tre stanze, non c’era più nulla. Era sparito tutto, tranne la branda di ferro che un tempo era stata il suo letto. Rotto e affamato ci si sdraiò sopra ed aspettò che si facesse giorno. 

Leadbelly, per mantenere fede alla parola, diede un calcio in culo ai sogni di gloria e ritornò alla vita semplice, fatta di duro lavoro nei campi di cotone o come manovale dove ce n‘era di bisogno. Ma non scordava mai il suo vero amore che era la musica Quando non era troppo stanco, dopo il lavoro, suonava le canzoni che continuava a scrivere nei locali vicino casa o alle feste e tutto sembrò filare liscio per cinque lunghi anni. Poi, un maledetto giorno, in circostanze che rimarranno sempre oscure, il vento tornò ad ululare e il diavolo riapparve. Aveva bevuto litri di Canned Heat, suonato e divertitosi e non ricordò mai nulla di cosa fosse accaduto in seguito. Al mattino, quando aprì gli occhi, si ritrovò nella cella dello sceriffo con l’accusa di aver aggredito un uomo a scopo di omicidio. Gli fecero un processo sommario e, come per tutti i neri del Sud che commettevano un reato, fu condannato ed inviato nuovamente ai lavori forzati. Questa volta nel terribile carcere di Angola, in Louisiana.

Giù al Sud quando fai qualcosa che non va, ti sbatteranno di certo nel campo di lavoro. Ti metteranno sotto un uomo chiamato Captain Jack, ti lascerà di sicuro la sua firma sulle spalle… ti metterà in un fosso con una grossa lunga vanga. Volesse il cielo non fossi mai nato. La domenica i ragazzi hanno un aspetto triste pensano solo a quanto tempo hanno ancora”(County Farm) .

Nella prigione di Angola ti facevano uscire il sangue dagli occhi, le barbarie erano all’ordine del giorno. Sotto un sole che spaccava le pietre i detenuti, tutti afroamericani, incatenati come bestie e guardati a vista da vigilanti a cavallo armati fino ai denti, selezionavano cotone ,frumento e cereali. Bastava un nulla perché una guardia mettesse un prigioniero sott’occhio e l’aldilà gli era assicurato. Non si sa perché tutto questo accadde, ma accadde. Questa volta non furono sufficienti a Huddie le sue qualità di musicista per scampare a quella crudeltà. Adesso gli serviva davvero un miracolo per salvare la pelle e, come per uno scherzo del destino, questo arrivò vestito da uomo bianco.

John A. Lomax, un etnomusicologo, e suo figlio Alan erano due bianchi giunti nel profondo Sud per conto della Library Of Congress alla ricerca di interpreti di ballate folk tradizionali da registrare, perché fino ad allora quel patrimonio era stato tramandato solo per via orale. Si resero presto conto, girando il Mississippi, che le varie prigioni erano una fucina zeppa di musicisti, di talenti. La maggior parte di loro era accusata di vagabondaggio, ubriachezza, rissa. Le autorità americane molto prima del nazismo avevano creato i “lager . Capita la situazione, i Lomax decisero di chiedere il consenso alle autorità per potervi accedere e fare le registrazioni sul campo. Permesso che, con i buoni uffici che avevano, gli fu accordato. 

Giunsero al penitenziario di Angola che per il caldo barcollavano. Una volta entrati videro che inferno era quel posto. Montarono le enormi apparecchiature e dopo diverse audizioni avviarono le registrazioni. Poi qualcuno indicò loro un musicista che conosceva centinaia di canzoni folk. Incuriositi chiesero di incontrarlo per poterlo ascoltare. Quando Huddie inizio a cantare rimasero impressionati da quella voce possente e fiera che suonava con grande maestria la chitarra ma anche il piano, l’accordion, l’armonica, il mandolino e passava con estrema naturalezza dal ragtime ai balli popolari, dal blues del delta , al boogie-woogie. Possedeva una tale conoscenza della musica che considerarlo l’enciclopedia sonora del suo popolo non era azzardato. Fiutato l’affare, iniziarono a registrarlo e in pochi giorni incisero ben 135 brani. Nel frattempo conobbero anche la sua storia personale e di quel perdono ottenuto grazie ad una canzone. Dopo circa un anno da quelle session chiesero loro stessi al governatore della Louisiana, O.K. Allen, un nuova grazia.


“Pancia di Piombo” usci dal penitenziario e si incamminò nella polvere dei campi di canna da zucchero. Passò vicino ad un rovo di more e ne colse  una ancora acerba. Era a pezzi, la testa gli pesava come un macigno, voleva distendersi ma non sapeva dove andare, non aveva nulla se non la musica e la fedele dodici corde. Camminò su quel sentiero e si guardò intorno dove scorse una quercia solitaria. Si diresse verso quel grande albero e si adagiò sull’erba. Fu all’ombra di quei rami che fece la più lunga e ristoratrice delle dormite .La sera il cielo era trasparente e le anatre sguazzavano nel Bayou. Huddie si recò dai Lomax per ringraziarli. Gli dissero che lo avevano assunto come autista e musicista occasionale visto che quella era una delle condizioni che il governatore aveva posto per fargli ottenere la grazia. Lo invitarono a seguirli a New York. Sotto il cielo della Louisiana quella, per “Pancia di Piombo”, fu una notte felice.


