domenica 10 marzo 2013

Rock In Un Mondo Libero

L’altra notte  non riuscivo a dormire. Invece di continuare a girarmi nel letto, decisi di accendere la tele per vedere se riuscisse a conciliarmi il sonno. Girando i canali, incappai in un vecchio filmato d’epoca in cui rividi Lelio Luttazzi. Un flashback improvviso mi afferrò. Di Luttazzi conservo il ricordo indelebile dei miei giorni spensierati, quando la sua voce attraverso la radio entrava in tutte le case perché lui era il presentatore di Hit Parade, un programma radiofonico sui dischi più venduti in Italia. Una trasmissione seguitissima, allora, da tutte le famiglie italiane e che andava in onda intorno alle 13 su Radio Due. Fu un attimo e mi rividi in quella piccola cucina con quella faccia da furbetto smaliziato, vestito con i pantaloni alla zuava, la camicia celestina e i capelli cortissimi stile militare, le gambe piene di graffi e di sangue incrostato. Me ne stavo seduto con il braccio appoggiato al tavolo e mi reggevo la testa sbuffando e tenendo il broncio a mia madre perché avevo una fame da lupo ed ancora non era pronto. Lei, rivolta di spalle, intenta a preparare il pranzo, mi zittiva perché voleva ascoltare le canzoni e non i miei piagnistei.

Me lo ricordo perfettamente quel radio registratore sulla mensola della cucina. Era di colore grigio scuro con i tasti neri. Mia madre adorava ascoltare le voci di Barry White e Demis Roussos, due cantanti melodici che a me facevano venire il sonno ma guai a dirglielo perché, come minimo, ci si beccava un colpo di scopa. Era la metà degli anni settanta e in quel periodo mia sorella più grande, che possedeva un mangiadischi color arancio regalatole per il compleanno dai miei nonni, ascoltava i 45 giri dei Santo California, di Afric Simone, dei Goblin, di Wess e Dori Ghezzi , di Drupi, dei Rubbets, di Berto Pisano, dei Soleado, dei Cugini di Campagna, di Claudio Baglioni, di Riccardo Cocciante, di Mina, di Carl Douglas, Claudia Mori.  Ci litigavo sempre con lei perché quella musica mi stava sulle palle cosi tanto che per dispetto gli nascondevo il raccoglitore dei dischi. Ma da lì a poco non gli avrei dato più importanza, correo Carmelo, un ragazzo più grande di parecchi anni. Avrei scoperto il mio mondo, ma tutto accadde in maniera casuale. Si vede che in qualche modo ero un predestinato.

Era estate  ed insieme ai miei amici giocavamo con le figurine dei calciatori nell’androne del palazzo, dove c’era sempre una bella frescura. Ad un tratto i nostri schiamazzi furono sovrastati da una musica dura, suonata ad alto volume ed era la prima volta che sentivamo una cosa del genere. Per un momento quella novità spostò la nostra attenzione ma, mentre gli altri ripresero quasi subito a giocare, io restai in ascolto. Quella musica strana proveniva dal terzo piano dove abitava Carmelo. Alla chetichella mi allontanai e salii le scale e, per ascoltare meglio, mi sistemai dietro la porta. Quello che udivo mi sconvolgeva e mi incuriosiva ad un punto tale che mi feci coraggio e suonai il campanello. Quel dì Carmelo era solo. La durezza educativa dei suoi genitori non gli avrebbe mai permesso di tenere il volume dello stereo cosi alto. Quando la musica finì, suonai nuovamente e lui venne ad aprirmi. Dapprima mi guardò imbarazzato, poi mi chiese cosa desideravo. Gli dissi la verità, che volevo sentire da vicino ciò che stava ascoltando. Lui spalancò la porta e mi fece accomodare nel salone, raccomandandomi di stare molto attento a non rompere nulla sennò i suoi gli avrebbero impedito di usare ancora lo stereo e suo padre lo avrebbe pure picchiato. Mi sedetti sul divano e mi diede le copertine dei suoi dischi. Provai un emozione fortissima a tenere in mano quegli lp, che non erano molti, ma che a me parvero tantissimi. Quel giorno per me si aprirono le porte della percezione, quel giorno fu come se avessi spalancato un forziere pieno d’oro e in un botto avessi scoperto di essere diventato ricco. Conobbi i Led Zeppelin , i Deep Purple, i Vand Der Graaf Generator, i Genesis, i Gran Funk Railroad, gli Uriah Heep, Joe Cocker e, mentre guardavo le copertine imbambolato , ascoltai quella musica senza capirci nulla. Restava il fatto che mi attraeva e mi attraevano quei tipi con i capelli lunghi e i pantaloni a zampa e mi piaceva un sacco quel suono selvaggio delle chitarre elettriche. Tornai a casa con la promessa di Carmelo che mi avrebbe registrato quei dischi su cassetta. Non stavo più nella pelle per l’eccitazione.

Dopo qualche giorno, Carmelo venne a portarmi le cassette registrate di Made in Japan e Machine Head dei Deep Purple, Led Zeppelin I, Sweet Freedom degli Uriah Heep, H to He, Who Am the Only One dei Van der Graaf Generator e Foxtrot dei Genesis. Ero gasatissimo da quella musica e, anche se l’ascolto mi era difficoltoso, stavo tutto il tempo attaccato al radioregistratore. I miei amici mi reclamavano per andare a giocare, ma io non mi muovevo da casa, dovevo rompere quel muro immaginario che ancora non mi consentiva di passare dall’altro lato del mondo. Dovevo vedere quella luce a tutti i costi. Il volume di quella radio, di certo, non era granché per il rock duro dei Purple e degli Zepp, che del lotto divennero i miei preferiti. Sentivo che per godere in pieno di quel suono avevo bisogno di ascoltare ad un volume più alto. Nella discarica trovai un vecchio televisore a cui smontai l’altoparlante e con una scatola di scarpe feci una “cassa acustica”, ne riempii l’interno di cotone, la nastrai con del nastro adesivo nero, collegai il filo all’uscita della cuffia e, magicamente, la musica suonò un po’ più forte di prima.

