Rientrai in casa e bevvi un sorso a canna dalla bottiglia di gin che era
riversa sul tavolo della cucina. Afferrai dallo scaffale nel reparto operai
della musica “Willy And The Poor Boys” dei “Creedence ClearwaterRevival”,
anno 1969. Tirai un altro sorso a canna e cominciai a sentirmi
meglio. La musica, da subito, mi catapultò sulle sponde del grande fiume che
attraversa l’America, mentre la voce di John Fogerty, lacerata e colma
d’anima, mi travolgeva. Quella voce, che pare sia sempre sul punto di
spezzarsi, sprigiona un’energia e una passione che ti afferrano le pareti dello
stomaco, facendotele arricciare. C’è tutto in quelle semplici canzoni: voglia
di vivere, di combattere e fierezza di essere duri e puri. Tutte cose che
quelli come me non sentono più da molto tempo ormai. Persone che avevano
confidato nel potere magico della musica per crearsi l’esistenza. Che su tre
accordi hanno adagiato i propri sogni, e con molta probabilità hanno perso più
di un occasione nella vita. Che sul treno dei finti sorrisi non ci sono mai
voluti salire per restare fedele a se stessi. Persone che hanno pianto come
bambini, con l’angoscia nel cuore, cozzando la testa contro le pareti del
mondo. Uomini che si sono trascinati nel buio della notte. E che, sbandati e
confusi, non hanno trovato più la strada di casa.
“My my, ehi ehi, il rock and roll è qui e ci resterà. E’ meglio bruciare
fino in fondo,che dissolversi nel nulla. My my ,ehi ehi. E’ uscire dal blu ed
entrare nel nero. Ti danno questo, ma paghi per quello. E una volta che sei
andato non puoi più tornare. Quando sei uscito dal blu. Ed entrato nel nero.”MY
MY, EHI EHI” (OUT OF THE BLUE)- Neil Young-
Sono poche le cose che ci legano al passato, ma alla fine sono proprio
quelle che fanno più male. Mi sdraiai sul letto, nella penombra con un
bicchiere sul petto, ascoltando “Live Rust” di Neil Young, anno 1979.
Un doppio album dal vivo registrato nel 1978 al Cow Palace di San
Francisco, dove Young con la sua chitarra acustica prima si
scioglie dentro le sue ballate dolenti e, poi, insieme ai Crazy
Horse, dà vita ad un set elettrico ad alta intensità emotiva: Like A
Hurricane, Cortez The Killer, My My Hey Hey, Cinnamon Girl, Powderfinger, sono
proiettili devastanti che mi hanno lasciato segni profondi sulla pelle, sui
nervi, nella pancia dell’anima. Almeno fin quando non è sopraggiunta la
rassegnazione. Live Rust è il disco con cui mi avvicinai a questo pazzo furioso
che fin li avevo tenuto a debita distanza. Perché ero giovane e ribelle,
e i Clash erano il mio unico credo. La sua musica, in quei giorni, era
il punto di riferimento di una generazione che in qualche modo consideravo già
vecchia. Ma era nella natura delle cose e della vita dovermi incrociare con
quest’uomo. Un inquieto sognatore notturno, la cui esistenza è costellata di
fantasmi.“Quando lei se ne andò, lui morì, ma continuò a fingersi vivo.