New York era un cantiere aperto, una cosa pazzesca agli occhi di quell’uomo venuto dai campi di cotone. Scrutava con meraviglia quell’immensa città in costruzione che viveva giorni di grande fermento dopo la grave crisi economica. Nuove masse operaie si accalcavano spinte dalla richiesta di mano d’opera. si iniziarono a costruire i primi grattacieli, mentre nelle radio passava lo swing delle orchestre di Benny Goodman e Glen Miller e l’industria cinematografica fioriva. In un quartiere chiamato Greenwich Village - conosciuto anche come la zona degli artisti - si affittavano loft a basso prezzo e nei club, oltre il jazz, si iniziava timidamente a suonare il folk. Nel cuore di Huddie si riaccendono quei sogni di gloria mai assopiti del tutto. Per nulla intimorito da quanto gli accade intorno porta la sua musica in giro per New York e coglie l’apprezzamento di quei musicisti folk simpatizzanti della nuova sinistra. Diventa amico e partner musicale dell’uomo delle “Ballate delle Tempeste di Polvere ”, Woody Guthrie , ma anche di Pete SeegerCisco Houston e del duo Sonny Terry & Brownie McGhee. Con loro si esibisce sostenendo le battaglie politiche del sindacato e diventa voce del proletariato, degli emarginati, degli ultimi, dei dimenticati, di quelli come lui, di quelli di cui il blues è da sempre portavoce. Ed è per loro che scrive canzoni come Bourgeois Blues e Scottsboro Boys. Ma qualcuno di quei professorini della musica(i sinistrati!!) cresciuti nelle comodità con tre pasti al giorno e tanti privilegi, infastidito da questo suo attivismo, lo accusa, come gli è capitato spesso nella vita, di tradire lo spirito originale della sua musica, di vendersi al mercato. Si sarebbe meritato un trattamento migliore che quelle critiche ingenerose e gratuite, a volte infamanti, visto che non si arricchì e neanche il successo gli arrise. Ma, se questo fosse arrivato, se lo sarebbe meritato tutto. Invece, visse sempre di stenti e neanche i Lomax furono cosi generosi con lui nella paga per il lavoro d’autista. Ma, da uomo tutto di un pezzo, tosto e duro come una quercia, prosegui dritto sul suo binario, come quel vecchio amico treno. Incise un disco strepitoso, un capolavoro assoluto, in un salotto di New York. “Last Session” è il testamento di una vita dedicata alla musica blues e per la musica blues. Poi la sua vita dissennata cominciò a minare il suo possente fisico. Huddie stette poco bene e fu ricoverato in ospedale dove gli venne diagnosticata una malattia terribile, il morbo di Lou Gehrig, una forma di sclerosi muscolare. Nel frattempo qualcuno cominciò a impossessarsi delle sue perle. Good Night Irene venne portata al successo dai Weawers, un gruppo folk guidato da Pete Seeger. Ma “Pancia di Piombo” non ebbe mai modo di saperlo.


Verrà riscoperto nel tempo, le sue canzoni saranno rifatte da innumerevoli artisti con passione e dedizione e gli saranno tributati onori e medaglie. A me restano, oltre alla sua intramontabile musica, le parole semplici e toccanti che il più grande cantautore di tutti i tempi, Bob Dylan , che non ha mai negato la sua profonda influenza, scrisse rivolgendosi al suo mentore Woody Guthrie :

Ehi Woody Guthrie ma io so che tu sai tutte le cose che canto e molte altre di più. Ti canto questa canzone ma non posso cantare abbastanza perché non sono molti gli uomini che hanno fatto quello che hai fatto tu, e la dedico a Cisco e a Sonny e anche a Leadbelly e a tutti gli uomini buoni che hanno viaggiato con te. La dedico al cuore e alle mani degli uomini che vengono con la polvere e se ne vanno col vento”.

Ballando Con Le Lacrime Agli Occhi

Il battello solcava leggero le acque del Mississippi. Accompagnavo Melissa in un weekend sul fiume a base di storie e musica blues che era una sorta di terapia di gruppo praticata, nell’ospedale dove lei lavorava, per dei ragazzi ex tossicodipendenti. Quando il chitarrista  fini di raccontare le vicende di LeadBelly agguantò la sua chitarra, accese l’amplificatore e suonò versioni intense e commosse di ” Where Did You Sleep Last Night”, “Eagle Rock Rag “, “Let It Shine On Me“, “Dancing with tears in my eyes”, che le assi del battello si piegarono in due e i gamberetti nel fiume si arrotolarono per la pelle d’oca. Il vento tracciava grandi cerchi sul pelo dell’acqua. Fu cosi che ebbi la mia visione. L’acqua del grande fiume divenne limpida, talmente limpida che riuscii a scorgere il fondo e li nitidamente vidi per la prima volta il volto squadrato e duro di Huddie “Pancia di Piombo” sorridere. Questo è il Mississippi e quel che ti combina.

Bartolo Federico -