Chiuso nella mia stanza, con il battipanni suonavo la chitarra e con i fustini del Dash, che allora erano rotondi, e i coperchi delle pentole formai una batteria. Mia madre, che un giorno entrò mentre accompagnavo un solo di Ian Paice, mi disse che ero andato fuori di testa. Non aveva ancora visto niente. Dopo di allora non mi tagliai più i capelli ed assunsi l’aria da rocker. Quando l’anno seguente andai al primo per geometri, ero alto e magrissimo e con quei capelli lunghi, a pensarci adesso, sembravo Joey Ramone. Alla fermata dell’autobus conobbi Piero, anche lui più grande di me di un paio d’anni, che mi parlò di Neil Young , dei Dobbie Brothers e di Bob Dylan ,ma anche di De Gregori ,Dalla,Guccini, De Andrè,Claudio Lolli, ma quest’ultimi per la verità ,non catturarono molto la mia attenzione. Poi, non ricordo come accadde, incontrammo Fulvio, uno più grande di tutti e due, e fu allora che il rock diventò qualcosa di imprescindibile dalla mia vita. Quando ci portò a casa sua a vedere la sua collezione di dischi, restammo a bocca aperta. Su quegli scaffali c’era un mondo nuovo.Sistemati rigorosamente in ordine alfabetico c'erano i vinili degli Allmann Brothers, Quicksilver Messanger Service, Grateful Dead,  Marshall Tucker Band, Ry Cooder, Taj Mahal , Cream, Traffic, gli Stones di Exile, The Band, Little Feat,Lynyrd Skynyrd, The Outlaws, Henry Paul Band, David Essig, John Renbourn, i Pentangle, Stefan Grossam, NRBQ, Commander Cody, New Riders of the Purple Sage, i Flying Burrito Brothers, i Doors, Jefferson Airplane, Hot Tuna, Janis Joplin, Animals, David Blu, Eric Andersen, Tim Buckley, Jackson Browne, Leonard Cohen, Joni Mitchell, Laura Nyro, Van Morrison, Randy Newman, Simon &Garfunkel, Lou Reed, Mott The Hopple, i Byrds, Fleetwood Mac, Canned Heat, Mike Bloomfield, Tim Hardin, Phil Ocks, Dave Van Ronk, Nick Drake, Fairport Convetion, Frank Zappa, Miles Davis, John Coltrane, Art Ensemble of Chicago, Muddy Waters,B.B.King, John Mayall, Ten Years After.

Fulvio era davvero un pazzo scellerato, per la musica organizzava concerti di folk e jazz,ci coinvolse anche nell’organizzazione, non so più quante cassette registrai nei mesi seguenti. Ricordo solo che la mia stanza era invasa da TDK C60 e C90 , che allora erano il mezzo più economico per ascoltare musica. Poi, pian piano nel tempo, comprai tutti quei dischi che amavo di più. Aveva ragione mia madre, ero proprio andato fuori di testa.

Quando la mattina mi alzai, mi sentivo più stanco di quando ero andato a dormire. Feci una doccia, bevvi un caffè e, prima di andare a lavoro. cantai e suonai con la mia chitarra acustica Rockin' In The Free World. Rimango pur sempre un fuori di testa no.

Bartolo Federico




 


sabato 9 marzo 2013

Giù nel Buco

Lei si accese una stupida sigaretta, di quelle lunghe e sottili. Aspirò un paio di boccate nervose e gettò il fumo dritto sul mio viso. Le luccicavano gli occhi per la rabbia. Si avvicinò ancor di più e attaccò: - Sei un piccolo uomo! Dopo averti dato tutto, levandoti dalla merda, te vieni fuori con questa storiella che le nostre strade non portano da nessuna parte. Hai sbagliato i conti! te la farò pagare. E con gli interessi, una volta per sempre.

Il tono duro e minaccioso mi diceva che era nel panico più totale. Vedeva la sua preda sfuggirgli e questo non poteva tollerarlo. Si dimenava, urlava, voleva tenere ferme le redini del gioco, come sempre aveva fatto o come pensava che fosse. La guardai ed anche così infuriata era bella ed attraente. Ma ero stanco di fingere, di mentire. Come se poi fosse così facile mentire a se stessi. Da un pezzo l’amore si era corroso il resto era un dettaglio, uno stupido dettaglio da passarci sopra, da annientare. Compreso io. 

Probabilmente avevamo corso per la stessa meta, ma con il passare del tempo le crepe del nostro rapporto si erano allargate a un punto tale che era finito in sala di rianimazione, agonizzante.Ad Emma tutto ciò non interessava. Ne avevamo parlato spesso negli ultimi tempi ma, abilmente, sapeva far cadere il discorso. Ciò che le premeva era una cosa sola: il parere del suo entourage. Non poteva presentarsi ai loro occhi come una donna sconfitta. Proprio lei, brillante avvocato, sedotta e abbandonata da uno squattrinato, un fallito, un musicista del cazzo, come usava dirmi quando voleva ferirmi. Nel suo codice non era ammesso. Ma quella solitudine mi stava uccidendo, dovevo darci un taglio e provare a salvare quantomeno quel che restava di me. 

- Sei un bastardo-, continuò feroce e cinica, - Ma chi credi di essere! Non avendo nulla da rimproverarmi glielo dissi, con una calma che la fece andare ancora più in bestia. Avrebbe voluto la battaglia, ma non le offrivo il fianco; allora mi colpì con un pugno. La guardai e, con quella stessa calma, le dissi di non farlo mai più. E glielo ripetei due volte. Ma non mi ascoltava, non l’aveva mai fatto prima, perché avrebbe dovuto farlo adesso che eravamo alla resa dei conti. Tutto il suo corpo sprizzava odio e disprezzo; aveva il sangue agli occhi e mi colpì nuovamente con più violenza. Le diedi uno schiaffo, un solo schiaffo in pieno viso. Barcollò e cadde battendo la testa sullo spigolo del mobile. 

Il mio compagno di cella restò qualche attimo in silenzio poi mi augurò la buonanotte dicendomi: - Dormi Lee, domani sarà una dura giornata. Mi avevano trasferito in quel penitenziario dopo aver tentato l’ennesima fuga. Il trasferimento era una punizione e quello era un carcere di massima sicurezza, uno dei più duri a cui ero approdato. Ma ero stato fortunato a finire in cella con Teo perché a volte, raramente ma accade, si incontrano persone che sin dalla prima occhiata si percepisce che sono sulla stessa lunghezza d’onda. Con Teo fu proprio cosi. Non appena varcai la soglia della cella, capii immediatamente che mi sarei potuto fidare di lui. 