Quando lo vedrai, capirai che niente può liberarlo. Fatti da parte, cedigli
strada: è il solitario.(The Loner). Sdraiato sul letto pensai
a Luisa e al suo corpo caldo e vibrante mentre facevamo l’amore. Mi sentii come
se avessi lasciato le mie tracce sul bagnasciuga, e al mio ritorno non c’era
più nulla.( Uscendo Dal Blu Ed Entrando Nel Nero tratto da : Viaggiatori Nella Notte)
Mi alzai dal letto ed andai in cucina a bere
un bicchiere d’acqua. Avevo lasciato molte cose dietro di me che a guardarle
adesso mi parevano come lividi tumefatti sulla pelle. Erano cose morte. Stare ora
a rimuginarci sopra significava riaprire vecchi conflitti, ma quella notte
stava andando così. Ero sempre stato un tipo difficile o, meglio, gli altri
credevano che lo fossi. Indubbiamente, trascorrevo molto tempo da solo e
conoscevo bene le strade per mettermi nei casini. Da ragazzo al liceo costruivo
molotov. Ero uno specialista in quel genere di bombe. Le utilizzavano nei
cortei i compagni più grandi, quelli delle
frange oltranziste per lanciarle contro i celerini o per incendiare i circoli
frequentati dai fascisti. Erano gli anni settanta, c’era tensione sociale e
molto subbuglio. Ma era la solita storia dei ricchi contro i poveri e
viceversa. Solo che si era giovani e l’indifferenza non ci aveva ancora sopraffatto.
Si aveva dentro un romanticismo maldestro. Dopo, quando si ha un passato alle
spalle, la vita diventa più complicata. La poesia ce la divoriamo insieme a
tutto il resto. La gente a quel tempo mi guardava in malo modo per come mi
vestivo e per quello che combinavo. Mi cacciarono più volte dalla scuola per
comportamento ribelle. Ma quando imbracciavo la chitarra e suonavo tutto
cambiava, mi veniva naturale. La musica sgorgava dal mio cuore fluida e provavo
sensazioni indescrivibili. E gli sguardi di chi mi ascoltava erano pieni di sorpresa
e ammirazione. Tuttavia, avevo una grossa pecca, suonavo il rock dei Lynyrd Skynyrd,
Allman Brothers, The Band, Lou Reed, Stones. Musica che a quelle truppe della
sinistra stava sulle palle. La consideravano con disprezzo, musica imperialista.
Non hai paura? Non c’era nessuno che mi inseguiva, se non i
miei fantasmi. E poi la paura non dice né si né no. Si prende tutto la paura. Ero
nauseato di come era andata avanti la mia vita, anche amareggiato. Ma avevo
smesso di avere paura da quando mi ero incancrenito dentro, ed ero capace di
difendermi. Il vento continuava a soffiare e sembrava che stesse piangendo tra
i comignoli dei tetti. Volevo andarmene a sud, dove c’era il sole. Avrei voluto
vivere un po’ più spensierato, ma non per questo mi impietosivo per il mio
destino. In un modo o nell’altro me l’ero scelto. Avevo fatto tutto da me. Nora
stese la mano e con le sue unghie lunghe mi sfiorò il viso. Entrambi eravamo
vecchi allo stesso modo, entrambi eravamo soli. Mi agguantò un polso e lo strinse
forte e poi, guardandomi dritto negli occhi, disse: Ci si sbaglia sempre a giudicare il cuore degli altri. Ma io ti ho amato
dal primo momento che ti ho visto. Ascoltami,adesso. Era arrivata dove l’occhio non può
più vedere, era dentro le cose e non aveva scelto la via più breve.(Malato D’Amore Blues tratto da viaggiatori Nella Notte)
Eccolo, un altro caduto nella rete di Barzin, dentro quelle note per un amante assente. Un disco che ha la
forza di trafiggerti e di esporti ai quattro venti. Pieno zeppo di ballate
grigie e secche, come un drappello di
cani randagi. Ma anche di pudore. Dedicate a tutti quelli che sono annegati nella notte,
lottando contro la pioggia e il vento. Perché ci sono cose nascoste che uno
pensa di non avere, talmente nascoste che alla fine ci si ritrova vuoti e non
si smette di tremare. Ma quelle tracce
di sangue che hanno rigato l’anima non si possono raschiare. E nemmeno quel fremito che quello sguardo
profondo ha lasciato. Prima che se ne andasse per sempre.(Bollettino Delle Emozioni 3. (Al bar da Gino) tratto da:Viaggiatori Nella Notte)
Se nasci nel sud, puoi starne certo, sarai
un emigrante. Mio nonno Iano me lo ripeteva sempre. Ad un uomo del sud gli
viene il blues. Gli viene dal cuore quel modo di dirti come vive, come viene
trattato da chi in tutti i modi cerca di umiliarlo, di fotterlo, di piegarlo
sulle ginocchia. Chester Burnett aveva sentito che la gente se la passava
meglio nella Wind City. Saltò in piena notte su un treno merci e dal profondo
sud del Mississippi si spostò a nord. Cantando il blues.