Mi svegliai di soprassalto mentre la guardia urlava: - Sveglia! Alzatevi! Mi tirai su e rifeci il letto. Una volta terminato, uscimmo dalla gabbia e camminammo in fila indiana. Attraversammo il corridoio fino alla sala colazione. Stavo imparando le regole, perché ogni carcere ha le sue regole, a cui devi attenerti se vuoi sopravvivere. Lo avevo appreso a mie spese. Ci sedemmo nel mezzo del refettorio , di fronte a cinque detenuti che mi osservarono senza mai rivolgermi la parola. Era il “Consiglio di Amministrazione”, “i fine pena mai”, gli ergastolani. Teo fece le presentazioni, spiegando il motivo per cui ero dentro; il mio biglietto da visita alla comunità. Tra l’altro fu anche la prima cosa che mi chiese quando varcai la porta della cella. 

Teo era un oriundo francese, medico e professore universitario. Un intellettuale, un uomo leale e corretto, come se ne trovano pochi che, un bel giorno, si era convertito all’eco-guerriglia. Fondò un quartetto, chiamato “i Sabotatori”, un gruppo di visionari romantici decisi a salvare il mondo dagli scempi ambientali voluti dal governo e dall’industria. Aveva fatto saltare decine di mostruosità restituendo alla natura ciò che l’uomo ingordamente le toglieva. Lo catturarono i federali a St Louis insieme alla sua compagna, anch’essa sua complice, prima che portasse a termine il progetto più ambizioso: far esplodere la diga del Glen Canyon, che aveva provocato cambiamenti climatici e geologici irreversibili in tutta l’Arizona.

Nei tre anni passati insieme diventammo amici inseparabili. In quella prigione, se non ci fosse stato Teo, sarei impazzito. Anche adesso, mentre guido lentamente su questa vecchia pista di polvere e sudore, battuta da un venticello tiepido, ho il cuore a brandelli e un immenso vuoto. Teo continua a mancarmi maledettamente ogni giorno che passa. Mi mancano le nostre conversazioni, il suo romanticismo squilibrato, la sua generosità, il suo sorriso semplice e schietto.Nel penitenziario era amato da tutti. Anche le guardie più “ostiche” lo stimavano. Mai uno scatto di rabbia o un gesto che potesse offenderle. Non potevi non volere bene a Teo. Ma a volte i sogni muoiono all’alba. E’ ciò che successe in quella mattina d’estate. Una debole luce filtrava da sotto la porta della cella. Mi svegliai agitato, quasi stessi soffocando nel sonno. Guardai verso la sua branda per chiedergli aiuto, ma non lo vidi. Appena il tempo di abituare gli occhi alla penombra e lui era lì che penzolava dal soffitto insieme alla lampadina. Restai nel mio lettino, accucciato e annichilito, con i brividi di freddo che mi scorticavano le ossa, incapace di qualsiasi azione. Da quel momento in poi nel carcere nessuno fu più lo stesso. Su tutti calò una tristezza che non andò mai più via. Non ricordo altro dei mesi che seguirono la sua scomparsa. Non sentii più fame, né freddo, né sonno. Ero ridotto uno zombie. E’ come se il mio cervello si fosse bloccato e avesse cancellato tutto. Fino al giorno in cui riuscii ad evadere e sparire ero ad un passo dal fare la sua stessa fine. “I fine pena mai” vennero in mio aiuto. 

Quando mi resi conto che Emma non si sarebbe più rialzata chiamai la Polizia e aspettai il loro arrivo, seduto sui gradini del salone. I poliziotti giunsero a sirene spiegate, entrarono in casa e fecero un veloce sopralluogo. Dopo, mi ammanettarono e mi portarono al comando. Sbrigate le formalità di rito, mi interrogarono. Avrebbero voluto una confessione, dato il blasone della vittima, ma non caddi mai in contraddizione, perché semplicemente raccontavo la verità. Risposi alle loro domande, anche le più scabrose, spiegando che era stato un incidente, un fottuto banale incidente. Lo gridai più volte, ma nessuno mi ascoltava, proprio come lei. Ero l’ultimo della fila. A chi vuoi che importi di un musicista del cazzo!La mattina dopo, ormai sfinito, con gli occhi che cadevano dalle palpebre, firmai il verbale della mia deposizione e mi chiusi nel silenzio più totale. Non parlai più neanche al processo. Non ne valeva la pena. Lo sbarramento di fuoco innalzato dalla famiglia di Emma contro di me avrebbe distrutto chiunque. E cosi fu.


BartoloFederico –

venerdì 8 marzo 2013

Dove Hai Dormito La Scorsa Notte


Al tramonto Huddie camminava silenzioso sulla mulattiera che portava a casa. La giornata di lavoro nei campi di cotone era stata più dura del solito e non vedeva l’ora di rientrare per stendersi un po’. A casa avrebbe cucinato come ogni sera la solita minestra con la cotenna di maiale avanzata dal giorno prima e questo lo metteva di cattivo umore. Dietro di lui in lontananza sentì il treno sbuffare, si fermò un istante mentre gli altri braccianti proseguivano il tragitto. Ogni notte gli veniva in sogno quel lungo treno nero che correva sulle rotaie all’ impazzata e che, dopo una curva affrontata a tutta velocità, gli pareva lo stesse per travolgere e i fari lo accecassero al punto di svegliarlo spaventato e madido di sudore. Quel sogno era divenuto un incubo, un’ossessione che lo tormentava. Non ne aveva mai parlato con nessuno per via del carattere schivo e taciturno, ma non sapeva più cosa pensare se prenderlo come un presagio o una bizzarria dovuta alla pancia perennemente vuota. Guardò verso i pascoli oltre la staccionata dove passava la strada ferrata ed aspettò che il lungo convoglio transitasse. Lo continuò a seguire con gli occhi fin quando non divenne un macchiolina nera nel verde della prateria. Poi, lentamente, proseguì il cammino.Era nato in Louisiana da una indiana Cherokee ed un musicista nero girovago. Sin da piccolo aveva dimostrato enorme talento per la musica, sua madre gli insegnava gli spiritual e i canti religiosi indiani mentre un vecchio zio lo istruiva a suonare l’accordeon ed a cantare le ballate tradizionali. In seguito lo introdusse anche alla cultura Cajun insegnandogli il piano ed il mandolino. Lavorando nei campi di cotone imparò le “worksong “.

 Huddie aveva la poesia nel cuore e la malinconia negli occhi, a dispetto della sua prestanza fisica e di quella propensione a cacciarsi nei guai. Era bravo in quello. Restava spesso coinvolto in risse o aggressioni, circostanze che gli avevano causato parecchie problemi con la giustizia. Per questo motivo era già finito più di una volta in prigione. Una notte, in un locale malfamato di una contea del Texas, la rissa fu talmente brutale che finì in sparatoria, ma nonostante la grave ferita allo stomaco e il proiettile che non gli fu mai estratto sopravisse. Da quel momento si guadagnò l’appellativo di Pancia di Piombo. Percorse la strada che gli rimaneva da fare per arrivare a casa senza mai guardarsi intorno e anche se era solo ed ancora un ragazzo con quella mole che si ritrovava non aveva paura di nessuno. Con la sua forza poteva spezzare la schiena ad un asino. Quando arrivò era già buio, mangiò in silenzio nell’oscurità mentre osservava fuori dalla finestra i campi arati e silenziosi, illuminati da una fragile luna. Nella sua stanza c’erano poche cose: il letto con il materasso sopra e una sedia di legno. Si sedette e prese la chitarra a dodici corde che si era costruito da solo. La prima volta che sentì quel suono cosi ricco e corposo fu quando ascoltò dei messicani suonare al bordello che frequentava in Texas e se ne innamorò perdutamente. Per scaldarsi le dita provò a riprodurre le linee di basso dei pianisti barrelhouse di Fannin Street che tanto lo divertivano. Poi eseguì una sua composizione che aveva chiamato “Cotton Fields”, accompagnandosi col battito del piede e con un canto aspro, quasi rotto dall’emozione. Infine bevve del pessimo whisky, si sdraiò sul letto e non molto tempo dopo si addormentò. La mattina appena sveglio mise in un fagotto quel che possedeva, prese la chitarra e parti alla volta di Dallas con l’intenzione di raggiungere il suo amico Blind Lemon Jefferson. Era stufo di quella vita fatta di repressioni ed umiliazioni da parte di padroni crudeli e sanguinari. Il mondo lo aveva espulso da quando era nato e si doveva accontentare di lavorare come uomo di fatica. Quello era il prezzo da pagare per restare fuori dalla galera. Ma lui avrebbe voluto essere libero di fare delle scelte che senza denaro non si possono fare, per questo motivo adesso andava a guadagnarsi da vivere suonando che era la cosa che meglio gli riusciva nella vita. Voleva diventare celebre e rispettato, come il suo amico Lemon Jefferson. Quando finalmente giunse sulla strada principale, si girò e guardò indietro mentre un cane appariva dal sentiero laterale abbaiando rauco . Un vento gelido lo investii in pieno viso, ma da dietro la montagna filtrò una bava di sole che lo rianimò. Si sedette su un masso al ciglio della strada e accompagnandosi con la chitarra cantò “Goodnight Irene”.

Lemon Jefferson era un uomo grassoccio e possente che in passato si era guadagnato da vivere facendo il pugile, un vero duro come la corazza di un armadillo, nato nel Texas anche se nessuno sapeva quando. Amava le donne, il vagabondaggio e la vita dissoluta e, quando era ubriaco, aveva un caratteraccio che lo portava ad essere triviale e violento ma con in braccio la chitarra diventava un musicista dal talento smisurato che tratteggiava trame melodiche incredibili e inusuali dentro quei blues evoluti e monumentali che componeva. Il suo canto chiaro e pungente assumeva toni drammatici ed intensi quando raccontava del duro vivere quotidiano, della vita randagia e, da vero poeta di strada, sentiva i tempi che cambiavano. Lemon ci sapeva fare, nonostante la cecità, si spostava accompagnato da altri musicisti (T-Bone Walker e Lightnin’ Hopkins) stregati dalla sua musica esibendosi alle feste campestri e ai balli di piazza, negli angoli delle strade ed era molto apprezzato dal pubblico. La sua ciotola di latta era sempre colma di denaro. Possedeva due auto e viaggiava accompagnato da un autista. Fu la prima vera “pietra rotolante” della storia. “Ecco”, pensò Huddie, “anch’io avrò tutto questo”, dimenticandosi del suo temperamento e di quell’aggressività che invece Lemon sapeva tenere a bada nei momenti cruciali. Ci vollero tre giorni di duro viaggiare, spesi saltando sui treni nell’oscurità per raggiungere Dallas. Con Lemon prese ad esibirsi per strada e suonavano il blues anche se tormentati dalla pioggia o dal freddo. Huddie lo accompagnava con il mandolino mentre Jefferson suonava la chitarra bottleneck. Fu in quel periodo che Huddie Pancia Di Piombo apprese la musica del diavolo nella sua immortalità essendo cresciuto, in termini musicali, più da cantante folk che da vero bluesman. La città ancora dormiva quando Huddie uscì in strada dal bordello dove aveva passato la notte. Mentre avanzava per la via vide un uomo procedere verso di lui che camminava lento lento. Non ci badò e prosegui, ma il tipo quando gli fu vicino lo aggredì estraendo un revolver e fu allora che Huddie esplose nella sua furia cieca. Ne seguì una violenta colluttazione e alla fine Will Stafford - così si chiamava l’uomo che cercava vendetta a causa di una donna - rimase ucciso. Per quell’omicidio fu condannato a trent‘anni di lavori forzati da trascorrere nel penitenziario di Huntsville nel Texas. 