L’estate si allunga lenta e dilata
il tempo e i giorni si muovono in armonia.
Il caldo scioglie il catrame e le emozioni corrono veloci, come la pazzia.
Ma sono cose che non tutti riescono a percepire. La notte era atterrata
rastrellando alcuni pensieri, mentre altri erano rimasti sparpagliati nel buio.
Lungo il tragitto mi accompagnavo con le note di I've
Got A Mind To Give Up Living/ All Over Again, che mi sfibbiarono il giusto l’anima.
Dal bar avevo telefonato nuovamente a Concetta,
ma anche questa volta non aveva risposto. Una macchina mi superò suonando
nervosamente il clacson. Erano le dieci della sera e faceva un caldo boia. Mi
sentivo teso con il corpo sveglio ma la mente addormentata. Non riuscivo a
tenere in piedi un pensiero e quello
strano senso di vuoto si era nuovamente impadronito
di me. Facevo strada cambiando umore di
continuo. Adesso avrei potuto rimanere per sempre immobile nella notte. Quando
avevo sedici anni me ne stavo a fantasticare romanticherie, ero nel pieno di
quel desiderio di solitudine ma anche convinto che un incontro mi avrebbe
cambiato la vita. Poi le cose avevano fatto il loro corso e c’erano stati
lunghi inverni passati da lupo. Alla fine qualcuno aveva bussato alla porta. Guidavo
stando a colloquio con i miei spiriti, e avrei voluto che piovesse nuovamente. Non
c’era più quella magia intorno a me che rendeva tutto più sopportabile. Il
tempo si era distorto. Ma il tempo è l’unica certezza che abbiamo. Forse,
pensai, avrei dovuto imparare a lasciarmi andare, a nuotare senza gli stivali e
guidare senza freni. Guardai la strada nera e profonda davanti a me e poi il
cielo che era un fragore di stelle. Calai il finestrino e ascoltai il vento sibilare tra l’erba.
( Camminando Da Solo tratto da: Viaggiatori Nella Notte)
Il campo di cotone era stato ripulito dalla gramigna. Fred, FredMcDowell,
era fermo ai bordi ancora in tuta da lavoro, immerso nella canicola di
luglio e guardava in un punto indefinito l’orizzonte. Ad un tratto,
sentì urlare il suo nome, si girò e vide che il suo vicino di casa Lonnie Young
correva verso di lui. Si era sparsa la voce che quel bianco, venuto dal
nord con un registratore a bobine, stesse cercando artisti locali da
registrare per l ’Atlantic Records. Lonnie informò Fred della cosa e i due si misero in cammino frettolosamente.McDowell passò da casa, prese la chitarra acustica, chiamò sua zia Fanny Davis che suonava il kazoo ed insieme si presentarono al cospetto di quel tizio che di nome faceva Alan e di cognome Lomax.Era il 1959.
Tu mi fai debole e mi fai gemere”.
Mississippi McDowell sputava fuori le parole di quella canzone, intanto
che la strada si inerpicava vertiginosamente. Il vento improvviso fece
sbandare l’auto che recuperai con un colpo fulmineo di sterzo. Come
avremmo fatto ad incastrare le nostre vite, se le cose che ci dividevano
erano più che quelle che ci univano? ”il blues è soltanto una donna nei pensieri di un uomo, il blues è soltanto un dolore dentro al cuore di un uomo.”Cosa
ci saremmo detti con il passare del tempo? Lei si prendeva solo ciò che
le interessava di me, ma io ero anche un altro perchè, come tutti,
avevo un altro volto che a lei non interessava conoscere. A questo punto
non restava che andarmene ancora una volta, non potevamo seguitare a
farci del male. Mi chiesi, allora, per quale ragione non riuscissi a
trovare mai niente, che guarisse il mio silenzio ed il freddo che mi
portavo dentro. Non me lo sarei mai perdonato, non avrei mai accettato
di contrabbandare le mie pene in cambio di un tetto e di un pasto caldo.
Desideravo esprimerle la mia anima, senza che nulla me lo impedisse.
Volevo dirle che ero malato d’amore, che anch’io avevo quel sogno oscuro
di salvare qualcosa. Avrei voluto parlarle, dirle cosi tante cose che,
alla fine, come sempre, non dissi nulla.(Cacciatori D'Anime tratto da Viaggiatori Nella Notte)
Naviganti
raminghi tra Mediterraneo e Mali. Imbarchiamo
un altro naufrago, e non potevamo farne a meno: Bart, autore di Viaggiatori
nella Notte e curatore del blog Dustyroad.
Amico – virtuale, ma molto meno di altri in cane ed ossa – di vecchia data.
Attenzione:
qui non è luogo di elogi ad Eric Clapton o elegie per B.B. King; qui sono
banditi l’accademismo e lo storicismo.
Nella
scrittura, duri e puri, lo sono stati Cèline, Bukowski.
Nella
musica, Captain Beefheart è quello che, tramite la ruvidità del blues, ha
mostrato al mondo il suo delirio interiore. Per questi artisti potete usare
qualunque aggettivo, insolenti, provocatori, eccessivi, geniali, vedrete che
gli calzerà a pennello.
Il
blues è l’uomo nella sua reale miseria. Qualunque essa sia.
È
la sua reazione a quello stato che non sopporta più, che genera il blues. Il
blues non è la lista della spesa, i buoni o i cattivi, il bianco o il nero. Il
blues è la desolazione senza sbocco, il sapere che nessuno oltre te, può fare
qualcosa per la propria esistenza. Per questo il blues non è di sinistra. Come
invece hanno cercato di farci intendere i critici musicali di quell’area
politica, mettendone in risalto solo la condizione sociale, da cui scaturiva.
Il blues si è sempre abbeverato nella disperazione, nel pessimismo. Il blues è
abdicazione al potere. Il blues non è rivoltoso. Chi lo ha pensato si è
sbagliato di grosso. Un tempo ho fatto anch’io questo errore. Può arrivare da
qualunque parte, il blues. Ma chi lo canta ha bisogno di cose materiali, ha
bisogni veri. Perché è in quel momento che ha cessato di essere rispettabile
all’occhio del mondo. Il blues del Delta è musica pura, di uomini puri, che
ancora non si sono massificati, perché suonavano se stessi. A quel tempo il
blues era tutto istinto. E l’istinto è poesia. Almeno per quanto mi riguarda.
Poi il blues come ogni cosa che cammina, è diventato qualcos’altro. Ma non sta
a me giudicare.
Safe As Milk,
ha dentro di se quella purezza primordiale.
E.M.: Cosa
c’è veramente di primordiale nel blues?
Ripenso
ad Ulisse, a Schwingungen degli Ash RaTempel; e ad una riga scrittami da Mr.
Hyde per mail “Mi sono lasciato
suggestionare da Omero e dai contenuti 'blues' dell'Odissea, il girovagare, le
donne, il vino e il loto”.
A
suo tempo scrissi qualcosa sul disco degli Ash RaTempel:
“Quando la melodia
getta finalmente l'ancora, i naufraghi del cosmo trovano la loro casa. Una voce
suadente, fascinosa, carezzevole; che non è più il subdolo canto della Canzone
delle Sirene di Buckley, ma la melodia che Odisseo udì appena poggiato il piede
sulla spiaggia sassosa di Itaca.
Il canto di casa.”
Empatia?
Allora,
quanto è “blues” questa Odissea? C’è il vagabondare: con una meta, ma senza una
strada. C’è una donna da ritrovare, che lungo il percorso però viene tradita,
perché le circostanze sono forti e la carne eternamente debole. C’è il vino,
c’è l’oblio, i compagni di viaggio.