Per raggiungere dal carcere la cava di pietra Huddie doveva percorrere con le catene a piedi quasi sei chilometri di salita. Quando la sera rientrava dal lavoro era ridotto uno straccio. Si rendeva conto che non poteva continuare in quel modo e allora cercò di sfruttare le sue doti musicali, se non altro per svincolarsi da quella condizione che con l’andare del tempo lo avrebbe portato diritto alla tomba. La cosa funzionò, fu dispensato dai lavori pesanti e in cambio doveva suonare e cantare per carcerati e guardie rendendo così la giornata più sopportabile. Una notte, gli riapparve in sogno quel vecchio treno che correva all’impazzata e fu in quella cella che capì di cosa si trattava. Era il treno della mezzanotte che con la sua luce abbagliava il carcerato che cosi avrebbe riacquistato la libertà. Il mattino dopo ci scrisse una canzone che raccontava di quel sogno: “Bene, ti alzi nel mattino, ascolti uno scampanellìo, vai a marcia verso il tavolo, vedi le solite dannate cose. Bene, sul tavolo coltello, forchetta e tegame, e se dici qualcosa sei nei guai con l’uomo. Midnight special mi illumini, Midnight special mi accenda della sua luce amorevole” (da Midnight Special). 

Trascorsero sette anni, Huddie smaniava per tornare a vagabondare sotto il cielo della Louisiana. Una notte scrisse una canzone al governatore del Texas Pat Neff per ottenere il perdono . “La prego, governatore Neff, sia misericordioso e comprensivo abbia pietà per la mia condanna...io non vedo salvezza per la mia anima se non avrò il perdono, metta alla prova la mia parola d'onore...se io fossi al suo posto, governatore Neff, mi alzarei al mattino e la libererei.” Pancia di Piombo incredibilmente ottenne la clemenza che il governatore Neff firmò dopo avere ascoltato la canzone. 

Attese nell’oscurità che il treno rallentasse la sua corsa, si avvicinò alla vettura e con un balzo felino ci fu dentro. Il vagone era pieno di vagabondi che, osservando la sua stazza, gli fecero spazio per sedersi. Stava tornando a Lake Caddo, in Louisiana, la zona dov’era cresciuto. Lì era ancora la casa dei suoi genitori. Adesso doveva rigare dritto come aveva promesso a se stesso e al governatore, doveva fare in modo di starsene il più lontano possibile dai guai e soprattutto dal carcere. Arrivò a casa che era notte fonda. Passò da quello che un tempo era l’orto, spalancò la porta che era mezza aperta e capì subito che qualcosa non andava. La casa era completamente vuota. Guardò in tutte le tre stanze, non c’era più nulla. Era sparito tutto, tranne la branda di ferro che un tempo era stata il suo letto. Rotto e affamato ci si sdraiò sopra ed aspettò che si facesse giorno.

Leadbelly, per mantenere fede alla parola, diede un calcio in culo ai sogni di gloria e ritornò alla vita semplice, fatta di duro lavoro nei campi di cotone o come manovale dove ce n‘era di bisogno. Ma non scordava mai il suo vero amore che era la musica Quando non era troppo stanco, dopo il lavoro, suonava le canzoni che continuava a scrivere nei locali vicino casa o alle feste e tutto sembrò filare liscio per cinque lunghi anni. Poi, un maledetto giorno, in circostanze che rimarranno sempre oscure, il vento tornò ad ululare e il diavolo riapparve. Aveva bevuto litri di Canned Heat, suonato e divertitosi e non ricordò mai nulla di cosa fosse accaduto in seguito. Al mattino, quando aprì gli occhi, si ritrovò nella cella dello sceriffo con l’accusa di aver aggredito un uomo a scopo di omicidio. Gli fecero un processo sommario e, come per tutti i neri del Sud che commettevano un reato, fu condannato ed inviato nuovamente ai lavori forzati. Questa volta nel terribile carcere di Angola, in Louisiana.

Giù al Sud quando fai qualcosa che non va, ti sbatteranno di certo nel campo di lavoro. Ti metteranno sotto un uomo chiamato Captain Jack, ti lascerà di sicuro la sua firma sulle spalle… ti metterà in un fosso con una grossa lunga vanga. Volesse il cielo non fossi mai nato. La domenica i ragazzi hanno un aspetto triste pensano solo a quanto tempo hanno ancora”(County Farm) .

Nella prigione di Angola ti facevano uscire il sangue dagli occhi, le barbarie erano all’ordine del giorno. Sotto un sole che spaccava le pietre i detenuti, tutti afroamericani, incatenati come bestie e guardati a vista da vigilanti a cavallo armati fino ai denti, selezionavano cotone ,frumento e cereali. Bastava un nulla perché una guardia mettesse un prigioniero sott’occhio e l’aldilà gli era assicurato. Non si sa perché tutto questo accadde, ma accadde. Questa volta non furono sufficienti a Huddie le sue qualità di musicista per scampare a quella crudeltà. Adesso gli serviva davvero un miracolo per salvare la pelle e, come per uno scherzo del destino, questo arrivò vestito da uomo bianco.

John A. Lomax, un etnomusicologo, e suo figlio Alan erano due bianchi giunti nel profondo Sud per conto della Library Of Congress alla ricerca di interpreti di ballate folk tradizionali da registrare, perché fino ad allora quel patrimonio era stato tramandato solo per via orale. Si resero presto conto, girando il Mississippi, che le varie prigioni erano una fucina zeppa di musicisti, di talenti. La maggior parte di loro era accusata di vagabondaggio, ubriachezza, rissa. Le autorità americane molto prima del nazismo avevano creato i “lager . Capita la situazione, i Lomax decisero di chiedere il consenso alle autorità per potervi accedere e fare le registrazioni sul campo. Permesso che, con i buoni uffici che avevano, gli fu accordato.

Giunsero al penitenziario di Angola che per il caldo barcollavano. Una volta entrati videro che inferno era quel posto. Montarono le enormi apparecchiature e dopo diverse audizioni avviarono le registrazioni. Poi qualcuno indicò loro un musicista che conosceva centinaia di canzoni folk. Incuriositi chiesero di incontrarlo per poterlo ascoltare. Quando Huddie inizio a cantare rimasero impressionati da quella voce possente e fiera che suonava con grande maestria la chitarra ma anche il piano, l’accordion, l’armonica, il mandolino e passava con estrema naturalezza dal ragtime ai balli popolari, dal blues del delta , al boogie-woogie. Possedeva una tale conoscenza della musica che considerarlo l’enciclopedia sonora del suo popolo non era azzardato. Fiutato l’affare, iniziarono a registrarlo e in pochi giorni incisero ben 135 brani. Nel frattempo conobbero anche la sua storia personale e di quel perdono ottenuto grazie ad una canzone. Dopo circa un anno da quelle session chiesero loro stessi al governatore della Louisiana, O.K. Allen, un nuova grazia.