Eppure
faccio un’enorme fatica ad associare in qualche modo la mitologia classica alla
mitologia blues, che affonda le radici in un passato molto più prossimo e in un
territorio che tutt’al più può essere quello del bacino del Congo, piuttosto
che del Mediterraneo.
Non
è la “primordialità” di Odisseo la stessa del blues, con buona pace di Tales Of Brave Ulysses dei Cream, una
minima coincidenza puramente accidentale.
Forse
è primordiale per tecnologia (o non tecnologia), anzi forse è quel suo essere
intrinsecamente anti tecnologico.
O
magari è primordiale nella voce, nella forma più che nei contenuti,
nell’espressione, nel lessico con la sua fissità da fossile vivente.
O
forse abbiamo solo scelto l’Ulisse sbagliato.(Massi gradirà questo assist…)
E
poi c’è una cosa che vorrei sapere da Bart: è possibile un blues svincolato dal
“sud”?
Di
qualunque “sud” si tratti: geografico, politico, sociale. Dovunque si trovi.
South Side Blues Jam di
Junior Wells suonerebbe altrettanto bene come North Side Blues Jam?
Il
profondo “sud del Sud dei santi”.
E’
lì che nasce tutto, anche nella nostra piccola penisola?
Bart:
Il blues ha tempi lenti, dilatati. A dispetto dei suoi esecutori, si muove poco
è pigro, sonnecchia svogliato di fronte alla palude, o al grande fiume, o
scrutando il mare. È nelle corde di chi nasce, dimenticato dal mondo nei luoghi
dove il tempo sembra non esistere, dove tutto viene rimandato a dopo, dove non
c’è molto da fare, che il blues è nato. Nella polvere del sud, nelle comunità
rurali della gente di colore. Il nord è solo la terra promessa. Dove c’è lavoro
pagato per tutti (una volta)…
“Il
blues è nato nei campi di cotone dove si lavorava duro e il padrone non pagava”.
(Sonny Terry)
Il
blues per come lo sento nella mia anima, resta ancorato ai paesaggi, ai colori,
alle sensazioni, che solo il sud possiede. Poi è possibile anche un blues fuori
da quei luoghi. Certo che è possibile. Ma suona in un altro modo. E’ un'altra
cosa. Vlad la scorsa volta ha fatto la differenziazione tra quello che
per lui è blues, è quello che non lo è. Parlava in prevalenza di bianchi, se
non erro. Ma chi è più blues tra: Blind Willie Mctell, e Sleepy John Estes?
Il
blues del delta è musica ostica ,difficile da digerire, non è adatta al mercato
radiofonico. Non tutti hanno la pazienza di ascoltare quei suoni sghembi,
ossessivi, che non seguono alcun tempo,e vanno a ruota libera. Quando si parla
di blues, si parla sempre del blues elettrico, per giunta fatto dai bianchi. Ma
quella è la Musica Blues. Non è il Blues. Il blues tradizionale non
si può trascrivere, è strano, dopo tre pezzi ti rompi i coglioni. Certo se non
c’erano i musicisti bianchi, anche Robert Johnson non sarebbe diventato una
leggenda. Ma quanti fruitori di musica hanno davvero ascoltato Robert Johnson?
Il blues tradizionale è quello meno conosciuto, il più declassato.
Per
questo è nato Dustyroad.
Scrivo i miei racconti con la speranza che chi legge, si possa innamorare di
quei pezzenti, e andare anche per un solo attimo ad ascoltarli. Il mio compito
è questo. In nome del Blues. Del sud.
Massi: Eccome
se gradisco l’assist, caro Evil. Vorrei prima però soffermarmi su
un’affermazione di Bart che trovo tanto sorprendente quanto vera: “[…] il blues non è di sinistra.”
Sorprendente perché va senza dubbio contro corrente rispetto alla convenzione
(o luogo comune) che vorrebbe la cultura appannaggio della sinistra; vera
perché se oggi, nel 2014, siamo ancora qui a parlare di blues - e non, ad
esempio, di ragtime o di twist - la
ragione va forse ricercata proprio in quel suo non essere ideologico che lo
rende universale: pur mutando, o meglio, proprio in virtù della sua capacità di
mutare, il blues va nutrendosi della propria continuità, della propria
“adattabilità” al momento, ben lontano dalle banalizzazioni modaiole del carpe diem o da certo “compassionismo”
estetico, tanto in voga in una società come la nostra dove il politically correct è ancora d’obbligo.
Il bluesman – il vero bluesman,
intendo – se ne fotte del politically
correct e se ne fotte anche della legge. Cito ancora Bart: “Il blues è l’uomo nella sua reale miseria.
Qualunque essa sia.”
Ed
è qui che raccolgo l’assist fornitomi da Evil per spostarmi su un terreno che
mi è caro tanto quanto quello della musica: la letteratura.
Splendide
le suggestioni omeriche di Mr. Hyde, e forse il collegamento tra “mitologia
classica” e “mitologia blues” potrebbe trovarsi in quello che ritengo essere il
libro più importante del Novecento e che delle peregrinazioni di Ulisse dà una
lettura parodistica, ricostruendo in chiave modernista l’intera epopea omerica.
Una delle innumerevoli chiavi di lettura di Ulysses
è il neanche troppo velato sberleffo al vittoriano “eccesso di civiltà.” Mr
Bloom è un outsider, è l’eroe moderno
colto “nella sua reale miseria.” Umana, aggiungo io. Joyce recupera un mito
classico (quello, appunto, di Ulisse), ne decostruisce l’ellenicità e lo
trasforma - parodiando un altro mito, quello dell’ebreo errante - nell’eroe
moderno. Lo sottopone a continue umiliazioni, sfide e derisioni; lo colloca in
situazioni complicate e fastidiose; ce lo mostra nei suoi momenti più
vulnerabili, umani, ordinari (mentre defeca leggendo il giornale, ad esempio) e
ci regala il flusso costante dei suoi pensieri, guidati dal bordone di una
malinconia incessante e, a tratti, dolcissima. Come il suo creatore, ebreo di
origini ungheresi in terra d’Irlanda, Mr Bloom è un esiliato in patria. I
continui richiami alla fascinazione per l’oriente nei suoi monologhi hanno la
stessa profondissima essenza delle “lamentazioni” del delta del Mississippi.
Costretto
a soffrire il trauma emotivo e psicologico del tradimento della moglie,
dell’antisemitismo, di un’esistenza vissuta ai margini della società, Mr Bloom
sostituisce lo stoicismo greco con l’umana imperfezione. Joyce ne dettaglia le
più banali attività quotidiane e mette in evidenza, talvolta con tocco di
compiaciuto feticismo, peccati e tabù dell’essere umano:
defecazione, minzione, golosità, masturbazione, voyeurismo, alcolismo,
sadomasochismo, ecc.
Se
– in aggiunta a quanto teorizzato nelle precedenti conversazioni – il blues è anche uno stato d’animo, allora Mr.
Bloom è uno dei personaggi più blues di sempre.
Non
credo sia possibile un blues “svincolato dal sud,” se per “sud” intendiamo i
confini connotativi tracciati in precedenza da Vlad, e condivido l’acutissima
distinzione di Bart tra “blues” e “musica blues” (bellissimo tema, peraltro, da
sviluppare); tuttavia un blues iperboreo è possibile, ma sarà sempre
derivativo, e gli Ash Ra Tempel sono lì a dimostrarlo.
Alla
stregua dell’apprendista che, all’inizio del suo percorso iniziatico, viene
posto davanti al bivio tra “via umida” e “via secca”, Il blues(man) rappresenta
l’eterno dubbio dell’uomo che non ha ancora deciso se seguire il “canto di
casa” o lasciarsi avvolgere nel dolce oblio del “canto delle sirene.”