“Pancia di Piombo” usci dal penitenziario e si incamminò nella polvere dei campi di canna da zucchero. Passò vicino ad un rovo di more e ne colse una ancora acerba. Era a pezzi, la testa gli pesava come un macigno, voleva distendersi ma non sapeva dove andare, non aveva nulla se non la musica e la fedele dodici corde. Camminò su quel sentiero e si guardò intorno dove scorse una quercia solitaria. Si diresse verso quel grande albero e si adagiò sull’erba. Fu all’ombra di quei rami che fece la più lunga e ristoratrice delle dormite .La sera il cielo era trasparente e le anatre sguazzavano nel Bayou. Huddie si recò dai Lomax per ringraziarli. Gli dissero che lo avevano assunto come autista e musicista occasionale visto che quella era una delle condizioni che il governatore aveva posto per fargli ottenere la grazia. Lo invitarono a seguirli a New York. Sotto il cielo della Louisiana quella, per “Pancia di Piombo”, fu una notte felice.



New York era un cantiere aperto, una cosa pazzesca agli occhi di quell’uomo venuto dai campi di cotone. Scrutava con meraviglia quell’immensa città in costruzione che viveva giorni di grande fermento dopo la grave crisi economica. Nuove masse operaie si accalcavano spinte dalla richiesta di mano d’opera. si iniziarono a costruire i primi grattacieli, mentre nelle radio passava lo swing delle orchestre di Benny Goodman e Glen Miller e l’industria cinematografica fioriva. In un quartiere chiamato Greenwich Village - conosciuto anche come la zona degli artisti - si affittavano loft a basso prezzo e nei club, oltre il jazz, si iniziava timidamente a suonare il folk. Nel cuore di Huddie si riaccendono quei sogni di gloria mai assopiti del tutto. Per nulla intimorito da quanto gli accade intorno porta la sua musica in giro per New York e coglie l’apprezzamento di quei musicisti folk simpatizzanti della nuova sinistra. Diventa amico e partner musicale dell’uomo delle “Ballate delle Tempeste di Polvere ”, Woody Guthrie , ma anche di Pete Seeger, Cisco Houston e del duo Sonny Terry & Brownie McGhee. Con loro si esibisce sostenendo le battaglie politiche del sindacato e diventa voce del proletariato, degli emarginati, degli ultimi, dei dimenticati, di quelli come lui, di quelli di cui il blues è da sempre portavoce. Ed è per loro che scrive canzoni come Bourgeois Blues e Scottsboro Boys. Ma qualcuno di quei professorini della musica(i sinistrati!!) cresciuti nelle comodità con tre pasti al giorno e tanti privilegi, infastidito da questo suo attivismo, lo accusa, come gli è capitato spesso nella vita, di tradire lo spirito originale della sua musica, di vendersi al mercato. Si sarebbe meritato un trattamento migliore che quelle critiche ingenerose e gratuite, a volte infamanti, visto che non si arricchì e neanche il successo gli arrise. Ma, se questo fosse arrivato, se lo sarebbe meritato tutto. Invece, visse sempre di stenti e neanche i Lomax furono cosi generosi con lui nella paga per il lavoro d’autista. Ma, da uomo tutto di un pezzo, tosto e duro come una quercia, prosegui dritto sul suo binario, come quel vecchio amico treno. Incise un disco strepitoso, un capolavoro assoluto, in un salotto di New York. “Last Session” è il testamento di una vita dedicata alla musica blues e per la musica blues. Poi la sua vita dissennata cominciò a minare il suo possente fisico. Huddie stette poco bene e fu ricoverato in ospedale dove gli venne diagnosticata una malattia terribile, il morbo di Lou Gehrig, una forma di sclerosi muscolare. Nel frattempo qualcuno cominciò a impossessarsi delle sue perle. Good Night Irene venne portata al successo dai Weawers, un gruppo folk guidato da Pete Seeger. Ma “Pancia di Piombo” non ebbe mai modo di saperlo.


Verrà riscoperto nel tempo, le sue canzoni saranno rifatte da innumerevoli artisti con passione e dedizione e gli saranno tributati onori e medaglie. A me restano, oltre alla sua intramontabile musica, le parole semplici e toccanti che il più grande cantautore di tutti i tempi,Bob Dylan , che non ha mai negato la sua profonda influenza, scrisse rivolgendosi al suo mentore Woody Guthrie : “Ehi Woody Guthrie ma io so che tu sai tutte le cose che canto e molte altre di più. Ti canto questa canzone ma non posso cantare abbastanza perché non sono molti gli uomini che hanno fatto quello che hai fatto tu, e la dedico a Cisco e a Sonny e anche a Leadbelly e a tutti gli uomini buoni che hanno viaggiato con te. La dedico al cuore e alle mani degli uomini che vengono con la polvere e se ne vanno col vento”.

Ballando Con Le Lacrime Agli Occhi

Il battello solcava leggero le acque del Mississippi. Accompagnavo Melissa in un weekend sul fiume a base di storie e musica blues che era una sorta di terapia di gruppo praticata, nell’ospedale dove lei lavorava, per dei ragazzi ex tossicodipendenti. Quando il chitarrista  fini di raccontare le vicende di LeadBelly agguantò la sua chitarra, accese l’amplificatore e suonò versioni intense e commosse di ” Where Did You Sleep Last Night”, “Eagle Rock Rag “, “Let It Shine On Me“, “Dancing with tears in my eyes”, che le assi del battello si piegarono in due e i gamberetti nel fiume si arrotolarono per la pelle d’oca. Il vento tracciava grandi cerchi sul pelo dell’acqua. Fu cosi che ebbi la mia visione. L’acqua del grande fiume divenne limpida, talmente limpida che riuscii a scorgere il fondo e li nitidamente vidi per la prima volta il volto squadrato e duro di Huddie “Pancia di Piombo” sorridere. Questo è il Mississippi e quel che ti combina.