Vlad:il blues non è di sinistra. Bene. Il
blues non è rivoltoso, non è di sinistra. Non è attivo. Son d’accordo: infatti
appartiene a chi ha già perso. Come ho già detto: si cerca di riguadagnare la
propria patria (la propria cultura) nelle terre del vincitore; spesso con gli
strumenti stessi del vincitore. I canti di guerra non sono blues; le trombe
dell’attacco di cavalleria nemmeno; gli inni di vittoria neanche. Al blues
appartiene la sconfitta, inevitabile. In un certo senso: il blues si crogiola
nella sconfitta e nell’elegia; non gli è indifferente, tuttavia, lo sberleffo
per il vincitore.
Blues e sud.
Nei limiti tracciati sopra: se al blues appartiene la sconfitta, per Sud
occorre intendere gli sconfitti, gli esiliati, gli immigrati, i senza patria. I
nordici emigrati a Pittsburgh avevano i loro canti di lavoro blues: erano Sud
anch’essi. Andrew Kurely
(operaio slovacco immigrato autore di American land) è Sud e blues; i Blues
Brothers no. Andrew Kurely, come Robert Johnson, è blues; i Blues Brothers
fanno musica blues.
Odisseo.
Ulisse alla corte di Circe o di Nausicaa ha improvvisato sicuramente canti
blues. Ne ho la certezza. Appena rientrato a Itaca avrà deposto l’elegia e
cantato un inno di guerra: era a casa, infatti.
I
Greci, distrutti dall’economia di rapina, esiliati in patria, suoneranno blues.
Presto intoneremo blues anche noi.
A
margine di Odisseo. C’è un libercolo interessante in giro: Felice Vinci, Omero
nel Baltico. Più che un libro è una affascinante congettura. In esso l’autore
ipotizza che l’Iliade e l’Odissea fossero originariamente ambientate nella
regione baltica (Danimarca, Norvegia, Svezia, Finlandia) e quindi, dopo la
migrazione dei popoli nordici verso il Sud (lungo le direttrici dei fiumi
russi), riadattate al contesto mediterraneo. Omero sarebbe, perciò, un bluesman
situato a Sud che rimpiange elegiacamente il Nord; e in tal caso il Nord
sarebbe davvero un Sud.
Una
proposta: considerare il blues come l’elegia cantata dei poveri, dei
diseredati, dei senza patria, dei nostalgici. Dei sudisti dell’anima.
PLAYLIST
Captain Beefheart &
His Magic Band - Safe as Milk (1967)
La vecchia strada era piena di polvere che il vento gli
sbatacchiava sul viso. Il sole fece brillare il suo dente d’oro con le
iniziali incise. Fu allora cheNew Orleans gli comparve all’orizzonte. Arrotolò i sogni dentro un joint, accese l’autoradio che trasmetteva “Truck Stop Girl” e spinse sull’acceleratore. “Portami
lungo New Orleans, non tenermi qui, devo suonare il blues a Bourbon
Street, e scacciare suonando questa tristezza solitaria. Scommetto che i
joints stanno piovendo a New Orleans. Se io rotolo e fumo, bambina, non
ho bisogno di dormire. Si dice che le ragazze più carine sono in Texas,
so che tu sei fuori da questo mondo, ma devo andare a New Orleans e
trovare una ragazza creola”(Down to New Orleans)
Il caldo umido fu rotto da una pioggia a scroscio che gli
sembrò un battimani e Bourbon Street si spopolò alla svelta. Mason
rimise la chitarra nella custodia riparandosi sotto una pensilina. Aveva
scritto diverse canzoni, ma non trovava nessun musicista che avesse
voglia di mettersi in gioco con materiale nuovo. Tutti quelli che aveva
incrociato desideravano suonare solo cover di Sly And the Family Stone.
Quando non si ha fretta ci si perde facilmente per la strada. Ma questo
non era il suo caso. Irrequieto e curioso inseguiva le parole come se
gli cadessero dal cielo ed era necessario afferrarle prima che
sparissero. Intanto che fremeva di vederle in faccia, una ad una quelle
anime della notte, ammucchiate giù nel fondo.(Sangue Zingaro tratto da: Viaggiatori Nella Notte)