Bartolo Federico -

giovedì 7 marzo 2013

Lungo La Strada Ferrata




Mi sono svegliato  nella mia stanza d’albergo vicino la ferrovia con la moquette sfilacciata e le tende bruciacchiate dalle sigarette; mi sono lavato, ho afferrato la mia sacca da marinaio piena delle mie speranze e me ne sono andato. Fuori non c’era anima viva, ma ho guardato bene lo stesso alla ricerca di qualche sagoma da poliziotto. Mentre camminavo già sentivo le ondate di calore dell’afoso mattino farmi colare gocce di sudore dalla fronte. Sarei saltato sul primo treno che andava verso Jackson, Mississippi, e dal finestrino avrei guardato le paludi, le colline tondeggianti ed i grandi spazi che circondano l’America.

Avrei cercato di stare in guardia, perché i vagabondi non piacciono alla gente, né alla polizia. Ma con la mia chitarra non passavo inosservato. Da ragazzo, quando andavo in giro con mio padre che suonava per hobby agli angoli delle strade, avevo preso l’abitudine di portarla con me, alla maniera di Arthur “Big Boy“ Crudup, a tracolla come un fucile con il manico rivolto verso il basso. Quella chitarra fu regalata a mio padre da Slim Harpo di cui era amico e, a sua volta, papà la regalo a me che da allora la tenni come una reliquia. In fondo, era l’unica cosa di valore che possedevo. Una sola volta la prestai, lui è un mio amico e si chiama Sonny Landreth, perché gli serviva per incidere “Way Down in Louisiana”, ma è successo tanto tempo fa.

Quando il lungo treno arrivò in stazione sbuffando, salii su una carrozza in coda e presi posto vicino al finestrino. Da lì vidi il capotreno che con un movimento della mano dava il segnale di partenza, dopo di che sentii due volte il fischio e il convoglio si avviò: l’alba è ancora tinta di rosa le canne ondeggiano nei campi ed io sono come il vento, vado dove mi pare.

In Texas avevo ascoltato gli Statesboro Revue e mi era presa la smania di rimettermi in viaggio verso sud. Volevo rivedere le fattorie sgangherate, i campi di cotone e le acque fangose del Mississippi, le liane e le querce, gli aceri della palude ed i cachi. Quei ragazzi avevano fatto Different Kind of Light “, un disco splendido, shakerando gli umori ed i sapori del sud, i canti della libertà e il rock selvatico dei Black Crowes di “Shake Your Money Maker”. Ad ogni generazione i suoi Rolling Stones, a loro erano toccati i Crowes


La musica degli Statesboro Revue viaggia per immagini e sensazioni, con la slide e il dobro in evidenza, le chitarre energiche ma mai invadenti, un piano ritmico che sembra sbucato fuori da qualche ”barrellhouse ed un cantante intenso e ruvido, ma modulato e pieno di soul, che a tratti ricorda Van Morrison da giovane, ma anche il debordante Mike Farris di Salvation In Lights. Non prendono nessuna scorciatoia, nessuna deviazione, né sentieri paralleli. Gli Statesboro, vanno dritto al nocciolo, non facendosi mancare nulla del bagaglio del blues, incluso le armoniche, i cori gospel a sostenere le atmosfere paludose da Bayou, piene di passione e magia che hanno fatto di Different Kind Of Light un disco che suona duro e dolce come il pioppo e scuro come l’acqua del lungo fiume.

Il cielo del Mississippi è chiuso da nuvole, ma non sono nuvole di pioggia, l’aria profuma di zucchero di canna e miele. Jim Dickinson ha avuto il permesso di sbarco e cammina fin dietro l’angolo con il suo cappello e la pistola dentro i jeans. Adesso, per purificarsi l’anima, è arruolato per sempre nell’esercito della salvezza.

Mona ha tentato di avvertirmi di stare alla larga dai binari ha detto che tutti i ferrovieri bevono il sangue come vino ed io ho risposto “oh non lo sapevo”, ma poi ne ho incontrato solo uno e mi ha solo affumicato le palpebre e forato la sigaretta.” (Stuck Inside of Mobile With the Memphis Blues Again -Bob Dylan-).

Keys to the Kingdom i fratelli Dickinson lo hanno registrato rendendo omaggio al padre, scomparso nel 2009. Dentro ci sono tutti gli ingredienti emotivi e psicologici che il blues sa spargere. Mentre suonavano queste canzoni magre e spigolose, sono stati raggiunti  da vecchi amici come Ry Cooder, Mavis Staples e Alvin Youngblood Hart. Ne è venuto fuori un disco incazzato e amaro, impregnato di “canned heat”, itinerante e sgretolato come solo il blues ancorato alla tradizione può essere. Luther Dickinson dimostra, ancora una volta, la sua bravura alla chitarra riuscendo a sostenere, insieme al fratello Cody alla batteria, un blues scavato e sofferto che sa emanare calore umano e, nello stesso tempo, essere carismatico e semplice, che dosa tecnica e feeling rendendo cosi alcuni momenti davvero straordinari. Tutte cose che riescono solo ai fuoriclasse. 

Ecco che me ne andavo tranquillo per la mia strada, con la barba ispida e incolta e i capelli arruffati, quando in un sonnolento pomeriggio bussai alla sua porta, mentre i pescatori all’ombra delle querce bevevano birra e mangiavano salsiccia. “Va tutto bene”, mi disse guardandomi, “non saresti dovuto venire” proseguì, ma i suoi occhi rotondi e neri mentivano. La guardai intanto che il sole stava tramontando proprio dietro casa sua e l’unica cosa che riuscii a dire fu: “Che bello essere a casa”.

Bartolo Federico

mercoledì 6 marzo 2013

LE BALLATE LUCENTI

   L’aria è umida, il vento soffia leggero e il cielo si è coperto di nuvole. Tra non molto verrà giù la maledetta pioggia. Me ne sto seduto in un bar del centro e me la prendo comoda. Osservo la gente passare, niente di che. Se non che oggi mi sembra di essere come un vecchio hippie che ha imboccato la strada sbagliata e non sa che direzione prendere. Per l’appunto, niente di che. Qualche giorno fa, su una bancarella, ho comprato un cappello, come quello che usavano i folk singers negli anni 60, alla Dave Van Ronk per intenderci. Sotto il cappello ho nascosto un po’ di sogni, di quelli che vengono buoni, quando ti senti scarburato con il mondo. Ed eccomi qui, dentro una folla di pensieri, mentre sorseggio un caffè alla nocciola. Sono isolato, penso, ma non arrabbiato. Mi rendo conto che non è più tempo di cose comuni, di grandi ideali, di destra o sinistra, non è più tempo di nulla. O almeno cosi tentano di farmi credere. Tutto è a portata di mano, ma è una grande menzogna. Si vedono i buchi delle loro bugie e non bastano le pezze che tentano di metterci. Certo sistemeranno le cose, rovesceranno le regole e pagheranno i soliti. Meglio non farsi illusioni. Ed allora mi prende, improvviso, quell’ antico senso di smarrimento che arriva in concomitanza di una pioggerellina lenta e fitta. Mi sistemo il cappello e  cammino lento, come le canzoni di Howard Eliott Payne. Un altro scarburato che si crede di vivere nella West Coast, tra hippie e beatnik. Anche lui finito in quella discarica di sogni usati, battuti dal vento. Buoni per chi ancora è un ingenuo che crede che un pugno di canzoni possano cambiare le cose. Buoni per farsi mille miglia, sotto un sole cocente, o una pioggia nervosa. Buoni per non fare appassire i ricordi e arrivare in autostop fino a Big Sur. Belle nella loro povertà, mentre si attaccano al cuore. Ed ogni volta che mi succede è come se fosse la prima volta.
Bartolo Federico 




                                    

sabato 2 marzo 2013

Diamanti Sul Parabrezza.



Avevo imboccato quella strada solitaria, senza nulla da attraversare, né paesi né città, nulla. Guidavo e volevo che le cose scivolassero per i fatti propri. Volevo abbandonare tutto quello che mi aveva ferito, come vuoto a perdere, sul ciglio della carreggiata. Volevo mettere un po’ d’ordine in me stesso, perduto nel grande spazio. Ma qualcosa stava accadendo in quel luogo di desolazione, in quella giornata carica di luce.

Lei era tornata dal suo vagabondare e mi aveva mandato delle canzoni che mi parlavano di un’ America smarrita, di piste battute dal vento, di amore, morte e guerra, di souvenir raccattati al confine e mi sentii come l’ultimo dei pionieri, mi sentii come un robivecchi dell’anima. Mi spiegava che non potevo lasciare certe cose, perché quelle erano nel profondo di me stesso, mi appartenevano. Non potevo emigrare da quelle sensazioni o da certe canzoni. No, non potevo farlo davvero, dovevo solo andargli incontro.

Cosi presi quella pista che mi portava dentro il cuore dell’America, imboccai la strada 51, la strada che i vecchi bluesman percorrevano per seminare le loro perle e che lei ha raccolto quando, selvaggia e ribelle, viaggiava su strade di polvere, mentre incredula osservava il West scorrere dietro di lei e, scriveva la sua poesia sul parabrezza dell’auto .

Mi prendono a sberle queste canzoni con parole omicide che s’infilano dentro, come pirati all’arrembaggio. Sono dense e aspre, ma anche fragili come i blues, e prendono qualsiasi direzione come pallottole vaganti. Sprigionano gioia, disperazione, tristezza. Si ricordano che sono figlie delle Pietre Rotolanti e del folk asciutto e grezzo di Dylan. Ma lui è ovunque, lui è dappertutto, anche nel più crudo disco di punk. Lui è sempre lì.

Supero quella linea ferrata ormai in disuso e mi appaiono le ombre dei vecchi fuorilegge: John Wesley Harding, Billy The Kid , Jesse James, che fischiettano sottovoce, e mi sembra di riprendermi un pezzo d’identità che avevo smarrito. E’ in questo vuoto immenso che percorro in cerca delle mia città-fantasma, senza roba da bere, che risento forte e chiara la presenza dello sciamano Jim Morrison aleggiare in Awakening.

Il cielo è di un blu intenso e la strada è lucidata di nero. La vecchia Route 66 è malconcia e piena di nostalgia, per i vecchi motel e per quelle anime che l’hanno attraversata, come quei due solitari, bevuti di vita, che erano Jack &Neal mentre correvano controvento a toccare i sensi all’America. Aveva fatto i conti con se stessa, aveva rassettato la sua vita, ma non si era appagata, tutt’altro. Adesso era finalmente libera anche di vestire i ricordi con una nuova taglia e farli risplendere come fossero nuovi di zecca .

Ad ognuno le strade a misura dei propri sogni. Le valigie erano nuovamente sul marciapiede. Se n’era andata a vagare sotto un cielo di stelle cadenti, cosi Born To Be Loved l’aveva scritta sulla sedia a dondolo di Tony Joe White guardando la palude e sorseggiando una birra. Intanto che Buttercup mi agguanta e mi leva il respiro, orgogliosa e insofferente com’è, si tinge di scuro nel ricordo struggente di un amico in Copenhagen. Quando arriva Seeing back sobbalzo dal sedile con una sciabolata chitarristica alla Crazy Horse . Che cosa pazzesca mi stava capitando! Dentro quelle mappe del cuore continuai a guidare e ogni volta che arrivavo in fondo mi toccava ricominciare daccapo.

Poi quello sbuffo di vento mi porta un bacio lieve, Kiss like your kiss, che mi è finito sulla bocca, e lì me lo sono tenuto per tutto il giorno, e lo terrò per tutti i giorni che verranno, insieme alle altre sue strepitose ballate, dolenti e malinconiche, che mi riempiono gli occhi e l’anima, come angeli ubriachi di rock’n’roll , e di lei.

Bartolo Federico



venerdì 1 marzo 2013

Jimi Hendrix – People, Hell And Angels (2013)

Tracks:
01. Earth Blues
02. Somewhere
03. Hear My Train A Comin’
04. Bleeding Heart
05. Let Me Move You
06. Izabella
07. Easy Blues
08. Crash Landing
09. Inside Out
10. Hey Gypsy Boy
11. Mojo Man
12. Villanova Junction Blues